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2018-10-17

Il maestro Ivo Marpone

Categoria: Il maestro Ivo Marpone

La radiosveglia situata sul comodino, sulla  destra del letto a due piazze, raggiunta l’ora programmata, senza  un secondo di condono,  squillò sonoramente ed interruppe il  sonno del  ragioniere Melo Zullo chiamandolo ai suoi doveri quotidiani.  Questa mattina Melo Zullo, però avrebbe preferito che la memoria artificiosa dell’elettrodomestico avesse evitato di accettare l’impulso dell’orologio e fosse rimasta a guardarlo in silenzio concedendogli un pochetto di pace. Melo, aveva per la mente un sogno che lo gratificava e sbattergli in faccia la realtà che lo manteneva in sofferenza, gli risultò intollerabile tanto che se avesse potuto l’avrebbe tagliato a pezzettini e dato in pasto alle papere ed alle gallinelle d’acqua del fiume Tanfo. Ogni volta che lo attraversava per andare a visitare un cliente residente in una provincia orientale, si fermava oltre i pescatori d’anguille, sparpagliati sul ponte,  attaccati alle lenze, e restava a guardare i loro giuochi, la ricerca di cibo, scivolando a fatica sull’acqua melmosa.  Quando il cielo era uggioso il disagio lo induceva perfino alla bestemmia. Aveva scritto,  più volte all’Ente preposto  ma senza alcun risultato degno. Melo avrebbe voluto che una squadra fluviale curasse il fiume ed impedisse che fosse aggredito, impunemente dalle varie mafie che pascolano dalla sorgente al mare. Ogni mattina, poi è buona abitudine  pulirlo  per impedire ai rifiuti di sedimentarsi. I responsabili si dichiarano impediti  “ dalle  casse  vuote “ e da un organico e mezzi men che insufficienti per intraprendere qualsiasi servizio. L’abusivismo praticato per sradicarlo ha bisogno di un battaglione addestrato alla guerriglia. La guerra bisogna iniziarla con la convinzione che si deve vincere altrimenti è spreco finanziario e di vite umane ed intanto, il fiume muore. Corrucciato, Melo non sapendo cos’altro fare, declinò la potresta perché inutile e pregò i Santi.” La salvezza del fiume dall’inquinamento è un beneficio che avvantaggia ogni cittadino “ soleva dire ai funzionari dell’ente salutandoli. Allora, risultandogli il pensiero, inquinante, fece autocritica e  mortificato guardò l’elettrodomestico con distacco. Dunque si tolse la mano che l’aveva afferrato a tradimento nel sonno, per il collo e dalla posizione di fianco destro sul quale era solito addormentarsi, passò bruscamente in quella semieretta sedendosi sulla sponda del lletto. Il passaggio di condizione, invero gli apportò uno scossone che gli causò un vacillar dell’equilibrio e gli svelò un lieve mal di testa con un lento pulsare delle tempie.  Allo scopo di riportare la situazione sotto controllo, con pazienza intraprese una leggera azione pressoria con  pollici ed indici, alternativamente sui parietali. Il massaggio man mano gli rese un lieve sollievo e respirò lentamente rassettando l’organismo coinvolto. Questo sogno risulta alla  mente di Melo, un medicamento. Uno spazio insperato che lo aiuta a  reggere  la  lettura difficoltosa della storia giornaliera. Rassicurato, si rasserena per quanto basta evitando di cadere nella depressione più invadente. Subito dopo, il notiziario delle sei che la radio trasmise, lo informò con voce atona  che il mondo, continuava  imperterrito, senza cambiare di un centimetro il percorso, a condurre le sue malefatte  riuscendo perfino ad annullare le molteplici opere d’umanità che pur tuttavia uomini e donne, con umiltà e sofferenza , intraprendono con abnegazione assoluta in barba ai governanti melagrani. Questo bastò a sollevarlo della residua sonnolenza della notte che l’aveva visto errare fin quasi sotto l’alba senza riposo e fargli prender coscienza che sul marciapiede dietro  il cancello del cortile,  malfunzionante e di  raro utilizzo, il giorno l’aspettava ed andava condotto per la città con la necessaria malleabilità. Ad un certo punto della  notte, Melo Zullo aveva sentito

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aprirsi  una finestrella ed affacciandsi aveva colto una  bolla di  serenità. Il viso di Masina gli era venuto dentro accendendolo e riscaldandolo di quell’amore che desiderava. “  Melo aspirava che svegliandosi  la mattina la trovasse al suo fianco e la notte allungando  la mano la toccasse. “ Masi in un silenzio religioso, attraversò la vetrata di sinistra del balcone della camera  che Melo lasciava semiaperto ed andò a sdraiarsi con l’allegria di una bambina, nel suo letto. Melo, però non ebbe neanche il tempo di un ah! di sorpresa, che la sua faccia piena, chiara, luminosa, senza una parola lo lasciò con l’esaltazione nelle mani. Masina, all’improvviso com’era venuta, scomparve nel buio straziandogli il petto, estraendogli  la gioia che stava accumulando, voltandogli le spalle senza neanche dargli un bacio. Una  mano di buio, improvvisa, fraudolenta,  esalò la malvagità della strada,  e  con prepotenza, entrò nella camera sottraendo Masi  dal letto senza smuovere una linea dell’aria che circolava tiepida e leggera, sull’armadio,  il canterano, la poltrona ed il resto dei mobili. Melo sconvolto, la cercò nelle lenzuola, nei cuscini, nelle lanternine sui comodini, nello specchio a muro e perfino nei libri accantonati sul tavolino d’angolo, sistemati negli scaffali. Al cospetto dell’evidenza fu costretto a dedurne che un genio  malefico  gliel’aveva sottratta. Melo pur sfogliando le pagine dubbiose che aveva scritto, non colse alcuna ragione. Dunque non si rassegnò a perderla e si pose a preparare un piano per la ricerca e trarla senza  apportarle alcun danno, dalla prigione nella quale era stata rinchiusa.Un metodo arcaico, praticato da ragazzo per stanare dagli anfratti degli scogli  in acque profonde, il polpo che aveva infiocinato e  non riusciva a recuperare. La sostanza agiva lentamente ma il risultato era assicurato. Appena  stanato lo  portava sulla spiaggia e mostrandolo alla stregua di un  trofeo, gridava la sua soddisfazione. Melo andava organizzando la trappola, quando ad un tratto dalla cucina-soggiorno si alzò un lieve rumore di posate, stoviglie ed un trascinar di sedie. Ill silenzio  che  si organizzò nella casa , però lo pose in allarme. Allora  acuì ancor di più l’udito, mosse i padiglioni auricolari, manipolò le varie frequenze con inusitata abilità e riuscì a leggere gli strati che si accavallavano l’un sull’altro.La curiosità era così possessiva che intese con chiarezza il rumore silenzioso che  s’alzava, s’arrotolova e strisciava al pari di un serpe. Quindi sentì che aveva  scelto il posto e si accomodò  mettendosi a proprio agio ed in dolce attesa. Accertata la provenienza, Melo si mosse verso il corridoio  con cautela ma con il labbro superiore in preparazione per il sorriso. A primo acchìto, si era lasciato andare a pensare che potesse trattarsi dell’intrusione di un ladro ma afferrato il pensiero nel momento che terminava,  lo escluse inglobando la speranza e sbilanciandosi nell’affermare con sicurezza : “ Masi sta preparandosi qualcosa da mangiare.  “  Melo era avvezzo a queste nottate culinarie e non avrebbe battuto ciglio a questa  evenienza,  anzi vi avrebbe partecipato con gioia. A volte, colpito da una fame irrefrenabile, s’alzava dal letto a qualsiasi ora della notte e correva in cucina-soggiorno a prepararsi amche un piatto di spaghetti al pomodoro. Attendendo che la pentola andasse in ebollizione, iniziava a mangiare quel che gli capitava sotto mano.Accendeva la televisione, portava il volume al minimo e passeggiava per i prati in fiore giuocando e correndo  con le pecorelle sotto un cielo azzurro che a guardarlo, anche per qualche minuto soltanto, cancella ogni  mal pensiero.Capitava anche che facesse il verso alle mucche per aiutarsi a trattare i cani senza quella paura strana che lo prendeva fino a fargli tremare le gambe.  La dispensa di Melo era ben e variamente  fornita ma quel che preferiva oltre alle acciughe erano gli spaghetti al pomodoro. La mamma che faceva le bottiglie in casa, ogni anno  lo forniva in abbondanza. Bottiglie piccole, medie ed anche grandi facevano bella mostra nello scaffale del ripostiglio assieme alla latta delle acciughe.Ogni estate, quando le acciughe erano meno grasse ed il prezzo era abbordabile, suo padre ne comprava tre cassette ed a volte quattro, dalle lampare del peschereccio dei Paceta, cognati dello zio Lino che le avevano pescate nel mare del golfo di Anaggio od al più in quello di Aiti  ad alcune miglia di distanza ma ascritto nella provincia. Cosparse di sale grosso, li manteneva per un paio di giorni in un recipiente ovale di discreta dimensione. La mattina di buon’ora,  attorniato di latte e secchi con l’acqua di mare, si sedeva sulla sediolina e li privava della testa e delle interiora. Man mano li lavava ed a testa e coda, strato a strato cospargendole di sale fino, li sistemava nelle latte di conserva di pomodoro lavate ed asciugate al sole che aveva ritirato con la bicicletta, mettendole

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nella  cassetta per le arance che usava per  portabagaglio, dalla bottega d’alimentari della signora Vicelina di Anaggio.  Ogni latta che l’anziana vedova svuotava del suo contenuto,  gliela  conservava. e glieli consegnava con una contentezza filiale dicendogli sorridendo: “pigghiatilli figghiu. “.La riservatezza della signora Vicelina era conosciuta  e gli altri non osavano neanche chiedergliele ed ad ogni modo non avrebbe  usato  questa benevolenza. Catino gliene era particolarmente grato e spesso, la  beneficiava  di qualche grossa seppia  incappatagli nelle reti che calava sottocosta. Dunque li portava in casa e li metteva nell’angolo della cucina dietro la porta che dava accesso all’ingresso, lontano dal caldo e dal calore. Poste  sotto carica con delle grosse pietre raccolte sulla spiaggia aspettava che il sale li portasse a cottura.  Quando il profumo di mare riempiva l’ambiente, le acciughe potevano ritenersi buone da mangiare e figli ed amici ne venivano beneficiati. Melo ne era ghiotto e da bambino, appena alzato, infarciva mezzo filone di pane di grano e correva sulla spiaggia a guardare le barche a pescare.Lavate con aceto e condite con olio d’oliva della campagna del villaggio,  origano raccolto sul costone sopra  la statale,  peperoncino rosso  del Pizzo, erano per Melo, un cibo prelibato. Il peperoncino è un ingrediente altamente salutare e non può mancare. I semi portati da Catino  dall’emigrazione forzata per la  stagione della tonnara che da quella locale era stato sbarcato perché “scioperante,  “ erano rinnovati nell’orto situato sulla destra della casa, sul lato opposto, oltre la strada, dalla nonna Santa  ed ogni anno espongono copiosi la loro bellezza. . Il pane con le acciughe è considerato da Melo, una prelibatezza al pari del “ pescestocco a ghiotta “ e quando può ne approfitta con goliardica spensieratezza. Il ripostiglio ospita pure recipienti di vetro a bocca larga con melanzane, funghi, pomodori ed anche carciofi sott’olio pur se quest’ultimi li gradisce poco. Un vano del mobile a parete della cucina è stracolmo di scatolame e vasetti che contengono  tonno, carne, miele e  marmellata. Oltre ai  biscotti,  fette biscottate ed anche grissini. Ad ogni modo, Melo non lasciava nulla al caso. Al forno vicino l’ufficio aveva il pane prenotato . Ogni sera lo prendeva e lo metteva in macchina anche se non mangiava a casa. Quando si recava  per lavoro nei paesi dell’entroterra,  portava sempre qualche specialità locale. Insomma, la dispensa era sempre piena,  era preparato per far fronte ad un ospite non annunciato, arrivato all’improvviso. Nel caso malaugurato di “ un momento di vuoto, di inusitata  relativa  scarsità ,  “ per preparare un piatto di spaghetti al pomodoro, non occorre che un quarto d’ora “ diceva. “ Ma le donne han perso la voglia di cucinare. I coniugi che lavorano ritornando dall’ufficio ritirano il pranzo o la cena dal “ piatto in tavola “ che accetta i buoni pasto delle aziende  per un valore scontato del dieci per cento e non resta loro che lavarsi i denti se la stanchezza non li ha vinti sulla soglia del bagno. La pasta riposta nel vano in alto, più areato, a secondo del microclima che si crea,  viene  insediata da microfarfalle che la riducono  in polvere. Melo se ne fa un male, prende questo attacco,  quale affronto personale e chiudendo il pacco in una busta di plastica, le pesta di santa ragione, finchè  stanco e con la rabbia comunque nelle mani, butta i resti nella spazzatura. Capita anche di sparpagliarla  nel cortile sotto la scala dandola in pasto alle formiche che onorate da tanta beneficenza,  dopo avere impinguito il deposito, gli fanno  i balletti sulla soglia di casa, pestando le zampette e reclamando con petulanza: “ Ancora un po’, ancora un po’ ragioniere. “ La preferenza per gli spaghetti, lo fa sentire in colpa ed allora, per lavarsi la coscienza, evita lo spreco, riempiendo periodicamente un pacco d’alimenti ed altro e lo consegna all’associazione del quartiere di residenza “ una mano per il fratello “ Il negoziante che gli fornisce  la scatola di cartone, lo centra coi  e nei pesanti occhiali e ridendo gli grida: “ Dottore, il pacco è pronto. “ Il Responsabile dell’associazione lo ringrazia per quel che dona. Melo si schernisce dicendo: “ superfluo “ Invero è onorato, grato all’associazione che gli dà l’opportunità di fare la  beneficenza. L’offrire a quanti hanno bisogno, quel che è probabile vada in malora, lo fa sentire bene.  Melo, infatti  riceve  per l’accettare  ed allora è intimidito dai  ringraziamenti e  fugge  salutando, battendo le dita chiuse della mano destra , contro il  pollice, in un leggero e scherzoso “ ciao, a presto. “

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Dunque,  imitando la leggerezza di un ballerino classico, preparandosi la gioia nelle mani, a piccoli passi, si avviò verso la cucina-soggiorno.Sulla porta, nascondendosi nello stipite, allungò il collo sporgendo quel tanto che gli era utile, la testa e dovette tenersi con il muro  che un conato di panico gli rese l’equilibrio precario. L’enormità della sorpresa, gli riempì gli occhi di cerchietti informi con la circonferenza eruttante vampe  rosse e gialle e con il centro saturo di luce bianca. La presenza di spirito lo trattenne dal non scivolare sulle ginocchia. La fatica di respirare dopo qualche minuto si attenuò e con accortezza, riuscì a mettersi in linea con la stanza. Seduto a capotavola, con le spalle rivolte alla finestra,  il Maestro Ivo Marpone nella sua tunica vescovile, stava mangiando comportandosi alla stregua del padrone di casa. Masi lo serviva ponendogli il cibo sotto il muso e lui divorava alla velocità di un gran premio richiedendo altro alimento. “ Maestro “ chiamò Melo tra i denti colto da uno spasmo d’acida irritazione..Il dubbio che volle mantenere lo dissipò quando il Maestro Ivo Marpone, chiamò Masi. Lei si girò e  Melo ebbe la visione della sua faccia e ne fu esterrefatto. Aveva il viso racchiuso in una maschera di fili d’acciaio di almeno due misure più piccola della sua conformazione ossea, La sua sofferenza gli spezzò  la voce in gola. “ Masi “ chiamò ma ogni sforzo di spingere la parola fuori dalla bocca, gli risultò vano.  Il Maestro Ivo Marpone mangia e pare non saziarsi. Melo emise un  borbottìo non distinguibile che si confuse con l’aria. Costernato, cercò di muovere i piedi  per andarla a prendere ma constatò d’esser bloccato al pavimento. Il bisogno, però di sottrarla al Maestro era iirrefrenabile. Voleva stringerla sul petto e confortarla della disavventura. Ma il maestro,  volle  rammentargli la sua amicizia e gli venne in soccorso. “ Melo, è un onore mangiare alla tua tavola. Questa ragazza è un tesoro. “ gli disse masticando e senza alzare la testa dal piatto. Masi che aveva  colato gli spaghetti e stava girandoli nella  scodella, alle parole del  maestro, si volse di scatto verso  la porta. La presenza di Melo, la strappò dal lavoro di amalgama degli spaghetti con la salsa e gli diede la forza di sottrarsi alla costrizione di quel servizio.  Il Maestro alzò la testa irritato lasciando cadere  il  boccale col vino rosso del “ Bagghio “ dello zio Bento ed allungò la mano cercando di trattenerla. Ma la gittata del braccio gli risultò inferiore a quella dovuta o meglio, preferì  lasciarla andare  per non mortificare ulteriormente, “ l’amico Melo “ e gli  sciolse il  fiocco del grembiule  liberando il suo corpo alla bellezza. Poi con noncuranza ripiegò la mano e la diresse  ad afferrare la scodella con gli spaghetti ed avvolgendoli nelle dita li ingurgitò con grande soddisfazione.Alzatosi,  scalzò la sedia per terra ed emise un rutto cavernoso, lungo e roboante che il lampadario oscillò quasi a toccare il tetto, .i bicchieri cozzarono l’un contro l’altro  in un tintinnìo pauroso  e senza asciugarsi né mano né labbra, volò con la furia di un uccellaccio dalla finestra, dileguandosi nel buio sovrastante. Qualche minuto dopo uno svolazzìo s’aggirò cracchiando: “ mancanza di rispetto, imperdonabile. L’amico è un ospite sacro. Farsi  perdonare è  un impegno prioritario. Questo perdono ha un prezzo alto. “ Melo con Masi stretta tra le braccia libera del grembiule che la copriva fin sotto  le ginocchia, accantonò la paura e s’avvicinò alla finestra a scrutare il buio. Credette di scorgere un barbagianni sul nespolo nel terreno a  lato. Gli occhietti dell’animale notturno s’allargarono a dismisura  e per un momento lo abbagliarono. Infastidito dall’acutezza dello sguardo,  Melo si mosse a prendere un bicchiere, un piatto, qualsiasi cosa da tirargli addosso  per farlo volare lontano. Masi frenandolo nel moto lo indusse a riflettere. Allora, un pensiero pellegrino, gli attraversò la mente e quasi gridando gli chiese: “ Cosa dovrei farmi perdonare? Qual è il peccato? “Dunque armeggiò con la speranza e navigò a mezz’aria con Masi per mano. Evitò una folata capricciosa  di vento che li strattonò e tentò d’afferrare Masi per i capelli. L’aria, ancora sotto l’influenza malavitosa, si era perduta nella luce e non aveva visto che Masi aveva cambiato pettinatura. Acconciati a riccioloni eran divenuti malandrini e si vaporizzavano raggirando la presa. “ Ogni uomo ha l’obbligo di fare la sua parte “ si disse Melo ed anche se pur con fatica diradò il buio aprendosi e conquistandosi uno spazio di serena vacanza.  La figura intera di Masi  recuperò l’emozione di Melo. Scivolò lungo la montagna che  declinava dolcemente e planò lentamente sulla punta della spiaggia di Anaggio  Le  correnti,  erano state indotte a correggere la loro linea di condotta, deviate da una espansione creata artificiosamente

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dalle mani e dai mezzi meccanici, di uomini ed Enti che distraggono senza rispetto, le regole degli elementi, saccheggiando il territorio, stravolgendo l’interesse pubblico per il quale i cittadini li avevano mandati a ben amministrare. L’obbrobrio creato, cambiando la rotta delle acque del mare, col tempo aveva  accumulato,  in quel tratto,  una quantità tale di sabbia da far sorgere un lungo naso  a patata.Questo era bastato per farle assumere tale denominazione e poiché non tutto viene male, il collocamento fuori mano del sito,  rotto da alcuni pescatori della domenica che vi piantano  le canne, si è trasformato in una riserva. Una colonia di gabbiani becca e giuoca allegramente, vola sull’acqua  lievemente increspata dal passaggio di qualche barca da diporto, un motoscafo con lo sciatore al seguito  e si tuffano indisturbati,  a pescare. La loro presenza mancava da anni ed erano ritornati. Melo vedendoli ne fu particolarmente contento e li chiamò con tenerezza: “ i tavazzi “ La memoria di ragazzo tratteneva ancora il nomignolo e l’emozione quando nei giorni di tempesta  gli  uccelli stavano a lottare contro il vento ed i marosi per cercare di non cadere e catturare qualche pesce.  Masi messo piede sulla spiaggia, si rassettò la mini di jeans sui fianchi e la maglietta bianca con la spalla sinistra scoperta. Melo con gli occhi pieni della sua bellezza, le prese la mano sinistra e la portò a sedere sotto la fiancata della barca della sciabica “ du rasi. “ tirata in secca nel golfo.  Raccolse delle pietre di vario colore  e la invitò a giuocare. La vittoria andava a chi buttando una pietra in aria ne raccoglieva una per terra ed evitava che la prima non cadesse. Melo segnò il primo punto e rimosse le pietre distraendosi dal giuoco. I capezzoli, da sotto la maglietta, lo stuzzicavano impedendogli di concentrarsi. Allora, imitò un volo a virgola inclinata, si tolse gli occhiali e le scrutò il candore latteo della fossetta giugulare. Saltò e le pizzicò le labbra con un ringhio canino addomesticato e s’appostò con la mano destra sulla spalla intrecciando le dita con la spallina di plastica e la maglietta scendendo circospetta fino all’ombelico e giocherellando con alcuni nei che le dipingevano  la  pelle sottodiaframmatica,  gattonò verso le mammelle.  Masina lo lasciò fare con malcelata noncuranza. Non lo assecondava ma non si ritraeva. Lasciò perfino che introducesse la testa sotto la maglietta col rischio di strapparla, ma sentendolo che s’allattava, lo incappucciò mantenendolo nell’oscurità, tirandogli i capelli, gli orecchi, percuotendolo con colpetti delle nocche, scappandogliene  perfino, qualcuno non proprio leggero che lo costrinse ad aprire la bocca per gridare. “ Ahi! “ Ad un tratto fu indotta a liberarlo. Colta da paura che respirasse con affanno lo trasse fuori mandandolo a gambe per aria. Ma subito,  con l’amore e la dolcezza che la riempiva,  lo raccolse a coccolare nelle braccia. Lui si sdraiò sul suo seno e ben pasciuto si leccò le labbra, osservandola con occhio languido. . Masi eccitata col bambino sul seno, lo cullò ridendo, poi cercò d’alzarsi. Aveva voglia di correre e poggiando la mano destra per terra, sollevò il corpo per recuperare l’altezza. Smosse con fatica, Melo dalla posizione e si  mise all’impiedi. Il desiderio della donna amata, indusse Melo  a recuperare, almeno in  parte,  la dignità che aveva sentito allentarsi. Con la mano destra, lentamente si massaggiò la parte del cranio colpito sbadatamente, scherzando, da Masi e si pose nella posizione umana. Abbracciò Masi in un’ampio sguardo che nascondeva una gran voglia di ricompensa e si  pose in attesa. Lei lasciò che si crogiolasse nel pensiero e dunque lo indusse a correre  lungo la striscia di spiaggia del villaggio di Anaggio che la mareggiata notturna aveva graziato per intercessione di  padre Santino, monaco spadaccino, vissuto nella caverna situata a meno di cento metri in linea d’aria, dal gigante di pietra sceso dai monti a sincerarsi dell’immensa pozza che vedeva dall’alto,  salvando  le villette, costruite ed ascritte dall’autorità competente asservita agli interessi personali con il silenzio  costruttivo dei compari. Il privilegio  assolve  il falso progetto,  autorizzandolo  per deposito barche in barba alle “ pecorelle che pascolano affannandosi a cercare qualche zolla d’erba “ che le mani fedifraghe lasciano cadere secondo una tempistica di minaccia ed un comportamento di regalìa.  Il  gigante pietrificato, piegatosi a protezione della volta della galleria ferroviaria, li accolse con l’allegria di un treno merci che trasporta un branco di asini. Il  latte delle asine è un toccasana per tanti bambini sofferenti e questi vanno a mettere su casa in una delle campagne delocalizzate del Cavaliere Insubello, per la figlia  cinquenne di seconde nozze, molto ammalata e che può essere salvata da un’esistenza

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difficoltosa.  Il piede semiaffondato nell’acqua col tallone nella battigia,  li ospitò in groppa  mormorando loro: “ prudenza “ Il mare calmo, piatto li lasciò giuocare con i pesci che dalle alghe correvano alle pozze di sabbia bianca e li lasciò galoppare nei pascoli azzurri e verdi,  per parecchi chilometri.Il silenzio che raccolse  i loro giuochi, ebbe poi, il suo consenso ed al pari di un buon padre di famiglia, lasciò che riprendessero fiato senza fretta e né tanto di spostarsi di un  millimetro. La protezione del gigante era rassicurante  nonostante lo scempio codificato della costa che pur costretta a modificare la linea, manteneva una bellezza invidiata e non tollerata dagli amministratori biechi ai quali era  legata per costituzione. Estasiati, sia l’uno che l’altra, sedettero sulla battigia voltando le spalle con  la pelle chiara,  all’ultimo calore del sole al tramonto giocherellando  con spensieratezza. L’acqua che saliva e scendeva con la risacca accumulò e circondò coi granelli di sabbia che  aveva levigato e messo a nudo una  variegata composizione di colore, i talloni dei piedi fino ai plantari costituendo un’attrazione meravigliosa per un piccolo polpo che quasi s’arenava non sembrandogli  vero di poter giuocare con quelle strane creature. Assiso sui granelli,  con allegria battè le ventose dei  tentacoli sui piedi bianchi emettendo una musica di bollicine. Agguantato da un’ispirazione sublime, strabiliato  dalle note acquose, sporse la testa fuori per meglio interpretare la musica che nota su nota gli saltava nel cervello. Strimpellando coi tentacoli sugli ipotetici tasti dei piedi, accompagnandosi con lo sfiatatoio e variando il tema secondo il moto ondoso, salì in cattedra oltrepassando i confini naturali. Quella musica oltre ogni immaginaria collocazione in chiave di pentagramma, però indusse Melo e Masi ad alzarsi ritirando i piedi. Il polpo continua la sua esecuzione ereggendosi dall’acqua al pari di un gigante, però  senza comprendere che lo strumento gli è stato sottratto. Melo emozionato, osservando quel piccolo artista dell’acqua, ridendo, cercò con un movimento repentino di eleggerlo a stemma del suo amore e tuffò la mano destra nell’acqua del mare con l’intento d’acchiapparlo. Riuscì per un nanosecondo a guardarlo negli occhi e tanto bastò a comprendere che nessuno può oltrepassare i confini stabiliti della natura se non si vuole commettere una tragedia.  Il polpo impaurito espulse una macchia d’inchiostro e fuggì lasciandolo con le dita  leggermente contratte sul palmo..La giornata terminando stava mettendo nell’ombra  la spiaggia e Melo guardò il sole scivolare nell’acqua seguendo la curvatura della terra dando ad intendere che fosse la  volta del cielo e scomparire, oltre  il promontorio. La mancata  visione del tramonto, però  stava privando melo,  di un’emozione stupenda. L’aveva visto altre  volte ma lo spettacolo è sempre diverso e comunque,  mai con Masi ed allora afferrò la sua mano sinistra  e baciandola dolcemente sulla bocca semiaperta, le disse: “ Andiamo, ti farò vedere dove va a dormire il sole. “ Ma alzando  il piede per correre e salire la spiaggia verso la  statale, d’improvviso lo trovò pesante e cadde. La mano di Masi che teneva stretta, perduta. La finestra gli sbattè in faccia e fu costretto a tentoni a svegliarsi.  Melo,  infilate  le ciabatte , si mise all’impiedi ed al pari di ogni individuo responsabile, si avviò verso la cucina-soggiorno a prepararsi per andare al lavoro. Riempita d’acqua,  la caldaia della  caffettiera da una tazza e mezza, vi appoggiò il filtro e deponendovi la dose necessaria di caffé arabico comprato appena tostato,  la sera precedente, alla torrefazione di piazza borsa. Dunque  la pose sul fornello piccolo della cucina a gas con la fiamma al minimo. Nell’attesa che il caffé fosse pronto, sollevò cercando di non far rumore, la serranda della porta finestra e volse lo sguardo sui palazzi che si alzano  a triangolo rovesciato circondando e guardando dall’alto in basso, la sua costruzione situata su un piano rialzato. La sofferenza sopraffaceva ogni palazzo e la loro altezza la scagliava sulle case sparse intorno, costruite  a misura d’uomo negli anni antecedenti ma che la precarietà dei figli, le  malversazioni degli amministratori, ha reso, oltretutto  insufficienti e malgovernabili. Ogni appartamento, dal piano terra a quelli più alti che si alzano  fino al quinto e fuori progetto,  anche al sesto e settimo, è pervaso da un turbinìo di tempesta. Gli ospiti che li gestiscono,  anziché parlare gridano  senza badare agli altri,  tanto questi a loro volta sono impegnati nelle proprie difficoltà e l’un l’altro, dunque non riescono ad  ascoltarsi. Quando scappa qualcosa e va  a colpire l’uno o l’altro e viceversa, è ritenuta una consolazione, non una pesantezza che un’anima pia  ha mandato per vendetta. Ma dura lo spazio di nulla e riprendono.

