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2018-12-11

LA SCIENZA DEL MALE

 

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L’antica Gioiosa Guardia, fu fondata sul territorio di Monte Meliuso, in Sicilia, a difesa dalle invasioni dei pirati, da Vinciguerra d'Aragona, eletto sotto il regno di Federico III d'Aragona, che aveva la facoltà di costruire torri e fortezze ovunque lo ritenesse necessario.
Il Vescovo della vicina città di Patti vantava diritti sugli uomini del Meliuso, consistenti nel poterli impiegare 9 giorni all'anno per rendere servizi al monastero, 3 giorni zappando la terra, 3 giorni al raccolto e 3 a mietere il foraggio, oltre alla decima sul pescato della tonnara e per la festa del patrono poi, li costringeva a portare sulla testa,  rami e legna di alloro. Gli abitanti, dopo una invasione di cavallette che distrusse la loro  agricoltura e l’ennesimo terremoto che la rase al suolo, nel 1783 furono costretti, ad abbandonare la città nella quale avevano stabilmente vissuto ed a scendere a valle e così, nel XVIII secolo, poiché non era unanime la scelta del sito in cui edificare la nuova città e  non essendo riusciti a risolvere i contrasti che vi nacquero, si separarono, si trasferirono ai piedi del monte, alcuni scesero verso Ovest ed altri ad est della rocca di Capo Calavà.
La maggioranza, capeggiata da nobili e proprietari terrieri del paese, decise di riedificare la città,  in una zona denominata "ciappe di tono", allora di proprietà della famiglia Giardina di Patti, e fu fondata la nuova Gioiosa, chiamata Gioiosa Marea. Uno dei fondatori fu Don Diego Forzano, che fece trasportare la statua di San Nicola,  nella nuova Gioiosa e secondo la leggenda,  convinse gli scettici, smontando la loro porta di casa e portandola dove doveva sorgere la nuova abitazione. Le stesse quattro chiese esistenti nella città d'origine, invero, furono costruite nella  nuova Gioiosa. La statua della Madonna che si trova conservata nella Chiesa di Santa Maria, allora chiamata del Giardino, è stata commissionata al Gagini.. La vecchia Gioiosa Guardia, è meta di numerose escursioni, offre un panorama mozzafiato, potendosi ammirare, in contemporanea le Isole Eolie, l'Etna fumante e Cefalù. La parte restante dei cittadini, la  minoranza, che furono poi definiti ribelli, si insediò nella zona di “Chianu Cuntinu”, verso il Cicero e fondarono San Giorgio
I centri di Gioiosa Marea e San Giorgio, dopo l’antica brusca separazione da cui ebbero origine, non riuscirono più a ristabilire buoni rapporti.
L’una assurse a Comune, l’altra fu sottoposta a  frazione.
Il potere amministrativo, esercitato da Gioiosa Marea, fu assolutista ed arrogante, abbandonando ed isolando il villaggio di San Giorgio, lasciandolo perfino senza cimitero.

IL CONTADINO PESCATORE
La barba, i capelli lunghi, gli incorniciavano la faccia, gli occhi curiosi, s’agitavano dentro il bianco a  cercare l’azzurro del cielo sopra il monte. La memoria non l’aiutava, appena un pensiero, una memoria, si alzava dalla sdraio sulla quale sonnecchiava, gli si frantumava sulla lingua
e non riusciva a ricomporlo, con forza lo cercava, a brandelli gli sfuggiva
andava sulla spiaggia, raccoglieva una manata di pietre e dalla battigia,
li scagliava in acqua rincorrendoli con lo sguardo, tuffandosi nei cerchi.
Il suo incedere con lente movenze delle anche,  conferiva alla sua figura,
 una caratteristica, dichiarata provenienza, una località lontana, ormai estinta, che gli disegnava gli anni e pareva  si librasse nell’aria, per ritornare sereno,  con  quel sorriso birichino, contagioso, che l’umanità ha cancellato.               

LA PESCA DEL TONNO

I pescatori di San Giorgio, sotto il sole, schiaffeggiati dal vento, bruciati dalla salsedine, praticavano la pesca del tonno, accompagnando le ore sul mare, in del tocco dei pesci, cantando litanie.
La diceria dell’apocalisse, si era infranta nell’alba, i pescatori di San Giorgio, con il secolo per mano e le membra ridotte a brandelli, con le barche nere della tonnara, riposte nei capannoni, andavano per mare a calare conzi e nasse, tirare la sciaibica ed altri mestieri, con la mente rivolta alla prossima stagione.
I mesi che la tonnara restava ricoverata nei grandi magazzini, i pescatori, con l’esperienza acquisita nei secoli, con pazienzia,  osservavano il mare e le isole, le nuvole nel cielo, intendendo leggere l’evoluzione del tempo, interpretare i segnali della natura, affidandosi alla Madonna ed al Santo patrono, sperando che l’anno scorresse veloce e ritrovasse la grazia Divina.
L’esistenza è un prato sparso di trappole e quando la stanchezza prende alle caviglie, la vigoria non è sufficiente per ritrovare i piedi, gli esseri, sono indotti a mettersi nelle mani dei potenti.
L’anno 1100, il Conte Ruggero D’Altavilla, pose la Tonnara sotto la podestà del Monastero dei Monaci Benedettini di Patti.
L’Abate Ambrogio, uomo d’ingegno ed accorto politico, non portò alcun sollievo ai tonnaroti che per questo, dicevano di lui che aveva “ a vucca monna, mancia a du ganasci e non s’affua mai, “ conducendo i suoi affari con furbizia, senza lasciare agli altri neanche una briciola, sfruttando i pescatori, circuendoli con l’arte delle promesse senza mai concedere nulla di concreto.
I pescatori di San Giorgio, misuravano i mesi invernali, con il numero dei buchi che stringevano  la cinta dei pantaloni, arrivando perfino, a tenere le brache con le mani, aspettando la stagione della pesca del tonno.
Il passaggio dei tonni per la stagione della riproduzione, era alle porte e la speranza si librava nell’aria per riportare la festa che il villaggio aveva atteso per l’anno intero.
La tonnara di San Giorgio, nel 1375 non fu calata e barche, palischermi ed ogni altra attrezzatura, restarono a ricovero nei magazzini.
La custodia dello specchio d’acqua nel quale calava la tonnara, fu demandata alle ancore di ghiaia e sabbia che dalla spiaggia, seguivano la rotta dei tonni.
La genìa padronale, in un giuoco perverso, di successione, vendita e donazione, di oscuri avvenimenti di casta, per molti anni e secoli, decise che la tonnara restasse nei magazzini, non sarebbe stata calata
I pescatori, colpiti al petto dalla notizia, rincularono per metri, disperati, ruotando le braccia, riuscirono a riprendere l’equilibrio, cadendo pur tuttavia, con il sedere per terra.
 Una mano a spingere, lentamente si sollevarono e si misero sulle ginocchia, increduli, con il fiato grosso, la testa in una pentola d’acqua bollente, la lingua incapace di profferire una parola, indagarono Monte Meliuso a guardia del golfo e poi rivolsero lo sguardo sul mare.

