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Chi è Online

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Online

2018-10-17

LA SOLITUDINE DELLA VERITA’ - Una magia della mente che ha bisogno di coraggio

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L’antica Gioiosa Guardia, fu fondata sul territorio di Monte Meliuso, in Sicilia, a difesa
dalle invasioni dei pirati, da Vinciguerra d'Aragona, eletto sotto il regno di Federico III
d'Aragona, che aveva la facoltà di costruire torri e fortezze ovunque lo ritenesse
necessario. Il Vescovo della vicina città di Patti vantava diritti sugli uomini del Meliuso,
consistenti nel poterli impiegare 9 giorni all'anno per rendere servizi al monastero, 3
giorni zappando la terra, 3 giorni al raccolto e 3 a mietere il foraggio, oltre alla decima
sul pescato della tonnara e per la festa del patrono poi, li costringeva a portare sulla testa
rami e legna di alloro. Gli abitanti, dopo una invasione di cavallette che distrusse
la loro agricoltura e l’ennesimo terremoto che la rase al suolo, nel 1783 furono
1costretti, ad abbandonare la città nella quale avevano stabilmente vissuto ed a
scendere a valle e così, nel XVIII secolo, poiché non era unanime la scelta del
sito in cui edificare la nuova città e non essendo riusciti a risolvere i contrasti
che vi nacquero, si separarono, si trasferirono ai piedi del monte, alcuni scesero
verso Ovest ed altri ad est della rocca di Capo Calavà.
La maggioranza, capeggiata da nobili e proprietari terrieri del paese, decise di
riedificare la città, in una zona denominata "ciappe di tono", allora di proprietà della
famiglia Giardina di Patti, e fu fondata la nuova Gioiosa, chiamata Gioiosa Marea. Uno
dei fondatori fu Don Diego Forzano, che fece trasportare la statua di San Nicola, nella
nuova Gioiosa e secondo la leggenda, convinse gli scettici, smontando la loro porta di
casa e portandola dove doveva sorgere la nuova abitazione. Le stesse quattro chiese
esistenti nella città d'origine, invero, furono costruite nella nuova Gioiosa. La statua
della Madonna che si trova conservata nella Chiesa di Santa Maria, allora chiamata del
Giardino, è stata commissionata al Gagini..
La vecchia Gioiosa Guardia, è meta di numerose escursioni, si gode di un panorama
mozzafiato, potendo ammirare in contemporanea le Isole Eolie, l'Etna fumante e Cefalù.
La parte restante dei cittadini, la minoranza, che furono poi definiti ribelli, si
insediò nella zona di “Chianu Cuntinu”, verso il Cicero e fondarono San Giorgio
I centri di Gioiosa Marea e San Giorgio, dopo l’antica brusca separazione da
cui ebbero origine, non riuscirono più a ristabilire buoni rapporti.
L’una assurse a Comune, l’altra fu sottoposta a frazione.
Il potere amministrativo, esercitato da Gioiosa Marea, fu assolutista ed
arrogante, abbandonando ed isolando il villaggio di San Giorgio, lasciandolo
perfino senza cimitero.

IL CONTADINO PESCATORE
La barba, i capelli lunghi, gli incorniciavano la faccia, gli occhi curiosi,
s’agitavano dentro il bianco a cercare l’azzurro del cielo sopra il monte.
La memoria non l’aiutava, appena un pensiero, una memoria, si alzava
dalla sdraio sulla quale sonnecchiava, gli si frantumava sulla lingua
2e non riusciva a ricomporlo, con forza lo cercava, a brandelli gli sfuggiva
andava sulla spiaggia, raccoglieva una manata di pietre e dalla battigia,
li scagliava in acqua rincorrendoli con lo sguardo, tuffandosi nei cerchi.
Il suo incedere con lente movenze delle anche, conferiva alla sua figura,
una caratteristica dichiarata provenienza, una località lontana ormai estinta,
che gli disegnava gli anni e pareva si librasse nell’aria, per ritornare sereno, con
quel sorriso birichino, contagioso, che l’umanità ha cancellato.

UN INVEROSIMILE RITORNO
Un giovane non può tenere il domani in mano,
osservarlo e non utilizzarlo, non è un giocattolo,
ha diritto di usarlo, manipolarlo e vezzeggiarlo.
La partenza non è stata facile, è stata una necessità,
per evitare di cadere preda dell’inutile diletto
La strada raccoglie cocci di bottiglie, mani armate,
facce tagliate, demoniache, sporche e delicate, la difesa
è un obbligo per la sopravvivenza, devi scendere in guerra,
anche se non sei un guerriero, devi essere pronto,
devi armarti di coraggio ed affrontare
il nemico che ti cammina di fianco.
La società dei diversi, di lupi e tamburini, atei e credenti,
di altre religioni che non hai mai studiato,
delle quali sei estraneo, ti vengono sopra, ti soffocano.
Ho vagabondato e mi sono fermato in tante località,
ho conosciuto gente d’onore, malfamata e senza velo.
Il rispetto è la carta di credito, ho avuto
quanto mi spettava, non sono pieghevole, neanche
un bastardo, però conosco, la strada e so scansare
e buche, aggirare le auto, i suv e le moto col casco
3con a bordo la morte, ho avuto paura, ho subito ferite
ed umiliazioni, non mi sono mai arreso.
Ogni attività è conservata nel mio zainetto da passeggio,
so che ho perso per strada, un sacco di sogni, se riesco
a recuperarne qualcuno, anche malandato, è un desiderio.
Stavo in viaggio sull’autostrada, in contrada Cicero,
mi è saltata in collo, una striscia di case rosse,
allineante in faccia al mare, un bagliore mi ha penetrato
gli occhi, una saetta improvvisa ha squarciato il cielo,
un raggio d’amore mi ha aperto il petto, ha fermato
il mio piede che accelerava e mi sono accostato alla barriera
protettiva che inebetita luccicava sotto il sole.
Sono sceso, pericolosamente ho attraversato la strada,
mi sono sporto a guardare e mi sono accorto, ho intravisto
quello che un tempo è stato il mio villaggio, si era vestito
di un bel colore morbido, di un verde straordinario,
allo svincolo sono uscito, ho ritrovato la vecchia strada,
ho passeggiato, sono andato alla casa genitoriale,
la commozione mi ha tolto, l’orientamento e l’equilibrio,
sono fuggito verso la statale, nel terreno eletto a cimitero,
che ascrisse a carico dei pescatori, una condanna penale,
che li trascinò nei vari gradi di giudizio e poi amnistiati.
Ho ritrovato nei morti, la mia identità ed ho ripreso il viaggio.

IL MARE
La mano dell’uomo, sconsideratamente, ha cercato di carpire
la sua anima, violando l’abbraccio, il principio che equilibra
gli elementi che la natura accudisce, fin dalla nascita
Ho gridato, rabbiosamente ho protestato, nulla è accaduto,
qualche sorriso di passaggio, la maggioranza ha proseguito
o senza guardare, sorridendo, dicendo sottovoce, vai a casa,
e non sanno che il mare, la terra, gli elementi che ci abbracciano,
sono i nostri compagni di viaggio, i nostri amici o nemici,
secondo il nostro comportamento, il bene od il male che facciamo.
La tartaruga, indifferente segue il suo ciclo di mare e di terra,
si nutre e procrea sulla stessa spiaggia dov’è nata, altri, fuori
dal genere umano, rispettano la legge del creato, lo scopo è la vita,
anche l’uccidere è al fine di procacciarsi quanto è necessario.
L’uomo, coscientemente sperpera, offende, stupra, uccide.
Il mare non si piega, ha molta pazienza ed alla fine colpisce,
un punto di debolezza esiste in ogni perfezione, e penetra,
invade, erode e la gente dimentica del male che ha contribuito,
con il suo appoggio silenzioso, a perpetrare. grida e piange,
per la casa messa a rischio dalla tempesta di mare, non si chiede
se la proprietà che ha ottenuto, è in regola con il territorio.
Il mare non è servizio che puoi corrompere con il denaro,
è un esercizio della natura che espleta con rispetto.

LA BARCA IN SECCA
Il cemento ha murato la barca credendo d’aver vinto,
la lotta contro il vento, l’ha incuneata nella spiaggia deserta,
gli ha tolto il mare che la faceva navigare, pescare,
passeggiare, ed ora rivolta alla montagna, pare impazzita,
ha perso il controllo dei remi, gli strozzi si sfilacciano,
si lasciano scivolare sullo scalmo.
La barca in secca, è stata accecata, la cupidigia dell’uomo,
ha offeso la sua natura, l’ha ridotta in uno squallido disegno,
ha rotto le geometrie che contengono la sua struttura,
e l’ha abbandonata, non le cresce accanto, neanche l’erba,
ha perduto anche la parvenza dell’attesa, della speranza,
che domani, un giorno, saranno mesi, anni,
qualcuno verrà a prenderla per pescare,
la metterà in acqua e galleggerà con il vento in poppa,
e magari con una ciurma di ragazze allegre e divertenti

L’AGRITURISMO
La nomèa di cibi naturali, di una cucina casalinga,
mi ha coinvolto con fratelli, cognate e nipoti in vacanza,
a consumare una cena diversa, e siamo andati in agriturismo.
La strada per la collina era perigliosa, un tracciato senz’asfalto,
molto probabilmente aperta a seguito dell’inaugurazione
ed abbandonata all’incuria, alla buona volontà del turista.
L’ubicazione dell’Agriturismo mi turbò alquanto, il posteggio
non lasciava presagire nulla di buono, e per addomesticare
l’impressione, lanciai qualche battuta, un’allegoria
alla comitiva che avanzava alle spalle, piuttosto
che pensare una prospettiva nera, che il digiuno,
era una penitenza minima da pagare, la barriera
di legno che segnava il confine verso il mare,
fu un lieto evento, il panorama era superbo,
le isole eolie a lungo mano, Stromboli in faccia
a riscaldarci l’anima con la fiamma scoppiettante.
I piatti tipici della cucina casereccia siciliana,
preparati con prodotti freschi dell’orto, antipasti
di verdure casalinghe, pane casereccio, vino locale
e maccheroni freschi, fatti dalla nonna, ci accompagnarono
al tavolo in una danza di odori, il resto, del servizio eseguito
con delicatezza e simpatia, con sorpresa,
dall’amica Cristina, figlia di Biagione, ala insuperabile,
esuberanza personale della squadra locale
nonchè padrino del maggiore dei fratelli, oramai irrecuperabile.
Il vecchio frantoio ristrutturato, ci accolse con pazienza,
Excusatio non petita, che ci impegnò di ritornarci a breve

LA PESCA DEL TONNO
I pescatori di San Giorgio, sotto il sole, schiaffeggiati dal vento, bruciati
dalla salsedine, praticavano la pesca del tonno, accompagnando le ore
sul mare, in del tocco dei pesci, cantando litanie.
La diceria dell’apocalisse, si era infranta nell’alba, i pescatori di San
Giorgio, con il secolo per mano e le membra ridotte a brandelli, con le
8barche nere della tonnara, riposte nei capannoni, andavano per mare a
calare conzi e nasse, tirare la sciaibica ed altri mestieri, con la mente
rivolta alla prossima stagione.
I mesi che la tonnara restava ricoverata nei grandi magazzini, i pescatori,
con l’esperienza acquisita nei secoli, con pazienzia, osservavano il mare
e le isole, le nuvole nel cielo, intendendo leggere l’evoluzione del tempo,
interpretare i segnali della natura, affidandosi alla Madonna ed al Santo
patrono, sperando che l’anno scorresse veloce e ritrovasse la grazia
Divina.
L’esistenza è un prato sparso di trappole e quando la stanchezza prende
alle caviglie, la vigoria non è sufficiente per ritrovare i piedi, gli esseri,
sono indotti a mettersi nelle mani dei potenti.
L’anno 1100, il Conte Ruggero D’Altavilla, pose la Tonnara sotto la
podestà del Monastero dei Monaci Benedettini di Patti.
L’Abate Ambrogio, uomo d’ingegno ed accorto politico, non portò alcun
sollievo ai tonnaroti che per questo, dicevano di lui che aveva “ a vucca
monna, mancia a du ganasci e non s’affua mai, “ conducendo i suoi affari
con furbizia, senza lasciare agli altri neanche una briciola, sfruttando i
pescatori, circuendoli con l’arte delle promesse senza mai concedere
nulla di concreto.
I pescatori di San Giorgio, misuravano i mesi invernali, con il numero dei
buchi che stringevano la cinta dei pantaloni, arrivando perfino, a tenere le
brache con le mani, aspettando la stagione della pesca del tonno.
Il passaggio dei tonni per la stagione della riproduzione, era alle porte e la
speranza si librava nell’aria per riportare la festa che il villaggio aveva
atteso per l’anno intero.
La tonnara di San Giorgio, nel 1375 non fu calata e barche, palischermi
ed ogni altra attrezzatura, restarono a ricovero nei magazzini.
La custodia dello specchio d’acqua nel quale calava la tonnara, fu
demandata alle ancore di ghiaia e sabbia che dalla spiaggia, seguivano la
rotta dei tonni.
La genìa padronale, in un giuoco perverso, di successione, vendita e
donazione, di oscuri avvenimenti di casta, per molti anni e secoli, decise
che la tonnara restasse nei magazzini, non sarebbe stata calata
9I pescatori, colpiti al petto dalla notizia, rincularono per metri, disperati,
ruotando le braccia, riuscirono a riprendere l’equilibrio, cadendo pur
tuttavia, con il sedere per terra.
Una mano a spingere, lentamente si sollevarono e si misero sulle
ginocchia, increduli, con il fiato grosso, la testa in una pentola d’acqua
bollente, la lingua incapace di profferire una parola, indagarono Monte
Meliuso a guardia del golfo e poi rivolsero lo sguardo sul mare.
La raccolta dei mandarini, piccoli e verdi, adatti per la produzione di oli
essenziali, creò inaspettatamente, nei pescatori, nel villaggio, uno spirito
nuovo, un clima diverso, dunque spinti da questo impulso, si armarono di
coraggio e ripresero il cammino interrotto.
Liberati gli occhi incrostati dalla salsedine e dal dolore, smisero di
coltivare la mala sorte, raccolsero le membra stese ad asciugare,
richiamarono la memoria dei mestieri e decisero di non mollare, di lottare
fino alla vittoria.
Gli antichi guerrieri, si alzarono dalla sabbia, scansarono con rabbia, il
bisogno delle barche nere chiuse nel magazzino, spazzarono la fuliggine
che gli si era depositata nel cervello e le disgrazie che sporcavano la
bellezza del paesaggio e con determinazione, acchiapparono i giorni,
anche quelli sciancati, resi invalidi, un nutrito numero, e scivolarono in
acqua, in una burrasca e l’altra, ritornarono a calare e vivere della pesca
con la sciabica, con i conzi e le lampare, di dentici, triglie e minutaglia, di
occhibenni e mirruzza, tracini, pardi e piscivacca, piscispada, capuna e
spatuli, tunnacchiola e pisantuna, certo non riuscirono ad ingannare gli
anni oscuri che i governanti mendaci, con subdola indifferenza e mala
grazia, scaricano sulle loro spalle, tanto non erano un utile attrezzo a
perdere.
Il lavoro, ha la caratteristica di rendere l’individuo, libero, questa
soddisfazione, comincia fin dal giorno che i piedi s’accordano a
camminare ed imparano a mantenere il corpo in equilibrio, e dura fino a
che la saggezza, asseconda i profitti personali, le esigenze del Padrone.
La speranza dei pescatori, pur malmessa, comunque riuscì per tutto
questo tempo a mantenerli in piedi.
Il filo però, era talmente consumato, divenuto tanto sottile che una brezza
leggera, bastava a schiaffarli per terra, “ nta na cantunera. “
10L’alba che spuntava sul mare, con i raggi del sole, li riscaldava,
riempiendoli della strana luce dei lottatori suonati, e li spingeva a
rimettersi in cammino, spolverandosi a mano il sedere.
Il cielo, corrucciato o sereno, a sua volontà, comunque, in un verso o
nell’altro, li guardava ed ammiccando, li teneva con il respiro corto, pronto
a mozzare loro, qualsiasi velleità canora.
I pescatori, scivolavano sulle onde infide, imprevedibili, sperando di non
cadere preda dell’elemento, assecondandone con pazienza, il movimento,
senza arrendersi, trascinando i mestieri, senza tuttavia rinfrancarsi,
ricavandone, saltuariamente, qualche beneficio pellegrino.
I pesci non abboccavano,sfuggivano alle reti, ed il pescato neanche
pareggiava la spesa dell’esca, il debito s’accumulava al pregresso, una
burrasca li faceva secchi e completava la vendetta..
La famiglia, con i piccoli e gli anziani al seguito, raccolti sulla spiaggia,
disperata, con l’osso ioide che ballava per i singhiozzi irrefrenabili,
attendevano il ritorno delle barche, pregando la Madonna.
I pescatori, scampati alla violenza della natura, con l’insicurezza in spalla,
a piedi scalzi, segnandosi la fronte, esploravano la spiaggia, andavano
per cantuneri e barche, di masso e scarru, fumando, ascoltando il
rumoreggiare delle onde, del vento, sonnecchiando, scrutando l’orizzonte,
le nuvole, cercando di cogliere un segno premonitore, una voce di
benevolenza, covando nel petto, la notizia che la tonnara tornasse a
calare, per rimettere in ordine, la loro identità.
La ricognizione della spiaggia, li riportava a casa, con una manata di
pietre piatte, tonde, di forme diverse, con un tronco d’albero, un ramo,
forgiato secondo il moto delle onde, del vento, della sabbia.
Le pietre, i legni, con fattezze impossibili da decifrare, venivano coniugati
dalla fantasia e rese a fattezze somiglianti, seduto nell’orto, al riparo della
curiosità saccente di qualche coetaneo, il pescatore, scavava, modellava,
estraendo, rincorrendo i suoi pensieri, perfino oltre le nuvole, inventava
luoghi e personaggi, scansando la disperazione, canticchiando vecchie
litanie.
L’estro artistico, lo induceva ad esplorare il tronco, il ramo, con cautela,
con un coltellino creato all’uso, passeggiando all’ombra del fico, seduto
sulla piccola sedia impagliata, segava, scavava secondo il disegno che
gli correva nella mente, creava profili di avi, statuine di Santi e Madonne,
11qualcuno con oculati e pazienti movimenti, vi estraeva un papuri, un
bastimento e s’inventava storie che raccontava nelle serate invernali
intorno alla conca.
I contadini, lavoravano la terra ed ogni sera rientravano in famiglia
accompagnando ogni stagione, con fraterna accondiscendenza.
La nuvola che straripa ed inonda la giornata, non metteva loro alcuna
soggezione, all’incontrario dei pescatori che in acqua, non avevano
neanche la forza di alzare gli occhi.
I contadini ed i pescatori, ad ogni modo, erano strumenti del padrone ed
era molto evidente che i primi occupassero un posto più in alto nella scala
sociale, avevano avuto in dotazione, il trattamento più favorevole, meno
avvilente, in breve condusse i pescatori ad impastarsi d’arroganza ed
armarsi di un paleodio verso i Vinnani.
La Madonna ed il Santo patrono, certe serate che uno spicchio di luna,
era desiderato, con un giorno sminchiato, diittatu, deluso, erano chiamati
a rispondere e misto alle preghiere, uscivano in libertà, una a rincorrere
l’altra, bestemmie innominabili.
Le Santità, sono invisibili, inafferrabili e per mantenere la speranza che
qualcuno, così, per caso, incappasse in loro,si accorgesse della loro
miseria, li chiamavano, li obbligavano a non estraniarsi.
A volte, rientrati in casa e chiusa la porta, un riflesso nell’oscurità, uno
strano movimento delle nuvole, li richiamava fuori a guardare
rimpicciolendo gli occhi fin dove non distinguevano.
La mattina, il pensiero era ancora più avvilito e con la sigaretta spenta,
riposta nell’incavo dell’orecchio destro, ritornavano sulla spiaggia, a
scrutare le acque, il cielo, con la speranza che un Santo si fosse accorto
della loro miseria, tenendo comunque sott’occhio, la residenza dei
Padroni.
La custodia del palazzo rosso, in preminenza, sede stagionale del
padrone, era affidata a due giovani contadine, chiamate cameriere,
concesse orgogliosamente dal padre, raccomandate dal prete della
chiesa locale.
Le cameriere, occupate in pianta stabile, erano adibite ad ogni
incombenza derivante dai Signori.
La loro presenza s’appalesava con l’arrivo del contadino che
quotidianamente, li riforniva, dei prodotti della campagna.
12I Padroni, apparivano e sparivano, secondo le assegnazioni e le
successioni, tale e quale a fenomeni celesti, lasciavano nell’aria un odore
strano, miscelato, un succedaneo della lenta combustione, un rilascio
lento, attenuato di reazioni chimiche che un naso non affinato non riesce
ad individuare e dargli un nome.
Le contadine, dalla giovinezza erano passate alla vecchiaia e da magre,
obese, donne dai fianchi poderosi.
La tonnara sequestrata nei magazzini, senza la benevolenza della
Madonna e del Santo patrono, aveva cancellato le stagioni ed i pescatori,
si erano ristretti a tal punto da divenire trasparenti.
La loro alimentazione preminente era costituita da un pugno di fichi secchi
ed un bummulennu d’acqua a prua, l’unica dotazione nei giorni di pesca,
la barca spinta a remi s’allontanava, scivolava sul mare, le lenze, i conzi
a calare, orecchi acuiti, occhi stretti a scrutare il buio, che nessun
riferimento di terra era visibile, cercavano l’orza, il segnale di souru con la
bandiera che si nascondeva, giuocando a mosca cieca con le onde
masculine.
L’orizzonte, la sera prima, calmo, non segnalava nulla, neanche un
ruttino, all’improvviso scoppiò in una violenza inusitata, tolta la maschera,
si scatenò.
La violenza era tale che la distanza non rappresentava una misura, non
lasciava scelta ed allora andava assecondato, preso sottobraccio e farsi
accompagnare con l’armonia della sua pericolosità, con l’unico intento di
riportare la pelle a casa.
I pescatori, rimasti con una sola stagione, pregavano e bestemmiavano,
osservavano i tonni che entravano nel golfo in numero sempre maggiore e
con un’allegria misurata che poteva intendersi anche capricciosa,
nuotavano fino a riva a giuocare con i piccoli che qualche giovane
buontempone ardì di acchiapparli con un pugno di sale sulla coda.
La visitazione e soggiorno, coniugava nelle forme della natura, una
bellezza baldanzosa, spropositata, quasi a cumularla in un’offesa.
I pescatori non riuscivano a metabolizzare l’avvenimento, la disperazione
graffiava, scuoteva e la lucidità mentale ne pagava le conseguenze,
cercavano una junta di pace, ed ecco che il passaggio di alcuni Santi, non
meglio identificati, di ritorno da una missione in Oriente, sviluppò nell’aria,
13in quelle misere anime, un’aspettativa diversa, bella, tanto da creare una
insperabile occasione di riscatto.
Il loro transito sul golfo, per una sosta rilassante, per rimettersi
dall’aggressività delle miserie delle popolazioni dei luoghi visitati,
imbarazzati di fronte a quella nuvola, grondante preghiere e bestemmie,
nell’incertezza, conquistati dalla bellezza inusuale del luogo, si
governarono a restare e vedere di attenuare la miseria bestiale che li
soffocava.
La nuvola di disperazione lanciata dai pescatori al cielo, non era andata
lontano, si era fermata ad un’altezza assai distante dove di norma
bazzicano gli spiriti degli uomini elevati, per le opere buone espresse sulla
terra, a Dignitari, a presentatori di istanze ai Santi e dunque i pescatori
potevano mangiarsi le mani anche oltre mille anni, non avrebbero ricevuto
nessun presente
I Santi missionari, forse per la stanchezza, o chissà cos’altro, navigavano
a vista, ad una quota molto bassa per la loro posizione, e dunque,
incapparono in questa nuvola pescatora,
La nuvola, senza un soffio di vento, con la paura di essere scartata,
aggirata, si accartocciò e spiccò rabbiosa, uno spostamento inverosimile,
andando, con tutta la sua stanchezza, a collassarsi ai piedi dei Santi,
fermando loro il passo, costringendoli ad interrompere le maturate,
meritate vacanze, e che maldestramente, contrariati a rimettersi al lavoro,
avevano tentato di girare al largo e proseguire, dunque presiin
contropiede, confusi per l’insostenibile sofferenza, a quel punto non
potevano scansarla, sarebbe stato un atto ignominioso che se rientrava
nella procedura di scomunica per gli umani, figurarsi a quale addebito
sarebbero andati incontro, di certo avrebbe cancellato millenni di
predicazione, l’inesorabile combustione di libri sacri, e senza indagare
oltre, rientrati in vocatio, accettarono di prendersi carico dell’immane
sofferenza.
La fretta di salvare più persone possibile, però li indusse a decidere
singolarmente, con un’azione non concordata, assunsendo misure
diverse, senza badare al peso, senza riflettere, senza una benedizione
mirata, sgonfiando in un secondo, la nuvola, del male che l’affliggeva da
secoli, rovesciando e lasciando cadere nel mare, sul golfo, una grazia
immensa, debellando la miseria e la malnutrizione, creando un miracolo
14che in pratica, risultò spropositato, trasformando l’evento soprannaturale,
in pena.
L’abbondanza del pesce, entrato nelle reti e negli altri mestieri, causò
nella comunità di pescatori, un enorme, una inverosimile emergenza.
L’imprevedibile bene di Dio, il miracolo, non poteva essere perduto, non
si poteva lasciare andare a male, e prese diverse destinazioni d’uso, in
parte salato, riservato ai mesi ed agli anni scomunicati, altro barattato,
dato a prezzo irrisorio ai rigattieri, una casta d’ingordi e malavitosi, una
parte consumata, e per evitare che il resto andasse a male, un peccato
mortale, s’ingozzarono fino a rimanere a bocca aperta, con il cibo fra i
denti, a sminuzzarlo fino all’inverosimile.
L’intestino, non abituato a questo regime alimentare, costretto a
trasformare una quantità straordinaria di alimento, non riuscì a smaltire il
sovraccarico ed entrò in sofferenza, scompensato il sistema, squilibrati i
rapporti, sciogliendo ed allentando freni e sfinteri, contraendo i canali,
ingolfando la viabilità intestinale, furono oppressi da una diarrea urgente e
non tamponabile.
Le famiglie, senza che alcun componente, restasse in attesa, con i figli in
braccio per l’urgente virulenza, si scambiavano il cacatoio, trattenendo il
respiro, cercando di non gridare per ‘u turcimi i stomucu, il mal di pancia,
rincorrendo una decenza cristiana, s’accovacciavano contro la più vicina
cantunera, un’ipotetica barriera protettiva, per liberarsi del putridume
accumulato.
La barriera di canne, di pale di ficodindia, un muretto, trasformati in
trincea, erano presi d’assalto, da cani e gatti, in accanita competizione ad
accaparrarsi il meglio disponibile sulla piazza, costringendo gli umani a
repentine acrobazie per evitare di finire a gambe in aria, sul defecato,
aggiungendo al danno, la beffa.
La lotta per la sopravvivenza, non contempla pause, inducendo le varie
generazioni ad escogitare una rivoluzione.
Gli anziani, debilitati, costretti a sopravvivere, stanchi di quella precarietà
quotidiana, che si susseguiva, senza interruzione nei secoli, impotenti a
cambiare le cose, subendo sfruttamento ed angherie, approfittarono della
situazione e misero fine a quella maledizione ingiustificata, decretata per
nascita.
15Il privilegio di campare a discapito dei più giovani, gli pesava in modo
indicibile, ed allora per lasciare una junta di speranza agli altri, serrarono
la bocca e gli occhi, rivoltandosi alla legge del Signore, lasciando il posto
a capotavola, e si estinsero dicendo di ritornare a casa.
La voce che si diffuse, dichiarava che la notte, avessero stipulato un
accordo preventivo e prima che facesse l’alba, s’infilarono nel letto del
ruscello asciutto, che segnala l’inizio delle case del borgo, e scomparvero
allo sguardo confuso dei familiari e degli abitanti, accompagnando i loro
corpi, mettendoli a dimora nel rifugio assegnatogli, nel camposanto della
città comune.
La mattina, infatti, furono trovati, con le cuoia tirate fin sulla testa.
Un accordo imbastito ed accettato all’unanimità, per alzata di mano,
come si suole dire, nulla di scritto, si misero in viaggio.
Una gita fra compagni di tanti giuochi e tante guerre, giuocando a briscola
e tresette e magari una calabrisella, insomma fu un allontanamento
volontario, non incolparono alcuno, ingannando perfino un dichiarante,
che asseriva, che qualcuno avesse ordito una strage, si fosse accanito ad
offendere un pugno di uomini, privandoli della lucidità mentale.
Sincerità, se ne andarono senza trascinare alcun rancore nei confronti del
dispensatore di lavoro e di quella cerchia di contadini che l’unica parte che
hanno è quella di stare a testa bassa, eppure sono fratelli, hanno la
medesima identità.
Il buon pensiero, è un principio di civiltà, però non alberga in molta gente,
è ritenuto un consumo improprio del cervello.
La scelta estrema di dipartire, di andare ad occupare il loculo elettivo,
inconcepibilmente, è stata si una refrattarietà, un’intolleranza, soprattutto
un atto di saggezza, in breve sono andati dove l’aria è superflua e la terra
è un succedaneo del corpo.
La prima decade del mese di settembre, è la ricorrenza della festa della
Madonna, i fedeli lasciano le loro case, ovunque si trovino e vanno in
pellegrinaggio a chiederle d’intercedere per la salute dei familiari e propria
e che le stagioni siano prospere.
La Madonna, recuperata a seguito di una mareggiata sulla spiaggia
sottostante, raccolta ed a forza di braccia issata nella grotta, ben presto
16divenne meta di venerazione per le guarigioni accreditatele e che la
scienza ritiene inspiegabili.
La Madonna della rocca, restava per i pescatori l’ultima speranza ed a
mezzo il buio che s’apprestava ad aprire il mattino, a piedi scalzi, in
ginocchio, appoggiandosi l’uno all’altro, facendosi coraggio, salivano alla
chiesa a prostrarsi, con il respiro corto e gli occhi arrossati, invocavano il
suo intervento, che portasse equilibrio nella mente del padrone per indurlo
a calare la tonnara, accarezzandole le vesti, i piedi del bambino che
teneva in braccio, staccandosi a malincuore per tornare a casa, a
continuare la guerra di sopravvivenza in attesa che scoppiasse il miracolo.