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 Addirittura par che facciano a gara,   oltre l’un con l’altro, con l’abbaiare dei cani che sulla strada si fanno  la guerra per la divisione della spazzatura. La differenza che si vuol vantare, proprio non esiste. A volte, gli animali  riescono a mettersi d’accordo e coalizzarsi scontrandosi  con gli operatori ecologici  che passano, e  svuotavano, alla rinfusa,  un paio di quei cassonetti meno bislattati. Gli abitanti dei  palazzi iniziano  la  battaglia  appena alzati e non li abbandona fin quando non scendono le scale e sono entrati  in strada allontanandosi dalle case  per disperdersi per la città. Le porte, le finestre e perfino le stoviglie senza tralasciare i bambini, ricevono  la loro razione di pedate. Colpi mancini ed insulti oltre alle bestemmie. A volte gli schiaffi, per la loro soronità, superano  lo sbattere delle porte e la reazione isterica della moglie, riesce addirittura a smuovere anche i mobili della stanza da letto, della cucina ed altri suppellettili accatastati nel ripostiglio che all’occorrenza vengono tirati fuori, messi nel corridoio o dove è meglio e preparati per l’ospite. I figli  spaventati  gridano  a pieni polmoni e forse i genitori per  un attimo intimoriti, si fermano  dando al silenzio una presenza diabolica che  li coglie in fallo  e finisce  col sbattere al tetto, per lo stupore,  incorniciando lo spazio tra questo e la parete, di una lunga, informe bolla d’umidità che scppiando creerebbe , con un alto tasso di probabilità,  una  enorme buca che ad un visitatore occasionale gli verrebbe o non avrebbe altro, da pensare che serve per l’installazione o è stato rimosso, un osservatorio astronomico d’ultima generazione. I balconi messi in disparte se ne stanno  appesi ai muri alla stregua di grossi rettili privati con estremo sadismo, di testa e coda, con certezza assoluta, non avrebbero rimpianto l’altezza se fossero precipitati sull’asfalto. Il  cemento od il cumulo di massi rimasti e mai rimossi, che stanno a struttura  e segno della gestione condominiale, li avrebbero accolti senza creare un caso di inadempienza contrattuale. Gli alberi sono stati sradicati e non cresce un filo d’erba,  neanche del tipo di quella seminata nei campi di calcio. Questi balconi spogli, senza un vaso con la terra, non parlano  né l’uno con l’altro né l’uno o l’altro con gli altri da far credere che siano  nemici  per dovere d’etnia. La guerra che c’è in corso è combattuta per  l’eliminazione del più debole e nessuno fra di loro uguali, è in grado di darsi una mano. La miseria incattivisce l’uomo fino al punto di non riconoscere il fratello. Quest’uomo indotto all’accartocciamento sulle ginocchia assiste alla disfatta della sua specie e crede che sia quella dell’altro.Ognuno cammina per strada e con la paura che possa esser sopraffatto si guarda intorno vedendo un nemico in ogni faccia.Questa è la disfatta dell’uomo e non di questa o quella razza. Il ceppo umano è unico ed a secondo dove è nato ha acquisito il colore ed a sua volta anche Dio ha preso un nome. I Detentori del potere, con queste distinzioni, usano prendere in giro,  la popolazione, imbottirla d’odio e mandarla a morire nelle guerre che han dichiarato per accaparrarsi di altre e pià copiose soatnze che altri detengono. Ad onor del vero, una piantina in un vasetto di plastica, anche se molto sofferente si mostrò cercando di dare un po’ di decoro all’ambiente. S’affacciò dall’angolo di destra della finestra dell’appartamento al terzo piano di sinistra. La presenza saltuaria di una vecchietta  piuttosto ben messa, sia per l’abbigliamento che per la figura pienotta, aveva attratto l’attenzione di Melo  che d’istinto, compiaciuto, le aveva sorriso. L’apparizione, però di un uomo di mezza età che tentava d’aiutarla a stendere od a ritirare la biancheria, scostandola con malmaniere, lo indusse a ritirare la testa. Quell’uomo con i suoi atteggiamenti irosi,  lo indispose a tal punto che Melo non riuscì a non mandargli una caterva d’improperi, sottovoce. Le perdeva mollette ed anche qualche capo di biancheria intima. La povera donna, indifesa, si agitava e lui l’allontanava con rudezza . Lei guardava controllando da dietro i vetri  e quando poi, l’uomo la lasciava da sola in casa,  lei usciva nel balcone ed ad una ad una la metteva in ordine  secondo il verso insegnatole dalla mamma.  Ad un tratto, ogni rumore piccolo o grande si dispose ad attenuarsi. L’ora per uscire era agli sgoccioli ed ogni ospite dei palazzi era costretto ad affrettrasi, mettendo a tacere,  ogni pur minima divergenza. Ogni singhiozzo viene inghiottito e si esce di casa battendo le mani a forza sulle cosce per darsi una ulteriore manciata  di coraggio.  Scendere in strada con soli cinque minuti di ritardo significa imbottigliarsi nel traffico e mettere a repentaglio la giornata. La situazione climatica della città è intollerabile, statica ed

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 appesantita da una continua caduta di polvere sottile, urticante fino allo spasmo ed a volte alla morte..La città è attraversata da una guerra non dichiarata ma che ogni cittadino è costretto a subire..Ogni strada secondaria ed anche principale, può riservare una sorpresa. Il trauma subito riduce il cervello ad un verme rinsecchito se non sopraggiunge a salvezza, la morte.  Allora  ogni persona,  senza  differenza d’età,  dev’essere in grado di difendersi tenendo presente che l’attacco è la miglior difesa. L’aggressività è dettata dalla paura e la gente terrorizzata, regredisce allo stato animale. Butta la spazzatura dal balcone ed appena la luce del sole s’alllontana dalla strada, si serra in casa. Ogni individuo senza la fiducia nelle autorità costituite,  rimane nascosto anche al Signore. Una città indifesa è occupata dalla malavita. Ogni attività è regolata dall’illegalità. Il cittadino senza la protezione della legge è votato alla morte e cerca d’acchiappare una giornata che metta a tacere i crampi allo stomaco che  piega a metà la famiglia. Il  male è indifferente e chi può si rivolge al proprio santino che all’apparenza,  lo grazia. Questo contatto,  comunque non è un salvacondotto ma può divenire, nel giro di ventiquattr’ore, una condanna. Quando entrano in campo i santuzzi c’è “ lu mazza mazza “ e non c’è sicurezza per nessuno. A scegliere, però non è la ragione ma la fame e questa ha una probabilità maggiore, molto alta di vittoria. La manovalanza è sulla piazza in attesa fin dall’alba, per essere reclutata. Ad ogni modo Melo ha posto,  in testa al triangolo formato dai palazzi  intorno, un barometro di una sensibilità unica ed ogni mattina l’osserva sperando che possa annunciargli, almeno,  un  piccolo, pur minimo,  cambiamento. Il desiderio di un miglioramento, la curiosità di vedere un sorriso sulle facce di quegli ospiti, lo mantiene in costante apprensione. Il ragioniere Melo Zullo è residente in questa città, da oltre quindici anni ma è rimasto un estraneo al sistema che la governa. Tuttavia ne è ferito.Questa città non è riuscita ad inglobarlo ma per sentirsi meno ospite ha mescolato qualche idioma locale,  al suo inducendo i conoscenti a ridere fin quasi alle lacrime. Arroccato alla sua semplicità, pur conoscendo l’andazzo cittadino,  non vi partecipa, ne resta fuori ed è considerato “ un emerito ingenuo “ Orgoglioso d’appartenere a questa categoria non partecipa alla guerriglia. La città richiede,  quale documento,  la grinta e fa tritolo se hai scontato un periodo di detenzione. L’educazione è sinonimo di debolezza. La correttezza negli affari è rara e la provenienza dei soldi è incerta. I soldi sporchi sono riciclati con altri affari sponsorizzati dalle banche amiche. I Pirati fanno affari e si arricchiscono  Sono i nuovi padroni e li chiamano  “ Dottore “ ma non hanno alcun titolo di studio ed a volte neanche la licenza di scuola media inferiore.  Melo, comunque ha deciso di non parlare,   però ha  replicato al frutta e verdura ed anche al giornalaio che verrà il giorno che l’uomo dovrà fare i conti con i suoi valori.  Le persone non hanno bisogno di stringersi la mano dopo essersi feriti.Il saluto è un sorriso che deve espletarsi con ogni muscolo della faccia. “ L’nterlocutore su questo era d’accordo, eppure turbamento e rabbia lo indussero a gridare: “ belle parole ma i fatti sono altri. “ uscendo dalla vetrina con una pistola in pugno per dimostrargli che deve difendere il suo lavoro.  “ Il  fornaio ha  subito tre rapine in meno di un mese e per volontà di Dio è finito in ospedale. Siamo abbandonati, la polizia non ci protegge. Abbiamo il diritto, l’bbligo di difenderci.  Ragioniere Zullo se non ce l’ha si compri un’arma. Mi ascolti,  è indispensabile per sopravvivere. Asseriscono che “ la città è pulita “ e non ammettono repliche. Secondo me sono conviventi, stanno attaccati l’uno all’altro col cavallo dei pantaloni. Questi governanti grintosi tradiscono ogni giorno gli interessi dei cittadini Usano la carta e la penna pubblica per benefici personali, familiari e degli amici, cercando di far credere di lavorare per la comunità.” Concluse con gli opcchi fuori dalle orbite, riponendo la pistola in tasca. Melo ad armarsi, però non ci pensa neanche. Il  suo  rifiuto è assoluto pur se la patria l’ha obbligato ad addestrarsi. “ L’incolumità del cittadino è riservata alle forze dell’ordine. L’autodifesa è la sconfitta della civiltà. “ replica Melo al  giornalaio con enfasi.  “ Lei è un povero illuso. Le auguro che non si venga a trovare una pistola in faccia. Allora dovrà rimangiarsi ogni parola.  “ gli ribadì quello, quasi spingendolo con la mano.Melo, stava per  andarsene. Si era infastidito ma non aveva alcuna intenzione di litigare. Comprendeva  la paura del giornalaio ma non accettava il modo di difendersi.  “ L’arma avvicina il cittadino alla morte e lo equipara al malavitoso. “ volle dire al giornalaio che

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 scattò col piede in avanti a rintuzzare le sue parole.   “ Questa guerra la vince chi spara per primo ma il cittadino non ha la scorza adeguata. Val bene un  caso, due ma non arriva alla terza.  Allora è  meglio che la difesa sia dello stato.” Cercò di concludere il ragioniere Zullo, chiudendo gli orecchi al rimasticar di quello, avviandosi verso l’ufficio. Ma dopo qualche passo sentì l’obbligo di ritornare indietro e chiosargli: “  Il  manipolatore di farina o di altri prodotti di largo consumo,  ricava dalla vendita, una somma esosa con un centesimo di spesa. Questo guadagno sconsiderato a fronte di una dichiarazione minima, risulta evidente,  alla ragione di ogni opersona che lavora e paga le tasse,  che sia una incentivazione a delinquere.“ disse  Melo irritato “ L’evasione danneggia la collettività. Le tasse sono i soldi  che lo stato usa per la difesa di ogni cittadino. Mancando l’incasso di chi si sottrae artificiosamente, del tutto od in parte, viene meno, giocoforza, un pezzo della protezione che di norma ci è assicurata.Questo comportamento è delinquenziale e va contro ogni cittadino. Questo per intenderci meglio ed aggiungo che andando avanti ad armarci,  questa guerra ci ammazzerà tutti “ concluse Melo con la voce stizzita,  allontanandosi inseguito dagli improperi  “ del signore dalla cultura riflessa”. Dunque, qualsiasi discussione, si trasformava in un battibeccare alterato. Il limite con la sopraffazione era latente. Allora  Melo, stanco  di tali discussioni e conscio di non poter fare a meno di difendere a spada tratta i principi fondamentali della civiltà e della democrazia messe sotto i piedi “ da quattro testazze rasate “ con la scusa di mettere ordine, ha preso la  decisione  di ritirarsi la lingua e non impelagarsi in sterili discussioni ma esaltandone la sostanza dei  principi con l’esempio. La faziosità mortifica l’intelligenza e  rende  Melo, irascibile. “  Il dialogo non può essere il  terrore d’esprimere l’amore verso gli altri. Ammessa la divergenza, la civiltà mette al  riparo  il cittadino ma l’intelligenza deve garantire  il  rispetto dovuto alla civiltà ed alla democrazia. La barbarie è una macanza di  cultura e questa non è unica e della stessa specie. “ si diceva tentando di calmarsi e di  trovare una scappatoia alla sua amarezza. A questo punto, Melo ogni qualvolta ne è costretto, si ripete  il motto della nonna: “ Il rispetto è reciproco. Colui che lo porta, lo riceve. “ e riprende i suoi affari sacrificando la sua cultura. Stava, così a rimirare le sue escoriazioni mentali, quando  fu distratto e richiamato in casa.  Il borbottìo della caffettiera, lo avvertì che il caffè era pronto. Allora Melo lasciò i palazzi alle loro sofferenze augurandogli che una manciata di gioia li bagnasse e chiuse il gas spegnendo il fornellino.Versò quasi metà del caffè contenuto nella caffettiera,  nella tazzina a muso sottile che privilegiava e sedette sul divano. Beveva a piccoli sorsi per evitare di scottarsi la bocca pur se lo stimolo per andare in bagno si faceva man mano pressante. Bevuto il caffè, si alzò, posò la tazzina sulla stuoia circolare di corda sintetica che teneva sul piano di marmo che separa il piano cottura dal lavello, ed accendendosi la sigaretta, corse in bagno che quasi bagnava d’urina le mutande. Lavato, pettinato ed alleggerito,  passò in camera a vestirisi. Consumato il resto del caffè lasciato nella caffettiera, aspirò  profobdamento l’aroma  dalla scatola di latta , e la conservò nel frigorifero. La signora Margherita che aveva incontrato nel cortile con il sacchetto della torrefazione in mano, glielo  aveva consigliato dicendogli che si manteneva fresco. Quindi,  con il borsello a tracolla  si appresta ad uscire di casa per riprendere la giornata con la speranza di non incontrare una” mazzacanaglia “ di nuvole sporche ad appesantire le strade ed i palazzi di questa città laboriosa ma con le attività messe a dura prova. Se puta caso, la sozzura del giorno precedente gli porta ancora, pruderia al padiglione auricolare  ed i tentativi del mignolo han dato  risultati innocui, si dà una spruzzatina di deodorante alle ascelle ed al collo, scavalca col piede sinistro la soglia di casa facendo spallucce, rifila una pedatina di sbieco al muro massiccio che affianca la rampa di scale e scende canticchiando sottovoce seppur stonato: “ ‘nsumma và. “ Quando raggiunge il penultimo gradino della scala, si ferma, si fa il segno della  croce con la mano sinistra e tenendosi con la stessa, saldo alla ringhiera salta nel cortile a piè pari. Dunque parte a testa alta e passo moderato per attraversarlo. Man mano saluta con deferenza,  le porte e le finestre che ai fianchi l’osservano  con curiosità. Scolpiti nelle loro turbolenze quotidiane, hanno la capacità  d’intimorire anche gli animali che  passano e seppur non li vedono, deviano dal marciapiede  a lunghe zampate. Comunque sia, queste povere anime, nascoste dietro la persiana appena sollevata dalla soglia e con le braccia conserte  osservano gli altri  scrutandoli fino alle scarpe.Manipolano i mali che li opprimono nascosti  nei vestiti cercando di

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 rifilarli a quelli per  poi riderne.  La gente s’allena alla giornata e respinge il sorriso di chi le capita vicino. Si dà una frustata di sana invidia  e corre al mercato a tentare d’acchiappare una manicolata di lavoro che non si schiarisce mai. Se il Signore, quel mattino è clemente, poi si scopre che il salario non è che un raggiro. Meglio comunque che  consumarsi nell’ozio e non racimolare nulla. Qualcuno e più di uno, cammina con la tentazione nelle mani di ripiegare su uno scippo, un furto, una rapina. La fame può dare il coraggio ma se la taglia non è quella che serve, potrebbe bastare una sniffata e saltare al pari di un grillo gigante..Se la diarrea non dichiara vittoria e la dignità rimane sotto il piede, per qualche giorno il respiro è un compagno fidato. Capita, però la galera e l’avvocato, è una disgrazia raddoppiata ed anche triplicata. La  famelicità di questi emeriti  professionisti del palazzaccio ha un’alta percentuale. La regola di questa corporazione, purtroppo offre anche di peggio.Briga sottocoperta per rovesciare la giustizia manipolando le prove, alla stregua del peggior malfattore e mangia i soldi che la famiglia ha racimolato mettendosi un cappio al collo. Il padre di famiglia, però compare a debellare il male. Sono contati ma agguerriti ed allora conviene continuare a fidarsi.Meglio, però è mangiare erba, qualche patata ed evitare ad ogni costo di mettere il piede in fallo e cadere preda di questa genìa malversa. Le testine ben pentinate, la faccia rasata di fresco, dicono che la situazione è sotto controllo. Gli sparadici atti di vandalismo saranno puniti ed ogni cittadino, addirittura, sarà risarcito.Gli uccellacci installati nei quartieri disastrati se la ridono beati ricordando a qualcuno di queste belle pezze di stoffa di qualità e lavorata nella stessa misura, di stare al proprio posto che il conto del barbiere è stato pagato col  denaro della famiglia. Le vedette sono appollaiate ad ogni angolo della città. Ogni  attività è alimento dei serpenti che presidiano il territorio  e secernono un veleno mortale.Le autorità, comunque risultano distratte. I  topi circondano i palazzi  e li mantengono sotto scacco.L’area incolta che fa da cortile ai casermoni , pullula di una variegata comunità di venditori, indifferenti alla variazione della luce. Vendono fiori di morte, musica, magliette e jeans griffati senza curarsi di vigili neri, verdi o blu. Gli usurai inseguono i promessi sposi con la bancarella al mercato del sabato. La disponibilità delle banche è stata demandata a questi benefattori. Quando arrivano i  pompieri chiamati in soccorso, trascinando le pompe con lentezza spaventosa,  con i mezzi usurati, malfuzionanti, il fuoco ha divorato anche i mattoni ed a loro non rimane altro che constatare e certificare le rovine. Il denaro pubblico ha sdradicato l’agrumeto e la costruzione delle case popolari con asilo nido annesso, deliberato da oltre un ventennio e rischia ancora di continuare a restare sulla carta, in attesa d’essere realizzato. Le autorità si alimentano di promesse ma il peggio è che continuano ad amministrare con la foga, la testardaggine della prima volta, alla stregua di un pulcino che ha appena rotto il guscio nel quale si è formato e mettendo la testa fuori, pigola al buio che gli circola intorno nel silenzio dell’attesa. I ragazzi del villaggio, sorpresi, giocosi gli correvano dietro aspettando il mazzo di fogli della pubblicità da distribuire nelle case nella speranza di “ ‘na cunnurenna zzuccarata.“ All’improvviso, la disperazione estrae dal palazzo centrale del triangolo, una folata della  follìa che circolava  con perdurante avviso di pericolo.  Il quarto piano è stato preso d’assalto e la veranda ha sparso il cervello a coriandoli nell’aria, riempiendone il cortile, camuffandosi con lo sporco preesistente e che nessuno, pur mettendoci  praticamente, la fatica di un esercito di volontari, risce a togliere.  Il  gesto eclatante, però richiama le persone ma  non riesce a porre la  domanda: “Qual è stata la causa che ha indotto a  questa tragedia?. Una persona educata, per bene con i problemi di ognuno.” L’ordinaria superficialità non basta, va per proprio conto. Nessuno raschia il fondo. Il resoconto è stato: “ un atto di debolezza “ Qualche giorno dopo, addirittura l’indifferenza riempie le scale e  scompare anche dall’omelìa dell’aitante prete col medaglione d’oro massiccio, sulla pancia. Trasferito dal quartiere “ Piratino “ dove aveva fatto la gavetta, si è insediato nella chiesa della “ Madre redenta “ riducendo, invero il sacramento ad una tariffa con un’offerta minima di base. “ La gestione è costosa ed è richiesta la partecipazione di ogni buon cittadino “ dichiara con un sorriso birichino, intonando subito una preghiera che i fedeli, senza differenza d’età, innalzano al cielo il canto con voce altisonante, ballando. La felicità dipinge le loro

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 facce e la casa del Signore stracolma ha assunto l’aspetto di un anfiteatro con i Santi con le spalle nelle nicchie e lo sguardo perso nei faretti che li scrutano da ogni angolo. Bruno che non può sedersi e sta all’impiedi in fondo alla chiesa, bagna la mano buona,  nell’acquasantiera e corre a sedersi sul penultimo gradino del amrgine sinistro della scalinata che a semicerchio si adagia su piazza Barletta. Ha la lingua blu per la malattia ed un rospo che gorgheggia pernacchie stravaganti, quasi urlanti che par abbia lo scopo di staccagli l’organo dalla radice.  Bruno ha subito un incidente sul  lavoro e dall’invalidità percepisce una misera indennità  ma ha perso l’occupazione  Ha moglie e tre figlie e sopravvive con l’aiuto che l’associazione “ una mano per il fratello “ riesce a dargli saltuariamente. Melo ha conosciuto Bruno in occasione dell’ultimo pacco. “ Padre Bartolomeo, l’anziano prete della “ Madre redenta, “ asceso al cielo , l’aveva preso in canonica ma “ Diego l’esorcista “ l’ha sfrattato su due piedi, appena insediatosi,  adducendo “ conti in disordine, ristrettezze economiche “ gli confidò il Professore Armando, responsabile dell’associazione. Melo stava per salutare allorquando Armando gli disse:” Ragioniere, posso offrirle un caffè? “ Melo reputò che non poteva dirgli di no ed accettò dicendogli: “ Andiamo” Il professore lo pregò di aspettare un minuto. Impartì ai collaboratori alcune disposizioni e gli si avvicinò.” Sono contento che abbia accettato “ gli disse prendendolo sottobraccio. “ Qualcuno asserisce, però che Bruno l’abbia visto attentare alla verginità di Sarina, la figlia più grande che ha circa diciassette o diciott’anni e gli sia saltato addosso per scannarlo e l’avrebbe fatto se avesse avuto un coltello.” Riprese a dire il professore sottovoce, con tono confidenziale. “  Sarina era andata in chiesa a sistemare l’altare per la messa serale e visto ch’era ancora presto, stava dando una spolveratina in sacrestia. Spostando dei libri dallo scaffale,fu indotta ad avvicinarsi al sacco di juta simile a quelli per il trasporto della posta, che vi stava appoggiato nell’angolo, da uno strano movimento d’avanti, in alto, indietro che cambiava la struttura dello stesso, riempiendolo e svuotandolo. L’attrazione del lieve movimento ondulatorio fu tale che con circospezione, la fece chinare a scrutare. Stava piegata sulle ginocchia seguendo con gli occhi il movimento che ad intervalli più o meno regolari si mostrava e spariva per ritornare che ad un tratto, giunto al termine di quell’itinerario sconosciuto,  venne fuori, lentamente e senza guardarsi  intorno o men che affetto da qualche disturbo o paura,  un animale che subito Sarina,  classificò “ topo “ e retrocedette spaventata, incappando nel basso ventre di don Diego e nelle sue braccia. Il topo, però cambiò aspetto in un secondo e si trasformò in un gatto bianco colpendo la sensibilità di  Sarina che deliziata chiamò:  “ Albino “  cercando d’allungarsi , piegarsi per prenderlo in braccio. Ma le braccia di don Diego erano vigorose e non le permisero di muoversi. Sarina, girò la testa a guardare chi la trattenesse, scuotendosi lentamente per sottrarvisi. Ma uqell’energumeno in abiti civili che sovrintendeva la chiesa del Signore, non intese lasciarla, anzi la ingabbiò col bacino  nelle sue cosce vigorose e con le mani la strinse per  le tettine e continuò il palpeggiamento fin nel mezzo delle cosce. “ Don Diego, mi lasci per favore “ gli gridò Sarina spaventata, nauseata ma Lui continuava senza badare alle sue parole, proseguendo nell’attentato, mettendoci anima e corpo nel  perpretarlo fino in fondo. “ Don Diego, per l’amor di Dio la smetta. “ gli grida  Sarina  con la veste ai piedi, con le  mutandine a mezza coscia ed il  reggiseno di traverso a rappresentare una disfatta del’innocenza, sull’ultimo gradino dell’altare. Sarina quasi soffocata dalle sue mani, dalla sua bocca, dal suo corpo immenso, prepotente, ad un tratto, si sentì cadere per terra, liberata da quella mostruosità, ed a malapena si  raccolse  nella veste  aiutando suo padre a trascinarla fuori dalla sacrestia, verso casa. Il professore Armando incupito guardò Melo che non vedeva l’ora di prendere il caffè ed uscire dal locale che gli era scoppiata una voglia immensa di fumarsi una sigaretta e magari accenderne un’altra alla cicca.  “ Le ingiustizie son figlie di un’umanità che si è liberata delle vecchie regole, spazzando le buone e le cattive con indecenza. Si è crogiuolata negli slogans ed è stata viziata dai padri e dalle madri scalze che richiamati agli errori commessi non han saputo riprendersi la propria credibilità e son caduti preda dell’indifferenza. La società si è ammalata ed è spinta ad avere qualsiasi cosa , a qualunque mezzo. Il  dio denaro crea scompensi mentali ed gni regola, principio, saggezza e buona convivenza è