La raccolta dei mandarini, piccoli e verdi, adatti per la produzione di oli essenziali, creò inaspettatamente, nei pescatori, nel villaggio, uno spirito nuovo, un clima diverso, dunque spinti da questo impulso, si armarono di coraggio e ripresero il cammino interrotto.
Liberati gli occhi incrostati dalla salsedine e dal dolore, smisero di coltivare la mala sorte, raccolsero le membra stese ad asciugare, richiamarono la memoria dei mestieri e decisero di non mollare, di lottare fino alla vittoria.
Gli antichi guerrieri, si alzarono dalla sabbia, scansarono con rabbia, il bisogno delle barche nere chiuse nel magazzino, spazzarono la fuliggine che gli si era depositata nel cervello e le disgrazie che sporcavano la bellezza del paesaggio e con determinazione, acchiapparono i giorni, anche quelli sciancati, resi invalidi, un nutrito numero, e scivolarono in acqua, in una burrasca e l’altra, ritornarono  a calare e vivere della pesca con la sciabica, con i conzi e le lampare, di dentici, triglie e minutaglia, di occhibenni e mirruzza, tracini, pardi e piscivacca, piscispada, capuna e spatuli, tunnacchiola e pisantuna, certo non riuscirono ad ingannare gli anni oscuri che i governanti mendaci, con subdola indifferenza e mala grazia, scaricano sulle loro spalle, tanto non erano un utile attrezzo a perdere.
Il lavoro, ha la caratteristica di rendere l’individuo, libero, questa  soddisfazione, comincia fin dal giorno che i piedi s’accordano a camminare ed imparano a mantenere il corpo in equilibrio, e dura fino a che la saggezza, asseconda i profitti personali, le esigenze del Padrone.
La speranza dei pescatori, pur malmessa, comunque riuscì per tutto questo tempo a mantenerli in piedi.
Il filo però, era talmente consumato, divenuto tanto sottile che una brezza leggera,  bastava a schiaffarli per terra, “ nta na cantunera. “
L’alba che spuntava sul mare, con i raggi del sole, li riscaldava, riempiendoli della strana luce dei lottatori suonati, e li spingeva a rimettersi in cammino, spolverandosi a mano il sedere.
Il cielo, corrucciato o sereno, a sua volontà, comunque, in un verso o nell’altro, li guardava ed ammiccando,  li teneva con il respiro corto, pronto a mozzare loro, qualsiasi velleità canora.
I pescatori, scivolavano sulle onde infide, imprevedibili, sperando di non cadere preda dell’elemento, assecondandone con pazienza, il movimento, senza arrendersi, trascinando i mestieri, senza tuttavia rinfrancarsi, ricavandone, saltuariamente,  qualche beneficio pellegrino.
I pesci non abboccavano,sfuggivano alle reti, ed il pescato neanche  pareggiava la spesa dell’esca, il debito s’accumulava al pregresso, una burrasca li faceva secchi e completava la vendetta..
La famiglia, con i piccoli e gli anziani al seguito, raccolti sulla spiaggia, disperata, con l’osso ioide che ballava per i singhiozzi irrefrenabili, attendevano il ritorno delle barche, pregando la Madonna.
I pescatori, scampati alla violenza della natura, con l’insicurezza in spalla, a piedi scalzi, segnandosi la fronte, esploravano la spiaggia, andavano per cantuneri e barche, di masso e scarru, fumando, ascoltando il rumoreggiare delle onde, del vento, sonnecchiando, scrutando l’orizzonte, le nuvole, cercando di cogliere un segno premonitore, una voce di benevolenza, covando nel petto, la notizia che la tonnara tornasse a calare, per rimettere in ordine, la loro identità.
La ricognizione della spiaggia, li riportava a casa, con una manata di pietre piatte, tonde, di forme diverse, con un tronco d’albero, un ramo, forgiato secondo il moto delle onde, del vento, della sabbia.
Le pietre, i legni, con fattezze impossibili da decifrare, venivano coniugati dalla fantasia  e rese a fattezze somiglianti, seduto nell’orto, al riparo della curiosità saccente di qualche coetaneo, il pescatore, scavava, modellava, estraendo, rincorrendo i suoi pensieri,  perfino oltre le nuvole, inventava luoghi e personaggi, scansando la disperazione, canticchiando vecchie litanie.
L’estro artistico, lo induceva ad esplorare il tronco, il ramo, con cautela, con un coltellino creato all’uso, passeggiando all’ombra del fico, seduto sulla piccola sedia  impagliata, segava, scavava secondo il disegno che gli correva nella mente, creava profili di avi, statuine di Santi e Madonne, qualcuno con oculati e pazienti movimenti, vi estraeva un papuri, un bastimento e s’inventava storie che raccontava nelle serate invernali intorno alla conca.
I contadini, lavoravano la terra ed ogni sera rientravano in famiglia accompagnando ogni stagione, con fraterna accondiscendenza.
La nuvola che straripa ed inonda la giornata, non metteva loro alcuna soggezione, all’incontrario dei pescatori che in acqua, non avevano neanche la forza di alzare gli occhi.
I contadini ed i pescatori, ad ogni modo, erano strumenti del padrone ed era molto evidente che i primi occupassero un posto più in alto nella scala sociale, avevano avuto in dotazione, il trattamento più favorevole, meno avvilente, in breve condusse i pescatori ad impastarsi d’arroganza ed armarsi di un paleodio verso i Vinnani. 
La Madonna ed il Santo patrono, certe serate che uno spicchio di luna, era desiderato, con un  giorno sminchiato, diittatu, deluso, erano chiamati a rispondere e misto alle preghiere, uscivano in libertà, una a rincorrere l’altra, bestemmie innominabili.
Le Santità, sono invisibili, inafferrabili e per mantenere la speranza che qualcuno, così, per caso, incappasse in loro,si accorgesse della loro miseria, li chiamavano, li obbligavano a non estraniarsi.
A volte, rientrati in casa e chiusa la porta, un riflesso nell’oscurità, uno strano movimento delle nuvole, li richiamava fuori a guardare rimpicciolendo gli occhi fin dove non distinguevano.
La mattina, il pensiero era ancora più avvilito e con la sigaretta spenta, riposta nell’incavo dell’orecchio destro, ritornavano sulla spiaggia, a scrutare le acque, il cielo, con la speranza che un Santo si fosse accorto della loro miseria, tenendo comunque sott’occhio, la residenza dei Padroni.
La custodia del palazzo rosso, in preminenza, sede stagionale del padrone, era affidata a due giovani contadine, chiamate cameriere, concesse orgogliosamente dal padre, raccomandate dal prete della chiesa locale.
Le cameriere, occupate in pianta stabile, erano adibite ad ogni incombenza derivante dai Signori.
La loro presenza s’appalesava con l’arrivo del contadino che quotidianamente, li riforniva, dei prodotti della campagna.
I Padroni, apparivano e sparivano, secondo le assegnazioni e le successioni, tale e quale a fenomeni celesti, lasciavano nell’aria un odore strano, miscelato, un succedaneo della lenta combustione, un rilascio lento, attenuato di reazioni chimiche che un naso non affinato non riesce ad individuare e dargli un nome.
Le contadine, dalla giovinezza erano passate alla vecchiaia e da magre, obese, donne dai fianchi poderosi.
La tonnara sequestrata nei magazzini, senza la benevolenza della Madonna e del Santo patrono, aveva cancellato le stagioni ed i pescatori, si erano ristretti a tal punto da divenire trasparenti.
La loro alimentazione preminente era costituita da un pugno di fichi secchi ed un bummulennu d’acqua a prua, l’unica dotazione nei giorni di pesca, la barca spinta a remi s’allontanava, scivolava sul mare, le lenze, i conzi  a calare, orecchi acuiti, occhi stretti a scrutare il buio, che nessun riferimento di terra era visibile, cercavano l’orza, il segnale  di souru con la bandiera che si nascondeva, giuocando a mosca cieca con  le onde masculine.
L’orizzonte, la sera prima, calmo, non segnalava nulla, neanche un ruttino, all’improvviso scoppiò in una violenza inusitata, tolta la maschera, si scatenò.
La violenza era tale che la distanza non rappresentava una misura, non lasciava scelta ed allora andava assecondato, preso sottobraccio e farsi accompagnare con l’armonia della sua pericolosità, con l’unico intento di riportare la pelle a casa.
I pescatori, rimasti con una sola stagione, pregavano e bestemmiavano, osservavano i tonni che entravano nel golfo in numero sempre maggiore e con un’allegria misurata che poteva intendersi anche capricciosa, nuotavano fino a riva a giuocare con i piccoli che qualche giovane buontempone ardì di acchiapparli con un pugno di sale sulla coda.
La visitazione e soggiorno, coniugava nelle forme della natura, una bellezza baldanzosa, spropositata, quasi a cumularla in un’offesa.
I pescatori non riuscivano a metabolizzare l’avvenimento, la disperazione graffiava, scuoteva e la lucidità mentale ne pagava le conseguenze, cercavano una junta di pace, ed ecco che il passaggio di alcuni Santi, non meglio identificati, di ritorno da una missione in Oriente, sviluppò nell’aria, in quelle misere anime, un’aspettativa diversa, bella, tanto da creare una insperabile occasione di riscatto.
Il loro transito sul golfo, per una sosta rilassante, per rimettersi dall’aggressività delle miserie delle popolazioni dei luoghi visitati, imbarazzati di fronte a quella nuvola, grondante preghiere e bestemmie, nell’incertezza, conquistati dalla bellezza inusuale del luogo, si governarono a restare e vedere di attenuare la  miseria bestiale che li soffocava.
La nuvola di disperazione lanciata dai pescatori al cielo, non era andata lontano, si era fermata ad un’altezza assai distante dove di norma bazzicano gli spiriti degli uomini elevati, per le opere buone espresse sulla terra, a Dignitari, a presentatori di istanze ai Santi e dunque i pescatori potevano mangiarsi le mani anche oltre mille anni, non avrebbero ricevuto nessun presente
I Santi missionari, forse per la stanchezza, o chissà cos’altro, navigavano a vista, ad una quota molto bassa per la loro posizione, e dunque, incapparono in questa nuvola pescatora,
La nuvola, senza un soffio di vento, con la paura di essere scartata, aggirata, si accartocciò e spiccò rabbiosa, uno spostamento inverosimile, andando, con tutta la sua stanchezza, a collassarsi ai piedi dei Santi, fermando loro il passo, costringendoli ad interrompere le maturate, meritate vacanze, e che maldestramente,  contrariati a rimettersi al lavoro, avevano tentato di girare al largo e proseguire, dunque presiin contropiede, confusi per l’insostenibile sofferenza, a quel punto non potevano scansarla, sarebbe stato un atto ignominioso che se rientrava nella procedura di scomunica per gli umani, figurarsi a quale addebito sarebbero andati incontro, di certo avrebbe cancellato millenni di predicazione, l’inesorabile combustione di libri sacri, e senza indagare oltre, rientrati in vocatio, accettarono di prendersi carico dell’immane sofferenza.
La fretta di salvare più persone possibile, però li indusse a decidere singolarmente, con un’azione non concordata, assunsendo misure diverse, senza badare al peso, senza riflettere, senza una benedizione mirata, sgonfiando in un secondo, la nuvola, del male che l’affliggeva da secoli, rovesciando e lasciando cadere nel mare, sul golfo, una grazia immensa, debellando la miseria e la malnutrizione, creando un miracolo che in pratica, risultò spropositato, trasformando l’evento soprannaturale, in pena.
L’abbondanza del pesce, entrato nelle reti e negli altri mestieri, causò nella comunità di pescatori, un enorme, una inverosimile emergenza.
L’imprevedibile bene di Dio, il  miracolo, non poteva essere perduto, non si poteva  lasciare andare a male, e prese diverse destinazioni d’uso, in parte salato, riservato ai mesi ed agli anni scomunicati, altro barattato,  dato a prezzo irrisorio ai rigattieri, una casta d’ingordi e malavitosi, una parte consumata, e per evitare che il resto andasse a male, un peccato mortale, s’ingozzarono fino a rimanere a bocca aperta, con il cibo fra i  denti, a sminuzzarlo fino all’inverosimile.
L’intestino, non abituato a questo regime alimentare, costretto a trasformare una quantità straordinaria di alimento, non riuscì a smaltire il sovraccarico ed entrò in sofferenza, scompensato il sistema, squilibrati i rapporti, sciogliendo ed allentando freni e sfinteri, contraendo i canali, ingolfando la viabilità intestinale, furono oppressi da una diarrea urgente e non tamponabile.
Le famiglie, senza che alcun componente, restasse in attesa, con i figli in braccio per l’urgente virulenza, si scambiavano il cacatoio, trattenendo il respiro, cercando di non gridare per ‘u turcimi i stomucu, il mal di pancia, rincorrendo una decenza cristiana, s’accovacciavano contro la più vicina cantunera, un’ipotetica barriera protettiva, per liberarsi del putridume accumulato.
La barriera di canne, di pale di ficodindia, un muretto, trasformati in trincea, erano presi d’assalto, da cani e gatti, in accanita competizione ad accaparrarsi il meglio disponibile sulla piazza, costringendo gli umani a repentine acrobazie per evitare di finire a gambe in aria, sul defecato, aggiungendo al danno, la beffa.
La lotta per la sopravvivenza, non contempla pause, inducendo le varie generazioni ad escogitare una rivoluzione.
Gli anziani, debilitati, costretti a sopravvivere, stanchi di quella precarietà quotidiana, che si susseguiva, senza interruzione nei secoli, impotenti a cambiare le cose, subendo sfruttamento ed angherie, approfittarono della situazione e misero fine a quella maledizione ingiustificata, decretata per nascita.
Il privilegio di campare a discapito dei più giovani, gli pesava in modo indicibile, ed allora per lasciare una junta di speranza agli altri, serrarono la bocca e gli occhi, rivoltandosi alla legge del Signore, lasciando il posto a capotavola, e si estinsero dicendo di ritornare a casa.
La voce che si diffuse, dichiarava che la notte, avessero stipulato un accordo preventivo e prima che facesse l’alba, s’infilarono nel letto del ruscello asciutto, che segnala l’inizio delle case del borgo, e scomparvero allo sguardo confuso dei familiari e degli abitanti, accompagnando i loro corpi, mettendoli a dimora nel rifugio assegnatogli, nel camposanto della città comune.
La mattina, infatti, furono trovati, con le cuoia tirate fin sulla testa.
 Un accordo imbastito ed accettato all’unanimità, per alzata di mano, come si suole dire, nulla di scritto, si misero in viaggio.
Una gita fra compagni di tanti giuochi e tante guerre, giuocando a briscola e tresette e magari una calabrisella, insomma fu un allontanamento volontario, non incolparono  alcuno, ingannando perfino un dichiarante, che asseriva, che qualcuno avesse ordito una strage, si fosse accanito ad offendere un pugno di uomini,  privandoli della lucidità mentale.
Sincerità, se ne andarono senza trascinare alcun rancore nei confronti del dispensatore di lavoro e di quella cerchia di contadini che l’unica parte che hanno è quella di stare a testa bassa, eppure sono fratelli, hanno la medesima identità.
Il buon pensiero, è un principio di civiltà, però non alberga in molta gente, è ritenuto un consumo improprio del cervello.
La scelta estrema di dipartire, di andare ad occupare il loculo elettivo, inconcepibilmente, è stata si una refrattarietà, un’intolleranza, soprattutto un atto di saggezza, in breve sono andati dove l’aria è superflua e la terra è un succedaneo del corpo.
La prima decade del mese di settembre, è la ricorrenza della festa della Madonna, i fedeli lasciano le loro case, ovunque si trovino e vanno in pellegrinaggio a chiederle d’intercedere per la salute dei familiari e propria e che le stagioni siano prospere.
La Madonna, recuperata a seguito di una mareggiata sulla spiaggia sottostante, raccolta ed a forza di braccia issata nella grotta, ben presto divenne meta di venerazione per le guarigioni accreditatele e che la scienza ritiene inspiegabili.
La Madonna della rocca, restava per i pescatori l’ultima speranza ed a mezzo il buio che s’apprestava ad aprire il mattino, a piedi scalzi, in ginocchio, appoggiandosi l’uno all’altro, facendosi coraggio, salivano alla chiesa a prostrarsi, con il respiro corto e gli occhi arrossati, invocavano il suo intervento, che portasse equilibrio nella mente del padrone per indurlo a calare la tonnara, accarezzandole le vesti, i piedi del bambino che teneva in braccio, staccandosi a malincuore per tornare a casa, a continuare la guerra di sopravvivenza in attesa che scoppiasse il miracolo.
Ogni anno, s’illudevano che fosse l’ultimo, speravano che la condanna comminata in contumacia, si fosse estinta e ridato il lavoro della tonnara.
La Madonna, osservava i loro volti scavati, bruciati dal sole e dal sale, cosparsi di sabbia ed alghe, e si chiedeva chi fossero, cosa volessero.
Le voci rauche, cavernose, quel parlare spezzettato, in un sillabario indecifrabile, la mettevano a disagio, cercò perfino nell’orto degli ulivi, oltre le scritture, le mani adunche a lisciare le vesti, a toccare il bambino, forse un modo subdolo per accattivarsi la benevolenza, la confidenza, ebbe paura e con il terrore che le saliva fino alle orecchie, credendo che volessero distrarla e portale via il bambino, stringendolo forte al petto, si tirò indietro quanto possibile e dal piedistallo tremolante, con il rischio di cadere, gridò loro: “ andate, andate a lavorare. Vade retro “ intendendo fossero strumenti del diavolo e non gli tirò contro, le candele ed i candelabri, per opera di carità.
I pescatori, stanchi, doloranti, lentamente, l’uno a braccetto dell’altro, in uno spasmodico e doloroso sodalizio, appoggiandosi alla parete, retrocedettero verso l’uscita e con la speranza nelle mani, sbarcarono sulla scalinata, scontrandosi con il sole che gli puntava i raggi negli occhi a crocifiggerli.
La speranza prendeva il volo a sera, bestemmiando s’aggrappavano ad una nuvola, alla prima che transitava bassa sul villaggio e fiduciosi che andasse, raggiungesse la Madonna, le buttavano dentro, sulla groppa, dove capitava, il nulla che li separava dall’estinzione, le speranze residue, quasi vuote, rinsecchite, ridotte ad un fuocherello alimentato saltuariamente con paglia, cartacce, qualche canna, addolcito con soffi, qualche preghiera in modo che la richiesta fosse accettata.
Il tempo proseguiva senza voltarsi, scivolava sulla sabbia e sulle teste, in un moto sempre più corrucciato, senza un tentennamento,
Il miracolo tanto atteso, l’unico che li avrebbe sollevati da terra, non accadeva e nulla trapelava da sotto i baffi del Rais.
La sua presenza circuiva la gente, s’accompagnava con il rumore roboante dello sfintere anale ed inverecondo insufflava senza riguardi,  l’aria circostante.
I pescatori, schiacciati a terra, appiattiti nella sabbia, andavano man mano scomparendo, miscelati con i granelli di sabbia, confondendosi con le alghe.
Il calore che apportava il giorno, li estraeva per qualche tempo, muovevano qualche passo, articolavano le giunture delle  gambe, passando dalla sabbia più sottile alla grana millimetrica, alla ghiaia traendo refrigerio dalla frescura che la brezza gli donava.
L’aria però, pesava sulla loro leggerezza e senza più energia, si bloccavano in loco.
L’eternità, con la mano tesa ed un sorriso beffardo, in tralice, li chiamava, diciamo che la sapienza, spiegava loro, ch’era inutile resistere e specchiandosi nei vestiti lisi, logori, rattoppati, inconsistenti, li allineava sulla battigia, nel catrame e li alleggeriva con la pietra pomice.
La figura trasparente,  il comportamento fotofobico, il lento movimento, non lasciava alcuna speranza di ripresa, che potessero usufruire del domani.
Un solco tortuoso, dove la microscopica dimensione della sabbia, si compatta, a ridosso della battigia, nel momento della risacca, segnalava il loro passaggio e l’acqua cancellava il segno.
A volte capitava che nell’avvallamento oltre la duna che divide la battigia dalla spiaggia, comparisse una linea di granelli bavosi, una traccia sudorifera del loro transitare, un messaggio della loro presenza, lanciata ai Santi che il giorno agognato, nello scoppio del miracolo, non dimenticassero di estrarli.
I pescatori, dopotutto, credevano nella loro salvezza ed a calmarìa di vento, esalavano odori strani, molto simili a quelli dei padroni, insomma anche loro, oramai, si credevano fenomeni celesti.
La fame è più aggressiva degli animali randagi e per cercare di frenarla, tenerla in gabbia, di notte e possibilmente con la luna, che accompagna in silenzio, non fa la spia e non si specchia, sonnecchia sulle nuvole, e con un occhio rivolto a loro li guida senza fare rumore, un pugno di giovani e qualche adulto, facendosi coraggio a vicenda, entravano per tre quattro passi nelle terre coltivate che contadini e l’uomo cane del padrone sorveglia,  racimolavano qualche baccello di fave e piselli,  a volte anche vuoto, un grappolo d’uva, un frutto non proprio commestibile, almeno utile per mantenere la dentatura pulita e per quanto possibile, il tubo digerente sveglio, adatto a recepire qualche vitamina, sale minerale e dare una velata di colore alla pelle ingiallita, incartapecorita che spaventava, le donne di casa e soprattutto, i bambini.
La piccola ruberia, non era facile, i guardiani protettori della roba del padrone, non lasciavano scampo, nascosti con i cani, nelle gebbie per l’irrigazione, nelle canne, nei filari delle vigne, li attendevano al varco ed al minimo fruscio, al leggero pidiari, ghignando, con il sigaro stretto tra i denti, aizzavano i cani che ammaestrati all’uopo, quasi volavano pregustando un polpaccio, un braccio umano.
La filosofia selvaggia che i guardiani di ogni società, imparano ed usano, è la stessa per tutti, non fa distinzione fra i ceti, servono il padrone ed a volte ammazzano senza scrupoli, pescatori, randagi, fautori dei diritti civili, del lavoro, della democrazia, del rispetto degli uni con gli altri.
Le fucilate dei guardiani, comunque non sortivano alcun effetto sui pescatori, conoscendo la loro ferocia bestiale, si davano immediatamente alla fuga, saltavano muri e reticolati ed a gambe in spalla guadagnavano la strada e correvano a nascondersi nelle barche, sotto le reti da pesca.
Qualcuno, meno lesto, tradito da una storta, restava in dietro, lottava contro il cane sottraendosi miracolosamente alle fauci, lasciando lo scorno in mano ai canidi che scaricavano la rabbia sugli animali  e non gli sparavano per non interrompere il giuoco.
 Il Caporale, coda, appendice aimalesca del padrone, sviluppava un potere atavico, con forme diverse, adeguato alle diverse epoche, gratifica il potere.
I diritti conquistati, con morti e feriti, vengono dimenticati, ed hanno bisogno di altre battaglie, gli uomini a loro volta, indeboliti, con lucida pacatezza, s’accordano con il garante che gli batte la mano sulla spalla intendendo di avere ottenuto la sicurezza
Il Re Martino, dunque al termine di molteplici beghe nobiliari, nel 1407, concede a Berengario Orioles, il mare nel quale la tonnara aveva diritto di calare.
Il Re Ferdinando, nel 1503, fregia Berengario Orioles del titolo di Barone di San Giorgio.
Flavia Orioles, nel 1600, andata in sposa a Francesco Mastro Paolo, porta in dote Baronia e Tonnara.
Giovanni Mastro Paolo, nel 1720 lascia in eredità al Convento di San Franscesco di Chiavari in Palermo, fondo e tonnara che nel 1751 cede a Cesare Mariano D’Amico.
ùLe feste comandate, erano una buona occasione per avvicinare il RAIS, fargli gli Auguri e chiedergli notizie sulla tonnara.
I pescatori, gli portavano in regalo, un gallo, allevato in casa, per ammorbidire i suoi modi bruschi, arroganti e magari avere in cambio, una speranza di lavoro, quel cibo era stato tolto dalla bocca dei bimbi e non poteva essere tradito.
Il Rais però arraffava con  la malagrazia innata, e borbottando maledizioni in ogni direzione, con la moglie a fianco, chiudeva loro la porta in faccia senza neanche dire grazie.
La tonnara era un chiodo infisso nelle carni del Rais e la domanda dei pescatori, un colpo a conficcarlo di più, nella colonna vertebrale, forse fra la dodicesima dorsale e la quinta lombare, aprendo un’ernia, due ed anche tre, dando spazio alla materia intervertebrale di uscire, schizzare senza orientamento, mandandolo fuori senno, aizzando il carattere che non era già di per sé, da cristiano.
I pescatori, anziché ricevere un po’ di conforto, venivano ulteriormente bastonati e mortificati, se ne andavano per la spiaggia che a casa non riuscivano a tornare, scambiavano qualche mugugno con la capra nell’orto,  quattro calci con i cani randagi, un verso burlesco con gli uccelletti nei buchi dell’edificio della chiesa.
I pescatori, era evidente che rassomigliassero a fuochi fatui, anche i cani, dopo avergli abbaiato contro, intimiditi abbassavano le orecchie, incrociavano le zampe anteriori e porgevano loro, le scuse sulla lingua.
Un mattino di un giorno qualunque, qualcosa, parve svegliarsi in quel creato, con grande meraviglia, gli anziani estinti, i morti conoscitori dei fenomeni, misero le carte da giuoco di lato, lasciarono i loculi e sbarcarono sulla spiaggia.
Il mare, aveva brigato fin dalla sera prima, con alcune onde venute da fuori, sconosciute ai più, nella notte si era agitato calmandosi sotto l’alba, ospitando sulla battigia, perfino una comunità di gabbiani, scomparsi, ritenuti estinti  ormai da anni, qualcuna ancora continuava a destreggiarsi, forse per alzarsi di qualche palmo, il livello della costa, niente di eclatante.
Un palmo o due, sotto il cavallo della battigia, una striscia di granellini di sabbia, saliva graziosamente, con le manine, scavava la fascia fangosa, forse intendendo  raccontare, l’ultima fase di una guerra sotterranea, comunque riuscendo a mantenere la compattezza della sabbia, impedendone la manifestazione fangosa, l’acqua restava limpida, l’azzurro era splendido da sorseggiare.
Il verso terrorizzato di un merlo, ad un trattò tagliò l’aria, scese veloce dalla montagna, imboccò la vallata di majaru, percorse il letto del torrente di spalle alle case dei Vinnani, costeggiò il muro della chiesa, svolazzò nella saja, strisciò sulla sabbia alzando un enorme polverone e con uno sforzo forsennato, planò sulla spiaggia, un attimo a prendere fiato guardandosi intorno, trafficò con le zampe, aprì un varco e s’immerse nei granelli.
I pescatori, vedendolo, spalancarono gli occhi ed i padiglioni auricolari e seppure con una grande confusione nella testa,  compresero che si era aperto il cielo nella sua bontà infinita.
La speranza di un miracolo indusse i pescatori ad un approccio diverso, cercarono nell’aria e spostarono la testa verso il domicilio delle cameriere.
La notte aveva svegliato il palazzo scaricando nel cortile, un Ometto dall’aria sofferta
Il sonno non gli era molto amico e precedendo l’alba, girando per stanze, androni e scale, s’imbattè nell’abbondante seno della cameriera anziana che uscita da un sogno diabetico e scendeva in cucina a bere.
L’Ometto, non aspettò che la cameriera rinculasse ancora verso la parete per genuflettersi sul bacino ed inchinarsi, le ordinò di sistemargli avanti il portone d’ingresso, nel cortile esterno, nell’angolo protetto dagli sguardi curiosi dei passanti, alcune poltrone con il tavolo di servizio e s’avviò a fare quattro passi, s’avvide della palma spelacchiata che svettava rabbiosa contro il  cielo e tentò un approccio amichevole.
La palma secolare, esperta di mare e di terra, di volatili ed uomini, di attrezzi ed ogni mezzo di dominio, quasi infastidita, con l’anima rivolta ai pescatori, rispettosa degli altri, di qualsiasi rango e cultura, alla domanda, s’inchinò più che era possibile verso l’Ometto del quale conosceva storia ed origine, e con un lieve sorriso gli disse: “ Voscenza sapi chinnu cava ‘a fari “ aggiungendo che i guerrieri del mare, non sono estinti, sono vegeti e carichi  d’esperienza ed anche se ridotti a scheletri, hanno energia da vendere
L’Ometto, nella luce tenera del giorno che gli veniva incontro, varcò il grande portone che s’affaccia sul mare, s’assise sulla grande  sedia quadrata  di zammara verde che la cameriera anziana con l’aiuto della giovane, gli aveva sistemato senza aspettare l’arrivo di guardiani e contadini e sorseggiando la spremuta d’arance che gli aveva versato la giovane cameriera, alzò lo sguardo e lo  posò sulla rocca, residenza della Madonna, forse intendendo ricevere la sua benedizione per il governo di quel territorio, compreso lo specchio d’acqua.
La giovane cameriera, accosto al portone, stava all’erta, pronta a versargli nel bicchiere dal boccale di vetro dalle linee semplici dell’arte della marineria locale, il nettare da lei preparato con le arance, nel  gergo locale, denominate di villa, ed altri frutti raccolti nel giardino interno, però vedendo arrivare i guardiani ed i contadini, fece un passo avanti, in un atto di presentare il Padrone.
L’ometto che teneva la testa leggermente inclinata sulla spalla sinistra, rassettato il pensiero scaturito dalla relazione dell’antica palma, all’arrivo degli uomini, ebbe quasi uno scatto e nel salutarli, ordinò loro, di aprire la Loggia e condurgli a colloquio il Rais.
La loggia, era una larga e profonda costruzione, il laboratorio amministrativo ed industriale, della tonnara.
I ganci con rotaia al tetto, scivolavano per un verso e l’altro, scendevano per la pesatura, per il trasporto sui camion dei rigattieri,  ai forni per la cottura e l’inscatolamento.
Un piedistallo, con gambe di metallo e legno stagionato, regolabile in altezza, con poltroncina, con un binocolo tecnologicamente avanzato, occupava il centro della loggia, con il quale il padrone, non visto, teneva sotto controllo, l’orizzonte, le barche allineate e gli uomini anche quando si staccavano dalle lenze e si sporgevano dalla murata della barca a compiere i bisogni fisiologici, insomma un orgoglio, il gioiello del padrone.
L’Ometto, dunque libero da orpelli, posò l’occhio sul gioiello e le lenti dello strumento gli portarono le onde del mare ad accarezzargli il naso, la fronte, le mani che quasi gli sembrava nuotasse, le isole navigargli incontro, lo scoglio lottare con i marosi, spumeggiare e sfiancarsi senza cedere, in una gioia bambinesca.
La Madonna, semisdraiata nella grotta, forse a riposare dal lungo viaggio, sbadigliando s’allungò e nel distendersi ritrovò in una visione lontana, un  messaggio ingiallito, macchiato, sbiadito dalla salsedine, e lo afferrò e lo lesse con la grazia del mattino, s’accorse degli scheletri contorti dei pescatori, consumati dal tempo, vide l’Ometto e fece predisporre l’incontro.
Il suo volto celestiale, il suo sguardo colmo di serenità, con grazia immensa, avvolse l’Ometto, che lentamente si alzò dalla poltroncina sulla quale ogni mattina si era abituato a sorseggiare la spremuta e le baciò la mano, confuso seguì il dito del bambino che gli indicava le isole Eolie, concedendogli una curvatura spaziale che il binocolo non raggiungeva e conobbe anche Cariddi, Mata e Grifone oltre a Colapesce, insomma la natura spargeva a piene mani, gioia e bellezza, e con la compagnia della storia e della cultura, nella solitudine prese possesso del golfo.
Il Rais, super obeso, oppresso dalla grossa mole, era costretto a spostarsi lentamente, peteggiando tra le chiappe, e si presentò al Padrone salutandolo con un breve inchino della testa, la mano destra poggiata alla tempia in un rito pseudo militare.
Il Padrone, l’Ometto, Cesare Mariano D’amico, lo guardò e non gli nascose l’irritazione, non gli serviva conoscere la salute della sua famiglia e senza ulteriori lungaggini, gli conferì il mandato di calare la tonnara e senza trattenerlo ulteriormente, lo congedò, consumò la spremuta, rientrando a passo svelto nel palazzo che il tempo era diventato invadente.
Il Rais, a passi brevi, pesanti, con le mani intrecciate sulla schiena, peteggiando silenziosamente, prese la strada di casa, non senza avere dato un ultimo sguardo al palazzo.
Il comportamento dell’Ometto, sinceramente, gli era risultato difficoltoso da comprendere, non lo aveva gradito, la sapienza dell’uomo che ha in mano l’uso dell’uomo, del lavoratore, pescatore che sia, però lo indusse a chiudere gli occhi, non ci pose pensiero più di tanto e l’assorbì con l’esperienza.
Il suo interesse, in fondo, era la tonnara, il resto era fastidioso e lo scartava alla stregua della pulitura delle acciughe prima della salatura.
Il Rais, percorso il rettangolo che separava il palazzo dalla strada,  raggiunta e messo piede nella piazza, con una cautela sofferente, s’inchinò in avanti quel tanto che serviva allo scopo, ed emise un poderoso, roboante peto, buttando nelle galline a razzolare nel rettangolo accanto al posto macchina padronale, una bomba d’aria malsana che le fece volare starnazzando come ossesse, fin sulla spiaggia.
Un lampo, un riflesso, uno scrupolo lo raggiunse sugli scalini di casa, facendolo piegare verso il deposito dell’attrezzatura per la pesca, con il quale condivideva il rapporto abusivo sui pescatori. ed unì le cime di sciabica, cianciolo ed altre reti, sigillò lo spirito delle lampare e ritornò sugli scalini per entrare in casa, fermandosi ad osservare la bellezza del giardino oltre la strada, attrezzato per l’estate con filari contrapposti di palme, un paio di ficara e nespolara ed anche di limoni ed arance, a creare alla famiglia, frescura e riservatezza.
La moglie sentendolo rientrare, con una leggerezza ballerina, facendosi incontro gli chiese: “ Chi Fu? “ e non ricevendo alcuna risposta, corse in cucina, si sedette e bevve dal boccale, la spremuta che aveva preparato che nel petto, il cuore, al pari di un uccellaccio, tentava di spiccare il volo.
Il Rais andò in camera matrimoniale e da sotto il letto, trasse fuori un grosso baule nel quale teneva, avvolti in una mappina, dei quaderni, coi nomi della ciurma, ed a seconda dei comportamenti raccolti, vi aveva apposto delle crocette, insomma, lisciandosi i folti baffi, pregustava il suo potere, sui pescatori e sulle loro famiglie.
Il Signore, comandante delle barche nere, conoscitore di correnti e fondali, di regole e geometrie della  pesca del tonno, era rientrato in possesso del suo regno
Il registro spalancato sulle ginocchia, con il dito indice e la matita rossa, spulciava i nomi, soprattutto i soprannomi, che esaltavano gli individui, ed annotava, arricciando le labbra,  con una croce, e per ritorsione, lasciando, per simpatia od antipatia, quelli ritenuti malevoli, vuoti, senza alcuna indicazione.
L’Ometto preso possesso  dello specchio di mare in faccia al borgo, demandando al RAIS di calare la tonnara, si era eclissato nella Baronia con al seguito il Caporale con la nutrita muta di cani.
La tonnara è una trappola che i pescatori sotto il comando del Rais calano ad una profondità e distanza dettata dall’esperienza.
I pescatori, attivando le energie rimaste, uscirono dalle secche della spiaggia e s’avviarono alla loggia.
Il Rais avrebbe formato la ciurma ed uno dietro l’altro aspettavano che venisse chiamato il loro nome.
 Gli scartati, raccoglievano il loro destino nel sacco e si acquattavano al suolo, qualcuno roteava gli occhi verso il cielo, congiungeva le mani e diceva una preghiera,  altri, uomini effervescenti, si  rivoltavano i vestiti, ed inventandosi una storia colorita, con cartelli disegnati a mano si disperdevano  per valli e monti trattenendo il mare nei sogni, nascosto nella mente.
La piazza del villaggio, ad un tratto, forse stanca, disperata, s’allungò   nel canale della sera e con il gracidare delle rane, cercò di ricordare la festa del Santo Patrono, meglio, i contadini, gli artigiani di ogni specie, e con pecore, capre ed un paio di asinelli spelacchiati, s’infilò in un varco che la luna le aveva riservato per raggiungere la sua stella e per non dare nell’occhio,  prese le sembianze, di un pesce squalo che ha perduto la rotta e si eclissò nel buio, per la vergogna.
Le future generazioni, i nuovi abitanti, all’oscuro degli avvenimenti, sicuramente, avrebbero riso della storia, ed allora l’ha conservata sull’orizzonte, non è stata secretata, non ha veti e chi ha curiosità, può consultarla  a beneficio della verità.
L’Anno 1775, dunque la tonnara torna a calare nell’antico sito ad ovest della pietra Gargana.
L’orizzonte si era riempito delle barche nere e confortava la vallata ed inorgogliva il borgo.
I pescatori, appesi alle lenze, addossati alle murate, aspettavano ansiosi il tocco, il passaggio dei tonni a pinne gialle, inseguendoli man mano in crescendo, accompagnandoli nella camera della morte, gridando all’unisono con voce vigorosa, rispettosa: “ Leva, leva, leva. Viva  SantuSagnoggi, Madonna du Tunnaru,“
La mattanza, era la festa della morte e della vita, nel rispetto di entrambi.
I pescatori, bagnati, stanchi, ridevano e piangevano, scivolavano sui pesci con allegria e complicità, l’un l’altro si davano pacche sulle spalle, la trappola recuperava la profondità stabilita, l’acqua si schiariva del rosso, i palischermi portavano il pescato a riva.
Il Cavaliere, seduto sulla poltroncina, al centro della loggia, aveva seguito al binocolo, tutte le fasi della mattanza, i pescatori che s’alzavano e s’abbassavano nella voga, a spingere  ai remi  i palischermi, ed adesso soddisfatto, aspettava l’arrivo dei carrelli carichi, accerchiato dai compratori e dai guardiani.
Le famiglie del borgo, tralasciati “ i subbizza di casa “ erano corsi in spiaggia, pregando e ringraziando la Madonna e San Giorgio, esultanti di gratitudine, con gli anziani sottobraccio, i neonati in collo, i bambini traballanti per mano, inseguiti e preceduti dai grandicelli, anche i ciabattini con i picciotti, i negozianti e l’ambulante di passaggio, qualche contadina sposata con un pescatore,  avevano preso possesso dello spazio attorno allo scivolo sul quale i tonni dai palischermi, si bagnavano nel mare, venivano issati e trasbordati sui carrelli accorsi dalla loggia, percorrendo la linea ferrata all’uopo predisposta.
I contadini lasciavano i campi ed in culo al divieto di passare il ponte della ferrovia, accorrevano, raggiungevano la loggia con i primi carrelli carchi di pesce.
Il percorso della ferrovia, sia in andata che il ritorno, per i ragazzi di San Giorgio, era un giuoco all’assalto, una fase che poteva diventare cruenta per la durezza e l’inammissibile prova di cattiveria, imbastita da quei contadini trasformati in guardiani della roba del padrone.
I ragazzi, cercavano di sottrarsi agli spintoni, pedate ed altro che i guardiani, quasi con ferocia, usavano per tenere lontani i più intraprendenti.
Il giuoco dei ragazzi, consisteva nello spingere e sedersi un attimo sul carrello, provare l’ebbrezza del vento sulla faccia, scendere e riprendere, questo per i guardiani, era inammissibile, in effetti potevano farsi male, il loro atteggiamento però, aumentava il rischio,  ed allora giù colpi da orbi, senza pietà, non gli era consentita una carezza, neanche la conta delle pinne.
La violenza dei guardiani, era animalesca, i ragazzi carichi di curiosità, con la disperazione nelle mani, sopravanzavano le minacce, il dolore, in un susseguirsi continuo, perfino in prossimità della loggia.
Lo scatolame col marchio del Santo patrono, era un prodotto prelibato ed esportato nel mondo.
L’abbondanza del pesce pescato, non arrecava alcun beneficio ai pescatori, il padrone, dopo il venduto e lo scatolame, ordinava che il resto fosse buttato nelle fosse scavate all’uopo o disperso nell’uliveto dove andavano a finire anche i resti della lavorazione.

< Marchio tonno sott’olio – Giorgio Salmeri >

I scuccinni, cioè i resti della cottura e lavorazione del pesce per metterlo sott’olio nelle scatole di latta, un misto di carne, cartilagine e pelle, un piatto succulento per i pescatori, era considerato scarto per il padrone che non conosceva passaggi oltre quelli consoni al suo lignaggio, ed i guardiani, addestrati al suo volere, canidi idrofobi ammaestrati, eseguivano con cattiveria sproporzionata.
Il carretto carico di scuccinni, era trainato e spinto a mano dai guardiani verso l’uliveto del padrone.
I ragazzi per assaggiare un pugno di quel misto succulento, fin dalla partenza dalla loggia, si mettevano in fila, pronti per l’assalto.
I guardiani, muniti di una ferocia inusitata, si scagliavano contro di loro, con qualsiasi attrezzo, colpivano in faccia, sulle spalle, sulle gambe anche se non  penetravano nel confine immaginario, anche se con la mano vuota del pasto.
Il trasgressore, doveva subire la pena, gli strumenti del potere, con determinazione ed aberrazione, afferravano il ragazzo, lo mettevano a terra, ed a colpi legno, pedate, a volte gli pisciavano in bocca, per il gusto sadico della vendetta, non lo finivano, certo gli procuravano un  trauma non indifferente, sicuramente permanente, a livello psicologico.
L’inseguimento, non  s’interrompeva, la guerra con i guardiani continuava fin sotto le fosse degli ulivi, non  poteva finire senza racimolare qualcosa.
I scuccinni,  oltre alla degustazione sul posto, andavano portati casa, la fame, in famiglia, era abbondante,e  la circolazione viziosa.
I Padroni, per il clima mite ed il silenzio del luogo, nei mesi più freddi, a volte vi trascorrevano un breve  periodo, insomma svernavano al borgo.
La riservatezza del loro linguaggio, raggiungeva cime elevate, allo scopo di non farsi comprendere da chi gli stava, saltuariamente accanto, la loro conversazione, si svolgeva sotto voce ed in una lingua diversa, normalmente in Francese.
La curiosità, è l’elemento che sviluppa ed ottimizza l’intelligenza di ogni persona, nel ragazzo è fame di sapere e nota facilmente l’insalubre comportamento degli adulti, in questo ambito di pescatori, avvicinarsi troppo ai padroni della tonnara, alle loro mille diatribe e comportamenti strani, diveniva un azzardo, se non che, qualche figlio dei lavoranti, giuocando, nella frequentazione con il nobile figliolo, imparava velocemente il linguaggio e scopriva le loro carte.
I Maggiorenti del Casato, messi a dura prova, per togliersi dall’imbarazzo, il lavorante veniva allontanato, comandato ad occuparsi d’altro, insomma espulso il padre, il problema del ragazzo impertinente, veniva eliminato

Lo stabilimento della tonnara, sinceramente assomigliava ad  una base militare, era una zona protetta, era vietato avvicinarsi e se per caso, la curiosità induceva un ragazzo a scrutarvi dentro, i guardiani diurni, intervenivano manovrando lunghi pali con in cima un cerchio metallico, di latta bucherellata, allo scopo d’intimorire, suggestionare l’incauto, che fuggiva a gambe levate.
La tonnara di San Giorgio, nel 1963, circa duecento anni dopo,  cessa di calare ed è rimessa a dimora.
Il Casato, l’ha relegata dietro le immense porte di legno dei magazzini e l’ha lasciata spegnere nel respiro lieve delle onde che da riva indietreggiano con la risacca consumando la sua storia nel mormorio gioioso dei granelli.
Il Santo Patrono, veniva portato in processione a fermare il mare in burrasca che aveva eroso la spiaggia privata della ghiaia ed avanzato oltre la strada, nel giardino di agrumi, minacciando addirittura la ferrovia.
Il Santo guerriero, raccoglieva qualche preghiera, tante imprecazioni colorite e ritornava sull’altare a sonnecchiare rischiando perfino di bruciare al fuoco delle tante candele votive messe sotto la pancia del drago, insomma esautorato del potere e con le vestigia affumicate, addirittura rese a diceria, non era più in grado di offrire alcun miracolo ai pescatori del villaggio.
La generazione che avanzava, chiedeva un domani diverso, un’aspettativa di vita più consona al progresso dei tempi, dunque spinse i genitori ad armarsi del coraggio che gli era mancato in gioventù e li costrinse ad emigrare.
La tonnara a dimora nei magazzini, nel 1973, circa dieci anni dopo, ha usufruito di un finanziamento pubblico, un grande progetto speculativo, ed i suoi beneficiari, certo appartenenti alla categoria dei lestofanti, non si fecero scrupolo, di lasciare, perfino la ciurma, senza paga.
La ciurma era raffazzonata, infarcita di qualche anziano pescatore e di molti ragazzi, fra i quali Pippo Accordino, Pietro Providenti ed altri che si soprannominarono “ I Fanatici del Bastardo, “ dal nome della barca sulla quale erano stati imbarcati, che assolto il servizio militare, disoccupati, s’imbarcarono, n attesa del treno buono per seguire la rotta dell’emigrazione.
La guida fu affidata al Rais Rosario Canduci, profugo della Libia, coadiuvato nelle vesti di sottorais  da Giovannino Salmeri detto Custuleri.
Il  Rais Rosario Canduci, insomma dal ponte di comando del Palischermo San Francesco, accompagnò la tonnara alla definitiva dismissione.
I Rampolli del Casato, in breve cedettero terre e palazzi e con il Capitale raccolto, navigarono verso mari più prosperosi.
La pesca tradizionale del tonno, non era più proficua, altri metodi di pesca erano entrati nel mare e le rotte spezzate.
La politica, indossati i vestiti dell’impresa edile, avviò la speculazione stuprando il territorio del villaggio.
Gli immobili, caduti in mano a Sedicenti imprenditori dediti alla  Speculazione, naturalmente, confidando nell’assenteismo degli Enti preposti alla tutela, che si è disinteressata dei vincoli ai quali erano sottoposti, iniziò l’opera demolitrice, sventrandoli e saccheggiandoli., insomma mise in scena la spoliazione della tonnara e del territorio del villaggio di San Giorgio.
Le barche, i palischermi, i galleggianti e le ancore, sparsi ai margini del prato e la spiaggia, abbandonati nell’incuria più totale, assistettero impotenti all’abbattimento dei magazzini nei quali erano ricoverati nei mesi che non stavano in acqua.
I turisti ed i passanti, scorgevano i relitti coperti di sabbia e di spine, e con negli occhi la misura del degrado del villaggio, continuavano nell’indifferenza il loro viaggio.
Gli abitanti di San Giorgio votati a rinnegare la storia marinara, godevano della speculazione che gli concedeva in cambio della propria casa o del terreno, qualche appartamento arredato e fornito dei nuovi ritrovati della tecnica.
Il progresso avanzava e quel che rappresentava il vecchio, la storia era un intralcio e dunque cancellato.