Ogni anno, s’illudevano che fosse l’ultimo, speravano che la condanna
comminata in contumacia, si fosse estinta e ridato il lavoro della tonnara.
La Madonna, osservava i loro volti scavati, bruciati dal sole e dal sale,
cosparsi di sabbia ed alghe, e si chiedeva chi fossero, cosa volessero.
Le voci rauche, cavernose, quel parlare spezzettato, in un sillabario
indecifrabile, la mettevano a disagio, cercò perfino nell’orto degli ulivi, oltre
le scritture, le mani adunche a lisciare le vesti, a toccare il bambino, forse
un modo subdolo per accattivarsi la benevolenza, la confidenza, ebbe
paura e con il terrore che le saliva fino alle orecchie, credendo che
volessero distrarla e portale via il bambino, stringendolo forte al petto, si
tirò indietro quanto possibile e dal piedistallo tremolante, con il rischio di
cadere, gridò loro: “ andate, andate a lavorare. Vade retro “ intendendo
fossero strumenti del diavolo e non gli tirò contro, le candele ed i
candelabri, per opera di carità.
I pescatori, stanchi, doloranti, lentamente, l’uno a braccetto dell’altro, in
uno spasmodico e doloroso sodalizio, appoggiandosi alla parete,
retrocedettero verso l’uscita e con la speranza nelle mani, sbarcarono
sulla scalinata, scontrandosi con il sole che gli puntava i raggi negli occhi
a crocifiggerli.
La speranza prendeva il volo a sera, bestemmiando s’aggrappavano ad
una nuvola, alla prima che transitava bassa sul villaggio e fiduciosi che
andasse, raggiungesse la Madonna, le buttavano dentro, sulla groppa,
dove capitava, il nulla che li separava dall’estinzione, le speranze residue,
quasi vuote, rinsecchite, ridotte ad un fuocherello alimentato
saltuariamente con paglia, cartacce, qualche canna, addolcito con soffi,
qualche preghiera in modo che la richiesta fosse accettata.
17Il tempo proseguiva senza voltarsi, scivolava sulla sabbia e sulle teste, in
un moto sempre più corrucciato, senza un tentennamento,
Il miracolo tanto atteso, l’unico che li avrebbe sollevati da terra, non
accadeva e nulla trapelava da sotto i baffi del Rais.
La sua presenza circuiva la gente, s’accompagnava con il rumore
roboante dello sfintere anale ed inverecondo insufflava senza riguardi,
l’aria circostante.
I pescatori, schiacciati a terra, appiattiti nella sabbia, andavano man mano
scomparendo, miscelati con i granelli di sabbia, confondendosi con le
alghe.
Il calore che apportava il giorno, li estraeva per qualche tempo,
muovevano qualche passo, articolavano le giunture delle gambe,
passando dalla sabbia più sottile alla grana millimetrica, alla ghiaia
traendo refrigerio dalla frescura che la brezza gli donava.
L’aria però, pesava sulla loro leggerezza e senza più energia, si
bloccavano in loco.
L’eternità, con la mano tesa ed un sorriso beffardo, in tralice, li chiamava,
diciamo che la sapienza, spiegava loro, ch’era inutile resistere e
specchiandosi nei vestiti lisi, logori, rattoppati, inconsistenti, li allineava
sulla battigia, nel catrame e li alleggeriva con la pietra pomice.
La figura trasparente, il comportamento fotofobico, il lento movimento,
non lasciava alcuna speranza di ripresa, che potessero usufruire del
domani.
Un solco tortuoso, dove la microscopica dimensione della sabbia, si
compatta, a ridosso della battigia, nel momento della risacca, segnalava il
loro passaggio e l’acqua cancellava il segno.
A volte capitava che nell’avvallamento oltre la duna che divide la battigia
dalla spiaggia, comparisse una linea di granelli bavosi, una traccia
sudorifera del loro transitare, un messaggio della loro presenza, lanciata
ai Santi che il giorno agognato, nello scoppio del miracolo, non
dimenticassero di estrarli.
I pescatori, dopotutto, credevano nella loro salvezza ed a calmarìa di
vento, esalavano odori strani, molto simili a quelli dei padroni, insomma
anche loro, oramai, si credevano fenomeni celesti.
La fame è più aggressiva degli animali randagi e per cercare di frenarla,
tenerla in gabbia, di notte e possibilmente con la luna, che accompagna in
18silenzio, non fa la spia e non si specchia, sonnecchia sulle nuvole, e con
un occhio rivolto a loro li guida senza fare rumore, un pugno di giovani e
qualche adulto, facendosi coraggio a vicenda, entravano per tre quattro
passi nelle terre coltivate che contadini e l’uomo cane del padrone
sorveglia, racimolavano qualche baccello di fave e piselli, a volte anche
vuoto, un grappolo d’uva, un frutto non proprio commestibile, almeno utile
per mantenere la dentatura pulita e per quanto possibile, il tubo digerente
sveglio, adatto a recepire qualche vitamina, sale minerale e dare una
velata di colore alla pelle ingiallita, incartapecorita che spaventava, le
donne di casa e soprattutto, i bambini.
La piccola ruberia, non era facile, i guardiani protettori della roba del
padrone, non lasciavano scampo, nascosti con i cani, nelle gebbie per
l’irrigazione, nelle canne, nei filari delle vigne, li attendevano al varco ed al
minimo fruscio, al leggero pidiari, ghignando, con il sigaro stretto tra i
denti, aizzavano i cani che ammaestrati all’uopo, quasi volavano
pregustando un polpaccio, un braccio umano.
La filosofia selvaggia che i guardiani di ogni società, imparano ed usano,
è la stessa per tutti, non fa distinzione fra i ceti, servono il padrone ed a
volte ammazzano senza scrupoli, pescatori, randagi, fautori dei diritti civili,
del lavoro, della democrazia, del rispetto degli uni con gli altri.
Le fucilate dei guardiani, comunque non sortivano alcun effetto sui
pescatori, conoscendo la loro ferocia bestiale, si davano immediatamente
alla fuga, saltavano muri e reticolati ed a gambe in spalla guadagnavano
la strada e correvano a nascondersi nelle barche, sotto le reti da pesca.
Qualcuno, meno lesto, tradito da una storta, restava in dietro, lottava
contro il cane sottraendosi miracolosamente alle fauci, lasciando lo scorno
in mano ai canidi che scaricavano la rabbia sugli animali e non gli
sparavano per non interrompere il giuoco.
Il Caporale, coda, appendice aimalesca del padrone, sviluppava un
potere atavico, con forme diverse, adeguato alle diverse epoche, gratifica
il potere.
I diritti conquistati, con morti e feriti, vengono dimenticati, ed hanno
bisogno di altre battaglie, gli uomini a loro volta, indeboliti, con lucida
pacatezza, s’accordano con il garante che gli batte la mano sulla spalla
intendendo di avere ottenuto la sicurezza
19Il Re Martino, dunque al termine di molteplici beghe nobiliari, nel 1407,
concede a Berengario Orioles, il mare nel quale la tonnara aveva diritto di
calare.
Il Re Ferdinando, nel 1503, fregia Berengario Orioles del titolo di Barone
di San Giorgio.
Flavia Orioles, nel 1600, andata in sposa a Francesco Mastro Paolo, porta
in dote Baronia e Tonnara.
Giovanni Mastro Paolo, nel 1720 lascia in eredità al Convento di San
Franscesco di Chiavari in Palermo, fondo e tonnara che nel 1751 cede a
Cesare Mariano D’Amico.
Le feste comandate, erano una buona occasione per avvicinare il RAIS,
fargli gli Auguri e chiedergli notizie sulla tonnara.
I pescatori, gli portavano in regalo, un gallo, allevato in casa, per
ammorbidire i suoi modi bruschi, arroganti e magari avere in cambio, una
speranza di lavoro, quel cibo era stato tolto dalla bocca dei bimbi e non
poteva essere tradito.
Il Rais però arraffava con la malagrazia innata, e borbottando maledizioni
in ogni direzione, con la moglie a fianco, chiudeva loro la porta in faccia
senza neanche dire grazie.
La tonnara era un chiodo infisso nelle carni del Rais e la domanda dei
pescatori, un colpo a conficcarlo di più, nella colonna vertebrale, forse fra
la dodicesima dorsale e la quinta lombare, aprendo un’ernia, due ed
anche tre, dando spazio alla materia intervertebrale di uscire, schizzare
senza orientamento, mandandolo fuori senno, aizzando il carattere che
non era già di per sé, da cristiano.
I pescatori, anziché ricevere un po’ di conforto, venivano ulteriormente
bastonati e mortificati, se ne andavano per la spiaggia che a casa non
riuscivano a tornare, scambiavano qualche mugugno con la capra
nell’orto, quattro calci con i cani randagi, un verso burlesco con gli
uccelletti nei buchi dell’edificio della chiesa.
I pescatori, era evidente che rassomigliassero a fuochi fatui, anche i cani,
dopo avergli abbaiato contro, intimiditi abbassavano le orecchie,
incrociavano le zampe anteriori e porgevano loro, le scuse sulla lingua.
Un mattino di un giorno qualunque, qualcosa, parve svegliarsi in quel
creato, con grande meraviglia, gli anziani estinti, i morti conoscitori dei
20fenomeni, misero le carte da giuoco di lato, lasciarono i loculi e
sbarcarono sulla spiaggia.
Il mare, aveva brigato fin dalla sera prima, con alcune onde venute da
fuori, sconosciute ai più, nella notte si era agitato calmandosi sotto l’alba,
ospitando sulla battigia, perfino una comunità di gabbiani, scomparsi,
ritenuti estinti ormai da anni, qualcuna ancora continuava a destreggiarsi,
forse per alzarsi di qualche palmo, il livello della costa, niente di eclatante.
Un palmo o due, sotto il cavallo della battigia, una striscia di granellini di
sabbia, saliva graziosamente, con le manine, scavava la fascia fangosa,
forse intendendo raccontare, l’ultima fase di una guerra sotterranea,
comunque riuscendo a mantenere la compattezza della sabbia,
impedendone la manifestazione fangosa, l’acqua restava limpida,
l’azzurro era splendido da sorseggiare.
Il verso terrorizzato di un merlo, ad un trattò tagliò l’aria, scese veloce
dalla montagna, imboccò la vallata di majaru, percorse il letto del torrente
di spalle alle case dei Vinnani, costeggiò il muro della chiesa, svolazzò
nella saja, strisciò sulla sabbia alzando un enorme polverone e con uno
sforzo forsennato, planò sulla spiaggia, un attimo a prendere fiato
guardandosi intorno, trafficò con le zampe, aprì un varco e s’immerse nei
granelli.
I pescatori, vedendolo, spalancarono gli occhi ed i padiglioni auricolari e
seppure con una grande confusione nella testa, compresero che si era
aperto il cielo nella sua bontà infinita.
La speranza di un miracolo indusse i pescatori ad un approccio diverso,
cercarono nell’aria e spostarono la testa verso il domicilio delle cameriere.
La notte aveva svegliato il palazzo scaricando nel cortile, un Ometto
dall’aria sofferta
Il sonno non gli era molto amico e precedendo l’alba, girando per stanze,
androni e scale, s’imbattè nell’abbondante seno della cameriera anziana
che uscita da un sogno diabetico e scendeva in cucina a bere.
L’Ometto, non aspettò che la cameriera rinculasse ancora verso la parete
per genuflettersi sul bacino ed inchinarsi, le ordinò di sistemargli avanti il
portone d’ingresso, nel cortile esterno, nell’angolo protetto dagli sguardi
curiosi dei passanti, alcune poltrone con il tavolo di servizio e s’avviò a
fare quattro passi, s’avvide della palma spelacchiata che svettava
rabbiosa contro il cielo e tentò un approccio amichevole.
21La palma secolare, esperta di mare e di terra, di volatili ed uomini, di
attrezzi ed ogni mezzo di dominio, quasi infastidita, con l’anima rivolta ai
pescatori, rispettosa degli altri, di qualsiasi rango e cultura, alla domanda,
s’inchinò più che era possibile verso l’Ometto del quale conosceva storia
ed origine, e con un lieve sorriso gli disse: “ Voscenza sapi chinnu cava ‘a
fari “ aggiungendo che i guerrieri del mare, non sono estinti, sono vegeti e
carichi d’esperienza ed anche se ridotti a scheletri, hanno energia da
vendere
L’Ometto, nella luce tenera del giorno che gli veniva incontro, varcò il
grande portone che s’affaccia sul mare, s’assise sulla grande sedia
quadrata di zammara verde che la cameriera anziana con l’aiuto della
giovane, gli aveva sistemato senza aspettare l’arrivo di guardiani e
contadini e sorseggiando la spremuta d’arance che gli aveva versato la
giovane cameriera, alzò lo sguardo e lo posò sulla rocca, residenza della
Madonna, forse intendendo ricevere la sua benedizione per il governo di
quel territorio, compreso lo specchio d’acqua.
La giovane cameriera, accosto al portone, stava all’erta, pronta a versargli
nel bicchiere dal boccale di vetro dalle linee semplici dell’arte della
marineria locale, il nettare da lei preparato con le arance, nel gergo
locale, denominate di villa, ed altri frutti raccolti nel giardino interno, però
vedendo arrivare i guardiani ed i contadini, fece un passo avanti, in un
atto di presentare il Padrone.
L’ometto che teneva la testa leggermente inclinata sulla spalla sinistra,
rassettato il pensiero scaturito dalla relazione dell’antica palma, all’arrivo
degli uomini, ebbe quasi uno scatto e nel salutarli, ordinò loro, di aprire la
Loggia e condurgli a colloquio il Rais.
La loggia, era una larga e profonda costruzione, il laboratorio
amministrativo ed industriale, della tonnara.
I ganci con rotaia al tetto, scivolavano per un verso e l’altro, scendevano
per la pesatura, per il trasporto sui camion dei rigattieri, ai forni per la
cottura e l’inscatolamento.
Un piedistallo, con gambe di metallo e legno stagionato, regolabile in
altezza, con poltroncina, con un binocolo tecnologicamente avanzato,
occupava il centro della loggia, con il quale il padrone, non visto, teneva
sotto controllo, l’orizzonte, le barche allineate e gli uomini anche quando si
22staccavano dalle lenze e si sporgevano dalla murata della barca a
compiere i bisogni fisiologici, insomma un orgoglio, il gioiello del padrone.
L’Ometto, dunque libero da orpelli, posò l’occhio sul gioiello e le lenti dello
strumento gli portarono le onde del mare ad accarezzargli il naso, la
fronte, le mani che quasi gli sembrava nuotasse, le isole navigargli
incontro, lo scoglio lottare con i marosi, spumeggiare e sfiancarsi senza
cedere, in una gioia bambinesca.
La Madonna, semisdraiata nella grotta, forse a riposare dal lungo viaggio,
sbadigliando s’allungò e nel distendersi ritrovò in una visione lontana, un
messaggio ingiallito, macchiato, sbiadito dalla salsedine, e lo afferrò e lo
lesse con la grazia del mattino, s’accorse degli scheletri contorti dei
pescatori, consumati dal tempo, vide l’Ometto e fece predisporre
l’incontro.
Il suo volto celestiale, il suo sguardo colmo di serenità, con grazia
immensa, avvolse l’Ometto, che lentamente si alzò dalla poltroncina sulla
quale ogni mattina si era abituato a sorseggiare la spremuta e le baciò la
mano, confuso seguì il dito del bambino che gli indicava le isole Eolie,
concedendogli una curvatura spaziale che il binocolo non raggiungeva e
conobbe anche Cariddi, Mata e Grifone oltre a Colapesce, insomma la
natura spargeva a piene mani, gioia e bellezza, e con la compagnia della
storia e della cultura, nella solitudine prese possesso del golfo.
Il Rais, super obeso, oppresso dalla grossa mole, era costretto a spostarsi
lentamente, peteggiando tra le chiappe, e si presentò al Padrone
salutandolo con un breve inchino della testa, la mano destra poggiata alla
tempia in un rito pseudo militare.
Il Padrone, l’Ometto, Cesare Mariano D’amico, lo guardò e non gli
nascose l’irritazione, non gli serviva conoscere la salute della sua famiglia
e senza ulteriori lungaggini, gli conferì il mandato di calare la tonnara e
senza trattenerlo ulteriormente, lo congedò, consumò la spremuta,
rientrando a passo svelto nel palazzo che il tempo era diventato
invadente.
Il Rais, a passi brevi, pesanti, con le mani intrecciate sulla schiena,
peteggiando silenziosamente, prese la strada di casa, non senza avere
dato un ultimo sguardo al palazzo.
Il comportamento dell’Ometto, sinceramente, gli era risultato difficoltoso
da comprendere, non lo aveva gradito, la sapienza dell’uomo che ha in
23mano l’uso dell’uomo, del lavoratore, pescatore che sia, però lo indusse a
chiudere gli occhi, non ci pose pensiero più di tanto e l’assorbì con
l’esperienza.
Il suo interesse, in fondo, era la tonnara, il resto era fastidioso e lo
scartava alla stregua della pulitura delle acciughe prima della salatura.
Il Rais, percorso il rettangolo che separava il palazzo dalla strada,
raggiunta e messo piede nella piazza, con una cautela sofferente,
s’inchinò in avanti quel tanto che serviva allo scopo, ed emise un
poderoso, roboante peto, buttando nelle galline a razzolare nel rettangolo
accanto al posto macchina padronale, una bomba d’aria malsana che le
fece volare starnazzando come ossesse, fin sulla spiaggia.
Un lampo, un riflesso, uno scrupolo lo raggiunse sugli scalini di casa,
facendolo piegare verso il deposito dell’attrezzatura per la pesca, con il
quale condivideva il rapporto abusivo sui pescatori. ed unì le cime di
sciabica, cianciolo ed altre reti, sigillò lo spirito delle lampare e ritornò
sugli scalini per entrare in casa, fermandosi ad osservare la bellezza del
giardino oltre la strada, attrezzato per l’estate con filari contrapposti di
palme, un paio di ficara e nespolara ed anche di limoni ed arance, a
creare alla famiglia, frescura e riservatezza.
La moglie sentendolo rientrare, con una leggerezza ballerina, facendosi
incontro gli chiese: “ Chi Fu? “ e non ricevendo alcuna risposta, corse in
cucina, si sedette e bevve dal boccale, la spremuta che aveva preparato
che nel petto, il cuore, al pari di un uccellaccio, tentava di spiccare il volo.
Il Rais andò in camera matrimoniale e da sotto il letto, trasse fuori un
grosso baule nel quale teneva, avvolti in una mappina, dei quaderni, coi
nomi della ciurma, ed a seconda dei comportamenti raccolti, vi aveva
apposto delle crocette, insomma, lisciandosi i folti baffi, pregustava il suo
potere, sui pescatori e sulle loro famiglie.
Il Signore, comandante delle barche nere, conoscitore di correnti e
fondali, di regole e geometrie della pesca del tonno, era rientrato in
possesso del suo regno
Il registro spalancato sulle ginocchia, con il dito indice e la matita rossa,
spulciava i nomi, soprattutto i soprannomi, che esaltavano gli individui, ed
annotava, arricciando le labbra, con una croce, e per ritorsione,
lasciando, per simpatia od antipatia, quelli ritenuti malevoli, vuoti, senza
alcuna indicazione.
24L’Ometto preso possesso dello specchio di mare in faccia al borgo,
demandando al RAIS di calare la tonnara, si era eclissato nella Baronia
con al seguito il Caporale con la nutrita muta di cani.
La tonnara è una trappola che i pescatori sotto il comando del Rais calano
ad una profondità e distanza dettata dall’esperienza.
I pescatori, attivando le energie rimaste, uscirono dalle secche della
spiaggia e s’avviarono alla loggia.
Il Rais avrebbe formato la ciurma ed uno dietro l’altro aspettavano che
venisse chiamato il loro nome.
Gli scartati, raccoglievano il loro destino nel sacco e si acquattavano al
suolo, qualcuno roteava gli occhi verso il cielo, congiungeva le mani e
diceva una preghiera, altri, uomini effervescenti, si rivoltavano i vestiti, ed
inventandosi una storia colorita, con cartelli disegnati a mano si
disperdevano per valli e monti trattenendo il mare nei sogni, nascosto
nella mente.
La piazza del villaggio, ad un tratto, forse stanca, disperata, s’allungò nel
canale della sera e con il gracidare delle rane, cercò di ricordare la festa
del Santo Patrono, meglio, i contadini, gli artigiani di ogni specie, e con
pecore, capre ed un paio di asinelli spelacchiati, s’infilò in un varco che la
luna le aveva riservato per raggiungere la sua stella e per non dare
nell’occhio, prese le sembianze, di un pesce squalo che ha perduto la
rotta e si eclissò nel buio, per la vergogna.
Le future generazioni, i nuovi abitanti, all’oscuro degli avvenimenti,
sicuramente, avrebbero riso della storia, ed allora l’ha conservata
sull’orizzonte, non è stata secretata, non ha veti e chi ha curiosità, può
consultarla a beneficio della verità.
L’Anno 1775, dunque la tonnara torna a calare nell’antico sito ad ovest
della pietra Gargana.
L’orizzonte si era riempito delle barche nere e confortava la vallata ed
inorgogliva il borgo.
I pescatori, appesi alle lenze, addossati alle murate, aspettavano ansiosi il
tocco, il passaggio dei tonni a pinne gialle, inseguendoli man mano in
crescendo, accompagnandoli nella camera della morte, gridando
all’unisono con voce vigorosa, rispettosa: “ Leva, leva, leva. Viva
SantuSagnoggi, Madonna du Tinnaru,“
La mattanza, era la festa della morte e della vita, nel rispetto di entrambi.
25I pescatori, bagnati, stanchi, ridevano e piangevano, scivolavano sui pesci
con allegria e complicità, l’un l’altro si davano pacche sulle spalle, la
trappola recuperava la profondità stabilita, l’acqua si schiariva del rosso, i
palischermi portavano il pescato a riva.
Il Cavaliere, seduto sulla poltroncina, al centro della loggia, aveva seguito
al binocolo, tutte le fasi della mattanza, i pescatori che s’alzavano e
s’abbassavano nella voga, a spingere ai remi i palischermi, ed adesso
soddisfatto, aspettava l’arrivo dei carrelli carichi, accerchiato dai
compratori e dai guardiani.
Le famiglie del borgo, tralasciati “ i subbizza di casa “ erano corsi in
spiaggia, pregando e ringraziando la Madonna e San Giorgio, esultanti di
gratitudine, con gli anziani sottobraccio, i neonati in collo, i bambini
traballanti per mano, inseguiti e preceduti dai grandicelli, anche i ciabattini
con i picciotti, i negozianti e l’ambulante di passaggio, qualche contadina
sposata con un pescatore, avevano preso possesso dello spazio attorno
allo scivolo sul quale i tonni dai palischermi, si bagnavano nel mare,
venivano issati e trasbordati sui carrelli accorsi dalla loggia, percorrendo
la linea ferrata all’uopo predisposta.
I contadini lasciavano i campi ed in culo al divieto di passare il ponte della
ferrovia, accorrevano, raggiungevano la loggia con i primi carrelli carchi di
pesce.
Il percorso della ferrovia, sia in andata che il ritorno, per i ragazzi di San
Giorgio, era un giuoco all’assalto, una fase che poteva diventare cruenta
per la durezza e l’inammissibile prova di cattiveria, imbastita da quei
contadini trasformati in guardiani della roba del padrone.
I ragazzi, cercavano di sottrarsi agli spintoni, pedate ed altro che i
guardiani, quasi con ferocia, usavano per tenere lontani i più
intraprendenti.
Il giuoco dei ragazzi, consisteva nello spingere e sedersi un attimo sul
carrello, provare l’ebbrezza del vento sulla faccia, scendere e riprendere,
questo per i guardiani, era inammissibile, in effetti potevano farsi male, il
loro atteggiamento però, aumentava il rischio, ed allora giù colpi da orbi,
senza pietà, non gli era consentita una carezza, neanche la conta delle
pinne.
26La violenza dei guardiani, era animalesca, i ragazzi carichi di curiosità,
con la disperazione nelle mani, sopravanzavano le minacce, il dolore, in
un susseguirsi continuo, perfino in prossimità della loggia.
Lo scatolame col marchio del Santo patrono, era un prodotto prelibato ed
esportato nel mondo.
L’abbondanza del pesce pescato, non arrecava alcun beneficio ai
pescatori, il padrone, dopo il venduto e lo scatolame, ordinava che il resto
fosse buttato nelle fosse scavate all’uopo o disperso nell’uliveto dove
andavano a finire anche i resti della lavorazione.
I scuccinni, cioè i resti della cottura e lavorazione del pesce per metterlo
sott’olio nelle scatole di latta, un misto di carne, cartilagine e pelle, un
piatto succulento per i pescatori, era considerato scarto per il padrone che
non conosceva passaggi oltre quelli consoni al suo lignaggio, ed i
guardiani, addestrati al suo volere, canidi idrofobi ammaestrati,
eseguivano con cattiveria sproporzionata.
Il carretto carico di scuccinni, era trainato e spinto a mano dai guardiani
verso l’uliveto del padrone.
I ragazzi per assaggiare un pugno di quel misto succulento, fin dalla
partenza dalla loggia, si mettevano in fila, pronti per l’assalto.
I guardiani, muniti di una ferocia inusitata, si scagliavano contro di loro,
con qualsiasi attrezzo, colpivano in faccia, sulle spalle, sulle gambe anche
se non penetravano nel confine immaginario, anche se con la mano
vuota del pasto.
Il trasgressore, doveva subire la pena, gli strumenti del potere, con
determinazione ed aberrazione, afferravano il ragazzo, lo mettevano a
terra, ed a colpi legno, pedate, a volte gli pisciavano in bocca, per il gusto
sadico della vendetta, non lo finivano, certo gli procuravano un trauma
non indifferente, sicuramente permanente, a livello psicologico.
L’inseguimento, non s’interrompeva, la guerra con i guardiani continuava
fin sotto le fosse degli ulivi, non poteva finire senza racimolare qualcosa.
I scuccinni, oltre alla degustazione sul posto, andavano portati casa, la
fame, in famiglia, era abbondante,e la circolazione viziosa.
I Padroni, per il clima mite ed il silenzio del luogo, nei mesi più freddi, a
volte vi trascorrevano un breve periodo, insomma svernavano al borgo.
27La riservatezza del loro linguaggio, raggiungeva cime elevate, allo scopo
di non farsi comprendere da chi gli stava, saltuariamente accanto, la loro
conversazione, si svolgeva sotto voce ed in una lingua diversa,
normalmente in Francese.
La curiosità, è l’elemento che sviluppa ed ottimizza l’intelligenza di ogni
persona, nel ragazzo è fame di sapere e nota facilmente l’insalubre
comportamento degli adulti, in questo ambito di pescatori, avvicinarsi
troppo ai padroni della tonnara, alle loro mille diatribe e comportamenti
strani, diveniva un azzardo, se non che, qualche figlio dei lavoranti,
giuocando, nella frequentazione con il nobile figliolo, imparava
velocemente il linguaggio e scopriva le loro carte.
I Maggiorenti del Casato, messi a dura prova, per togliersi dall’imbarazzo,
il lavorante veniva allontanato, comandato ad occuparsi d’altro, insomma
espulso il padre, il problema del ragazzo impertinente, veniva eliminato
Lo stabilimento della tonnara, sinceramente assomigliava ad una base
militare, era una zona protetta, era vietato avvicinarsi e se per caso, la
curiosità induceva un ragazzo a scrutarvi dentro, i guardiani diurni,
intervenivano manovrando lunghi pali con in cima un cerchio metallico, di
latta bucherellata, allo scopo d’intimorire, suggestionare l’incauto, che
fuggiva a gambe levate.
La tonnara di San Giorgio, nel 1963, circa duecento anni dopo, cessa di
calare ed è rimessa a dimora.
Il Casato, l’ha relegata dietro le immense porte di legno dei magazzini e
l’ha lasciata spegnere nel respiro lieve delle onde che da riva
indietreggiano con la risacca consumando la sua storia nel mormorio
gioioso dei granelli.
Il Santo Patrono, veniva portato in processione a fermare il mare in
burrasca che aveva eroso la spiaggia privata della ghiaia ed avanzato
oltre la strada, nel giardino di agrumi, minacciando addirittura la ferrovia.
Il Santo guerriero, raccoglieva qualche preghiera, tante imprecazioni
colorite e ritornava sull’altare a sonnecchiare rischiando perfino di bruciare
al fuoco delle tante candele votive messe sotto la pancia del drago,
insomma esautorato del potere e con le vestigia affumicate, addirittura
rese a diceria, non era più in grado di offrire alcun miracolo ai pescatori
del villaggio.
28La generazione che avanzava, chiedeva un domani diverso,
un’aspettativa di vita più consona al progresso dei tempi, dunque spinse i
genitori ad armarsi del coraggio che gli era mancato in gioventù e li
costrinse ad emigrare.
La tonnara a dimora nei magazzini, nel 1973, circa dieci anni dopo, ha
usufruito di un finanziamento pubblico, un grande progetto speculativo, ed
i suoi beneficiari, certo appartenenti alla categoria dei lestofanti, non si
fecero scrupolo, di lasciare, perfino la ciurma, senza paga.
La ciurma era raffazzonata, infarcita di qualche anziano pescatore e di
molti ragazzi, fra i quali Pippo Accordino, Pietro Providenti ed altri che si
soprannominarono “ I Fanatici del Bastardo, “ dal nome della barca sulla
quale erano stati imbarcati, che assolto il servizio militare, disoccupati,
s’imbarcarono, n attesa del treno buono per seguire la rotta
dell’emigrazione.
La guida fu affidata al Rais Rosario Canduci, profugo della Libia,
coadiuvato nelle vesti di sottorais da Giovannino Salmeri detto Custuleri.
Il Rais Rosario Canduci, insomma dal ponte di comando del Palischermo
San Francesco, accompagnò la tonnara alla definitiva dismissione.
I Rampolli del Casato, in breve cedettero terre e palazzi e con il Capitale
raccolto, navigarono verso mari più prosperosi.
La pesca tradizionale del tonno, non era più proficua, altri metodi di pesca
erano entrati nel mare e le rotte spezzate.
La politica, indossati i vestiti dell’impresa edile, avviò la speculazione
stuprando il territorio del villaggio.