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 accantonato se non, addirittura, cancellato. Ognuno s’arroga il diritto di prendere, acchiappare, sottrarre quel che gli occhi desiderano. Il motto in uso ormai è:“  Voglio e subito “ e se non c’è la possibilità e conomica d’averla, si supera facilmente con qualsiasi artificio, dal prestito ad usura alla rapina od alla prostituzione. Non fa differenza. “ concluse Melo afferrando la tazzina del caffè, sorbendola a metà ed uscendo sul marciapiede senza aspettare il professore.  “ Mia madre è morta lavorando. Rimasta vedova giovanissima non si è risposata. Ha fatto qualsiasi lavoro con dignità, senza farsi attrarre dai facili costumi né dai facili guadagni ed è rimasta sempre pulita. Ha mantenuto me e mia sorella agli studi e senza darci mai una colpa. “ gli disse Armando raggiungendolo e prendendolo sottobraccio. Attraversata la strada, entrarono nella villa comunale ed approfittarono del verde degli alberi e delle aiuole ben curate  per  passeggiare  per i vialetti e respirare un po’ d’aria pulita. Un un paio di coppiette aggrovigliate sulle panchine, indifferenti continuarono senza neanche degnarli di uno sguardo scocciato. L’amicizia che lega  il Professore a Melo, non è profonda ma sincera ed ogni qualvolta si  presenta la possibilità di staccare dal lavoro quotidiano, compiaciuti s’attardono.Melo, però non è un chiacchierone ma ascoltare il professore gli piace, esprime il suo pensare e lo gratifica. “ E’ avvilente  non potere esprimere la tua idea con semplicità. Le persone cercano  d’abusare della tua bontà e parlare diventa una fatica enorme. Se dissenti t’assaltono gridando,  credendo che questo comportamento possa dar loro ragione, che siano i portatori della verità. Ma non si rendono conto che la verità è difficoltosa ed ha bisogno d’essere compresa. Le grida, possono essere un  godimento momentaneo ma non provano nulla ” disse Melo al professore ringraziandolo con lo sguardo per la sua disponibilità. “ Un ragzzo che dopo la scuola ritorna a casa e la trova vuota quasi ogni giorno è costretto a cercare compagnia. La solitudine è una malattia e per guarire ha bisogno di presenza d’amore ”  continuò a dire Melo riprendendo un pensiero che gli frullava nella testa da chissà quanto tempo e non aveva potuto o saputo esprimere per mancanza di un interlocutore attento.  “ La sera di mercoledì di tre settimane fa,  ritornando da una visita a mia zia Carlina, la sorella di mia madre, mi sono accorto che stavo sulla strada di casa  di Mario Buitto, il tecnico radiologo e poeta. La sera od il tardo pomeriggio, almeno due ed anche tre volte la settimana, ci trovavamo a passeggiare sul viale Otranto. Chiacchierando e scherzando consumavamo un paio di solette al mese ma la complicità che ci legava era unica e ci scansava ogni vituperio che questa società ha  sempre tenuto in canna,  il dito sul grilletto e spara a chi gli capita a tiro anche se non sa chi sia ” riprese a dire il professore con un po’ d’inclinazione nella voce. “ Ah! si! Adesso ricordo. Ho apprezzato e continuo a leggere le sue poesie. “ disse Melo tirandolo dalla memoria dopo qualche minuto di riflessione.” La sua poesia non è infarcita della metrica ma con una libertà di parola,  semplice  e spontanea, chiude l’armonia che pare  perduta ma che è presente, esprimendo la realtà del quotidiano e che si tenta di nascondere. La verità non è una bella donna e si tende a non esporla. Bisogna cercarla negli scaffali ma quando riesci a trovarla hai vinto la lotteria. Questa, però non porta soldi ma ha la capacità di spingerti a lottare affinché il bene prevalga ” concluse Melo accendendosi una sigaretta. Amava fumare e il divieto lo faceva arrabbiare. “ La libertà è un bene primario alla stessa portata dell’acqua e dell’aria e nessun governo si può permettere di toglierla. Ho l’educazione e l’intelligenza di non disturbare chi non fuma ma i non fumatori non possono inseguirmi dove vado. Questa è una provocazione che non tollero. Se mi scappa la pazienza potrei anche prenderli a pedate.” Soleva dire a chi gli consigliava di smettere per la sua salute. “ L’ultima volta che ho visto Mario Buitto,  è stato in Ospedale. Avevo accompagnato mia zia per un controllo ortopedico.Ho fatto la fila  ma  sono stato rimandato indietro. Non ero munito delle radiografie. “ Il numero verde non mi ha informato altrimenti  avrei provveduto “  dissi  loro. Avrei dovuto prendere un altro appuntamento e fare un altro viaggio. A dirla in breve mi scocciava. “ Una visita a pagamento in intramenia “ chiesi. “ Il Primario visita allo studio. Può prendere un appuntamento “ mi disse la caposala.  L’Ospedale percentualizza ed ogni entrata è sotto controllo. La  parcella dello studio è più esosa, sulle unghie e la ricevuta è sottoposta all’aumento dell’I:V:A: e dunque, praticamente abolita. I casi sporadici

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 dell’accettazione, pur avendo pagato, la fatturas, addirittura latita costringendo il paziente puntuto, a reiterati viaggi. Nauseato, frustrato, avevo girato le spalle e me n’ero andato. Avevo persino sistemato mia zia in auto quando mi scppiò un lampo nella testa. La memoria mi esplose dicendomi che Mario Buitto lavorava quale Tecnico di Radiologia in  quell’Ospedale. Andai a cercarlo sperando che fosse in servizio. Allo sportello dell’accettazione, però affacciatomi alla vetrata, caddi di peso sul seno, negli occhi azzurri, sulle labbra carnose dell’infermiera di turno che mi guardava con una dolcezza lentigginosa e la memoria mi perse il cognome di Buitto, storpiandolo, morsicandolo, riducendomi ad un balbuziente. La bella infermiera, forse infastidita, si spostò al computer ed io ripresi fiato, anzi divenni rabbioso al cospetto di un addetto in abito borghese che con arroganza mi aggredì domandandomi: “ cosa vuole? “ Mi trattenni e gli chiesi del Tecnico Buitto. “ Non è in servizio. “ mi disse pensandoci qualche minuto volendo far credere che fosse in grado di poterlo fare. “ Cerco il Tecnico Buitto, sono un suo amico “ gli ripetei facendogli intendere di non aver sentito la risposta. Mi ero talmente alterato che la vetrata mi pareva fosse scomparsa. Quando la porta a lato si aprì ed apparve l’infermiera. “ Venga, si accomodi che glielo vado a chiamare. “  Mario mi venne incontro lungo il corridoio. “ ciao Armando che piacere vederti ma un po’ meno in questo luogo. Spero nulla di grave.” mi disse abbracciandomi. “ Ciao Mario è un dono incontrarti. Stai tranquillo, nulla di grave ma vedi, ho mia zia “ e gli  raccontai la mattina senza togliere l’ultima col signore allo sportello. “ Quello è un cretino. Non lo fa ma proprio lo è. Lascialo perdere, non vale la pena neanche a parlarne. Vai a prendere tua zia. E’ un onore poterti servire. “ mi disse e poi, chiamando l’infermiera: “ Cipolletta, vieni ti presento il mio caro amico, professore Armando Liperotto. Esce e torna con la zia. Fallo entrare che l’aspetto. Grazie. “  Ha fatto le radiografie a mia zia all’anca ed alla spalla sinistra, levandomi un peso.“ L’intervento di protessi è perfetto “ mi ha detto. “ Tua zia è rimasta traumatizzata. Non ha bisogno di un ortopedico ma di uno psicologo e delle sedute di fisioterapia ”  restando a disposizione qualora ne avessi avuto bisogno. “ concluse  Armando,    ridendo e forse deliziandosi il pensiero con l’immagine dell’infermiera.  “Debbo crederci. La protesi alla spalla ha richiesto tre interventi, all’incontrario dell’anca. L’ortoprdico che l’ha operata è un  Primario di successo. Ha un paio e mezzo di baffetti a zampa di topo, porta il due pezzi al collo ed impazza nei programmi d’intrattenimento della televisione locale. Un esempio di medicina mediatica aspettando che si concretizzi la telemedicina. La  propagandat l’ha inaugurata anche nel nostro ospedale ma che praticamente  non riesce a  funzionare.La malriuscita del primo intervento la colpa fu addossata  al fisioterapista, poi al cuscino. L’errore è escluso. Il medico è un pari a Dio e la colpa non deve neanche sfiorarlo. Parlare d’incapacità è addirittura blasfemo. La corporazione fa quadrato ed a pagare è sempre il paziente. L’onestà del medico è direttamente proporzionale alla sua emarginazione e se vai in missione ne hai coscienza a naso. Intanto mia zia ne sta pagando le conseguenze. Cammina a fatica, non sale le scale,  il braccio le è rimasto inceppato e lo usa malamente se spinta. Comunque, il controllo non ha sortito nulla. L’ho riportata a casa con il problema inalterato ” concluse mestamente. “ A volte mi sento inutile. Quello che facciamo non basta. “ riprese a dire quasi a fatica. “ Siamo  ingannati, trattati da babbei  un giorno si e l’altro pure. Ogni organizzazione, corporazione od associazione che sia, che abbia un pugno di potere, ha la protezione in tasca. Credono di stare al di sopra degli altri, della gente comune e di possedere il passaporto dell’ impunibilità. Han capito male. Verrà il giorno che pagheranno ogni malefatta ed a quel punto nulla può essere condonato. ” gli fece eco Melo battendogli una mano sulla spalla a rincuorarlo. “  Mario Buitto, è un padre che ha perso l’unico  figlio.  Frequentava il penultimo anno di liceo. Separato, il figlio viveva con la moglie Questa  morte gli ha tolto la speranza. Lo tiene in casa, mantenendolo isolato. Ogni mattina, quando sta bene, esce per andare a lavorare. Sono trascorsi oltre dieci anni che la tragedia l’ha colpito ma il dolore gli sta seduto accanto. “ riprese a dirgli Armando. “ La mattina alzandosi atterra con  l’esistenza in uno spazio alternativo. Pensa che si formi  un legame spirituale e materiale. Quest’alleanza gli concede la possibilità di tenere occupato il vuoto del figlio..La speranza gli deriva dalla filosofia che gli ha lasciato il suo ragazzo. Il conforto di potere aiutare gli altri, a farli camminare  con prudenza, fermarsi a parlare con dolcezza, ad accarezzarli e giuocarci, riesce ad

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 acquietarlo  a ridargli vigoria ” aggiunse Armando e continuò a dire: “ Ogni volta che c’incontravamo, stavamo a parlare per ore. Ascoltarlo era  un godimento della mente.L’oroginalità e la sapienza dei suoi discorsi, le battute per stemperare il clima quando si faceva più impegnativo, erano impareggiabili. Aveva la capacità d’estrarre dalle bocche più dure, dalle teste più malsane una risata d’apertura. L’allegria che disponeva era tanta che coinvolgeva il dialogo con la leggerezza e  l’ardire della scrittura graffiante della sua poesia.  Questa volta, però pareva che avesse perso anche l’ultimo appiglio.L’ho trovato  ingobbito, abbandonato, depresso. Alla mia domanda: “ Come stai? “ mi rispose: “ Andare dietro alla giustizia è massacrante ” e la sua voce mi sembrò che perdesse tono ma riprese con pacatezza a dirmi: “ Ho acconsentito ad iniziare la causa della morte di mio figlio, per contrappormi alla  mortificante valutazione dell’Avvocato di mia moglie. La vita di un ragazzo equiparata ad un gregge di pecore, ad un  terreno da pascolo. Un sacrilegio, un’onta che l’avrebbe ucciso  una seconda volta. Ho escluso dal coinvolgimento risarcitorio la madre. L’amico era anche lui figlio unico ed era  morto nell’incidente.Non volevo buttarle addosso anche questo, ma l’assicurazione doveva pagare.  Un passeggero non ha nulla da dimostrare. Il mio ragazzo stava con gli amici seduto sul sedile posteriore dell’auto. La causa doveva avere lo spazio della quantificazione del  risarcimento ma gli anni sono arrivati ad undici. Il pagamento di questo lutto “  mi disse  mostrandomi la  fotocopia dell’ultimo provvedimento  emesso dal vice del giudice “ può servirmi a non terminare sotto un ponte od in una scatola di cartone. Il risarcimento per la morte di un figlio non è quantificabile. Ma la verifica dei contribuiti pensionistici versati mi ha condotto alla realtà del quotidiano.  La pensione non mi assicura  una buona protezione. I datori di lavoro a causa dei mancati controlli, cadono sempre e comunque all’impiedi. Operano in nero e  non versano un centesimo. Questa gente sfugge alla giustizia con facilità.La denunzia non diventa mai operativa. Affossata nella catasta,  sotto le altre,  arriva per caso se vi riesce,  a vedere la luce, dopo molti anni per essere smaltita  nell’inceneritore.Se un occhio la vede l’altro  resta chiuso. L’impossibilità di procedere ha un miliardo di motivazioni. Il muro di complicità è frastagliato e non permette di sormontarlo. “ mi diceva quasi a cercare una scusa per l’impotenza che lo prendeva a schiaffi. “  La giustizia cammina a scarto ridotto gonfiando i tempi in un modo mostruoso “ gli dissi cercando di non essere stizzoso. “ Ma il maggior tempo, mio caro Armando è sprecato da sotterfugi e leggerezza. La complicità di alcuni  giudici, è palese. L’organizzazione è una continua vessazione. Uomini e donne chiamati a servire la giustizia invece l’avviliscono. Rinvii, verbali persi, assenza del giudice, richiesta di testimoni inesistenti, false dichiarazioni accettate senza prove, riserve, rinvii, altre assenze del giudice ed il vice che lo sostituisce, non può  che rinviare. Un’idienza ogni sei mesi od un anno ed il conto è pronto per ridurre una persona sul lastrico, in un reparto psichiatrico accompagnato dalle risate esberleffi da medici,  tribunale e compagnia assicurativa che si sollazza in questa fetida brodaglia. Ad un certo momento, il giudice decide che è ora che la causa vada a sentenza portandosi il fascicolo a casa. Par che sia arrivata al capolinea. La speranza, però muore al sedicesimo mese. Il giudice si assenta ancora una volta. Una donna è soggetta ad avvenimenti dai quali un uomo è esentato. Il sostituto ogni volta è diverso ma i precedenti dicevano che non potevano  prendere alcun provvedimento e non rimaneva loro che rinviare. Questo vice giudice, però va oltre e s’arroga il diritto di chiedere un’integrazione ulteriore degli eredi. La madre ha rinunciato all’eredità del figlio unico.  Il padre è morto. La ricerca di altri eredi e relativa notifica va espletata entro sessanta giorni pena la decadenza del procedimento in corso” concluse Mario Buitto con la voce ormai ad intermittenza. Mi sembrava che a tratti gli mancasse l’energia per continuare. Pervaso da una profonda tristezza, la depressione infieriva sul suo stato. Ma con un guizzo, s’ aiutò a respirare allungando il collo e la testa sulla spalliera della poltrona espandendo il torace. . “ L’indegenza è assoluta.” gli fa eco Melo Zullo. “  Il cittadino Mario Buitto si morde il cervello.” dice ancora il professore Armando Liperotto. “ A dire il vero, io che non fumo come sai, avrei accettato una sigaretta per la rabbia e l’impotenza. Vederla in quella condizione, io che lo conosco da tempo, mi ha fatto un male tremendo. Dopo qualche minuto, però si è alzato dal divano ed accendendosi una sigaretta si è affacciato alla finestra, voltandomi le spalle. Il tempo d’inghiottire qualche boccata d’acidità e si girò continuando a parlare, a spiegare con una semplicità

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 che a non voler capire è l’identica concezione che un uomo usa per abusare dell’intelligenza degli altri  per mortificarla. “  Il massimale assicurativo è a garanzia del risarcimento. La probabilità che possa intaccare gli eredi è nulla, inesistente anche perché vi ho rinunciato fin dall’inizio. Questo giudice mi par che sia una farfallina. Il giorno che deve decidere, manca e demanda un sostituto che dice: “ non posso fare altro che rinviare “ Quest’altro, però ordina pur essendo un sostituto, mettendosi nei panni del difensore delle compagnia assicurativa. Una bella dimostrazione d’indipendenza. Appare un tragico giuoco. Il gatto afferrato il topo lo tiene con le zampe, allentandolo e riprendendolo quando questo tenta la fuga convinto d’esser libero.  Questa professionalità è ondivaga “ dice con pacatezza, fumando lentamente e con esperienza, Mario Buitto “ e mi par che i principi applicati non hanno la garanzia della legge. Qualcuno ha interesse a ritardare la sentenza e chi concede questo tempo non lo fa certo senza trarne qualche beneficio. A chi la giustizia? “ Si chiede ancora Mario, alzando di qualche tono la voce, forse  reputando, ormai inutile la sua cultura. “ Ringrazio e spero che la mia intelligenza non assuma a suo rigor la  faziosità “ concluse, presumo per stanchezza, decadendo  nella sua poltrona disse Armando a Melo, girandosi a guardare i pini, le palme, gli oleandri e le panchine della villa comunale che li avevano accompagnati ed ora si erano fermati nelle loro aiuole, nei confini di cemento e ferro. “ Caro ragioniere Melo , un grido di rabbia mi stringe le labbra fra i denti, mi sento inutile, impotente. “ disse Armando a Melo fermandosi, stringendogli la mano con trasporto. Avevano raggiunto il cancello d’uscita del parco, ma prima di ritornare alle proprie attività, Armando sentì la necessità di concludere la passeggiata dicendo a Melo: “ Avevo bisogno di condividere questo peso. La persona  con la quale potevo e dovevo confidarmi sei tu. Mi sento sollevato. Sai qual’è la terapia medica di Mario? Secondo me la poesia. Non sei d’accordo? “ e senza aspettare la risposta che comunque era scontato sapesse, s’allontanò a passo svelto dicendo  a Melo : “ Ciao, a ben rivederci.”                     Il  ragioniere Melo Zullo, restò a guardarlo per un momento ancora, accendendosi una sigaretta, volgendo la memoria a Buitto. Gli sfuggiva il suo viso ma voleva ricordarlo. Sentiva di conoscerlo , d’averci anche parlato e più di una volta ma non gli si presentò, né il momento, né il luogo e le persone. Lo conosceva ma gli sfuggiva. Comunque ne rimase alquanto turbato. “  La solidarietà in questo caso vale poco. Quel che servirebbe sarebbe commettere un reato ma questo non rientra nei miei  principi “ si disse Melo riflettendo sul dramma che ogni uomo o donna che si incontra ogni giorno andando per strada. Ad ogni modo non è possibile  rimanere fermo, all’impiedi, seduto o coricato.  Ogni persona abilitata, deve muoversi, industriarsi per non perire nell’ignavia. Allora Melo,  s’aggiusta gli occhiali sul naso, s’accende l’ennesima sigaretta e ritorna in piazza a continuare la sua attività con umiltà.La concorrenza è spietata ed  è costretto a richiamarla alla correttezza. A volte, la saggezza e la diplomazia non bastano  e per salvare l’affare è costretto  a concedere qualcosa che anche se lecito considera comunque una sconfitta. La baldanza mattutina di Melo,però s’infrange appena scende sul marciapiede. La corsa verso l’auto che doveva metterlo in gareggiata col sistema in vigore nella comunità, è vanificata dall’arroganza del vicinato. L’auto che la sera aveva posteggiato nel rispetto della distanza, aveva subito il trattamento contrario. La mini 600 era marcata stretta e per districarla dalle consorelle, Melo non aveva altro da fare che sobbarcarsi manovre infinite, oculate e millimetriche. Sul principio, saltò rabbioso sulla punte delle scarpe, aprì la portiera dal lato guida ed abbassò il finestrino. Suonò rabbioso le trombe con l’ntento di richiamare l’attenzione di qualcuno che potesse dargli una mano. L’allarme, però non causò neanche un lieve movimento d’aria. La traversa fino all’angolo di destra che di sinistra, restò immobile nel silenzio. Le trombe non ricevendo una risposta desiderata, tentarono un altro approccio, S’alzarono in volo alcune colombe ed altrettanti passeri senza emettere un  pur fievole tubettìo o  cinguettìo. Il  massimo rumore fu un lontano latrare ed un miagolìo lezioso che si nascosero per due o tre volte  ritornando e scomparendo nel vuoto allo sresso modo di gocce d’acqua che si raccolgono all’uscita del tubo della margherita ed all’improvviso scoppiano e cadono nel lavabo. Altro non si appalesò, neanche l’ombra di un volontario prestato dall’ interessato o da

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 qualche parente allo scopo di eliminare sul nascere qualsiasi epilogo derivante dal mancato rispetto delle distanze stabilite dalla legge o per meglio dire, dal comune senso, oserei dire del pudore, del vivere civile. Melo,  ripiegò su se stesso senza alcun altro lamento di rabbia.  Né l’uno né l’altro proprietario delle auto incriminate si diede il pensiero di farsi vedere, di buttare una voce nell’aria: “ sto venendo “. L’attesa creò uno strato di silenzio che qua e là andava sporcandosi. Melo ne approfittò per riflettere. La situazione, a volte costringe anche chi normalmente non lo fa, a posteggiare irregolarmente. La necessità della notte, però dovrebbe accompagnarsi,  alla responsabilità di affidare una nota scritta al tergicristallo. La mattina, poi  premurarsi a rimuovere l’irregolarità. Il male degli  uomini è appollaiato ad ogni angolo di strada ed aspetta la scintilla per attizzare l’incendio. Allora Melo, volle  dichiararsi che l’ostruzione potesse essere casuale ed arrivò fino all’incrocio con la strada che si dava l’importanza  di chiamarsi principale ma che in effetti era secondaria, a vedere se si appalesasse qualche segnale di buona volontà. Invero fu costretto a  constatare  che il deserto si estendeva per  chilometri quadrati. Dunque prese per mano la pazienza ed andò a dare “ ‘na taliata “  all’angolo opposto della traversa arrampicandosi perfino per la ripida salita che conduce in piazza Maddalena. Quella zona della città era franca, di rispetto ed all’apparenza ogni attività si svolgeva armoniosamente.Ogni anno organizza una festa della Santa che lascia attonita la città. I giuochi d’artificio, sparati al terzo giorno della  mezzenotte,  chiudono la manifestazione. La bellezza dello  spettacolo  riesce a spingere sul balcone, perfino i “ trrispiti “ della trisavola che da nove mesi circa non le è consentito di spostarsi di un millimetro. I vermi che le fanno compagnia, irritati per il frastuono ed il sobbalzo interno, sarebbero capaci di schizzare da ogni bucherellino armati di gas nervino e richiedere la testa di un familiare Il nipote militare,  è da escludere a priori. L’accidente che l’ha privato dell’olfatto e parzialmente del gusto, in zona di guerra,  senza che il nemico l’abbia colpito, sarebbe la stessa cosa che mettersi una bomba senza controllo, sotto il culo. Ogni mezzo è buono per  non andare a fare la spesa nei cassonetti della spazzatura. Le  famiglie del quartiere sono  numerose e rasentano l’indecenza. Mangiano “ patate a ghiotta “ e la mattina col buio pesto vanno a fare la fila dietro la saracinesca dell’ufficio postale con la speranza di prendere lo sportello adibito al pagamento della pensione della nonna e di non esser costretti a ritornare altro od altri giorni.  Questo rettangolo panciuto della città , mantiene il male che circola nell’organismo di ogni  uomo, donna o  bambino comune e cammina nel rispetto della legge e non riesce a tenere la fame a debita distanza. La sorveglianza è serrata, ma la squadra è obbligata alla propria esistenza altrimenti avrebbero perduto già da tempo la memoria del Santi. Avrebbero potuto tentare la carta di chiedere un piccolo aiuto  alla “ famiglia Nicolicchio “ che produce  scarpe. La gente onesta, però si contenta di quel che riesce a racimolare col lavoro e respinge con gentilezza ed educazione la mano di questo benefattore, perché il rifiuto può avere un significato che non è tollerato.  Dunque,  Melo ritornò indietro quasi di corsa. Cercò conforto nella fontanella situata nell’angolo. Si bagnò la faccia  all’acqua fresca che libera scendeva nella conca e scrollandosi le gocce dai capelli, urlò la sua impotenza nelle mani chiuse a conchiglia a detergersi le sopraciglia.Prese gli occhiali che aveva riposto momentaneamente nella tasca dei pantaloni e posizionandoli sul naso, guardò le porte, le finestre, i  balconi e le fenditure d’avvistamento che occhieggiavano da sotto la grondaia di un paio di vecchi palazzi. Ma non riuscì a scorgere nulla. Ogni apertura rimase  oscura e se ne vergognò. Quella gente metteva a repentaglio la propria esistenza per racimolare qualcosa da magiare e non meritava questa gogna. La voce di Melo ripercorse ancora l’area della zona ma senza acrimonia. Stava metabolizzando l’inutilità dell’attesa  e dunque, aprì la portiera dell’auto e sedette alla guida. Accese il motore  e suonò le trombe in un ultimo disperato tentativo d’aiuto, azionando inavvertitamente, tergicristalli, frecce direzionali, fari di posizione ed abbaglianti, creando una confusione d’intenti che lo costrinse a rifugiarsi in un disagio bambinesco, cassando ogni speranza residua. Dunque armato della pazienza che un Santo non riesce ad accumulare neanche da morto, iniziò le grandi manovre di disincagliamento. Non s’aspettava nulla e si era votato al martirio. Sterzo e controsterzo, avanti ed indietro millimetro,