UN INVEROSIMILE RITORNO

Un giovane non può tenere il domani in mano,
osservarlo e non utilizzarlo, non è un giocattolo,
ha diritto di usarlo, manipolarlo e vezzeggiarlo.
La partenza non è stata facile, è stata una necessità,
per evitare di cadere preda dell’inutile diletto
La strada raccoglie cocci di bottiglie, mani armate,
facce tagliate, demoniache, sporche e delicate, la difesa
è un obbligo per la sopravvivenza, devi scendere in guerra,
anche se non sei un guerriero, devi essere pronto,
devi armarti di coraggio ed affrontare
il nemico che ti cammina di fianco.
La società dei diversi, di lupi e tamburini, atei e credenti,
di altre religioni che non hai mai studiato,
delle quali sei estraneo, ti vengono sopra, ti soffocano.
Ho vagabondato e mi sono fermato in tante località,
conosciuto gente d’onore, malfamata e senza velo.
Il rispetto è la carta di credito, ho avuto
quanto mi spettava, non sono pieghevole, neanche
un bastardo, però conosco, la strada e so scansare
e buche, aggirare le auto, i suv e le moto col casco
con a bordo la morte, ho avuto paura, ho subito ferite
ed umiliazioni, non mi sono mai arreso.
Ogni attività è conservata nel mio zainetto da passeggio,
so che ho perso per strada, un sacco di sogni, se riesco
a recuperarne qualcuno, anche malandato, è un desiderio.
Stavo in viaggio sull’autostrada, in contrada Cicero,
mi è saltata in collo, una striscia di case rosse,
allineante in faccia al mare, un bagliore mi ha penetrato
gli occhi, una saetta improvvisa ha squarciato il cielo,
un raggio d’amore mi ha aperto il petto, ha fermato
il mio piede che accelerava e mi sono accostato alla barriera
protettiva che inebetita luccicava sotto il sole.
Sono sceso, pericolosamente ho attraversato la strada,
mi sono sporto a guardare e mi sono accorto, ho intravisto
quello che un tempo è stato il mio villaggio, si era vestito
di un bel colore morbido, di un verde straordinario,
allo svincolo sono uscito, ho ritrovato la vecchia strada,
ho passeggiato, sono andato alla casa genitoriale,
la commozione mi ha tolto, l’orientamento e l’equilibrio,
sono fuggito verso la statale, nel terreno eletto a cimitero,
che ascrisse a carico dei pescatori, una condanna penale,
che li trascinò nei vari gradi di giudizio e poi amnistiati.
Ho ritrovato nei morti, la mia identità ed ho ripreso il viaggio.

IL MARE

La mano dell’uomo, sconsideratamente, ha cercato di carpire
la sua anima, violando l’abbraccio, il principio che equilibra
gli elementi che la natura accudisce, fin dalla nascita
Ho gridato, rabbiosamente ho protestato, nulla è accaduto,
qualche sorriso di passaggio, la maggioranza ha proseguito
o senza guardare, sorridendo, dicendo sottovoce, vai a casa,
e non sanno che il mare, la terra, gli elementi che ci abbracciano,
sono i nostri compagni di viaggio, i nostri amici o nemici,
secondo il nostro comportamento, il bene od il male che facciamo.
La tartaruga, indifferente segue il suo ciclo di mare e di terra,
si nutre e procrea sulla stessa spiaggia dov’è nata, altri, fuori
dal genere umano, rispettano la legge del creato, lo scopo è la vita,
anche l’uccidere è al fine di procacciarsi quanto è necessario.
L’uomo, coscientemente sperpera, offende, stupra, uccide.
Il mare non si piega, ha molta pazienza ed alla fine colpisce,
un punto di debolezza esiste in ogni perfezione, e penetra,
invade, erode e la gente dimentica del male che ha contribuito,
con il suo appoggio silenzioso, a perpetrare. grida e piange,
per la casa messa a rischio dalla tempesta di mare, non si chiede
se la proprietà che ha ottenuto, è in regola con il territorio.
Il mare non è servizio che puoi corrompere con il denaro,
è un esercizio della natura che espleta con rispetto.

LA BARCA IN SECCA
 
Il cemento ha murato la barca credendo d’aver vinto,
la lotta contro il vento, l’ha incuneata nella spiaggia deserta,
gli ha tolto il mare che la faceva navigare, pescare,
passeggiare, ed ora rivolta alla montagna, pare impazzita,
ha perso il controllo dei remi, gli strozzi si sfilacciano,
si lasciano scivolare sullo scalmo.
La barca in secca, è stata accecata, la cupidigia dell’uomo,
ha offeso la sua natura, l’ha ridotta in uno squallido disegno,
ha rotto le geometrie che contengono la sua struttura,
e l’ha abbandonata, non le cresce accanto, neanche l’erba,
ha perduto anche la parvenza dell’attesa, della speranza,
che domani, un giorno, saranno mesi, anni,
qualcuno verrà a prenderla per pescare,
la metterà in acqua e galleggerà con il vento in poppa,
e magari con una ciurma di ragazze allegre e divertenti


L’AGRITURISMO

La nomèa di cibi naturali, di una cucina casalinga,
mi ha coinvolto con fratelli, cognate e nipoti in vacanza,
a consumare una cena diversa, e siamo andati in agriturismo.
La strada per la collina era perigliosa, un tracciato senz’asfalto,
molto probabilmente aperta a seguito dell’inaugurazione
ed abbandonata all’incuria, alla buona volontà del turista.
L’ubicazione dell’Agriturismo mi turbò alquanto, il posteggio
non lasciava presagire nulla di buono, e per addomesticare
l’impressione, lanciai qualche battuta, un’allegoria
alla comitiva che avanzava alle spalle, piuttosto
che pensare una prospettiva nera, che il digiuno,
era una penitenza minima da pagare, la barriera
di legno che segnava il confine verso il mare,
fu un lieto evento, il panorama era superbo,
le isole eolie a lungo mano, Stromboli in faccia
a riscaldarci l’anima con la fiamma scoppiettante.
I piatti tipici della cucina casereccia siciliana,
preparati con prodotti freschi dell’orto, antipasti
di verdure casalinghe, pane casereccio, vino locale
e maccheroni freschi, fatti dalla nonna, ci accompagnarono
al tavolo in una danza di odori, il resto, del servizio eseguito
con delicatezza e simpatia, con sorpresa,
dall’amica Cristina, figlia di Biagione, ala insuperabile,
esuberanza personale della squadra  locale
nonchè padrino del maggiore dei fratelli, oramai irrecuperabile.
Il vecchio frantoio ristrutturato, ci accolse con pazienza,
Excusatio non petita, che ci impegnò di ritornarci a breve

        

IL MIO GRANDE AMORE
 
Il sole, le si posa sugli occhi e le accarezza le ciglia,
inaspettatamente, riflessi  variopinti, tenui fluorescenze
s’allungano e piroettano sul petto, sull’addome,
un  vento birichino, sale nel mattino, il mare, schiuma
e svolazza, apre un gazebo con giuochi d’amore.
Sorpreso resto a guardarla, non riesco ad allontanarmi,
è un bisogno viscerale, le parole mi salgono alla gola,
ballano sulle corde vocali e sanno spiegare l’evento,
rifletto un coagulo di sentimenti che mi pareva avere
dimenticato, sono spontanei, gigli di montagna, rose canine,
ho trovato, perfino margherite azzurre, farfalle con strisce leggere,
occhi che un pittore, non sarebbe stato capace di dipingere,
i volti della natura, irriverenze insostenibili, battiti incontrollabili,
e mi sciolgo, febbricitante nuoto, nel suo sorriso, sono acqua
e le scivolo sopra e la copro di mulinelli che non trovano fine
e si rivoltano, quasi a volere dissipare l’energia che li travolge,
la sabbia è una forza di sapienza e si stampa sulla pelle
e ci chiude in un mondo lunare con i grilli a cantare,
una serenata senza pari, sono rinato, non mi pare vero,
ho l’impressione di avere riportato, i miei anni indietro,
certo in ritardo, non ho vent’anni, non potrò darle quanto vorrei,
però le darò la felicità, l’amore che ho sognato,
ha tanto peregrinato, adesso è arrivato

LA SPIAGGIA

Le ferite si allargano, penetrano nella sabbia,
scaricano il male in geometrie di cemento
e si perdono nella battigia affabulando l’azzurro,
escludendo i cittadini, che da sopra la barriera,
guardano il mare che erode e gridano costernazione.
Un giorno ancora e per la bellezza manca lo spazio,
il terreno si è inaridito e volatili, animali estranei,
solcano l’aria, strisciano, camminano per terra
emettendo versi, grida allucinanti, strazianti.
L’uomo è sbarcato in un tramonto confuso con l’alba,
in una notte che non contempla più stelle, a tentoni,
cerca la strada, la casa nella quale ha traghettato,
un copioso numero di anni, inconsapevolmente
la memoria, si è frantumata, i segnali sono scarsi
e degradati, molti divenuti, addirittura irrecuperabili.
Una masnada di Farabutti, ha circuito gli uomini, spogliati
i consulenti di quel prezioso titolo, conquistato con dignità,
sacrificio ed intelligenza, con la promessa reiterata
di una cospicua remunerazione, di un appannaggio
in banca che decora la famiglia.
La Giustizia è farraginosa, impossibile a raggiungerla,
e la natura muore nella solitudine della sua bellezza.

LA TESTA DI SALE

La faccia incredula, la bocca schiumante di rabbia,
misurano la spiaggia sconvolta, erosa dal mare.
La tempesta, risolve a suo modo, gli errori causati,
la mancanza di rispetto, inasprisce la natura,  i danni
sono il conto, che l’uomo deve pagare, e non c’è saldo.
Gli occhi smarriti, mostrano sconcerto, mettere sotto,
la ragione umana, è un delitto, la paura è un’estorsione,
eppure si continua lo spergiuro, non c’è ravvedimento,
e la ribellione è l’unica risposta alla violenza subita.
Hanno abusato del potere,  costruito oltre la linea tracciata,
dove gli antichi abitanti avevano disegnato la strada
oltre la quale non si poteva andare ed ora gridano al mare.
Il male che stanno subendo è causato dal non discernimento,
hanno creduto di potere fare quel che volevano,
la risposta è arrivata, e continuano a tenere la testa nel sale,
però i vermi, hanno preso una caratteristica e conformazione
inusitata, e mangiano, divorano, ingurgitano qualsiasi elemento.
L’uomo, anche il più buono, è preda del denaro, soggiace al male,
e non esiste proprio nulla, che riesca a metterlo in salvo.