Gli immobili, caduti in mano a Sedicenti imprenditori dediti alla
Speculazione, naturalmente, confidando nell’assenteismo degli Enti
preposti alla tutela, che si è disinteressata dei vincoli ai quali erano
sottoposti, iniziò l’opera demolitrice, sventrandoli e saccheggiandoli.,
insomma mise in scena la spoliazione della tonnara e del territorio del
villaggio di San Giorgio.
Le barche, i palischermi, i galleggianti e le ancore, sparsi ai margini del
prato e la spiaggia, abbandonati nell’incuria più totale, assistettero
impotenti all’abbattimento dei magazzini nei quali erano ricoverati nei mesi
che non stavano in acqua.
29I turisti ed i passanti, scorgevano i relitti coperti di sabbia e di spine, e con
negli occhi la misura del degrado del villaggio, continuavano
nell’indifferenza il loro viaggio.
Gli abitanti di San Giorgio votati a rinnegare la storia marinara, godevano
della speculazione che gli concedeva in cambio della propria casa o del
terreno, qualche appartamento arredato e fornito dei nuovi ritrovati della
tecnica.
Il progresso avanzava e quel che rappresentava il vecchio, la storia era un
intralcio e dunque cancellato.
<Il Palischermo - Massu d’arenaria - Ancora>
30< I Fanatici del Bastardo - Cirio >
31IL MIO GRANDE AMORE
Il sole, le si posa sugli occhi e le accarezza le ciglia,
inaspettatamente, riflessi variopinti, tenui fluorescenze
s’allungano e piroettano sul petto, sull’addome,
un vento birichino, sale nel mattino, il mare, schiuma
e svolazza, apre un gazebo con giuochi d’amore.
Sorpreso resto a guardarla, non riesco ad allontanarmi,
è un bisogno viscerale, le parole mi salgono alla gola,
ballano sulle corde vocali e sanno spiegare l’evento,
rifletto un coagulo di sentimenti che mi pareva avere
dimenticato, sono spontanei, gigli di montagna, rose canine,
ho trovato, perfino margherite azzurre, farfalle con strisce leggere,
occhi che un pittore, non sarebbe stato capace di dipingere,
i volti della natura, irriverenze insostenibili, battiti incontrollabili,
e mi sciolgo, febbricitante nuoto, nel suo sorriso, sono acqua
e le scivolo sopra e la copro di mulinelli che non trovano fine
e si rivoltano, quasi a volere dissipare l’energia che li travolge,
la sabbia è una forza di sapienza e si stampa sulla pelle
e ci chiude in un mondo lunare con i grilli a cantare,
una serenata senza pari, sono rinato, non mi pare vero,
ho l’impressione di avere riportato, i miei anni indietro,
certo in ritardo, non ho vent’anni, non potrò darle quanto vorrei,
però le darò la felicità, l’amore che ho sognato,
ha tanto peregrinato, adesso è arrivato
LA SPIAGGIA
Le ferite si allargano, penetrano nella sabbia,
scaricano il male in geometrie di cemento
e si perdono nella battigia affabulando l’azzurro,
escludendo i cittadini, che da sopra la barriera,
32guardano il mare che erode e gridano costernazione.
Un giorno ancora e per la bellezza manca lo spazio,
il terreno si è inaridito e volatili, animali estranei,
solcano l’aria, strisciano, camminano per terra
emettendo versi, grida allucinanti, strazianti.
L’uomo è sbarcato in un tramonto confuso con l’alba,
in una notte che non contempla più stelle, a tentoni,
cerca la strada, la casa nella quale ha traghettato,
un copioso numero di anni, inconsapevolmente
la memoria, si è frantumata, i segnali sono scarsi
e degradati, molti divenuti, addirittura irrecuperabili.
Una masnada di Farabutti, ha circuito gli uomini, spogliati
i consulenti di quel prezioso titolo, conquistato con dignità,
sacrificio ed intelligenza, con la promessa reiterata
di una cospicua remunerazione, di un appannaggioin banca che decora la famiglia.
La Giustizia è farraginosa, impossibile a raggiungerla,
e la natura muore nella solitudine della sua bellezza.
< La spiaggia >
33.
34LA TESTA DI SALE
La faccia incredula, la bocca schiumante di rabbia,
misurano la spiaggia sconvolta, erosa dal mare.
La tempesta, risolve a suo modo, gli errori causati,
la mancanza di rispetto, inasprisce la natura, i danni
sono il conto, che l’uomo deve pagare, e non c’è saldo.
Gli occhi smarriti, mostrano sconcerto, mettere sotto,
la ragione umana, è un delitto, la paura è un’estorsione,
eppure si continua lo spergiuro, non c’è ravvedimento,
e la ribellione è l’unica risposta alla violenza subita.
Hanno abusato del potere, costruito oltre la linea tracciata,
dove gli antichi abitanti avevano disegnato la strada
oltre la quale non si poteva andare ed ora gridano al mare.
Il male che stanno subendo è causato dal non discernimento,
hanno creduto di potere fare quel che volevano,
la risposta è arrivata, e continuano a tenere la testa nel sale,
però i vermi, hanno preso una caratteristica e conformazione
inusitata, e mangiano, divorano, ingurgitano qualsiasi elemento.
L’uomo, anche il più buono, è preda del denaro, soggiace al male,
e non esiste proprio nulla, che riesca a metterlo in salvo
LA NOTTE SUL MARE
IL tuo sorriso è la stella del navigante, splende nella notte,
scende sul mare e scivola sulle acque, conduce per mano,
a passeggio, l’amore interrotto, è uno svago, un modo indolore
per lasciare l’uomo che non vuol sentirne parlare ed evitare,
che le avvisaglie di violenza, possano trasformarsi in tragedia.
Ho tirato a riva, le lampare che incuriosite, sopraffatte,
35non riescono a non guardare il cielo, il pensiero accomoda,
succede però, che il pesce raccolto, si disperde, la pescata
va perduta e stanche ritornano a riva, con le membra ammollate.
Il rito si ripete, sempre uguale, hai voglia di pulirlo,
lucidarlo, se non hai la fede, è come andare in chiesa
a chiedere miracoli, non c’è esperienza che valga
e ritorni a casa col paniere vuoto.
L’essere umano, deve essere educato, al rispetto degli altri,
fin da quando è ancora in fasce, non ha ancora conquistato,
la posizione eretta, altrimenti, se non ha l’indole, erutta violenza.
GIOVANNI GUALTIERI – CONCETTA ACCORDINO – PAOLO
ACCORDINO - EMANUELA GUALTIERI - CARMELO ACCORDINO
36< Antonio - Pippo – Santino – Franco Accordino
37LIBERA NOS A MALO
La casa di Famiglia, morti mamma e papa’, andata via la badante,
è stata chiusa, il grande ed il piccolo dei sette fratelli,
che non hanno mai partecipato ad alcuna spesa corrente
e tanto meno a quella straordinaria, tenendo fede al detto
universale, che un padre campa cento figli e loro non riescono
a servire un padre, una madre, non passavano neanche a salutare,
e se il caso li poneva di fronte, giravano le spalle,
insomma hanno deciso di vendere, non tenendo conto
che al Catasto risulta un diverso metraggio e quindi prima bisogna
provvedere alla sua sistemazione ed al suo costo.
I cari, dopo tante riunioni con i conti in mano,
per il sostentamento, il funerale, la liquidazione della Badante,
sempre inconcludenti, a riscontro, ci hanno inviato,
una lettera Raccomandata con ricevuta di ritorno,
concedendoci il diritto di prelazione, ed ora che è arrivata l’estate,
diciamo la casa al mare, è rimasta giocoforza vuota.
L’indole pacifista che mi contraddistingue, per non litigare,
mi conosco, evito l’incidente parenterale, la guerra potrei anche farla,
la capacità l’ho imparata, la sopraffazione sarebbe la mia negazione,
dunque ho deciso d’inventarmi un espediente, di fare il Pescivendolo,
così mi faccio le vacanze, guadagnandoci pure qualche Euro,
non risolvo l’aspettativa, però piego l’alluminio con la forza del pensiero.
Ho affittato un rettangolo di suolo pubblico in spiaggia,
una licenza per la vendita, non è stato facile, ho dovuto chiedere,
foraggiare, la burocrazia che è dedita a codesta leggiadrìa,
sono messi al passo, rischiano, amano giuocare d’azzardo,
avevo fretta, ed ora mi dedico allo smercio di pesce fresco,
appena pescato, dal mare al consumatore, ben pulito,
senza una spina, non ho perduto gli insegnamenti di mio padre
e finito, vado alla bottega, compro un panino con mortadella
affettata molto sottile che quasi litigo, e giardiniera,
38faccio una passeggiatina fino a casa, mi siedo sulla soglia,
e tenendolo stretto in mano, piano, mangio e sorseggio una birra.
La sera vado a dormire, stavo per dire al B&B, in spiaggia
e vado in CULO alla famiglia che mi sta a sorvegliare.
Uno straccione del mio pari, è abituato a sopravvivere,
a mangiare e dormire anche per strada, all’addiaccio.
Ho meditato, il tempo non mi manca e la lucidità mi sta in spalla,
ad un tratto mi è balenata l’idea di comprare la casa dei miei Genitori,
mi sono detto, però al massimo ribasso, la fame non è mendicare,
è carità, s’accontenteranno anche di pochi Euro, però non glielo dico,
vederli in faccia, parlargli, scambiare una parola, aggiungo,
anche una sola parola, mi fa salire la nausea, ed a condizione
sine qua non, che prima, saldino i debiti arretrati, altrimenti
non si fa nulla, e mi struggo nell’attesa scellerata, in fondo
non sono che un ragazzo semplice, vendo pesce, dormo in spiaggia,
sotto la luna, aspettando le barche e la domenica, con un’invidiabile
serenità, mi faccio una passeggiata, vado per le strade del villaggio,
mi siedo sul muretto a margine della strada , ‘nta curva e mangio luppolo
e noccioline che ho comprato dal venditore che posteggia in piazza..
Uno sfizio, un sapore unico, da non confondere con ceci e fave
abbrustolite, insomma non paragonabile alle scorrerie coi coetanei
per i campi, con l’aria sulla faccia, il sole sula pelle, la sfida, a piedi scalzi,
le scarpe servivano, per le feste e la scuola, però a dire, in sincerità,
mi brucia il cuore per la velocità dei fluidi che mi circolano in testa.
Sono Uomini d’onore, vigorosi, mi sono detto sempre, il mal riuscito
sono io che ho perso con i vivi e con i morti, pensavo potessero riservarmi
un buon esempio, io non mostro nulla di buono, trofei da vantare
ancora peggio, penso ai miei dolori, le gambe mi dolgono,
non penso che manchino anche degli attributi in dotazione
ai comuni mortali, messi sotto sequestro, forse hanno perduto le redini
di casa, ho l’impressione che siano soggetti passivi, ininfluenti, inefficaci,
resi inutili e quindi cercano di mettersi in evidenza facendo i bulloni
di una vecchia macchina, rimasta ferma per tanti anni nell’orto,
con il motore che sotto le intemperie, si è arrugginito,
Boh! io sono in pace, se sapessi pregare, mi rivolgerei a Dio
e gli chiederei di mantenere loro i peli, almeno sulla testa,
39se sotto il naso gli si sono atrofizzati, i Glabi, assomigliano alla Polpessa.
Io vendo il pesce che ho comprato all’alba sulla spiaggia dalla barca
indipendente e la sera, mangio una granita con brioscia, e vado a letto,
forse al B.&.B., ed aspetto sereno, con un libro aperto,
e mi dico che sarei felice se a qualcuno nascesse un fiore
< la polpessa >
4041LUCIANO
I giorni di scuola, sono coriandoli di conoscenza, segni informi
di un futuro incerto, di scoperte e di delusioni, di mare
e di campagna, di fiori e di sole, una convivenza riempita
di corse e partite di pallone con per campo la strada,
una rincorsa alle lezioni, agli esami ed agli amori, impastati
di timidezza e riservatezza, un bacio rubato, uno scherzo ed entri
nella competizione per prendere possesso di un posto di lavoro.
Gli anni nel segno della semplicità, sono trascorsi, le ferite
sono nascoste nell’anima ed a volte, inconsapevolmente
escono a dichiarare, che il mondo si è rovesciato, cerchi un appiglio
per non perdere l’equilibrio, la gioia, il dolore, il giorno la notte
che ti accompagnano sono fratelli, fanno parte di te
e non puoi disperderli per la città, sugli alberi.
Allora confondi i parenti, guidi fino alle pendici del Santuario,
in coda per posteggiare nello spiazzo e prendere l’autobus,
Luciano, il mio compagno di scuola è in comando colà,
forse per ossigenarsi dal servizio quotidiano in piazza,
mi autorizza a salire con la macchina, ripromettendoci di rivederci.
L’incontro in piazza, ritornando a casa, è stata una sorpresa,
anche se per pochi minuti, per abbracciarci, mi ha ridato il coraggio,
l’ebbrezza della fanciullezza che la città m’aveva tolto.
L’ho rivisto nel nosocomio dove prestavo servizio
Una raucedine, la tosse, un torace, la solita inutile terapia
ed il cancro al polmone si rafforzava, lo debilitava ogni giorno di più.
I controlli, misuravano aggravamento, oramai aveva vinto.
Ho telefonavo per salutarlo, il figlio che veniva con mamma e papà,
mi ha risposta che aveva perduto la battaglia, annunciato la dipartita
L’ARROGANTE
L’incontro non presenta accidenti, si mangia e si beve,
perfino si chiacchiera con naturalezza, sembrerebbe attenta,
porge il lato sociale con uno studio particolareggiato,
42a pelle non esprime alcuna sensazione precisa,
ha un sorriso accattivante, un interesse preoccupato.
Ha recepito una critica, e cambia all’istante, si tradisce
nei dettagli, allunga il muso a becco, l’espressione facciale
s’indurisce, sforna un atteggiamento rugoso, nei denti,
sulle labbra, nasconde una violenza incredibile, assassina,
esplode senza guardare, in modo indiretto,
penetra nel profondo e non riesci a mettervi un argine.
L’immediato è la figura, la paura ti morde la mano
La persona arrogante, non ha anima, serve il suo canto,
travolge ogni sentimento, è neutra e sembra corrotta dalla miopia,
le parole tagliano il tessuto di un uomo e vanno a bersaglio,
scaglia orrende minacce, pare che serva un elevato antagonista,
non recede, è prona, scivola sulle parole che ornano la sua testa,
è una regina che occupa un regno confezionato con aculei dorati.
LA SOLITUDINE
L’alba non è ancora arrivata, un uomo sta seduto nel buiosull’altopiano,
sulla collinetta, nella vecchia casa dei genitori,ha negli occhi socchiusi, i
giuochi da bambino, il lavoro nei campi,cerca il sentiero che lo conduceva
al villaggio, l’amico è morto.
Il viaggio si è protratto per anni, rincorso bisogni crescenti,
ha pensato di accumulare denaro, di offrirsi il meglio,
avere prestigio nella società, ed ora che le forze
sono rimaste poche ed il lavoro richiede altre disponibilità,
più intelligenze ed energie, ecco che è stato allontanato di casa,
anche la famiglia, i figli, le nuore, i generi, i nipoti, hanno fretta.
L’uomo guarda in fondo, ha il mare ai piedi, le mani sulle ginocchia
e sulle spalle, oltre alla fatica, una preoccupante solitudine.
Un verso strano, trafigge il silenzio, par che si alzi in piedi,
sembra abbia ritrovato, un tratto della giovinezza e cerca
nel buio che ancora rimane appeso agli alberi, alla vigna,
43un equilibrio, le corde vocali lanciano un sibilo, non è un serpente,
è la morte che ha bucato la pietra, il masso sul quale stava seduto.
Ha aperto un varco ed è uscita nell’erba, è sorpresa o chissà cosa,
anche il Barbagianni sul castagno, s’interroga e chiede ai vicini
di quella macchia bianca che indecisa, si muove lentamente.
Un asino raglia, non è una risposta, una capretta bela, il cane a guardia,
la riprende, un maiale che zufola arrota le orecchie,
una gallina bianca, razzola indifferente a qualche metro di distanza,
una pecorella esce dalla stalla a cercare la mamma,
ha fame, vuole la mammella per allattare, è disperata, non sa che fare,
un volatile notturno, le salta al collo, s’aggrappa e la porta lontano..
Il mattino ha aperto porte e finestre, il sole emerge sul mare,
l’uomo si alza e cammina, ha calzato un cappello di paglia,
un paio di stivali di gomma ed allora bisogna procurarsi una vanga,
lasciare la casa e darsi da fare altrimenti rischia di rimanere a piedi.
< L’ALBERO DI BENJAMIN – IL PRANZO DELL’ASSUNTA >
44< Nicola e Ludy >
LA BADANTE DI MIA MADRE
I figli, dispersi nei luoghi di lavoro, in altre città, la maggioranza
anche se residenti in loco, renitenti, per busillis con l’uno o con l’altra,
comunque per una stupida insofferenza, alla morte del padre, l’anziana genitrice,
rimasta sola nella grande casa, con a salute sempre più precaria, consapevoli
delle difficoltà, del rischio insito a mettere in casa una persona estranea,
di una nazione straniera, i locali sono neghittosi, che non conosce la lingua,
i costumi, molte abbassano la testa, non capiscono e non sono capaci di seguire
il diario terapeutico, magari somministrando medicine in modo non adeguato,
creando nocumento, bevono di nascosto, si ubriacano, per convenienza vendono
il proprio corpo, svolgono le mansioni molto superficialmente, richiedono con
puntiglio i loro diritti, dunque, per necessità, abbiamo affidato mia madre,
nelle mani di una giovane donna dell’Ucraina, Ludy con il marito,
sono divenuti componenti della nostra famiglia, l’accudiva con amore
e generosità, le cucinava pietanze, di facile deglutizione e digestive,
l’alzava e la coricava, l’accompagnava delicatamente, con movimenti leggeri,
secondo le sue disposizioni, modi che le risultassero meno traumatici,
45le articolazioni oramai rispondevano a fatica, con dolcezza le somministrava
le medicine necessarie alle sue patologie, la Maculopatìa l’aveva resa cieca,
la memoria, iniziava a traballare, speravo nel riconoscimento vocale,
a volte non comprendevo se m’avesse riconosciuto, comumque Ludy,
la manteneva in una condizione, sufficientemente, moderatamente ottimale
e chiamarla Badante, mi risultava molto .riduttivo e sono sicuro
che se non ci fosse stata lei, mia madre, sarebbe vissuta, molti anni
di meno ed avrebbe avuto una pessima qualità di vita.
Nunzia Gangi – Antonio – Anna Accordino – GINA
IL CAMPO DI PATATE
Gli alberi che delimitavano il territorio, hanno subito una potatura
Inconsueta, falciati, divelti, spezzati, sono stati scagliati,
stramazzati, disordinatamente, rovinosamente recisi, spezzettati,
sbattuti per ogni dove, in lungo ed in largo, uno sopra l’altro, distanti,
Il campo di patate, ha perso la fioritura ed è stato sconquassato,
un animale mostruoso si è abbattuto ed ha concimato la terra e l’aria,
di carne umana, di bagagli, bamboline e suppellettili di ogni maniera.
L’orrore è apparso dal cielo con una palla di fuoco,
l’odore agre della morte, si è sparso in ogni direzione
ed ha rivelato la guerra invereconda, l’arroganza, il sopruso
delle armi, lanciate con intelligenza per eliminare, cancellare
dalla faccia, ogni espressione, la gioia, l’amore, la fiducia.
Il campo di patate, quest’anno ha perso il raccolto e non risarcirà,
i lavoratori della terra, uomini, donne e bambini in attesa, seduti a tavola.
46< FESTA DEL PALISCHERMO – IL RAIS - LA MATTANZA >
47< SALVO ENNIO ACCORDINO - CARLO INNOCENTI – AGNESE
ACCORDINO – CARLA INNOCENTI – PIPPO – CARMELO
ACCORDINO CON IL CANE METICCIO >
< NINO – FILIPPO CANFORA – GIORGIO PUGLIA detto TEDESCO >
< SANTINO RUSSO – GIORGIO SALMERI >
48< Francesca Ottoveggio – Gina >
< Le case ricovero barche - La strada per Petralonga>
-
< PETRALONGA - IL FANTASMA DEL BRIGANTINO >
49PETRALONGA
Il giorno dell’Assunta che ho pranzato in famiglia,
mi è affiorato nell’anima, un desiderio bambino
e mi sono messo in cammino, verso petralonga.
Sulla pietra che usciva dalla sabbia e s’allungava nel mare,
ho attraversato mondi incontaminati, ho nominato alghe,
aperto sogni indistruttibili, che trasportati in città,
improvvisamente, inconsapevolmente, apparentemente,
senza una ragione plausibile, sono reclinati, forse morti,
però mi hanno aiutato a camminare sulla strada maestra.
La lenza in mano, la scatolina di lumachine, accanto,
sotto il sole, cullato dalla brezza, sognavo, pescavo per ore
immerso nell’acqua azzurra, a passeggiare con vari pesci
che mi accarezzavano i piedi, le mani, la faccia, fino a sera,
con il sole che la terra nascondeva dietro la montagna.
Il Brigantino che m’aveva pulito dell’odore militare,
dove avevo vissuto estati di amicizie inossidabili,
avevo scoperto l’amore, timido ed intraprendente,
cambiato struttura, era scivolato nella sabbia, scomparso.
La strada che conduce a petralonga, ostruita con catene,
cancelli di ferro e cani con i denti a fior di labbra, aizzati
da una speculazione barbara, incivile, se ci fosse bisogno,
di una specificazione dettagliata, case vacanza, villette diroccate,
legni spezzati, spiaggia erosa, una scena raccapricciante.
L’altezza immensa della spiaggia che faceva sicurezza alla casa
della famiglia che vi aveva abitato, cresciuto figli, coltivato la terra,
all’allevamento di polli, che aveva creato un’attività collaterale,
rigogliosa, divenuta famosa ai quattro angoli della penisola,
accorciata all’inverosimile, mi strattonava, cercava d’intimorirmi,
si era disintegrata, rovinata su se stessa, stava quasi sotto la strada.
Ho camminato, con una paura impertinente alle spalle, la strada,
50era divenuta pericolosa e la rabbia, un passo dopo l’altro,
si elevava a maledire, gli Amministratori locali, i cittadini,
che indifferenti, hanno lasciato, che si compisse lo scempio,
un brutale agguato alla natura, alla legge, ai principi naturali,
ad una sana ed equilibrata convivenza di conquistata antica civiltà.
Ho visto il guerriero di roccia sotto la struttura della galleria,
inclinato oltre il suo baricentro, l’ingordigia, l’arroganza
di un essere ignorante, incolto, immondo, certo è un bel trofeo.
LA STRAGE DEI PINI
La tramontana, spingeva gli abitanti, uomini, donne, ragazzi,
gatti e cani, a volte qualche gallina curiosa, sfuggita di casa,
per l’arteria principale, per il prato, in un deserto che sapeva
51di punizione, a comprare trinciato forte, cartine per fare sigarette
a mano, fiammiferi per cucina, qualcosa da mangiare, pasta
e pane, il pesce c’era, ed a volte qualche francobollo
per inviare una lettera ai parenti emigrati per debolezza,
in America, Argentina, e successivamente in Germania,
svizzera ed anche in Australia che la dismissione della tonnara,
li aveva lasciati a mare, con le nuvole nere ad inseguirli.
Gli anziani pescatori rimasti, con qualche giovane
al seguito, attraversavano la via Pola, portando a casa, al riparo,
la propria imbarcazione e l’attrezzatura in dotazione.
La generosità del comando forestale, con appropriatezza,
con un bel programma di rimboschimento, e probabilmente
per cancellare lo scoramento, che avversava le generazioni,
fino a sera all’addiaccio a parlare di calcio. Ciclismo, del nulla,
a riempimento del prato, consegnò agli Amministratori
del villaggio, un copioso numero di alberi di Pino.
I mesi trascorrevano e gli alberelli, abbandonati alle intemperie,
andavano incontro ad un attacco incontrollabile della muffa.
Gli studenti ed i manovali senza giornata, con un atto,
diciamo d’imperio, coinvolgendo il custode del comune,
li misero a dimora, cambiando ed abbellendo la faccia al villaggio.
Crebbero alti e belli, con una folta chioma, donavano agio,
ristoro ai turisti ed abitanti che la calura trasbordava da ogni angolo.
Le radici s’infiltravano nel terreno ed ingobbivano
il marciapiede, le mattonelle si staccavano ed infastidivano
la passeggiata, soprattutto litigavano con le appendici
dei locali che spavaldamente, con accondiscendenza,
si erano allungati, oltre la strada, asservendo i ragazzi,
servitori stagionali, ad un pericoloso attraversamento
con le auto, i motorini che selvaggi, sgommavano sul tracciato,
in faccia ai regolatori del traffico, alle forze di polizia,
seduti nel locale sottomesso, a consumare, con la busta ai piedi.
Un mattino che andavo al Bar a mangiare una granita
con brioscia, nell’albero di pino più vecchio, stava
appeso un bando d’appalto, per un importo importante,
per la sistemazione del marciapiede, degli alberi.
52La domenica successiva, ipso fatto, pini mal potati,
sradicati, segati, marciapiede, prato in faccia, intorno ai locali,
coperto di cemento, una follia, una feroce colluttazione con la natura,
una ingiustificata ed inusitata potatura, anziché curare le conche
intorno agli alberi, alzare a scivolo le mattonelle, un lavoro
che solamente degli incapaci, inetti, stupidi, demolitori
erano capaci di fare, un branco di animali sotto la direzione
di una bestia, eppure per la maggioranza dei cittadini,
è stata una liberazione, non c’era una soluzione migliore
< STORIA DI FAMIGLIA >
<MARIA GRAZIA – CONCETTINA - ANNA – PEPPE - MIMMA >
53LE DONNE DI SAN GIORGIO
Le donne, terminati i mestieri di casa, solevano riposarsi,
sedendosi davanti la porta, sul marciapiede, in strada,
e raccontarsi gli avvenimenti, dicerie ascoltate alla bottega,
a comprare il pane, la pasta, filo per cucire, di altro
erano fornitrici di se stesse, molto raramente, qualche cipolla,
forse aglio, prezzemolo, l’orto di famiglia, coltivava
perfino il peperoncino, possedevano, quanto la casa necessitava.
Il pomeriggio, Il sole scendeva e profondeva calore,
lanciando a piene mani sulla terra, afa a togliere il respiro,
Le ragazze, apprendiste di cucito, con sedie al seguito,
si spostavano sotto il muro della strada ferrata, la sete
per la calura, diventava ossessiva, le vesti tirate sulle ginocchia,
mangiavano fettine di limone con una punta di sale,
che con l’agre si abbinava in modo superlativo,
una leccornìa alla quale non sapevo sottrarmi, e partecipavo,
insomma mi ero affezionato alla compagnia e trascorrevo,
il tempo libero, con un libro in mano, diciamo a leggere.
La giovane età, il piacere delle ragazze, mi legava ed approfittavo
della loro benevolenza, studente di belle speranze, residente
nella stessa strada, c’era qualche simpatia, non ero bello,
molto timido, simpatico, e mi struggevo sulle forme,
sentivo il loro profumo e mi inebriavo di passione, scherzavo
cercando un tocco leggero, la sorveglianza delle donne,
non permetteva alcun volteggio, considerato uno screzio,
una mancanza di rispetto, poi alla fine si trovava il rimedio.
Sono stati, anni di ricerca, l’invenzione è una bella soddisfazion
< La Barcuzza – Pietro Provvidenti – Tindaro Modica >
54< L’INCURIA DELLA SPIAGGIA – LE ANCORE >
< ANCORE – PIAZZA RAVEL >
< ENZA DAGATE – SALVO ENNIO ACCORDINO >
55< LE ANCORE DELLA TONNARA - PIPPO ACCORDINO >
< PALAZZO BARONALE – ANTICHE ABITAZIONI >
56< IL MARCHIO TONNO SOTT’OLIO – GIORGIO SALMERI >
LA PROCESSIONE
Un altro anno è terminato, dietro vengono i trascorsi, la coda,
una processione interminabile, qualcuno borbotta, bisticciano, sono trascorsi,
consumati, comunque seppure morti, hanno la compagnia della memoria.
Un testimone euforico, esce dai campi incolti che costeggiano la strada,
i gambali impigliati e stropicciati dall’erba secca, ed inconsapevolmente
s’arruola, incomprensibilmente appesantito, si trascina assieme ai delusi e rammaricati,
con l’energia esaurita, i sogni schiusi, le labbra sbavate, insomma è incappato
in un plotone di reduci, rottami di guerra, comprende l’errore, solleva le braccia
ed esce fuori, tentando di distaccarsi dalla s quadra che arranca senza meta..
Il giovane anno, alzatosi dal letto, per entrare nel giorno, cerca un sorriso,
non ha che pene sulla soglia di casa, volge la testa, vorrebbe chiedere,
ha bisogno di un consiglio, tornare indietro non è possibile,
ripercorrere il viaggio all’incontrario, riparare gli errori, alleviare l’orgoglio,
la presunzione, recuperare gioia ed amore, indecisioni e stupidaggini,
sarebbe bello, un raggio di sole, qualcosa, forse è un miraggio.
Ho recuperato un metro di coraggio, il domani mi appare diverso,
sono in grado, posso riprendere il percorso, altre occasioni, incontri,
figure significative, l’arte, la bellezza, aspettano per essere ammirate, la raccolta
non è ancora terminata e salgo le scale della chiesa del SS. Padre,
mi siedo sulla pietra dell’altare e mi guardo le mani, sono pulite, non una goccia
di sangue, ho denunciato, lottato la Mafia impiegatizia e di quartiere,
di enti Pubblici e della Politica, certo non ho vinto, li ho, forse, scalfiti,
ed acnora riesco a camminare, a seguire la strada del rispetto e della dignità.
57< NUNZIA MARIA - RICCARDO – ANTONIO >
< La torre delle Ciavole - simbolo di Piraino >
58La collina, l’ha accolta ai piedi, con grossi blocchi di pietra, su uno
sperone roccioso, che il mare lambisce, è di base quadrata su tre
elevazioni, costituisce un valido esempio del sistema difensivo approntato
lungo le coste siciliane intorno al 1500.
La facciata principale, rivolta a sud, e dotata di tre aperture: accanto ad
una finestra, c’è ancora la campana che serviva a dare l’allarme. Infatti, la
torre era presidiata da quattro soldati che controllavano i vascelli in
transito e lanciavano l’allarme in caso d’incursioni piratesche o di
bastimenti infestati.