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centimetro fino a che stanco, stremato con la lingua penzolone sul mento, aveva portato la macchina oltre la linea di posteggio delle altre, bastante per uscire ed immettersi nella viabilità cittadina.A quel punto, pensò che poteva arrogarsi il diritto di fumarsi una sigaretta, almeno per riprendere fiato. Accesa la sigaretta, aspiarata la prima e stava accingendosi alla seconda boccata che una voce cavernosa,  gridando frasi incomprenssibili, saltò dall’angolo della strada che si definiva principale pur non essendola, materializzando un sembiante raccapricciante che pur rientrando nella categoria d’umano si esprimeva con la bruttezza di un rettile evoluto alla posizione bipide e si diresse alla sua volta. Melo cercava di convincersi che non era lui il destinatario di quegli epiteti ma dovette ben presto ricredersi. Quel ragazzo mal puntellato sulle gambe e la faccia appesa agli orecchi da un paio di forcine d’alluminio, pur con un andamento ondivago si dirigeva dalla sua parte e di certo non mostrava buone intenzioni. Man mano che si avvicinava, Melo lo scrutava scoprendogli le chincaglierie che lo ornavano. Aveva ai lobi degli orecchi per orecchini,  lamette da barba e dal collo lasciava intravedere nel movimento ondulatorio, parti di tatuaggi configuranti forse un drago. Melo credette d’intravedere la caudale e una spira di fuoco infernale. Ma soprattutto, notò  che aveva il mento a culo di ficodindia “ miricana “  e lo sporco della  barbetta,  nella drammaticità del contesto, lo indusse a ridere, a ridere, a ridere sbavandosi sul petto per non farsi scorgere. Quel ficodindia panciuto, però avanzava  contorcendosi alla stregua di una ballerina della danza del ventre. Allora, Melo  cercò di darsi un contegno e sporgendo la testa dal finestrino, gli pose la domanda che spontanea gli saltava sulle labbra.” Lei è convinto che questo sia il modo giusto di posteggiare? “ La domanda di Melo, sembrò sortire  sull’apprendista malavitoso, un effetto  pari ad un pugno in piena fronte, tanto che per un attimo parve vacillar sui tacchi ponendo i piedi a forbice. Ma dal cieco, gli partì un ringhio che a velocità di rally percorse l’intestino tenue, il duodeno, lo stomaco e scoppiandogli nell’esofago, gli corresse l’equilibrio e gli diede la spinta ad andare avanti.  Appoggiatosi con le spalle all’auto , presunta di sua proprietà, cominciò a rotolarsi  sulla fiancata in avanti ed indietro, emettendo fischi, tuoni roboanti, gesticolando con le mani e le braccia,  accompagnandosi con la testa e le spalle in apparenti  spasmi ed un, frenetico,  spaventoso sbattere delle palpebre degli occhi. Melo spaventato, si accinse  ad aprire lo sportello per andare a soccorrerlo temendo un colpo apoplettico. L’apprendista, però lo precedette girandosi alla sua volta di scatto continuando  a lanciargli minacce, oscenità ed ingiurie. Le labbra assumevano la forma del grugno.S attorcigliavano e s’accartocciavano verso l’alto emettendo dagli angoli una bava bianca che si colorava di verde, forse per effetto di sostanze invisibili, trasportate dall’aria.  Il secreto si depositava  sul mento  e per effetto del  risucchio gli saliva alle nari causandogli un intasamento micidiale da dover dedurre che da un momento all’altro l’avrebbe condotto al soffocamento. .Melo temendo il dramma in arrivo, sporse ancor di più la testa dal finestrino e per calmarlo gli offrì una sigaretta dicendo: “ Stia calmo. Non è successo nulla.. Vado. La saluto. Cerca di rimetterti. Stammi bene.. “ Il giovane, però par che non avesse alcuna voglia d’ascoltarlo. Melo si convinse che avesse in mente un progetto e continuò a serpeggiarsi,  magari mettendovi un  impegno maggiore. S’arrotola sulla fiancata dell’auto mantenendo i piedi sul posto, al pari di un serpe che pur muovendo il corpo sottoponendolo ad  enormi sforzi, non riesce ad andare avanti.   “ Questa è una recita che non mi piace “ si disse Melo. “ Questa sceneggiata ha uno scopo. Devo andarmene di corsa, lasciare che questo teatrante  cuocia a fuoco lento, la sua bruttezza. Qualche “ cumparennu “ verrà informato e correrà a soccorrerlo. La compagnia gli darà il coraggio di muovere all’attacco. Senz’armi e da solo non vale nulla. Devo andarmene “si ripetè Melo. Ma separato dal parabrezza , sotto minaccia, si era inchiodato al sedile, semiparalizzato. “ Ho bisogno di recuperare le gambe, sedare il tremore delle mani. “ si disse cercando di recuperare una sigaretta dal pacchetto dentro la tasca. L’impresa gli risultò alquanto difficoltosa ed allora estrasse a forza il pacchetto portandolo alle labbra. Addentò la sigaretta ed intraprese una spasmodica  battaglia con l’accendino tenendo sott’occhio l’apprendista e la strada. Dopo alcuni tentativi con la tosse sotto lo joide, accese aspirando profondamente ed espirando il fumo senza smuovere la sigaretta dalle labbra, aspirò

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ancora  ed ancora con l’intento di  recuperare  un minimo di equilibrio da spingerlo a mettere in moto. Ferito nell’educazione si sentiva indegno ma l’intelligenza conscia del pericolo, concordò la fuga. La mano lottò con la chiave ma in breve ebbe il sopravvento ed avviò l’accensione. Tuttavia, cercò di distrarre dal suo atteggiamento aberrante, l’apprendista. L’impeto di condurlo alla ragione era preponderante. L’idiota aveva bisogno di una scossa. Un ragazzo non può buttare alle ortiche la sua esistenza. Ma gli venne alla mente una massima della nonna. “ Se ad ogni pietra che incontri gli dai una pedata, a sera ritornerai a casa senza scarpe. “ Dunque serrò i denti e contrariato, mortificato, inveì contro la gretta ignoranza , l’incapacità di rendersi conto che quella strada ha i passi contati, guardò ancora una volta il ragazzo che si vomitava addosso contorcendosi sulle caviglie, alzò il cristallo, mise la sicura agli sportelli ed in un ultimo conato di saggezza, completò la manovra immettendosi in strada. La viabilità di quel tratto era innocua ed allora Melo, guardò nello specchietto retrovisore.Il serpentello a sonagli,  d’incanto aveva  interrotto l’esercitazione e stava asciugandosi le labbra .Il “ compagno di sventura  “ non era arrivato a dargli manforte ed ora che il bersaglio se n’era andato, la rappresentazione aveva perso significato. Melo lentamente girò l’angolo e senza fretta, costeggiando il marciapiede raggiunse piazza Maddalena  e posteggiò con le ruote di destra sul marciapiede. Ritenendosi libero dal rischio corso, volle rilassarsi, aveva bisogno d ascoltarsii prima d’affrontare la viabilità  della strada verso l’ufficio che sembrava mansueta ma che in effetti era caotica e stressante.  Melo sentiva la necessità di fornirsi una spiegazione. Il sentito dire  induce a  pensare diversamente  dal confronto diretto. Ogni deduzione d’immaturità, non salva la giovane età. Il male che avvinghia le mani alle ginocchia è la debolezza dei principi. L’individuo ha smarrito il galateo. L’incertezza della verità, della sicurezza raccoglie il giovane a far leva sulla forza del denaro. Questo metallo che solleva ed eleva ogni persona,  indipendetemente dall’intelligenza e dalla cultura, agli strati sfavillanti della società, richiede la capacità di guadagnarne molto, velocemente e senza lavora di gomito. Questa possibilità è detenuta dalla malavita ed il giovane, abbagliato vi si butta a pesce, senza pensarci un attimo.  La politica ha emarginato gli insegnanti educati, ha ingaggio di soggetti impreparati falciando l’erba del campo. La  conseguenza è il decadimento dei valori. L’ accreditato dell’autorevolezza del denaro  screditando la ragione della cultura ha allevato ragazzi indifferenti, senza rispetto e bulli che presto diverranno malavitosi. Manca loro l’ccasione ma hanno cominciato la scalata.  La parola gridata è garante del potere. La faziosità, la pseudo cultura che grida più forte,  s’arroga il sopravvento sugli altri.  Gli imbonitori faccendieri, han creato una falsa democrazia accentrando nelle mani spalleggiate dal denaro, l’autorevolezza, il potere  di dover civilizzare il mondo. Ogni nazione, però è madre della propria cultura. Ogni genitrice può  allattare anche i figli degli altri ma non li sottomette al suo volere. Melo, ad un certo punto, seppur con dolore non poteva far nulla o meglio quel che era nel suo diritto l’avrebbe adempiuto  con piena coscienza, senza dilazione o compromessi di sorta. Allorché si sentì in grado d’affrontare “ le volpi della strada, “accese il motore e s’avviò lentamente e con accortezza s’addentrò nella viabilità cittadina per raggiungere l’ufficio. La strada è alquanto scorbutica ma gli mpegni di lavoro debbono esser portati a termine altrimenti si perde il treno per il paradiso.Ordunque,  atteggiò la bocca ad un sorriso amico e scivolò sull’acciotolato e sull’asfalto,  al pari degli altri. Il percorso presenta  prove un metro dopo l’altro e non permette alcuna distrazione. Bisogna essere responsabili e non rispondere al sorpruso. Una manovra di ripicca può causare traumi ed anche la morte. La strada sta a bocca aoperta e non ha preferenza. Afferra e mangia e non è mai sazia. Ferma,  parti, accelera, rallenta, accelera, ferma. Questa fisarmonica raddoppia, triplica la distanza. Un colpo tremendo sul parafango, un volo, uno sciame di capelli, un casco che scivola con lo stridore di un motorino.  Melo perde il giorno dagli occhi. Ha bisogno di prendere fiato. La tensione l’ha consumato. Questa mattina sta dimostrando una cattiveria  bestiale, rendendolo non all’altezza di completare il percorso fino all’ufficio. Deve uscire da quell’inferno ed  allora si arma di frecce, trombe e quel che gli capita sotto mano e con estrema  prudenza spinta pure evita con difficoltà di strisciare  lo sportello di destra con il parafango del veicolo che è fermo e sale sul marciapiede posteggiando a spina di pesce. Ad ogni modo aveva tirato in alto il freno che le dalla debolezza, si sposta sulla sua destra. Cerca un buco per sgattaiolare

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 fuori dalla circolazione. Avanza sul lato, quasi a sfiorare le auto posteggiate,  ad andatura lenta, pronto ad infilarsi nello soazio vuoto, saltando sul marciapiede. S’avvede o forse percepisce di uno spazio libero e s’avvicina sperando che sia in grado d’accogliere la sua auto. La sua misura non è grande e basta un palmo per togliersi di mezzo. La manovra per occuparlo, non è facile. Dovrà azzardare qualche manivra, allargandosi, curvando e rientrando al centro. Un clacson alle spalle gli spara addosso la sua rabbia. Melo, intimorito salta sul sedile, stelline gli saltano sugli occhi impedendogli una buona visione del luogo e della posizione che ha occupato. Apre lo sportello e  con calma misurata scende dall’auto. Ha intenzione di raggiungere il bar del quale ha scorto l’insegna alcuni metri dopo l’urto che è scoppiato sulla strada.. Ha bisogno urgente di mangiare qualcosa. Ha la mano destra con la chiave  appoggiata sullo sportello e sta cercando di sincerarsi dell’incidente accaduto. Ma è costretto a  desistere. La vista gli tiene lontano il groviglio d’auto ed il traffico bloccato e dalla   signora del clacson. Ha fermato la sua auto dietro la sua ed addossata sui corpi di alcune  creature che con  le teste piegate, sottomesse compaiono  e scompaiono dalla latteria, da sotto le braccia  e dalll’enorme materia materna, gli grida con voce stridula da finestrino a guarnizione,  appellativi osceni, vergognosi, umilianti. Melo ne è subito colpito ma d’istinto cerca di pararli e deviarli. Ha bisogno d’altro che spararle in faccia la sua rabbia e le gira le spalle  Chiude  lo sportello a chiave e di sbieco gira la testa verso di lei per un momento a vedere cosa sta per fare. Oltretutto è  mortificato per le creature schiacciate dal suo peso e forse, da un  neonato posteggiato dietro in braccio ad un altro più grandicello che pienge senza tregua, probabilmente per fame o chissà cos’altro. Ma è un attimo che un conato di vomito lo piega sullo stomaco e gli  allunga il collo e la testa verso l’aiuola dell’eucaliptus che si erge  al centro del  marciapiede spartitraffico. Il trascinamento aiuolacentrico,  comunque non sortisce alcun effetto.  Mancata il magma si sparge a breve distanza in una macchia schizzinosa che richiama altri conati.  La violenza della spinta, però lo porta ad entrare nella conca evitando miracolosamente,  i residui di cibo della cena  compreso il caffè del mattino, riuscendo a salvarsi da una caduta portatrice di chissà quale evento e non certo lieto constata la mattinata,  appoggiandosi con la mano sinistra al tronco dell’abete. Recuperato un po’ di respiro, un pò d’udito e la vista, pensò d’aver smaltito il veleno del giorno. Guardò per caso il cielo e s’accorse che l’azzurro stava cadendo a  pennellate cedendo la sua bellezza. Sbalordito, con raccapriccio, abbassando lo sguardo ancora lacrimante, scorse attaccati con le mani, con i piedi o con entrambi, ai rami dell’albero, alcuni dei bambini della gentile signora venditrice di belle parole. “ Questa donna è un animale che non  conosce neanche le leggi della giungla.”disse Melo a se stesso  girandosi lentamente a cercare l’auto. Lo spazio era vuoto, la strada liberata ma nel mezzo del traffico, miracolosamente appeso allo sportello  col finestrino a perto, il  neonato giocava beato con una pistola. Il  seggiolino col sedile posteriore dell’auto a qualche metro con l’adesivo fosforescente con la scritta a lettere cubitali: “ bambino  che non piange “ Gli venne da pensare d’aver le traveggole e chiuse un attimo gli occhi, serrandoli, togliendosi gli occhiali e riparandoli con le mani. Senza mettere gli occhiali, aprì gli occhi e  guardò sui rami degli alberi dove aveva visto i bambini abbarbicati. Non gli risultò nulla di quanto visto antecedentemente e sollevato, con il dorso delle mani si deterse gli occhi. Voleva sincerarsi che la vista non fosse stata influenzata da un riflesso ingannatore.che il cervello non avesse manipolato l’immagine che la retina gli aveva trasmesso e che in realtà la macchina con il finestrino abbassato per intero, con la donna ed i bambini, compreso quello nel seggiolino sul sedile posteriore,  magari vinto dalla stanchezza ed addormentatosi,  stesse viaggiando verso la colonia marina: “ il Gabbiano “ ad alcuni chilometri di distanza, al confine occidentale della città. Un dubbio, però gli balzò nel cervello mettendosi gli occhiali e ritornando a guardare i rami dell’albero.Gli risultò difficoltoso accettare la visione che repentina gli si aprì a ventaglio. L’albero si era vestito a Natale e brillava di una luce lattigginosa, scoppiettante, somministrando la convinzione che il bambino armato di pistola in mezzo alla gareggiata,  fosse in realtà il paladino agganciato  al terzo braccio contando dalla cima sulla quale il seggiolino vuoto si dondolava cantando: “ ho perso l’amico, il mio unico amico. Aveva mal di

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pancia e piangeva impedendo ai fratelli, alle sorelle ed alla famiglia intera, di dormire. La pelle da bainca era diventata gialla.  La mamma l’ha portato in ospedale. Gli han fatto una puntura e l’han mandato a casa. A prima sera ha ripreso a piangere. La mamma, arrabbiata, la mattina l’ha riportato in ospedale. Il medico del pronto soccorso, a mezzogiorno, ha deciso di ricoverarlo. Il mio amico è morto dopo appena due giorni “ La mezzaluna che gli stava sotto di due braccia ed ad un palmo ed una junta sulla sinistra, chiuse gli occhi, s’oscurò in faccia e scuotendo  i campanellini che le ornavano le punte, scivolò fino al settimo braccio, trattenuta fortuitamente dalla bisaccia di destra di  un somarello ch’era posteggiato colà  in attesa di riprendere il suo viaggio. La coffa legata alla testa, mangiava  la biada  masticando lentamente. Saltuariamente lanciava un’occhiata per quel che gli permettevano i paraocchi senza aspettarsi nulla di’altro. La caduta della luna nella bisaccia, invero non gli apportò nulla nella postura  ma  divenne a dir poco strano. Alzò la gamba destra e si sfilò dalla testa la coffa della biada ed aiutandosi con le labbra ed i denti, si tolse i paraocchi deponendo l’una e gli altri,  nella bisaccia di sinistra. Alzò la testa in alto e digrignando i denti lanciò un raglio seccato e prolungato, ai rami degli alberi. Un colpo di fiamma scivolò dai bracci dell’albero raggiungendo in un fiat la coda dell’asinello che la sbandierò per la contentezza. La fiamma, arcicontenta, aprì una finestrella alla base e lasciò uscire una miriade di diavoletti che all’unisono avevano accolto l’invito dell’asinello abbandonando i bracci sui quali si erano sistemati. Ad un tratto, un fascio di luce gialla,  turbinò dal terrazzino  sopra gli uffici della compagnia di assicurazione Porando e con la maestosità che  lo contraddistingue, nella sua veste vescovile, il maestro Ivo Marpone, avanzò per andarsi a mettersi  in groppa. Il Dr Porando,  eletto Sindaco della città  pur essendo indagato per associazione mafiosa, con una maestria degna del capo, ordinò  alla vigilessa a cavallo più a portata di mano, accarezzandole la chioma bionda e la medaglia al merito appuntata al petto, sulla camicia bianca, di raccogliere i gerani variopinti  che pensili, dal terrazzino dell’appartamento della signorina Lucilla, scendono al suo  balcone. Il somarello s’avvede della festa di fiori e per far contento il sindaco, la vigilessa e l’antipatico del cavallo che monta, per pura cortesia, fa qualche passo, altezzoso, con la testa puntata al cielo, e poi prese il volo  con la tonaca vescovile ed i diavoletti seminascosti nei gerani. Melo sbalordito, certo d’aver le traveggole, lentamente retrocedette fino all’auto, temendo di cadere per terra. Aprì la portiera e si sedette. Prende con studiata lentezza, una sigaretta dalla tasca, la mette in bocca e l’accende aspirando con gli puntati sull’eucaliptus.Quando un bell’esmplare di alano appare  all’improvviso accanto all’auto e gli lecca la mano  sinistra.  Melo sente la paura montargli su per la schiena e ritorna con lo sguardo sui rami dell’abete. Ha bisogno di distrarsi dalla presenza dell’animale. La mano annoiata dal leccare del cane, si riempie di coraggio, si chiude a pugno e gli  scarica sulla faccia, sulla  bocca, sugli occhi una cragnuola di colpi. L’impatto del pugno con la testa dell’animale è  altisonante. L’eucaliptus, lancia in aria  un gruppo di passeracei che con il loro fragoroso cinguettìo lo assordano. La rivelazione lo riempie di gioia  e cantando “ ‘nsumma và “ intercalandola al fumo della sigaretta, accese il motore dell’auto e piano a piano a marcia indietro, lottando con clacson e invettive, s’imise nel traffico, avviandosi verso l’ufficio. Invero, nell’andare gli crebbe nel petto la misura della solitudine. “ Hobisogno di Masina “ si disse “ Devo vederla: Ho bisogno del suo amore. “ Il magone, man mano che s’avvicinava al palazzo dell’ufficio, aumentava ed allora decise di andare a casa di Masi La litoranea sulla quale Melo viaggia non presenta difficoltà di traffico da impegnargli eccessivamente la guida. Il mare azzurro e sereno che si estende sulla destra lo accompagna dolcemente e con delicatezza. La città sulla sinistra, con prepotenza, allunga i suoi confini sui paesi vicini, inglobandoli nel suo tessuto, quasi a voler toglier loro, pure il nome. Il cavalcavia  segna il passaggio di territorio ma la città riversa sul villaggio,  il peggio di quel che produce. Il torrente ingabbiato sotto il cemento e l’asfalto riversa putridume nel mare e la piazzetta a cento metri circa, pensile sull’acqua racoglie l’allegra bellezza della gioventù che giuoca all’amore ma che attrae qualche qualche banda in cerca d’emozioni. Naturalmente, per ovviare alla noia che la confusione assordante ed il continuo irraggiamento artificiale della città, crea loro,  emigrano, prendendo d’assalto la piazzetta e cercando  di prendersi  beffe dei locali e degli

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 occasionali frequentatori. I quartieri cittadini hanno altra roba da smerciare e non tengono ad averli tra i piedi. Il  gioco è duro e loro non hanno raggiunto il grado giusto di cottura. Hanno bisogno di farsi le ossa ed  attraversano  il ponte con arroganza e prepotenza. Melo dopo venti metri circa, accese la freccia per svoltare a sinistra e si pose in attesa in mezzo alla gareggiata. Un gabbiano piuttosto trasandato, di ritorno dalla pesca, passando a breve altezza, non seppe far di meglio che defecargli sul parabrezza un liquido bianco misto a macchie nerastre indigeste che s’espanse sul vetro in largo ed in lungo,  togliendogli  la visuale.Mettendo a dura prova i tergicristalli per l’acqua esigua che trovò nella debita vaschetta, si fece un po’chiaro inseguito dalle macchine in transito che gli sambra vero spifferargli addosso parte del veleno che tengono a riserva per ogni venienza. Questa gli risultava un bella occasione e se ne liberavano con grande entusiasmo. Melo pur sottoposto alla loro cupidigia, pazientò  ed al momento opportuno attraversò e s’immise nella salita che porta alla residenza di Masi. Posteggata l’auto nello slargo, scese e si chinò a prendere il mazzo di rose comprate al “ posto “ di Mucitto, situato alle spalle della  chiesa “ Mater Dei “ Daniele, il figlio di circa  quindici anni, che presiede quel punto vendita, in un batter d’occhio, gli aveva  confezionato un mazzo con il fiocco ed ornandolo pure con tre confetti, quasi due gemme di pino nano.“ Il ragioniere Zullo è amico di mio padre e deve avere il meglio. “ gli disse Daniele inchinandsi  a salutarlo e dicendogli: “ ai suoi ordini. A completa disposizione “ Il mazzo deposto sul sedile posteriore da Daniele, al prelevamento per prendere la via di casa di Masi, però si rese irreperibile. Aveva il compito di andare ad allocarsi nel vaso di cristallo azzurro, sul tavolo della stanza da pranzo e ricordarle il suo amore. Sorpreso e stupefatto constatò ch’era scomparso. Melo esterrefatto alzò i sedili e vi guardò sotto ma le rose erano sparite. Chiuse la portiera e meditabondo,  s’incamminò per la strada a piedi, rifacendola  all’incontrario fino alla nazionale con l’intento di sostituirlo con un altro, se non della stessa bellezza, almeno che gli rassomigliasse. La sigaretta in bocca, camminava e  fumava cercando nella mente “ come e quando “ era potuto accadere. Espirava il fumo e tirava  una pedata ad una pietruzza, ad una carta che gli si parava davanti la scarpa, preferibilmente destra. Voleva provare acapire il modo con il quale gli era stato sottratto il mazzo. Qualcuno, era indubbio, glielo aveva rubato. Questa era una certezza assoluta ma Melo,  non veniva a capo di nulla. “ Daniele l’ha messo sul sedile posteriore, ha abbassato quello anteriore, ha chiuso lo sportello e m’ha salutato mettendosi perfino sull’attenti. “ si disse ripercorrendo la via del mazzo. Guadagnato il marciapiede  di sinistra che costeggia la nazionale, continuò verso settentrione alla ricerca  di un negozio di fiori. All’altezza della piazzetta,  sul muretto che introduce in essa e che fa angolo, gli par di scorgere le rose di traverso,  abbandonate. ” Il mazzo di Masi “ si disse sbalordito. “ Il confezionamento è identico. Conserva ancora l’originalità che  Daniele Mucitto ha imbastito  per Masi “ gli venne spontaneo e con forza da dire, allungando lo sguardo, esaminandolo man mano che s’avvicinava. Ma si lasciò attraversare da un dubbio. Quella, è una zona ad alto rischio d’incidenti stradali. A causa di una errata progettazione con ovvia costruzione e la complice spericolatezza della giovane età,  quel tratto di strada par che sia  stato adibito  dagli amministratori, dalle  autorità preposte a cimitero delocalizzaro. Mascherati di carte e promesse, continuano a rimandare anno dopo anno, una idonea applicazione dei  principi stabiliti dai dettami dell’ingegnieristica ed i ragzzi intanto perdonoquotidianamente, la loro verde esistenza.  Quel metro di muro, però era libero da nicchie. La memoria si era messa alcuni centimetri oltre e se ne stava in attesa per proprio conto. “ Le rose di Masi “ si disse e si mosse per attraversare la strada.Appena Melo, s’accostò al muretto e sporse la testa a guardare la scogliera, il gabbiano trasandato che volteggiava sull’acqua del mare, sbattè forte le ali e s’avventò a difesa  dei fiori emettendo dal becco gorgoglii minacciosi. Melo, colto di sorpresa, si spostò indietro sul bacino cercando di ripararsi dall’assalto di quel volatile.  Ma non si lasciò intimorire e reagì riprendendo la posizione. L’irruzione improvvisa e prepotente lo mise a disagio ma recuperò in un attimo il sangue freddo. Infastidito dalla sua arroganza,  s’apprestò con la mano destra ad assestarle sulla faccia un sonoro schiaffone con l’intento d’impartigli una lezione  di buona educazione. Il  gabbiano, però  prevenendolo s’abbasò, afferrò il mazzo e  s’allontanò con  le rose infiocchettate  a mezzo del

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 becco, guadandolo di traverso con l’occhio destro in atteggiamento di sfida. ” Ho trovato il ladro ” si disse Melo guardando il gabbiano che a lievi colpi d’ala s’allonatnava sulla piazzetta.  “ M’ha distratto con la sua sostanza malefica e si è introdotto nell’auto,  dal finestrino di sinistra, lasciato aperto.Ha preso il mazzo ed è ritornato alla sua occupazione. “ continuò a raccontarsi osservando le evoluzioni acrobatiche di quel bastardo. Quando lo vide volteggiare viciniore alla grondaia di un palazzaccio bianco e nero, lo  bersagliò con un altro bastardo “ e rassegnato proseguì la sua  ricerca. A circa duecento metri  avanti, in una traversina quasi accosto alla strada, trovò il negozio di fiori. Il mazzo non era della bellezza di quello confezionato da Daniele Mucitto, ma faceva lo stesso,  una bella figura.  Ad ogni modo, il nuovo mazzo non ebbe la collocazione desiderata perché Masi non era in casa. La madre che al balcone stendeva la biancheria, gli disse con un simpatico sorriso “ Masi è al lavoro. Quando si ritira la informo. “ Melo s’allontanò ringraziando. Si sentiva un po’ sollevato. L’esperienza gli aveva insegnato che la salvezza della mente è il lavoro. Salì in macchina e con i fiori sul sedile posteriore, si avviò per la discesa. La bocca secca, però lo spinse a dirigersi  verso il chiosco situato nell’angolo sinistro della piazzetta. Posteggiò l’auto oltre l’imbocco ed entrò a piedi.  Un cassonetto per la raccolta dei rifiuti ed altri incementati  a breve  distanza l’uno dall’altro allo scopo di mantenere pulito, non assolvevano il loro  scopo. La raccolta non eseguita manteneva i cassonetti  stracolmi di rifiuti impedendo così,  a qualsiasi persona di non sporcare e per almeno cinque, sei metri quadrati,  tovaglioli, bicchieri, lattine, cannucce e scarti di pizza, tappezzano le mattonelle, indifferenti a quel gioiello sul mare.  Melo desidera bere una spremuta di limone con acqua, seltz  e sale. La bevanda è dissetante ed anche frizzante. Beve a pieni sorsi e par che senta gorgogliare l’acqua che sorge dalla montagna, direttamente nella gola.Stava navigando con lo sguardo sulla scogliera, nel cielo azzurro e sul mare calmo, di nacchie scure, bianche ed azzurro scure che spinto dall’istinto di conservazione, si spostò a girare verso la parte posteriore del chiosco che sostanzialmente non gli è concesso possedere per la sua conformazione. Ua motoretta è scivolata e si è  capovolta sull’immondezzaio .La caduta è disastrosa. Il ragazzo intendeva mettersi in mostra e si esercitava in acrobazie, accelerando e frenando, impennando e saltando. Una giravolta che accettare di ripetere è un colpo da senza cervello. La coppietta stesa  per terra, alza la faccia, le gambe, le braccia e senza un graffio si mette all’impiedi e si pulisce del sudiciume sparso per terra che appartiene anche alla loro beneficenza. Melo, avrebbe voglia di redarguirli ma è colto da tenerezza per il pianto della ragazzina e non ha il coraggio di dir loro nulla, neanche una parola di conforto e d’un fiato finisce il resto dell’acqua ed accendendosi una sigaretta ritorna alla macchina, si mette al volante e prende la strada per la città., lanciando un’ultima occhiata alla ripida salita.  Melo aveva conosciuta Masina in casa dei suoi genitori. Il signor Alito, è un suo cliente e quel giorno era andato a trovarlo per sottoporgli alla firma un contratto. Incassata la firma, stava approssimandosi a lasciare l’appartamentoe ritornare in ufficio. La conclusione di una favoletta alla piccola Feba, lo attardò ancora qualche minuto quando Masi rientrò dal lavoro a prendere la bambina che lasciava in affidamento ai genitori. Un’ondata di luce pervase la stanza e l a luminosità del suo volto lo abbagliò. Il suo sorriso lo avvolse dalla testa ai piedi svuotandolo della materia,  sollevandolo da terra. “ Mi è venuto un violento colpo di febbre “ soleva dire con un sorriso che gli sgorgava dirompente dal profondo dell’anima. Guardandola estasiato sbarrando le pupille da sotto gli occhiali, le strinse la mano dicendole il suo nome ma senza riuscire a capire bene  il suo pur giocherellando con le sue labbra.La possibilità di lasciare la figlia dai genitori dava a Masina, l’opportunità d’andare a lavorare senza alcuna fretta e mantenere la tranquillità che le restava.       La lotta è stata dura ma ce l’ha  fatta a conquistare la libertà, sottraendosi a quel marito che anziché confrontarsi con intelligenza e rispetto, tentava di risolvere i  problemi che ogni famiglia quotidianamente incontra,   a suon di ceffoni, pedate e pugni.    “ L’amore riempie ognuno dell’altro rendendo gioiosa la convivenza. La malagrazia svuota il sorriso, la mancanza di rispetto induce a buttare quell’amore in una discarica e cambiare aria.”  La contrarietà del padre l’ha  costretta a sopportare. La volontà di mantenere unito quel matrimonio gl’impedisce  di cogliere la sofferenza della figlia. L’autorità del padre segrega caparbiamente, l’amore in cantina e media i dissidi, le