LA SOLITUDINE DELLA VERITA’
La moto di grossa cilindrata, era splendente nella luce del giorno ed anche la notte sotto la luna, somigliava ad un gioiello incastonato nella roccia. Il giovane a cavallo, rappresentava il simbolo della virilità e le ragazze, anche qualche ragazzo, a dire la verità, l’osservavano con molto interesse, esaminavano perfino  i dettagli, terminata la disamina, soddisfatti, con un cenno della mano salutavano ed andavano via.
Il giovane, impassibile, non muoveva un ciglio e lasciava fare, imperturbabile non li degnava di uno sguardo che a considerarlo una statua di bronzo, non era sbagliato.
I suoi occhi, sinceramente, erano rivolti a lei, teneva lo sguardo perso nello spazio ed i passanti gli erano indifferenti, insomma era occupato a guardare oltre la strada,  aspettava lei, colà dove tutto ebbe fine.
Il sole, la pioggia, il buio non gli mettevano alcuna paura, imperterrito, restava a cavallo della sua moto.
La gelosia, è un serpente velenoso che scivola lentamente nell’anima, e senza un attimo di tregua, rumina la bile, impasta un elemento  incorruttibile, pernicioso all’ennesima potenza ed in nano secondo, secerne la sua sostanza e senza scampo, porta a termine il misfatto.
Il proprietario, le figlie, i figli ed i lavoratori del Bar – tavola calda, con apertura sulla strada principale e su quella laterale, ove stava  posteggiata la moto con il giovane, gli portavano un gelato, una brioscia, una granita, un panino imbottito di mortadella,  gli piaceva talmente tanto che rimaneva per settimane ed anche mesi a non mangiare altro, era impressionante la lentezza con la quale lo consumava, lo gustava fino all’ultimo, alla più minuta briciola, una birra, una porzione di pasta al forno, a volte, se la clientela era scarsa e lasciava loro un po’ di tempo libero, addirittura lo imboccavano, gli pulivano le labbra con delicatezza e gli davano da bere, insomma lo trattavano al pari di un figlio piccolo da allevare, e quando il tempo non era clemente, lo coprivano con un cappotto, un impermeabile a preservarlo dalle intemperie, oramai apparteneva al luogo, era divenuto un simbolo della strada e nessuno poteva permettersi di dargli fastidio.
Il giovane,  sinceramente non rifiutava, accettava qualsiasi cibarie gli fosse offerta, non accusava alcun problema di digestione, neanche un dolorino, un passaggio d’aria e le colombe che stazionavano nei paraggi, svolazzavano nella piazza del Tribunale, in orari ben precisi, spesso e volentieri qualcuna arrivava prima, c’è sempre qualche trasgreditrice, non mancano mai, anticipava le altre e mangiava dove voleva e quello che voleva,  in sostanza si autonominava assaggiatrice, sceglieva quello che voleva, comunque  la maggioranza,  si presentavano, s’inchinavano a salutare, rispettavano le regole, davano l’impressione che fossero impiegati dello stato, istituzionalmente parlando, precisi, si accoccolavano intorno e con educazione e buon temperamento, si mettevano a mangiare, bere in sua compagnia e secondo le esigenze, ognuna si recava nell’aiuola di un albero, in un angolo e si liberava, faceva i bisogni, le altre, diciamo le furbe, facevano i propri comodi senza rispettare i principi più elementari della decenza, anziché recarsi  in bagno, in un luogo appartato,  rispettare l’apertura o, la chiusura serale del locale, lasciavano i loro escrementi dove capitava, a terra, sulle macchine e perfino sulle persone in transito, aizzando l’ira di alcuni, causando nocumento al giovane, mettendo a repentaglio la sua integrità, la dignità, è risaputo le colpe degli altri, alla fine, ricadono sempre su di un capro espiatorio, chi è al di fuori, sul più educato, buono e senza protezione.
I vigili Urbani, la polizia, i Carabinieri, sicuramente aizzati da qualche sfaccendato che conosce a menadito, l’arte di passare  i giorni a fare male alle persone,  a chiunque non gli fosse simpatico o non eseguisse i suoi intendimenti, insomma abituati a vivere nel fango, dimostravano la loro abilità,  a  rimestare le acque ed intorbidirle, trascorrevano  il tempo a mettere in difficoltà  la brave gente, gli ingenui, coloro che non riescono a scorgere, neanche con la lente d’ingrandimento, il male che come un’onda gigantesca, s’alza a sporcare  anche gli alberi.
Gente che non coltiva altri interessi, che pensa a tirare la carretta per racimolare qualcosa da mettere nella pentola, aiutare la propria famiglia a campare, all’incontrario di questi servitori dello Stato, che muniti di tanta abnegazione, di un tale e  forte impegno, a raccogliere, gonfiare, notizie a sfavore del giovane, tanto grandi  da oscurare perfino un esercito di uomini, e ci mettono pure una montagna di zelo, che nello svolgere il proprio dovere, non ci pensano per nulla,  insomma si erano dati talmente tanto da fare per accontentare il mandante dell’incarico, che  avevano creato una montagna di prove inverosimili, insulsaggini di ogni genere, al solo scopo di  creargli danno.
Il giovane, era stato dipinto, alla stregua di un vagabondo scapestrato, di un sovversivo, un delinquente,  un satrapo che stuzzicava e raggirava le persone, soprattutto le ragazze, per  loschi intenti, per fini inconfessabili.
Il Giudice ascoltata confidenzialmente qualche ragazza, una, due, tre colombe dell’ultima fila, un passante, aveva dato seguito alle lamentele ed aveva comandato alle forze dell’ordine che avevano raccolto le prove, a rimuoverlo con una comune motivazione, per esempio, inquinamento, occupazione abusiva di suolo pubblico.
La resistenza a favore della verità però, era stata incorruttibile, soprattutto da parte delle donne, le ragazze, figlie del proprietario del Bar, non si erano date per vinte, non andavano neanche a casa a riposare e l’avevano costretti, possiamo dire, a furore di popolo,  a ritirarsi nelle rispettive caserme, a mani vuote.
Il giovane a cavallo della moto, un giorno dopo l’altro, era entrato nel cuore della gente e toglierlo significava un sacrilegio, un volgare  e vile attacco,  alla comunità.
Il Signore del sottogoverno, dominatore in incognito, della città, il burattinaio di uomini e donne dello stato, custode di circoli di nobili casati, restauratore di leggi e regolamenti, di principi e di luoghi, si prese in collo, l’incarico di fare pulizia di quell’angolo, non sopportava che il giovane assiso sulla moto, occupasse la strada, soprattutto non ascoltasse  e non  sloggiasse, dichiarato  monumento, ignorava il suo potere, degradava sostanzialmente  il suo stato, un’offesa, una mancanza di rispetto che non aveva riscontri nel suo libro Mastro, dunque concluse che andava  eliminato, il sistema di pulizia, preparato meticolosamente, entrò in azione.
Lo strumento  escogitato,  una scimmietta, forse un incrocio con un gatto, insomma un animale, un vettore agghindato in modo piuttosto strano, vestito in parte di peli, di squame ed anche di un elemento piezoelettrico, elementi che ho ricavato con una ricognizione ravvicinata con un Drone giocattolo con il quale mi diverto ad indagare forme strane, sconosciute, e che in seguito, informandomi  presso i maggiori centri universitari e di ricerca, dalle notizie  raccolte, ho dedotto che sia stato ricavato, prodotto per mezzo di un gene estratto da un residuo di animale estinto, si presume approssimativamente, orientativamente appartenente, per dargli un genere altrimenti non catalogabile, vicino  alla famiglia dei  Pespi, di provenienza Vattala, di Pescarea, distaccatasi in era Bico, scoperto in una goccia di stalattite,  in una grotta delle montagne di Atosi, evidentemente rigenerato, manipolato, elaborato e specializzato, a scopi malefici, naturalmente in incognito e magari con finanziamenti pubblici, da un gruppo di scienziati asserviti al Signore occulto.
La mia curiosità, non ha avuto l’abilità di indagare oltre, comunque gli studi effettuati, mi risulta che in data odierna, non sono in grado di fornirci altre informazioni, la cifra che è venuta fuori dalle  ricerche personali, dunque si ferma qui e non risulta qualificabile, verosimilmente, è armato di sacche sotto gli occhi, punteruoli e lamette nelle mani o zampe che siano.
Uno o tre giorni, una settimana fa,  con indifferenza e saccenteria, è  sceso, non ci è dato sapere la provenienza del laboratorio, da dove sia venuto,  insomma si è catapultato, direttamente sul giovane, con l’accensione dei lampioni che con la loro luce, fioca, lenta che a fatica veniva fuori, cominciavano in modo  artificiale a sostituire quella  del sole, da uno dei vecchi beanjamin che ornano la piazza e s’allungano ai margini della strada che veicola verso il centro della città, e si installò, graziosamente si è allocato, sulla spalla sinistra che percependo, sentendo l’appiccicarsi dello strano essere, subito tentò una reazione, sedata all’istante,  indotto, con l’insufflazione di qualche sostanza,  all’uopo creata, forse forzosamente,  certo non volontariamente,  senza muovere  neanche un muscolo, accolse l’animale.
Il giovane,  io penso, con molta probabilità,  sia  stato predisposto, nei giorni precedenti, a rendere particolarmente favorevoli la discesa del mostro e la permanenza, dunque data la situazione, lo strano essere, si era insediato autorevolmente ed amorevolmente, con l’intento di  portare a termine il progetto per il quale era stato comandato, diciamo che con l’aiuto delle sue prerogative battesimali,  approntate ed affilate le sue qualità, aveva preso possesso del posto, aveva tentato di scacciare perfino le colombe, le più vicine e petulanti, che comunque s’allontanavano di qualche metro,  ritornavano  e riprendevano il loro piatto, l’avevano sempre vinta, insomma non era riuscito a restare l’unico inquilino del luogo.
Il giovane, forse, anzi sicuramente,  per bontà e noia, non aveva voluto inscenare una lite ed aveva fatto intendere di non essersi accorto di quell’animale,  gatto, scimmia o che altro fosse,  o meglio, per farla breve,  gli aveva opposto alcuna resistenza, non gli aveva mostrato alcun interesse.
L’animale, mascherato, di gatto, scimmia o di altro,  però,  gli si era insediato sulla spalla, con uno scopo malvagio, non certo per amicizia,  il progetto di cui era portatore, non sarò sicuramente un veggente, però penso che in seguito, sarà appurato,  mirava a minare la sua stabilità.
Lo strano animale mascherato,  in verità era tenutario, di un virus, di una pestilenza, aveva il compito di distruggere, cancellare, fare sparire da quel luogo, il simbolo di un efferato delitto ed un pomeriggio, senza fretta, scatenandosi la sera, approfittando della discesa del buio, circuendo la luce artificiale dei lampioni e delle insegne dei negozi, dei locali alla moda, della movida, perfino quelle del tribunale perennemente accese, inavvertitamente o consapevolmente, ha secreto, dalle borse sotto gli occhi,  fece capolino, emise perfino  dalle orbite, una sostanza maleodorante, corrosiva che si spargeva a salice piangente, per forza di gravità,  a fiotti, fuori, alleggerendo le sopraciglia che venivano intaccate dal flusso, lentamente, scivolò sul corpo del giovane, infettandolo e non soddisfatto arrischiò pure, un salto sulla moto, con l’intento di tastare le viti, la cromatura, insomma il terreno di conquista.
Il mostro, con leggerezza e maestria, spargeva il virus con beata profusione, regalando alle superfici che toccava,  l’aspetto di un tappeto rosso per una sfilata di modelle discinte, sfiorando il collo del giovane, gli aveva infettato il petto e si era diffuso a macchia di leopardo, sulle cosce, ginocchia ed  il piede sinistro, mettendo in pericolo la stabilità, quasi erodendo perfino la sella della moto.
Una ferita, una piaga, forse era riuscito nell’intento, probabilmente ha lesionato  il serbatoio della benzina, il danno non era  visibile,  sinceramente la spaccatura, non era ancora molto ampia,  però l’erosione presentava il suo afflato, l’odore malsano si era tanto accentuato,  che  a seconda della direzione del vento, saliva, cominciava a diffondersi, espandersi, ad inondare  l’aria intorno e chissà fin dove, un  fortissimo odore, quasi un lezzo che irritava le nari degli avventori che si fermavano a chiacchierare sul marciapiede o solamente aspettando di entrare nel locale.
I giorni erano divenuti irascibili, a momenti, addirittura tempestosi, insomma avevano preso un andazzo molto preoccupato, nessuno riusciva a capire da dove provenisse quel cattivo odore, una  puzza  sempre più nauseabonda e scoraggiati tentavano di aggirare il locale, la base ove credevano nascesse  la scienza del male e pensarono che fosse necessario, un intervento delle autorità preposte alla tutela della salute pubblica della cittadinanza.
Le carte che l’amministrazione chiese loro, riempivano,  bisticciando, una borsa ventiquattro, trentasei ore, la burocrazia dimostrò gli artigli, affilati all’inverosimile, tanto che  Giorgio Musicò, studente, matricola Universitaria,  iscritto in legge, s’imbrigliò talmente, che cadde preda di se stesso, s’affocò nelle note,  irrimediabilmente, e gli amici, vedendolo in grande difficoltà, percependo, non credendo fosse entrato in meandri impraticabili, al punto, di non riuscire a venirne fuori, cercarono,a voce,  di aiutarlo, di dargli una, due mani ed anche di più, perdendoci anche loro, in modo odioso, l’equilibrio mentale, dunque non accadde nulla, tutto rimase come doveva stare, in beata pace.
La frequenza delle persone, era diminuita di molto, la  gente non entrava più nel locale procurando alla proprietà ed ai dipendenti anche se quasi tutti parenti, un danno immenso, il rischio di licenziamenti si faceva sempre più reale, perfino i colombi stavano alla larga, anche se di piattini con cibarie che incorniciavano il luogo, sembrava ce ne fossero  sempre abbastanza,  anche se lo spazio intorno alla motocicletta,  era stato reso, piuttosto pulito, alquanto  libero. 
La figlia più grande del Padrone del Bar, Nicoletta,  ad ogni modo, gli era rimasta fedele, era l’unica che quotidianamente l’accudiva, lo lavava e gli portasse, qualcosa da mangiare, sopportando con spirito sacrificale, lo stato vomitevole nel quale il giovane, sicuramente inconsapevolmente, conviveva.
Il padre cercava d’impedirglielo, sinceramente quel ragazzo, gli era diventato un peso, la clientela continuava a mancare, rischiava che l’attività, dopo tanti anni di ristrettezze, di economia misurata, di stenti,  andasse a rotoli, insomma il giovane a cavallo della moto, non era più ben visto, aveva perso il suo fascino, doveva essere rimosso, quel luogo era divenuto impraticabile, la sacralità della quale era stato ammantato, sembrava dissolta.
La ragazza, Nicoletta, oramai si era fatta bella, il suo corpo aveva assunto delle splendide forme, una femminilità delicata, molto attraente, molti ragazzi entravano per un bicchiere d’acqua, un caffè, un pasticcino, un panino, una scacciata, un panzerotto, in fondo però, con l’intento di  incontrare, parlare con lei, ed adesso, sembrava si fossero eclissati.
Una settimana fa, Nicoletta, in una splendida forma, aveva festeggiato il diciottesimo compleanno, cercando con una poderosa apertura circolare dello scialle che le copriva le spalle preservandola dall’umidità della serata,  imitando un rapace che si lancia a colpire la preda, di fare un atto eclatante, cioè decise che il giorno dopo, la prima cosa che avrebbe svolto, sarebbe stata quella di recarsi alla vicina caserma dei Carabinieri e denunciare l’assassino del giovane.
Lo scialle, ritornando indietro dalla sventagliata, ricomponendosi sul petto e sulle spalle, si rese conto che non era facile riportare indietro il tempo.  L’apertura e la giravolta dello scialle che dal davanti in un mulinello riapriva  la battaglia,  era  impossibile,  la ragione del padre non poteva essere elusa e la verità sarebbe rimasta a mezz’aria.
La memoria di quel tragico giorno, non la lasciava, anzi l’attorcigliava al giovane ed a quella moto, non le consentiva di distrarsi, il calvario della verità si era dispiegato negli anni, aveva cercato una causa buona, addirittura di entrare in convento, farsi suora per espiare la colpa che sentiva pesarle man mano che cresceva. La sofferenza, di non avere vinto la ragione di suo padre, le teneva  nel petto il dolore della verità.
Il giorno del misfatto, la torturava, accucciata nella vetrinetta, aveva visto la morte che aveva colpito violentemente il giovane, dileguandosi al di là dell’angolo,  lasciandola con negli occhi una  faccia apparentemente invisibile, che lei però avrebbe riconosciuto anche nel buio di una notte di tempesta.
La bambina, aveva appena sette  anni,  Nicoletta era molto giudiziosa, seria, posata e dimostrava più anni di quelli che aveva, amava lo studio e da un paio di cicli, frequentava la scuola dell’obbligo, il pulmino che la prendeva e la riportava, anziché lasciarla a casa, in balìa di se stessa, che la famiglia stava a lavorare, l’accompagnava direttamente  al Bar dove  c’erano i genitori, una sorella più grande, e dove confluivano, un altro fratello, lo zio ed il cugino.
La ragazzina, aveva preso l’abitudine a fare i compiti, seduta in un angolo della vetrinetta dove il padre ai piani superiori vi collocava in esposizione, bottiglie  di spumante, liquori,  e  vini che avevano maturato, anche dieci e forse più anni e che saltuariamente, offriva a qualche amico di stretta osservanza politica e che del quale andava fiero per le sue battaglie che in sostanza risultavano utili a  tutti,  o per festeggiare un avvenimento importante.
Il quaderno sulle ginocchia, si lambiccava a trovare la parola da scrivere, nello sguardo immerso nel vuoto, con la luce che cominciava ad allontanarsi dalla strada, alleandosi a quella artificiale, la scena dell’assassinio le inondò gli occhi e riconobbe un frequentatore abituale del locale di suo padre, un amico del giovane, lo spietato esecutore.
La confusione che seguì non le cambiò nulla di quel che il giovane aveva subito e soprattutto la faccia dell’autore materiale. 
La Verità,  è una parola magica, infiamma i cuori dei giovani  ed anche di qualche altro che non sa stare tranquillo, ritenuto e soprannominato, folle, pazzo, che lancia in resta, scendono in campo, a mani nude, con l’impegno di portarla a casa e bearsi di essa,  di fare giustizia, certo è un’impresa, una dura battaglia, perché seppure osannata, non piace a nessuno, ci sono forze diverse, comprese quelle istituzionali, che per impedire di arrivarci, fanno a gara a depistare, a nascondere, a mettere sulla strada una miriade di ostacoli, programmano perfino stragi, ne portiamo tante sulle spalle e quando magari la polizia giudiziaria, la Magistratura, riesce a leggere e scoprire nelle carte, qualcosa e si arriva a sentenza, la pena è talmente diluita che sembra non sia successo che un minuscolo incidente, la morte accidentale, di una mosca, di un insetto dispettoso.
Il tempo, ha il potere di cancellare anche le carte scritte, l’emozione, la paura del momento è sfumata, e l’orrore delle persone colpite nell’anima, il peso del dolore, è dimenticato.
La ragazzina vittima dell’età, terrorizzata cercò di capire, spinta dal’innato senso di giustizia, rimuginò l’accaduto nel tentativo di metabolizzarlo e di parlare, di dire che aveva visto, che il giovane in moto, non era morto per mano ignota, lei conosceva l’assassino.
Il padre, non volle sentire ragioni, la mise a tacere con uno scappellotto, minacciò di tagliarle la lingua, era una bambina e nessuno l’avrebbe potuta prendere in considerazione, le avrebbe potuto credere.
Il padre, era una persona esperta, molto in vista nel partito e nella città, conosceva il mondo nel quale navigava,  la città si presentava vestita di bianco dietro la vara, spingendo la Santa per le strade della città, in segreto però, imbastiva invidia, vendetta, male  a palate, seppellendo la giustizia, il bene, sotto autotreni di sabbia brecciosa,  con scaglie di pietre, e le forze dell’ordine, almeno una parte sostanziale, sono piuttosto tarde, forse per volontà costituita, per connivenza od altro, nel comprendere gli avvenimenti, specie se raccontate con il giudizio di una bambina di scuola elementare, non perché siano stupidi, è la conduzione degli avvenimenti quotidiani che li forgia, costringendoli inconsapevolmente a perdere la misura che livella, equilibra la società.
Le prove, sono l’unico aggancio ai fatti, insomma sono quello che conta,  ed accettare la parola di una bambina di sei anni,  diciamo pure, le sue fantasie,  è ingenuo, un Giudice, di qualsiasi estrazione,  non approverebbe, certo se è fazioso, in tre, quattro giorni, al massimo una settimana, dà credito, scopre un capro espiatorio e la situazione si trasforma in un incendio, e se un agente si permette di contraddirlo, di dire qualche parola sopra le righe, è facile che gli stronchi la carriera, certo è un modo di dire, diciamo che non va accolto alla lettera, capita spesso però, che l’agente, il Funzionario sia  in simbiosi con il giudice, l’esperienza plagia il più debole e l’uno o l’altro,  segue la linea di condotta, a seconda degli umori e dell’umiltà, non senza tralasciare il clima familiare, che è un fattore interdipendente, crea o meno lucidità di pensiero.
A tale proposito, mi viene in mente un episodio,  parte di una collezione di misfatti e che a molti, fin dall’inizio parve un incidente,  quasi domestico, di quelli occasionali, diciamo non catalogabili.
Il solito manovratore, chiamiamolo nulla facente, sbriga faccende, un invalido civile che il sistema sforna, quasi direi, con estrema facilità, e con un cospicuo appannaggio mensile oltre ad una liquidazione stratosferica che un uomo normale non può permettersi neanche di sognare, il mattino faceva l’impiegato di comodo in una stanzetta arredata spartanamente, appena un passo il portone d’ingresso dell’INPS, che sembrava il gabbiotto del portiere,  prendendo in carico numeri e pratiche, a mezzogiorno, abbassava la saracinesca di plastica sulla vetrata dell’accettazione, serrava a doppia mandata, la porta e nel silenzio del piccolo vano,  s’ingegnava a programmare il lavoro del pomeriggio, a volte non gli bastava  e circuiva la sera fino a  tardi ed a volte,  proseguiva fino alle prime ore del mattino successivo, tanto che  andare a letto diventava uno spreco, non serviva e rimaneva sul posto, direttamente nella stanzetta che a vederla, è facile dichiararla in uso dell’INPS.
Il tempo lo riteneva un fratello gemello e non riusciva a lasciarlo senza un’occupazione, i tanti amici e clienti, lo aspettavano fiduciosi che le pratiche affidategli, venissero, nel più breve tempo possibile, nell’interesse di entrambi, portate a termine, chiuse e liquidate.
L’agenda che teneva legata con lacci, elastici ben rinforzati, sulle spalle sotto la camicia, il maglione, la giacca, a fargli una gobbetta speciosa, era fitta di nomi, di personalità, di figli, nuore, generi e parenti, alti prelati, insomma di un nutrito numero  di Medici, Dottori, Professori di ogni specializzazione con rispettivi numeri di protocollo e localizzazione, non escludendo l’attività che correva parallela e che era interdipendente a questa, lo scopo finale, il terminale.
L’inizio della sua carriera secondaria, che in sostanza risultava la  primaria, cominciò con un cabina metallica, forse dimenticata,comunque non rimossa.
La ditta che aveva eseguito i lavori della discoteca, che aveva assolto all’appalto quasi per intero, salvo qualche rifinitura interna, molto probabilmente sistemata in nero,  indagata per Mafia si è sfilata , riciclandosi in altre attività che  insistono sul mercato sotto altra dicitura, anagrammi, nomignoli  ingegnosi, e che ai più non  è dato sapere.
Zio Vincenzo, chiamarlo diversamente, ai più non sembrò fargli onore, sia per il portamento, il viso, la voce,  diciamo la maturità, anche se ancora abbastanza giovane, insomma gli risultò appropriato, svolgeva alla luce del sole, l’attività di sbriga faccende, e mirava ad espandersi, a diversificare, venuto a conoscenza della disponibilità dell’immobile, inizialmente, forse prendendola  in custodia, entrò tacitamente,  concretamente, nelle sue disponibilità, l’arredò deliziosamente  adibendola apparentemente,  a luogo ludico, a giuocare a carte, bere una birra, consumare un pasto cotto sul braciere allocato sull’arenile sul quale insisteva graziosamente, imbastendo un sistema per  incontri particolari.
L’albero di pino, che stava quasi sull’entrata, gli riparava la luce della discoteca, era un osservatorio fantastico,  diciamo la  spalla del buio sul mare, ed i ragazzi che vanno nel locale a divertirsi, attratti dalla sua interpretazione dell’esistenza, con noncuranza,  transitando si soffermavano per un attimo, ad ammirare la sua mercanzia,  proprio in incognito, senza che se ne  accorgesse alcuno.
Una sera di queste, piuttosto avanzata, distraendosi un attimo sulle luci che si erano posate in lontananza, diciamo  per portare avanti un discorso di politica sociale, casualmente gli toccò di assistere,  al suicidio in  spiaggia, proprio sotto i suoi piedi, di un pesce rondinella, un volo, un salto che lo condusse, non proprio precipitosamente, a quell’animale mascherato di  gatto, scimmia o quel che fosse, che aveva comandato a distruggere il bar- tavola calda che per distinguersi dagli altri, e fare intendere che appartenesse  al popolo, alla comunità, non portava un nome, insomma di proprietà di quel simpatico comunista di nome Anselmo Buffa.
L’occasione gli fu propizia, proprio allora stava transitando, Alberto con l’amico Gioacchino, Adelina era impegnata altrove, e pensò  di mettere alla prova,  il nuovo aggregato.
L’amico di Alberto, si era invaghito di Gemma, una ragazzina del giro di Adelina e da  un certo periodo, forse alcuni mesi,  la pedinava, credendo di non essere visto, facendo intendere di volere creare del fumo nero per far sospettare ad un atto intimidatorio, era un ex artificiere dell’esercito e dunque esperto nel ramo.
Il suo sguardo malizioso, l’occhio atteggiato a miope, gli aveva fatto nascere, un pensiero torbido e zio Vincenzo, .che aveva un occhio tanto lungo da sembrare un cannocchiale, pose Alberto in all’erta.
Gioacchino, è un amico, un ragazzo di famiglia onesta, disse Alberto a zio Vincenzo, vicino di casa, di recente in una pessima situazione, in cattive condizioni economiche, il padre è  stato licenziato,l’anziana genitrice della  madre, era venuta a mancare, lui, appena congedato, aveva cercato di arruolarsi, l’occhio pigro, un leggero claudicare, aveva indotto l’arma a scartarlo, ritrovandosi  disoccupato, cercava lavoro, la simpatia verso Gemma, lo metteva in imbarazzo, glielo aveva, scherzando, fatto intendere, non proprio in modo esplicito, comunque  parlando per una possibilità,  un impegno lavorativo, di prenderlo nella comunità,  di introdurlo nella cerchia degli amici di  zio Vincenzo, gli aveva chiesto notizie, fatto balenare l’idea, di un approccio con lei.
Alberto, pur conoscendo bene  l’amico Gioacchino, la sua dedizione e bisogno, non aveva il coraggio di rispondergli se non ci fosse stato l’assenso di zio Vincenzo, il lavoro che si svolgeva nella comunità, non poteva considerarsi uguale agli altri, usava metodi diversi e speculari e dunque necessitava in particolare, di silenzio e fedeltà senza alcun tentennamento, oltre una specializzazione, di qualità specifiche.
Gli espose l’esempio della cuginetta con la quale conviveva e l’accompagnava, un fiore sul quale le api si fermavano a raccogliere il nettare che zio Vincenzo trasformava  in un cospicuo conto  in banca.
La sua partecipazione comunitaria, consisteva nel disbrigo di faccende, di guardia spalle o di altro,  che lo zio Vincenzo avesse ritenuto di affidargli, senza escludere di raccogliere ed introdurre nel circolo ricreativo, personaggi di rispetto, ragazzi e ragazze, con cospicua disponibilità di denaro, la possibilità, all’occorrenza, di svolgere attività sottotraccia, altre incombenze operative.
Lo zio Vincenzo, dunque comandò ad Alberto di addestrare Gioacchino nel compito increscioso di eliminare il Gatto, scimmia od altro animale mascherato  che fosse e sloggiare il giovane in moto, dal bar –tavola calda di Anselmo Buffa, usando molta precauzione, evitando danni collaterali, e se casualmente,  Nicoletta, la figlia di Anselmo Buffa, fosse nel locale o si trovasse a transitare in zona, o se successivamente le capitasse a portata di mano, con molta precauzione, senza forzarla, di provvedere a dirottarla alla villa, un famoso esponente politico intendeva  parlarle, conversare, scambiare  qualche pensiero.
I Funzionari del Tribunale,  erano sul piede di guerra, il lezzo gli entrava dalle finestre ed oramai aveva invaso, occupato il palazzaccio, i dipendenti erano in subbuglio, si rifiutavano di lavorare e loro non erano  Santi.
Uno o due giorni dopo, il tempo di prendere le misure, dosare la polvere necessaria per circuire l’evento, verso le quattro del mattino, il tombino sopra il quale stazionava la moto con il giovane, con uno scoppio controllato, seguito da una gran nuvola di fumo, l’angolo del bar-tavola calda di Anselmo buffa, fu ripulito,  anche della strana specie di animale.
La cabina e l’albero di pino, sovraintendevano allegramente, al  traffico che si svolgeva con regolarità nei pressi della discoteca, la mano, s’attivava velocemente ed il vestitino volteggiava fino a che non le scendesse fin quasi sulle ginocchia,  in faccia al buio del mare, al suono della musica in voga.
La ragazzina, in punta della  borsetta penzolante ad una lunga catenina dalla spalla sinistra a segnarle il seno,  affascinata si lasciava avvicinare e con maestria, infilava la partita, una banconota, una bustina.
Il ragazzo, l’avventore, uscendo dal buio mostrava soddisfazione e  sicuramente con consapevolezza, ritornava con un amico, anche un’amica.
Una sera, Alberto, presentò  Gemma all’amico Gioacchino, che sorpreso, emozionato, gongolante di gioia, forse incuriosito, stuzzicato dalla possibilità di  fare parte di un sistema più remunerativo, un guadagno, diciamo facile, fu accolto ufficialmente nella comunità,  e giocosamente vi prese parte.
Un copioso numero di ragazze e ragazzi, circondavano Alberto e procuravano a Gioacchino, un gran benessere.
L’amica, ne portava un’altra, l’amico, un altro, l’esaltazione e l’effervescenza, entrava nel cuore e nella mente e la realtà si perdeva, altri valori si nascevano e tutti si nascondevano sulla spiaggia, insomma la comunità, oramai si era talmente allargata che aveva bisogno di nuovi confini e ben presto zio Vincenzo, dovette aprire un alloggio più capiente, conferire la procura a quel nipote che tanto amava ed al quale era destinata ogni attività, munendola con servizi raffinati.
La vecchia cabina,  non la lasciava, comunque che restava la base, un’affettuosa  copertura, ed ecco che  colà, sulla spiaggia sottostante, all’ombra dei massi di cemento, messi in acqua a formare una scogliera frangionde, semi coperti dalla sabbia, ormai rimasta sola e senza alcuna incombenza, forse per alleviare il dolore,  forse in un tentativo di affogare la conoscenza del misfatto, Nicoletta, aveva accettato di andare al mare e quella mattina,  nuotava allegramente con il fratello, la sorella ed un amico che  Gioacchino riconobbe, lo  conosceva e  gli affiorò nella mente, la raccomandazione di Zio Vincenzo, .
La villa, un antico agglomerato patrizio con  un parco immenso, con l’insegna di alcuni pini enormi, qualcuno e forse un altro, due, sicuramente ultra centenari,  svettavano sulla collina quali alberi di  una vela,  posteggiata in un golfo fantastico, e facilmente raggiungibile.
Zio Vincenzo, più che un uomo era un serpente, scivolava ed entrava ovunque sentisse l’odore, annusasse, un guadagno, la politica e le professioni, gli facevano da tappeto ed era seguito con cupidigia e paura.
Il sodalizio, ben presto divenne potente, ed i soci si facevano sempre più baldanzosi, la cuginetta di Alberto, pur seguendolo con abnegazione e fedeltà,  partecipando ai suoi giochetti con voluttà, esaudendo  ogni suo desiderio,adesso che s’era invaghita del Professore Carlo Logano, un esimio insegnante di latino e greco, sposato e senza figli, con l’età  non  ancora scaduta, gli chiese il conto, cioè di prendere il  frutto che desiderava.
L’occasione per  la premiazione del vincitore della gara di nuoto sul miglio, per il ritardo accumulatosi per la corrente avversa, propiziò l’avvenimento al quale la ragazza, si era votata e legata con le mani e con i piedi .
 La ragazzina, Adelina, allieva del professore, diciamo sbadatamente, l’aveva tastato,  più di una volta, aveva sentito la muscolosa  reazione e si era convinta che se avesse voluto, l’avrebbe preso all’amo, con estrema facilità.
Il cugino Alberto, conosceva le qualità e la ferrea volontà di Adelina, a raggiungere quanto si prefissava, certo si sbizzarrivano sulla rete  dei salti, avvinghiati in lanci estremi, sul tappeto giapponese a combattere fino all’ultimo respiro, insomma con una vogliosa, imperiosa sollecitudine, cavalcava l’onda infilandosi in ogni ricciolo, la conteneva anche se le mani, a volte non gli bastavano, un  grande coinvolgimento, avrebbe  preferito non consegnarla a nessuno, però i soldi hanno un profumo speciale ed allora la lasciava andare con un sorrisetto malinconico.
Il professore Logano, parcheggiata l’auto all’ombra dei pini che facevano da contorno alla palazzina, ospite del  B & B dei fratelli Togari, stabilmente allocati nell’Agenda di Zio Vincenzo, altrimenti sarebbero morti da tempo, abbassarono le serrande, schiusero il portone d’ingresso, abbassarono le tendine delle finestre adiacenti e si allontanarono silenziosamente appena Alberto, seguito da Adelina, scese dall’auto e dalla strada, s’introdusse nella casa vacanze..
Il Professore, graziosamente sorpreso, accolse Adelina nella sua bustina protettiva, i dolcini al pistacchio, erano una meraviglia, la voce del mare arrivava  attutita.
Il palco per la premiazione,  smontato, rimesso sul camion, raggiunse la sua destinazione e dimenticato, comunque anche se l’estate aveva lasciato il posto alle altre stagioni, il B&B,  fu reputato un complice del ritardo prolungato, l’annuncio dello stato di gravidanza di Adelina, fu inevitabile e circuì Carlo Logano che entrato in paranoia, accettò qualsiasi accomodamento con lo Zio Vincenzo. 
 Il diavolo, magari senza accorgersene, ci aveva messo le corna, si dicevano, speravano,  si erano convinti che non potesse accadere, che le precauzioni, i loro affanni, non erano serviti a nulla,  i giorni furono messi a soqquadro.
La comunità di zio Vincenzo, non poteva soffrire il danno, in silenzio, ad ogni modo bisognava condurlo  in una prospettiva di un buon guadagno, e con giudizio  disfarsi dell’involucro , era indispensabile e  che ognuno svolgesse i compiti che zio Vincenzo, erudito ed esperto uomo d’affari, avesse  assegnato loro, con precisione e senza paura.
L’amico Gioacchino, ascoltando a mozzichi, il progetto imbastito dallo zio Vincenzo, cercò di saperne di più, non ebbe il coraggio di parlarne a nessuno, Alberto, gli avrebbe tirato in faccia, una turbolenta risata e magari minacciato, conosceva la sua ilarità, litigiosità, virulenza..
Gioacchino, turbato, in contraddizione con se stesso, una domenica, passeggiando per il viale nei pressi del tribunale, vicino alla caserma dei Carabinieri, scorse Nicoletta con il suo compagno di scuola che aveva visto al mare sotto la discoteca. .
L’indicazione di zio Vincenzo,  gli saltò dalla mente negli occhi abbagliandolo, e di corsa, s’avviò verso di loro, il compagno di scuola, gridando il suo nome, castrandosi con quello di Nicoletta.
Mario, Mario, gridava cercando di sorridergli, ammirando la bellezza di Nicoletta, salutandoli con affanno.
Il  passaggio dell’autobus urbano, se non si fosse fermato osservando l’obbligo delle strisce pedonali, non è un’incognita da risolvere, sicuramente, l’avrebbe travolto,  messa a repentaglio la sua vita, Gioacchino si presentò ai due, mimando  il mito, l’idolo che amavano, accennando una delle sue più famose canzoni, spogliatosi della timidezza che l’aveva sempre contraddistinto, allora cercò Nicoletta e le cinse la vita pregandola di ballare, di fare  un ballo, quasi a portarla via, con l’intento di sottrarla a Mario.
Il ballo di moda, si dispiegava in volteggi e saltelli e qualsiasi altra fantasia, un modo per non sapere che fare, la maggioranza vi brucia un’infinità di energia,  un’occhiata s’insedia sul collo, una sulla guancia, insomma, Gioacchino, iscrisse, vi stampò nel vestito di Nicoletta,  un marchio indelebile, un nome di farfalla non riconducibile a lui, almeno così credeva fosse, ed entrò in quell’ingranaggio silenzioso e senza tempo che stritola e raggomitola il cervello, in un ammasso gelatinoso e senza alcuna connessione.
Io che non ho alcuna dimestichezza della materia, ho creduto che fosse stato rapito, da un  irrefrenabile bisogno di mettersi in evidenza e dunque s’arrogò l’organizzazione, tagliando e cucendo, imbastendo percezioni ed ordini, di seguire un sistema informatico per raggiungere lo scopo, di condurre Nicoletta nella cerchia di Zio Vincenzo, solamente che le sue capacità risultarono delle velleità e di fronte alla difficile situazione in cui venne a trovarsi, perse la testa.
L’analisi, che fu tentata per cercare di prendere la cima, soppesando, esponendo un pensiero che per coloro che vi presero parte,  accettarono catalogandola ad una imbelle sciocchezza, qualcuno la definì, addirittura una barzelletta, si esaurì nel giro di una settimana, un mese.
L’attenzione che qualcuno vi pose, più che altro per celia, andò avanti, più o meno per  una, due settimane, dunque evaporò e nessuno ne fece cenno, sembrava una notizia insensata, passata nel dimenticatoio con la famiglia in attesa di notizie, in una continua processione alla caserma dei carabinieri, della polizia, se non che un contadino, accompagnato dal fedele cane, scendendo dalla montagna verso casa, incappò, o per meglio dire, l’abbaiare forsennato dal suo cane intorno ad un sacchetto nero della spazzatura, lo costrinse a fermarsi ed esaminarlo.
Il lezzo, che gli si rovesciò in faccia, quasi lo buttò a terra, eppure aveva una tempra stagionata, avvezza  ad ogni odore.
La percezione che fosse qualcosa di umano, comunque che si avvicinasse ad un abbozzo di bambino, gli mise le ali ai piedi e senza pensare all’interrogatorio al quale sicuramente l’avrebbero sottoposto le guardie del pronto soccorso, lo avvolse nella giacca che portava sul braccio, che si era appena tolta a causa  del  caldo, e s’avviò per andare a consegnarlo in Ospedale.
Aveva percorso circa cento, duecento metri, il cane lo lasciò ed abbaiando ancora più forte di prima, scese a rotta di collo per la scarpata..
Il contadino, Giovanni Gambetta, non sapendo che fare, che pensare, mise per terra il fagottino ed andò a vedere cosa avesse  Filippo. il cane, l’amico fedele, d’abbaiare ferocemente.
Le foglie di faggio, una stagione a seguire, avevano creato un letto che adesso ospitava una ragazza, svestita fino all’ombelico, il resto del corpo, parzialmente coperto, le mutandine affioranti dalla gonna  a fiori, sinceramente il pensiero s’avviò verso  un quadro per la festa estiva dell’infiorata, forse non ancora terminato, adagiato  in attesa di un’ulteriore pennellata  per la sfilata, la faccia, i capelli, evidentemente non disegnati o celati sotto lo strato sul quale era distesa.
Giovanni Gambetta, tentò anche con una pedata che non rientrava nel suo comportamento abituale, per zittire il cane che continuava ad abbaiare, forse si può dire, con arroganza, guardando in alto, verso un albero vicino.
Un ragazzo, la cinta dei pantaloni intorno al collo, penzolava a circa u metro o due dal letto di foglie.
Il contadino, sopraffatto dalla duplice visione con l’involtino adagiato sulla strada, e dal continuo abbaiare del cane, non resse, fermo sui piedi, le braccia allungate in avanti, forse colpito da un ictus che l’aveva paralizzato, o pregava, magari teneva in mano  un giornale invisibile,  insomma, cercò di fare ordine nella mente, ad un tratto come punto da una zanzara gigante, si diede due manate sulle cosce, saltò sul posto, ordinò al cane di fare la guardia, e s’avviò verso la città, alla caserma dei Carabinieri,dimenticando addirittura la giacca e dunque  rifacendo in camionetta, il viaggio a ritroso, inseguendo il verso del  cane.
La notizia del ritrovamento di un bambino, un feto abbandonato, del ragazzo impiccato all’albero e della morte della ragazza, ebbe una grande risonanza nella città, le dicerie si rincorrevano, scoppiavano in ogni angolo, saltavano dalle finestra e dai balconi, creando nell’aria, una curiosità infame,
La stradina di periferia, la scarpata, il sottobosco, perfino la casa colonica del  contadino, furono presi d’assalto, scorgendo  per caso, altre prove, di misfatti,  altri feti e ragazze in stato interessante, aborti, gelosie, omicidi e suicidi,  raccoglievano ogni cosa che reputassero una prova e la consegnavano,  in Ospedale, in caserma. 
Le manipolazioni,  ogni episodio entrato in gioco,  sinceramente condussero i partecipanti, le persone che passavano per caso,  di distrarre l’attenzione dell’accadimento, le forze dell’ordine con il loro brancolare nel buio, contribuirono non poco, a mietere confusione, perfino sopra la morte della ragazza, di  Nicoletta, la figlia di Anselmo, di Gioacchino e del feto,  insomma un giorno e l’altro ancora di più, venne su, una chiacchiera, una supposizione, una pietra tombale di proporzioni gigantesche, insormontabile..
Il Professore Carlo Logano, che oltre l’insegnamento, ricopriva un’alta carica istituzionale nell’ambito locale, e sicuramente, si preparava al gran salto nazionale, si scoprì un obiettivo, la campagna di fango, in seguito, a qualche giorno di distanza, si trasformò in corruzione e dichiarato un pedofilo.
Lo zio Vincenzo, mosse le sue pedine con tale precisione e spietatezza, che Carlo Logano,  perse la cattedra del locale liceo  e fu costretto a fare le valige, togliersi dalla testa ogni velleità politica, e nascondersi nella casetta colonica, in cima alla montagna, con un’unica  via di comunicazione, un viottolo,  dunque  possibile raggiungerla, solamente a piedi od a dorso di mulo.
La moglie, per non restare soffocata nel fango, si  rifiutò  di prenderlo in casa e lui, senza fiatare,  raccolse  l’invito e si  allontanò volontariamente.
La nuova generazione, allevata nel culto dell’aggressività, si è liberata di qualsiasi  freno inibitorio, e va dritta per la strada prefissatasi, dunque il  giovane Leo, primogenito, rampollo della famosa e potente famiglia dei Laratto,  imprenditori edili,  palazzinari, con  mani in pasta in mille affari, in consigli d’amministrazione privati e Pubblici, imparentato con i maggiorenti della città dell’economia e della finanza creativa, in uno strano groviglio di parentele, avanzò la richiesta e s’introdusse nei salotti bene, sfavillanti di luci e belle donne, fagocitando qualsiasi pretendente.
Lo zio Vincenzo, con la sua Agenda sulle spalle, recitava con maestria ed il suo teatro, apriva ogni sera, la sua villa sulla collina, pullulava di segretari, sottosegretari, portavoce e   ministri, deputati e senatori, di mogli ed amanti, di donne di una bellezza straordinaria,  era sempre piena, fino all’inverosimile, nel segreto dello studio, sventolavano  pratiche fiscali e previdenziali, bancarie, notarili, ivi compresa l’Istruzione e la ricerca, oltre quella Militare.
Leo, con  laurea, master e specializzazioni, inconfutabilmente di atenei privati, con il desiderio della  politica, una di queste serate, a braccetto di Zio Vincenzo, percorse senza intoppi, corridoi  e saloni, palchi e parchi, e sotto una miriade di luci blu, glicine, celesti, si aprì, addirittura si spalancò, la strada verso il paradiso.
L’ostacolo più fastidioso, in breve era stato rimosso, e la villa accolse ospiti ed amici, Colonnelli e Generali, Giudici e Vescovi, la città e le miriadi di  diramazioni, in una rappresentazione goliardica di provata esperienza e sonorità. 
La società, s’incamminava su un viottolo periglioso, nessuno però si adoperava a muovere i piedi, a pulire i margini, qualcuno si lamentava, sinceramente, il rischio era molto alto e tutti restavano alla finestra a guardare sul corso.
Lo zio Vincenzo, non soddisfatto, acchiappò al volo l’occasione di Adelina ed il giorno dopo,  con una simpatica e studiata smorfia, senza alcuna titubanza, afferrò il toro per le corna e lo stese a terra, anzi lo fece a fette e lo mise a cuocere sul braciere, dietro la cabina, dando il fiato ad una festa sul mare, di tale possanza, che l’orizzonte, dalla contentezza, eruttava lava che finendo in mare, alzava un nebbia bianca, imitando  l’effetto tipico dello  Stromboli.
Lo Zio Vincenzo, però non era completamente soddisfatto, in fondo il Professore Logano, era un bravo  e buon figliolo, aveva commesso un errore, a dire il vero,  indotto da quel profumo giovane, ammaliante, il conto però, era stato troppo alto e  chiese ad Alberto ed Adelina, che periodicamente, magari nella prima settimana di  settembre,  andassero a trovarlo con un paniere di fichi secchi e mandorle, pistacchi  ed anche noccioline americane.
La verità, rimane sempre  sola,  non è una donna, contrariamente a quanto farebbe intendere, non sa badare a se stessa, e si perde sulla bocca di tutti.