La triste leggenda è legata ad un guardiano ed alla principessa Maria la
Bella. La ragazza s’affacciava al balcone del Castello dei Lancia,
aspettando l’arrivo del suo spasimante, che giungeva con una piccola
barca fino al porto caricatoio, poi si aggrappava alla murata per
abbracciare l’amata.
Di giorno, invece, i due comunicavano attraverso un elaborato gioco di
specchi. Il fratello di Maria, annebbiato dalla rabbia, decise di eliminare chi
aveva osato insidiare la sorella. Si appostò sullo scoglio antistante Brolo
(che forse per questo è detto “del pianto” o “ploratu”), finì il giovane
guardiano e si liberò del corpo infilandolo in un sacco e facendolo calare a
fondo nell’acqua.
La leggenda vuole che Maria la Bella appaia nella notte ai pescatori,
augurando loro una buona pesca o richiamandoli in caso di pericolo.
Una versione più prosaica narra che i genitori della ragazza, per l’onta
subita, fecero uccidere i due giovani. Secondo altri, invece, intorno alla
torre delle Ciavole aleggia lo spirito del cosiddetto Capitano di Piraino, che
osò sfidare Ariodemio Barbarossa, un feroce pirata.
La torre, di proprietà privata, è inspiegabilmente e scandalosamente stata
abbandonata all’incuria per tanto tempo, con il conseguente crollo di un
pezzo di muro d’angolo. Solo di recente, per lo stato di pericolo in cui si
trova, la Soprintendenza di Messina ha dato le autorizzazioni per
consentire i lavori di restauro e consolidamento e la ditta proprietaria,
nelle scorse settimane, ha gia iniziato i lavori. Ma l’ennesima mareggiata
di quest’inverno ha creato forti danni al costone roccioso su cui poggia la
torre stessa, causandone forti e gravi problemi di stabilità. Dopo una serie
di sopralluoghi e riunioni pare che la Provincia di Messina abbia deciso
finalmente d’intervenire a settembre, nell’ambito degli interventi per il
59ripristino del litorale eroso, per realizzare una barriera preliminare per
difendere lo sperone roccioso dai marosi che provengono da ponente.
< GIUSY PATTI – SALVATORE PULEJO >
UN SOGNO
Una nuvola, correva sulla collina, inseguiva la luce
che il sole emetteva e la terra nascondeva, creando
una gran confusione alla montagna che cercava di accomodare,
tentava di zittire un cane irrequieto che abbaiava
ad ogni piccolo frusciare nell’erba, ad un colpo di vento.
Il villaggio che stava ai piedi e giuocava con i bambini,
s’inventò una favola e lanciò per aria tanti palloncini colorati,
a significare che i sogni volano, corrono lontano, si disperdono,
restano però legati ad ognuno e se si vuole, non è facile, però
si possono riportare, a terra, la volontà è vincente, il momento buono,
arriverà, hai un’opportunità ed allora non perderla, prendila
a volo e sarà una festa, la realizzazione del tuo sogno.
La sorpresa di vedertelo accanto è tanto grande, può farti
perdere il gran passaggio, c’è un vento, non cattivo, oserei dire,
birichino, lo solleva, l’allontana, l’abbassa e par che non voglia
darti la possibilità, di prenderlo, con delicatezza, altrimenti
può scoppiare e lanciarti in faccia, le strisce dell’elemento
che lo costituisce e lasciarti a mani vuote, occhi sbarrati,
nella bocca un gusto amaro che ti viene voglia di sputare,
non puoi, la secchezza te lo impedisce ed allora sei indotto,
a strofinarti le labbra con il dorso della mano, e cadi nel secchio,
che è poi forato e ritrovi i pesci pescati, nel rigor mortis.
60Un consiglio, è quello di acciuffarlo senza pensare un attimo,
sarà un agnellino, protesterà, starà buono e ti darà tanta gioia,
festeggerai gli anni più belli e non ti lascerà mai scontento.
LA SOLITUDINE DELLA VERITA’
La moto di grossa cilindrata, era splendente nella luce del giorno ed
anche la notte sotto la luna, somigliava ad un gioiello incastonato nella
roccia. Il giovane a cavallo, rappresentava il simbolo della virilità e le
ragazze, anche qualche ragazzo, a dire la verità, l’osservavano con
molto interesse, esaminavano perfino i dettagli, terminata la disamina,
soddisfatti, con un cenno della mano salutavano ed andavano via.
Il giovane, impassibile, non muoveva un ciglio e lasciava fare,
imperturbabile non li degnava di uno sguardo che a considerarlo una
statua di bronzo, non era sbagliato.
I suoi occhi, sinceramente, erano rivolti a lei, teneva lo sguardo perso
nello spazio ed i passanti gli erano indifferenti, insomma era occupato a
guardare oltre la strada, aspettava lei, colà dove tutto ebbe fine.
Il sole, la pioggia, il buio non gli mettevano alcuna paura, imperterrito,
restava a cavallo della sua moto.
La gelosia, è un serpente velenoso che scivola lentamente nell’anima, e
senza un attimo di tregua, rumina la bile, impasta un elemento
incorruttibile, pernicioso all’ennesima potenza ed in nano secondo,
secerne la sua sostanza e senza scampo, porta a termine il misfatto.
Il proprietario, le figlie, i figli ed i lavoratori del Bar – tavola calda, con
apertura sulla strada principale e su quella laterale, ove stava
posteggiata la moto con il giovane, gli portavano un gelato, una
brioscia, una granita, un panino imbottito di mortadella, gli piaceva
talmente tanto che rimaneva per settimane ed anche mesi a non
mangiare altro, era impressionante la lentezza con la quale lo
consumava, lo gustava fino all’ultimo, alla più minuta briciola, una
61birra, una porzione di pasta al forno, a volte, se la clientela era scarsa e
lasciava loro un po’ di tempo libero, addirittura lo imboccavano, gli
pulivano le labbra con delicatezza e gli davano da bere, insomma lo
trattavano al pari di un figlio piccolo da allevare, e quando il tempo non
era clemente, lo coprivano con un cappotto, un impermeabile a
preservarlo dalle intemperie, oramai apparteneva al luogo, era divenuto
un simbolo della strada e nessuno poteva permettersi di dargli fastidio.
Il giovane, sinceramente non rifiutava, accettava qualsiasi cibarie gli
fosse offerta, non accusava alcun problema di digestione, neanche un
dolorino, un passaggio d’aria e le colombe che stazionavano nei
paraggi, svolazzavano nella piazza del Tribunale, in orari ben precisi,
spesso e volentieri qualcuna arrivava prima, c’è sempre qualche
trasgreditrice, non mancano mai, anticipava le altre e mangiava dove
voleva e quello che voleva, in sostanza si autonominava assaggiatrice,
sceglieva quello che voleva, comunque la maggioranza, si
presentavano, s’inchinavano a salutare, rispettavano le regole, davano
l’impressione che fossero impiegati dello stato, istituzionalmente
parlando, precisi, si accoccolavano intorno e con educazione e buon
temperamento, si mettevano a mangiare, bere in sua compagnia e
secondo le esigenze, ognuna si recava nell’aiuola di un albero, in un
angolo e si liberava, faceva i bisogni, le altre, diciamo le furbe,
facevano i propri comodi senza rispettare i principi più elementari della
decenza, anziché recarsi in bagno, in un luogo appartato, rispettare
l’apertura o, la chiusura serale del locale, lasciavano i loro escrementi
dove capitava, a terra, sulle macchine e perfino sulle persone in
transito, aizzando l’ira di alcuni, causando nocumento al giovane,
mettendo a repentaglio la sua integrità, la dignità, è risaputo le colpe
degli altri, alla fine, ricadono sempre su di un capro espiatorio, chi è al
di fuori, sul più educato, buono e senza protezione.
I vigili Urbani, la polizia, i Carabinieri, sicuramente aizzati da qualche
sfaccendato che conosce a menadito, l’arte di passare i giorni a fare
62male alle persone, a chiunque non gli fosse simpatico o non eseguisse i
suoi intendimenti, insomma abituati a vivere nel fango, dimostravano la
loro abilità, a rimestare le acque ed intorbidirle, trascorrevano il
tempo a mettere in difficoltà la brave gente, gli ingenui, coloro che non
riescono a scorgere, neanche con la lente d’ingrandimento, il male che
come un’onda gigantesca, s’alza a sporcare anche gli alberi.
Gente che non coltiva altri interessi, che pensa a tirare la carretta per
racimolare qualcosa da mettere nella pentola, aiutare la propria famiglia
a campare, all’incontrario di questi servitori dello Stato, che muniti di
tanta abnegazione, di un tale e forte impegno, a raccogliere, gonfiare,
notizie a sfavore del giovane, tanto grandi da oscurare perfino un
esercito di uomini, e ci mettono pure una montagna di zelo, che nello
svolgere il proprio dovere, non ci pensano per nulla, insomma si erano
dati talmente tanto da fare per accontentare il mandante dell’incarico,
che avevano creato una montagna di prove inverosimili, insulsaggini
di ogni genere, al solo scopo di creargli danno.
Il giovane, era stato dipinto, alla stregua di un vagabondo scapestrato,
di un sovversivo, un delinquente, un satrapo che stuzzicava e raggirava
le persone, soprattutto le ragazze, per loschi intenti, per fini
inconfessabili.
Il Giudice ascoltata confidenzialmente qualche ragazza, una, due, tre
colombe dell’ultima fila, un passante, aveva dato seguito alle lamentele
ed aveva comandato alle forze dell’ordine che avevano raccolto le
prove, a rimuoverlo con una comune motivazione, per esempio,
inquinamento, occupazione abusiva di suolo pubblico.
La resistenza a favore della verità però, era stata incorruttibile,
soprattutto da parte delle donne, le ragazze, figlie del proprietario del
Bar, non si erano date per vinte, non andavano neanche a casa a
riposare e l’avevano costretti, possiamo dire, a furore di popolo, a
ritirarsi nelle rispettive caserme, a mani vuote.
63Il giovane a cavallo della moto, un giorno dopo l’altro, era entrato nel
cuore della gente e toglierlo significava un sacrilegio, un volgare e vile
attacco, alla comunità.
Il Signore del sottogoverno, dominatore in incognito, della città, il
burattinaio di uomini e donne dello stato, custode di circoli di nobili
casati, restauratore di leggi e regolamenti, di principi e di luoghi, si
prese in collo, l’incarico di fare pulizia di quell’angolo, non sopportava
che il giovane assiso sulla moto, occupasse la strada, soprattutto non
ascoltasse e non sloggiasse, dichiarato monumento, ignorava il suo
potere, degradava sostanzialmente il suo stato, un’offesa, una
mancanza di rispetto che non aveva riscontri nel suo libro Mastro,
dunque concluse che andava eliminato, il sistema di pulizia, preparato
meticolosamente, entrò in azione.
Lo strumento escogitato, una scimmietta, forse un incrocio con un
gatto, insomma un animale, un vettore agghindato in modo piuttosto
strano, vestito in parte di peli, di squame ed anche di un elemento
piezoelettrico, elementi che ho ricavato con una ricognizione
ravvicinata con un Drone giocattolo con il quale mi diverto ad indagare
forme strane, sconosciute, e che in seguito, informandomi presso i
maggiori centri universitari e di ricerca, dalle notizie raccolte, ho
dedotto che sia stato ricavato, prodotto per mezzo di un gene estratto da
un residuo di animale estinto, si presume approssimativamente,
orientativamente appartenente, per dargli un genere altrimenti non
catalogabile, vicino alla famiglia dei Pespi, di provenienza Vattala, di
Pescarea, distaccatasi in era Bico, scoperto in una goccia di stalattite,
in una grotta delle montagne di Atosi, evidentemente rigenerato,
elaborato e specializzato, a scopi malefici, naturalmente in incognito e
magari con finanziamenti pubblici, da un gruppo di scienziati asserviti
al Signore occulto.
La mia curiosità, non ha avuto l’abilità di indagare oltre, comunque gli
studi effettuati, mi risulta che in data odierna, non sono in grado di
64fornirci altre informazioni, la cifra che è venuta fuori dalle ricerche
personali, dunque si ferma qui e non risulta qualificabile,
verosimilmente, è armato di sacche sotto gli occhi, punteruoli e lamette
nelle mani o zampe che siano.
Uno o tre giorni, una settimana fa, con indifferenza e saccenteria, è
sceso, non ci è dato sapere la provenienza del laboratorio, da dove sia
venuto, insomma si è catapultato, direttamente sul giovane, con
l’accensione dei lampioni che con la loro luce, fioca, lenta che a fatica
veniva fuori, cominciavano in modo artificiale a sostituire quella del
sole, da uno dei vecchi beanjamin che ornano la piazza e s’allungano ai
margini della strada che veicola verso il centro della città, e si installò,
graziosamente si è allocato, sulla spalla sinistra che percependo,
sentendo l’appiccicarsi dello strano essere, subito tentò una reazione,
sedata all’istante, indotto, con l’insufflazione di qualche sostanza,
all’uopo creata, forse forzosamente, certo non volontariamente, senza
muovere neanche un muscolo, accolse l’animale.
Il giovane, io penso, con molta probabilità, sia stato predisposto, nei
giorni precedenti, a rendere particolarmente favorevoli la discesa del
mostro e la permanenza, dunque data la situazione, lo strano essere, si
era insediato autorevolmente ed amorevolmente, con l’intento di
portare a termine il progetto per il quale era stato comandato, diciamo
che con l’aiuto delle sue prerogative battesimali, approntate ed affilate
le sue qualità, aveva preso possesso del posto, aveva tentato di
scacciare perfino le colombe, le più vicine e petulanti, che comunque
s’allontanavano di qualche metro, ritornavano e riprendevano il loro
piatto, l’avevano sempre vinta, insomma non era riuscito a restare
l’unico inquilino del luogo.
Il giovane, forse, anzi sicuramente, per bontà e noia, non aveva voluto
inscenare una lite ed aveva fatto intendere di non essersi accorto di
quell’animale, gatto, scimmia o che altro fosse, o meglio, per farla
65breve, gli aveva opposto alcuna resistenza, non gli aveva mostrato
alcun interesse.
L’animale, mascherato, di gatto, scimmia o di altro, però, gli si era
insediato sulla spalla, con uno scopo malvagio, non certo per amicizia,
il progetto di cui era portatore, non sarò sicuramente un veggente, però
penso che in seguito, sarà appurato, mirava a minare la sua stabilità.
Lo strano animale mascherato, in verità era tenutario, di un virus, di
una pestilenza, aveva il compito di distruggere, cancellare, fare sparire
da quel luogo, il simbolo di un efferato delitto ed un pomeriggio, senza
fretta, scatenandosi la sera, approfittando della discesa del buio,
circuendo la luce artificiale dei lampioni e delle insegne dei negozi, dei
locali alla moda, della movida, perfino quelle del tribunale
perennemente accese, inavvertitamente o consapevolmente, ha secreto,
dalle borse sotto gli occhi, fece capolino, emise perfino dalle orbite,
una sostanza maleodorante, corrosiva che si spargeva a salice
piangente, per forza di gravità, a fiotti, fuori, alleggerendo le
sopraciglia che venivano intaccate dal flusso, lentamente, scivolò sul
corpo del giovane, infettandolo e non soddisfatto arrischiò pure, un
salto sulla moto, con l’intento di tastare le viti, la cromatura, insomma
il terreno di conquista.
Il mostro, con leggerezza e maestria, spargeva il virus con beata
profusione, regalando alle superfici che toccava, l’aspetto di un tappeto
rosso per una sfilata di modelle discinte, sfiorando il collo del giovane,
gli aveva infettato il petto e si era diffuso a macchia di leopardo, sulle
cosce, ginocchia ed il piede sinistro, mettendo in pericolo la stabilità,
quasi erodendo perfino la sella della moto.
Una ferita, una piaga, forse era riuscito nell’intento, probabilmente ha
lesionato il serbatoio della benzina, il danno non era visibile,
sinceramente la spaccatura, non era ancora molto ampia, però
l’erosione presentava il suo afflato, l’odore malsano si era tanto
accentuato, che a seconda della direzione del vento, saliva,
66cominciava a diffondersi, espandersi, ad inondare l’aria intorno e
chissà fin dove, un fortissimo odore, quasi un lezzo che irritava le nari
degli avventori che si fermavano a chiacchierare sul marciapiede o
solamente aspettando di entrare nel locale.
I giorni erano divenuti irascibili, a momenti, addirittura tempestosi,
insomma avevano preso un andazzo molto preoccupato, nessuno
riusciva a capire da dove provenisse quel cattivo odore, una puzza
sempre più nauseabonda e scoraggiati tentavano di aggirare il locale, la
base ove credevano nascesse la scienza del male e pensarono che fosse
necessario, un intervento delle autorità preposte alla tutela della salute
pubblica, della cittadinanza.
Le carte che l’amministrazione chiese loro, riempivano, bisticciando,
una borsa ventiquattro, trentasei ore, la burocrazia dimostrò gli artigli,
affilati all’inverosimile, tanto che Giorgio Musicò, studente, matricola
Universitaria, iscritto in legge, s’imbrigliò talmente, che cadde preda di
se stesso, s’affocò nelle note, irrimediabilmente, e gli amici, vedendolo
in grande difficoltà, percependo, non credendo fosse entrato in meandri
impraticabili, al punto, di non riuscire a venirne fuori, cercarono,a voce,
di aiutarlo, di dargli una, due mani ed anche di più, perdendoci anche
loro, in modo odioso, l’equilibrio mentale, dunque non accadde nulla,
tutto rimase come doveva stare, in beata pace.
La frequenza delle persone, era diminuita di molto, la gente non
entrava più nel locale procurando alla proprietà ed ai dipendenti anche
se quasi tutti parenti, un danno immenso, il rischio di licenziamenti si
faceva sempre più reale, perfino i colombi stavano alla larga, anche se
di piattini con cibarie che incorniciavano il luogo, sembrava ce ne
fossero sempre abbastanza, anche se lo spazio intorno alla
motocicletta, era stato reso, piuttosto pulito, alquanto libero.
La figlia più grande del Padrone del Bar, Nicoletta, ad ogni modo, gli
era rimasta fedele, era l’unica che quotidianamente l’accudiva, lo
lavava e gli portasse, qualcosa da mangiare, sopportando con spirito
67sacrificale, lo stato vomitevole nel quale il giovane, sicuramente
inconsapevolmente, conviveva.
Il padre cercava d’impedirglielo, sinceramente quel ragazzo, gli era
diventato un peso, la clientela continuava a mancare, rischiava che
l’attività, dopo tanti anni di ristrettezze, di economia misurata, di stenti,
andasse a rotoli, insomma il giovane a cavallo della moto, non era più
ben visto, aveva perso il suo fascino, doveva essere rimosso, quel luogo
era divenuto impraticabile, la sacralità della quale era stato ammantato,
sembrava dissolta.
La ragazza, Nicoletta, oramai si era fatta bella, il suo corpo aveva
assunto delle splendide forme, una femminilità delicata, molto
attraente, molti ragazzi entravano per un bicchiere d’acqua, un caffè, un
pasticcino, un panino, una scacciata, un panzerotto, in fondo però, con
l’intento di incontrare, parlare con lei, ed adesso, sembrava si fossero
eclissati.
Una settimana fa, Nicoletta, in una splendida forma, aveva festeggiato
il diciottesimo compleanno, cercando con una poderosa apertura
circolare dello scialle che le copriva le spalle preservandola
dall’umidità della serata, imitando un rapace che si lancia a colpire la
preda, di fare un atto eclatante, cioè decise che il giorno dopo, la prima
cosa che avrebbe svolto, sarebbe stata quella di recarsi alla vicina
caserma dei Carabinieri e denunciare l’assassino del giovane.
Lo scialle, ritornando indietro dalla sventagliata, ricomponendosi sul
petto e sulle spalle, si rese conto che non era facile riportare indietro il
tempo. L’apertura e la giravolta dello scialle che dal davanti in un
mulinello riapriva la battaglia, era impossibile, la ragione del padre
non poteva essere elusa e la verità sarebbe rimasta a mezz’aria.
La memoria di quel tragico giorno, non la lasciava, anzi l’attorcigliava
al giovane ed a quella moto, non le consentiva di distrarsi, il calvario
della verità si era dispiegato negli anni, aveva cercato una causa buona,
addirittura di entrare in convento, farsi suora per espiare la colpa che
68sentiva pesarle man mano che cresceva. La sofferenza, di non avere
vinto la ragione di suo padre, le teneva nel petto il dolore della verità.
Il giorno del misfatto, la torturava, accucciata nella vetrinetta, aveva
visto la morte che aveva colpito violentemente il giovane, dileguandosi
al di là dell’angolo, lasciandola con negli occhi una faccia
apparentemente invisibile, che lei però avrebbe riconosciuto anche nel
buio di una notte di tempesta.
La bambina, aveva appena sette anni, Nicoletta era molto giudiziosa,
seria, posata e dimostrava più anni di quelli che aveva, amava lo studio
e da un paio di cicli, frequentava la scuola dell’obbligo, il pulmino che
la prendeva e la riportava, anziché lasciarla a casa, in balìa di se stessa,
che la famiglia stava a lavorare, l’accompagnava direttamente al Bar
dove c’erano i genitori, una sorella più grande, e dove confluivano, un
altro fratello, lo zio ed il cugino.
La ragazzina, aveva preso l’abitudine a fare i compiti, seduta in un
angolo della vetrinetta dove il padre ai piani superiori vi collocava in
esposizione, bottiglie di spumante, liquori, e vini che avevano
maturato, anche dieci e forse più anni e che saltuariamente, offriva a
qualche amico di stretta osservanza politica e che del quale andava
fiero per le sue battaglie che in sostanza risultavano utili a tutti, o per
festeggiare un avvenimento importante.
Il quaderno sulle ginocchia, si lambiccava a trovare la parola da
scrivere, nello sguardo immerso nel vuoto, con la luce che cominciava
ad allontanarsi dalla strada, alleandosi a quella artificiale, la scena
dell’assassinio le inondò gli occhi e riconobbe un frequentatore abituale
del locale di suo padre, un amico del giovane, lo spietato esecutore.
La confusione che seguì non le cambiò nulla di quel che il giovane
aveva subito e soprattutto la faccia dell’autore materiale.
La Verità, è una parola magica, infiamma i cuori dei giovani ed anche di
qualche altro che non sa stare tranquillo, ritenuto e soprannominato, folle, pazzo,
che lancia in resta, scendono in campo, a mani nude, con l’impegno di portarla a
casa e bearsi di essa, di fare giustizia, certo è un’impresa, una dura battaglia,
69perché seppure osannata, non piace a nessuno, ci sono forze diverse, comprese
quelle istituzionali, che per impedire di arrivarci, fanno a gara a depistare, a
nascondere, a mettere sulla strada una miriade di ostacoli, programmano perfino
stragi, ne portiamo tante sulle spalle e quando magari la polizia giudiziaria, la
Magistratura, riesce a leggere e scoprire nelle carte, qualcosa e si arriva a
sentenza, la pena è talmente diluita che sembra non sia successo che un
minuscolo incidente, la morte accidentale, di una mosca, di un insetto dispettoso.
Il tempo, ha il potere di cancellare anche le carte scritte, l’emozione, la paura del
momento è sfumata, e l’orrore delle persone colpite nell’anima, il peso del dolore,
è dimenticato.
La ragazzina vittima dell’età, terrorizzata cercò di capire, spinta dal’innato senso
di giustizia, rimuginò l’accaduto nel tentativo di metabolizzarlo e di parlare, di
dire che aveva visto, che il giovane in moto, non era morto per mano ignota, lei
conosceva l’assassino.
Il padre, non volle sentire ragioni, la mise a tacere con uno scappellotto, minacciò
di tagliarle la lingua, era una bambina e nessuno l’avrebbe potuta prendere in
considerazione, le avrebbe potuto credere.
Il padre, era una persona esperta, molto in vista nel partito e nella città,
conosceva il mondo nel quale navigava, la città si presentava vestita di
bianco dietro la vara, spingendo la Santa per le strade della città, in
segreto però, imbastiva invidia, vendetta, male a palate, seppellendo la
giustizia, il bene, sotto autotreni di sabbia brecciosa, con scaglie di
pietre, e le forze dell’ordine, almeno una parte sostanziale, sono
piuttosto tarde, forse per volontà costituita, per connivenza od altro, nel
comprendere gli avvenimenti, specie se raccontate con il giudizio di
una bambina di scuola elementare, non perché siano stupidi, è la
conduzione degli avvenimenti quotidiani che li forgia, costringendoli
inconsapevolmente a perdere la misura che livella, equilibra la società.
Le prove, sono l’unico aggancio ai fatti, insomma sono quello che
conta, ed accettare la parola di una bambina di sei anni, diciamo pure,
le sue fantasie, è ingenuo, un Giudice, di qualsiasi estrazione, non
approverebbe, certo se è fazioso, in tre, quattro giorni, al massimo una
settimana, dà credito, scopre un capro espiatorio e la situazione si
70trasforma in un incendio, e se un agente si permette di contraddirlo, di
dire qualche parola sopra le righe, è facile che gli stronchi la carriera,
certo è un modo di dire, diciamo che non va accolto alla lettera, capita
spesso però, che l’agente, il Funzionario sia in simbiosi con il giudice,
l’esperienza plagia il più debole e l’uno o l’altro, segue la linea di
condotta, a seconda degli umori e dell’umiltà, non senza tralasciare il
clima familiare, che è un fattore interdipendente, crea o meno lucidità
di pensiero.
A tale proposito, mi viene in mente un episodio, parte di una collezione di
misfatti e che a molti, fin dall’inizio parve un incidente, quasi domestico, di
quelli occasionali, diciamo non catalogabili.
Il solito manovratore, chiamiamolo nulla facente, sbriga faccende, un invalido
civile che il sistema sforna, quasi direi, con estrema facilità, e con un cospicuo
appannaggio mensile oltre ad una liquidazione stratosferica che un uomo normale
non può permettersi neanche di sognare, il mattino faceva l’impiegato di comodo
in una stanzetta arredata spartanamente, appena un passo il portone d’ingresso
dell’INPS, che sembrava il gabbiotto del portiere, prendendo in carico numeri e
pratiche, a mezzogiorno, abbassava la saracinesca di plastica sulla vetrata
dell’accettazione, serrava a doppia mandata, la porta e nel silenzio del piccolo
vano, s’ingegnava a programmare il lavoro del pomeriggio, a volte non gli
bastava e circuiva la sera fino a tardi ed a volte, proseguiva fino alle prime ore
del mattino successivo, tanto che andare a letto diventava uno spreco, non
serviva e rimaneva sul posto, direttamente nella stanzetta che a vederla, è facile
dichiararla in uso dell’INPS.
Il tempo lo riteneva un fratello gemello e non riusciva a lasciarlo senza
un’occupazione, i tanti amici e clienti, lo aspettavano fiduciosi che le pratiche
affidategli, venissero, nel più breve tempo possibile, nell’interesse di entrambi,
portate a termine, chiuse e liquidate.
L’agenda che teneva legata con lacci, elastici ben rinforzati, sulle spalle sotto la
camicia, il maglione, la giacca, a fargli una gobbetta speciosa, era fitta di nomi, di
personalità, di figli, nuore, generi e parenti, alti prelati, insomma di un nutrito
numero di Medici, Dottori, Professori di ogni specializzazione con rispettivi
numeri di protocollo e localizzazione, non escludendo l’attività che correva
parallela e che era interdipendente a questa, lo scopo finale, il terminale.
71L’inizio della sua carriera secondaria, che in sostanza risultava la primaria,
cominciò con un cabina metallica, forse dimenticata,comunque non rimossa.
La ditta che aveva eseguito i lavori della discoteca, che aveva assolto all’appalto
quasi per intero, salvo qualche rifinitura interna, molto probabilmente sistemata in
nero, indagata per Mafia si è sfilata , riciclandosi in altre attività che insistono
sul mercato sotto altra dicitura, anagrammi, nomignoli ingegnosi, e che ai più
non è dato sapere.
Zio Vincenzo, chiamarlo diversamente, ai più non sembrò fargli onore, sia per il
portamento, il viso, la voce, diciamo la maturità, anche se ancora abbastanza
giovane, insomma gli risultò appropriato, svolgeva alla luce del sole, l’attività di
sbriga faccende, e mirava ad espandersi, a diversificare, venuto a conoscenza
della disponibilità dell’immobile, inizialmente, forse prendendola in custodia,
entrò tacitamente, concretamente, nelle sue disponibilità, l’arredò deliziosamente
adibendola apparentemente, a luogo ludico, a giuocare a carte, bere una birra,
consumare un pasto cotto sul braciere allocato sull’arenile sul quale insisteva
graziosamente, imbastendo un sistema per incontri particolari.
L’albero di pino, che stava quasi sull’entrata, gli riparava la luce della discoteca,
era un osservatorio fantastico, diciamo la spalla del buio sul mare, ed i ragazzi
che vanno nel locale a divertirsi, attratti dalla sua interpretazione dell’esistenza,
con noncuranza, transitando si soffermavano per un attimo, ad ammirare la sua
mercanzia, proprio in incognito, senza che se ne accorgesse alcuno.
Una sera di queste, piuttosto avanzata, distraendosi un attimo sulle luci che si
erano posate in lontananza, diciamo per portare avanti un discorso di politica
sociale, casualmente gli toccò di assistere, al suicidio in spiaggia, proprio sotto i
suoi piedi, di un pesce rondinella, un volo, un salto che lo condusse, non proprio
precipitosamente, a quell’animale mascherato di gatto, scimmia o quel che fosse,
che aveva comandato a distruggere il bar- tavola calda che per distinguersi dagli
altri, e fare intendere che appartenesse al popolo, alla comunità, non portava un
nome, insomma di proprietà di quel simpatico comunista di nome Anselmo Buffa.
L’occasione gli fu propizia, proprio allora stava transitando, Alberto con l’amico
Gioacchino, Adelina era impegnata altrove, e pensò di mettere alla prova, il
nuovo aggregato.
L’amico di Alberto, si era invaghito di Gemma, una ragazzina del giro di Adelina
e da un certo periodo, forse alcuni mesi, la pedinava, credendo di non essere
visto, facendo intendere di volere creare del fumo nero per far sospettare ad un
atto intimidatorio, era un ex artificiere dell’esercito e dunque esperto nel ramo.