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 percorse alla stregua d’incidenti di percorso.Le ferite, però  oltre a mortificare il corpo, dilaniano la mente ed ad ogni assalto, anche al pur minimo accenno, scoppia l’inferno che sonnecchia sulla soglia.La complicità della mamma le aveva datro il coraggio. La decisione di Masi a mandare il marito fuori di casa aveva indotto il padre a gridare pretendendo “ rispetto “, ma la signora Rosita l’ha messo in riga e con diplomazia, rabbonendolo gli disse: “ Il rispetto non è legge ma un comportamento che ognuno deve meritarsi. “ Il signor Alito, però non ha abbandonato l’idea ed ogni tanto, a seconda del clima che s’aggira sul lavoro, ci rimette mano. Melo s’accompagnò a loro per le scale continuando a giuocare e raccontare favolette alla bambina. L’appartamento nel quale risiedeva Masina era situato al piano terra della villetta padronale. Melo giocava e scherzava con naturalezza con la bambina che si divertiva e rideva con le lacrime agli occhi. Nella sua caratterialità, però recepì un impulso che lo chiamava a coinvolgere la mamma. La manata che aveva ricevuto tra capo e collo, gli aveva tolto il fiato. La brillantezza, l’inventiva doveva servire ad attrarre Masi, oltre a divertire la bambina. L’allegria di Feba fu contagiosa al punto di coinvolgere Masi nelle parodie. L’aiuto inconsapevole di Feba, si manifestò nell’invito di Masi a fermarsi un attimo a prendere qualcosa. L’aria si riempì degli odori del bosco e del mare in un’armonia di beata atmosfera familiare. Melo accettò con entusiasmo un caffè ma se ne pentì al primo sorso. “ Questa macchinetta “ le disse è poco usata e di conseguenza fa “ un brutto caffè “ in un tentativo di  scusarla e scusarsi della sua franchezza. Lasciandosi, però restarono, con la promessa giurata, di rivedersi presto. Ma saltando dalla gioia, gli scalini a due a due, Melo rischiò di slogarsi una caviglia con la conseguenza di dover  prolungare di parecchio “ il prossimo appuntamento “ restando fermo al quel danno. Gli poteva anche accadere di peggio ed allora, prendendo posto in macchina non potè fare a meno che ringraziare “ l’Angelo custode “ che l’aveva preso in carico, ritenendosi fortunato. Qualche settimana dopo quel brutto caffè del primo incontro, Melo reputò che il tempo trascorso, fosse abbastanza per non esser preso per un presuntuoso e cercò di rintracciarla. Il desiderio di rivederla lo teneva in ansia ed il suo nome gli saltellava allegro sulla lingua, contro il palato fino a fargli dolere l’ottavo molare che per lo sforzo di spingere il settimo, s’infiammava stuzzicando il trigemino marchiandogli, addirittura  la fronte di macchioline rosse inducendolo a credere  che fosse affetto da una strana forma d’allergia. La contrattazione con i clienti gli diveniva farraginosa. Si metteva fretta e concludeva senza la consueta, bonaria, amichevole verve.Gli incontri con i collaboratori, ad un certo momento ripiegavano sull’archeologia cittadina con l’ntento di protrarli nel pomeriggio e trasferirli alle cure di Orne. Melo, diceva  d’avere imparato, a conoscere il sottosuolo della città d’adozione, frequentandolo per ricerca. Invero, andava dietro ad un convincimento mai verificato. La sua conoscenza era sorretta dalla memoria, o a dir bene, da frammenti che aveva ricostruito ad uso e consumo personale. In fettetti, però aveva percorso quattro o sei passi nella galleria ed alle prime deviazioni, era ritornato alla luce per paura di non uscirne vivo. Secondo il racconto,  era stato guidato da un uccellaccio che non si reggeva sulle gambe, sporco di sangue che aveva raccolto nel tombino di scarico della stazione centrale dei Carabinieri..Si era messo in testa che quell’uccellaccio era il Maestro Ivo Marpone ed intendeva scoprirlo. Lampi di luce gli illuminavano le mura delle gallerie. Graffiti raffiguravano le gesta di un gruppo di uomini con la coda,  con teste e corpi d’animali. Esultavano giuocando con ossa  e crani differenti dai loro. La diversa.conformazione era acclarata da una conca ai piedi di una nicchia scavata nella parete, cosparsa di resti identificabili ad occhio nudo,  di persone umane.Melo ne restò esterrefatto e quasi stava per tornare indietro. L’atto d’umanità per il quale era stato obbligato ma che comunque  avrebbe fatto indipendentemente dall’arma che lo minacciava, l’aveva portato a termine. L’uccellaccio era stato preso in consegna, varcata la soglia della grotta,  da uomini in divisa di veterinari, forestali e della protezione civile. Non una persona di quelle s’interessava a lui, anzi erano scomparsi, letteralmente nella parete in fondo. Melo, in quel breve spazio del passaggio, scorse, forse, una croce rossa che interpretò simboleggiasse un ospedale, una casa di cura, una clinica privata. Ma non gl’interessava più di tanto in quel momento. I suoi occhi ed i suoi sensi, erano stati attratti da una giovane donna nuda, con i piedi immersi fino alle ginocchia in una vasca

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 d’acqua cristallina. Ospiatata nella terza o quarta nicchia di destra spazzava fuori, cancellava,  il resto della grotta.  Scolpita nella roccia era  illuminata da una luce rosata, soffusa dall’alto. Melo, cercò ma non riuscì a scorgerne la provenienza. Il corpo statuario,  perfetto nelle linee , con  le mani sui fianchi, esaltava la bellezza del seno pieno, turgido. Ad un tratto, con lo sguardo perso in quella creatura stupenda, spoglio della  volontà di ritornare alle sue responsabilità d’appartenenza, fu trasportato di peso in prossimità dell’auto,  posteggiata in una piazzuola brulla,  in prossimità della circonvallazione cittadina. Appena riprese conoscenza cercò di rendersi conto dove si trovasse.La strada rimase l’unico riferimento.Il territorio circostante che gli si parava di fronte fumava ed ammorbava l’aria. Melo pensò che fosse una delle tante discariche abusive ma lateralmente alla strada, scorse una montagnola. Volle verificare ed andò a palpare il muro coperto d’edera rampicante. Avanzò fin dove si distinguevano delle mancanze di vegetazione o credeva che ci fossero dei vuoti. Qualche minuscola rientranza, alcune irregolarità,  potevano  suscitare delle incertezze fino a montare la curiosità di un sopralluogo più approfondito ed alla luce del giorno.Ma a quella verifica, nulla indicava una probabile apertura, Eppure era sicuro d’aver percorso una grotta con delle ramificazioni al seguito degli uomini dell’uccellaccio. La notte stava addentrandosi nei suoi menadri e la sua presenza in quel luogo, avrebbe creato dei sospetti ad una pattuglia delle forze dell’ordine. Il meno al quale  l’avrebbero sottoposto era un interrogatorio con richiesta di documenti. Il peggio che qualcuno di loro, magari annoiato della serata, l’avrebbe provocato ed a secondo delle reazioni, avrebbero potuto ammazzarlo a pugni ed a calci .Conoscono la tecnica di colpire senza lasciare traccia sul corpo. Ordunque, Melo segnò per terra, una croce con delle pietre , in faccia  al muro dove era libero dall’edera. Salì in macchina e dopo un girare disordinato su strabelle, bretelle in terra battuta ed asfaltate, s’immise sulla circonvallazione e se ne tornò a casa. La memoria, però gli esplodeva e  si alzava all’impiedi quasi gridando. Afferrato da una forza creatrice, disegnava sul calendario-agenda da tavolo dell’anno precedente tirato fuori dall’archivio,  il percorso che l’uccellaccio gli aveva ordinato,  man mano a partire dal tombino fino alla grotta. Ogni ipotesi di tracciato, però lo conduceva  in quell’area con un margine d’errore, entro un raggio di cinquanta metri. I sopralluoghi effettuati gli risultavano negativi o per meglio chiarire restavano sempre e comunque senza la scoperta del muro. Volendo arrivare al un muro coperto d’edera, la scoperta gli dava a risultato, una villa denominata: “ Gablavo.” Allora, ripromettendosi di verificare ulteriormente,  perdeva la testa ad immaginare, il corpo prosperoso della  giovane donna scolpita nella roccia. A circa quattro, cinque chilometri da villa Gablavo, oltre la circonvallazione, verso nordest,  il  luogo ospita il “ Villaggio Flavia “ con un ipermercato ed un grande parcheggio sopraelevato. A ducento metri di distanza, si trova, il palazzo Salbìa, occupato per secoli, dalle suore dell’Accordo, adibito a museo civico. La mostra permanente, ma che a poterla ammirare è una fortunata coincidenza dettata la buona volontà dell’anziano custode, espone, fra gli altri reperti, la statua di una avvenente fanciulla che esce dal fiume dopo aver fatto il bagno. Questa creatura, però è mancante del braccio sinistro e del seno e si regge sulla gamba sinistra ed è senza piede. Risulta , invero dal ricordo di qualche anziano contadino residente nella contrada e confermato dal custode, specificando con la potenza del suo gilet,  pressato all’espansione  dallo stomaco prominente e tenuto a freno dall’ultimo bottone, da un “ qui lo dico e qua lo nego “ quasi vilento, che durante la costruzione dei due megaprogetti furono rinvenute  tombe ed altri reperti ma con l’indefferenza dei faccendieri che questa politica e questa società applaudono, ignorarono la storia e portarono a termine l’affare. La denuncia dei ritrovamenti avrebbe comportato il fermo dei lavori. La burocrazia e l’ente,  “ diu mi ni scansa e libiri, “ significava non costruire e perdere l’affare.” Il denaro apre le porte,  compra le persone, la legge terrena ed anche quella divina. “ gli diceva la professoressa Giovanna Matrango La sua cliente, insegnava filosofia in vari plessi scolastici della provincia. La mattina alle sette, prendeva l’autobus che la portava dopo circa un’ora e mezza alla sede centrale. Espletate colà le prime ore, ripartiva con l’autobus locale od in compagnia di un collega occasionale, a completare il resto delle ore assegnatele, in altri due differenti scuole. La

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professoressa Matrango, non era una persona accomodante. La sua lingua è senza peli e dunque è sottoposta alle angherie del potere e sapeva per esperienza quel che diceva.   L’invito a pranzo alla tavola calda con cucina casalinga della signora Meluccia che  distava circa  duecento metri dall’ufficio, concludeva la mattinata.  Andavano a piedi così che gli cadeva a pennello per il ritorno. Appesantito dai vari assaggi ed assaggini che la cuoca casalinga era solita preparare, una  passeggiata  era l’ideale per alleggerire il processo digestivo  e prendere un po’ d’aria anche se infestata da un alto tasso d’inquinamento. Il fornellone,  situato sul marciapiede con la carbonella ben disposta, a fuoco lento, coceva a menadito, la carne od il  pesce, secondo quel che gli avventori sceglievano,  preferivano mangiare,  che condito con un olio di alta qualità e qualche spezie, esaltava la sua fragranza. Il tavolo situato all’interno, accosto all’entrata, era un’attrazione culinaria.Esponeva varie pietanze che nelle case moderne,  le donne o gli uomini, non preparano per l’esiguo tempo a disposizione ma soprattutto per la mancanza di esperienza e conoscenza. Molti piatti, infatti vanno persi da una generazione all’altra, sia per disamore verso la cucina con la complice incuranza delle madri e sia per l’assunzione d’altre cibarie pubblicizzate da questa società mangia e fuggi. Ma il peggior risultato che viene meno, però è il  rito della tavola con la conseguenza di un progressivo disgregamento della famiglia. Ognuno, con gli occhi sbarrati,  sulle varie e buone pietanze, perde la conta e prende ogni cosa. Gli odori ed i sapori della cucina della nonna,  memorizzati dall’infanzia all’adolescenza,  vengono a galla e reclamano il posto che spetta loro per nascita. Il desiderio fa il pieno ed al tavolo, quasi tutti  siedono col  piatto stracolmo di cibarie. Un assaggino a quel punto è diventato un pasto ed è  un peccato non consumarlo fino all’ultomo tocchetto. La tavola, simapaticamente apparecchiata, mette allegria e l’abbuffata proseguirà con la grigliata. La tovaglia, i tovagliolini ed i bicchieri di carta riciclata,  dipinti a mano dagli ospiti del collegio “ dei frati  pellegrini, “col sorriso e la gentilezza della famiglia, completano la magìa. L’angolo di bontà libera la mente dai malanni e sparge la salute. Ogni persona con o meno problemi di stomaco, mangia  con gusto ed è  indotta   a pensare che oltretutto sta facendo, anche del bene. Questo pasto semplice e saporito, è utile e contribuisce  a sollevare dalla disperazione, tante  famiglie. La soddisfazione di dare un aiuto concreto a chi  si fa carico di badare a dei figli che altrimenti sarebbero condannati all’indegenza per la mancanza di politiche sociali adeguate, conduce al saldo del conto che non è esoso,  alla convinzione  che il portafogli anziché alleggerito è stato riempito d’amore, di quell’amore che a parole ogni persona sventola ai quattro venti ma che non ha idea di cosa sia, ed esci  salterellando alla stregua di un bambino.  Il ritorno in ufficio si dilungava in caffè e sigaretta intercalati da qualche virgola da sistemare alla storia dell’uccellaccio. Il pomeriggio s’affacciava con un profumo conturbante e  Melo passava la trattativa alla segretaria. Chiuso nella solitudine della sua stanza con caffè e sigarette se ne stava a covare  il suo amore che gli diventava sempre più esisgente.Orne, gli porgeva un breve cenno di saluto ed era operativa. Una carezza con lo sguardo a quel suo datore di lavoro e preoccupata ,  prendeva  in mano la situazione. Ogni tanto sospendeva ed andava  a vegliarlo con discrezione. Avrebbe voluto fare altro ma confortata dall’ntelligenza, tratteneva “ il pensiero “ e ritornava al suo lavoro.  La segreteria telefonica aveva lasciato Melo di stucco, senza parole.  A priori, la considerava una nemica ed ora,dopo due o tre se non quattro tentativi, addirittura acerrima. L’avrebbe fatta a pezzettini e buttata nel fiume, per dire, considerandolo un retaggio dell’ignoranza. Quel distacco innaturale, però lo metteva in imbarazzo. Il desiderio, il bisogno d’ascoltare, almeno la presenza della sua voce, gli avrebbe reso meno sofferenza. Voleva invitarla a mangiare una pizza od andare a bere qualcosa, ma quell’ostruzionismo lo infastidiva al punto da  catalogarlo ad  “ uno  schiaffo. “ Reclamava un motivo ragionato. Amava parlare con le persone faccia a faccia e quando si sentiva costretto a parlare al telefono tagliava corto. Orne aveva imparato presto e gli passava,  solo quelle telefonate che non riusciva ad assolvere o girare ad un appuntamento in loco. Questo caso invero si era trasformato in un rompicapo e lei era esclusa senza pietà, soffrendo passo passo alle sue spalle. Questo suo sentimento era spontaneo, esclusivo e lo teneva in posteggio, liberandolo quando poteva, ammorbidendolo con la vicinanza,  infarcendolo di un tocco e fuga. La ragazza

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 s’accontenta, gli si avvicina , si stende accanto ed accompagna il suo desiderio con un “ permesso. “ Il saluto è educazione e le  permette di stare all’impiedi, arrampicarsi alla struttura e mettere alla  prova l’impugnatura La velocità di mitraglia e pistole è proporzionale all’oscillazione dell’alzo al grido:” ferma o sparo. “ L’osservatorio di Melo è molto limitato ma il rispetto è l’elemento che la eleva e la mantiene al di sopra dell’età che la tiene sui tacchi alti. Orne è disinibita, svestita di orpelli e modelli ma ha l’intelligenza della donna adulta. Melo è cosciente del sentimento di Orne ma ha un imbianchino che  lo afferra per la cintura dei pantaloni  e con un bastoncino di plastica del lecca lecca lo alza e lo distende su un’asciugamano sporca di sabbia e calce.La carrozzella  di Pietrino Lario, in attesa sul davanzale della finestra,  lo prende a bordo facendo slittare la ruota di destra nell’aria calda di scirocco e lo depone sul marciapiede, apre il tettuccio  e  lo accoglie nelle sue braccia gridandogli in fondo al padiglione auricolare: “ Ragioniere Zullo, stia tranquillo. Adesso l’accompagno a fare una gita archeologica. Questa città sotterranea è un incanto per gli occhi dei  fortunati. La scelta non è occasionale ”  Irritato chiudeva il telefono senza lasciare il messaggio, seppure la segreteria glielo consentiva. Melo di messaggi ne aveva a iosa ma quel che gli veniva era uno sberleffo, un’ironica pepronciniata.Un modo per  esorcizzare la timidezza che comunque lo attanagliava. L’incontro con Masi l’aveva sentito quale ritrovamento di una persona cara che accidentalmente aveva perduto di vista. Ordunque la sentiva apparentata, complementare alla sua persona. Allora, confidò che presto avrebbe avuto la sua presenza telefonica. Nel contempo rispetta il suo costume di amante del rapporto diretto ed allena il lampeggiare degli occhi.sulla  porzione di bellezza di cielo che la finestra gli consente di vedere dipingendolo con il fascino dell’amore che lo consuma.  Alla quarta o quinta prova, costretto a soggiacere all’automatismo telefonico, a malavoglia s’arrese. Il desiderio di rivederla, ormai rasentava l’ossessione. Allora, afferrò la cornetta del telefono, compose il numero e guardando il quadro appeso alla parete con l’effige di San Giorgio a cavallo che infilza il drago con la spada, stampata su un foglio di latta ricavata da una scatola per la conservazione del tonno della tonnara locale, con tono pappagalloso gli recitò l’invito.” Ciavo. Che fai? Hai qualche sera libera? Se si e ti andrebbe d’uscire con me, si potrebbe andare a bere qualcosa o meglio mangiare una pizza. Aspetto un tuo cenno. Ciao. “ Aveva acquisito una strana leggerezza forse a causa del calo di tensione e stava per rimettere al suo posto la cornetta. Ad un centimetro, però della chiusura del telefono, gli sovvenne che forse non si era presentato e sorridendo aggiunse: “ Mi ero messo in testa che potessi riconoscermi dalla voce. Non sono presuntuoso. Comunque, sono Melo. Spero, mi auguro, però che non ti sia scordata di me. Ciao. A ben rivederci. “ concluse riattaccando.L’amico Pietrino Lario che stava in attesa sul davanzale della finestra succhiandosi il pollice in mancanza di un lecca lecca, alla velocità della luce, avviò il motore del triciclo e lo trasportò fuori dalla stanza, dalla città con la volontà dichiarata di evitarli ogni pur minima interferenza. La confusione corre  lungo la statale, esce e s’arrampica nel letto del torrente in secca, punteggiato di pietre appuntite. Costeggiando i paletti conficcati nella parete scoscesa, percorrendo il viottolo che solo il suo triciclo è in grado, succhiandosi pure le labbra, accompagna  il ragioniere Melo Zullo all’ovile di “ Franco Coraio. “  Manca  poco a mezzogiorno. Melo apre gli occhi e crede d’essere uscito da un incubo. S’affaccia alla finestra della casa colonica ed il sole caldo lo abbraccia. La prigionia che s’era  impossessata, perfino del cavo orale, della  lingua, quasi  mordendogliela, si è dissolta. Melo ha raggiuto  il piano del promontorio ed esultante di gioia bacia la terra. La rotazione del busto gli causò qualche dolore ma la bellezza che gli si apriva davanti agli occhi, era incomparabile ed a grosse falcate coprì  la distanza che lo separa da casa.  Qualche giorno dopo, squillò il telefono e con una strana ed inusitata euforia, si scagliò ad afferrarlo impedendo ad Orne di prenderlo. La voce di Masi gli parlava con dolcezza e lui dalla gioia diventava leggero che quasi s’alzaca al tetto. “ Ciao Melo. Sono Masina “ gli disse lei. Melo voleva risponderle ma non riusciva a spingere fuori le parole. La lingua gli si era inceppata.” Ho ascoltato il tuo messaggio con tanta emozione. Non potevo dimenticarmi di una persona che ha fatto sorridere mia figlia.La tua dolcezza mi ha detto che hai un animo buono. Sarei felice d’uscire e mangiare qualcosa assieme a te.”andava dicendogli Masi. Melo, all’improvviso, ebbe un corto

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 circuito. Quel sarei, gli scoppiò nella testa mettendolo a tappeto.Il dubbio gli saltò addosso ed interpretò il “sarei “ in un non posso. Questo lo  indusse a  realizzare d’essere ostaggio di un male atavico. Una maledizione ricevuta in eredità e lo costringeva a pagare.” Gli errori non si tramandano. Le colpe di altri non possono cadere sui figli. “ si disse. Doveva liberarsi di questo modo di pensare e con calcolata prudenza, saltò sul dorso di un asinello al pascolo e messosi a pelo, lo  spinse per la vallata tirandogli gli orecchi. Mantenendosi staccato dalla strada, andando al passo, fece un ampio arco, man mano, raccogliendo code di lucertole. Aveva bisogno d’accatastare un po’ della fortuna sfuggitagli. Quando credette d’averne abbastanza, con fare baldanzoso, s’accodò ad un corteo di giovani  inneggiante  alla libertà.” La missione di cambiare il mondo dalla mattina alla sera escludendo perfino la notte, l’ho combattuta e questa m’appartiene. “ si disse  Salì le scale di casa che il sole era tramontato ed il buio stava  volando a bassa quota, secernendo un freddo velenoso spinto a valle dalla montagna Accese la televisione mettendo il volume al minimo e si distese sul divano.Sentiva la necessità, un  bisogno fisico e mentale, di riposarsi. Avrebbe cenato quando sarebbe stato in grado di stare all’impiedi con equilibrio stabile. Gli occhi e le tempie stavano per esplodergli.  Stava perdendo chiarore e fu estromesso dallo spazio e steso al pari di un canovaccio sporco.  Confondendosi nel cielo, spiegò al massimo,  il tempo inducendosi  a perdere le coordinate.Il  metro,  esalò la misurazione e gli  lasciò libero,  il campo d’azione. Quando Melo fu riammesso in casa e nel circuito televisivo,  stava all’impiedi anche se un po’ tremante e  confuso .Il vortice freddo ed orripilante del telefono, all’istante si trasformò in un medicamento. La voce di Masi. La donna che cercava correndo dietro ad ogni persona credendola lei,  lo chiamava.. Masi stava  cercando Melo.” Mi stai ascoltando? Questa sera non lavoro. Sono libera. Possiamo andare a mangiare una pizza.” gli disse. Melo, disteso per terra la chiamava a sua volta senza sentire la sua voce. Ad un tratto afferrò la coscienza con le dita artigliandola e la costrinse ad ascoltare. La voce di Masi al pari di un farmaco in indovena, raggiunse le cellule interessate e le scosse. La diceria fu soverchiata dall’effetto e rispose dimpeto all’appuntamento di Masi. Messa la cornetta nel vano del telefono, quasi levitò a mezz’aria. Scese un attimo per prendere la realtà e con la bocca spalancata e le labbra raccolte sulle gengive, volò nel vortice alla volta del luogo dove atterrava il suo sogno.La rotonda di piazza delle quattro Sirene meno metà della centrale, asportata da uno sconosciuta, forse per avere una compagnia di notte, era chiusa al traffico. L’interruzione della circolazione, però era abusiva. La piazza a conchiglia con viale del mare alle spalle,  è il richiamo naturale di moto, auto e  gioventù di diversa estrazione. La notte ed il giorno sgommano, ballano con una musica martellante al massimo del volume, sonnecchiano stesi sui gradini, si sbaciucchiano e si  toccano senza che il sesso sia una discriminante. Sono tanti ed ognuno sviscera la propria inclinazione. Qualcuno  legge con gli orecchi nascosti negli auricolari  del CD. Questa è una gioventù che corre contro il tempo, nella speranza di sconfiggere la solitudine. La mancanza della presenza genitoriale, induce questi orfani ad abitare questa piazza alla stregua di un campeggio. L’Arancia hotel sito a quattro passi, ha eretto nel giardino d’ingresso con un cancelletto laterale una panineria. Sono provvisti di ogni specie di cibarie. Basta loro, alzare il naso e la bocca in alto e respirare  piano, spinti dall’istinto.  La visione dell’arco di nuvole che striscia sull’orizzonte e quasi paralizza il mare, è asservita  dal   maestro Ivo Marpone  che a cavalcioni sulla tunica vescovile svolazza sulla piazza. La maschera col  sembiante dell’animale che gli appare più congeniale, guida l’attacco..L’uccellaccio, scende di quota e con gli artigli afferra per la maglietta la vittima di turno e risale con un dondolìo arrogante. Quando reputa d’aver mangiato abbastanza, s’allontana puntando l’orizzonte verso nord o sud, est od ovest, secondo l’estro, senza alcuna differenza.Comunque non è mai sazio  Sa che è un animale protetto ed ha al servizio nomi belli e brutti, professori e direttori, ristoratori, camerieri e dottori d’ogni categoria, trafficanti, faccendieri e politici, benefattori e lavoratori disoccupati, occupati che desiderano incrementare il salario. Il Maestro IvoMarpone aveva appena lasciato la conchiglia con le tre sirene e la metà rimasta, trafugata, quando ad un tratto,  virò e ritornò sulla  piazza. Ubriaco di piacere sputò alla statua più bella nella bocca e con un ruttò tremendo, roboante, aprì la patta e pisciò sulla piazza. Raggiante schizzò lontano lasciandosi in coda il mare ed oltrepassò  la