IL PARASSITA
L’alloggio, non si presentava in condizioni disastrate, piuttosto si poteva considerare inadeguato per accogliere una persona, indubbiamente civilizzata, comunque pressato dalla necessità  e  dall’urgenza, agli occhi di Ilario Bastino, fu considerato  un posto buono, un tetto per non restare all’addiaccio.
Il padrone di casa, facendosi forte del figlio poliziotto, oltre ai mesi morti, gli  domandò  un canone mensile, diciamo sproporzionato all’abitazione.
Ilario, ne aveva sentiti  altri, davvero raccapriccianti,  meritevoli  di essere zittiti con  un paio di colpi di fucile a canne mozze, perfino un Maestro di Musica con ufficio immobiliare, un secondo lavoro, una bancarella situata all’angolo della strada, cioè messa al passo per circuire le persone, con la promessa avanzava una richiesta,  chiedeva un acconto, diciamo una caparra sulla parola.
La casa, era libera, accompagnato a visitarla, il dado era tratto, cominciava una guerra di resistenza,  la promessa che a breve gli avrebbe consegnato le chiavi, il tempo di tinteggiare le pareti, riparare un tubicino in cucina, nel bagno, qualche residuo nel terrazzino, passavano i mesi, gli anni ed i  lavori non arrivarono mai a conclusione, inducendo qualsiasi individuo, a perdere ogni speranza, Ilario, sopraffatto dalla stanchezza, fu costretto per evitare un ricovero in ospedale,  di perdere l’acconto e smettere di lottare.
Ilario, insomma, con la paura alle spalle, accettò le condizioni, senza una benché minima protesta pur di entrare in possesso della casa..
La progettazione di qualche opera, un qualche adeguamento, si disse, per distaccarsi dall’ insulsa realtà, forse avrebbe potuto renderlo più accogliente, e si allocò.
La crisi abitativa, l’occupazione abusiva praticata da un numero sempre maggiore di persone, gruppi familiari, diciamo persone rese inutili dalla società, chiamiamoli pure emarginati, ha cancellato ogni diritto e dunque bisogna stare all’erta..
Un individuo,  senza un reddito da lavoro fisso,  è incapace di fare fronte a qualsiasi  impegno, soprattutto di  genere abitativo, nel paniere della spesa, bisogna  computare anche la luce, l’acqua, il gas e tanti altri  elementi che forse, potrebbero considerarsi superflui, che però entrano di forza e sono parte integrante della lista, dunque con  inconvenienti inevitabili, che prosciugano gli spiccioli e non lasciano  nulla per comprare un mazzolino di margherite alla  ragazza, all’innamorata.
Il coraggio, è l’elemento fondamentale per riuscire a risalire sulla strada e ritornare a camminare.
La vallata nella quale, Ilario, era precipitato in precedenza, con una incredulità e consapevolezza  parossistica, inarrestabile per  lo stato confusionale nel quale era stato indotto a vivere,  era profonda, scontrosa, maleducata, cattiva all’inverosimile, rami spezzati, tronchi d’albero, bidoni, pezzi di carrozzerie d’auto, sostanze gelatinose, maleodoranti, putride, incatenavano il passo fino al ginocchio, insomma la risalita fu molto, molto difficoltosa, addirittura non offriva,  non presentava neanche la percezione di un pianoro,  insomma con le mani e con i piedi, con una forza di volontà immensa, diciamo che il ragazzo con qualche anno in più sulle spalle,  abbastanza cresciuto, era riuscito  risalire la scarpata, perigliosa e senza guardarsi intorno per non distrarsi, sedette sul ciglio del dirupo in attesa del passaggio di una nuvola leggera che lo trasportasse in una città pulita, leale, aperta, consapevole che ogni cosa che l’uomo riesce a fare, appartenga a tutti.
Il lavoro che si era inventato, gli era stato sottratto con destrezza e seppure percepiva che quella gente non l’avrebbe portato a nulla, sperava con una ragione velleitaria, di uscirne fuori, di prendere il volo che l’avrebbe condotto  in quella città verso la quale si era incamminato vent’anni prima.
Ilario s’illudeva che l’uomo, l’amico che gli reggeva la ragione, che gli dava appuntamenti in banca con la Marchesa Ermenegilda Vertollina, filantropa, detentrice di una cospicua liquidità da investire,  avrebbe risanato i suoi conti facendolo riemergere, riportandolo in piazza del lavoro.
I vari intoppi, imputati alla Marchesa Vertollina,  che non aveva fatto in tempo, non aveva avuto modo d’avvertire l’Autista, a causa di una lieve distorsione, non era stata in grado di scendere gli scalini della Villa, insomma per un motivo od un altro, per  questioni considerate bazzecole, gli incontri per definire il contratto, venivano rimandati, tenendo Ilario inchiodato sulla poltrona, mantenendolo in un continuo stato di insufficienza, di lucidità mentale. 
L’attività veniva distratta e languiva, quale  titolare non  assicurava entrate certe,  gli individui che si spacciavano per amici, s’aggiravano per strada, si posteggiavano agli angoli, per le scale del palazzo, l’attendevano offrendogli aiuto, in effetti miravano a toglierti quel poco di ossigeno che riusciva ad accumulare, correndo nei luoghi più disparati.
Le acque divennero sempre più agitate, il sistema neurologico, messo a dura prova, ha cercato rifugio in casa  dell’amico, che  ha negli scaffali dello studio, vasetti di miele che accelerano la malattia del diabete, aumenta la difficoltà, descrivono  il  fallimento.
L’illusione  non è consentita, le tasche reclamano ed è inutile, anzi dannoso chiedere ospitalità, l’amico  è un parassita, s’arrampica sulle spalle e tenta d’infilzarlo con il rostro di cui è dotato.
L’imprenditore, rimasto con il fumo della sigaretta aleggiargli sul naso, osserva la porta cercando con il pensiero, la chiave magica che gli è stata promessa  e non gli è stata ancora consegnata, in buona fede, pensava ritardava, non  gli era stata sottratta, e con le mani appoggiate sul bancone, esaminava per l’ennesima volta, i prodotti pronti per essere confezionati.
Le periferie che offrivano strade non praticabili, dissestate, prese in prestito alla città, diciamo che risultavano, non proprio gratificanti, comunque consegnavano qualche risorsa striminzita,  permetteva di respirare un centimetro di aria pulita, salvavano qualcosa del giorno, insomma servivano solo a postdatare  l’evento catastrofico.
Le risorse,  non sarebbero servite  per cambiare la situazione che restava dannatamente critica, per gravità cadevano  in mano estranee, il parassita  arraffava, entrato in sala da pranzo continuava a mangiare senza interruzione.
La paura, induceva il cervello  a decadere,  il vuoto si allargava, l’unica soluzione era chiudere la cucina, non andare al mercato e scomparire dalla circolazione.
Un uomo, però non può lasciare in mano a delle bestie, a dei parassiti, i sacrifici di tanti anni.
Il denaro, ha l’odore dei fiori e le api volano a succhiarne il nettare, il parassita conquista con la paura e con il sorriso sulla bocca s’ingozza del lavoro degli altri.
 Il parassita,  non accorda dilazioni, conosce la margherita, distrae la lacrima che sgorga e  la rende  uguale al pagamento di un emolumento per un servizio che  assicura il prosieguo dell’attività.
La mattina che la notte oramai era formata da sottili tranci, lo accolse ancora una volta, nel suo grembo e con una morbida delicatezza, gli  posò  sulle mani aperte a cucchiaio, un giorno bambino che aveva in sé un’energia nuova, una forza immensa, insuperabile, invincibile.
La luce che lentamente si alzava accompagnando il sole, dipinse di colori variopinti,  le montagne, le colline e la campagna intorno, gli illuminò gli occhi, un raggio gli entrò  nella mente ed Ilario, con una giravolta, un salto portentoso, insomma decise di reagire a quello stato di continuo degrado.
La figlia di Emanuele Silicato,  che con la moglie Bea, sottendevano alla portineria del palazzo, nel quale Ilario esercitava la propria attività, e per il quale,  la figlia Luigina, svolgeva lavoro di segreteria, un giorno, consegnandogli la posta, vedendolo rabbuiarsi in volto, congetturando sui personaggi che circolavano non invitati, per la strada, sui gradini delle scale, dietro la porta, insomma entravano ed uscivano, senza neanche salutare, gli venne spontaneo chiedergli: “ Chi c’è? Qualcuno la disturba, le porta nocumento? Sono a sua disposizione. Mi cerchi di notte e di giorno, non si faccia problemi, mi chiami, mi faccia sapere che ci penso io a sistemare le cose “ mettendosi a sedere.
Ilario, con la mente confusa, avulsa a qualsiasi  giusto equilibrio, forse non riuscì neanche ad ascoltarlo, lo salutò e salì le scale per l’ufficio.
Una mattina, Ilario, ritornando in ufficio che si era assentato per alcuni giorni, incontrando Emanuele che puliva con uno strofinaccio rosso, il passamano  della scala, ecco che sentì un eco entrargli nelle e orecchie e riportargli  le parole, il discorso della sua disponibilità e gli venne spontaneo chiedergli se era disposto a rilevare la sua attività, diciamo in amministrazione controllata, che doveva partire, allontanarsi dalla città, andare all’estero per un periodo di tempo non calcolabile, per motivi di salute.
Luigina conosceva a menadito il lavoro, sapeva cosa fare,  era preparata a gestire l’amministrazione, le pratiche d’ufficio, insomma nelle sue mani, ogni cosa correva con una linearità esemplare, si sviluppava per il verso giusto e consegnava profitti.
I conti,  li avrebbero fatti al suo ritorno, Luigina era già a conoscenza, era stata informata, a ben rivederci.
La sera stessa, andarono dal notaio e stilarono un contratto, diciamo d’affitto dell’attività , mettendo nelle mani di Luigina, l’intera amministrazione consegnandole la gestione.
Il seguito non ebbe un così piacevole scorrimento, la denuncia alle autorità competenti, presentata in un’altra città, richiedeva riscontri, prove, comunque gli arresti arrivarono e si susseguirono.
La presenza in tribunale, nonostante le infamità, le  minacce le parole super colorite, non gli fecero cambiare idea.
Le udienze, erano scontri, torture e per non affondare nella perdizione, oltre gli imputati,  gli scontri nascevano anche con i legali e le forze dell’ordine.
La debolezza dell’Avvocato d’Ufficio, lo metteva a rischio di ogni cosa e doveva lottare anche con il suo difensore, sinceramente gli portò via un altro pezzo di vita, riuscì però ad  azzerare il passato, cancellando  con un capolavoro di maestria, il parassita.
Ilario, rifiutando la scorta, non sopportò  un rischio maggiore, la protezione, tenuta salda nelle sue mani, gli dava il tempo di mettersi al riparo, gestire in libertà la sua libertà, era diventato invisibile e con audacia e fortuna, andò a riprendersi l’esistenza che gli si stava sfilacciando sulla schiena, e dopo anni, finalmente sentì la forza di dire che ritornava a vivere. 
L’insediamento, avvenne quasi subito, caso mai il proprietario, fosse venuto meno alla parola e poi il giorno dopo, lo aspettava un difficile colloquio di lavoro.
Ilario Bastino, diciamo con semplicità,  nello scontro con la società aveva perduto la battaglia, era stato sconfitto con brutalità e cercava di rimettersi in piedi.
L’arredo che riuscii a mettere assieme, consisteva in una rete metallica con materassino, un tavolinetto, una paio di sedie apribili  della linea per la spiaggia,  ed una cucinetta a gas con fuoco piccolo per la caffettiera ad un tazza, ed uno grande per la pentola della pasta, che momentaneamente allocò su una lastra di marmo, un’appendice  del  lavatoio con fontanella, che occupava  la parete della cucinetta con finestra sul ballatoio delle scale. 
La notte, sentiva il parassita saltargli sulle spalle, agganciarsi con le manine a rampini e con il rostro allungato cercare d’infilzarlo, la lotta era cruenta, si rotolava su se stesso, precipitava dal letto sul pavimento e riusciva a liberarsi, sapeva che non poteva lasciarsi andare, perdere il controllo della mente, aveva superato un percorso ad ostacoli, di un grado di pericolosità  altissimo, il massimo della scala e dunque ritornare indietro, sarebbe stato, ignominioso.

LA NOTTE SUL MARE


IL tuo sorriso è la stella del navigante, splende nella notte,
scende sul mare e scivola sulle acque, conduce per mano,
a passeggio, l’amore interrotto, è uno svago, un modo indolore
per lasciare l’uomo che non vuol sentirne parlare ed evitare,
che le avvisaglie di violenza,  possano trasformarsi in tragedia.
Ho tirato a riva, le lampare che incuriosite, sopraffatte,
non riescono a non guardare il cielo, il pensiero accomoda,
succede però, che il pesce raccolto, si disperde, la pescata
va perduta e stanche ritornano a riva, con le membra ammollate.
Il rito si ripete, sempre uguale, hai voglia di pulirlo,
lucidarlo, se non hai la fede, è come andare  in chiesa
a chiedere miracoli, non c’è esperienza che valga
e ritorni a casa col paniere vuoto.
L’essere umano, deve essere educato, al rispetto degli altri,
fin da quando è ancora in fasce, non ha ancora conquistato,
la posizione eretta, altrimenti, se non ha l’indole, erutta violenza.

LIBERA NOS A MALO

La casa di Famiglia, morti mamma e papa’, andata via la badante,
è stata chiusa, il grande ed il piccolo dei sette fratelli,
che non hanno mai partecipato ad alcuna spesa corrente
e tanto meno a quella straordinaria, tenendo fede al detto universale,
che un padre campa cento figli e loro non riescono a servire un padre,
una madre, non passavano neanche a salutare, e se il caso l
i poneva di fronte, giravano le spalle, insomma hanno deciso
di vendere, non tenendo conto che al Catasto risulta
un diverso metraggio e quindi prima bisogna
provvedere alla sua sistemazione ed al suo costo.
I cari, dopo tante riunioni con i conti in mano, per il sostentamento,
il funerale, la liquidazione della Badante, sempre inconcludenti,
a riscontro, ci hanno inviato,una lettera Raccomandata con ricevuta
di ritorno, concedendoci il diritto di prelazione, ed ora che è arrivata l’estate,

diciamo la casa al mare, è rimasta giocoforza vuota.
L’indole pacifista che mi contraddistingue, per non litigare,
mi conosco, evito l’incidente parenterale, la guerra potrei anche farla,
la capacità l’ho imparata, la sopraffazione sarebbe la mia negazione,
dunque  ho deciso d’inventarmi un espediente, di fare il Pescivendolo,
così mi faccio le vacanze, guadagnandoci pure qualche Euro,
non risolvo l’aspettativa, però  piego l’alluminio con la forza del pensiero. 
Ho affittato un rettangolo di suolo pubblico in spiaggia,
una licenza per la vendita, non è stato facile, ho dovuto chiedere,
foraggiare, la burocrazia che è dedita a codesta leggiadrìa,
sono messi al passo, rischiano, amano giuocare d’azzardo,
avevo fretta, ed ora mi dedico allo smercio di pesce fresco,
appena pescato, dal mare al consumatore, ben pulito,
senza una spina, non ho perduto gli insegnamenti di mio padre
e finito, vado alla bottega, compro un panino con mortadella
affettata molto sottile che quasi litigo, e giardiniera,
faccio una passeggiatina fino a casa, mi siedo sulla soglia,
e tenendolo stretto in mano, piano, mangio e sorseggio una birra.
La sera vado a dormire, stavo per dire al B&B, in spiaggia
e vado in CULO alla famiglia che mi sta a sorvegliare.
Uno straccione del mio pari, è abituato a sopravvivere,
a mangiare e dormire anche per strada, all’addiaccio.
Ho meditato, il tempo non mi manca e la lucidità mi sta in spalla,
ad un tratto mi è balenata l’idea  di comprare la casa dei miei Genitori,
mi sono detto, però al massimo ribasso, la fame non è mendicare,
è carità, s’accontenteranno anche di pochi Euro, però non glielo dico,
vederli in faccia, parlargli, scambiare una parola, aggiungo,
anche una sola parola, mi fa salire la nausea, ed a condizione
sine qua non, che prima, saldino i debiti arretrati, altrimenti
non si fa nulla, e mi struggo nell’attesa scellerata, in fondo non sono
che un ragazzo semplice, vendo pesce,  dormo in spiaggia, sotto la luna,

aspettando le barche e la domenica, con un’invidiabile serenità, mi faccio una passeggiata,

vado per le strade del villaggio, mi siedo sul muretto
a margine della strada , “‘nta curva,”  e mangio luppolo
e noccioline che ho comprato dal venditore che posteggia in piazza..
Uno sfizio, un  sapore unico, da non confondere con ceci
e fave abbrustolite, insomma non paragonabile alle scorrerie
coi coetanei per i campi, con l’aria sulla faccia, il sole sula pelle, la sfida, a piedi scalzi,

le scarpe servivano, per le feste e la scuola, però  a dire,
in sincerità, mi brucia il cuore per la velocità dei fluidi che mi circolano
in testa, a crearmi addirittura un vuoto, una palla di fuoco.
Sono Uomini d’onore, vigorosi, mi sono detto sempre, il mal riuscito
sono io che ho perso con i vivi e con i morti, pensavo potessero riservarmi un buon esempio,

io non mostro nulla di buono, trofei da vantare ancora peggio, penso ai miei dolori,

le gambe mi dolgono, non penso che manchino anche degli attributi in dotazione
ai comuni mortali, messi sotto sequestro, forse hanno perduto le redini
di casa, ho l’impressione che siano soggetti passivi, ininfluenti, inefficaci,
resi inutili e quindi cercano di mettersi in evidenza facendo i bulloni
di una vecchia macchina, rimasta ferma per tanti anni nell’orto,
con il motore che sotto le intemperie, si è arrugginito,
Boh! io sono in pace, se sapessi pregare, mi rivolgerei a Dio
e gli chiederei di mantenere loro i peli, almeno sulla testa,
se sotto il naso gli si sono atrofizzati, i Glabi, assomigliano alla Polpessa.
Io vendo il pesce che ho comprato all’alba sulla spiaggia
dalla barca indipendente e la sera, mangio una granita con  brioscia,
e vado a letto,  forse al B.&.B., ed aspetto sereno, con un libro aperto, 
e mi dico che sarei felice se a qualcuno nascesse un fiore. 

       
PETRALONGA
Il giorno dell’Assunta che ho pranzato in famiglia,
mi è affiorato nell’anima, un desiderio bambino
e mi sono messo in cammino, verso petralonga.
Sulla pietra che usciva dalla sabbia e s’allungava nel mare,
ho attraversato mondi incontaminati, ho nominato alghe,
aperto sogni indistruttibili, che trasportati in città,
improvvisamente, inconsapevolmente, apparentemente,
senza una ragione plausibile, sono reclinati, forse morti,
però mi hanno aiutato a camminare sulla strada maestra.
La lenza in mano, la scatolina di lumachine, accanto,
sotto il sole, cullato dalla brezza, sognavo, pescavo per ore
immerso nell’acqua azzurra, a passeggiare con vari pesci
che mi accarezzavano i piedi, le mani, la faccia, fino a sera,
con il sole che la terra nascondeva dietro la montagna.
Il Brigantino che m’aveva pulito dell’odore militare,
dove avevo vissuto estati di amicizie inossidabili,
avevo scoperto l’amore, timido ed intraprendente,
cambiato struttura, era scivolato nella sabbia, scomparso.
La strada che conduce a petralonga, ostruita con catene,
cancelli di ferro e cani con i denti a fior di labbra, aizzati
da una speculazione barbara, incivile, se ci fosse bisogno,
di una specificazione dettagliata, case vacanza, villette diroccate,
legni spezzati, spiaggia erosa, una scena raccapricciante.
L’altezza immensa della spiaggia che faceva sicurezza alla casa
della famiglia che vi aveva abitato, cresciuto figli, coltivato la terra,
all’allevamento di polli, che aveva creato un’attività collaterale,
rigogliosa, divenuta famosa ai quattro angoli della penisola,
accorciata all’inverosimile, mi strattonava, cercava d’intimorirmi,
si era disintegrata, rovinata su se stessa, stava quasi sotto la strada.
Ho camminato, con una paura impertinente alle spalle, la strada,
era divenuta pericolosa e la rabbia, un passo dopo l’altro,
si elevava a maledire, gli Amministratori locali, i cittadini,
che indifferenti, hanno lasciato, che si compisse lo scempio,
un brutale agguato alla natura, alla legge, ai principi naturali,
ad una sana ed equilibrata convivenza di conquistata antica civiltà.
Ho visto il guerriero di roccia sotto la struttura della galleria,
inclinato oltre il suo baricentro, l’ingordigia, l’arroganza
di un essere ignorante, incolto, immondo, certo è un bel  trofeo.