72Il suo sguardo malizioso, l’occhio atteggiato a miope, gli aveva fatto nascere, un
pensiero torbido e zio Vincenzo, .che aveva un occhio tanto lungo da sembrare un
cannocchiale, pose Alberto in all’erta.
Gioacchino, è un amico, un ragazzo di famiglia onesta, disse Alberto a zio
Vincenzo, vicino di casa, di recente in una pessima situazione, in cattive
condizioni economiche, il padre è stato licenziato,l’anziana genitrice della
madre, era venuta a mancare, lui, appena congedato, aveva cercato di arruolarsi,
l’occhio pigro, un leggero claudicare, aveva indotto l’arma a scartarlo,
ritrovandosi disoccupato, cercava lavoro, la simpatia verso Gemma, lo metteva in
imbarazzo, glielo aveva, scherzando, fatto intendere, non proprio in modo
esplicito, comunque parlando per una possibilità, un impegno lavorativo, di
prenderlo nella comunità, di introdurlo nella cerchia degli amici di zio Vincenzo,
gli aveva chiesto notizie, fatto balenare l’idea, di un approccio con lei.
Alberto, pur conoscendo bene l’amico Gioacchino, la sua dedizione e bisogno,
non aveva il coraggio di rispondergli se non ci fosse stato l’assenso di zio
Vincenzo, il lavoro che si svolgeva nella comunità, non poteva considerarsi
uguale agli altri, usava metodi diversi e speculari e dunque necessitava in
particolare, di silenzio e fedeltà senza alcun tentennamento, oltre una
specializzazione, di qualità specifiche.
Gli espose l’esempio della cuginetta con la quale conviveva e l’accompagnava,
un fiore sul quale le api si fermavano a raccogliere il nettare che zio Vincenzo
trasformava in un cospicuo conto in banca.
La sua partecipazione comunitaria, consisteva nel disbrigo di faccende, di guardia
spalle o di altro, che lo zio Vincenzo avesse ritenuto di affidargli, senza escludere
di raccogliere ed introdurre nel circolo ricreativo, personaggi di rispetto, ragazzi e
ragazze, con cospicua disponibilità di denaro, la possibilità, all’occorrenza, di
svolgere attività sottotraccia, altre incombenze operative.
Lo zio Vincenzo, dunque comandò ad Alberto di addestrare Gioacchino nel
compito increscioso di eliminare il Gatto, scimmia od altro animale mascherato
che fosse e sloggiare il giovane in moto, dal bar –tavola calda di Anselmo Buffa,
usando molta precauzione, evitando danni collaterali, e se casualmente,
Nicoletta, la figlia di Anselmo Buffa, fosse nel locale o si trovasse a transitare in
zona, o se successivamente le capitasse a portata di mano, con molta precauzione,
senza forzarla, di provvedere a dirottarla alla villa, un famoso esponente politico
intendeva parlarle, conversare, scambiare qualche pensiero.
73I Funzionari del Tribunale, erano sul piede di guerra, il lezzo gli entrava dalle
finestre ed oramai aveva invaso, occupato il palazzaccio, i dipendenti erano in
subbuglio, si rifiutavano di lavorare e loro non erano Santi.
Uno o due giorni dopo, il tempo di prendere le misure, dosare la polvere
necessaria per circuire l’evento, verso le quattro del mattino, il tombino sopra il
quale stazionava la moto con il giovane, con uno scoppio controllato, seguito da
una gran nuvola di fumo, l’angolo del bar-tavola calda di Anselmo buffa, fu
ripulito, anche della strana specie di animale.
La cabina e l’albero di pino, sovraintendevano allegramente, al traffico che si
svolgeva con regolarità nei pressi della discoteca, la mano, s’attivava
velocemente ed il vestitino volteggiava fino a che non le scendesse fin quasi sulle
ginocchia, in faccia al buio del mare, al suono della musica in voga.
La ragazzina, in punta della borsetta penzolante ad una lunga catenina dalla
spalla sinistra a segnarle il seno, affascinata si lasciava avvicinare e con maestria,
infilava la partita, una banconota, una bustina.
Il ragazzo, l’avventore, uscendo dal buio mostrava soddisfazione e sicuramente
con consapevolezza, ritornava con un amico, anche un’amica.
Una sera, Alberto, presentò Gemma all’amico Gioacchino, che sorpreso,
emozionato, gongolante di gioia, forse incuriosito, stuzzicato dalla possibilità di
fare parte di un sistema più remunerativo, un guadagno, diciamo facile, fu accolto
ufficialmente nella comunità, e giocosamente vi prese parte.
Un copioso numero di ragazze e ragazzi, circondavano Alberto e procuravano a
Gioacchino, un gran benessere.
L’amica, ne portava un’altra, l’amico, un altro, l’esaltazione e l’effervescenza,
entrava nel cuore e nella mente e la realtà si perdeva, altri valori si nascevano e
tutti si nascondevano sulla spiaggia, insomma la comunità, oramai si era talmente
allargata che aveva bisogno di nuovi confini e ben presto zio Vincenzo, dovette
aprire un alloggio più capiente, conferire la procura a quel nipote che tanto amava
ed al quale era destinata ogni attività, munendola con servizi raffinati.
La vecchia cabina, non la lasciava, comunque che restava la base, un’affettuosa
copertura, ed ecco che colà, sulla spiaggia sottostante, all’ombra dei massi di
cemento, messi in acqua a formare una scogliera frangionde, semi coperti dalla
sabbia, ormai rimasta sola e senza alcuna incombenza, forse per alleviare il
dolore, forse in un tentativo di affogare la conoscenza del misfatto, Nicoletta,
aveva accettato di andare al mare e quella mattina, nuotava allegramente con il
74fratello, la sorella ed un amico che Gioacchino riconobbe, lo conosceva e gli
affiorò nella mente, la raccomandazione di Zio Vincenzo, .
La villa, un antico agglomerato patrizio con un parco immenso, con l’insegna di
alcuni pini enormi, qualcuno e forse un altro, due, sicuramente ultra centenari,
svettavano sulla collina quali alberi di una vela, posteggiata in un golfo
fantastico, e facilmente raggiungibile.
Zio Vincenzo, più che un uomo era un serpente, scivolava ed entrava ovunque
sentisse l’odore, annusasse, un guadagno, la politica e le professioni, gli facevano
da tappeto ed era seguito con cupidigia e paura.
Il sodalizio, ben presto divenne potente, ed i soci si facevano sempre più
baldanzosi, la cuginetta di Alberto, pur seguendolo con abnegazione e fedeltà,
partecipando ai suoi giochetti con voluttà, esaudendo ogni suo desiderio,adesso
che s’era invaghita del Professore Carlo Logano, un esimio insegnante di latino e
greco, sposato e senza figli, con l’età non ancora scaduta, gli chiese il conto,
cioè di prendere il frutto che desiderava.
L’occasione per la premiazione del vincitore della gara di nuoto sul miglio, per il
ritardo accumulatosi per la corrente avversa, propiziò l’avvenimento al quale la
ragazza, si era votata e legata con le mani e con i piedi .
La ragazzina, Adelina, allieva del professore, diciamo sbadatamente, l’aveva
tastato, più di una volta, aveva sentito la muscolosa reazione e si era convinta
che se avesse voluto, lbr /’avrebbe preso all’amo, con estrema facilità.
Il cugino Alberto, conosceva le qualità e la ferrea volontà di Adelina, a
raggiungere quanto si prefissava, certo si sbizzarrivano sulla rete dei salti,
avvinghiati in lanci estremi, sul tappeto giapponese a combattere fino all’ultimo
respiro, insomma con una vogliosa, imperiosa sollecitudine, cavalcava l’onda
infilandosi in ogni ricciolo, la conteneva anche se le mani, a volte non gli
bastavano, un grande coinvolgimento, avrebbe preferito non consegnarla a
nessuno, però i soldi hanno un profumo speciale ed allora la lasciava andare con
un sorrisetto malinconico.
Il professore Logano, parcheggiata l’auto all’ombra dei pini che facevano da
contorno alla palazzina, ospite del B & B dei fratelli Togari, stabilmente allocati
nell’Agenda di Zio Vincenzo, altrimenti sarebbero morti da tempo, abbassarono
le serrande, schiusero il portone d’ingresso, abbassarono le tendine delle finestre
adiacenti e si allontanarono silenziosamente appena Alberto, seguito da Adelina,
scese dall’auto e dalla strada, s’introdusse nella casa vacanze..
75Il Professore, graziosamente sorpreso, accolse Adelina nella sua bustina
protettiva, i dolcini al pistacchio, erano una meraviglia, la voce del mare arrivava
attutita.
Il palco per la premiazione, smontato, rimesso sul camion, raggiunse la sua
destinazione e dimenticato, comunque anche se l’estate aveva lasciato il posto
alle altre stagioni, il B&B, fu reputato un complice del ritardo prolungato,
l’annuncio dello stato di gravidanza di Adelina, fu inevitabile e circuì Carlo
Logano che entrato in paranoia, accettò qualsiasi accomodamento con lo Zio
Vincenzo.
Il diavolo, magari senza accorgersene, ci aveva messo le corna, si dicevano,
speravano, si erano convinti che non potesse accadere, che le precauzioni, i loro
affanni, non erano serviti a nulla, i giorni furono messi a soqquadro.
La comunità di zio Vincenzo, non poteva soffrire il danno, in silenzio, ad ogni
modo bisognava condurlo in una prospettiva di un buon guadagno, e con giudizio
disfarsi dell’involucro , era indispensabile e che ognuno svolgesse i compiti che
zio Vincenzo, erudito ed esperto uomo d’affari, avesse assegnato loro, con
precisione e senza paura.
L’amico Gioacchino, ascoltando a mozzichi, il progetto imbastito dallo zio
Vincenzo, cercò di saperne di più, non ebbe il coraggio di parlarne a nessuno,
Alberto, gli avrebbe tirato in faccia, una turbolenta risata e magari minacciato,
conosceva la sua ilarità, litigiosità, virulenza..
Gioacchino, turbato, in contraddizione con se stesso, una domenica, passeggiando
per il viale nei pressi del tribunale, vicino alla caserma dei Carabinieri, scorse
Nicoletta con il suo compagno di scuola che aveva visto al mare sotto la
discoteca. .
L’indicazione di zio Vincenzo, gli saltò dalla mente negli occhi abbagliandolo, e
di corsa, s’avviò verso di loro, il compagno di scuola, gridando il suo nome,
castrandosi con quello di Nicoletta.
Mario, Mario, gridava cercando di sorridergli, ammirando la bellezza di
Nicoletta, salutandoli con affanno.
Il passaggio dell’autobus urbano, se non si fosse fermato osservando l’obbligo
delle strisce pedonali, non è un’incognita da risolvere, sicuramente, l’avrebbe
travolto, messa a repentaglio la sua vita, Gioacchino si presentò ai due, mimando
il mito, l’idolo che amavano, accennando una delle sue più famose canzoni,
spogliatosi della timidezza che l’aveva sempre contraddistinto, allora cercò
76Nicoletta e le cinse la vita pregandola di ballare, di fare un ballo, quasi a portarla
via, con l’intento di sottrarla a Mario.
Il ballo di moda, si dispiegava in volteggi e saltelli e qualsiasi altra fantasia, un
modo per non sapere che fare, la maggioranza vi brucia un’infinità di energia,
un’occhiata s’insedia sul collo, una sulla guancia, insomma, Gioacchino, iscrisse,
vi stampò nel vestito di Nicoletta, un marchio indelebile, un nome di farfalla non
riconducibile a lui, almeno così credeva fosse, ed entrò in quell’ingranaggio
silenzioso e senza tempo che stritola e raggomitola il cervello, in un ammasso
gelatinoso e senza alcuna connessione.
Io che non ho alcuna dimestichezza della materia, ho creduto che fosse stato
rapito, da un irrefrenabile bisogno di mettersi in evidenza e dunque s’arrogò
l’organizzazione, tagliando e cucendo, imbastendo percezioni ed ordini, di
seguire un sistema informatico per raggiungere lo scopo, di condurre Nicoletta
nella cerchia di Zio Vincenzo, solamente che le sue capacità risultarono delle
velleità e di fronte alla difficile situazione in cui venne a trovarsi, perse la testa.
L’analisi, che fu tentata per cercare di prendere la cima, soppesando, esponendo
un pensiero che per coloro che vi presero parte, accettarono catalogandola ad una
imbelle sciocchezza, qualcuno la definì, addirittura una barzelletta, si esaurì nel
giro di una settimana, un mese.
L’attenzione che qualcuno vi pose, più che altro per celia, andò avanti, più o
meno per una, due settimane, dunque evaporò e nessuno ne fece cenno, sembrava
una notizia insensata, passata nel dimenticatoio con la famiglia in attesa di
notizie, in una continua processione alla caserma dei carabinieri, della polizia, se
non che un contadino, accompagnato dal fedele cane, scendendo dalla montagna
verso casa, incappò, o per meglio dire, l’abbaiare forsennato dal suo cane intorno
ad un sacchetto nero della spazzatura, lo costrinse a fermarsi ed esaminarlo.
Il lezzo, che gli si rovesciò in faccia, quasi lo buttò a terra, eppure aveva una
tempra stagionata, avvezza ad ogni odore.
La percezione che fosse qualcosa di umano, comunque che si avvicinasse ad un
abbozzo di bambino, gli mise le ali ai piedi e senza pensare all’interrogatorio al
quale sicuramente l’avrebbero sottoposto le guardie del pronto soccorso, lo
avvolse nella giacca che portava sul braccio, che si era appena tolta a causa del
caldo, e s’avviò per andare a consegnarlo in Ospedale.
Aveva percorso circa cento, duecento metri, il cane lo lasciò ed abbaiando ancora
più forte di prima, scese a rotta di collo per la scarpata..
77Il contadino, Giovanni Gambetta, non sapendo che fare, che pensare, mise per
terra il fagottino ed andò a vedere cosa avesse Filippo. il cane, l’amico fedele,
d’abbaiare ferocemente.
Le foglie di faggio, una stagione a seguire, avevano creato un letto che adesso
ospitava una ragazza, svestita fino all’ombelico, il resto del corpo, parzialmente
coperto, le mutandine affioranti dalla gonna a fiori, sinceramente il pensiero
s’avviò verso un quadro per la festa estiva dell’infiorata, forse non ancora
terminato, adagiato in attesa di un’ulteriore pennellata per la sfilata, la faccia, i
capelli, evidentemente non disegnati o celati sotto lo strato sul quale era distesa.
Giovanni Gambetta, tentò anche con una pedata che non rientrava nel suo
comportamento abituale, per zittire il cane che continuava ad abbaiare, forse si
può dire, con arroganza, guardando in alto, verso un albero vicino.
Un ragazzo, la cinta dei pantaloni intorno al collo, penzolava a circa u metro o
due dal letto di foglie.
Il contadino, sopraffatto dalla duplice visione con l’involtino adagiato sulla
strada, e dal continuo abbaiare del cane, non resse, fermo sui piedi, le braccia
allungate in avanti, forse colpito da un ictus che l’aveva paralizzato, o pregava,
magari teneva in mano un giornale invisibile, insomma, cercò di fare ordine
nella mente, ad un tratto come punto da una zanzara gigante, si diede due manate
sulle cosce, saltò sul posto, ordinò al cane di fare la guardia, e s’avviò verso la
città, alla caserma dei Carabinieri,dimenticando addirittura la giacca e dunque
rifacendo in camionetta, il viaggio a ritroso, inseguendo il verso del cane.
La notizia del ritrovamento di un bambino, un feto abbandonato, del ragazzo
impiccato all’albero e della morte della ragazza, ebbe una grande risonanza nella
città, le dicerie si rincorrevano, scoppiavano in ogni angolo, saltavano dalle
finestra e dai balconi, creando nell’aria, una curiosità infame,
La stradina di periferia, la scarpata, il sottobosco, perfino la casa colonica del
contadino, furono presi d’assalto, scorgendo per caso, altre prove, di misfatti,
altri feti e ragazze in stato interessante, aborti, gelosie, omicidi e suicidi,
raccoglievano ogni cosa che reputassero una prova e la consegnavano, in
Ospedale, in caserma.
Le manipolazioni, ogni episodio entrato in gioco, sinceramente condussero i
partecipanti, le persone che passavano per caso, di distrarre l’attenzione
dell’accadimento, le forze dell’ordine con il loro brancolare nel buio,
contribuirono non poco, a mietere confusione, perfino sopra la morte della
ragazza, di Nicoletta, la figlia di Anselmo, di Gioacchino e del feto, insomma un
78giorno e l’altro ancora di più, venne su, una chiacchiera, una supposizione, una
pietra tombale di proporzioni gigantesche, insormontabile..
Il Professore Carlo Logano, che oltre l’insegnamento, ricopriva un’alta carica
istituzionale nell’ambito locale, e sicuramente, si preparava al gran salto
nazionale, si scoprì un obiettivo, la campagna di fango, in seguito, a qualche
giorno di distanza, si trasformò in corruzione e dichiarato un pedofilo.
Lo zio Vincenzo, mosse le sue pedine con tale precisione e spietatezza, che Carlo
Logano, perse la cattedra del locale liceo e fu costretto a fare le valige, togliersi
dalla testa ogni velleità politica, e nascondersi nella casetta colonica, in cima alla
montagna, con un’unica via di comunicazione, un viottolo, dunque possibile
raggiungerla, solamente a piedi od a dorso di mulo.
La moglie, per non restare soffocata nel fango, si rifiutò di prenderlo in casa e
lui, senza fiatare, raccolse l’invito e si allontanò volontariamente.
La nuova generazione, allevata nel culto dell’aggressività, si è liberata di qualsiasi
freno inibitorio, e va dritta per la strada prefissatasi, dunque il giovane Leo,
primogenito, rampollo della famosa e potente famiglia dei Laratto, imprenditori
edili, palazzinari, con mani in pasta in mille affari, in consigli d’amministrazione
privati e Pubblici, imparentato con i maggiorenti della città dell’economia e della
finanza creativa, in uno strano groviglio di parentele, avanzò la richiesta e
s’introdusse nei salotti bene, sfavillanti di luci e belle donne, fagocitando
qualsiasi pretendente.
Lo zio Vincenzo, con la sua Agenda sulle spalle, recitava con maestria ed il suo
teatro, apriva ogni sera, la sua villa sulla collina, pullulava di segretari,
sottosegretari, portavoce e ministri, deputati e senatori, di mogli ed amanti, di
donne di una bellezza straordinaria, era sempre piena, fino all’inverosimile, nel
segreto dello studio, sventolavano pratiche fiscali e previdenziali, bancarie,
notarili, ivi compresa l’Istruzione e la ricerca, oltre quella Militatre.
Leo, con laurea, master e specializzazioni, inconfutabilmente di atenei privati,
con il desiderio della politica, una di queste serate, a braccetto di Zio Vincenzo,
percorse senza intoppi, corridoi e saloni, palchi e parchi, e sotto una miriade di
luci blu, glicine, celesti, si aprì, addirittura si spalancò, la strada verso il paradiso.
L’ostacolo più fastidioso, in breve era stato rimosso, e la villa accolse ospiti ed
amici, Colonnelli e Generali, Giudici e Vescovi, la città e le miriadi di
diramazioni, in una rappresentazione goliardica di provata esperienza e sonorità.
79La società, s’incamminava su un viottolo periglioso, nessuno però si adoperava a
muovere i piedi, a pulire i margini, qualcuno si lamentava, sinceramente, il
rischio era molto alto e tutti restavano alla finestra a guardare sul corso.
Lo zio Vincenzo, non soddisfatto, acchiappò al volo l’occasione di Adelina ed il
giorno dopo, con una simpatica e studiata smorfia, senza alcuna titubanza, afferrò
il toro per le corna e lo stese a terra, anzi lo fece a fette e lo mise a cuocere sul
braciere, dietro la cabina, dando il fiato ad una festa sul mare, di tale possanza,
che l’orizzonte, dalla contentezza, eruttava lava che finendo in mare, alzava un
nebbia bianca, imitando l’effetto tipico dello Stromboli.
Lo Zio Vincenzo, però non era completamente soddisfatto, in fondo il Professore
Logano, era un bravo e buon figliolo, aveva commesso un errore, a dire il vero,
indotto da quel profumo giovane, ammaliante, il conto però, era stato troppo alto
e chiese ad Alberto ed Adelina, che periodicamente, magari nella prima
settimana di settembre, andassero a trovarlo con un paniere di fichi secchi e
mandorle, pistacchi ed anche noccioline americane.
La verità, rimane sempre sola, non è una donna, contrariamente a quanto farebbe
intendere, non sa badare a se stessa, e si perde sulla bocca di tutti.
IL PARASSITA
L’alloggio, non si presentava in condizioni disastrate, piuttosto si poteva
considerare inadeguato per accogliere una persona, indubbiamente civilizzata,
comunque pressato dalla necessità e dall’urgenza, agli occhi di Ilario Bastino, fu
considerato un posto buono, un tetto per non restare all’addiaccio.
Il padrone di casa, facendosi forte del figlio poliziotto, oltre ai mesi morti, gli
domandò un canone mensile, diciamo sproporzionato all’abitazione.
Ilario, ne aveva sentiti altri, davvero raccapriccianti, meritevoli di essere zittiti
con un paio di colpi di fucile a canne mozze, perfino un Maestro di Musica con
ufficio immobiliare, un secondo lavoro, una bancarella situata all’angolo della
strada, cioè messa al passo per circuire le persone, con la promessa avanzava una
richiesta, chiedeva un acconto, diciamo una caparra sulla parola.
La casa, era libera, accompagnato a visitarla, il dado era tratto, cominciava una
guerra di resistenza, la promessa che a breve gli avrebbe consegnato le chiavi, il
tempo di tinteggiare le pareti, riparare un tubicino in cucina, nel bagno, qualche
residuo nel terrazzino, passavano i mesi, gli anni ed i lavori non arrivarono mai a
conclusione, inducendo qualsiasi individuo, a perdere ogni speranza, Ilario,
80sopraffatto dalla stanchezza, fu costretto per evitare un ricovero in ospedale, di
perdere l’acconto e smettere di lottare.
Ilario, insomma, con la paura alle spalle, accettò le condizioni, senza una benché
minima protesta pur di entrare in possesso della casa..
La progettazione di qualche opera, un qualche adeguamento, si disse, per
distaccarsi dall’ insulsa realtà, forse avrebbe potuto renderlo più accogliente, e si
allocò.
La crisi abitativa, l’occupazione abusiva praticata da un numero sempre maggiore
di persone, gruppi familiari, diciamo persone rese inutili dalla società,
chiamiamoli pure emarginati, ha cancellato ogni diritto e dunque bisogna stare
all’erta..
Un individuo, senza un reddito da lavoro fisso, è incapace di fare fronte a
qualsiasi impegno, soprattutto di genere abitativo, nel paniere della spesa,
bisogna computare anche la luce, l’acqua, il gas e tanti altri elementi che forse,
potrebbero considerarsi superflui, che però entrano di forza e sono parte
integrante della lista, dunque con inconvenienti inevitabili, che prosciugano gli
spiccioli e non lasciano nulla per comprare un mazzolino di margherite alla
ragazza, all’innamorata.
Il coraggio, è l’elemento fondamentale per riuscire a risalire sulla strada e
ritornare a camminare.
La vallata nella quale, Ilario, era precipitato in precedenza, con una incredulità e
consapevolezza parossistica, inarrestabile per lo stato confusionale nel quale era
stato indotto a vivere, era profonda, scontrosa, maleducata, cattiva
all’inverosimile, rami spezzati, tronchi d’albero, bidoni, pezzi di carrozzerie
d’auto, sostanze gelatinose, maleodoranti, putride, incatenavano il passo fino al
ginocchio, insomma la risalita fu molto, molto difficoltosa, addirittura non
offriva, non presentava neanche la percezione di un pianoro, insomma con le
mani e con i piedi, con una forza di volontà immensa, diciamo che il ragazzo con
qualche anno in più sulle spalle, abbastanza cresciuto, era riuscito risalire la
scarpata, perigliosa e senza guardarsi intorno per non distrarsi, sedette sul ciglio
del dirupo in attesa del passaggio di una nuvola leggera che lo trasportasse in una
città pulita, leale, aperta, consapevole che ogni cosa che l’uomo riesce a fare,
appartenga a tutti.
Il lavoro che si era inventato, gli era stato sottratto con destrezza e seppure
percepiva che quella gente non l’avrebbe portato a nulla, sperava con una ragione
81velleitaria, di uscirne fuori, di prendere il volo che l’avrebbe condotto in quella
città verso la quale si era incamminato vent’anni prima.
Ilario s’illudeva che l’uomo, l’amico che gli reggeva la ragione, che gli dava
appuntamenti in banca con la Marchesa Ermenegilda Vertollina, filantropa,
detentrice di una cospicua liquidità da investire, avrebbe risanato i suoi conti
facendolo riemergere, riportandolo in piazza del lavoro.
I vari intoppi, imputati alla Marchesa Vertollina, che non aveva fatto in tempo,
non aveva avuto modo d’avvertire l’Autista, a causa di una lieve distorsione, non
era stata in grado di scendere gli scalini della Villa, insomma per un motivo od un
altro, per questioni considerate bazzecole, gli incontri per definire il contratto,
venivano rimandati, tenendo Ilario inchiodato sulla poltrona, mantenendolo in un
continuo stato di insufficienza, di lucidità mentale.
L’attività veniva distratta e languiva, quale titolare non assicurava entrate certe,
gli individui che si spacciavano per amici, s’aggiravano per strada, si
posteggiavano agli angoli, per le scale del palazzo, l’attendevano offrendogli
aiuto, in effetti miravano a toglierti quel poco di ossigeno che riusciva ad
accumulare, correndo nei luoghi più disparati.
Le acque divennero sempre più agitate, il sistema neurologico, messo a dura
prova, ha cercato rifugio in casa dell’amico, che ha negli scaffali dello studio,
vasetti di miele che accelerano la malattia del diabete, aumenta la difficoltà,
descrivono il fallimento.
L’illusione non è consentita, le tasche reclamano ed è inutile, anzi dannoso
chiedere ospitalità, l’amico è un parassita, s’arrampica sulle spalle e tenta
d’infilzarlo con il rostro di cui è dotato.
L’imprenditore, rimasto con il fumo della sigaretta aleggiargli sul naso, osserva la
porta cercando con il pensiero, la chiave magica che gli è stata promessa e non
gli è stata ancora consegnata, in buona fede, pensava ritardava, non gli era stata
sottratta, e con le mani appoggiate sul bancone, esaminava per l’ennesima volta, i
prodotti pronti per essere confezionati.
Le periferie che offrivano strade non praticabili, dissestate, prese in prestito alla
città, diciamo che risultavano, non proprio gratificanti, comunque consegnavano
qualche risorsa striminzita, permetteva di respirare un centimetro di aria pulita,
salvavano qualcosa del giorno, insomma servivano solo a postdatare l’evento
catastrofico.
82Le risorse, non sarebbero servite per cambiare la situazione che restava
dannatamente critica, per gravità cadevano in mano estranee, il parassita
arraffava, entrato in sala da pranzo continuava a mangiare senza interruzione.
La paura, induceva il cervello a decadere, il vuoto si allargava, l’unica soluzione
era chiudere la cucina, non andare al mercato e scomparire dalla circolazione.
Un uomo, però non può lasciare in mano a delle bestie, a dei parassiti, i sacrifici
di tanti anni.
Il denaro, ha l’odore dei fiori e le api volano a succhiarne il nettare, il parassita
conquista con la paura e con il sorriso sulla bocca s’ingozza del lavoro degli altri.
Il parassita, non accorda dilazioni, conosce la margherita, distrae la lacrima che
sgorga e la rende uguale al pagamento di un emolumento per un servizio che
assicura il prosieguo dell’attività.
La mattina che la notte oramai era formata da sottili tranci, lo accolse ancora una
volta, nel suo grembo e con una morbida delicatezza, gli posò sulle mani aperte
a cucchiaio, un giorno bambino che aveva in sé un’energia nuova, una forza
immensa, insuperabile, invincibile.
La luce che lentamente si alzava accompagnando il sole, dipinse di colori
variopinti, le montagne, le colline e la campagna intorno, gli illuminò gli occhi,
un raggio gli entrò nella mente ed Ilario, con una giravolta, un salto portentoso,
insomma decise di reagire a quello stato di continuo degrado.
La figlia di Emanuele Silicato, che con la moglie Bea, sottendevano alla
portineria del palazzo, nel quale Ilario esercitava la propria attività, e per il quale,
la figlia Luigina, svolgeva lavoro di segreteria, un giorno, consegnandogli la
posta, vedendolo rabbuiarsi in volto, congetturando sui personaggi che
circolavano non invitati, per la strada, sui gradini delle scale, dietro la porta,
insomma entravano ed uscivano, senza neanche salutare, gli venne spontaneo
chiedergli: “ Chi c’è? Qualcuno la disturba, le porta nocumento? Sono a sua
disposizione. Mi cerchi di notte e di giorno, non si faccia problemi, mi chiami, mi
faccia sapere che ci penso io a sistemare le cose “ mettendosi a sedere.
Ilario, con la mente confusa, avulsa a qualsiasi giusto equilibrio, forse non riuscì
neanche ad ascoltarlo, lo salutò e salì le scale per l’ufficio.
Una mattina, Ilario, ritornando in ufficio che si era assentato per alcuni giorni,
incontrando Emanuele che puliva con uno strofinaccio rosso, il passamano della
scala, ecco che sentì un eco entrargli nelle e orecchie e riportargli le parole, il
discorso della sua disponibilità e gli venne spontaneo chiedergli se era disposto a
rilevare la sua attività, diciamo in amministrazione controllata, che doveva
83partire, allontanarsi dalla città, andare all’estero per un periodo di tempo non
calcolabile, per motivi di salute.
Luigina conosceva a menadito il lavoro, sapeva cosa fare, era preparata a gestire
l’amministrazione, le pratiche d’ufficio, insomma nelle sue mani, ogni cosa
correva con una linearità esemplare, si sviluppava per il verso giusto e
consegnava profitti.
I conti, li avrebbero fatti al suo ritorno, Luigina era già a conoscenza, era stata
informata, a ben rivederci.
La sera stessa, andarono dal notaio e stilarono un contratto, diciamo d’affitto
dell’attività , mettendo nelle mani di Luigina, l’intera amministrazione
consegnandole la gestione.