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 montagna scomparendo  senza lasciare traccia. Quando sfuggì dalla vista, la sera stava imbronciandosi. Melo, quasi si rabbuiò constatando l’efferetezza del Maestro. L’aria circolante, abbandonata, senza una protezione adeguata, era carica d’odore di petrolio che induce all’arricciamento delle nari. ed affatica la respirazione.  Invero, è un obbligo mantenere pulita la città I responsabili del fumo, però asseriscono che quel fumo è salutare e gli organi di controllo, ci credono sulla parola. Hanno di che farsi perdonare ed il ricatto è l’arma migliore per tenere il male sotto silenzio. L’equilibrio del futuro di ogni persona, però è messo in pericolo ed il rischio di estinsione si fa concreto e non salva  nessuno. Questo ragionare “ è civile “ si disse Melo “ ma se le istituzioni “ non raccolgono la mia buona volontà , anzi  “ disperdono il mio lavoro “ a che mi serve non sporcare? “ continuò L’imbarazzo lo attaccò e perdendo pure,  un po’ della gioia che lo riempiva, si indusse ad essere più accomodante. Allora lasciò la macchina all’imboccatura , prima dello svincolo per la via del mare senza entrare nella conchiglia e proseguì a piedi. Una fisarmonica, piano piano venne fuori a distribuire,  a beneficio di ogni anima, una musica dolcissima  che l’aria che copriva la piazza, nel tentativo di cancellare l’arroganza del Maestro Ivo Marpone, quasi inciampava nella statua spezzata rovinando su quella variegata umanità che la famiglia, distratta, si è scordata. Il buon senso convoca  la responsabilità e porta a casa la famiglia.Il buon padre ha l’impegno a far cogliere loro il calore del focolare. La misura, però man mano fu trascinata,da una cordata di correnti,  in giri concentrici saturi di sostanze nocive ed il male ritornò indietro, insufflando senza riguardo, i polmoni della gente ignara che andava per lavoro, per divertimento od altro ad inseguire, le strade della città.  Il viale del mare, deriso, schernito, comunque vi conviveva. La conchiglia con le sirene, l’accettava,  rispettava ed addirittura  trattava d’amico.La panineria era sempre aperta ed accogliente. La solitudine crea insicurezza La visione s’accorcia e qualsiasi mano che viene s’afferra per non annegare.  La notte dopo aver  festeggiato il compleanno o trascorsa una serata in compagnia, uscendo, salutando, accendendosi una sigaretta, capita ad ognuno, d’inciampare nella tunica vescovile che sta in agguato..Qualcuno ed un altro, riprende il passo  e continua la sua strada. Il Cavaliere Sipala, con il braccio destro appoggiato sulla portiera semiaperta dell’auto, è visitato e coccolato  da una palombella con la mantellina giallo-azzurra sulle spalle. Il Primario di chirurgia della casa di cura “ Santo Sclavato Cono “  si presenta saltellando sulle gambette lunghe e filiformi e senza degnare  alcuno di uno sguardo sale di corsa in camera. La colombella che lo assiste  gli corre  tacco tacco e lo supera aprendo la porta. Un ordine degli occhi ed è eseguito  il pronto intervento ritornando in tempo al tavolo di comando a trarre dal bidone  per il trasporto di petrolio,  il camice bianco,  pulito, stirato e pronto ad essere indossato.  La categoria degli  infermieri del Maestro Ivo Marpone, calza in testa un casco nero e tiene in  tasca, a portata di mano, i ferri del mestiere. La professione, comunque lo comanda a spingere, con prudenza la poltrona rivestita di pelle maculata, impermeabile e con gli ospiti, seduti, ben sistemati, lavati ed accuditi. Questi professionisti, hanno una dispensa speciale e quando  ritornano a casa propria,  si lavano le mani, prendono fiato aprendo la porta ed abbracciano, baciano  tirandoli sul petto, i figli e la donna che gli è dedita con amore.  L’appuntamento con Masi è al “ bar del marinaio “ in piazzetta della libertà che si trova a quattro passi dalla piazza delle quattro sirene meno mezza La conoscenza, però non impegnava nessuno, neanche un anonimo, a distinguersi. La posizione d’impotenza nella quale, Melo si trovò,  era mortificante. Avrebbe voluto escogitare qualcosa ma non era in grado di smuovere nulla. S’accese una sigaretta cercando d’alleggerire la situazione. Una strana salivazione gli riempì la bocca inumidendogli il filtro che si staccò restando caparbiamente appiccicato al labbro lasciandogli nel rimuoverlo un senso di bruciore. Il tabacco, poi che sputava dalle labbra spingendolo con la lingua lo indusse a buttare la sigaretta. La statua della libertà aveva la faccia deturpata e sporca di vernice.Melo riuscì a non dirle una parola, ma pensò “ alla fatica, alle morti “ per poterla avere. Scorse Masi seduta sotto il gazebo.Gli  voltava le spalle.Allora le si avvicinò con passo felpato evitando di smuovere la ghiaia del vialetto. Appena le fu accosto,  le pose una mano fra i capelli arricciati, mossi, vaporosi, e sopravanzandola dall’alto, piegandosi ad arco sulla testa, le sussurrò: “ Ciao Masi. “ Lei alzò la faccia a guardarlo e sorridendo gli rispose:

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 “ Ciao Melo. Alla buon’ora. Stavo pensando d’andarmene. Mi son sentita trascurata.Credevo che t’avessi trovato ad aspettare “ Melo  mettendole la mano sinistra sotto il mento, con voce pigolante, le disse: “ ti chiedo perdono se sono arrivato un po’ in ritardo. Ho mancato ed ho tradito il tuo desiderio. Mi sono perduto  nell’aria delle sirene venendo a piedi. Sono un volontario.Mi metto al  muro e mi fucilo “ le disse giocherellando con i suoi occhi e la baciò sulla bocca. Masi gli consegnò il suo bacio ed odinandogli serietà, gli prese la mano e lo indusse a sedersi. La gioia di Melo era incontenibile. Ad un tratto, quasi calpestandole i piedi, un tacchino vecchio e spelacchiato, con la testa nascosta in una bustina consunta innestata di culi di scimmie e zampette di gallina padovana, vestito con bucce di melograni,  sputando i semi nella mano, gli chiese: “ cosa debbo servirvi? “ Melo che non si era accorto della presenza del cameriere , realizzò che non si può mettere a servizio una persona che manca d’educazione e spazientito, guardandolo alla stregua di un vermiciattolo, gli disse “ più tardi, venga dopo “ ma anziché andarsene, il tacchino continuava a girare sul posto sputando i semi nelle mani. La sua rozzezza, afferrò Melo  per la gola spingendolo ad alzarsi  ed andare in un altro luogo. .Ma non volle darsi d’intolleranza e si creò con caparbietà un velo d’indifferenza e lo ignorò. Svincolatosi dalla sua persona, volse ogni attenzione all’alba che gli si apriva davanti.Masi splendeva e Melo voleva esprimerle parole che fossero all’altezza. Avrebbe voluto dirle che qualcosa di grande gli era cresciuto dentro. Reputava indispensabile  dirle che l’amava.“Stavo osservando i gabbiani quando sei arrivato.” gli disse Masi. Le dita dielle mani di Melo, pari  ad artigli d’acciaio, si misero ad aprire fori nella tovaglia di carta che copriva il tavolino  e dovette  massaggiarsi  i  polsi per star seduto. Quel tacchino vecchio e spelacchiato che gli girava intorno, lo innervosiva, gl’impediva di pensare, d’iventare delle parole d’amore uniche.Avrebbe voluto andersene senza ordinare ma rivoltosi a Masi le disse:“ Sono mortificato. Questa presenza mi dà fastidio.“ le disse prendendole la mao sinistra e baciandogliela. “ Prendiamo qualcosa e togliemoci questo tacchino di torno “.Melo era abbagliato dalla sua bellezza. La sua luminosità lo attraeva con forza. Una voglia  immensa di baciarla, abbracciarla, accarezzarla,  lo spingeva a starle quasi addosso. Le accarezzò le mani, le braccia, le spalle senza timore. Il desiderio, quasi non gli concedeva l’opportunità di ragionare. “ Un aperitivo analcolico “ le disse lei tenendogli le mani, accompagnandogliele e riunendole nelle sue. “ Due analcolici “ ordinò Melo al  vecchio tacchino vestito di bucce di melograni. Dopo aver scritto non senza difficoltà, le ordinazioni su un taccuino, con calma, lentamente, il cameriere si allontanò verso l’interno del bar e Melo, avvicinando la sedia a quella di Masi, baciandole le mani, le disse: “ Mi sei entrata nell’anima dal primo momento. Appena sei entrata e ti ho vista, un grande raggio di luce mi ha colpito nel petto quasi a togliermi il respiro.” Masi sorridendo, mettendolo a sedere, gli disse; “ Quasi. Hai fatto bene a precisare. Non  vorrei vederti svenuto per terra.” Melo che non riusciva  a stare fermo con le mani, attaccandosi alle sue spalle, imitò uno svenimento dicendole: “ Non ho nessuna intenzione di perdermi la visione della tua bellezza. Puoi star certa che….” Avrebbe voluto continuare ma vedendo il tacchino di  ritorno con gli analcolici e qualche patatina in un piattino delle elemosine, si ricompose  rischiando  di sbattergli il vassoio in faccia. Ma riuscì ad evitare l’ostacolo con un’accorta manovra scivolando con la mano destra  su un bicchiere e lo porse a Masi. Quindi ripiegò al suo e posatolo davanti, con la stessa mano, tirò dalla tasca posteriore dei pantaloni, il portafoglio e pagò il conto. La presenza di quell’addobbo umano gli stimolava il vomito e non gli parse verso toglierselo dai piedi. Rimasti da soli, sorseggiando l’analcolico, masticando qualche patatina, Masi gli disse: “ Mi fa piacere ascoltarti. Le tue parole mi riempiono di gioia, mi fanno sentire importante. Vorrei poter avere la tua stessa forza ma la mia condizione è diversa dalla tua e sonocostretta a dirti che dobbiamo essere responsabili. Ho una bambina da crescere e sto cercando una strada che mi faccia camminare senza dovermi guardare le spalle. Frequentiamoci, confrontiamoci con pazienza.Ho bisogno di certezza. Comprendi la mia posizione. “ Melo che cercava di entrare tra una parola e l’altra per rincuorarla, temendo di non averle spiegato bene il sentimento che nutriva per lei, le disse: “ Sati tranquilla, non preoccuparti. Sarò un amico innamorato. Voglio amarti con dolcezza.” Masi sorridendo, stringendogli la mano sinistra, con dolcezza gli disse: “ Quest’amore può far male se si fa

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 possessivo. Andiamoci piano e domani rideremo di questa preoccupazione.La libertà crea la fiducia e l’amore cresce e si fa esclusivo. L’amore non vale se non è accomopgnato dal rispetto. Ogni persona, se è  necessario, deve sapersi piegare alle sue esigenze.” Melo, all’improvviso sentì un pizzico al gluteo sinistro e si mise all’impiedi. Battendole le mani e sorridendo prese quelle di Masi e la indusse ad alzarasi. “ Il pensiero testè espresso, mia cara signora è il mio, mi appartiene e non potrò certo dimenticarlo.” le disse e con impeto la strinse e la baciò delicatamente sulle labbra, piegandola all’ndietro dando l’impressione di una figura di danza. “ Stai approfittando della mia debolezza. A casa hai un’alleata e non so contrastarti. .Feba, non passa giorno senza chiedermi: “ mamma quando viene l’amico del nonno? “ Adesso mi piace sapere  cosa dirle.” Concluse Masi mostrando d’avere acquisito una capacità che qualche minuto fa cercava di trattenere sulla soglia., stringendosi a Melo. “  Facciamo tre, quattro sei passi? “ le chiese e prendendola per mano, mandando un saluto alla gente del “ bar del marinaio,  “ quasi danzando, aiutò Masi a scendere gli scalini dopo il gazebo ed uscirono dal giardinetto., e s’allontanarono lungo il marciapiede.              La figura di Masi non era alta, stava all’altezza di Melo ed anche se lo superava di qualche etto, non entrava in nessuna delle categorie nelle quali la bilancia divide le persone in categorie. Il profumo del mare, oltrepassava il viale ed arrivava sul marciapiede alquanto deteriorato, anzi sporco. “ Se lo vorrai, qualche giorno, ti porterò a sentire l’odore del mare del mio villaggio. La differenza ti darà la misura dei veleni che ingurgitiamo. La città, però veste e dissuade dal lasciarla. La sua operosità crea attività e conduce l’uomo dove ha la possibilità di lavorare.” le disse mettendola al riparo da uno scarico velenoso di un autobotte in transito. L’aria si scosse  di qualche millimetro ritornando subito nel suo andare ed il marciapiede continuò la sua direzione. I mezzi inquinanti, nel loro percorso, infilzano la città da ogni parte. Le persone fanno la guerra ai loro simili con qualche diversità con un’intolleranza xenofoba. Il pilastro in ferro battuto infisso nel blocco di basalto, corto e grosso, che staziona sul cavalcavia è ritenuto uno strumento che produce. Le scorie che immette nell’aria e cadono nel terreno sono portatori di mutazioni e morte. Invero potrebbe essere modificato ma costerebbe troppo. La soluzione è chiuderlo e privare del lavoro un gran numero di persone e la città di un’attività produttiva.La clinica della salute che ha l’obbligo di chiedere pulizia è claudicante e concede l’autorizzazione a proseguire, cambiando il nome della sostanza incriminata, credendo di salvare i denti della gente. Le ferite debbono essere curate. Il mulo è grasso ed è ora che esca dall’angolo dove sta nascosto da decenni. Il palazzo deve rompere il silenzio, aprire il portone e senza profferire saluto, spingere verso l’interno i governanti sciorinando loro sul bancone, bollette della luce, del gas, dell’acqua e perfino della scuola di danza e prenderli a pedate nel culo. Il  naso, la bocca, gli occhi coinvolti nel saccheggio invidiano gli orecchi che assordati, han perso la capacità d’udire.Condannati all’immobilismo dalle minacce espresse dagli organi preposti alla propria tutela e sicurezza, ogni  centimetro della muscolatura della faccia oltre al resto delle parti in causa, si è paralizzato. La dignità cassata  per non fare la fame,  ora ha perso anche  la capacità di mangiare mentre  quel mulo, mastica ferocemente sbancando il minuto e con una  impetuosità non meno minacciosa.  L’ultima boccata di sigaretta,  riportò Melo a guardare Masi. Gli stava al braccio affettuosamente e scusandosi della distrazione, premuroso le  disse: “ Andiamo a mangiare.” e  tirando dalla tasca dei pantaloni  la pistola che gli aveva dato in dotazione il Maestro Ivo Marpone per difendersi da qualche male intenzionato, gli chiese: “ Hai qualche preferenza?” Masi guardandolo con cipiglio gli rispose : ” Quel che la natura dispone noi accogliamo con la convinzione d’avere un po’ di bene.” e Melo di rimando, sorridendo le rispose: “ Sono uno straniero. La scelta appartiene a vostra  Signorìa. Sarò contento del luogo dove mi andrai a locare.” e prendendola per le spalle, cercò di baciarla ma questa volta Masi gli mise la mano sulla bocca e lo tenne a mezz’aria. “ Man mano m’accorgo che sei un mistificatore. Mi par che tu voglia prenderti giuoco di me. Adularmi non ti servirà ad imbrigliarmi. Dimostra concretamente quel che elargisci con tanta facilità “ gli disse e togliendogli lentamente la mano dalla bocca , si protese lievemente invitandolo a baciarla. Melo ch’era in agguato, s’avventò con avidità sulla sua bocca. Il frutto era succoso e prelibato. Il respiro gli veniva meno ma continuava senza  saziarsi quando all’improvviso

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 sentì colpirsi le spalle da pugni. Capì che non erano per far male ma piuttosto pressioni di minaccia e si girò a guardare in faccia il disturbatore.  “ Dammi i soldi.” gli gridava quello “ dammi i soldi “ porgendogli i pugni chiusi. Melo, indispettito parò i colpi cercando di farlo smettere, sperando che andasse ad abbaiare al convoglio ferroviario che azionava la sirena al semaforo che lo bloccava sul ponte.Realizzò, però che non era un rapinatore ma un uomo sbrindellato che chiedeva l’elemosina adeguandosi ai parametri della città.Tenendolo a distanza,, cercò di adoperarsi a dargli qualche spicciolo quando fu sopraffatto dalla paura e ritirò la mano dalla tasca. Allarmato che quell’uomo sbrindellato si potesse trasformare alla vista del portafoglio, in un nemico,  lo dissuase e con determinazione, lo costrinse ad  imbarcarsi sull’autobus comunale in attesa di ripartire. Un gruppo di operai era appena sceso. Andavano a casa dopo aver lavorato alla villa del sindaco. Il  restauro si protraeva da mesi e la festa per il ballo della figlia, era ormai prossima. Così, lo spinse nella porta aperta e lo costrinse a salire nell’indifferenza del capomastro che euforico diceva ai compagni: “ Ci vediamo domani al ristorante “ La seppia “ per festeggiare il centenario della nonna.  Il Sindaco a ricompensa della disponibilità, offriva il pranzo cogliendo l’opportunità per caricarlo all’amministrazione comunale. “ L’amico degli operai ti offrirà la pizza. “ disse Melo all’uomo sbrindellato che brandiva ancora i pugni,  perdendosi  nei sedili vuoti. Melo con una mano, accompagnò quella del capomastro a chiudere lo sportello del mezzo che già si muoveva lentamente, suonando le trombe e ritornò da Masi. “ Avrei potuto fidarmi.” le disse “ L’apparenza non segnava pericolo ma la memoria ha acceso la spia e l’allarme è scattato.Un amico fraterno, con questo metodo, è stato rapinato dello stipendio appena ritirato in banca, in pieno centro cittadino e pestato a sangue sotto lo sguardo timoroso di numerose persone per aver tentato istintivamente un abbozzo di difesa del frutto del suo lavoro.” raccontò . “ L’uomo  di questa città è stato costretto a crearsi una vigilanza automatica. La fiducia nel prossimo è stata cancellata e chi non si avvale della scorta armata s’arrangia facendo scattare  all’istante l’autodifesa “ concluse  quasi esalando l’ultimo respiro. La passeggiata con Masi contava dieci, tredici passi, quando s’avvide di un gruppo di nuvole pellegrine che uscivano dal mercato a lavarsi sul lungomare i panni usati. Nel tentativo di distrarre l’attenzione di Masi, Melo,  con un tovagliolo di carta, spazzò  la polvere della strada dalle punte delle scarpe e con acrobazie e vili giochetti da circo di piazza, rotolò con le spalle su una montagnola di pietrisco che dei muratori coscienziosi,  avevano lasciato, accostata  al muretto di cinta della villetta nella quale avevano prestato la loro opera, per il trastullo dei passanti. “ Hai frequentato una scuola di pagliacci-acrobati? “ gli domandò Masi scoprendolo, a faccia in aria nello sforzo di tirarsi fuori dallo strato sdrucciolevole  che l’aveva condotto all’inseguimento del drappello criminale. Melo piegato a mezz’aria e mantenendo la posizione stabile che aveva conquistato, la  guardò con un sorriso malizioso e le disse: “ Mi piace scoprire l’essenza profonda dell’essere. “ Masi senza spostarsi di un millimetro, dalla mattonella sulla  quale si era fermata a ridere gli chiese: “ Allora mi dica, professore, qual è la mia essenza? Mi dica, non si risparmi. Sono in dolce attesa. “ Melo sequestrato da un sorriso incontenibile,  mettendosi all’impiedi, andandole accanto ed abbracciandola, le disse : “Sono frastornato.Non mi conoscevo tanto potente. Non riesco ad immaginare. Il precedente è storia ma le mie risorse sono un’inezia a confronto.L’evento sarà a Natale? “ continuò ma smise  appena terminato. Tagliò di netto il discorso per non apparire un blasfemo e si confuse  nel sorriso, nei pizzicotti, negli occhi grandi di Masi che si riempirono d’acqua del mare. Il cielo scese a kspecchiarsi nel globo acqueo incuriosito dalle emozioni che suscitava l’applicazione della dottrina Le stelle cullate nel suo lento moto ondoso,  confuse dalla passione e dalla dolcezza, persero le geometrie nominate dagli astrofisici ed uscirono dai canoni inventandosi, scherzetti e  goliardie da lasciare attonita la luna che presa alla sprovvista, si girò su se stessa rossa di timidezza.  La sua faccia  piena , avvolta in mille veli con bande d’ogni colore, accarezzata da venti di scirocco, dalla felicità, riflesse con gioia  una natura rigogliosa di fiori ed alberi, campi di grano e sulla, ginestre e girasoli e gli uccelli cinguettanti rincorrersi, posarsi a battibeccarsi, alzarsi in volo  e riprendere il

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 giuoco  infinito,  senza un cacciatore di frodo ad imbrigliarli, a spezzar loro le ali. “ Ho fame. “ gli disse Masi sui denti in una pausa. Melo richiamato alla realtà, la baciò e le disse: “ Al suo servizio mia dolce signora.” e guardandosi intorno, con il braccio sinistro le indicò un’insegna seminascosta da una semicurva ma che non lesinava chiarore alla strada. “Ho notato una freccia al palo con stampato un turbante da cuoco.Andiamo a vedere. Saranno meno di cinquanta metri. “ le disse.“ La mezza luna- Ristorante, bar, gelateria, pizzeria“  lesse Masi e s’avviò prendendolo per mano. Melo accompagnadola si guardava intorno incuriosito e si soffermava sul passo. Masi sentendolo indeciso, s’indusse a chiedergli: “ Che cosa c’è. Qualcosa non va? “ Percorso il vialetto, sulla soglia dell’ingresso, Melo s’arrabbatttava cercando nella memoria un segno rivelatore. Allungava una  mano e toccava un ceppo d’albero, si chinava quasi a baciare la terra nelle fughe delle mattonelle di cemento. Masi un po’ preoccupata gli chiese: “ Che cosa stai cercando? Conosci questo locale? “ Melo stringendosi le mani l’una alla’altra, dopo qualche minuto, riflettendo, le disse: “ Non saprei ma ho l’impressione che mi sia addirittura familiare.Ha modifiche, collocazioni diverse, è ingrandito ma quei ponteggi d’acciaio che sorreggono la mezza luna, devono nascondere un pozzo millenario costruito con pietre a secco dagli arabi. Il mio ricordo lo colloca in un giardino di limoni, quasi sotto un grande gelso dai frutti bianchi. Sporcato dal cemento segna un confine.La proprietà è stata erosa dal tribunale e frantumata dall’assalto della speculazione. Ogni cosa era nella disponibilità di Pietro Latino., fino a quando in nome degli affari ha compiuto il miracolo di perdere la moglie, cancellare la bellezza e costringere i contadini all’emigrazione nelle fabbriche. L’amico che aveva associato alla società, scherzando e ridendo gli ha  mangiato il nome e non sazio gli ha  sottratto anche la moglie.” le confidò Melo.” La donna, era la fine del mese di giugno, all’improvviso guizzò fuori dalla cucina saltando alla stregua di un pesce rondinella. Andò di corsa sulla strada e con una Mercedes grigia metallizzata che l‘aspettava, si sottrasse alla condizione di moglie La pelle, il derma e la muscolatura in profondità,  vitalizzate dalla  passione e dalla  spregiudicatezza, la resero leggera e senza alcun cruccio si  staccò dall’ancora che la tratteneva a terra. Sparita  con l’amico e socio del marito, ricomparve senza pudore per salotti e gallerie con nelle mani ori rossi e bianchi, calzando pellicce argentee su una lingerie mozza fiato, scorazzando sul lungomare Saraceno con macchine diverse ma lussuose e moto di grossa cilindrata con la gonna all’inguine ed un compagno semestrale. Il signor Pietro Latino espulso dal consorzio civile con le mutande prive dell’unico bottone, con i capelli strappati dalle ripetute  vessazioni di qualche testa gloriosa in divisa, di qualche legale famelico ed estortore, del collega di studio del curatore che lo autorizzava col silenzio a mancargli  di rispetto con battute da vespasiano,con un tentativo disperato, riuscì ad abbarbicarsi ai lembi estremi,  ridotte a forbici spuntate, di un ammasso informe di nuvole nere, buttate in ogni direzione da correnti d’aria senza governo e cavalcarle al grido di “ Sangiorgio aiutami, sono nelle tue mani “ fino ad abbattersi a terra senza un briciolo d’energia in corpo.Quando riuscì ad aprire gli occhi, però s’accorse con sorpresa ch’era evaso dalla città ed approdato sul greto di un fiume adibito a discarica pubblica. Raccolte le residue energie, s’incamminò a scalare la vallata. Al seguito di qualche mucca ed un gruppo di   pecore smarrite, sboccò in una radura che le ombre della sera s’accovacciavano sull’erba. Invero, approfittando di loro, saltò al volo su una mandria di cavalli bradi che cercavano riparo sotto un ombrello d’alberi di carrubo che lo accompagnarono alla casa  colonica di nonno Olivio, abbandonata all’incuria, alla sua morte..Il   fazzoletto di terra davanti e la striscia intorno con un  corso d’acqua a breve distanza, in fondo risultarono la sua salvezza. Pietro Latino l’avevo conosciuto da militare nella cucina del reggimento. Mi era stato dato l’incarico, quale caporale designato alla mensa di sovrintendere alla distribuzione del rancio.Ho avuto modo, in quell’occasione, oltre alla scoperta del trafugamento dei viveri, di vedere la  preparazione del pranzo per la truppa. La lotta per mangiare quelle pietanze, oltretutto  ridotte a pietra, era da considerarsi un oltraggio alla condizione dell’indegenza. La possibilità economica d’andare a mangiare fuori era insufficiente ed ognuno confidava nelle punture antinfettive quale salvavita.La visione diretta, però m’impedì di toccare, altro cibo. Sopraffatto dalla nausea m’accontentavo di un panino con la confezione di cotognata.La fame sovrastava la truppa e