LA STRAGE DEI PINI
La tramontana, spingeva gli abitanti, uomini, donne, ragazzi,
gatti e cani, a volte qualche gallina curiosa, sfuggita di casa,
per l’arteria principale, per il prato, in un deserto  che sapeva
di punizione, a comprare trinciato forte, cartine per fare sigarette
a mano, fiammiferi per cucina, qualcosa da mangiare, pasta
e pane, il pesce c’era, ed a volte qualche francobollo
per inviare una lettera ai parenti emigrati per debolezza,
in America, Argentina, e successivamente in Germania,
svizzera ed anche in Australia che la dismissione della tonnara,
li aveva lasciati a mare, con le nuvole nere ad inseguirli.
Gli anziani pescatori  rimasti, con qualche giovane
al seguito, attraversavano la via Pola, portando a casa, al riparo,
la propria imbarcazione e l’attrezzatura in dotazione.
La generosità del comando forestale, con appropriatezza,
con un bel programma di rimboschimento, e probabilmente
per cancellare lo scoramento, che avversava le generazioni,
fino a sera all’addiaccio a parlare di calcio. Ciclismo, del nulla,
a riempimento del prato, consegnò agli Amministratori
del villaggio, un copioso numero di alberi di Pino.
I mesi trascorrevano e gli alberelli, abbandonati alle intemperie,
andavano incontro ad un attacco incontrollabile della muffa.
Gli studenti ed i manovali senza giornata, con un atto,
diciamo  d’imperio, coinvolgendo il custode del comune,
li misero a dimora, cambiando ed abbellendo la faccia al villaggio.
Crebbero alti e belli, con una folta chioma, donavano agio,
ristoro ai turisti ed abitanti che la calura trasbordava da ogni angolo.
Le radici s’infiltravano nel terreno ed ingobbivano
il marciapiede, le mattonelle si staccavano ed infastidivano
la passeggiata, soprattutto litigavano con le appendici
dei locali che spavaldamente, con accondiscendenza,
si erano allungati, oltre la strada, asservendo i ragazzi,
servitori stagionali, ad un pericoloso attraversamento
con le auto, i motorini che selvaggi, sgommavano sul tracciato,
in faccia ai regolatori del traffico, alle forze di polizia,
seduti nel locale sottomesso, a consumare, con la busta ai piedi.
Un mattino che andavo al Bar a mangiare una granita
con brioscia, nell’albero di pino più vecchio, stava
appeso un bando d’appalto, per un importo importante,
per la sistemazione del marciapiede, degli alberi.
La domenica successiva, ipso fatto, pini mal potati,
sradicati, segati, marciapiede,  prato in faccia, intorno ai locali,
coperto di cemento, una follia, una feroce colluttazione con la natura,
una ingiustificata ed inusitata potatura, anziché curare le conche
intorno agli alberi, alzare a scivolo le mattonelle, un lavoro
che solamente degli inetti, stupidi, demolitori erano capaci
di fare, un branco di animali sotto la direzione di una bestia,
eppure  per la maggioranza dei cittadini, è stata una liberazione,
non c’era  una soluzione migliore.

LE DONNE DI SAN GIORGIO
         
Le donne, terminati i mestieri di casa, solevano riposarsi,
sedendosi davanti la porta, sul marciapiede, in strada,
e raccontarsi gli avvenimenti, dicerie ascoltate alla bottega,
a comprare il pane, la pasta, filo per cucire, di altro,
erano fornitrici di se stesse, molto raramente, qualche cipolla,
forse aglio, prezzemolo, l’orto di famiglia, coltivava
perfino il peperoncino, possedevano, quanto la casa necessitava.
Il pomeriggio,  Il sole scendeva e profondeva calore,
lanciando a piene mani sulla terra, afa  a togliere il respiro,
Le ragazze, apprendiste di cucito, con  sedie al seguito,
si spostavano sotto il muro della strada ferrata,  la sete
per  la calura, diventava ossessiva, le vesti tirate sulle ginocchia,
mangiavano fettine di limone con una punta di sale,
che con l’agre si abbinava in modo superlativo,
una  leccornìa alla quale non sapevo sottrarmi, e partecipavo,
insomma  mi  ero  affezionato alla compagnia e trascorrevo,
il tempo libero, con un libro in mano, diciamo a leggere.
La giovane età, il piacere delle ragazze, mi legava ed approfittavo
della loro benevolenza, studente di belle speranze,  residente
nella stessa  strada, c’era qualche simpatia, non ero bello,
molto timido,  simpatico, e mi struggevo sulle forme,
sentivo il loro profumo e mi inebriavo di passione, scherzavo
cercando un tocco leggero, la sorveglianza delle donne,
non permetteva alcun volteggio, considerato uno screzio,
una mancanza di rispetto, poi alla fine si trovava il rimedio.
Sono stati, anni di ricerca, l’invenzione è una bella soddisfazione.
        
LA PROCESSIONE


Un altro anno è terminato, dietro vengono i trascorsi, la coda,
una processione interminabile, qualcuno borbotta, bisticciano, sono trascorsi,
consumati, comunque seppure morti, hanno la compagnia della memoria.
Un testimone euforico, esce dai campi incolti che costeggiano la strada,
i gambali impigliati e stropicciati dall’erba secca, ed inconsapevolmente
s’arruola, incomprensibilmente appesantito, si trascina assieme ai delusi
e rammaricati,  con l’energia esaurita, i sogni schiusi,
le labbra sbavate, insomma è incappato  in un plotone di reduci,
rottami di guerra, comprende l’errore, solleva le braccia ed esce fuori,
tentando di distaccarsi dalla squadra che arranca senza meta..
Il giovane anno, alzatosi dal letto, per entrare nel giorno, cerca un sorriso,
non ha che pene sulla soglia di casa, volge la testa, vorrebbe chiedere,
 ha bisogno di un consiglio, tornare indietro non è possibile,
 ripercorrere il viaggio all’incontrario, riparare gli errori, alleviare l’orgoglio,
 la presunzione, recuperare gioia ed amore, indecisioni e stupidaggini,
 sarebbe bello, un raggio di sole, qualcosa, forse è un miraggio.
 Ho recuperato un metro di coraggio, il domani mi appare diverso,
sono in grado, posso riprendere il percorso, altre occasioni, incontri,
 figure significative, l’arte, la bellezza, aspettano per essere ammirate, la raccolta
non è ancora terminata e salgo le scale della chiesa del SS. Padre,
mi siedo sulla pietra dell’altare e mi guardo le mani, sono pulite, non una goccia
di sangue, ho denunciato, lottato la Mafia impiegatizia e di quartiere,
di enti Pubblici e della Politica, certo non ho vinto, li ho, forse, scalfiti,
ed ancora riesco a camminare, a seguire la strada del rispetto e della dignità.

< La torre delle Ciavole - simbolo di Piraino >
La collina, l’ha accolta ai piedi, con grossi blocchi di pietra, su uno sperone roccioso, che il mare lambisce.
La torre delle Ciavole,  è di base quadrata su tre elevazioni, costituisce un valido esempio del sistema difensivo approntato lungo le coste siciliane intorno al 1500.
La facciata principale, rivolta a sud, e dotata di tre aperture: accanto ad una finestra, c’è ancora la campana che serviva a dare l’allarme. Infatti, la torre era presidiata da quattro soldati che controllavano i vascelli in transito e lanciavano l’allarme in caso d’incursioni piratesche o di bastimenti infestati.
La triste leggenda è legata ad un guardiano ed alla principessa Maria la Bella. La ragazza s’affacciava al balcone del Castello dei Lancia, aspettando l’arrivo del suo spasimante, che giungeva con una piccola barca fino al porto caricatoio, poi si aggrappava alla murata per abbracciare l’amata.
Di giorno, invece, i due comunicavano attraverso un elaborato gioco di specchi. Il fratello di Maria, annebbiato dalla rabbia, decise di eliminare chi aveva osato insidiare la sorella. Si appostò sullo scoglio antistante Brolo (che forse per questo è detto “del pianto” o “ploratu”), finì il giovane guardiano e si liberò del corpo infilandolo in un sacco e facendolo calare a fondo nell’acqua. La leggenda vuole che Maria la Bella appaia nella notte ai pescatori, augurando loro una buona pesca o richiamandoli in caso di pericolo.
Una versione più prosaica narra che i genitori della ragazza, per l’onta subita, fecero uccidere i due giovani. Secondo altri, invece, intorno alla torre delle Ciavole aleggia lo spirito del cosiddetto Capitano di Piraino, che osò sfidare Ariodemio Barbarossa, un feroce pirata. La torre, di proprietà privata, è inspiegabilmente e scandalosamente stata abbandonata all’incuria per tanto tempo, con il conseguente crollo di un pezzo di muro d’angolo. Solo di recente, per lo stato di pericolo in cui si trova, la Soprintendenza di Messina ha dato le autorizzazioni per consentire i lavori di restauro e consolidamento e la ditta proprietaria, nelle scorse settimane, ha già iniziato i lavori. Ma l’ennesima mareggiata di quest’inverno ha creato forti danni al costone roccioso su cui poggia la torre stessa, causandone forti e gravi problemi di stabilità.
Dopo una serie di sopralluoghi e riunioni pare che la Provincia di Messina abbia deciso finalmente d’intervenire a settembre, nell’ambito degli interventi per il ripristino del litorale eroso, per realizzare una barriera preliminare per difendere lo sperone roccioso dai marosi che provengono da ponente.

 UN SOGNO
 
Una nuvola, correva sulla collina, inseguiva la luce
che il sole  emetteva e la terra nascondeva, creando
una gran confusione alla montagna che cercava di accomodare,
tentava di zittire un cane irrequieto che abbaiava
ad ogni piccolo frusciare nell’erba, ad un colpo di vento.
Il villaggio che stava ai piedi e giuocava con i bambini,
s’inventò una favola e lanciò per aria tanti palloncini colorati,
a significare che i sogni volano, corrono lontano, si disperdono,
restano però legati ad ognuno e se si vuole, non è facile, però
si possono riportare, a terra, la volontà è vincente,  il momento buono,
arriverà, hai un’opportunità ed allora non perderla, prendila
a volo e sarà una festa, la realizzazione del tuo sogno.
La sorpresa di vedertelo accanto è tanto grande, può farti
perdere il gran passaggio, c’è un vento, non cattivo, oserei dire,
birichino, lo solleva, l’allontana, l’abbassa e par che non voglia
darti la possibilità, di prenderlo, con delicatezza, altrimenti
può scoppiare e lanciarti in faccia, le strisce dell’elemento
che lo costituisce e lasciarti a mani vuote, occhi sbarrati,
nella bocca un gusto amaro che ti viene voglia di sputare,
non puoi, la secchezza te lo impedisce ed allora sei indotto,
a strofinarti le labbra con il dorso della mano, e cadi nel secchio,
che è poi forato e ritrovi i pesci pescati, nel rigor mortis.
Un consiglio, è quello di acciuffarlo senza pensare un attimo,
sarà un agnellino, protesterà, starà buono e  ti darà tanta gioia,
festeggerai gli anni più belli e non ti lascerà mai scontento.

L’OROLOGIO – MESSINA
 
La mattinata, alzatasi speranzosa, si era corrucciata, divenuta talmente nervosa, irritante, nevrastenica che i piedi mi saltavano sull’asfalto, sulle mattonelle del marciapiedi, graffiandomi la stanchezza.
L’emolumento arretrato, del corso di specializzazione, depositato, che dovevo ritirare in banca, non risultava ci fosse.
L’impiegato al quale mi ero rivolto, m’aveva tolto la speranza. L’unica risorsa che m’avrebbe riportato a casa, diciamo nel luogo dove alloggiavo e risedevo per frequentare la scuola, ove mi ero trasferito, si era volatilizzata.
La situazione era grave e cercavo una impossibile soluzione, ed ecco aggirarsi  tra le scrivanie, i colleghi di  lavoro, scovo un viso conosciuto, un compagno di scuola, di lotte sindacali, lo addito, cerca di nascondersi dietro un pilastro, rimasto scoperto, mi risponde allo stesso modo del collega, e rovista nelle pratiche, la trova e mi liquida, ridandomi l’ossigeno che mi era venuto meno.
L’istituto con il mio compagno,oramai mi stava alle spalle, percorrevo a tentoni, la strada, cercavo di raggiungere la fermata dell’autobus per tornare a casa, che con una confusione analfabetica, un passante mi aveva indicato e così per caso, mi ritrovai nella piazza Duomo.
I lavori in corso rallentarono il mio passo, la costruzione del marciapiede si presentava con le lastre poggiate qua e là disordinatamente, a sghimbescio, all’incontrario, di traverso, quasi inciampavo nel fondo stradale malmesso, dichiarando il luogo non accogliente ed all’improvviso, nello spazio silenzioso della piazza, l’aria fu scossa da un ruggito di leone e da un movimento rotatorio di un meccanismo che sovra intendeva il campanile della chiesa.
L’Orologio astronomico di Messina, parte della cattedrale della città, fu costruito dalla ditta Ungerer di Strasburgo nel 1933. È integrato nel campanile della chiesa (ricostruito all’inizio del secolo dopo il terremoto), di cui costituisce l’elemento più caratteristico.
La parte tecnica è stata concepita da Frédéric Klinghammer, mentre dal punto di vista artistico si basa su piani di Théodore Ungerer. I meccanismi riprendono in parte quelli dell’orologio astronomico di Strasburgo. Fu commissionato dall’arcivescovo della città (Angelo Paino) in occasione del rifacimento del campanile di Messina, sotto consiglio di Papa Pio XI, che gli regalò un modello funzionante dell’orologio di Strasburgo.
È articolato in parecchie parti distribuite ai diversi livelli della torre campanaria. Alcune sono costruite sul lato del campanile che dà sulla piazza, altre si trovano sul lato rivolto verso la facciata della chiesa. Al livello più basso dell’installazione vengono rappresentati i giorni della settimana, indicati da figure allegoriche greche che quotidianamente si succedono tra di loro (Apollo per la domenica, poi Diana per il lunedì, Marte, Mercurio, Giove, Venere e Saturno): gli dei si danno quotidianamente il cambio guidando un carro trainato da un animale, che ha a sua volta un valore allegorico (ad esempio per Diana, dea della caccia, si avrà un cervo; per Venere, dea dell’amore, ci sarà una colomba).
Calendario perpetuo. I giorni sono indicati dall’angelo, lo Zodiaco con modello del sistema solare che riproduce il movimento dei pianeti. Sono inoltre rappresentate anche le quattro fasi della vita, simbolizzate da figure delle rispettive età. Si succedono ogni quarto d’ora passando davanti alla figura di uno scheletro che funge da memento mori, che muove la sua falce in sincrono con la campana delle ore. Sopra il carosello delle età, viene raffigurata quella che secondo la leggenda è la costruzione della Chiesa di Montalto. In essa, una colomba volò su di un terreno, e in quel punto i messinesi edificarono la chiesa. Perciò, nel quadrante una statua a forma di colomba viene fatta volteggiare, mentre dal terreno un modello della chiesa menzionata “emerge”, per rimanere lì fino al cambio del giorno, per poter ripetere la scena il giorno successivo. Più in alto, al secondo piano vengono rappresentate alcune scene bibliche, che si succedono quattro volte l’anno a seconda del calendario liturgico. Si tratta della natività (ove un gruppo di pastorelli adorano il Redentore appena nato), dell’epifania, con i tre re Magi e i loro paggi, della Pasqua (due guardie romane poste a guardia del sepolcro assistono stupite la resurrezione di Gesù) e della Pentecoste, nella quale Maria e gli apostoli ricevono la visita dello Spirito Santo prima in forma di colomba e successivamente in forma di fiammella sulla loro testa. Più in alto è raffigurata la scena della Madonna della Lettera, patrona di Messina. Un angelo porta la lettera alla Madonna, che la trattiene, ed in seguito, sei  ambasciatori sfilano davanti a lei, inchinandosi. Il primo ambasciatore riprende la lettera. La Madonna risponde all’inchino con un gesto di benedizione, gesto che ripeterà davanti alla piazza come simbolo bene augurante per gli spettatori. Il lato rivolto alla cattedrale (sulla destra guardando la chiesa dalla piazza) è quello che riproduce fenomeni siderali e che più propriamente corrisponde al concetto di orologio astronomico.
Il calendario perpetuo si distingue per la grazia del quadrante. Indica i 365 giorni dell’anno, ma tramite un pannello mobile, il quadrante può coprire alternativamente il 29 febbraio oppure la parte finale della frase in latino posta tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, che ha comunque un significato; così facendo, il quadrante può essere utilizzato sia negli anni normali che in quelli bisestili. Più in alto, un modello del sistema solare riproduce le orbite dei pianeti intorno al sole (posto al centro del quadrante). Vengono raffigurati da sfere metalliche poste alla punta delle rispettive lancette, la cui lunghezza è proporzionale al raggio dell’orbita.
La parte alta dell’edificio - Leone ruggente (a sinistra in alto); Dina e Clarenza con il gallo (a sinistra in basso); modello della luna (sulla destra). Dalla parte della piazza, si ritrovano i meccanismi più strettamente legati alla funzione del campanile. Data l’altezza, le sue figure hanno dimensioni superiori rispetto a quelle dei primi piani (anche 3-4 metri di altezza). Viene ancora ripreso il metodo della rappresentazione allegorica, stavolta riferito più alla storia messinese che non a vicende religiose. A sinistra guardando la piazza, nella parte alta del campanile, le statue di Dina e Clarenza (eroine della Guerra del Vespro) battono i quarti d’ora con le campane della torre ricordando la lotta dei siciliani contro gli Angiò. Tra di loro, si ritrova la statua di un gallo che a mezzogiorno muove le ali riproducendo il canto dell’uccello. Ancora in alto, al quarto piano, è installato un leone ruggente di bronzo, simbolo di Messina. È il punto più alto dell’insieme di grandi figure di bronzo che caratterizza la parte alta del campanile. Come quella del gallo, questa figura entra in azione a mezzogiorno.
La parte superiore del lato rivolto alla cattedrale (destra) è meno appariscente: Da questa parte si ritrova soltanto un modello della Luna, che ne riproduce le fasi, e che ha dunque un ciclo quasi mensile.
Il modello del sistema solare, è situato sopra..L’orologio nel tempo - Si presenta come la somma di diverse parti azionate dal blocco centrale, posto all’altezza di Dina, Clarenza e il gallo.
 Il mantenimento del sistema è sempre stato molto oneroso, e i diversi restauri non hanno mirato a preservarne l’originalità, ma ad aumentarne la spettacolarità. Nel tempo, i sistemi meccanici per la produzione del ruggito del leone e del canto del gallo sono stati sostituiti da sistemi audio a nastro prima e stato solido dopo, che danno un suono più realistico ma meno “autentico” per gli appassionati di storia della meccanica. Un’altra modifica effettuata è l’ordine di funzionamento: come si vede sia dallo schema originale di Ungerer sotto e dal video dell’istituto Luce girato per l’inaugurazione, l’orologio seguiva l’ordine dal basso verso l’alto, stupendo lo spettatore con il canto del gallo e il ruggito del leone. In tempi recenti è stata inserita l’Ave Maria di Schubert, e per non far collidere gli effetti sonori con la musica, si è pensato di far eseguire agli animali i loro movimenti, e poi far partire normalmente gli altri meccanismi. Nel campanile non sono più presenti i meccanismi sonori originali.

LA CITTA’ DI PATTI


La città di Patti, oltre ad essere sede storica di numerose istituzioni, uffici
amministrativi e servizi d'interesse pubblico, è anche sede vescovile, una delle più antiche di Sicilia, che comprende i comuni dell'area nebroidea da Oliveri a Tusa.. Il comune di Patti fa parte del Consorzio Intercomunale Tindari-Nebrodi.
L'origine e la storia di Patti sono strettamente legate alla decadenza dell'antica città greco-romana di Tindari, oggi sua frazione e uno dei più importanti siti archeologici e devozionali della Sicilia. La fisionomia del centro abitato si presenta molto sviluppata con un grande centro storico arroccato sulla collina intorno alla Cattedrale, al palazzo vescovile, al seminario ed agli altri palazzi storici, che digrada verso la costa fino al suo borgo marinaro detto Marina di Patti, oramai integrato nel tessuto urbano.
La città di Patti, dunque era il riferimento più consono, abituale, pratico, per gli abitanti delle frazioni  vicini,  quale San Giorgio con l’amministrazione comunale, invisa, inspiegabilmente considerata lontana, si frequentava per qualche certificato Medico od anagrafico.
La stazione ferroviaria di Patti, era posta a ridosso di Marina di Patti, distava alcuni chilometri ed era servita da un Autobus lento, sporco, con personale molto arrogante ed allora per non litigare, la scelta di andare a piedi diveniva obbligatoria, la scorciatoia attraverso la campagna, era un susseguirsi di profumi che proseguivano inebrianti, con leggerezza ed allegria per la salita degli ortolani, fino in piazza, .
I miei genitori, non avevo che appena dieci anni, mi avevano messo in casa di cugino Ottavio, dunque vi ho abitato frequentando la prima media.  
I compagni di scuola, figli di una classe impiegatizia e del commercio,
mal sopportavano che un figlio di pescatori potesse entrare a fare parte della loro classe, comunque ho superato qualsiasi difficoltà, l’arma dell’intelligenza non mi mancava ed ho trascorso, superata l’iniziale avversità, una quantità di piacevoli incontri fino alla decisione di viaggiare, con il treno, ritornando a piedi, successivamente con l’autobus di linea.
Il centro della città di Patti, è la piazza Marconi. Il palazzo del Turismo, ospita il Museo di Arte e Ceramica Contemporanea ‘Umberto Caleca’.        
Il centro storico, conserva ancora in parte il tessuto medievale di strette viuzze, sormontate da archi, fino a raggiungere la parte alta della città ove il suo nucleo più antico è aggregato intorno alla Cattedrale di età medievale, all’interno della quale è custodito il sarcofago della regina Adelasia, moglie di Ruggero I di Sicilia, madre di Ruggero II, morta a Patti il 16 aprile 1118. La galleria della Cattedrale, facente parte dell’antico castello di Patti, è stato allestito un piccolo museo delle Antiche Ceramiche pattesi, presso l’Ex. Convento S.Francesco, recentemente ristrutturato, che contiene una raccolta di oltre 650 oggetti dalle infinite varietà di forme, colori e stili.
Il lato nord della città con Porta San Michele, conserva l’unica superstite della cinta muraria aragonese sita a ridosso della Chiesetta di S. Michele, con un bel ciborio marmoreo di Antonio Gagini (1538) con una composizione a trittico con una teoria di angeli al centro, affiancata da S. Agata e S. Maddalena.

LA MADONNA  DI TINDARI

 Tìndari è una frazione di Patti, comune italiano della provincia di Messina.
La città venne fondata da Dionisio di Siracusa nel 396 a.C., come colonia di mercenari siracusani che avevano partecipato alla guerra contro Cartagine, nel territorio della città sicula di Abacaenum (Tripi), e prese il nome di Tyndaris, in onore di Tindaro, re di Sparta e sposo di Leda, padre putativo di Elena e dei Dioscuri, Castore e Polluce.
Sotto il controllo di Gerone II di Siracusa, durante la prima guerra punica, fu base navale cartaginese, e nelle sue acque si combatté nel 257 a.C., la battaglia di Tindari, nella quale la flotta romana, guidata dal console Aulo Atilio Calatino, mise in fuga quella cartaginese.
Con Siracusa passò in seguito nell’orbita romana e fu base navale di Sesto Pompeo. Presa da Augusto nel 36 a.C., che vi dedusse la colonia romana di Colonia Augusta Tyndaritanorum, una delle cinque della Sicilia, Cicerone la citò come nobilissima civitas.
Nel I secolo d.C. subì le conseguenze di una grande frana, mentre nel IV secolo fu soggetta a due distruttivi terremoti
Sede vescovile, venne conquistata dai Bizantini nel 535 e cadde nell’836, nelle mani degli Arabi dai quali venne distrutta.
Vi rimase il santuario dedicato alla Madonna Nera di Tindari, progressivamente ingrandito, che ospita una Maria con il Bambino scolpita in legno, considerata apportatrice di grazie e miracolosa.
I resti della città antica si trovano nella zona archeologica, in discreto stato di conservazione, per lo scarso interesse di un reimpiego dei blocchi di pietra arenaria di cui erano costituiti.
I primi scavi si datano al 1838-1839 e furono ripresi tra il 1960 e il 1964 dalla Soprintendenza archeologica di Siracusa e ancora nel 1993, 1996 e 1998 dalla Soprintendenza di Messina, sezione dei beni archeologici. Sono stati rinvenuti mosaici, sculture e ceramiche, conservati in parte presso il museo locale e in parte presso il Museo archeologico regionale di Palermo.
Il teatro venne costruito in forme greche alla fine del IV secolo a.C. e in seguito rimaneggiato in epoca romana, con una nuova decorazione e l’adattamento a sede per i giochi dell’Anfiteatro.
Rimasto a lungo in abbandono e conosciuto solo per le illustrazioni del XIX secolo era appoggiato alla naturale conformazione a conca della collina, nella quale furono scavate le gradinate dei sedili (0,40 m di altezza e 0,70 m di profondità) della cavea, che doveva raggiungere una capienza di circa 3000 posti. In età romana vi si aggiunse un portico in opera laterizia e la ricostruzione della scena, di cui restano solo le fondazioni e un’arcata, restaurata nel 1939.
L’orchestra venne trasformata in un’arena, circondando la cavea con un muro e sopprimendone i quattro gradini inferiori.
L’area urbana, scavata, tra il 1949 ed il 1964, consta di un isolato completo (insula IV), delimitato dai tratti dei due decumani scavati e da due strade secondarie. A causa della pendenza del terreno, i diversi edifici che la compongono erano costruiti su terrazze a diversi livelli.
Sul decumano inferiore si aprivano sei tabernae, o ambienti per il commercio, tre delle quali erano dotate di retrobottega. Su queste poggiava un’ampia domus (casa B) con peristilio a dodici colonne in pietra con capitelli dorici. Il tablinium, o salone (lunghezza 8 m e larghezza 4,60 m). Al livello più alto una seconda domus, “casa C”, con peristilio simile alla precedente, presenta l’accesso al tablinio inquadrato da colonne con capitelli corinzi italici in terracotta e basi realizzate con mattoni di forma rotonda.
Le due case vennero costruite nel I secolo a.C., su precedenti fasi abitative e furono soggette a restauri e rimaneggiamenti: in particolare nella parte superiore si impiantarono delle piccole terme e gli originali pavimenti scutulati (scutulata con inserimento di piccole lastre di marmi colorati) o in signino con inserimento di tessere di mosaico bianche, o ancora con mosaici policromi, si sostituirono mosaici in bianco e nero con figure.
Le origini della statua della Madonna Nera sono legate ad una leggenda, secondo la quale la scultura, trasportata per mare, impedì alla nave di ripartire dopo che si era rifugiata nella baia di Tindari per sfuggire alla tempesta. I marinai, depositarono a terra via il carico, pensando che fosse questo ad impedire il trasporto, e solo quando vi portarono anche la statua, la nave poté riprendere il mare.
La statua venne quindi portata sul colle soprastante, dentro una piccola chiesa che dovette in seguito essere più volte ampliata per accogliere i pellegrini, attratti dalla fama miracolosa del simulacro.
Il Santuario di Tindari si trova all’estremità orientale del promontorio, a strapiombo sul mare, in corrispondenza dell’antica acropoli, dove una piccola chiesa era stata costruita sui resti della città abbandonata.
La statua della Madonna Nera, scolpita in legno di cedro, vi venne collocata in epoca imprecisata, forse giunta qui dall’Oriente in seguito al fenomeno dell’iconoclastia, nell’VIII-IX secolo.
La chiesa, distrutta nel 1544 dai pirati algerini, venne ricostruita tra il 1552 e il 1598 ed il santuario venne ampliato dal vescovo Giuseppe Pullano con la costruzione di una nuova chiesa più grande che fu consacrata nel 1979. La festa del santuario si svolge ogni anno tra il 7 e l’8 settembre.
Il promontorio sul quale sorge il Santuario, ha alla base, una zona sabbiosa con una serie di piccoli specchi d’acqua, la cui conformazione si modifica in seguito ai movimenti della sabbia, spinta dalle mareggiate. La spiaggia è conosciuta con il nome di Marinello o il mare secco e vi sono legate diverse leggende.
Secondo una di esse la spiaggia si sarebbe formata miracolosamente in seguito alla caduta di una bimba dalla terrazza del santuario, ritrovata poi sana e salva sulla spiaggia appena creatasi per il ritiro del mare. La madre della bambina, una pellegrina giunta da lontano, in seguito al miracolo, si sarebbe ricreduta sulla vera natura miracolosa della scultura, della quale aveva dubitato a causa dell’incarnato scuro della Vergine.
Un’altra leggenda narra della morte, avvenuta proprio su questa spiaggia di papa Eusebio, il 17 agosto del 310, pochi mesi dopo la sua elezione, avvenuta il 18 aprile, che sarebbe stato esiliato in Sicilia da Massenzio.
Il costone sopra la spiaggia, inoltre ha una grotta, che secondo una leggenda locale era abitata da una maga, che si dedicava ad attrarre i naviganti con il suo canto per poi divorarli. Quando qualcuno degli adescati rinunciava per la difficoltà di raggiungere l’ingresso dell’antro, la maga sfogava la rabbia affondando le dita nella parete: a questo sarebbero dovuti i piccoli fori che si aprono numerosi nella roccia.