Il seguito non ebbe un così piacevole scorrimento, la denuncia alle autorità
competenti, presentata in un’altra città, richiedeva riscontri, prove, comunque gli
arresti arrivarono e si susseguirono.
La presenza in tribunale, nonostante le infamità, le minacce le parole super
colorite, non gli fecero cambiare idea.
Le udienze, erano scontri, torture e per non affondare nella perdizione, oltre gli
imputati, gli scontri nascevano anche con i legali e le forze dell’ordine.
La debolezza dell’Avvocato d’Ufficio, lo metteva a rischio di ogni cosa e doveva
lottare anche con il suo difensore, sinceramente gli portò via un altro pezzo di
vita, riuscì però ad azzerare il passato, cancellando con un capolavoro di
maestria, il parassita.
Ilario, rifiutando la scorta, non sopportò un rischio maggiore, la protezione,
tenuta salda nelle sue mani, gli dava il tempo di mettersi al riparo, gestire in
libertà la sua libertà, era diventato invisibile e con audacia e fortuna, andò a
riprendersi l’esistenza che gli si stava sfilacciando sulla schiena, e dopo anni,
finalmente sentì la forza di dire che ritornava a vivere.
L’insediamento, avvenne quasi subito, caso mai il proprietario, fosse venuto
meno alla parola e poi il giorno dopo, lo aspettava un difficile colloquio di lavoro.
Ilario Bastino, diciamo con semplicità, nello scontro con la società aveva perduto
la battaglia, era stato sconfitto con brutalità e cercava di rimettersi in piedi.
L’arredo che riuscii a mettere assieme, consisteva in una rete metallica con
materassino, un tavolinetto, una paio di sedie apribili della linea per la spiaggia,
ed una cucinetta a gas con fuoco piccolo per la caffettiera ad un tazza, ed uno
grande per la pentola della pasta, che momentaneamente allocò su una lastra di
84marmo, un’appendice del lavatoio con fontanella, che occupava la parete della
cucinetta con finestra sul ballatoio delle scale.
La notte, sentiva il parassita saltargli sulle spalle, agganciarsi con le manine a
rampini e con il rostro allungato cercare d’infilzarlo, la lotta era cruenta, si
rotolava su se stesso, precipitava dal letto sul pavimento e riusciva a liberarsi,
sapeva che non poteva lasciarsi andare, perdere il controllo della mente, aveva
superato un percorso ad ostacoli, di un grado di pericolosità altissimo, il massimo
della scala e dunque ritornare indietro, sarebbe stato, ignominioso.
IL GENIETTO DI DIEGO LATORE
L’incedere reclinato sul fianco destro, gli riportava sulla spalla contraria, una
croce al valore civile, pur non essendo stato reclutato da nessun esercito, non
avendo svolto alcun giorno di militare, insomma non avendo partecipato a
nessuna missione di volontariato.
L’effetto gli derivava da un proiettile vagabondo che casualmente, per errore,
l’aveva preso di mira, in una sparatoria di polizia, volta all’inseguimento di alcuni
manovali di morte.
Il trasporto con il furgone penitenziario, dei Criminali in tribunale per l’udienza a
carico, per rispondere di omicidio e rapina, non era andato bene e proprio nella
piazza, all’apertura delle porte, con un’azione paramilitare, avevano atterrato i
Carcerieri ed erano fuggiti.
L’intervento immediato, della polizia di guardia al Tribunale e di quella della
vicina caserma, avvisata ed accorsa precipitosamente, non era riuscita ad
acchiappare i detenuti, però era riuscito a mettere a terra Diego, il Genietto
Latore, che stava andando a presenziare ad un’udienza.
Diego, caduto per terra, credette d’essere morto, un attimo volante di lucidità,
pensò a Orazio, il cane che teneva in custodia nella casupola in campagna,
diciamo meglio, è giusto chiamare un deposito per tenere al fresco, nei giorni di
calura e di pioggia battente, per protezione anche dai fulmini, la parte anteriore
della macchina, e si propose, se ne sarebbe uscito con un po’ di voce, o di
gestire la mano sinistra, era mancino, di raccomandarlo a qualche buono e
fidato amico, magari di inserirlo nel testamento, per lo spazio di una cuccia per
preservarlo dalle intemperie..
85La domenica immancabilmente, saltuariamente un giorno in mezzo la
settimana, saliva a portagli da mangiare.
La serranda abbassata impediva a Orazio, una qualsiasi fuga però permetteva
a qualche amico in transito, di sostare, riposarsi, di trascorrere tranquillo,
qualche notte o due o quel che gli era necessario, ed a volte, improvvisamente,
senza avviso alcuno, vi transitava, un ricercato, un evaso, un cliente per il
quale lavorava, sostava per una notte, il giorno si eclissava per poi ricomparire
di sera.
L’incapacità di movimento, con il quale aveva da lottare, restringeva il Genietto,
ad un esemplare di topo femmina ed in cinta, rimasto appiccicato sulla colla,
spalmata su una trappola ancorata saldamente impedendole qualsiasi
scivolamento, soprattutto però, era molto preoccupato, per le corde vocali, forse
per il trauma, la paura, si erano ammutolite, le prospettive di recupero, gli
sembravano remote.
La voce e le mani, erano i servitori della mente, il suo archivio, le pratiche, i
codici, codicilli, gli ribollivano per ogni poro e non poteva metterli in esecuzione,
pensò di chiedere aiuto ai suoi amici Massoni, comunque gli risultava
prematuro oltre chi inutile.
L’ odio per i poliziotti che l’avevano ridotto ad una larva, e dire che li
considerava fratelli, gli straziò le carni, allora per scansare la deviazione che gli
era nata improvvisa, si fece il segno della croce con la lingua, sperando di
buttare fuori quella ossessione, che potesse uscire da quella posizione.
Un vigile urbano di passaggio nella piazza, s’accorse di quella giacca con la
federa penzolante, i polsi della camicia, di colore bruciato, lo riconobbe e chiese
aiuto, chiamò un’ambulanza che fortunatamente, passava nella zona ed arrivò
dopo qualche minuto, forse a pensarci, di secondi, minuti, ne corsero parecchi
che a metterli assieme, si fecero pesanti, forse a volerne togliere qualcuno,
diciamo un’ora, forse un decimo di meno, e per giunta, sorvolando il traffico
caotico.
Il servizio precario, comunque compì il proprio dovere in un tempo, il più breve
che riuscì a fare e quando arrivò, Diego, stava poggiato sul fianco, diciamo
buono e guardava gli scalini e soprattutto, il rettangolo di marmo che tratteneva
il pilastro destro dell’ingresso del tribunale, fumava, pur se dolorante, con
soddisfazione, sorrideva al suo coetaneo, all’amico, nell’ascoltare qualche
aneddoto paesano.
86Diego, in compagnia dell’amico vigile, manco a dirlo, originario dello stesso
paese, non dimostrava alcun minimo di disagio per il colpo subito,
probabilmente la vicinanza di Giacomo, lo confortava, ogni giorno
s’incrociavano, a volte si salutavano, l’avvocato andava sempre di fretta e
raramente s’accorgeva di lui, la sua mente, confrontava, perizie, istanze,
elaborava procedure di fallimento, ne pilotava a iosa, un maestro, ed
inventariava, consigliava.
La sera che faceva ritorno a casa, a seconda della merce che il magazzino
metteva in vendita, scendeva dalla macchina, con buste di scarpe, vestiti per i
figli, la moglie ed a volte, con molta riservatezza, accettava qualcosa per la sua
persona.
Il ricovero in Ospedale, in prognosi riservata, gli diede un tetto, un letto ed il
cibo necessario, le sigarette non gli mancavano, non c’era un dipendente,
infermiere, inserviente o Medico, che non fumasse e lui sapeva chiedere,
insomma si reputò ospite di un albergo a tre stelle.
Il fastidio che lo teneva corrucciato, era la spalla, le radiografie eseguite,
esclusero fratture, la Tac, la successiva RM, altri inconvenienti di natura
tendineo e muscolare, eppure non si sentiva bene, c’era qualcosa che lo faceva
stare, male.
Il proiettile, entrato da sotto la clavicola, con una traiettoria perfetta, aveva
attraversato la zona del corpo, senza procurargli alcun danno, la ferita sarebbe
guarita ed il proiettile sarebbe stato collocato nella casistica dei fenomeni, una
meteora di passaggio, dunque una settimana dopo, svolgeva la sua professione
con maggiore vigore e sapienza.
Il rapporto con il vigile, Giacomo Bianco, dopo l’efferato incidente, si rafforzò
talmente che il Genietto,Diego Latore, non tralasciava un giorno, di andarlo a
trovare sul posto di lavoro, aggiungendo così, involontariamente, per caso, alla
sua Agenda, possibili clienti di incidenti stradali ed a curare i procedimenti che
tenevano in subbuglio la famiglia di Angelino, il figlio di Giacomo, che si era
impelagato in una vendita a piramide, castrandosi deliberatamente e
trascinandovi anche il padre.
Giacomo Bianco, oltre al servizio d’ufficio, svolgeva anche quello sulla strada,
in ufficio compilava i turni e li distribuiva con severità, senza però scontentare
alcuno, l’immobilismo, la mancanza di azione, lo mantenevano nervoso ed
allora usciva, le polveri sottili, le malattie che portano la strada, le considerava
dicerie, fattori imprescindibili, la salute delle persone, è un evento casuale, può
87accadere, non è necessariamente, ascrivibile al lavoro che svolge l’individuo, è
necessario comunque, tenere i parametri sanitari, sotto controllo, condurre una
vita sobria, al resto ci pensa il Buon Dio.
Un uomo attivo, in salute, che non soffre, ha un buon atteggiamento nei
confronti degli altri, in specie verso i cittadini, che è notorio, vanno di fretta, la
società li spinge a farlo, l’aggressività corre in ogni nano grammo di spazio, sia
a terra che in alto e dunque, è necessario un buon andamento da parte delle
persone addette alla fluidità della circolazione viaria.
Leto e Giacomo, insomma aveva recuperato la loro infanzia ed ogni mattina,
facevano colazione al bar accanto al Tribunale, il famoso Bar Tavola – calda
del compagno Anselmo Buffa, le sue scacciatine, erano una vera delizia,
innaffiata con un Marsalino, risuscitavano perfino i morti, eccezionale, la
domenica non mancavano i fiori per la moglie ed i pasticcini per casa,
finalmente un po’ di serenità.
I capelli neri, brizzolati, trasandati sul collo, le basette scivolate sotto la lametta
della barba, gli incorniciavano la faccia incavata, un viso emaciato, comunque
lucido, mantenuto sveglio, da un simpatico sorriso, molto accattivante, con il
naso, insistentemente a forma di ficodindia, munito perfino dei bitorzoli,
insomma si collocava in uno stile aspecifico, particolare, non certo di un
principe del foro, eppure era stimato nell’abito, coltivava rapporti, amicizie che
contano, nel giro era descritto con un bel corollario, nonostante servisse una
clientela sporadica, comune, emarginata, di strada e sinceramente, esercitava
in uffici occasionali, di amici, oppure in un bar, insomma la disperazione gli
stava ovunque, sulla giacca, nelle tasche scucite, nelle spaccature che gli
svolazzavano sul sedere, con la fodera sbiadita, liberamente penzolante, nel
colletto coperto di grasso rancido, sui polsi della camicia, certamente
permeava l’avvenire, alle occasioni giornaliere, intorno ad un tempo
indefinibile.
L’invito a pranzo, il suo ingresso in un ristorante, gli prospettava un ampio
servizio, non solo si sfamava, gli dava l’opportunità di cambiarsi, giacca,
cappotto, a seconda della stagione, per la camicia il mercato era chiuso, usciva
con la mancia lasciata nel piattino al cameriere.
Una tale maschera, s’accompagnava a quel che di solito descrive, un uomo dal
fascino fatale, le belle ragazze, lo cercavano, offriva loro, roselline del giardino
della vicina, estraniandolo anche per una sventagliata di mesi, dalla famiglia,
solo il cruccio per il cane, lo liberava per qualche ora..
88L’affettuoso soprannome di Ficodindia, chiamato così per via della
protuberanza nasale, con il quale gli amici più stretti osavano identificarlo,
sinceramente era continuamente, nella spasmodica ricerca di denaro, per la
scuola di ballo per la figlia, delle lezioni private per il figlio, i resti per il cane che
il macellaio gli metteva da parte, a volte facendo la cresta, sottraeva qualcosa
per la casa, insomma incontrarlo, a volte, secondo il clima che ti girava sopra la
testa, metteva paura .
A braccetto di un socio in affari, con il sorriso sulla bocca ed un portamento tra il
serio ed il faceto, un genio del male, dunque s’introdusse nel mio quotidiano,
offrendomi la sua amicizia, aveva una capacità unica, entrava ovunque, e mi
offrì la difesa legale per i miei affari
I rapporti con i clienti, le attività non tutte si concludono con un buon fine, non
sempre filano dritti, vanno incontro ad intoppi, a volte per cose di poco conto,
per arroganza ed inettitudine, le pratiche di un ufficio hanno bisogno di un
legale, un Avvocato a portata di mano, non molto esoso, è utile, e dunque lo
allocai graziosamente, nell’ampio spazio dell’ingresso, sotto le scale che
conducono al piano, gli collocai una scrivania, con telefono ed ogni accessorio.
La sua maestria, in sincerità, oltre alla conoscenza della legge e dei cavilli, che
sono fondamentali, consisteva nell’aggirare e dilazionare, allungare, stancare la
giustizia e soprattutto gli avversari, ammortizzando le spese, accumulando
perfino un guadagno insperato, però era tanta la fame che l’onorario previsto,
l’aveva consumato prima della fine della causa ed occorreva festeggiarlo.
La sacra della ficodindia, si svolgeva nel centro di un triangolo isoscele, nel
paese ove era nato, confinanti l’uno all’altro, vocati alla produzione, incentivati
con denaro pubblico, a fondo perduto, che per via ordinaria, normalmente è
difficile accedervi, per riceverli è utile il padrino, insomma è stata un’occasione
per rilevare dalle mani di un cugino, residente in una casa colonica situata alle
pendici della montagna, nella zona più alta la rappresentanza che il padre del
Genietto, aveva esercitato fino alla morte, per la fornitura di negozi, rivendite di
tabacchi, mercerie, di oggetti ludici, per le feste dei bambini ed anche per
adulti, che per incuria, soprattutto per le precarie condizioni economiche, aveva
rimandato, lasciando il materiale invenduto, una campagna avviata, ed oberato
di reclami della ditta.
Il cugino, non era più in grado di provvedere all’incarico che gli aveva
consegnato lo zio, la partenza del figlio per il servizio militare e probabile
arruolamento, constata la fatica del luogo a reperire una junta di lavoro, rimasto
89senza tempo, aveva cercato più volte di lascargli l’impegno, venendo in città a
cercarlo, informandosi verso i suoi colleghi, una mattina, finalmente lo recuperò
al Bar- tavola calda, di Anselmo Buffa, l’incontro, comunque si sviluppò
successivamente, molto tempo dopo.
La sacra, fu la grande occasione, comunque rimase distante, il Genietto, però,
mi obbligò a seguirlo, a bordo della sua auto Peugeot, viaggiammo per circa un
mese, il giro dei clienti del padre urgeva, non era più procrastinabile, e fui
costretto a fargli compagnia, sobbarcandomi, le spese di vitto ed alloggio.
La vacanza, anche se esosa, non per la colazione, il pranzo, la cena ed il
pernottamento, la benzina, non erano una preoccupazione, in fondo l’avevo
preventivato accettando di partire, dicevo che il conto, era secondario in
confronto alla bellezza che si alzava a riempirti gli occhi, l’anima, a farti
sognare, a farti ritornare il ragazzo solare, insomma mi ha fatto mutare pelle, mi
sono svestito di quella rinsecchita ed ho scoperto la gioia di vivere.
I luoghi erano inverosimili, zone di territorio sconosciute, le numerose località
visitate, una magnificenza della natura fra persone semplici, fragranti,
innamorate di quel che facevano, la loro vita si svolgeva senza titubanza,
afflizioni e rimpianti, debbo dire, comunque, sinceramente, che è stata una
vacatio fantastica, molto divertente, un continuo sognare.
Un viaggio che rifarei, libero da ogni impegno, ritornerei in quei luoghi, mi è
rimasto nel cuore, anche perché mi ha dato l’opportunità di rivedere dopo tanti
anni, la ragazza, una compagna di scuola, il mio grande amore, la titolare del
negozio, merceria, emporio, madre di tre bimbi, due maschietti ed una
femminuccia, con i suoi occhi d’acqua di mare che appena scorta, mi sono
distratto e sono caduto sui gradini d’ingresso, in ginocchio le ho sorriso, mi ha
dato la mano e ci siamo abbracciati affettuosamente.
La mattina, e non ricordo più quanti, comunque per molti anni, amavo tuffarmi e
nuotare gioiosamente in quello specchio azzurro, e vibravo di gioia, e seppure,
dalla folta chioma mi sono ridotto a sparuti, quasi invisibili capelli, ho passato
con la memoria, in certe sere che i grattacieli, i palazzi, mi nascondevano il
sole, intravedendo dalla finestra uno spicchio di luna, rimestavo le stesse
emozioni, identiche sensazioni, con un furore umiliante, sentivo dolorosamente
la sua mancanza.
La colpa, se così si può definire, dello sviluppo successivo, è da imputare
certamente a me, nei momenti che la tristezza rammenta e reclama con
insistenza, cerchi un appiglio sul quale fermarti a riposare, con il pensiero che
90mi s’attorcigliava al collo, l’ansia che mi bruciava il cervello, molte notti le
trascorrevo a ramingo, sveglio, senza meta, scendevo al porto dove le barche
avevano preso il largo, alcuni marinai abbandonati sulle reti, fumavano
guardando le stelle, osservando il cielo, le navi all’ancora, illuminate a festa, li
dichiaravo fratelli e li prendevo a braccetto, segnavo un alto grado alcolico,
ubriaco, mi accompagnavo con le loro luci, i loro pensieri, e con l’umidità che
mi torturava le ossa, le articolazioni, percorrevo, pericolosamente la città antica,
stranamente silenziosa, con le armi in mano pronta a fare la guerra, e rientravo
nelle quattro mura di casa a sorbirmi, l’abbaiare forsennato del cane pastore del
piano superiore, legato nel balcone, a sbranarmi le residue forza, a smaltire la
sbornia.
Mi dicevo, quel che è stato non può ritornare, avrei potuto, non l’ho fatto, forse
per mancanza di coraggio, l’età non è ancora matura, le decisioni hanno valore
per tutta l’esistenza, ed ogni età ha la sua responsabilità, l’impegno, può
rendersi incompatibile con la libertà, ed arriva lo Stato obbliga alla partenza,
l’educazione induce all’osservanza, il lavoro che manca e devi cercarlo, e vai
ovunque lo trovi, il giuoco è fatto, insomma, infine, ho riportato nel suo letto, il
mio sogno.
< LA CHIMERA – MADONNA DELLA LETTERA >
91< I GIGANTI MATA & GRIFONE – L’OROLOGIO >
La mattinata, alzatasi speranzosa, si era corrucciata, divenuta talmente
nervosa, irritante, nevrastenica che i piedi mi saltavano sull’asfalto, sulle
mattonelle del marciapiede, graffiandomi la stanchezza.
L’emolumento arretrato, del corso di specializzazione, depositato, che
dovevo ritirare in banca, non risultava ci fosse.
L’impiegato al quale mi ero rivolto, m’aveva tolto la speranza. L’unica
risorsa che m’avrebbe riportato a casa, diciamo nel luogo dove alloggiavo
e risedevo per frequentare la scuola, ove mi ero trasferito, si era
volatilizzata.
La situazione era grave e cercavo una impossibile soluzione, ed ecco
aggirarsi tra le scrivanie, i colleghi di lavoro, scovo un viso conosciuto,
un compagno di scuola, di lotte sindacali, lo addito, cerca di nascondersi
dietro un pilastro, rimasto scoperto, mi risponde allo stesso modo del
collega, e rovista nelle pratiche, la trova e mi liquida, ridandomi l’ossigeno
che mi era venuto meno.
L’istituto con il mio compagno,oramai mi stava alle spalle, percorrevo a
tentoni, la strada, cercavo di raggiungere la fermata dell’autobus per
tornare a casa, che con una confusione analfabetica, un passante mi
aveva indicato e così per caso, mi ritrovai nella piazza Duomo.
I lavori in corso rallentarono il mio passo, la costruzione del marciapiede si
presentava con le lastre poggiate qua e là disordinatamente, messe a
92sghimbescio, all’incontrario, di traverso, quasi inciampavo nel fondo
stradale malmesso, dichiarando il luogo non accogliente ed all’improvviso,
nel silenzio, l’aria tiepida, fu scossa dal canto di un gallo e da un
movimento rotatorio di un meccanismo che sovra intendeva il campanile
della chiesa. L’Orologio astronomico di Messina, parte della cattedrale
della città, fu costruito dalla ditta Ungerer di Strasburgo nel 1933. È
integrato nel campanile della chiesa (ricostruito all’inizio del secolo dopo il
terremoto), di cui costituisce l’elemento più caratteristico.
La parte tecnica è stata concepita da Frédéric Klinghammer, mentre dal
punto di vista artistico si basa su piani di Théodore Ungerer. I meccanismi
riprendono in parte quelli dell’orologio astronomico di Strasburgo. Fu
commissionato dall’arcivescovo della città (Angelo Paino) in occasione del
rifacimento del campanile di Messina, sotto consiglio di Papa Pio XI, che
gli regalò un modello funzionante dell’orologio di Strasburgo.
È articolato in parecchie parti distribuite ai diversi livelli della torre
campanaria. Alcune sono costruite sul lato del campanile che dà sulla
piazza, altre si trovano sul lato rivolto verso la facciata della chiesa. Al
livello più basso dell’installazione vengono rappresentati i giorni della
settimana, indicati da figure allegoriche greche che quotidianamente si
succedono tra di loro (Apollo per la domenica, poi Diana per il lunedì,
Marte, Mercurio, Giove, Venere e Saturno): gli dei si danno
quotidianamente il cambio guidando un carro trainato da un animale, che
ha a sua volta un valore allegorico (ad esempio per Diana, dea della
caccia, si avrà un cervo; per Venere, dea dell’amore, ci sarà una
colomba).
Calendario perpetuo. I giorni sono indicati dall’angelo, lo Zodiaco con
modello del sistema solare che riproduce il movimento dei pianeti. Sono
inoltre rappresentate anche le quattro fasi della vita, simbolizzate da figure
delle rispettive età. Si succedono ogni quarto d’ora passando davanti alla
figura di uno scheletro che funge da memento mori, che muove la sua
falce in sincrono con la campana delle ore. Sopra il carosello delle età,
viene raffigurata quella che secondo la leggenda è la costruzione della
Chiesa di Montalto. In essa, una colomba volò su di un terreno, e in quel
punto i messinesi edificarono la chiesa. Perciò, nel quadrante una statua
a forma di colomba viene fatta volteggiare, mentre dal terreno un modello
della chiesa menzionata “emerge”, per rimanere lì fino al cambio del
93giorno, per poter ripetere la scena il giorno successivo. Più in alto, al
secondo piano vengono rappresentate alcune scene bibliche, che si
succedono quattro volte l’anno a seconda del calendario liturgico. Si tratta
della natività (ove un gruppo di pastorelli adorano il Redentore appena
nato), dell’epifania, con i tre re Magi e i loro paggi, della Pasqua (due
guardie romane poste a guardia del sepolcro assistono stupite la
resurrezione di Gesù) e della Pentecoste, nella quale Maria e gli apostoli
ricevono la visita dello Spirito Santo prima in forma di colomba e
successivamente in forma di fiammella sulla loro testa. Più in alto è
raffigurata la scena della Madonna della Lettera, patrona di Messina. Un
angelo porta la lettera alla Madonna, che la trattiene, ed in seguito, sei
ambasciatori sfilano davanti a lei, inchinandosi.
Il primo ambasciatore riprende la lettera. La Madonna risponde all’inchino
con un gesto di benedizione, gesto che ripeterà davanti alla piazza come
simbolo bene augurante per gli spettatori. Il lato rivolto alla cattedrale
(sulla destra guardando la chiesa dalla piazza) è quello che riproduce
fenomeni siderali e che più propriamente corrisponde al concetto di
orologio astronomico.
Il calendario perpetuo si distingue per la grazia del quadrante. Indica i 365
giorni dell’anno, ma tramite un pannello mobile, il quadrante può coprire
alternativamente il 29 febbraio oppure la parte finale della frase in latino
posta tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, che ha comunque un significato;
così facendo, il quadrante può essere utilizzato sia negli anni normali che
in quelli bisestili. Più in alto, un modello del sistema solare riproduce le
orbite dei pianeti intorno al sole (posto al centro del quadrante). Vengono
raffigurati da sfere metalliche poste alla punta delle rispettive lancette, la
cui lunghezza è proporzionale al raggio dell’orbita.
La parte alta dell’edificio - Leone ruggente (a sinistra in alto); Dina e
Clarenza con il gallo (a sinistra in basso); modello della luna (sulla destra).
Dalla parte della piazza, si ritrovano i meccanismi più strettamente legati
alla funzione del campanile. Data l’altezza, le sue figure hanno dimensioni
superiori rispetto a quelle dei primi piani (anche 3-4 metri di altezza).
Viene ancora ripreso il metodo della rappresentazione allegorica, stavolta
riferito più alla storia messinese che non a vicende religiose. A sinistra
94guardando la piazza, nella parte alta del campanile, le statue di Dina e
Clarenza (eroine della Guerra del Vespro) battono i quarti d’ora con le
campane della torre ricordando la lotta dei siciliani contro gli Angiò. Tra di
loro, si ritrova la statua di un gallo che a mezzogiorno muove le ali
riproducendo il canto dell’uccello. Ancora in alto, al quarto piano, è
installato un leone ruggente di bronzo, simbolo di Messina. È il punto più
alto dell’insieme di grandi figure di bronzo che caratterizza la parte alta del
campanile. Come quella del gallo, questa figura entra in azione a
mezzogiorno.
La parte superiore del lato rivolto alla cattedrale (destra) è meno
appariscente: Da questa parte si ritrova soltanto un modello della Luna,
che ne riproduce le fasi, e che ha dunque un ciclo quasi mensile.
È situato sopra il modello del sistema solare.
L’orologio nel tempo - Si presenta come la somma di diverse parti
azionate dal blocco centrale, posto all’altezza di Dina, Clarenza e il gallo.
Il mantenimento del sistema è sempre stato molto oneroso, e i diversi
restauri non hanno mirato a preservarne l’originalità, ma ad aumentarne la
spettacolarità. Nel tempo, i sistemi meccanici per la produzione del ruggito
del leone e del canto del gallo sono stati sostituiti da sistemi audio a
nastro prima e stato solido dopo, che danno un suono più realistico ma
meno “autentico” per gli appassionati di storia della meccanica. Un’altra
modifica effettuata è l’ordine di funzionamento: come si vede sia dallo
schema originale di Ungerer sotto e dal video dell’istituto Luce girato per
l’inaugurazione, l’orologio seguiva l’ordine dal basso verso l’alto, stupendo
lo spettatore con il canto del gallo e il ruggito del leone. In tempi recenti è
stata inserita l’Ave Maria di Schubert, e per non far collidere gli effetti
sonori con la musica, si è pensato di far eseguire agli animali i loro
movimenti, e poi far partire normalmente gli altri meccanismi.
Nel campanile non sono più presenti i meccanismi sonori originali.
95< SANTA FEBRONIA – LA CITTA’ DI PATTI >
La città di Patti, oltre ad essere sede storica di numerose istituzioni, uffici
amministrativi e servizi d'interesse pubblico, è anche sede vescovile, una delle più
antiche di Sicilia, che comprende i comuni dell'area nebroidea da Oliveri a Tusa..
Il comune di Patti fa parte del Consorzio Intercomunale Tindari-Nebrodi.
L'origine e la storia di Patti sono strettamente legate alla decadenza dell'antica
città greco-romana di Tindari, oggi sua frazione e uno dei più importanti siti
archeologici e devozionali della Sicilia. La fisionomia del centro abitato si
presenta molto sviluppata con un grande centro storico arroccato sulla collina
intorno alla Cattedrale, al palazzo vescovile, al seminario ed agli altri palazzi
storici, che digrada verso la costa fino al suo borgo marinaro detto Marina di
Patti, oramai integrato nel tessuto urbano.
La città di Patti, dunque era il riferimento più consono, abituale, pratico,
per gli abitanti delle frazioni vicini, quale San Giorgio con
l’amministrazione comunale, invisa, inspiegabilmente considerata lontana,
si frequentava per qualche certificato Medico od anagrafico.
La stazione ferroviaria di Patti, era posta a ridosso di Marina di Patti,
distava alcuni chilometri ed era servita da un Autobus lento, sporco, con
personale molto arrogante ed allora per non litigare, la scelta di andare a
piedi diveniva obbligatoria, la scorciatoia attraverso la campagna, era un
susseguirsi di profumi che proseguivano inebrianti, con leggerezza ed
allegria per la salita degli ortolani, fino in piazza, .
96I miei genitori, non avevo che appena dieci anni, mi avevano messo in
casa di cugino Ottavio, dunque vi ho abitato frequentando la prima media.
I compagni di scuola, figli di una classe impiegatizia e del commercio,
mal sopportavano che un figlio di pescatori potesse entrare a fare parte
della loro classe, comunque ho superato qualsiasi difficoltà, l’arma
dell’intelligenza non mi mancava ed ho trascorso, superata l’iniziale
avversità, una quantità di piacevoli incontri fino alla decisione di viaggiare,
con il treno, ritornando a piedi, successivamente con l’autobus di linea.
Il centro della città di Patti, è la piazza Marconi. Il palazzo del Turismo,
ospita il Museo di Arte e Ceramica Contemporanea ‘Umberto Caleca’.
Il centro storico, conserva ancora in parte il tessuto medievale di strette
viuzze, sormontate da archi, fino a raggiungere la parte alta della città ove
il suo nucleo più antico è aggregato intorno alla Cattedrale di età
medievale, all’interno della quale è custodito il sarcofago della regina
Adelasia, moglie di Ruggero I di Sicilia, madre di Ruggero II, morta a Patti
il 16 aprile 1118. La galleria della Cattedrale, facente parte dell’antico
castello di Patti, è stato allestito un piccolo museo delle Antiche
Ceramiche pattesi, presso l’Ex. Convento S.Francesco, recentemente
ristrutturato, che contiene una raccolta di oltre 650 oggetti dalle infinite
varietà di forme, colori e stili.