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 m’azzardavo a sottrarre dal sacco il panino per porgerlo loro, insilenzio, dalla finestra.Il sacco semivuoto, però insospettì il Maresciallo della mensa. “ I ragazzi muoiono di fame “ gli risposi. La sua comprensione mi assolse ma cambiò luogo al pane ed a sorvegliarlo comandò un mastino napoletano che col sacco si equivaleva per  altezza e robustezza. L’affinità con l’animale, però lo induceva a collezionare coniglie, capre, galline e giovane vitelle per amanti. La  specie che non riusciva a sopravvivere gli serviva per il pasto. Il racconto gli alimentava l’orgasmo ma lo distraeva dal sacco che con gioia rendeva un minimo di sussistenza a quei commilitoni meno abienti. La libertà di movimento che avevo acquisito, dunque m’avvicinò alle cucine.Il profumo della carne arrostita sulla piastra, invero mi contraeva il palato e sobillava ogni papilla gustativa. La salivazione aumentava copiosamente tracimandomi dagli angoli della bocca, riducendomi alla stregua di un bambino che mette i denti..L’odore di bruciato, invero mi era noto ed un giorno mi armai di coraggio e domandai una fettina per il mio panino. Il rifiuto categorico, quasi mi fece traballare e mortificato stavo per allontanarmi. L’intervento di Pietro Latino mi infarcì il panino e frequentandoci diventammo amici. Apparteneva ad una classe antecedente alla mia e quando andò in congedo, mi sentii solo. Quei mesi in divisa mi risultarono tanto pesanti che oltre alla perdita di oltre dieci chil di peso,  mi sentivo stanco, debilitato  oltre che fisicamente, mentalmente.La semplicità, l’amicizia con la quale mi aveva circondato,  mi erano fondamentali, mi avevano aiutato a superare la sopraffazione quotidiana che alcuni baffetti e qualche stelletta, per camuffare la ristrettezza mentale, esercitavano per elevarsi. Mai avrei pensato d’incontrarlo ma l’esistenza è comunque valida da vivere perché a volte riserba anche delle belle soprese. Questo locale era stato un ripiego dopo una serata spaventosa in un’antica villa baronale, trasformata ed adibita a ristorante. Le carte turistiche la includono  “ in quei  locali frequentati con assiduità dalla bella società “ Il locale  “ La Barcuzza “ attrasse la nostra curiosità di giovani baldi lanciati alla conquista d’alti traguardi. Prendemmo posto con goliardia e con una certa aspettativa  ma presto ci accorgemmo che sotto il nome altisonante, molte volte sta nascosto, ritenendolo  il meno decente, uno di quegli imprenditori  che con la grande speculazione  per non dire “la grande truffa “ con la connivenza politica, ha fatto i soldi. L’arrogamza di questa ricchezza,  l’aveva autorizzato ad  inventarsi “ La Ristorazione Turistica.” mettendo le mani su residenze e proprietà dell’antica nobiltà decaduta o trasferitasi in tempo, in località bagnate d’altri mari. La richiesta di bruschette per colmare il ritardo del primo piatto si protrasse fino a che “ il signore “ in persona non si presentò con un grosso pomodoro asserendo: “ questo mi costa un occhio della testa. “ Ribadii che gli avevo chiesto delle bruschette. Esacerbato gli dissi: “ quel coso se lo sbatta nel culo “ e mi alzai senza mangiare, annullando l’ordinazione e chiedendo il conto per la consumazione dei grissini e di una bottiglia di vino locale, andai alla cassa a pagare e seguito dagli amici  mi diressi all’uscita.  Il locale di Pietro Latino era nascosto negli agrumi e la distanza lo preservava da ogni rumore molesto della strada. Il  silenzio ed il profumo della campagna, riconducono ogni persona,  nella dimensione reclamata per un vivere a passo d’uomo. Ma siamo portati a tagliarci legambe e ci rendiamo impossibile l’esistenza condannandoci ad una fretta perniciosa. La pausa ci conduce alla riflessione e questo ci scopre soli che un cane al paragone è “ un gran signore che fuma la pipa, seduto sulla sedia di vimini e fuma la pipa davanti al caminetto. Un muretto sulla strada conteneva un’insegna di ceramica ed una freccia indicante la via da seguire per il locale. Il logo ricavato nel muro configurava la mappa della città ed  in rilievo riportava “ la mezza luna “ con un turbante da cuoco al centro. Un faretto emanava su di essa, una luce color turchese che la rendeva, molto simpaticamente gioiosa. Altri fari appesi agli alberi d’ulivo che riempivano la montagnola, rendevano chiaro il tracciato  della strada in terra battuta che conduceva alla pianura adibita a posteggio. L’ora era tarda e Pietro Latino stava a rassettare l’arredo, il bancone della sala,  quasi trascinandosi. Avevo appena oltrepassato la soglia, scansando i rosari metallici che schermavano l’entrata. Il tintinnìo gli fece alzare, d’istinto la testa e dalla sorpresa, rimase con la “ mappina “ a mezz’aria, in una posizione da cifotico saldato sul bacino vcon le ginocchia leggermente piegate in

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 avanti..Un timido sorriso gli incorniciò la bocca nel chiedermi:“ Sei tu Melo? “ Il conforto della memoria,  lo sciolse in un aitante ragazzo maturo lanciandosi a bloccarmiccarmi in un abbraccio che oltrepassava la corporeità. Il tavolo si svegliò e scansando la sonnolenza si vestì dei suoi paramenti più festaioli esponendo gli antipasti della casa.  Le olive in salamoia, sottocarica, melanzane sott’olio, parmigiana, acciughe, sottaceti,  pane e vino rosso, saltarono al cospetto dei commensali dedicandosi alla delizia dei palati, preparandoli a gustare il piatto della pasta che presto sarebbe andata in  cottura. Le  pennette all’arrabbiata, fumanti e profumate, distese su una barca di ceramica bianca, attraversarono il salone e gridando, planarono nel centro della tavola.I piatti, all’unisono e vestiti dalla serietà dell’attesa, corsero veloci al cucchiaione di Pietro che restava indietro che l’affondare a prelevare grattava il fondo. Le mani armate di forchetta e cucchiaio chi lo preferiva, in un convulso salire e scendere, tentavano di saziare lo stomaco e soddisfare le papille gustative senza infierire.La serata cominciata male, dunque si concluse con un generale e convinto ringraziamento e gli sberleffi per “ il cafone col vestito. “ La stupidità ha bisogno della lezione che merita. Ha bisogno che la gente reagisca  e reclami il diritto che gli è dovuto, altrimenti  si cambia lasciandogli sul tavolo l’indifferenza a sollazzarli. L’alba con le dita delle mani, infreddolite, cercava d’arrampicarsi all’acqua del mare appena sotto l’orizzonte, quando la spensierata brigata semibrilla, sollecitò l’amicizia ad andare a letto. La promessa di ritornare presto, invero  divenne in un’abitudine.Ogni volta che avevo bisogno d’amicizia, andavo a mangiare ed a ricordare raccontandoci avventure che avevamo dimenticato d’aver vissute. Appartenevano ad un tempo che la nostra amicizia non era ancora riconosciuta ma che il gruppo aveva vissuto. Aprivano il finestrino e s’affacciavano dalle situazioni che viaggiavano nelle storie in racconto facendosi riconoscere. La meraviglia e la sorpresa recuperava la storia e l’amicizia rinsaldava la sua offerta di legame.          La località di nonno Olivo, dove Pietro si era rifugiato a smaltire la tragedia,  era fuori dai sentieri naturali. Il  tentativo  di recuperare  la dignità scaduta, qualcosa nella testa per passeggiare a  braccetto del giorno che comunque, riesce a schuiarisi sotto il cielo, richiama dalle viscere il coraggio che si è dato alla macchia. Il fondo è oleoso, melmoso, scivoloso e risalire presenta una difficoltà d’alto grado. Dunque mi ero dato l’obbligo d’andarlo a trovare. L’impresa si presentò ardua e pose difficoltà di superamento che l’allenamento  a camminare a piedi, ad affrontare asperità e ripidità,  con la prospettiva di una distanza non misurata, porta a pensare di  non farcela e magari sei costretto a chieder soccorso.Ma non puoi aspettare aiuto, l’unico può venire dal cielo. Tuttavia, volevo e dovevo cercare di dargli una mano. Il dolore non ha rimedio e non c’è alcuno che può tralo dalle spalle dell’interessato e dunque fargli una visita al sito di quarantena può dargli una spinta a salire la china. Quando mi son permesso di andarlo a trovare, è stata un’avventura disperata. Sono rimasto sofferente per alcuni mesi ma ho ricevuto dal suo status di libertà, un esempio che la quotidianità nostrana non riesce ad esprimere. La parole a raccontarle son poca cosa e quasi non servono. Avrei  tanto desiderio di raggiungerlo e passare alcuni giorni accanto alle sue ore ma temo che non sarei in grado di ritornare. Gli  auguro che ogni giorno possa riuscire a rinnovare quell’esistenza che andava a crearsi. La  caccia nel bosco ai maiali neri. Andare con la  muta di cani guerrieri, dediti al servizio, fedeli fino alla morte. Pietro Latino, ha un ospite bianco che mangia aria ed è  in grado di segnalargli gli abitanti della montagna, al pari di una strumentazione elettronica.A volte, però è colpito da un’aria malsana che scende da ponente lungo un canalone poco frequentato e si ubriaca. Allora si fa maldestro e finisce a  zufolare  nel cortile . Si fa violento e  disputa la cena od il pranzo  e di anche la merenda anche se dirado,  con una capretta mezza cieca e con il torcicollo che un giorno ha risalito la scarpata  e  reggendosi a malapena sulle gambe, Pietro l’ha aiutata a non morire mettendola nella carriola con la legna e l’ha portata a casa. Quasi piangeva quando con delicatezza l’ha stesa per terra in cucina su un letto di paglia e canne e si è adoperato a curarla con affanno.  Quel contendere è un giuoco da bambini ma Pietro ne rimane rammaricato.  L’uno che non mangia e zufola imitando il maiale e  provoca la  rabbia della capra che non trova  la sua roba.. L’inconsistenza che lo veste non gli reclama alimento.  Pietro sa,

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 capisce che l’ospite bianco cerca compagnia. Ma s’avvicina, cerca il dialogo con una specie diversa ed insostenibile nei peli. Or dunque, Pietro Latino, un mattino che l’ospite bianco andava nascondendosi nell’erba dopo avere  allontanato dal sito della  capra,  la pasta, il pane ed altro cibo,  si è posto l’interrogativo: “ Qual è la motivazione che lo spinge a privare del sostentamento, un animale che lavora e non si lamenta della fatica ?.” Melo pensò di potersi dare la risposta nella solitudine. Invero, riflettendoci profondamente, la diversità dell’uno dall’altra non è una  formazione della mente La  discriminante è l’inconsistenza della specie.  Melo, mano destra sulla spalla di Masi a trarre conforto, varcarono la soglia del locale. La sala di Pietro Latino era stata  espansa enormemente ed  intorno ne erano state create altre. Una scala  saliva dal centro a ruotare, ai  piani superiori Gli addobbi al soffitto ed alle pareti era uno splendore. Il giuoco delle  luci che in un caleidoscopio avvolgeva lo spazio ed i locali, era fantastico. Melo ebbe a pensare alla trasposizione di un set cinematografico, un  sito megagalattico per assolvere grandiosi impegni mondani. Le autorizzazioni per la  costruzione, di certo avevano costretto il proprietario a salassi. Conquistato dalla bellezza che si sprigionava da ogni angolo, con gli occhi  sbarrati dalla sorpresa e dalla meraviglia quasi non s’accorse delle deliziose creature che gli s’inchianavano ad accoglierli. Infatti, oltrepassata la vetrata d’ingresso, all’unisono apparvero ad affiancarli,premurose ed affascinanti,  fasciate da una scia luminosa bianca, gialla ed azzurrina,  tre figurine appena coperte da un gonnellino ed una camicia bianca che porgeva al cliente una prospettiva paradisiaca. Compreso nella bellezza del locale che ricordava di diversa fattura e dimensione, la voce che gli cadde negli orecchi, invero gli risultò avvelenata ma rifiutò d’ascoltarla. Rimase fermo, impuntato,  attratto da quelle  bellezze e la  scacciò svuotando l’orecchio con il mignolo, non intendendo dargli alcun credito.La serata era eccezionale e tale doveva rimanere. Stava cercandol’amicizia di Pietro e non voleva essere disturbato. La vista gli saltellava sui tavoli alla stregua di un serpentello curioso e poi ritornava. Verificava lo stupore e s’impegnava a guardare ed a ricordare, stuzzicando la mente. Osservò attentamente e con cupidigia, qualche specie elefantiaca, un ippopotamo ed un  esemplare di grossa taglia di papera nostrana che si esercitava a canottare nella piscina situata sul piano rialzato che sovrastava l’anti e la ricezione col bancone dei multuiservizi.. La parete centrale  aperta al pubblico con un vetro di fattura tedesca, mostrava i natanti in libertà. Pesci con mantello e pizzo, con maglietta  multicolore  e pantaloni a mezzo ginocchio ed anche da monello coloniale, con l’ombelico a ciambella sotto il costume da pagliaccio e perfino un cavallo con le pistole fumante nelle fondine, galoppare in una prateria di begonie, strappandola e rivoltandola  con gli zoccoli in una corsa di insana  goliardia che la giovane età non può giustificare. Incurante del danno causato saltò fuori e si diresse verso le cucine seminando acqua ed erba in un raggio di cento metri infischiandosene se potesse apportare disturbo, a quanti vi stavano rispettosi dello spazio. Un cipolletta bianco-latte, invero infastidito si è messo a strepitare diventando paonazzo dalla rabbia. La curiosità e l’attrazione che Melo sente per quel luogo è talmente potente che  non s’accorge che un cono di luce verde lo ha catturato e cammina senza fare un passo. L’illuminazione che lo ingloba, è soffice e senza turbargli l’equilibrioe e lo spazio che lo circonda lo ha sopraelevato dal pavimento. Melo, però percepisce un cambiamento e se pur lieve ha la sensazione che qualcuno o qualcosa cerca di manipolare il suo cervello.  Una musica dolcissima, eseguita alla fisarmonica invero lo accompagna. La canzone “ Amore ritorna “ della quale è autore delle parole, gli corre dietro al pari di un’ippocampo e gli recupera l’adolescenza dei gandi sogni che gli anni son riusciti a fare scoppiare. Un’ispirazione adolescianziale musicata dietro compenso per mezzo di un’inserzione pubblicitaria. Il giovane sognatore non si lasciò scappare l’occasione procurandosi il denaro necessario andando a pesca sottocosta. Risentirla, però  lo rese orgoglioso  ma “ l’esecutore strumentale non si scorgeva. Il ricordo di Melo corse a Pino Gionta, il contadino di Anaggio che col suo Banjo accompagnò Franco Calionedi nel canto, al primo festival dei bambini, dallo stesso organizzato nel salone della sede dell’Azione Cattolica. Il dirigente-presentatore, dunque scese dal tavolo da tennis che faceva da palco, cercando di riprendere per mano il presente. Melo restò qualche secondo soprapensiero e seppur sorpreso dall’emozione riuscì a cogliere in quella memoria

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 forzata una bruttura e sentì il coraggio cadergli nei calzini. Il delirio aumentò appena credette di scorgere la sagoma svestita  che zampettava nella vasca con i pesci. Allora cercò un appiglio con le mani e lentamente retrocedette al tavolo più vicino e si sedette.Masi era andata in bagno e per trarsi dal disagio cercò conforto dalla sua assenza, aizzandosi scherzosamente alle figurine ben  lucidate che gli ronzavano attorno per prendere le ordinazioni. “ Petto in fuori, pancia in dentro e dritta sulle gambe “ disse con piglio autoritario alla più carina.del trio sbattendo mani e piedi imitando un colibrì che sta succhiando il nettare dal fiore. Ma la ragazza non si scompose e tanto meno fu scalfita dalla messa in scena. Sostenuta, però  da alcune nuvolette, avventizie e maldestre che le uscivano dal naso, portò la mano sinistra libera, ai botoncini della camicia appena sotto la linea mammillare,  a trattenerli nelle asole che tentavano una sortita clamorosa  da sotto il gilet, mandando a farsi benedire,  la compostezza e la decenza comandata  secondo il dettato  del regolamento vigente nel mega-ristorante. Tuttavia ogni contorsione con le dita le risultò vana. Avvicinatasi a Melo, chinandosi per posare il menu e mettere in ordine il tavolo, la pressione del seno violentò la camicia ed i bottoni saltarono sul pavimento tintinnando al pari di una maciata di monetine metalliche. Melo, senza colpo ferire, fu travolto dallo spettacolo ma restò a guardare imperterrito senza muovere un dito anche perché lei l’aveva già steso con gli occhi sul tovagliolo. Ad ogni modo, Melo rimaneva sequestrato ed allora, per non cadere nella volgarità, s’arrampicò sull’espressione del cravattino impegnandosi sagacemente a scoprire le sue doti nascoste. Scansando la sedia s’accertò che la posizione delle altre non contravvenisse ai sani principi contemplati nel catalogo delle donne del tempio ma  non riuscendo a metterle  a fuoco con precisione, nel breve spazio temporale nel quale era obbligato a restare, cercò un fascio di luce azzurra ed afferratola al volo da un vassoio di un serpentello in transito, glielo pose sulle spalle a bredelle confezionandole un topless. Ogni volta, però che deviava dalla rettitudine e si adoperava in circonvoluzioni forzate,  gli  scivolavano, svirgolando nel sifoide che per l’appunto separa l’arco costale dal destro al sinistro o verso l’ascellare, procurandole  comunque una mortificante esposizione. Melo, dunque le offrì la sua collaborazione ed  ignorandola  si  rivolse  alla seconda ragazza in graduatoria, anche lei molto bella ma meno,  secondo la miopia della simpatia che corre sulle alchimie chimiche che sviluppa ogni organismo secondo studi di affinità e riccioli più o meno scientifici. Sotto lo  sguardo allucinato della  prima, ridendo e ballando prese posto sulla sedia e voltandole le spalle, con la mano aperta a tre dita, le si rivolse disendole: “ Stia sull’attenti. Barba non fatta “ e restando in attesa che Masi tornasse dal bagno continuò: “ Sciogliete le righe.“ A quel punto, esaurito ogni approccio reputandolo sconveniente anche perché cominciava a sentire sulle spalle e la nuca, uno sguardo piuttosto pesante, instaurando nella sua mente “ un clima da caserma “ per darsi un atteggiamento di serietà, traendo comunque  spunto dalla rigidezza del personale maschile che s’aggirava nella sala andando  per tavoli e colonne, muri e scale, vetrate e fioriere, plafoniere su crucce di ferro ed anche su  fasci di nylon riflettenti disegni geometrici in bianco e nero. Casualmente s’imbattè, pure  su alcuni strali  provenienti del banco della ricezione e dagli uffici sul  retro e dalle stanze riservate alla proprietà dei piani alti, isolati e mantenuti in sicurezza. Questi, però lo misero a disagio ed allora, ricordandosi della ragazza che non era riuscito a conquistare, guardandola sottecchi, le disse:“ comoda, comoda “  La risata divertita della menobella per simpatia, invero aveva colto il suo scherzo e di peso  lo sollevò dalla sedia con l’aiuto di una cravatta striata di rosso e giallo che nascosto nella penombra del pilastro, aveva seguito la messa in scena. L’approccio adoperato da una  figurina appena stampata ed ancora non asciutta,  nel  mostrargli la sua  bellezza, lo rese inoffensivo più di quanto in effetti non loera, tanto che andò a chiedere scusa all’una ed all’altra, anche a quella che aveva scoperto il suo giuoco. L’atteggiamento  esercitato da questa  ragazza implicava  l’accettazione della clientela anche la più stronza che credendosi intelligente,  uomo di mondo escogitava  goffe battute che apportavano disagio a chiunque le ascoltasse.La figurina nuova, però sapeva destreggiarsi e riusciva a manipolare l’individuo rendendolo, comunque sereno e vincente. La direzione del giuoco, però apparteneva

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 alle figurine che risultavano alla prova,  stagionate. Un’ombra deleteria, però apparve strisciando con le spalle verso l’esterno. Una tosse esofagea, lo colpì all’improvviso graffiandogli la gola e  quasi soffocandolo tanto da costringerlo a scomparire dalla  vista. Un inserviente scovandolo piegato sul vaso di un cactus con il posteriore in eruzione spinosa, impietosito dallo stato in cui versava,  lo raccolse con la paletta dell’immondizia e lo mise fuori dalla  porta di servizio, aiutandolo a  sdraiarsi sull’erba del prato. La raccomandazione di mettersi in libertà e respirare a pieni polmoni l’aria più pulita che riuscisse  a prendere al volo, se puta caso passasse da quella parte, non ebbe alcuna manifesta accoglienza Le correnti disinfestanti, invero non riuscivano a varcare, il ponte della ferrovia. Le  ciminiere con la supponenza di chi sta al di sopra della legge, scaricano in culo ai cittadini, da prima sera fino a mattina, le scorie di risulta senza che manchino un arco di produzione, chiudendo  il cerchio mortale con gli scarichi nei fiumi. Ogni abitante della città, senza escludere gli altri,  si credono immuni. Camminano per strada con la convinzione d’essere protetti da strumenti idonei, autorizzati dalle autorità preposte. Le polvere sottili, però superano le mascherine e cementono i bronchioli oltre le borse lacrimali e le papille gustatite. La gente, cammina con la bara sotto il letto in nome del progresso. “ La  natura accomoda ogni stortura. ”  dicono alcune testine, altre invece che  “ La catastrofe è vicina “ ed il mondo gira. L’ombra, riversa nell’erba a recuperare in fretta la lucidità necessaria agli obblighi della sicurezza, però in breve tempo, cedette  fino all’aultima goccia, l’umidità alla terra senza lasciar traccia.La morte repentina non gli lasciò alcuna possibilità di redenzione  e giacque con la lingua penzolone e le preghiere accatastate a strati  a strati sulle papille gustative. La brina scivolò  lentamente dalla vallata e s’impregnò del fetore che soffre, la città industrializzata. Allo  spuntar del sole un’altra ombra aveva sostituita l’altra. Il  benessere lascia qualche scoria, una protezione oculata costa.e la città è costretta a subire in silenzio, l’attacco. Se puta caso, qualche straccione avrà il coraggio e la forza di mostrare per iscritto e confortato da dati scientifici, le balle propinate per decenni, l’industria e la politica, avranno stilato una così robusta copertura assicurativa che le armi a sparare caricate a salve, non riusciranno neanche a fare rumore. La tonalità giocosa della “figurina -  soldatessa “  che gli rifilò lo  “ stai punito. Barba lunga. “ mise Melo in apprensione. Non avrebbe mai supposto che quella ragazzina, carina ma esile, potesse intendersi di gergo militare e di colpo lo riportò al primo giorno di libera uscita. La truppa, da settimane, l’aspettava con trepidazione  e Melo  in modo particolare. La caserma lo deprimeva, lo teneva prigioniero e quella breve libertà, di sicuro gli avrebbe dato un po’ di  carica. Schierato in prima fila, con la divisa d’ordinanza, senza una piega fuori posto,  aspettava fiducioso,  che l’ Ufficiale d’ispezione passasse e dunque, quando sentì “ la condanna “ non seppe fare altro che rispondere con un sottile fil di voce: “ l’ho fatta stamattina “ inducendo la ragazza a scoppiare dal ridere fin quasi ad orinarsi nelle mutandine. All’improvviso, in mezzo alle risa della figurina – soldatessa, per non accreditarle la comicità delll’involontaria battuta,  Melo volse lo sguardo verso la vasca. Il Maestro Ivo Marpone all’impiedi, eretto sul bancone della ricezione, alzandosi e piegandosi sulle ginocchia, dava dimostrazione della vigoria di cui era capace. Melo non sapeva se gridare o chiamare Masi  La paura gli chiudeva la gola e credendo che il Maestro venisse al tavolo, riportò il suo sguardo verso la vetrata, rifugiandosi nel giardino. L’emozione gli  annebbiava la vista. Quando scorse Masi protetta da una nuvoletta ch’era riuscita ad entrare di soppiatto nel locale in barba alle ombre dislocate in ogni angolo, cadde in ginocchio e riprese la memoria del soldato. Assemblò i  brandelli che avevano concorso a salvarlo  fino al congedo e si sciolse in una maniata di venticelli novelli.  Pose la  figurina – soldatessa con estrema delicatezza fuori dalla sorgente minata e con la delicatezza di cui era capace, la lasciò scivolare verso il mare in groppa ad un vento di primavera che la portò verso il largo, lontano dagli ospiti indesiderati.  La presenza di Masi al  fianco,  gli dava  l’orgoglio  del guerriero e si sentì in grado di sfidare il Maestro Ivo Marpone che stava in agguato, a carpire l’ingenuità delle persone. Resa, dunque innocua  la cattiva apparizione, la spinse a pedate nel cassonetto dei rifiuti coi residui animali che la città produce e lascia circolare senza decoro. La gente convive col fetore, anzi per l’abitudine contratta, non riesce neanche a sentirla e ci sguazza

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con la presunzione di proteggersi dalle conseguenze del malaffare. Ogni giorno va a scuola ed impara che il reato é una difficoltà superabile. “ Abbiamo il dovere, l’ obbligo di riprenderci ogni strada, ogni angolo, ogni viuzza della città e della periferia. Dobbiamo essere i dignitari della legalità. “ si disse Melo. Allegra e sorridente, sciolta nei movimenti, sicura del suo stato, la figurina – soldatessa, ritornò al tavolo. “  Adesso può ordinare. La sua compagna sta ritornando “ gli disse. Melo si girò verso di lei con la leggerezza di un uccelletto e volò dal suo amore.  L’invenzione di quell’azione d’intervento, era stata risolutiva. Credeva d’aver debellato il male, altrimenti  sarebbe ritornato ed avrebbe devastato ogni persona in una raggio imprecisato. “ Ho un desiderio e voglio soddisfarlo. “ disse alla soldatessa che gli si era messa di fianco con la cartelletta in mano.               “ La figurina – soldatessa, in effetti era  sorpresa da quelle parole. Avrebbe voluto chiedergli cosa intendesse. Non era convinta dell’interpretazione e per non sbagliare,  cercò conforto nella sua collega che compiaciuta a partecipare s’accavallò schiarendo il clima. La cartella in mano, rivolta a Masi che stava prendendo posto ritornata dal  bagno, le chiese: “ cosa prende Signora? “  Melo che aveva incrinato il cipiglio nella sonnolenza, con  insofferenza, alzando verso di lei,  ambo le palme delle mani, atteggiando le labbra in un  sorriso da maledetto, abbandonandosi nelle linee delicate della donna amata, declamò loro: “ Pennette alla diavola “ e macinandosi la memoria “ che nessuno venga a dirmi che questa sera sono ad una connivenza incestuosa.  La precarietà della realtà mi obbliga ad essere categorico ed integerrimo. L’assassino ritorna sul luogo del delitto. Io ci son tornato per caso ma non cambia nulla. Voglio mangiarle.“ Masi  con la grazia innata,  illuminò Melo  del suo sorriso ed ogni pensiero, consapevolmente, si rimarginò. Ma non ancora convinto, con una certa apprensione, disse a Masi : “ Ordna,  altrimenti mi metto a piangere. “ dandole un buffetto sul braccio destro. “ La traccia l’abbiamo trovata. “  disse ancora, guardandola di sbieco da  sotto gli occhiali.” Cosa mangia la signora nell’attesa? “ continuò, facendo il verso alla figurina.  Neanche un secondo dopo, snocciolò in fretta con consapevolezza, all’altra figurina: “ focaccine, patatine, maionese, salsetta  “ e mentre quella stava allontanandosi verso il banco della cucina, quasi le gridò: “ Mi scusi, stavo per dimenticare. Una specie di risarcimento di  bruschette doc “ e prese fiato. La soldatessa accettata l’ordinazione supplementare, al volo sulla cartelletta, riprese la marcia accelerando il passo. Melo, che non aveva terminato fu costretto ad inseguirla fin sulla soglia della cucina,  la raggiunse di corsa  ed alla militare, gli ordinò: “ cerchietti di calamaro fritti. “               La collega che le correva dietro,  indispettita , forse pensando  di poter essere bersaglio di qualche battuta spiritosa, perse il passo ed  inciampò. Riuscì comunque a non precipitare a terra, abbarbicandosi al braccio che Melo, notando che le era venuto a mancare l’equilibrio, le aveva proteso. La figurina, però non riuscì a fermarsi del tutto ed a forza d’inerzia s’appoggiò sul suo petto. Melo ad un tratto, inconsapevolmente, si ritrovò con  le dita della mano libera, impigliato nei bottoni della camicia e con il cravattino della ragazza  in bocca. Avrebbe potuto mettere in ordine la situazione ma rimase nella posizione reputandola deliziosa. L’importante era non masticare.  La figurina pur snella al pari dell’altra, al contatto gli risultò morbida e di buon petto e quel  palpitare lo  eccitò. Un pensiero malizioso superò la sua aspettativa e ci scherzò sopra. dicendosi  “ non ti movi tu, non mi movu io “rimanendoci quasi male, però quando la figurina, in un baleno, con una mossa coriacea si riportò nella condizione di badare all’equilibrio del suo corpo. Melo, con le mani ancora brulicanti della morbidezza e dei suoi battiti, imbambolato, restò a guardarla  allontanarsi. Melo, comunque incasellò, la sua padronanza, ad un tentativo forzato di sottrarsi alla sua influenza. Infatti, alcuni metri ed altrettanti scalini dopo, Melo scorse con una strana soddisfazione negli occhi, che dalle caviglie,  le stelline ed i nanetti che le riempivano le calze, saltarono alla svelta sui bordi della gonnellina granata , e  con la giocosità dei bambini birichini, iniziarono a ballare, far capitomboli ed ogni altro giocoso esercizio, mandando per aria ogni merletto, ogni pezzetto di stoffa mettendo quasi a nudo, le fattezze muliebre  della figurina che pur affannandosi a coprirsi , restava indietro, irrimediabilmente in mano  ai diavoletti, indomiti e burloni. La vendetta andava portata a termine. La ribellione alla condizione nella quale erano stati costretti dalla macchina stampante, sembrava avere un epilogo confortante.La figurina, comunque riuscì a sottrarsi al suo