< VILLA ROMANA - MARINA DI PATTI

Una sera, con l’estate che correva per le strade, sulla spiaggia, ero ritornato nel paese, dai genitori, in cerca di conforto.
Il matrimonio che credi indissolubile, con  litigi e musi lunghi, momenti difficili, che appare non proseguibile e magari, dopo qualche ora, si risolve con risate e giochetti di varia natura, nel letto che ti ha sempre gratificato, scoprendo che l’amore scorre rigoglioso, inspiegabilmente si è rotto, il distacco è talmente doloroso che credi di morire, anche se dentro di te t’illudi, alimenti una fiammella,  credi ancora che tutto possa tornare tranquillo,
La famiglia, se afferrata dalla paura, muore e la città ne mesce, più di quanto, un uomo stagionato, ne possa sostenere, ecco che il pilastro si sbriciola, perde consistenza, è intaccato dalla fragilità.
Il rapporto pur rimanendo unico, profondamente legato, s’accartoccia su se stesso e non resta altro che lasciare la casa con le chiavi appese alla porta e riparare in un portone buio, di un palazzo antico, dismesso, polveroso, dunque con la solitudine in spalla ed il dolore nelle tasche, spinto da una brezza di vento, una farfallina solitaria che s’aggira nell’ambiente, si posa e riparte, svolazza intorno e scompare, con la mente imballata, lentamente uscii dalla scatola vuota nella quale, inconsapevolmente ero caduto ed accettai l’invito, di un gruppo di coetanei, con un’età diversa, più leggera,  di andare a mangiare una pizza, alla villa romana, che francamente, non conoscevo.
La scoperta mi era ignota e tanto meno, l’apertura di un ristorante, a detta dei ragazzi, stabilmente residente nella località, caratteristico, con un diario di pietanze, ricercate nella tradizione locale e rielaborate, il sapore disponeva bene, però sinceramente m’indignai che nelle mura archeologiche, riservate alla bellezza ed alle attività consone al luogo, vi fosse allocato un locale per la ristorazione, comunque vestito per quanto mi riusciva, dell’indifferenza, li seguii, accompagnato da un’allegria che oserei dire surreale.
L’ordinazione della pizza, oziosamente tardava ed allora per tamponare il buco dell’attesa, chiedemmo che ci servissero delle bruschette, un’avventatezza inusitata, non l’avessimo fatto, fu un’ulteriore collasso intestinale, le rimostranze, saltavano sui bidoni della spazzatura, tanto che all’improvviso, il proprietario con un grosso pomodoro in mano, aggirò il muretto che divideva la sala dal bancone del bar, dichiarandomi il prezzo, evidentemente esoso, del frutto che doveva servire da condimento. L’irritazione mi sorprese e gridandogli che avevo chiesto delle bruschette, anzi prima la pizza, che se lo schiaffasse nel luogo più consono alle sue abitudini quotidiane e con sollecitudine, pur se la pancia, la  bocca con le sue papille, chiedesse insistentemente di pazientare ancora qualche minuto, che il profumo irresistibile proveniente dalla cucina, ci induceva a precipitarci su qualsiasi cibaria, ci alzammo e lasciammo il famoso locale.
La Villa Romana di Marina di Patti, si trova in prossimità del sottopassaggio dell’autostrada. La villa è di età tardo imperiale romana con un’estensione di circa 20.000 mq. Risalente al IV secolo d.C, fu costruita sui resti di un’altra villa più antica, probabilmente del II-III sec. d.C. Presenta parecchie affinità con la Villa Imperiale del Casale di Piazza Armerina e quella del Tellaro presso Noto, entrambe dello stesso periodo. Sono molti gli ambienti che si possono ammirare, alcuni dei quali recanti mosaici policromi raffiguranti per lo più animali entro ottagoni frammentati da ornamenti floreali e figure geometriche. L‘annesso Antiquarium, custodisce reperti provenienti da tombe romane rinvenute nel territorio.
La sala Triabsidata, presenta tracce di Mosaici geometrici costituiti da ottagoni con lati concavi, definiti trecce a doppio capo che creano tra essi, cerchi ovali, secondo uno schema che si ritrova in un ambiente di servizio della villa del Casale di Piazza Armerina della Provincia di Enna, a differenza di quello piazzese, in quello della villa di Marina di Patti, gli ottagoni non sono ornati dai consueti motivi geometrici, le figure di animali selvatici e domestici, ricordano la iconografia nordafricana con cataloghi di fiere. Il pavimento meridionale del portico, di fronte alla sala Tricora, presenta un altro mosaico in linea con la tradizione coeva. Le linee continue di festoni di alloro, creano riquadri al cui interno è disposta una cornice con traccia a doppio capo che ospita differenti motivi floreali. L’interno del cortile del peristilio, conserva tracce di un mosaico che in principio, ornava la villa. Seppure lacunoso, si scorge una composizione organizzata in divetrsi riquadri, il centrale mostra la figura di Bacco che regge una coppa di vino, il suo principale attributo, intorno a loro si dispongono otto pannelli in cui si collocano eroti che guidano bighe trainate da animali esotici, antilopi e leopardi.

LA CITTA’ DI MILAZZO

Ho esercitato per oltre vent’anni, la professione di Tecnico Sanitario di Radiologia Medica, nel locale Nosocomio della città di Milazzo, sono andato in pensione esausto, mi avevano tolto la soddisfazione di lavorare.
Ho lottato contro un’organizzazione che non mira a risolvere le inefficienze, i problemi di un servizio e del personale e tanto meno dei ricoverati, le persone sofferenti, servono a fare numero, la qualità delle prestazioni è un accessorio variabile, secondario alle loro prospettive,.
I professionisti, seguono  il Senatore, il Deputato, il Ministro, i professori inseguono la nomina di prestigio ed incaricano il pupillo ad esercitarsi, gratificare l’incessante, straordinaria megalomania, affezione al denaro, sulla pelle della gente.
Il  merito, esce ed entra dalla bocca di tutti, corre per giornali e televisione, convegni ed atterra sulla discarica locale.
Il  lavoro è un aquilone e viaggi, lo segui per anni e quando l’acchiappi non lo lasci andare, è la dignità di una persona, cuce sul petto, l’utilità, il rispetto di un individuo.
Ho vagabondato, sono andato per città e cittadine disastrate, l’ho seguito con amore, ho ricevuto soddisfazione e stima, parecchie delusioni, sono sbarcato a Milazzo, vincitore di concorso, per quasi due anni mi sono presentato all’ufficio del personale, terzo in graduatoria con un bando di sei, e l’assunzione non riusciva a penetrare nei meandri del diritto, continuava il suo iter burocratico di elaborazione, la  corrispondenza restava segretata, insomma non mancavo una settimana a visitare l’ufficio, periodicamente, chiedevo informazioni, un bel giorno a seguito di un caro amico, segretario di un importante sindacato, con immenso rammarico, mi hanno trovato ch’ero scomparso.
La lettera d’assunzione, giaceva nel fondo di un cassetto della scrivania del Ragioniere capo, il tempo avrebbe risolto il caso,  condotto alla presenza del Funzionario, ero malconcio, molto stanco, firmai a fatica che mi tremava la mano, fortemente e prepotentemente indirizzata nell’occhio di sinistra.
La maggioranza dei colleghi, bacchettoni ed egoisti, mi guardavano con occhio malevolo, parlando alle spalle, dicevano che avevo rubato il lavoro ad un loro amico, ad un loro coetaneo. Io che provenivo da una terra lontana, non potevo occupare quel posto,  eppure ero originario di quei luoghi, i miei genitori abitavano a circa quindici chilometri di distanza.
Ho subito angherie, minacce e prove di forza, ho litigato, resistito ed ho esercitato  la professione con umiltà ed umanità.
Milazzo (Milazzu in siciliano) è un comune italiano della provincia di Messina in Sicilia.
La città è posta tra due golfi, quello di Milazzo ad est e quello di Patti ad ovest, in un luogo strategico della Sicilia nord-orientale; distante 30 km dal capoluogo, rientra nell’area metropolitana dello Stretto di Messina, ed è il baricentro di un comprensorio che va da Villafranca Tirrena a Patti.
MILAZZO, in origine è città greca, e dal 36 a. C., riconosciuta come civitas Romana, è stata al centro della storia anche durante la Prima Guerra Punica (260 a.C.), e nel luglio del 1860 con l’arrivo delle camicie rosse nella grande Battaglia di Milazzo. Numerose sono le testimonianze e i simboli della storia millenaria della città. A tal proposito sono in corsi progetti mirati ad inserire il Castello, la città fortificata e il borgo antico tra i siti UNESCO ed a costituire la Riserva Marina del Promontorio di Capo Milazzo. Meta turistica e ottimo punto di partenza per le Isole Eolie, il Parco dei Nebrodi, Tindari; l’economia della città, oltre al turismo, è abbastanza varia: dall’agricoltura (ed in particolare il vivaismo) alla pesca, dal commercio ai servizi, dai trasporti su gomma e via mare all’industria.

NOTO

Il nome NOTO, fu dato alla città, e mantenuto, dagli Arabi, per indicare la sua bellezza.
Il sito originario della città di noto, è sul monte alvenia ove si sono trovati i primi insediamenti umani risalenti all’età del Bronzo intorno al 2200 – 1450 a.C., . Un’antica leggenda, racconta che Neas, antico nome di Noto, avrebbe dato i natali al condottiero siculo, Ducezio che nel V secolo a.C., avrebbe difeso la città dalle incursioni Greche, trasferendola dall’altura della Mendola a monte Alvenia, circondato da profonde valli. Pobbio e tito Livio, dicono che la città di Neaz, Neatosn Noto, ben presto entrò nella sfera Siracusana, infatti fu colonia sotto il Regno di Gerone II ,  riconosciuta, nel 263 a.C.,  dai romani nel trattato di pace, l’ipotesi, è convalidata dal  gimnasio, le mura megalitiche e gli Heroa ellenistici. Il console Romano, Marco Claudio Marcello, circa nel 214 a.C., entrò a Neaton e fu riconosciuta città alleata al pari di Taormina e Messina ed i Netini ebbero un proprio senato, la scritta SPQN ( Senatus  PopolosQue Netinum) infatti risulta ancora oggi, nei Palazzi e nei Portali, e come le altre città isolane, subì le vessazioni di Verre, descritte da Marco Tullio Cicerone  L’Imperatore Giustiniano, con le legioni bizantine, nel 535 – 555, occupò la sicilia, il territorio di Noto, fu arricchito di monumenti, la Basilica di eloro, Trigona, la cittadella dei Maccari, l’Oratorio della Falconara e la Cripta di S.Lorenzo vecchio, il Cenobio di S.Marco, il villaggio di contrada Arco. L’occupazione da parte degli arabi con il Ras Kha Faia ben Sufyan, nell’864, Noto, nel 903, divenne capovalle ed sul suo territorio, si registrò la razionalizzazione dell’agricoltura e la promozione commerciale e per la presenza di copiosi alberi di gelso, fu insediata l’industria della seta.
Noto, nel 1091, fu occupata dal Conte Ruggero D’Altavilla, infeudata al figlio Giordano, iniziò la costruzione del Castello e delle chiese Cristiane, sotto il regno dell’Imperatore Federico II di Svevia, Noto era governata dal conte Isimbardo Morengia, fu eretto il Monastero cistercense di Santa Maria dell’Arco.
Il 2 Aprile del 1282, nel periodo Angioino, Noto partecipò all’insurrezione dei Vespri Siciliani, durante la guerra per il possesso della sicilia, nel 1299, fra Federico III D’aragona e Carlo II D’Angiò, il Castellano Ugolino Callari o di Callaro, si ribellò  passando da Federico a Carlo, consegnando la città all’esercito di Roberto, figlio di Carlo II.
Noto, ritornata sotto il dominio Aragonese, fu governata da gugliemo Calcerando e sotto il regno di alfonso V D’Aragona, Nicolò speciale, Netino, fu vicerè di sicilia che diede un grande contributo allo sviluppo della città governata dal duca Pietro D’Aragona, fratello del Re che nel 1431, fece edificare La Torre Maestra del Castello, nel 1503, per intervento del Vescovo Rinaldo Montuoro Landolina, il re Ferdinando II D’Aragona, a Noto, il titolo di “ città ingegnosa “ per Giovanni Aurispa, Antonio Cassarino, Antonio Corsetto, Andrea Barbazio e Matteo Carnalivani che nel quattrocento, si distinsero nel campo dell’Arte, delle Lettere e della Scienza. Il Vicerè Ferrante Gonzaga, nel 1542, fortificò le mura della città. Il terremoto dell’11 gennaio del 1693, nel suo pieno splendore, la Val di Noto, fu distrutta, morirono, circa Mille persone. Il Duca di Camastra Giuseppe Lamnza, nominato vicario Generale per la Ricostruzione, decise che la nuova città dovesse sorgere più a valle, sul declivio del monte Meti per la quale intervennero con il loro contributo diverse personalità, Ingegneri, Matematici, Architetti Militari, capimastri e scalpellini che nel XVIII secolo, realizzarono questo eccezionale evento urbanistico.
Noto, nell’ottocento,  perse il titolo di Capovalle che passò a Siracusa, tuttavia, nel 1837, a causa del moto Carbonaro di siracusa, Noto divenne capoluogo di Provincia, nel 1844, centro di una diocesi, nel 1848, con la partecipazione  alla rivolta Massonica siciliana, sedata, il Netino Matteo Radi, Ministro del governo Rivoluzionario, andò in esilio a Malta. L’invasione di Giuseppe Garibaldi, nel 1861, l’accluse nel Regno D’Italia conservando il titolo di capoluogo di provincia, trasferito nel 1865 a Siracusa. L’inaugurazione del Teatro Comunale, avvenne nel 1870. L’esiliato Matteo Radi, fu nominato Ministro di Grazie e Giustizia e dei Culti della nuova nazione e nel 1880 fu edificata la Stazione Ferroviaria e nel secondo dopoguerra, fu riaperta la Cattedrale ed iniziò il  processo migratorio, verso l’Italia del Nord, Germania, Francia, Belgio, Argentina, USA e Canada conoscendo un decenno di decadenza. Il Barocco Netino, fu portato all’attenzione di vari studiosi, grazie al “ Simposio  sull’architettura di Noto “ del 1977 organizzato dal registra Corrado sofia e dal sindaco Alberto Frasca, determinando un rinnovato interesse per la città, tanto che nel 2002,  ha indotto l’UNESCO al suo  inserimento nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità.   La cupola della cattedrale, a causa di un difetto di costruzione, il 13 Marzo del 1996, crolla, a conclusione di un lungo e complesso restauro, è statri aperta il 18 giugno del 2007

La città di S.Agata, ha maturato la mia ingenuità, mi ha insegnato una storia di sacrifici e sofferenze, la  gioia che inconsapevolmente sono riuscito ad estrarre, è stata maltrattata, ridotta a resti di una festa non certo amichevole, comunque è stata dignitosa ed anche se alla fine è ha preso la forma di una goccia mista a dolore, difesa con le armi in pugno, è stato un bottino di  guerra, con tanta sofferenza, mi è rimasto artigliata nel cuore, in ogni strato del mio corpo.
La città è risaputo, con le sue molteplici attività, offre tante possibilità di lavoro, il mio borgo di mare non possedeva che libertà e bellezza, sotto l’aspetto pratico, era avaro, dunque con il diploma in tasca e tanti sogni appesi in testa, nella mani, nelle tasche, in ogni superficie del mio corpo, corsi a lei, e mi ritrovai per una strada buia trasformata in  un corso d’acqua, la pioggia cadeva copiosa e non lasciava scampo, non ero preparato, la mano fraterna che mi era stata tesa, aveva perso consistenza e cercai un posto per ripararmi e passare la notte,
Il giorno vestito di polvere, nero e sporco che pareva uscito da una miniera di carbone, mi offrì l’irruenza degli abitanti, la grinta con la quale credevano di ammaestrare ogni azione che se non lo fosse, rasentava la prepotenza e l’arroganza, non ero preparato, m’intimoriva, mi toglieva il respiro e giocoforza, per sopravvivere, in fretta mi trasformai in un guerriero e scesi in strada a combattere una guerra non dichiaratI suoi figli, si presentavano con modi gentili, carpivano la fiducia, e da  selvaggi, colpivano alle spalle, sanguisuga insospettabili, succhiavano la maggiore quantità del guadagno che riuscivo a produrre ritrovandomi a coprire spese che non avevo contratto. Le forze di polizia, latitavano, si presentavano anche senza che vi fossero feste comandate a cercare una regalìa per la moglie, i figli, la suocera, necessità  pesrsonali, non dichiarabili.
Il Teatro di Siracusa

Il teatro Greco di Siracusa, situato nel Parco Archeologico della Neapolisi, è stato costruito nel V secolo a.C., sulle pendici del colle Temenite, rifatto nel III secolo a.C., e traformato in epoca romana e malgrado lo stato di abbandono, resta comunque uno dei bei posti del mondo ed offre lo spettacolo più grandioso e pittoresco che possa esserci. Il Mimografo Sofrone, che cita il nome dell’architetto Damacopos detto Myrilla per avere fatto spargere unguenti, miroy, all’inaugurazione, lo menziona la sua esistenza, nel V secolo a.C., anche se non è dimostrato, comunque, è certo che un teatro sia stato utilizzato e si sia svolta attività, nel periodo proto classico con il commediografo Epicarmo e contemporanei Formide e Deinoloco. Eschilo, nel 456 a.C., rappresentò “ Le Etnee, “ per celebrare la fondazione di Catani, Aitna dove avevano trovato rifugio esuli catanesi in seguito alla distruzione della calcidese Ktane ad opera di Ierone I, rappresentata ad Atene ed anche a siracusa. L’ultima opera è giunta a noi, la prima è andata perduta. Il secolo V a.C., e gli inizi del IV, probabilmente videro la rappresentazione delle opere di Dionisio I e dei tragediografi della sua corte, cui Antifone, è stato ipotizzato anche Polacco ed è certo che il teatro non avesse la forma a semicerchio che diventerà canonica, alla fine del IV secolo a.C., e nel corso del III, costituito verosimilmente con gradinate rettilinee, a trapezio. Diodoro siculo, riferisce che nel 406 a.C., a Siracusa, con l’uscita dal teatro del popolo, arrivava Diionisio e Plutarco racconta dell’irruzione, nel 355 a.C., in un’assemble cittadina, di un toro infuriato e nel 336 a.C., dell’arrivo il carro di Timoleonte, con il popolo riunito, questo a testimonianza dell’importanza dell’edificio nella vita pubblica.
Secondo un’iscrizione andata perduta, menzionata da Nerazio Palmato, restauratore della curia a Roma dopo il sacco di Alarico, autore del rifacimento della scena, i lavori del teatro di Siracusa, potrebbero essere datati agli inizi del V secolo a.C..
L’abbandono a cui è stato sottoposto per lunghi secoli, a partire dal 1526, ha contribuito ad una progressiva espoliazione ad opera degli Spagnolidi di Carlo V che asportarono i blocchi di pietra per fotificare Ortigia.
Il Marchese di Sortino, Pietro Gaetani, nella seconda metà del cinquecento, a proprie spese,  riattivò l’antico acquedotto, favorendo l’insediamento di diversi mulini installati sulla sommità della cavea, resta visibile la cosidetta “ casetta dei mugnai “
Il Settecento, sul finire, con Arezzo, Fazello, Mirabella, Bonanni, ed i famosi viaggiatori, d’Orville, von Riedesel, Houed, Denon ed altri, rese omaggio ia teatro, venne menzionato e riprodotto. Il secolo successivo, sotto l’esempio dei suddetti eruditi dell’Epoca, nacque l’interesse del Landolina e del Cavallari che liberarono il monumento della terra, le indagini archelogiche, successivamente, proseguirono ad opera di P.Orsi ed altri fino al 1988 con Voza. L’INDA, l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, a  partire dal 1914, inaugurò le annuali rappresentazioni di opere greche, nell’antico teatro con Agamennone di Eschilo, nel 2010, è uno dei monumenti del Servizio Parco Archeologico, organo periferico dell’Assessorato dei Beni Culturali dell’Identità della Ragione Sicilia.
            IL SMBOLO DELLA CITTA’ DI BRONTE

Bronte fu parzialmente danneggiata durante l’eruzione dell’Etna del 1651, mentre le colate delle eruzioni del 1832 e 1843 si avvicinarono ai territori di Bronte senza però raggiungere l’abitato. L’eruzione del 1843 è conosciuta soprattutto per la morte di 59 persone causata da un’esplosione che avvenne quando la lava invase una cisterna d’acqua. Questo è l’incidente più grave conosciuto nella storia delle eruzioni dell’Etna, che può essere direttamente associato con l’attività del vulcano. L’ammiraglio britannico Horatio Nelson fu insignito del titolo di duca di Bronte nel 1799 da Ferdinando I delle Due Sicilie con una donazione significativa di terreni, fra cui il Castello e la chiesa di Santa Maria nei pressi di Maniace. La città, durante il Risorgimento, fu teatro di un episodio controverso, noto come la Rivolta di Bronte. L’8 agosto del 1860, i contadini di Bronte si ribellarono occupando le terre dei latifondisti, dando credito alle promesse di equa ripartizione delle terre da parte di Garibaldi. La rivolta fu soppressa da Nino Bixio mediante una rappresaglia (Strage di Bronte). Il comune di Bronte, “Città del Pistacchio”, è tra i più estesi della provincia di Catania. Vuole il mito che il ciclope Bronte, figlio di Nettuno, sia stato il fondatore ed il re della città omonima, ma furono i Siculi i primi abitatori della zona, intorno all’VIII secolo a. C., come è testimoniato dalla presenza di cellette funebri a forma di forni rinvenute in territorio brontese. L’abitato, posto sopra un pendio lavico della zona nord-ovest dell’Etna, domina la valle del Simeto. Da qualunque parte si volga lo sguardo si offrono all’osservatore le immagini della lussureggiante e variegata campagna siciliana. Anche dove successive eruzioni hanno ricoperto il territorio di dura roccia lavica, i contadini brontesi, sfruttando gli insegnamenti degli antichi dominatori arabi, sono riusciti ad impiantare alberi di pistacchio, che proprio sulla roccia lavica crescono rigogliosi, producendo la migliore qualità di pistacchio presente sui mercati mondiali. Furono appunto gli Arabi, strappando la Sicilia ai Bizantini, a promuovere e a diffondere la cultura del Pistacchio nell’isola e, a conferma di ciò, basta considerare l’affinità etimologica del nome dialettale dato al pistacchio col corrispondente termine arabo. “Frastuca” il frutto e “Frastucara” la pianta derivano infatti dai termini arabi “fristach”, “frastuch” e “festuch” derivati a loro volta dalla voce persiana “fistich”. Di colore verde smeraldo e profumo intenso è molto usato nella pasticceria per la preparazione di dolci come croccanti, fillette (specie di savoiardi), torroni e torroncini, paste e torte. Sono tanti, inoltre, i monumenti che abbelliscono la cittadina dal punto di vista storico ed architettonico, ma su tutti il Castello Nelson e il Real Collegio Capizzi, oggi sede della biblioteca borbonica con l’archivio di storia patria.  Un patrimonio impreziosito delle opere letterarie originarie dell’illustre Spedalieri e di atlanti geografici di rara bellezza per fattura artistica e conoscenze fisico-politiche del 600 e del 700 e che ospita la più importante Pinacoteca della Sicilia, esponendo una preziosa raccolta del maestro brontese, “Nunzio Sciavarrello”.  Il Castello di Nelson o cosiddetto “Castello di Maniace” si trovava a cavallo della grande trazzera regia che per tutto il medioevo fu l’arteria più importante di penetrazione nell’interno dell’Isola, percorsa da Re e Imperatori, da eserciti e torme di invasori. Per essa infatti penetrarono nel Valdemone gli Arabi; su di essa si svolsero le prime battaglie dei conquistatori Normanni; per essa si avventurava, dopo aver fatto testamento, il viaggiatore che voleva raggiungere Palermo. Oggi è un luogo turistico e di cultura di alto interesse e di prestigio. Festa dei patroni San Biagio il 3 febbraio e Maria SS. Annunziata il 9 agosto.
           