Il lato nord della città con Porta San Michele, conserva l’unica superstite
della cinta muraria aragonese sita a ridosso della Chiesetta di S. Michele,
con un bel ciborio marmoreo di Antonio Gagini (1538) con una
composizione a trittico con una teoria di angeli al centro, affiancata da S.
Agata e S. Maddalena.
< IL SANTUARIO DELLA MADONNA DEL TINDARI >
97Tìndari è una frazione di Patti, comune italiano della provincia di Messina
in Sicilia.
La città venne fondata da Dionisio di Siracusa nel 396 a.C., come colonia
di mercenari siracusani che avevano partecipato alla guerra contro
Cartagine, nel territorio della città sicula di Abacaenum (Tripi), e prese il
nome di Tyndaris, in onore di Tindaro, re di Sparta e sposo di Leda, padre
putativo di Elena e dei Dioscuri, Castore e Polluce.
Sotto il controllo di Gerone II di Siracusa, durante la prima guerra punica,
fu base navale cartaginese, e nelle sue acque si combatté nel 257 a.C., la
battaglia di Tindari, nella quale la flotta romana, guidata dal console Aulo
Atilio Calatino, mise in fuga quella cartaginese.
Con Siracusa passò in seguito nell’orbita romana e fu base navale di
Sesto Pompeo. Presa da Augusto nel 36 a.C., che vi dedusse la colonia
romana di Colonia Augusta Tyndaritanorum, una delle cinque della Sicilia,
Cicerone la citò come nobilissima civitas.
Nel I secolo d.C. subì le conseguenze di una grande frana, mentre nel IV
secolo fu soggetta a due distruttivi terremoti
Sede vescovile, venne conquistata dai Bizantini nel 535 e cadde nell’836,
nelle mani degli Arabi dai quali venne distrutta.
Vi rimase il santuario dedicato alla Madonna Nera di Tindari,
progressivamente ingrandito, che ospita una Maria con il Bambino
scolpita in legno, considerata apportatrice di grazie e miracolosa.
I resti della città antica si trovano nella zona archeologica, in discreto stato
di conservazione, per lo scarso interesse di un reimpiego dei blocchi di
pietra arenaria di cui erano costituiti.
I primi scavi si datano al 1838-1839 e furono ripresi tra il 1960 e il 1964
dalla Soprintendenza archeologica di Siracusa e ancora nel 1993, 1996 e
1998 dalla Soprintendenza di Messina, sezione dei beni archeologici.
Sono stati rinvenuti mosaici, sculture e ceramiche, conservati in parte
presso il museo locale e in parte presso il Museo archeologico regionale
di Palermo.
L’impianto urbanistico, risalente probabilmente all’epoca della fondazione
della città, presentava un tracciato regolare a scacchiera. Si articolava su
98tre decumani, strade principali (larghezza di 8 m), correvano in direzione
sud-
est - nord-ovest, ciascuno ad una quota diversa, e si incrociavano ad
angolo retto e a distanze regolari con i cardini, strade secondarie e in
pendenza (larghezza 3 m). Sotto i cardini correva il sistema fognario della
città, a cui si raccordavano le canalizzazioni provenienti dalle singole
abitazioni. Gli isolati delimitati dalle vie avevano un’ampiezza di circa 30 m
e una lunghezza di 77 o 78 m.
Uno dei decumani rinvenuti nello scavo, quello superiore doveva essere la
strada principale della città: costeggia ad una estremità il teatro, situato
più a monte e scavato nelle pendici dell’altura, e all’altra estremità sfocia
nell’agor, oltre la quale, nella zona più elevata, occupata oggi dal
Santuario della Madonna Nera, doveva trovarsi l’acropoli.
La porta principale, sul lato sud-occidentale, era fiancheggiata da due torri
e protetta da un’antiporta a tenaglia di forma semicircolare, con l’area
interna lastricata con ciottoli. Altri piccoli passaggi si aprivano a fianco
delle torri della porta maggiore e venivano utilizzate per le sortite dei
difensori.
Il teatro venne costruito in forme greche alla fine del IV secolo a.C. e in
seguito rimaneggiato in epoca romana, con una nuova decorazione e
l’adattamento a sede per i giochi dell’Anfiteatro.
Rimasto a lungo in abbandono e conosciuto solo per le illustrazioni del
XIX secolo era appoggiato alla naturale conformazione a conca della
collina, nella quale furono scavate le gradinate dei sedili (0,40 m di altezza
e 0,70 m di profondità) della cavea, che doveva raggiungere una capienza
di circa 3000 posti. In età romana vi si aggiunse un portico in opera
laterizia e la ricostruzione della scena, di cui restano solo le fondazioni e
un’arcata, restaurata nel 1939. L’orchestra venne trasformata in un’arena,
circondando la cavea con un muro e sopprimendone i quattro gradini
inferiori.
L’area urbana, scavata, tra il 1949 ed il 1964, consta di un isolato
completo (insula IV), delimitato dai tratti dei due decumani scavati e da
due strade secondarie. A causa della pendenza del terreno, i diversi
edifici che la compongono erano costruiti su terrazze a diversi livelli.
99Sul decumano inferiore si aprivano sei tabernae, o ambienti per il
commercio, tre delle quali erano dotate di retrobottega. Su queste
poggiava un’ampia domus (casa B) con peristilio a dodici colonne in pietra
con capitelli dorici. Il tablinium, o salone (lunghezza 8 m e larghezza
4,60 m). Al livello più alto una seconda domus, “casa C”, con peristilio
simile alla precedente, presenta l’accesso al tablinio inquadrato da
colonne con capitelli corinzi italici in terracotta e basi realizzate con
mattoni di forma rotonda.
Le due case vennero costruite nel I secolo a.C., su precedenti fasi
abitative e furono soggette a restauri e rimaneggiamenti: in particolare
nella parte superiore si impiantarono delle piccole terme e gli originali
pavimenti scutulati (scutulata con inserimento di piccole lastre di marmi
colorati) o in signino con inserimento di tessere di mosaico bianche, o
ancora con mosaici policromi, si sostituirono mosaici in bianco e nero con
figure.
La cosiddetta “Basilica”, in passato identificata anche con un ginnasio, è
un propileo di accesso all’agorà, situato nel punto in cui vi entra il
decumano massimo, la via principale della città. Si tratta di un edificio a
due piani, datato al IV secolo costruito in opera quadrata di arenaria che
presenta un ampio passaggio centrale con volta a botte ripartito da nove
arcate. Ai lati altri archi scavalcano degli accessi secondari.
< MONS. GIUSEPPE PULLANO - SANTUARIO DELLA MADONNA >
Le origini della statua della Madonna Nera sono legate ad una leggenda,
secondo la quale la scultura, trasportata per mare, impedì alla nave di
ripartire dopo che si era rifugiata nella baia di Tindari per sfuggire alla
tempesta.
100I marinai, depositarono a terra via il carico, pensando che fosse questo ad
impedire il trasporto, e solo quando vi portarono anche la statua, la nave
poté riprendere il mare.
La statua venne quindi portata sul colle soprastante, dentro una piccola
chiesa che dovette in seguito essere più volte ampliata per accogliere i
pellegrini, attratti dalla fama miracolosa del simulacro.
Il Santuario di Tindari si trova all’estremità orientale del promontorio, a
strapiombo sul mare, in corrispondenza dell’antica acropoli, dove una
piccola chiesa era stata costruita sui resti della città abbandonata.
La statua della Madonna Nera, scolpita in legno di cedro, vi venne
collocata in epoca imprecisata, forse giunta qui dall’Oriente in seguito al
fenomeno dell’iconoclastia, nell’VIII-IX secolo. La chiesa, distrutta nel
1544 dai pirati algerini, venne ricostruita tra il 1552 e il 1598 ed il santuario
venne ampliato dal vescovo Giuseppe Pullano con la costruzione di una
nuova
chiesa
più
grande
che
fu
consacrata
nel1979.
La festa del santuario si svolge ogni anno tra il 7 e l’8 settembre.
Il promontorio sul quale sorge il Santuario, ha alla base, una zona
sabbiosa con una serie di piccoli specchi d’acqua, la cui conformazione si
modifica in seguito ai movimenti della sabbia, spinta dalle mareggiate. La
spiaggia è conosciuta con il nome di Marinello o il mare secco e vi sono
legate diverse leggende.
Secondo una di esse la spiaggia si sarebbe formata miracolosamente in
seguito alla caduta di una bimba dalla terrazza del santuario, ritrovata poi
sana e salva sulla spiaggia appena creatasi per il ritiro del mare. La
madre della bambina, una pellegrina giunta da lontano, in seguito al
miracolo, si sarebbe ricreduta sulla vera natura miracolosa della scultura,
della quale aveva dubitato a causa dell’incarnato scuro della Vergine.
Un’altra leggenda narra della morte, avvenuta proprio su questa spiaggia
di papa Eusebio, il 17 agosto del 310, pochi mesi dopo la sua elezione,
avvenuta il 18 aprile, che sarebbe stato esiliato in Sicilia da Massenzio.
Il costone sopra la spiaggia, inoltre ha una grotta, che secondo una
leggenda locale era abitata da una maga, che si dedicava ad attrarre i
naviganti con il suo canto per poi divorarli. Quando qualcuno degli
adescati rinunciava per la difficoltà di raggiungere l’ingresso dell’antro, la
101maga sfogava la rabbia affondando le dita nella parete: a questo
sarebbero dovuti i piccoli fori che si aprono num rosi nella roccia.
e
< Il Mercatino – La Madonna – Il Santuario >
<IL RITROVAMENTO - IL SANTUARIO >
102< MARINA DI PATTI – ANTIQUARIUM - VILLA ROMANA >
-----------------------------------------
Una sera, con l’estate che correva per le strade, sulla spiaggia, ero
ritornato nel paese, dai genitori, in cerca di conforto.
Il matrimonio che credi indissolubile, con litigi e musi lunghi, momenti
difficili, che appare non proseguibile e magari, dopo qualche ora, si risolve
con risate e giochetti di varia natura, nel letto che ti ha sempre gratificato,
scoprendo che l’amore scorre rigoglioso, inspiegabilmente si è rotto, il
distacco è talmente doloroso che credi di morire, anche se dentro di te
103t’illudi, alimenti una fiammella, credi ancora che tutto possa tornare
tranquillo,
La famiglia, se afferrata dalla paura, muore e la città ne mesce, più di
quanto, un uomo stagionato, ne possa sostenere, ecco che il pilastro si
sbriciola, perde consistenza, è intaccato dalla fragilità.
Il rapporto pur rimanendo unico, profondamente legato, s’accartoccia su
se stesso e non resta altro che lasciare la casa con le chiavi appese alla
porta e riparare in un portone buio, di un palazzo antico, dismesso,
polveroso, dunque con la solitudine in spalla ed il dolore nelle tasche,
spinto da una brezza di vento, una farfallina solitaria che s’aggira
nell’ambiente, si posa e riparte, svolazza intorno e scompare, con la
mente imballata, lentamente uscii dalla scatola vuota nella quale,
inconsapevolmente ero caduto ed accettai l’invito, di un gruppo di
coetanei, con un’età diversa, più leggera, di andare a mangiare una
pizza, alla villa romana, che francamente, non conoscevo.
La scoperta mi era ignota e tanto meno, l’apertura di un ristorante, a detta
dei ragazzi, stabilmente residente nella località, caratteristico, con un
diario di pietanze, ricercate nella tradizione locale e rielaborate, il sapore
disponeva bene, però sinceramente m’indignai che nelle mura
archeologiche, riservate alla bellezza ed alle attività consone al luogo, vi
fosse allocato un locale per la ristorazione, comunque vestito per quanto
mi riusciva, dell’indifferenza, li seguii, accompagnato da un’allegria che
oserei dire surreale.
L’ordinazione della pizza, oziosamente tardava ed allora per tamponare il
buco dell’attesa, chiedemmo che ci servissero delle bruschette,
un’avventatezza inusitata, non l’avessimo fatto, fu un’ulteriore collasso
intestinale, le rimostranze, saltavano sui bidoni della spazzatura, tanto che
all’improvviso, il proprietario con un grosso pomodoro in mano, aggirò il
muretto che divideva la sala dal bancone del bar, dichiarandomi il prezzo,
evidentemente esoso, del frutto che doveva servire da condimento.
L’irritazione mi sorprese e gridandogli che avevo chiesto delle bruschette,
anzi prima la pizza, che se lo schiaffasse nel luogo più consono alle sue
abitudini quotidiane e con sollecitudine, pur se la pancia, la bocca con le
sue papille, chiedesse insistentemente di pazientare ancora qualche
minuto, che il profumo irresistibile proveniente dalla cucina, ci induceva a
precipitarci su qualsiasi cibaria, ci alzammo e lasciammo il famoso locale.
104La Villa Romana di Marina di Patti, si trova in prossimità del
sottopassaggio dell’autostrada. La villa è di età tardo imperiale romana
con un’estensione di circa 20.000 mq. Risalente al IV secolo d.C, fu
costruita sui resti di un’altra villa più antica, probabilmente del II-III sec.
d.C. Presenta parecchie affinità con la Villa Imperiale del Casale di Piazza
Armerina e quella del Tellaro presso Noto, entrambe dello stesso periodo.
Sono molti gli ambienti che si possono ammirare, alcuni dei quali recanti
mosaici policromi raffiguranti per lo più animali entro ottagoni frammentati
da ornamenti floreali e figure geometriche. L‘annesso Antiquarium,
custodisce reperti provenienti da tombe romane rinvenute nel territorio.
La sala Triabsidata, presenta tracce di Mosaici geometrici costituiti da
ottagoni con lati concavi, definiti trecce a doppio capo che creano tra essi,
cerchi ovali, secondo uno schema che si ritrova in un ambiente di servizio
della villa del Casale di Piazza Armerina della Provincia di Enna, a
differenza di quello piazzese, in quello della villa di Marina di Patti, gli
ottagoni non sono ornati dai consueti motivi geometrici, le figure di animali
selvatici e domestici, ricordano la iconografia nordafricana con cataloghi di
fiere. Il pavimento meridionale del portico, di fronte alla sala Tricora,
presenta un altro mosaico in linea con la tradizione coeva. Le linee
continue di festoni di alloro, creano riquadri al cui interno è disposta una
cornice con traccia a doppio capo che ospita differenti motivi floreali.
L’interno del cortile del peristilio, conserva tracce di un mosaico che in
principio, ornava la villa. Seppure lacunoso, si scorge una composizione
organizzata in divetrsi riquadri, il centrale mostra la figura di Bacco che
regge una coppa di vino, il suo principale attributo, intorno a loro si
dispongono otto pannelli in cui si collocano eroti che guidano bighe
trainate da animali esotici, antilopi e leopardi.
105< LUNGOMARE GARIBALDI – MILAZZO >
Ho esercitato per oltre vent’anni, la professione di Tecnico Sanitario di
Radiologia Medica, nel locale Nosocomio, sono andato in pensione
esausto, mi avevano tolto la soddisfazione di lavorare,.
106Ho lottato contro un’organizzazione che non mira a risolvere le
inefficienze, i problemi di un servizio e del personale e tanto meno dei
ricoverati, le persone sofferenti, servono a fare numero, la qualità delle
prestazioni è un accessorio variabile, secondario alle loro prospettive,.
I professionisti, seguono il Senatore, il Deputato, il Ministro, i professori
inseguono la nomina di prestigio ed incaricano il pupillo ad esercitarsi,
gratificare l’incessante, straordinaria megalomania, affezione al denaro,
sulla pelle della gente.
Il merito, esce ed entra dalla bocca di tutti, corre per giornali e televisione,
convegni ed atterra sulla discarica locale.
Il lavoro è l’autista del viaggio, lo segui per anni e quando l’acchiappi non
lo lasci andare, è la dignità di una persona, cuce sul petto, l’utilità, il
rispetto di un individuo.
Ho vagabondato, sono andato per città e cittadine disastrate, l’ho seguito
con amore, ho ricevuto soddisfazione e stima, parecchie delusioni, sono
sbarcato a Milazzo, vincitore di concorso, per quasi due anni mi sono
presentato all’ufficio del personale, terzo in graduatoria con un bando di
sei, e l’assunzione non riusciva a penetrare nei meandri del diritto,
continuava il suo iter burocratico di elaborazione, la corrispondenza
restava secretata, insomma non mancavo una settimana, ero un visitatore
abituale dell’ufficio, periodicamente, chiedevo informazioni, un bel giorno
a seguito di un caro amico, segretario di un importante sindacato, con
immenso rammarico, mi hanno dichiarato che non mi hanno trovato, per
mesi e forse qualche anno, ero scomparso.
La lettera d’assunzione, giaceva nel fondo di un cassetto della scrivania
del Ragioniere capo, il tempo avrebbe risolto il caso, condotto alla
presenza del Funzionario, ero malconcio, molto stanco, firmai a fatica che
mi tremava la mano, fortemente e prepotentemente indirizzata nell’occhio
di sinistra.
La maggioranza dei colleghi, bacchettoni ed egoisti, mi guardavano con
occhio malevolo, parlando alle spalle, dicevano che avevo rubato il lavoro
ad un loro amico, ad un loro coetaneo.
Io che provenivo da una terra lontana, non potevo occupare quel posto,
eppure ero originario di quei luoghi, i miei genitori abitavano a circa
quindici chilometri di distanza.
107Ho subito angherie, minacce e prove di forza, ho litigato, resistito ed ho
esercitato la professione con umiltà ed umanità.
Milazzo (Milazzu in siciliano) è un comune italiano della provincia di
Messina in Sicilia.
La città è posta tra due golfi, quello di Milazzo ad est e quello di Patti ad
ovest, in un luogo strategico della Sicilia nord-orientale; distante 30 km dal
capoluogo, rientra nell’area metropolitana dello Stretto di Messina, ed è il
baricentro di un comprensorio che va da Villafranca Tirrena a Patti.
MILAZZO, in origine è città greca, e dal 36 a. C., riconosciuta come civitas
Romana, è stata al centro della storia anche durante la Prima Guerra
Punica (260 a.C.), e nel luglio del 1860 con l’arrivo delle camicie rosse
nella grande Battaglia di Milazzo. Numerose sono le testimonianze e i
simboli della storia millenaria della città. A tal proposito sono in corsi
progetti mirati ad inserire il Castello, la città fortificata e il borgo antico tra i
siti UNESCO ed a costituire la Riserva Marina del Promontorio di Capo
Milazzo.
Meta turistica e ottimo punto di partenza per le Isole Eolie, il Parco dei
Nebrodi, Tindari; l’economia della città, oltre al turismo, è abbastanza
varia: dall’agricoltura (ed in particolare il vivaismo) alla pesca, dal
commercio ai servizi, dai trasporti su gomma e via mare all’industria.
< TOMBE - MOSAICO - VACCARENNA>
108< ‘NGONIA -VACCARENNA >
< Infiorata >
109< Il Castello – F.glia LO DUCA - Milazzo>
<GRAZIELLA CAMBRIA – FRANCESCO – CETTINA – NINO LO DUCA >
110< Nuova e vecchia pescheria – Chiesa di S.Francesco
< MAFALDA – LIVIA MICALE – FRANCA SCIBILIA -
PINA PICCIOLO – MARIA GRAZIA BONO >
111< GIUSY PATTI – SERENA MAIMONE – PATRIZIA PATTI – PIERA PITTARI>
< CAMBRIA FRANCESCO detto CICCIO – CETTINA LO DUCA
< PANORAMA DI MILAZZO >
112< Crocifisso Ligneo - ELENA NANIA >
< MARIA – ANNA CAMBRIA – FRANCO MAIORANA – PATRIZIA –
GIUSY PATTI – MARIA GRAZIA BONO - ANTONIO ACCORDINO >
NOTO
113Il nome NOTO, fu dato alla città, e mantenuto, dagli Arabi, per indicare la sua
bellezza. Il sito originario della città di noto, è sul monte alvenia ove si sono
trovati i primi insediamenti umani risalenti all’età del Bronzo intorno al 2200 –
1450 a.C., . Un’antica leggenda, racconta che Neas, antico nome di Noto, avrebbe
dato i natali al condottiero siculo, Ducezio che nel V secolo a.C., avrebbe difeso
la città dalle incursioni Greche, trasferendola dall’altura della Mendola a monte
Alvenia, circondato da profonde valli. Pobbio e tito Livio, dicono che la città di
Neaz, Neatosn Noto, ben presto entrò nella sfera Siracusana, infatti fu colonia
sotto il Regno di Gerone II , riconosciuta, nel 263 a.C., dai romani nel trattato di
pace, l’ipotesi, è convalidata dal gimnasio, le mura megalitiche e gli Heroa
ellenistici. Il console Romano, Marco Claudio Marcello, circa nel 214 a.C., entrò
a Neaton e fu riconosciuta città alleata al pari di Taormina e Messina ed i Netini
ebbero un proprio senato, la scritta SPQN ( Senatus PopolosQue Netinum) infatti
risulta ancora oggi, nei Palazzi e nei Portali, e come le altre città isolane, subì le
vessazioni di Verre, descritte da Marco Tullio Cicerone.
L’Imperatore Giustiniano, con le legioni bizantine, nel 535 – 555, occupò la
sicilia, il territorio di Noto, fu arricchito di monumenti, la Basilica di eloro,
Trigona, la cittadella dei Maccari, l’Oratorio della Falconara e la Cripta di
S.Lorenzo vecchio, il Cenobio di S.Marco, il villaggio di contrada Arco.
L’occupazione da parte degli arabi con il Ras Kha Faia ben Sufyan, nell’864,
Noto, nel 903, divenne capovalle ed sul suo territorio, si registrò la
razionalizzazione dell’agricoltura e la promozione commerciale e per la presenza
di copiosi alberi di gelso, fu insediata l’industria della seta.
Noto, nel 1091, fu occupata dal Conte Ruggero D’Altavilla, infeudata al figlio
giordano, iniziò la costruzione del Castello e delle chiese Cristiane, sotto il regno
dell’Imperatore Federico II di Svevia, Noto era governata dal conte Isimbardo
Morengia, fu eretto il Monastero cistercense di Santa Maria dell’Arco.
Il 2 Aprile del 1282, nel periodo Angioino, Noto partecipò all’insurrezione dei
Vespri Siciliani, durante la guerra per il possesso della sicilia, nel 1299, fra
Federico III D’aragona e Carlo II D’Angiò, il Castellano Ugolino Callari o di
Callaro, si ribellò passando da Federico a Carlo, consegnando la città all’esercito
di Roberto, figlio di Carlo II.
Noto, ritornata sotto il dominio Aragonese, fu governata da gugliemo Calcerando
e sotto il regno di alfonso V D’Aragona, Nicolò speciale, Netino, fu vicerè di
sicilia che diede un grande contributo allo sviluppo della città governata dal duca
Pietro D’Aragona, fratello del Re che nel 1431, fece edificare La Torre Maestra
114del Castello, nel 1503, per intervento del Vescovo Rinaldo Montuoro Landolina,
il re Ferdinando II D’Aragona, a Noto, il titolo di “ città ingegnosa “ per Giovanni
Aurispa, Antonio Cassarino, Antonio Corsetto, Andrea Barbazio e Matteo
Carnalivani che nel quattrocento, si distinsero nel campo dell’Arte, delle Lettere e
della Scienza. Il Vicerè Ferrante Gonzaga, nel 1542, fortificò le mura della città.
Il terremoto dell’11 gennaio del 1693, nel suo pieno splendore, la Val di Noto, fu
distrutta, morirono, circa Mille persone. Il Duca di Camastra Giuseppe Lamnza,
nominato vicario Generale per la Ricostruzione, decise che la nuova città dovesse
sorgere più a valle, sul declivio del monte Meti per la quale intervennero con il
loro contributo diverse personalità, Ingegneri, Matematici, Architetti Militari,
capimastri e scalpellini che nel XVIII secolo, realizzarono questo eccezionale
evento urbanistico.
Noto, nell’ottocento, perse il titolo di Capovalle che passò a Siracusa, tuttavia,
nel 1837, a causa del moto Carbonaro di siracusa, Noto divenne capoluogo di
Provincia, nel 1844, centro di una diocesi, nel 1848, con la partecipazione alla
rivolta Massonica siciliana, sedata, il Netino Matteo Radi, Ministro del governo
Rivoluzionario, andò in esilio a Malta. L’invasione di Giuseppe Garibaldi, nel
1861, l’accluse nel Regno D’Italia conservando il titolo di capoluogo di
provincia, trasferito nel 1865 a Siracusa. L’inaugurazione del Teatro Comunale,
avvenne nel 1870. L’esiliato Matteo Radi, fu nominato Ministro di Grazie e
Giustizia e dei Culti della nuova nazione e nel 1880 fu edificata la Stazione
Ferroviaria e nel secondo dopoguerra, fu riaperta la Cattedrale ed iniziò il
processo migratorio, verso l’Italia del Nord, Germania, Francia, Belgio,
Argentina, USA e Canada conoscendo un decenno di decadenza. Il Barocco
Netino, fu portato all’attenzione di vari studiosi, grazie al “ Simposio
sull’architettura di Noto “ del 1977 organizzato dal registra Corrado sofia e dal
sindaco Alberto Frasca, determinando un rinnovato interesse per la città, tanto che
nel 2002, ha indotto l’UNESCO al suo inserimento nella lista dei siti Patrimonio
dell’Umanità. La cupola della cattedrale, a causa di un difetto di costruzione, il
13 Marzo del 1996, crolla, a conclusione di un lungo e complesso restauro, è stata
riaperta il 18 giugno del 2007
115TEATRO GRECO ( SIRACUSA )
Il teatro Greco di Siracusa, situato nel Parco Archeologico della Neapolisi,
è stato costruito nel V secolo a.C., sulle pendici del colle Temenite, rifatto
nel III secolo a.C., e traformato in epoca romana e malgrado lo stato di
abbandono, resta comunque uno dei bei posti del mondo ed offre lo
spettacolo più grandioso e pittoresco che possa esserci.
Il Mimografo Sofrone, che cita il nome dell’architetto Damacopos detto
Myrilla per avere fatto spargere unguenti, miroy, all’inaugurazione, lo
menziona la sua esistenza, nel V secolo a.C., anche se non è dimostrato,
comunque, è certo che un teatro sia stato utilizzato e si sia svolta attività,
nel periodo proto classico con il commediografo Epicarmo e
contemporanei Formide e Deinoloco. Eschilo, nel 456 a.C., rappresentò “
Le Etnee, “ per celebrare la fondazione di Catani, Aitna dove avevano
116trovato rifugio esuli catanesi in seguito alla distruzione della calcidese
Ktane ad opera di Ierone I, rappresentata ad Atene ed anche a siracusa.
L’ultima opera è giunta a noi, la prima è andata perduta. Il secolo V a.C., e
gli inizi del IV, probabilmente videro la rappresentazione delle opere di
Dionisio I e dei tragediografi della sua corte, cui Antifone, è stato
ipotizzato anche Polacco ed è certo che il teatro non avesse la forma a
semicerchio che diventerà canonica, alla fine del IV secolo a.C., e nel
corso del III, costituito verosimilmente con gradinate rettilinee, a trapezio.
Diodoro siculo, riferisce che nel 406 a.C., a Siracusa, con l’uscita dal
teatro del popolo, arrivava Diionisio e Plutarco racconta dell’irruzione, nel
355 a.C., in un’assemblea cittadina, di un toro infuriato e nel 336 a.C.,
dell’arrivo in carro di Timoleonte, con il popolo riunito, questo a
testimonianza dell’importanza dell’edificio nella vita pubblica.
Secondo un’iscrizione andata perduta, menzionata da Nerazio Palmato,
restauratore della curia a Roma dopo il sacco di Alarico, autore del
rifacimento della scena, i lavori del teatro di Siracusa, potrebbero essere
datati agli inizi del V secolo a.C..
L’abbandono a cui è stato sottoposto per lunghi secoli, a partire dal 1526,
ha contribuito ad una progressiva espoliazione ad opera degli Spagnolidi
di Carlo V che asportarono i blocchi di pietra per fotificare Ortigia.
Il Marchese di Sortino, Pietro Gaetani, nella seconda metà del
cinquecento, a proprie spese, riattivò l’antico acquedotto, favorendo
l’insediamento di diversi mulini installati sulla sommità della cavea, resta
visibile la cosidetta “ casetta dei mugnai “
Il Settecento, sul finire, con Arezzo, Fazello, Mirabella, Bonanni, ed i
famosi viaggiatori, d’Orville, von Riedesel, Houed, Denon ed altri, rese
omaggio ia teatro, venne menzionato e riprodotto. Il secolo successivo,
sotto l’esempio dei suddetti eruditi dell’Epoca, nacque l’interesse del
Landolina e del Cavallari che liberarono il monumento della terra, le
indagini archelogiche, successivamente, proseguirono ad opera di P.Orsi
ed altri fino al 1988 con Voza.
L’INDA, l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, a partire dal 1914,
inaugurò le annuali rappresentazioni di opere greche, nell’antico teatro
con Agamennone di Eschilo, nel 2010, è uno dei monumenti del Servizio
Parco Archeologico, organo periferico dell’Assessorato dei Beni Culturali
dell’Identità della Ragione Sicilia.
117< IL MONTE ETNA – IL TEATRO GRACO >
Il teatro romano di Catania, verosimilmente risale al IV – III – II secolo
a.C., ed è situato nel centro storico della città, tra piazza S.
Francesco, via Vittorio Emanuele, via Timeo e via Teatro Greco. Il
suo aspetto attuale, è stato messo in luce verso la fine del XIX secolo
e risale al II, confina ad est, con un teatro minore, detto Odeon.
Le fonti classiche, riportano un teatro Greco, avvalorate con
l’assemblea tenuta da Alcibiade nel 415 a,C., nella consultazione
delle poleis siceliote, la sua ubicazione non era chiara e la tradizione
soleva identificarlo con il teatro di età romana. Le fantasticherie
associate a questo edificio, hanno radicato nella comunità locale, che
il teatro Romano fosse greco ed a tutt’oggi è chiamato “ Tiatru Grecu
“ infatti, la strada che lo costeggia è chiamata via teatro Greco.