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 sguardo e  quando scomparve nella porta dietro il bancone, Melo quasi vacillò. Si sentì defraudato dello spettacolo e cercò “  il ladro “ che aveva  chiuso la porta. La situazione intorno non presentava alcun segno manifesto di movimento ed allora si mosse  per ritornare al tavolo,  da Masi . Aveva preso dalla tasca le sigarette e stava per infilarsene una in bocca, quando un ridere stridulo, gli girò sulla testa per qualche minuto e scomparve. Si chiese della  provenienza e cercò in ogni punto del locale anche più indefinito senza scorgere nulla, inducendolo, però  ad astenersi dall’accendere la sigaretta. “ Una jena volante? “ si domandò e riponendo la sigaretta nel pacchetto e l’accendino in tasca, pensò ad una innocua, vecchia, dimenticata presa di luce, scostata da un topo per andare a fare la spesa notturna nell’antica dispensa di Pietro Latino. Un modo per confondere la risata  della bestiaccia ed andò a sedersi al tavolo perdendosi nel  sorriso luminoso e rassicurante di Masi.         Il sistema organizzativo del locale si caratterizza per la velocità nel servire .I piatti con bruschette, focaccine e pizzette, maionese e salsetta piccante e normale,  arrivarono senza alcun ritardo ed indusse Melo  a  pensare di ritornarvi. “  Il Ristoratore professionista è leale, pulito ed assume personale preparato. Le scuole di specializzazione sfornano giovani educati, addestrati al servizio della clientela.. “ disse a Masi afferrando la seconda bruschetta piccante, condita al punto giusto. Masina era d’accordo ed impastate alcune patatine con maionese e salsetta,  piccante,  l’avvicinò alla bocca di Melo che senza farsi pregar, pur avendola piena, si protese a riceverla. Masi, però ritirò l’offerta e contenta della riuscita dello  scherzetto, portò il bocconcino alla sua e lo mangò,  ritornando da lui, con un altro. Melo rimasto all’asciutto per la sorpresa rifilatagli, per non ricaderci cercò d’escogitare una mossa vincente. Masi, invero prevedendo il lavorìo del suo cervello, ritirò l’offerta. Ma si fece perdonare qualche minuto dopo con un bacio che Melo non prevedendo, non riuscì a gustare secondo il suo desiderio ed alzandosi con la bruschetta in mano, inventandosi un cerimoniale speciale , la divise con lei intercalando un bacio ad ogni morso. Terminata che fu la bruschetta, Melo non era sazio ed impendole ogni rifornimento di cibo, le accese le labbra. La visione di un pappagallino africano con le piume sbiadite ed anche increspate che si genufletteva accanto al tavolo,  pregandolo con una vocina sofferente ed un  sorrisetto stentato che paventava  le gengive senza i denti: “ Ciao, compra rosa a tua signora  “ lo costrinse a riprendere il suo posto anche se mal volentieri, per accontentare la bestiolina che cercava di guadagnarsi da mangiare trascinandosi indegenza e sfruttamento, nei calcagni. I piatti vuoti, quasi puliti se non per qualche lieve striatura rossa e bianca di salza e maionese, cominciavano ad essere irrequieti. La bottiglia di birra sonnecchiava ed il tavolo si restringeva man mano nella sua circonferenza. La risposta  di un “ minutino “ di una figurina sconosciuta che transitava casualmente in quello spazio, iniziò ad alterare la lingua che Melo fino a quel momento aveva considerato soddisfatta  in ogni sua papilla. Ma non era disposto per nulla a prolungare e si preparava a spadacciare. L’indisposizione era comunque  al passaggio  stomaco – esofageo ed allora escogitò un atto di clemenza ed invitò Masi a visitare il locale. La vasca dei pesci aprì i suoi cancelli con una gioia spropositata che incuriosì Melo ed ancor di più fu sorpreso quando si presntò a far da cicerone un “ gabbiano “ con un grosso anello sfavillante al naso  e le ali scintillanti di un azzurro ed argento che a Melo risultò innaturale. Il cicerone, senza  perder tempo,  divenne operativo ed affacciatosi sulla vasca declamò: “ Sulla destra in posizione di riposo, ammiriamo sua eccellenza  Vasato, capo indiscusso di questo insediamento. Il territorio di residenza, non è grande ma la sua influenza è illimitata. Le sue industrie sono dislocate nelle zone sottoposte al suo dominio. Ufficialmente non possiede neanche lo specchio d’acqua nel quale respira ma ha una ricchezza immensa. Riceve prebende da ogni corso d’acqua ed anche da fiumi sotterranei. Possiede azioni e compartecipazioni in ogni attività. Ha qualche problema con alcuni depuratori ma riesce comunque a fa giungere nella sua vasca acqua pulita, raffinata e carica di nutrienti selezionati e minerali d’altissima qualità. La prole di sua eccellenza è molto richiesta dai rigattieri dei mercati ittici interni ed esteri. I preziosi, però accontentano i pesci che nuotano a pelo d’acqua e sottocosta. I figli-guerrieri li tengono sott’occhio anche se li ingrassano a dovere. Hanno stipulato un patto ma accade che qualcuno riesce a perdere la misura ed allora va riportato in acque “ varze, “ La miglior vita ridimensiona la posizione raggiunta. Lo status

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di privilegiato  è ricondotto a debita misura. Gli osservatori, nel contempo hanno ricevuto l’insegnamento e non commetteranno l’errore d’arroccamento. La morte del padre Vasa  accaduta accidentalmente , a seguito dello scoppio di una bomba durante un’ ispezione  nei possedimenti oltremare, portò al potere il figlio che seppur giovane era un pluridecorato. Nel giro di una notte, ha recintato le acque interessate e senza neanche l’aiuto di una burrasca, eliminò con una formula chimica di sua invenzione, quintali e quintali di sudditi che si erano alleati con un ricco rigattiere con l’intento di assumere il comando del territorio esautorando l’eccellentissimo.Il Vasa aveva lasciato fare. Quella del figlio era una prova per avere la misura della sua determinazione, del grado di valore per assumere il comando. Il potere è a rischio. Il nemico si compra e si vende ed il ricambio dev’essere pronto per operare nel giro di un secondo. L’acqua senza ossigeno decreta la morte per asfissia. Il salto dalla vasca  procura la morte. La cattura per mano della luce è una tortura. Il giorno della morte del padre, Vasato si asise sul trono e durante i funerali dei resti,  emanò la messa al bando degli infedeli che non domi, ad ondate, comandate dal solito ricco rigattiere, ritornavano a riva tentando uno sbarco in armi. Questi tentativi, però stressarono talmente Vasato,  che sotto la copertura di un viaggio diplomatico, alla testa di un drappello di fedelissimi ed in un cambiar di luna, con un’azione punitiva d’alto profilo, senza spargimento di sangue, eliminò per soffocamento, i residui ribelli. La mattina, con “ calmarìa d’acqua, “ le spiagge d’ogni territorio esterno alla vasca, risultarono inondate dei loro corpi. Galleggiavano  a pancia in aria, gonfi da spaventare anche le galline ed i maialetti che scendono al mare a fare il bagno ed a zufolare nella spazzatura che i vacanzieri lasciano ove capita. “ sciorinava il gabbiano con un occhio buttato in un angolo della vasca ove un vulcanello borbottava sfiatando bollicine e scppiettìi. La conca a semiluna, esposta a ponente, ospitava una nutrita colonia di pesci sorridenti che passeggiavano seguendo da una punta all’altra una tartaruga verde azzurra che esplorava la sommità del vulcano con strumenti galleggianti che ad intervalli emettevano lievi onde sonore.. Il terzo richiamo dichiarava l’indice massimo raggiunto e la tartaruga correva a rilevarlo scaricando nell’acqua una sostanza oleosa che raggiungeva i pesci in bocca rendendoli beati. Gratificati continuavano il percorso legati gli uni agli altri fino al capo e di ritorno all’altro con la medesima espressione facciale. Un gruppodi pesci dagli atteggiamenti teatrali,  entrava in una conchiglia trasportando perle uscendone poco dopo con costumi da ballo.  Altri, teatranti, situati ai bordi,  cantavano e ballavano, recitavano poesie  a rima libera e baciata , commedie sulfuree con appendici evocanti un santo marino che riuscisse a mantenere invariata la temperatura di quell’acqua che cominciava a subire infiltrazione di specie sconosciute, grintose, cattive ed attaccabrighe,  inducendo all’  esaltazione un pugno di pesci in grembiule  da scolaretti in gita  dopolavoro con gli zainetti rigonfi e stranamenti pesanti.  “  Sulla soglia della casa viciniore “ riprese a dire il gabbiano asciugandosi con il dorso delle mani,  il becco dalla schiuma della bevanda che aveva terminato di scolarsi sul petto. Purtoppo, la presunzione di volere assomigliare ad altra specie bevitrice consumata e con la strumentazione adatta, spinge deboli e solitari a misurarsi nell’acquisizione d’abitudini, inutili,  non consone , deleterie. Dunque, posizionandosi l’anello nel setto nasale, un po’ irritato e con un’attesa per le mani, secondo le aspettative, inutile ed inconcludente, continuando l’esursione sugli abitanti della vasca.  “  vediamo sua eminenza Namoca,  padre spirituale e contabile del regno.  Ha iniziato ad imbastire preghiere con il padre e continua la sua opera alle dipendenze del figlio. Avrà quasi cinquecento anni ma ha un colpo di coda da radere a pelo di sabbia, una foresta per chilometri quadrati senza lasciare un alberello in piedi. .Questa settimana è in meditazione ed osserva un rigoroso digiuno ma ha denti affilati e mastica notte e giorno senza arrecare alcun disturbo alla muscolatura. L’occhio è  vigile e la vista efficace anche a lunga distanza. L’età avanzata indurrebbe a credere l’incontrario ma ha dato  prova pratica della sua vitalità . Qualche anno fa, un essere arrogante l’ha messo in dubbio. Namoca, con la calma dell’uomo di chiesa,  ha lasciato la soglia di casa che la luce dei fari si andava ritirando dal lastricato del Palazzo Reale. Tenuto conto che l’attività Ristoratrice si protrae fin sotto l’alba, l’ora è calcolata. Il nemico era coriaceo ma non resistette più della rottura di una bolla d’aria che si ritrovò agonizzante, con la  pancia a pelo

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 d’acqua, e la lingua fuori dalla bocca. Eminenza Namoca alle prime luci del giorno, era di ritorno al palazzo a riprendere il lavoro istituzionale. Ha sotto la mano sinistra il cervello del fu giovane rampollo del casato,  nato con un mal vagito e non riconosciuto. A distinguerlo dalla linea reale, gli fu subito imposto il nomignolo di Vaseto. Il suo nome genealogico passò dunque al fratello minore Vasito,  venuto al mondo in acque extraterritoriali. Una mareggiata, li aveva colti mentre navigavano sotto costa verso casa e sbattuti nelle maglie della rete,  di Franco Picciori e  Santo Balillo. Questi due giovincelli, non avendo altro divertimento per trascorrere la giornata, avevano racimolato qualche metro di rete da sotto la poppa della barca della sciabica di Filo Batticuro. La teneva conservata alla bisogna,  in caso di danno in corso di cala. Franco Picciori e Santo Balillo, andando dietro ai nonni ed agli zii che di questo mestiere campavano, imbastirono al proprio uso,  la rete del Batticuro e la calarono sottocosta. La mareggiata fu provvidenziale gratificandoli dell’impegno profuso con un pugno di pesci che immediatamente provvidero ad offrire al Professore Salbitto che li contraccambiò con una buona dose di cognac che tracannarono d’un fiato restando a bocca aperta per qualche minuto abbandonati con le spalle sullo schienale del divano. Il locale, costruito in legno su base di cemento,dall’uomo di lettere e d’ingegno poliedrico, con la manovalanza di Barituzzo figlio del compagno di giovanili battaglie sociali e la sporadica aggiunta di Ficuro, guardiano di un allevamento di polli incuneato nella galleria del Saspito morto per ignavia in compagnia di una muta di cani,  passati quasi mille anni, doveva servirgli a trascorrere la vecchiaia con i suoi gattini e per scambiare qualche parola con amici e conoscenti. Situato sull’arenile alla periferia del  borgo marinaro di Giuaggio,  ben presto, però oltre che un ritrovo per prendere un buon caffè e fare quattro belle chiacchiere, fu trasformato da Bruneccio, che di questo lavoro ne aveva esperienza, un luogo d’attrazione notturna e d’intrattenimento per veleggiatori buttati dai marosi sulla spiaggia e di turisti di passaggio attendatisi per qualche giorno e stanziatisi per aver scoperto l’incantevolezza delle persone e della natura. Passata l’estate, l’emigrato Aldino  Bruneccio, ritornò a svernare nelle fredde nebbie del paese che l’aveva adottato. La Signora  Bico, cognata del professore Sauro Salbitto,  con il marito occupato a mettere riparo alle prove d’abilità intentate ai danni di esperti professionisti, con l’opportunità  di sbarcare il lunario e dare ai figli la possibilità di mangiare alla tavola dello zio, accettò di mettersi in cucina. La Signora Bico, dunque installatasi nella cucina del Basimento per l’inverno, aveva preso in consegna i pesci pensando di farne una frittura mista. Aveva dunque tirato dal frigo la cartata di pesci, più o meno della stessa taglia, comprati la mattina dal cognato, da Giorgio Lemanno, inventatosi rigattiere e smaltire in bicicletta le malvagità dall’esistenza che indifferentemente dalla giovane età e dalle altre sopportate, elargisce a manate. Messi a lavare con gli altri,  asciugateli, passati nella farina entrarono in padella a friggere.. Vasito punto nel culo dal calore della padella, con un potente colpo di coda,   saltò fuori  a volo d’angelo.  Acquisita la libertà, azzannò con i denti affilati, la signora Bico alla carotide di destra, iniettandole una bassa dose di veleno, combinato e secreto all’istante, da metterla a riposo per quasi dieci minuti, impedendole di portare a termine l’insano assassinio.Dunque, veloce trasse la madre dalla padella e la condusse nelle acque ritornate calme e lontano dalla trappola nella quale erano caduti. Vasito, pur essendo all’oscuro della corrente da percorrere, seguendo le istruzioni della madre che seppur  semincosciente, gli suggeriva, apportando qualche interpretazione personale di rotta in combutta con giovane ed invitante  correnti,  dopo giorni e giorni, notti e notti di nuotare senza sosta, alla fine,  raggiunse il palazzo reale. Ma fu grande la sorpresa quando apprese che il Signor Padre, non aveva molto tempo da dedicare a “ questi “. In effetti, le profonde scottature della moglie  Baghema e del figlio mai visto, non aiutarono Vasato, a riconoscerli. La moglie, non la vedeva da circa un mese. La sapeva nel ricovero adibito per le partorienti, con le femmine anziane, comandate a prendersi cura del suo stato. Presumeva che fosse nella conca, al  riparo dei marosi, oltre le rocce Ranni e non si era preoccupato, comunque era occupato. Quel pesce male in carne, dunque non lo rese capace a dichiararla sua moglie. Nel dubbio, comunque li  consegnò a Namoca per provvedere ad una sistemazione momentanea  o quel che reputasse più idoneo al caso e stava allontanandosi quando fu costretto a ritornare indietro.Vasito d’istitno sentì

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 quell’allontanamento uno scorno e seppure stanco del viaggio, presentò al padre le credenziali della razza. Vasato, ne restò impressionato ma non reputò necessario, al momento, di cambiare la decisione presa. Aveva gli occhi, pieni dei colori più belli del mare. La sua reggia,  respirava un ossigeno pulito al cento per cento ed ogni finestra o porta sbadigliano in una gioia profonda Aveva in  casa un’ospite giovane, una deliziosa ragazzina e ne era completamente invaghito.  Gli sembrava naturale coccolarla ed ammirarla, cogliere ogni riflesso che la luce le pennellava sulle squame, negli occhi, sulle labbra. I movimenti del suo corpo lo esaltavano, il colpo delicato della coda, delle pinne, il suo sorriso radioso, i suoi  occhi sognanti lo rendevano, , più grande , in modo indefinibile, di quel che alla specie natura gli consente. La megalomania lo prese per le branchie e lo gonfiò di una potenza impressionante. Gli venne in mente, addirittura di rinnovare lo specchio d’acqua, di dislocare la posizione dell’intero palazzo, poi di costruirne un altro altrove e si sedette con i piedi in bocca a meditare sulla forma da inventare. Abbozzò nella mente, una costruzione avveniristica, all’incontrario dell’attuale in  un sito diverso, lontano dall’antico maniero di famiglia. “ Questo sito ha fatto il suo tempo “ dichiarò all’ingegniere Dario Gretiso.  Questo,  riuscì ad ascoltarlo fino alla fine  ma alla domanda postagli,  all’improvviso fu preso da un impeto pazzesco e  fu costretto  a saltare fuori dalla sua calma centenaria. Sbattè le gambe l’una contro l’altra che le padelle delle ginocchia gli s’irrigidirono piegandosi verso l’esterno  ed evadendo sul plateau tibiale. A quel punto, si ritrovò, impedito nel camminare  ed anche di parlare, ed allora realizzò di adoperare le ultime risorse prima di perderle che già sentiva che le pinne e la coda, cominciavano a sbiellare e  dunque affondò l’eccellentissimo Vasato, con il suo lampante dissenso, cadendo a pancia in aria e volgendo gli occhi sbarrati al cielo.  Lo status di Vasato, non contemplava alcun pensiero contrario e l’ingegniere Gretiso ammutolì oltre ogni dire. L’Ingegnere Gretiso, era soprattutto un filosofo e dunque rinculò lentamente, a forza di gomiti e mani, fuori dalle stanze regali e del palazzo e ritornò a sniffare le alghe nella pozza della Cala, mangiando fino ad ingozzarsi, a fasci, quelle più giovani e verdi. lasciando il potente Vasato,  alla sue elucubrazioni. Quel bocconcino delizioso  gli si era legato alle corde vocali e lo minava, fin  dal bulbo midollare.L’unica voce che la vasca era costretta ad ascoltare erano  gli  ordini della ragazzina che transitanti per il Vasato, si trasformavano in una tempesta, mettendo alla berlina ogni residente nel raggio di chilometri. Ogni pietanza esprimeva il suo modo di  mangiare e le guance di Vasato  si riempivano  e vuotavano, aspirando ed emettendo la sua aria, secondo il chiudersi e l’aprirsi delle sue labbra a spicchi d’arancia. Ogni bocconcino essudava  il dilatarsi del suo petto ed il masticar era un gesticolar delle mani alla stregua di un prestigiatore alle prese con un impasto di polpettine.Vasato, aveva acquisito nella visione del mondo il faccino abbottonato sulle guence,  di lei ed il suo regno ondeggiava col suo respiro.Vasato, si era magiato  il cervello e stravedeva per quella pesciolina appena arrivata. La soda giovinezza del suo corpo  e la  disponibilità con la quale gli si concedeva senza opporre alcun divieto, gli avevano azzerato ogni protezione e gli altri erano scomparsi. Quella inattesa novità che gli era stata concessa non voleva perderla combinandogli uno scherzo a più cotte. Non intese alcuno che gli consigliasse l’utilità di  distogliersi dalle cure di quella pesciolina. La vezzosa signorina non risultava una pesciolina timorata. Le voci si rincorrevano avelocità sostenuta sulle onde marine. Le convivenze della pesciolina con plurimandatari di enormi ricchezze,  eran sulla bocca di una manicata di  pesci stanziali ai confini del territorio e che per la festa del regno erano venuti nello specchio d’acqua della capitale. Conoscevano Vasato ed erano indignati del suo comportamento. Qualcuno che si reputava un amico fidato,  irato gli disse sul muso e senza trattenere una parola nei barbigli,  quanto era malefica quella giovanetta, portandogli nomi, luoghi e date. Vasato, con gli occhi iniettati di sangue e fuori dalle orbite, senza pensarci un “ attimino “ lo sbattè ai confini del regno in acque tempestose, ritenendolo un spia pericolosa al servizio di qualche potenza straniera ed acerrimo nemico. Vasito, pur non essendo cosciente del dramma del padre, però spinto dall’istinto che il cuore gli dettò,  saltò col suo fatidico colpo di coda,  sul gradino più alto ai piedi del trono ed  indusse Vasato a guardarlo in faccia. Il tempo che gli dedicò non fu molto ma bastante a che potesse

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 imprimere negli occhi la sua faccia. Infatti, Vasato ritrovò in Vasito, le sembianze degli avi. La memoria gli riportò il nonno  ma al momento non volle soffermarsi. Aveva altro a cui badare e pensò che avrebbe avuto tempo a verificare e lasciò il compito al suo padre spirituale. Allocati nell’antico padiglione della cattedrale furono affidati alle cure del Professore Atone, luminare e ministro della salute del regno. Il Professore Atone aveva dato disposizione ai suoi collaboratori di creare una rete sanitaria capillare. “ La salute “ diceva “ è la carta d’identità di ogni pesce e nessuno deve averne di meno dell’altro. La salute non deve crearre disparità. “  Medici ed operatori sanitari erano dislocati in ogni angolo della vasca e non lesinavano né visite,  né medicine. Ogni pesce di qualsiasi taglia era accettato e curato senza aver bisogno di una tessera, un tagliando assicurativo. Il Professore Atone, aveva l’abitudine di effettuare, di persona e senza alcun preavviso,  ispezioni in ogni  nosocomio del regno. “  Ogni presidio sanitario, piccolo o grande che sia, ha il dovere, l’obbligo di mantenersi efficiente. Deve essere sufficiente a curare ogni pesce. Le scuse sono  pietose ed inopportune. “ ripeteva fin quasi alla noia. La sua figura imponente, veniva accerchiata ed  addobbata,  strato dopo strato da una miriade di piccoli squali che teneva sotto osservazione ed addestrava personalmente, nel suo salotto. Il Professore Atone, impartite le opportune lezioni, senza addurre una causa scatenante, li dispiegava intorno, al pari di una calzamaglia e senza avvisare alcuno dei suoi sottoposti,  effettuava l’ispezione. Si accompagnava  nell’irruzione ad un gruppo di guardie specializzate, alcuni giudici e responsabili sanitari chiamati all’ultimo momento. La sua figura appariva almeno il doppio di quanto in realtà lo fosse, avolta in quel branco di piccoli squali. Il suo aspetto secondo la posizione che assumeva lo faceva sembrare, un giullare fuori dai gangheri od una stella malformata o qualsiasi altro abitante del mare, in una travagliata mutazione ambientale. Le teste degli squaletti a bocca aperta ed i denti affilati gli uscivano da ogni parte del vestito ed  incutevano paura o quel riso che bea la smemoratezza assoluta, che rasenta la calma pazzia dei semplici e degli ingenui. Vestito della lucentezza della sua pelle,  si disponeva in alcune  conchiglie e galleggiando raggiungeva la pausa – pennichella..Casualmente, interrompeva l’ispezione e senza avvisare il resto della compagnia, procedeva nei corridoi, nelle stanze,  in ogni anfratto del nosocomio, senza il codazzo di  personale direttivo e  soprattutto locale che con la faccia mascherata dal sorriso di circostanza , con gli occhi ad altezza fotografica seguono la nuca del capo senza dar corpo all’esistenza di chi lavora e con le spalle al muro saluta per educazione.  L’allegria che lo precedeva, comunque manteneva la sua prerogativa.  Rovistava ogni angolo e senza addurre alcuna spiegazione,  metteva  alla berlina i responsabili. “  Servono serietà e professionalità “ ripeteva ad ogni passo. “ Questa situazione non apporta alcun beneficio alla popolazione” diceva incattivendosi. “ La responsabilità che abbiamo verso i nostri simili non ci permette di trascurare nulla che possa nuocere alla salute.L’affidabilità di ogni gestore è data dalla capacità di fiducia che sa ottenere dai collaboratori. Il gruppo che comanda vessando gli altri per fare il proprio comodo è un danno per il regno intero. L’accordarsi con questi per non avere grane è una scelta inadatta alla responsabilità assunta. Questa posizione è contraria ai principi che regolano  l’adempimento dell’uguaglianza e del rispetto.” Concludeva afferrando per la coda i pesci responsabili, piccoli e grandi,  buttandoli oltre la vasca, nelle reti dei pescatori. Gridando loro con gli occhi fuori dalle orbite: “ Dovete averne del coraggio per sopravvivere, farabutti! “

 Namoca riconobbe, al primo colpo d’occhio, in quel pescietto,  i tratti caratteristici del Vasa. Volle, però  chiedere  a Numea la conferma. La Signora Numea, con un fil di voce gli raccontò l’odissea. Ogni giorno ed anche tre volte, Namoca andava a trovarli, ad informarsi delle loro condizioni. Invero Vasito poteva anche essere dimesso il giorno dopo ma  per  precauzione e far compagnia alla madre,  il Professore Atone, preferì tenerli sotto mano. La mattina andando in Ospedale e la sera od