IL CASTELLO DI ADRANO

La tradizione, attribuisce la fondazione della città di Adrano, al  condottiero normanno  Ruggero I che intorno al 1070 la sottrasse al dominio Arabo, lasciandola in eredità alla nipote Adelasia.
I normanni, nell’XI secolo, crearono le fortezze,Il castello di Adrano e delle vicine Paternò e Motta Sant’Anastasia, i normanni, per controllare militarmente, la Sicilia Orientale, la via d’accesso all’entroterra, la valle del fiume Simeto, e garantire il controllo della città di Catania e del territorio retrostante simile ai castelli delle terre d’origine Il castello, nei secoli successivi alla sua fondazione, fu residenza di famiglie siciliane, i Pellegrino, Sclafani, Momcada dominando adrano ed il suo territorio. La fortezza, cessò di essere sede nobiliare, nel XVII secolo, ed a causa del terremoto del 1693, i soffitti, erano crollati ed il primo piano, fu utilizzato a carcere, dice Ignazio Paternò Castello, alla fine del settecento descrivendo Adrano e parlando della bella torre dei normanni, rimanendo così fino al 1958,nel momento in cui non è più utilizzato quale luogo di pena e restaurato rinasce a Museo.
PIAZZA ARMERINA

 La villa del casale è una dimora rurale tardo-romana, i cui resti sono situati nell’immediata periferia di Piazza Armerina in provincia di Enna. Fa parte dal 1997, dei patrimoni dell’Umanità dell’Unesco. La scoperta della villa si deve a gino Vinicio Gentili che nel 1950 ne intraprese i lavori a seguito di segnalazioni degli abitanti del posto. Lo scopritore, in un primo momento, basandosi sullo stile dei mosaici, datò l’impianto della sontuosa abitazione, sorta su una antica fattoria, non prima della metà del IV secolo, successivamente, lo stesso, l’assegnò all’età tetrarchica e Ranuccio bianchi Bandinelli, al primo venticinquennio del IV secolo. I  mosaici, per un insieme di circa 3500 metri quadrati, da alcuni motivi di  derivazione urbana, sono stati elaborati da maestranze africane ed anche romane.

RESIDENZA  E LAVORO


L’incontro era stato chiarificatore, l’accettazione del rischio,
mi sollevava dall’ansia, l’occasione poteva risultare interessante,
per essere definitiva, avrei dovuto attendere il risultato del concorso.
La casa situata nella vecchia città, poteva essere l’ultima residenza.
Il vagabondare risulta stressante ed allora cercavo un punto fermo,
se hai il lavoro, programmi la tua esistenza, ed un luogo vale l’altro,
comunque non è mai quello che desideri, i coetanei sono altrove.
Il viaggio a bordo dell’Auto 600, verso la piazza di lavoro,
carica di anni e speranze tenute in vita da uno spirito maligno,
invero è un espediente per non tagliarmi le gambe,
circuisco il  camminare, tento di confonderlo, ed andare.
La galleria buia, mi si parò in faccia tale e quale ad una minaccia,
rallentai e lentamente, ritrovai la luce, fu un brutto presagio,
Un vermicello, si fece spazio nel mio cervello e nacque l’avventura.
Mi organizzai il tempo libero che il lavoro mi lasciava,
entrai in solitudine nella città, le antiche chiese, le stradine
e mi sorpresi nel sentirmi nascere un pensiero birichino, notai
qualche attenzione, qualche sorriso continuo, dolcissimo,
cominciai a scherzare e mi ritrovai avvolto in un alone di timidezza,
sognavo i suoi occhi, il suo viso, la sua bocca che si avvicinava,
spicchi d’arancia, turgidi, pieni e  succosi, però non mi accorsi
che ombre spigolose si prendevano giuoco  della mia semplicità,
del mio instancabile lavoro, la parola data che veniva meno
e con l’incredulità sulla faccia attraversai le stanze, la piazza.
L’arroganza diventò pesante e mi librai a tagliargli la cresta,
ho riflettuto e mi sganciai dall’impegno profuso, chiesi il conto
e mi allontanai senza recriminazione alcuna, anzi fermandomi
al ristorante sulla strada poco fuori le mura della città e festeggiai
con tagliatelle e funghi porcini che la cucina esaltava a meraviglia.       
       
UN GIORNO DI SOLE
                                                                                                             
Il tempo e gli anni, si dissolvevano nell’aria bianca,
qualche macchia azzurra mi scivolava negli occhi,
inseguivo una nuvolaglia scura che s’aggirava
su quel che restava del verde delle colline,  cercavo
un valido motivo per non decadere, visitare i monumenti,
frutto di presunzione, la decadenza, l’’insofferenza,
la bellezza è stracciata, non riesco a camminare, se volto
lo sguardo, ovunque sporcizia, maleducazione, 
arroganza, mi saltano addosso.
Litigare, non è un’azione che può risolvere il problema,
non è dirimente, se cerchi d’andare, sei coperto d’epiteti.
La ragione ha perduto l’equilibrio e resti frastornato,
sei piuttosto, indotto ad imbracciare un’arma da guerra,
e far fuoco su qualsiasi cosa  si muova, indiscriminatamente.
La mattina, comunque mi alzo, mi faccio la barba, mi lavo
e vado a comprare il pane, i biscotti, quel che serve in casa,
lo so che è un abbozzo di quotidianità, è anche un modo
per affrontare il medico e non cadere nella depressione,
ed ecco che mi capita qualcosa, sento che si è aperto,
un giorno pieno di sole e le medicine non mi servono,
ho scoperto un’anima buona, la persona che ho incontrato
e frequento, mi ha salvato, mi son convinto che è l’amore
Ha rispetto degli altri, del loro modo di pensare, non ha riserve,
è libero, corretto, ama il sole, la luna e gli altri fenomeni
che si sviluppano su di noi, la società non è cambiata,
è sempre maleducata, cafona, sciattona, resto sempre sulla difensiva,
sono preoccupato, mi guardo le spalle, con lei accanto,
comunque viaggio, cerco altri cerchi, ogni rettangolo
e con delicatezza mi sollevo dalla terra.     

RIEMERGO DAL QUOTIDIANO
L’acqua calma, luccicava davanti e gli occhi si perdevano
nell’azzurro che dalla battigia si allungava congiungendosi col cielo
in un bacio svirgolante, delicato e rigoglioso
Le giornate si sono trasformate in una ricerca continua, mi alzo
e  vado sulla spiaggia, passeggio lungo la battigia con il mare,
non mi pare vero, riemergo dal quotidiano che ho lasciato in città,
sono travolto dalla bellezza, dalla leggerezza, mi bagno e riemergo
con sempre meno orpelli sulle spalle, libero, sono sul punto
di trasformarmi in un volatile e faccio le prove di volo,
finisco in acqua, però è come ritornare bambino, con la gioia
che si allarga sulla bocca, sulle gengive, con qualche biancore
in punta, ad indicare che ho messo l’inverno dietro il muro.
Ho terminato la vestizione, il piumaggio è completo e mi lancio
a volare, faccio fatica, mi poso su una barca da diporto, è sera,
un pesce emerge e volo sopra atterrando con lui sulla spiaggia.
Il ritorno a casa è un trotterellare quieto, pacifico, contento.
Ho ripreso  la mia età e passeggio con un gelato in mano

LA SCIENZA DEL MALE

Il  popolo inerme, affamato, è accerchiato, schiavizzato,
considerato un nemico, prega, chiede di essere salvato.
Nessuno l’ascolta, non ha difesa ed allora fugge,
è bastonato, umiliato, non ha neanche il diritto
di stare in casa sua, di lavorare, procreare, ha bisogno
di una vita normale, di viaggiare  e cercare.
La scienza del male è in agguato, l’esperienza non gli serve,
colpito da paura, non ha sviluppato umiltà, convivenza,
ha prodotto, un orrido concetto della guerra continua.
Vestito a difesa, di un arsenale bellico sofisticato,  ha confuso
il proprio diritto, la propria libertà con l’occupazione del vicino,
la schiavitù per la sopravvivenza, confondendo la tolleranza.
Una  mano armata, non conquista la pace, il rispetto si acquisisce,
diversamente alimenti terrore, non puoi celarti dietro uno scudo

LUCIANO
I giorni di scuola, sono coriandoli di conoscenza, segni informi
di un futuro incerto, di scoperte e di delusioni, di mare
e di  campagna, di fiori e di sole, una convivenza riempita
di corse e partite di pallone con per campo la strada,
una rincorsa alle lezioni, agli esami ed agli amori, impastati
di timidezza e riservatezza, un bacio volante, uno scherzo ed entri
nella competizione per prendere possesso di un posto di lavoro.
Gli anni nel segno della semplicità, sono trascorsi, le ferite
sono nascoste nell’anima ed a volte, inconsapevolmente
escono a dichiarare, che il mondo si è rovesciato, cerchi un appiglio
per non perdere l’equilibrio, la  gioia, il dolore, il giorno, la notte
che ti accompagnano sono fratelli, fanno parte di te
e non puoi disperderli per la città, sugli alberi, sui muretti a secco.
Allora confondi i parenti, guidi fino alle pendici del Santuario,
in coda per posteggiare nella spianata e prendere l’autobus,
Luciano, Vigili Urbano, mio compagno di scuola è in comando,
al santuario, forse per ossigenarsi dal servizio quotidiano sulla strada,
mi autorizza a salire con la macchina, ripromettendoci di rivederci.
L’incontro in piazza, ritornando a casa, è stata una sorpresa,
anche se per pochi minuti, per abbracciarci, mi ha ridato il coraggio,
l’ebbrezza della fanciullezza che la città m’aveva tolto.
L’ho rivisto nel nosocomio dove prestavo servizio
Una raucedine, la tosse, un torace, la solita inutile terapia 
ed il cancro al polmone si rafforzava, lo debilitava ogni giorno di più.
I controlli, misuravano  aggravamento, oramai l’aveva vinto.
Ho telefonavo per salutarlo, il figlio che con mamma l’accompagnava, 
mi ha risposto che papà, aveva perduto la battaglia, era morto.

IL GENIETTO  DI DIEGO  LATORE

L’incedere reclinato sul fianco destro, gli riportava sulla spalla contraria, una croce al valore civile, pur non essendo stato reclutato da nessun esercito, non avendo svolto alcun giorno di militare, insomma non avendo partecipato a nessuna missione di volontariato.
L’effetto gli derivava da un proiettile vagabondo che casualmente, per errore, l’aveva preso di mira, in una sparatoria di polizia, volta all’inseguimento di alcuni manovali di morte.
Il  trasporto con il furgone penitenziario, dei Criminali in tribunale per l’udienza a carico, per rispondere di omicidio e rapina, non era andato bene e proprio nella piazza, all’apertura delle porte, con un’azione paramilitare, avevano atterrato i Carcerieri ed erano  fuggiti. L’intervento immediato, della polizia di guardia al Tribunale e di quella della vicina caserma, avvisata ed accorsa precipitosamente, non era riuscita ad acchiappare i detenuti, però era riuscito a mettere a terra Diego, il Genietto Latore, che stava andando a presenziare ad un’udienza. Diego, caduto per terra, credette d’essere morto, un attimo volante di lucidità, pensò ad Orazio, il cane che teneva in custodia nella casupola in campagna, diciamo meglio, è giusto chiamare un deposito per tenere al fresco, nei giorni di calura e di pioggia battente, per protezione anche dai fulmini, la parte anteriore della macchina, e si propose, se ne sarebbe uscito con un po’ di voce, o di gestire la mano sinistra, era mancino, di raccomandarlo a qualche buono e fidato amico, magari di inserirlo nel testamento, per lo spazio di una cuccia per preservarlo dalle intemperie.. La domenica immancabilmente, saltuariamente un giorno in mezzo la settimana, saliva a portagli da mangiare. La serranda abbassata impediva ad Orazio, una qualsiasi fuga però permetteva a qualche amico in transito, di sostare, riposarsi, di trascorrere tranquillo, qualche notte o due o quel che gli era necessario, ed a volte, improvvisamente, senza avviso alcuno, vi transitava, un  ricercato, un evaso, un cliente per il quale lavorava, sostava per una notte, il giorno si eclissava per poi ricomparire di sera. L’incapacità di movimento, con il quale aveva da lottare, restringeva il  Genietto, ad un esemplare di topo femmina ed in cinta, rimasto appiccicato sulla colla, spalmata su una trappola ancorata saldamente impedendole qualsiasi scivolamento, soprattutto però, era molto preoccupato, per le corde vocali, forse per il trauma, la paura, si erano ammutolite, le prospettive di recupero, gli sembravano remote. La voce e le mani, erano i servitori della  mente, il suo archivio, le pratiche, i codici, codicilli, gli ribollivano per ogni poro e non poteva metterli in esecuzione, pensò di chiedere aiuto ai suoi amici  Massoni, comunque gli risultava prematuro oltre chi inutile. L’ odio per i poliziotti che l’avevano ridotto ad una larva,  e dire che li considerava fratelli, gli straziò le carni, allora per scansare la deviazione che gli era nata improvvisa, si fece il segno della croce con la lingua, sperando di buttare fuori quella ossessione, che potesse uscire da quella posizione.  Un vigile urbano di passaggio nella piazza, s’accorse di quella giacca con la federa penzolante, i polsi della camicia, di colore bruciato, lo riconobbe e chiese aiuto, chiamò un’ambulanza che fortunatamente, passava nella zona ed arrivò dopo qualche minuto, forse a pensarci, di secondi, minuti, ne corsero parecchi che a metterli assieme, si fecero pesanti, forse a volerne togliere qualcuno, diciamo un’ora, forse un  decimo di meno, e per giunta, sorvolando il traffico caotico. Il servizio precario, comunque compì il proprio dovere in un tempo, il più breve che riuscì a fare e quando arrivò, Diego, stava poggiato sul fianco, diciamo buono e guardava gli scalini e soprattutto, il rettangolo di marmo che tratteneva il pilastro destro dell’ingresso del tribunale, fumava, pur se dolorante, con soddisfazione, sorrideva al suo coetaneo, all’amico, nell’ascoltare qualche aneddoto paesano. Diego, in compagnia dell’amico vigile, manco a dirlo, originario dello stesso paese, non dimostrava alcun minimo di disagio per il colpo subito, probabilmente la vicinanza di Giacomo, lo confortava, ogni giorno s’incrociavano, a volte si salutavano, l’avvocato andava sempre di fretta e raramente s’accorgeva di lui, la sua mente, confrontava, perizie, istanze, elaborava procedure di fallimento, ne pilotava a iosa, un maestro, ed inventariava, consigliava. La sera che faceva ritorno  a casa, a seconda della merce che il  magazzino metteva in vendita, scendeva dalla macchina, con buste di scarpe, vestiti per i figli, la moglie ed a volte, con molta riservatezza, accettava qualcosa per la sua persona.
Il ricovero in Ospedale, in prognosi riservata, gli diede un tetto, un letto ed il cibo necessario, le sigarette non gli mancavano, non c’era un dipendente, infermiere, inserviente o Medico, che non fumasse e lui sapeva chiedere, insomma si reputò ospite di un albergo a tre stelle.
Il fastidio che lo teneva corrucciato, era la spalla, le radiografie eseguite, esclusero fratture, la Tac, la successiva  RM, altri inconvenienti di natura tendineo e muscolare, eppure non si sentiva bene, c’era qualcosa che lo faceva stare, male.
Il proiettile, entrato da sotto la clavicola, con una traiettoria perfetta,  aveva attraversato la zona del corpo, senza procurargli alcun danno, la ferita sarebbe guarita ed il proiettile sarebbe stato collocato nella casistica dei fenomeni, una meteora di passaggio, dunque una settimana dopo, svolgeva la sua professione con maggiore vigore e sapienza.Il rapporto con il vigile, Giacomo Bianco, dopo l’efferato incidente, si rafforzò talmente che il Genietto, Diego Latore, non tralasciava un giorno, di andarlo a trovare sul posto di lavoro, aggiungendo così, involontariamente, per caso, alla sua Agenda, possibili clienti di incidenti stradali ed a curare i procedimenti che tenevano in subbuglio la famiglia di Angelino, il figlio di Giacomo, che si era impelagato in una vendita a piramide, castrandosi deliberatamente e trascinandovi anche il padre.
Giacomo Bianco, oltre al servizio d’ufficio, svolgeva anche quello sulla  strada, in ufficio compilava i turni e li distribuiva con severità, senza però scontentare alcuno, l’immobilismo, la mancanza di azione, lo mantenevano nervoso ed allora usciva, le polveri sottili, le malattie che portano la strada, le considerava dicerie, fattori imprescindibili, la salute delle persone, è un evento casuale, può accadere, non è necessariamente, ascrivibile al lavoro che svolge l’individuo, è necessario comunque, tenere i parametri sanitari, sotto controllo, condurre una vita sobria, al resto ci pensa il Buon Dio.
Un uomo attivo, in salute, che non soffre, ha un buon atteggiamento nei confronti degli altri, in specie verso i cittadini, che è notorio, vanno di fretta, la società li spinge a farlo, l’aggressività corre in ogni nano grammo di spazio, sia a terra che in alto e dunque, è necessario un buon andamento da parte delle persone addette alla fluidità della circolazione viaria.
Diego e Giacomo, insomma avevano recuperato la loro infanzia ed ogni mattina,  facevano  colazione al bar accanto al Tribunale, il famoso Bar Tavola – calda del compagno Anselmo Buffa, le sue scacciatine, erano una vera delizia, innaffiata con un Marsalino, risuscitavano perfino i morti, eccezionale, la domenica non mancavano i fiori per la moglie ed i pasticcini per casa, finalmente un po’ di serenità.
I capelli neri, brizzolati, trasandati sul collo, le basette scivolate sotto la lametta della barba, gli incorniciavano la faccia incavata, un viso emaciato, comunque lucido, mantenuto sveglio,  da un simpatico sorriso, molto accattivante, con il naso, insistentemente a forma di ficodindia, munito perfino dei bitorzoli, insomma si collocava in uno stile aspecifico, particolare, non certo di un principe del foro, eppure era stimato nell’abito, coltivava rapporti, amicizie che contano, nel giro era descritto con un bel corollario, nonostante servisse una clientela sporadica, comune, emarginata, di strada e sinceramente, esercitava in uffici occasionali, di amici, oppure in un bar, insomma la disperazione gli stava ovunque, sulla giacca, nelle tasche scucite, nelle spaccature che gli svolazzavano sul sedere, con la fodera sbiadita, liberamente penzolante, nel colletto coperto di  grasso rancido, sui polsi della camicia, certamente permeava  l’avvenire, alle occasioni giornaliere, intorno ad un tempo indefinibile.
L’invito a pranzo, il suo ingresso in un ristorante, gli prospettava un ampio servizio, non solo si sfamava, gli dava l’opportunità di cambiarsi, giacca,  cappotto, a seconda della stagione, per la camicia il mercato era chiuso, usciva con la mancia lasciata nel piattino al cameriere.
Una tale maschera, s’accompagnava a quel che di solito descrive, un uomo dal  fascino fatale, le belle ragazze, lo cercavano, offriva loro, roselline del giardino della vicina, estraniandolo anche per una sventagliata di mesi, dalla famiglia, solo il cruccio per il cane, lo liberava per qualche ora..
L’affettuoso soprannome di Ficodindia, chiamato così per via della protuberanza nasale, con il quale gli amici più stretti, ed a volte qualcuno per burlarlo, osavano identificarlo, sinceramente era continuamente, nella spasmodica ricerca di denaro, per la scuola di ballo per la figlia, delle lezioni private per il figlio, i resti per il cane che il macellaio gli metteva da parte, a volte facendo la cresta, sottraeva qualcosa per la casa, insomma incontrarlo, a volte, secondo il clima che ti girava sopra la testa, metteva paura .
A braccetto di un socio in affari, con il sorriso sulla bocca ed un portamento tra il serio ed il faceto, un genio del male, dunque s’introdusse nel mio quotidiano, offrendomi la sua amicizia, aveva una capacità unica, entrava ovunque, e mi offrì la difesa legale per i miei affari
I rapporti con i clienti, le attività non tutte si concludono con un buon fine, non sempre filano dritti, vanno incontro ad intoppi, a volte per cose di poco conto, per arroganza ed inettitudine, le pratiche di un ufficio hanno bisogno di un legale, un Avvocato a portata di mano, non molto esoso, è utile, e dunque lo allocai graziosamente, nell’ampio spazio dell’ingresso, sotto le scale che conducono al piano, gli collocai una scrivania, con telefono ed ogni accessorio.
La sua maestria, in sincerità, oltre alla conoscenza della legge e dei cavilli, che sono fondamentali, consisteva nell’aggirare e dilazionare, allungare, stancare la giustizia e soprattutto gli avversari, ammortizzando le spese, accumulando perfino un guadagno insperato, però era tanta la fame che l’onorario previsto, l’aveva consumato prima della fine della causa ed occorreva festeggiarlo.
La sacra della ficodindia, si svolgeva nel centro di un  triangolo isoscele, nel paese ove era nato, confinanti l’uno all’altro, vocati alla produzione, incentivati con denaro pubblico, a fondo perduto, che per via ordinaria, normalmente è difficile accedervi, per riceverli è utile il padrino, insomma è stata un’occasione per rilevare dalle mani di un cugino, residente in una casa colonica situata alle pendici della montagna, nella zona più alta la rappresentanza che il padre del Genietto, aveva esercitato fino alla morte, per la fornitura di negozi, rivendite di tabacchi, mercerie,  di oggetti ludici, per le feste dei bambini ed anche per adulti, che per incuria, soprattutto per le precarie condizioni economiche, aveva rimandato, lasciando il materiale invenduto, una campagna avviata, ed oberato di reclami della ditta.
Il cugino, non era più in grado di provvedere all’incarico che gli aveva consegnato lo zio, la partenza del figlio per il servizio militare e probabile arruolamento, constata la fatica del luogo a reperire una junta di lavoro, rimasto senza tempo, aveva cercato più volte di lascargli l’impegno, venendo in città a cercarlo, informandosi verso i suoi colleghi, una mattina, finalmente lo recuperò al Bar- tavola calda, di Anselmo Buffa, l’incontro, comunque si sviluppò successivamente, molto tempo dopo.
La sacra, fu la grande occasione, comunque rimase distante, il Genietto, però, mi obbligò a seguirlo, a bordo della sua auto Peugeot, viaggiammo per circa un mese, il giro dei clienti del padre urgeva, non era più procrastinabile, e fui costretto a fargli compagnia, sobbarcandomi,  le spese di vitto ed alloggio.
La vacanza, anche se esosa, non per la colazione, il pranzo, la cena ed il pernottamento, la benzina, non erano una preoccupazione, in fondo l’avevo preventivato accettando di partire, dicevo che il conto, era secondario in confronto alla bellezza che si alzava a riempirti gli occhi, l’anima, a farti sognare, a farti ritornare il ragazzo solare, insomma mi ha fatto mutare pelle, mi sono svestito di quella  rinsecchita ed ho scoperto la gioia di vivere.
I luoghi erano inverosimili, zone di territorio sconosciute, le numerose località visitate, una magnificenza della natura fra persone semplici, fragranti, innamorate di quel che facevano, la loro vita si svolgeva senza titubanza, afflizioni e rimpianti, debbo dire, comunque, sinceramente,  che è stata una vacatio fantastica, molto divertente, un continuo sognare.
Un viaggio che rifarei, libero da ogni  impegno, ritornerei in quei luoghi, mi è rimasto nel cuore, anche perché mi ha dato l’opportunità di rivedere dopo tanti anni, la ragazza, una compagna di scuola, il mio grande amore,  la titolare del negozio, merceria, emporio, madre di tre bimbi, due maschietti ed una femminuccia, con i suoi occhi d’acqua di mare che appena scorta, mi sono distratto e sono caduto sui gradini d’ingresso, in ginocchio le ho sorriso, mi ha dato la mano e ci siamo abbracciati affettuosamente.
La mattina, e non ricordo più quanti, comunque per molti anni, amavo tuffarmi e nuotare gioiosamente in quello specchio azzurro, e vibravo di gioia, e seppure, dalla folta chioma mi sono ridotto a sparuti, quasi invisibili capelli, ho passato con la memoria, in certe sere che i grattacieli, i palazzi, mi nascondevano il sole, intravedendo dalla finestra uno spicchio di luna, rimestavo le stesse emozioni, identiche sensazioni, con un furore umiliante, sentivo dolorosamente la sua mancanza.
La colpa, se così si può definire, dello sviluppo successivo, è da imputare certamente a me, nei momenti che la tristezza rammenta e reclama con insistenza, cerchi un appiglio sul quale fermarti a riposare, con il  pensiero che  mi s’attorcigliava al collo, l’ansia che mi bruciava il cervello, molte notti le trascorrevo a ramingo, sveglio, senza meta, scendevo al porto dove le barche avevano preso il largo, alcuni marinai abbandonati sulle reti, fumavano guardando le stelle, osservando il cielo, le navi all’ancora, illuminate a festa, li dichiaravo fratelli e li prendevo a braccetto, segnavo un alto grado alcolico, ubriaco, mi accompagnavo con le loro luci, i loro pensieri,  e con l’umidità che mi torturava le ossa, le articolazioni, percorrevo, pericolosamente la città antica, stranamente silenziosa, con le armi in mano pronta a fare la guerra, e rientravo nelle quattro mura di casa a sorbirmi, l’abbaiare forsennato del cane pastore del piano superiore, legato nel balcone, a sbranarmi le residue forza, a smaltire la sbornia.
Mi dicevo, quel che è stato non può ritornare, avrei potuto, non l’ho fatto, forse per mancanza di coraggio, l’età non è ancora matura, le decisioni hanno valore per tutta l’esistenza, ed ogni età ha la sua responsabilità, l’impegno, può rendersi incompatibile con la libertà, ed arriva lo Stato obbliga alla partenza, l’educazione induce all’osservanza, il lavoro che manca e devi cercarlo, e vai ovunque lo trovi, il giuoco è fatto, insomma, infine, ho riportato nel suo letto, il mio sogno.

UN BRANCO DI RATTI

Le mani, la faccia, il corpo intero, vestito di mare e di sole,
non volevo piegarmi alla comunità di ratti che avevano preso
possesso delle strade, degli Uffici della città, le persone vessate,
offese, soffrivano, cercavano la giustizia, il lavoro, la verità,
Una voce si alza nel silenzio delle grida ed in una cantilena,
come se recitasse una preghiera imparata da bambino,
 dice che la verità è una magia della mente, infiamma i cuori
dei giovani e delle persone che non sanno stare tranquille,
che si ribellano, e sono chiamati scellerati, pazzi, senza senno,
sinceramente non ho  mai visto uno che si è alzato da terra sorridendo.
La verità ha bisogno di coraggio, seppure osannata, non piace a nessuno,

forze diverse, di ogni genere, anche istituzionali, fanno a gara,
programmano anche stragi per impedire che salga a galla,
induce a sospettare della giustizia, le prove mancano, si perdono
nei meandri dei servizi che dovrebbero aiutarla ad emergere e se,
dopo tante sofferenze e travagli, la sentenza prende ragione,
è talmente diluita che sembra sia successo un incidente,
una morte accidentale di un insetto dispettoso.

Accordino Antonio
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MILAZZO, 18 – SETTEMBRE  - 2014