La struttura teatrale, appartiene alle costruzioni di epoca Antonina,
originariamente decorata con colonne marmoree ed in seguito, resa
monumentale con l’aggiunta di nicchie e finti ambienti prospettici che
dovevano creare l’illusione di una vasta profondità, un pulpitum,
l’orchestra con un diametro di circa 22 metri, originariamente rivestita
in opus sectile con cerchi iscritti in quadrati che danneggiata più volte
e restaurata ultimamente nel IV secolo, sovente allagata da una polla
d’acqua sorgente scambiata con l’amenano, i parodoi rovinati da
118lavori effettuati per ricavarne ambienti e persino scarichi per le acque
nere, una delle carceris, resa nel XVIII secolo, una palazzina privata,
l’ampia cavea di 98 metri di diametro, costituita da ventuso serie di
sedili divisi orizzontalmente da due praecinctiones e verticalmente da
nove cunei ed otto scalette. Le tre parti della cavea, separate dalle
due recinzioni, la prima poggia sul declivio del colle Montevergine, la
mediae la summa, sono in comunicazione con gli ambulacri che si
aprono all’esterno.
Le figure a carattere mitologico o le celebrazioni di personalità
pubbliche, decoravano i marmi, colonnati, statue e bassorilievi degli
ambienti scenici con un repertorio legato al mondo iconografico, cui
spicca il gruppo scultoreo della Leda con il cigno, copia romana di un
originale del 360 a.C., di Timotheos, una lastra di marmo bianca,
rappresenta un delfino, ritenuto quale bracciolo per un seggio d’onore
o probabilmente, divisori per segnalare la zona riservata al pubblico. Il
marmo bianco rivestiva i sedili costruiti in blocchi di arenaria della
prima cavea, le altre in opus coementitium, per creare un singolare
aspetto cromatico con il nero delle scalinate, in pietra lavica, gli
elementi decorativi, vennero trafugati od adoperati nel 1094 per la
costruzione della Cattedrale, ove si notano capitelli, colonne ed
elementi decorativi in marmo. Secondo la ricostruzione di Sebastiano
Ittar, le numerose colonne, costituivano un logiato analogamente al
teatro antico di Taormina esemplare più grande, gli accessi si
aprivano all’esterno, molti sono liberi, sebbene non praticabili per la
mancanza di scale, chiuse da lesene, creavano un notevole giuoco di
ombre e luci, una tendenza chiaroscusrale nella Sicilia, dai tempi del
teatro di Thermae Himerae che emergevano dalla facciata curvilinea
e vi erano ricavate nicchie, probabilmente ospitanti statue di divinità.
il palazzo Gravina Cruyllas, la casa del terremoto, una capsula del
tempo, ha preservato integro il corredo abbandonato l’11 gennaio del
1693, le cui macerie furono sfruttate per la costruzione di una casa
119del settecento resa oggetto di discordia con il comune che intendeva
espropriarla alle anziane signore che vi abitavano, altre due case,
dell’androne e Liberti, sono sfruttati a fini espositivi o per conferenze.
I diversi ingressi, confinanti ad est con la trincea di scavo effettuata
da Ignazio Paternò Castello, nella proprietà dei Principi di Valsavoia
ed i Gravia, ed ad Ovest con l’Odeon, a nord-est, con uno dei locali
della casa dell’Androne ove sono stati rinvenuti i resti di un themenos,
il recinto sacro del tempio cui il teatro era legato. La presenza della
stipe votiva della vicina piazza San Francesco d’Assisi, ha fatto
pensare che possano essere messi in relazione con il culto di
Persefone o Demetra.
< PORTA UZEDA - PIAZZA DUOMO – ‘ U LIOTRU >
< IL FORTINO >
120Porta Garibaldi: al centro dell’arco (in basso) si può vedere il Duomo.
La porta Giuseppe Garibaldi, chiamata porta Ferdinandea – è un arco
trionfale costruito nel 1768 da Stefano Ittar e Francesco Battaglia per
commemorare le nozze di Ferdinando I delle due Sicilie e Maria Carolina
D’Asburgo-Lorena e si trova tra piazza Palestro e piazza Crocifisso, alla fine
di via Giuseppe Garibaldi, nel quartiere Fortino, ‘u futtinu, in dialetto
catanese, in ricordo di un fortino costruito dal vicerè Claudio Lamoraldo,
principe di Ligne, dopo l’eruzione lavica del 1669 che colpì il lato
occidentale della città annullando le difese medievali. L’opera di
fortificazione che sorgeva a sud di piazza Palestro, scomparsa, rimane una
porta in via Sacchero, alcuni palazzi collegati alla porta, furono demoliti
negli anni trenta, sono abbastanza poveri e tutt’altro che simmetrici. La
riqualificazione della piazza, ha dato alla porta un altro aspetto, ed è
comunque tutt’altro, rispetto ai progetti originari.
< S.AGATA >
Un’iscrizione impressa sulla tavoletta stretta nella mano sinistra presente nel
busto reliquario di S.Agata, recita: “ Je talia talia che bedda, Javi du occhi ca
parunu stiddi e na ucca ca pari na rosa. Semu tutti divoti? “
La giovane Agata, visse nel III secolo, esponente di una famiglia patrizia
catanese, consacrò la sua vita alla religione cristiana. Il governatore romano
Quinziano, notatale decise di volerla ed al rifiuto di lei, la perseguitò in
quanto cristiana e perdurando l’atteggiamento la fece martirizzare
mettendola a morte il 5 febbraio del 521., subito venne venerata dalla
121popolazione anche pagana e da qui nacque il culto di agata che si diffuse
anche fuori della Sicilia e ben presto il papa, la elevò alla gloria dell’altare.
Le origini della venerazione si fanno risalire al 252, l’anno seguente del
martirio. Il popolo nutrì una grande devozione per la vergine Agata che si era
votata al martirio per difendere il suo onore e non abiurare alla sua fede.
Agata che si rivoltò contro il volere del proconsole romano, innestò nei
Catanesi, un grande orgoglio ed odio contro l’oppressore straniero. La festa
con il barcone barocco di Sant’ Agata, secondo i Ciaceri, era un’usanza
dedicata ad Iside. Un’altra tradizione riportata da Apuleio ne Le
Metamorfosi, la festa della dea Iside nella città greca di Corinto, sarebbe
molto simile a quella catanese, infatti i devoti, indossano una tunica bianca,
‘u saccu ed in processione, tirano i cordoni del fercolo. I festeggiamenti a
Sant’Agata, ebbero inizio, spontaneamente, il 17 Agosto del 1126. Le
spoglie di Sant’Agata, trafugate nel 1040 dal Generale Bizantino Giorgio
Maniace, quale bottino di guerra, dopo 86 anni, furono riportate a casa da
Costantinopoli, dai soldati Giliberto e Goselino, ed accolte dal Vescovo
Maurizio che si recò al castello di Jaci, ed i cittadini si riversarono per le
strade per ringraziare Dio. I festeggiamenti liturgici, si svolgevano nella
cattedrale, il terremoto del 4 febbraio del 1169 che rase al suolo la città, li
colse in preghiera per la celebrazione del martirio e perirono oltre 80 monaci
ed alcune migliaia di fedeli, seppelliti sotto la volta del tempio crollato. La
costruzione della vara, fercolo, di legno, nel 1376, diede inizio ai
festeggiamenti per le vie della città. Le processioni, dal 1209 al 1375,
avvenivano con il velo della Santa, il fercolo fu inaugurato nel 1519, il 17
aprile del 1943, fu danneggiato seriamente da un intenso bombardamento
dell’aviazione britannica, ricostruito nel 1946, è in argento su un telaio di
legno. Il senato della città, alla festa puramente religiosa, affiancò una festa
popolare pertanto alla processione della vara per le vie cittadine, si inserirono
spettacoli di natura diversa per intrattenere i fedeli provenienti da ogni parte
e per evitare problemi di ordine pubblico, venne creato un regolamento per i
festeggiamenti, ai quali dovevano attenersi gli organizzatori. Una eruzione
122catastrofica dell’Etna, nel 1669, ricoprì gran parte della città e rese
impraticabile quasi per intero la viabilità cittadina. La festa, fino al 1692, si
svolgeva in un solo giorno, il 4 febbraio, assumendo nel 1712, un’importanza
maggiore e strutturata il 4 e 5, forse anche a causa del terremoto del 1693 e
per la ricostruzione, venne attuata una pianta ortogonale che rese la viabilità
più facile, la città si era espansa, con strade più larghe ed ordinate, e non
bastava un solo giorno per effettuare il giro dei quartieri. La data dei
festeggiamenti di febbraio, si riferisce al martirio della Santa, Agosto,
ricorda il ritorno delle spoglie. La festa di Sant’Agata, risulta bene
etnoantropologico, patrimonio dell’Umanità con la città tardo barocca del
Val di Noto conferito dall’Unesco nel 2002.
La città di S.Agata, ha maturato la mia ingenuità, mi ha insegnato una storia di
sacrifici e sofferenze, la gioia che inconsapevolmente sono riuscito ad estrarre,
è stata maltrattata, ridotta a resti di una festa non certo amichevole, comunque
è stata dignitosa ed anche se alla fine è ha preso la forma di una goccia mista a
dolore, difesa con le armi in pugno, è stato un bottino di guerra, con tanta
sofferenza, mi è rimasto artigliata nel cuore, in ogni strato del mio corpo.
La città è risaputo, con le sue molteplici attività, offre tante possibilità di lavoro, il
mio borgo di mare non possedeva che libertà e bellezza, sotto l’aspetto pratico,
era avaro, dunque con il diploma in tasca e tanti sogni appesi in testa, nella
mani, nelle tasche, in ogni superficie del mio corpo, corsi a lei, e mi ritrovai per
una strada buia trasformata in un corso d’acqua, la pioggia cadeva copiosa e
non lasciava scampo, non ero preparato, la mano fraterna che mi era stata
tesa, aveva perso consistenza e cercai un posto per ripararmi e passare la
notte,
Il giorno vestito di polvere, nero e sporco che pareva uscito da una miniera di
carbone, mi offrì l’irruenza degli abitanti, la grinta con la quale credevano di
ammaestrare ogni azione che se non lo fosse, rasentava la prepotenza e
l’arroganza, non ero preparato, m’intimoriva, mi toglieva il respiro e giocoforza,
per sopravvivere, in fretta mi trasformai in un guerriero e scesi in strada a
combattere una guerra non dichiarata.
123I suoi figli, si presentavano con modi gentili, carpivano la fiducia, e da selvaggi,
colpivano alle spalle, sanguisuga insospettabili, succhiavano la maggiore
quantità del guadagno che riuscivo a produrre ritrovandomi a coprire spese che
non avevo contratto.
Le forze di polizia, latitavano, si presentavano anche senza che vi fossero feste
comandate a cercare una regalìa per la moglie, i figli, la suocera, necessità
pesrsonali, non dichiarabili.
< LA CITTA’ DI BRONTE >
< DUCEA DI MANIACE – LA FESTA >
< CURRAO GRAZIA – DANIELA LENTINI >
124LA FESTA della MADONNA ANNUNZIATA, patrona di Bronte Tradizione
delle “volate dell’angelo”a Cadenza triennale.
La città di Bronte fu creata nel 1520 per decreto dell’imperatore Carlo V
d’Asburgo. Sul territorio dell’odierno comune, durante il medioevo si
trovarono 24 piccoli agglomerati appartenenti al monastero di Maniace.
Bronte fu parzialmente danneggiata durante l’eruzione dell’Etna del 1651,
mentre le colate delle eruzioni del 1832 e 1843 si avvicinarono ai territori
di Bronte senza però raggiungere l’abitato. L’eruzione del 1843 è
conosciuta soprattutto per la morte di 59 persone causata da
un’esplosione che avvenne quando la lava invase una cisterna d’acqua.
Questo è l’incidente più grave conosciuto nella storia delle eruzioni
dell’Etna, che può essere direttamente associato con l’attività del vulcano.
L’ammiraglio britannico Horatio Nelson fu insignito del titolo di duca di
Bronte nel 1799 da Ferdinando I delle Due Sicilie con una donazione
significativa di terreni, fra cui il Castello e la chiesa di Santa Maria nei
pressi di Maniace.
La città, durante il Risorgimento, fu teatro di un episodio controverso, noto
come la Rivolta di Bronte. L’8 agosto del 1860, i contadini di Bronte si
ribellarono occupando le terre dei latifondisti, dando credito alle promesse
di equa ripartizione delle terre da parte di Garibaldi. La rivolta fu
soppressa da Nino Bixio mediante una rappresaglia (Strage di Bronte).
Il comune di Bronte, “Città del Pistacchio”, è tra i più estesi della provincia
di Catania. Vuole il mito che il ciclope Bronte, figlio di Nettuno, sia stato il
fondatore ed il re della città omonima, ma furono i Siculi i primi abitatori
della zona, intorno all’VIII secolo a. C., come è testimoniato dalla
presenza di cellette funebri a forma di forni rinvenute in territorio brontese.
L’abitato, posto sopra un pendio lavico della zona nord-ovest dell’Etna,
domina la valle del Simeto. Da qualunque parte si volga lo sguardo si
offrono all’osservatore le immagini della lussureggiante e variegata
campagna siciliana. Anche dove successive eruzioni hanno ricoperto il
territorio di dura roccia lavica, i contadini brontesi, sfruttando gli
insegnamenti degli antichi dominatori arabi, sono riusciti ad impiantare
alberi di pistacchio, che proprio sulla roccia lavica crescono rigogliosi,
producendo la migliore qualità di pistacchio presente sui mercati mondiali.
Furono appunto gli Arabi, strappando la Sicilia ai Bizantini, a promuovere
e a diffondere la cultura del Pistacchio nell’isola e, a conferma di ciò,
125basta considerare l’affinità etimologica del nome dialettale dato al
pistacchio col corrispondente termine arabo. “Frastuca” il frutto e
“Frastucara” la pianta derivano infatti dai termini arabi “fristach”, “frastuch”
e “festuch” derivati a loro volta dalla voce persiana “fistich”. Di colore
verde smeraldo e profumo intenso è molto usato nella pasticceria per la
preparazione di dolci come croccanti, fillette (specie di savoiardi), torroni e
torroncini, paste e torte.
Sono tanti, inoltre, i monumenti che abbelliscono la cittadina dal punto di
vista storico ed architettonico, ma su tutti il Castello Nelson e il Real
Collegio Capizzi, oggi sede della biblioteca borbonica con l’archivio di
storia patria.
Un patrimonio impreziosito delle opere letterarie originarie dell’illustre
Spedalieri e di atlanti geografici di rara bellezza per fattura artistica
e conoscenze fisico-politiche del 600 e del 700 e che ospita la più
importante Pinacoteca della Sicilia, esponendo una preziosa raccolta del
maestro brontese, “Nunzio Sciavarrello”.
Il Castello di Nelson o cosiddetto “Castello di Maniace” si trovava a
cavallo della grande trazzera regia che per tutto il medioevo fu l’arteria più
importante di penetrazione nell’interno dell’Isola, percorsa da Re e
Imperatori, da eserciti e torme di invasori. Per essa infatti penetrarono nel
Valdemone gli Arabi; su di essa si svolsero le prime battaglie dei
conquistatori Normanni; per essa si avventurava, dopo aver fatto
testamento, il viaggiatore che voleva raggiungere Palermo. Oggi è un
luogo turistico e di cultura di alto interesse e di prestigio.
Festa dei patroni San Biagio il 3 febbraio e Maria SS. Annunziata il 9
agosto
< IL PISTACCHIO DI BRONTE – FRASTUCA -
126< LA DIAVOLATA DI ADRANO - IL CASTELLO >
La tradizione attribuisce la fondazione della città di Adrano, a Ruggero I, il
condottiero normanno che intorno al 1070 la sottrasse al dominio degli Arabi e
che alla morte la lasciò tutto in eredità alla nipote Adelasia. L’ipotesi è che il
torrione farebbe parte di quegli articolati sistemi di difesa che i Normanni
impiantarono nella Sicilia orientale allo scopo di controllarne militarmente il
territorio e
garantirsene
il
dominio.
Il castello di Adrano, insieme a quelli delle vicine Paternò e Motta
Sant’Anastasia, sarebbe stato dunque costruito per controllare la via d’accesso
all’entroterra lungo la valle del fiume Simeto e garantire ai conquistatori il
controllo
della
città
di
Catania
e
del
territorio
retrostante.
Gli elementi che si possono portare a favore della costruzione delle tre fortezze
nell’XI secolo, sono diversi. Innanzitutto la forma degli edifici, costituita da una
torre isolata, senza altre costruzioni fortificate intorno: un impianto simile a
quello che i Normanni utilizzarono per la costruzione dei castelli (donjons) nelle
loro terre d’origine (Francia e Inghilterra) tra XI e XII secolo. Poi i forti elementi
di confronto nei particolari costruttivi delle tre rocche, caratterizzate dal
contrasto tra la robustezza e la severità delle murature esterne e la confortevole
sistemazione degli ambienti residenziali interni, dotati di camini, nicchie,
ripostigli e sistemi per la conduzione dell’acqua. Infine l’affermazione di Edrisi
che nel 1150 parla della cittadina come di un grazioso casale dotato di una
bella
rocca.
Una seconda ipotesi, attualmente meno seguita dagli studiosi, colloca la
fondazione del castello trecento anni più tardi, nel XIV secolo, sulla base delle
decorazioni della cappella gentilizia e di talune caratteristiche dei saloni
127residenziali che sarebbero proprie, secondo questa teoria, del periodo
aragonese. Tali particolari però possono essere spiegati come rifacimenti
successivi di una struttura già esistente da diversi secoli. Nei secoli successivi
alla sua fondazione il castello fu residenza di importanti famiglie siciliane, i
Pellegrino, gli Sclafani, i Moncada, che dall’alto della sua mole dominarono
Adrano e il suo territorio per lungo tempo La fortezza terminò di essere sede
nobiliare nel XVII secolo. In quel tempo i soffitti dei piani più alti erano già
crollati (forse per il fortissimo terremoto del 1693) ed era cominciato il declino
dell’edificio, da quel momento sfruttato come carcere e solo nel primo piano,
l’unico utilizzabile. Così lo vide Ignazio Paternò Castello alla fine del Settecento
quando, descrivendo Adrano, parla della “bella torre del tempo dei Normanni,
che fu l’abitazione dei suoi conti, ed oggi serve per carcere dei malfattori”. Così
rimane fino al 1958, nel momento in cui cessa di essere utilizzato come luogo di
pena e, grazie ad una accurata opera di restauro degli antichi e severi saloni,
rinasce come museo.
Le principali fasi edilizie del Castello Normanno sono due. Alla prima appartiene
la torre a pianta rettangolare, larga 20 metri e profonda più di 16. Fu costruita
impiegando la locale pietra lavica, il materiale da costruzione più diffuso nella
zona. I muri perimetrali furono realizzati con uno spessore tale da permettere di
ricavare al loro interno le scale di accesso ai piani superiori dell’edificio, alto
oltre 33 metri. L’originario accesso alla fortezza avveniva dal portale posto in
prossimità dell’angolo Nord-Ovest, che oggi costituisce uno degli ingressi ai
saloni del piano terra del Museo.
Villa del Casale – Romana – Piazza Armerina
128La villa del Casale è una dimora rurale tardo-roman i cui resti sono situati
nell'immediata periferia di Piazza Armerina (EN), in Sicilia. Dal 1997 fa parte
dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO. Nei famosi mosaici della villa
lavorarono maestranze africane (e forse anche romane, come testimoniano alcuni
motivi di derivazione sicuramente urbana) per un insieme di circa 3500 m2.
La scoperta della villa si deve a Gino Vinicio Gentili, che nel 1950 ne intraprese
l'esplorazione in seguito alle segnalazioni degli abitanti del posto. Basandosi
principalmente sullo stile dei mosaici, lo scopritore datò in un primo momento
l'impianto della sontuosa abitazione – sorta su una più antica fattoria – non prima
della metà del IV secolo. Successivamente lo stesso studioso assegnò la villa
all'età tetrarchica (285-305). Secondo Ranuccio Bianchi Bandinelli, la villa va
datata al primo venticinquennio del IV secolo.
< MOSAICI >
RESIDENZA E LAVORO
L’incontro era stato chiarificatore, l’accettazione del rischio,
mi sollevava dall’ansia, l’occasione poteva risultare interessante,
per essere definitiva, avrei dovuto attendere il risultato del concorso.
La casa situata nella vecchia città, poteva essere l’ultima residenza.
Il vagabondare risulta stressante ed allora cercavo un punto fermo,
se hai il lavoro, programmi la tua esistenza, ed un luogo vale l’altro,
comunque non è mai quello che desideri, i coetanei sono altrove.
Il viaggio a bordo dell’Auto 600, verso la piazza di lavoro,
carica di anni e speranze tenute in vita da uno spirito maligno,
129invero è un espediente per non tagliarmi le gambe,
circuisco il camminare, tento di confonderlo, ed andare.
La galleria buia, mi si parò in faccia tale e quale ad una minaccia,
rallentai e lentamente, ritrovai la luce, fu un brutto presagio,
Un vermicello, si fece spazio nel mio cervello e nacque l’avventura.
Mi organizzai il tempo libero che il lavoro mi lasciava,
entrai in solitudine nella città, le antiche chiese, le stradine
e mi sorpresi nel sentirmi nascere un pensiero birichino, notai
qualche attenzione, qualche sorriso continuo, dolcissimo,
cominciai a scherzare e mi ritrovai avvolto in un alone di timidezza,
sognavo i suoi occhi, il suo viso, la sua bocca che si avvicinava,
spicchi d’arancia, turgidi, pieni e succosi, però non mi accorsi
che ombre spigolose si prendevano giuoco della mia semplicità,
del mio instancabile lavoro, la parola data che veniva meno
e con l’incredulità sulla faccia attraversai le stanze, la piazza.
L’arroganza diventò pesante e mi librai a tagliargli la cresta,
ho riflettuto e mi sganciai dall’impegno profuso, chiesi il conto
e mi allontanai senza recriminazione alcuna, anzi fermandomi
al ristorante sulla strada poco fuori le mura della città e festeggiai
con tagliatelle e funghi porcini che la cucina esaltava a meraviglia.
UN GIORNO DI SOLE
Il tempo e gli anni, si dissolvevano nell’aria bianca,
qualche macchia azzura mi scivolava negli occhi,
inseguivo una nuvolaglia scura che s’aggirava
su quel che restava del verde delle colline, cercavo
un valido motivo per non decadere, visitare i monumenti,
frutto di presunzione, la decadenza, l’’insofferenza,
la bellezza è stracciata, non riesco a camminare,
se volto lo sguardo, ovunque sporcizia, maleducazione,
arroganza, mi saltano addosso.
Litigare, non è un’azione che può risolvere il problema,
non è dirimente, se cerchi d’andare, sei coperto d’epiteti.
130La ragione ha perduto l’equilibrio e resti frastornato,
sei piuttosto, indotto ad imbracciare un’arma da guerra,
e far fuoco su qualsiasi cosa si muova, indiscriminatamente.
La mattina, comunque mi alzo, mi faccio la barba, mi lavo
e vado a comprare il pane, i biscotti, quel che serve in casa,
lo so che è un abbozzo di quotidianità, è anche un modo
per affrontare il medico e non cadere nella depressione,
ed ecco che mi capita qualcosa, sento che si è aperto,
un giorno pieno di sole e le medicine non mi servono,
ho scoperto un’anima buona, la persona che ho incontrato
e frequento, mi ha salvato, mi son convinto che è l’amore
Ha rispetto degli altri, del loro modo di pensare, non ha riserve,
è libero, corretto, ama il sole, la luna e gli altri fenomeni
che si sviluppano su di noi, la società non è cambiata,
è sempre maleducata, cafona, sciattona, resto sempre sulla difensiva,
sono preoccupato, mi guardo le spalle, con lei accanto,
comunque viaggio, cerco altri cerchi, ogni rettangolo
e con delicatezza mi sollevo dalla terra.
RIEMERGO DAL QUOTIDIANO
L’acqua calma, luccicava davanti e gli occhi si perdevano
nell’azzurro che dalla battigia si allungava congiungendosi col cielo
in un bacio svirgolante, delicato e rigoglioso.
Le giornate si sono trasformate in una ricerca continua, mi alzo
e vado sulla spiaggia, passeggio lungo la battigia con il mare,
non mi pare vero, riemergo dal quotidiano che ho lasciato in città,
sono travolto dalla bellezza, dalla leggerezza, mi bagno e riemergo
con sempre meno orpelli sulle spalle, libero, sono sul punto
di trasformarmi in un volatile e faccio le prove di volo,
finisco in acqua, però è come ritornare bambino, con la gioia
che si allarga sulla bocca, sulle gengive, con qualche biancore
in punta, ad indicare che ho messo l’inverno dietro il muro.
Ho terminato la vestizione, il piumaggio è completo e mi lancioa volare,
faccio fatica, mi poso su una barca da diporto, è sera,
un pesce emerge e volo sopra atterrando con lui sulla spiaggia.
131Il ritorno a casa è un trotterellare quieto, pacifico, contento.
Ho ripreso la mia età e passeggio con un gelato in mano.
L’ARROGANTE
L’incontro non presenta accidenti, si mangia e si beve,
perfino si chiacchiera con naturalezza, sembrerebbe attenta,
porge il lato sociale con uno studio particolareggiato,
a pelle non esprime alcuna sensazione precisa,
ha un sorriso accattivante, un interesse preoccupato.
Ha recepito una critica, e cambia all’istante,
si tradisce nei dettagli, allunga il muso a becco,
l’espressione facciale s’indurisce, sforna un atteggiamento rugoso,
nei denti, sulle labbra, nasconde una violenza incredibile,
assassina, esplode senza guardare, in modo indiretto,
penetra nel profondo e non riesci a mettervi un argine.
L’immediato è la figura, la paura ti morde la mano
La persona arrogante, non ha anima, serve il suo canto,
travolge ogni sentimento, è neutra e sembra corrotta dalla miopia,
e parole tagliano il tessuto di un uomo e vanno a bersaglio,
scaglia orrende minacce, pare che serva un elevato antagonista,
non recede, è prona, scivola sulle parole che ornano la sua testa,
è una regina che occupa un regno confezionato con aculei dorati.
IL CAMPO DI PATATE
Gli alberi che delimitavano il territorio, hanno subito una potatura
Inconsueta, falciati, divelti, spezzati, sono stati scagliati,
stramazzati, disordinatamente, rovinosamente recisi, spezzettati,
sbattuti per ogni dove, in lungo ed in largo, uno sopra l’altro, distanti,
Il campo di patate, ha perso la fioritura ed è stato sconquassato,
un animale mostruoso si è abbattuto ed ha concimato la terra e l’aria,
di carne umana, di bagagli, bamboline e suppellettili di ogni maniera.
L’orrore è apparso dal cielo con una palla di fuoco, l’odore agre della
morte, si è sparso in ogni direzione ed ha rivelato la guerra invereconda,
l’arroganza, il sopruso delle armi, lanciate con intelligenza per eliminare,
132cancellare dalla faccia, ogni espressione, la gioia, l’amore, la fiducia.Il
campo di patate, quest’anno ha perso il raccolto e non risarcirà,
i lavoratori della terra, uomini, donne e bambini in attesa, seduti a tavola.
LA SOLITUDINE
L’alba non è ancora arrivata, un uomo sta seduto nel buio
sull’altopiano, sulla collinetta, nella vecchia casa dei genitori,
ha negli occhi socchiusi, i giuochi da bambino, il lavoro nei campi,
cerca il sentiero che lo conduceva al villaggio, l’amico è morto.
Il viaggio si è protratto per anni, rincorso bisogni crescenti,
ha pensato di accumulare denaro, di offrirsi il meglio,
avere prestigio nella società, ed ora che le forze
sono rimaste poche ed il lavoro richiede altre disponibilità,
più intelligenze ed energie, ecco che è stato allontanato di casa,
anche la famiglia, i figli, le nuore, i generi, i nipoti, hanno fretta.
L’uomo guarda in fondo, ha il mare ai piedi, le mani sulle ginocchia
e sulle spalle, oltre alla fatica, una preoccupante solitudine.
Un verso strano, trafigge il buio ed il silenzio, per che si alzi in piedi,
sembra abbia ritrovato, un tratto della giovinezza e cerca
nel buio che ancora rimane appeso agli alberi, alla vigna,
un equilibrio, le corde vocali lanciano un sibilo, non è un serpente,
è la morte che ha bucato la pietra, il masso sul quale stava seduto.
Ha aperto un varco ed è uscita nell’erba, è sorpresa o chissà cosa,
anche il Barbagianni sul castagno, s’interroga e chiede ai vicini
di quella macchia bianca che indecisa, si muove lentamente.
Un asino raglia, non è una risposta, una capretta bela, il cane a guardia,
la riprende, un maiale che zufola arrota le orecchie,
una gallina bianca, razzola indifferente a qualche metro di distanza,
una pecorella esce dalla stalla a cercare la mamma,
ha fame, vuole la mammella per allattare, è disperata, non sa che fare,
un volatile notturno, le salta al collo, s’aggrappa e la porta lontano..
Il mattino ha aperto porte e finestre, il sole emerge sul mare,
l’uomo si alza e cammina, ha calzato un cappello di paglia
un paio di stivali di gomma ed allora bisogna procurarsi una
vanga,asciare la casa e darsi da fare altrimenti rischia di restare a piedi.
133UN BRANCO DI RATTI
Le mani, la faccia, il corpo intero, vestito di mare e di sole,
non volevo piegarmi alla comunità di ratti che avevano preso
possesso delle strade, degli Uffici della città, le persone vessate,
offese, soffrivano, cercavano la giustizia, il lavoro, la verità,
Una voce si alza nel silenzio delle grida ed in una cantilena,
come se recitasse una preghiera imparata da bambino,
dice che la verità è una magia della mente, infiamma i cuori
dei giovani e delle persone che non sanno stare tranquille,
che si ribellano, e sono chiamati scellerati, pazzi, senza senno,
sinceramente non ho mai visto uno che si è alzato da terra sorridendo.
La verità ha bisogno di coraggio, seppure osannata, non piace a
nessuno, forze diverse, di ogni genere, anche istituzionali, fanno a gara,
programmano anche stragi per impedire che salga a galla,
induce a sospettare della giustizia, le prove mancano, si perdono
nei meandri dei servizi che dovrebbero aiutarla ad emergere e se, dopo
tante sofferenze e travagli, la sentenza prende ragione,
è talmente diluita che sembra sia successo un incidente,
una morte accidentale di un insetto dispettoso.
Accordino Antonio
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MILAZZO, 23 – SETTEMBRE - 2014
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