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2018-10-17

Imashito

Categoria: Imashito

IMASHITO

 

( L’Approdo naturale )

 

ACCORDINO ANTONIO

 

 

 LA DEPRESSIONE DEL CORVO

 

 L’orizzonte, con pazienza, cercava di contenere le montagnole che con arroganza,  puntavano i piedi ed ergersi per raggiungere il padre che maestoso si stagliava nel cielo, fumando sereno.

 

Il sole si alzò lentamente da dietro e spinse i tiepidi raggia pennellare di gioia, la vallata che scendeva lussureggiante con alberi d’arancio e mandarino,  limoni e vigneti a pergolato

 

Il mare nascosto dalla scura foschia,  dai palazzi e dalle strade,  respirava piano ascoltando i mezzi di trasporto urbano, le autoche tentavano d’evitare,  il traffico caotico che stringeva il fiato

 

Un corvo, accovacciato sul susino, si manteneva in equilibriocon l’ala sinistra rabberciata, stringendo nelle zampe un frutto immaturo che gli era venuto sott’occhio e con un salto periglioso, senza un’indagine conoscitiva aveva afferrato e per necessità, s’accaniva a beccare

 

Una nuvola di polvere,  si staccò dall’alto della città e scese a rotta di collo,  sopraffacendo l’aria, esplodendo con violenza, senza emettere alcun rumore, avventandosi sull’ignaro corvo mutilato, insultandolo con lunghi, affilati artigli velenosi, schiaffandolo sui rovi, sulle pietre con le lance in alto, che circondavano l’albero e credeva potessero proteggerlo dalle varie specie di parassiti del regno nel quale la criminalità traffica

 

Il dolore lancinante all’ala mutilata, per la violenza della stretta gli costava meno che la privazione della libertà e si macerò la lingua, ogni attacco delle penne ed anche le unghia dei piedi

 

IL respiro gli si era talmente ridotto che si sentiva morto. L’ansia, gl’impediva di mantenere il passo equilibrato e la paura gli  camminava a fianco che un grido non l’avrebbe contrariato

 

La lucidità ch’era stato il senso più alto della sua cultura, fu attaccata da una muffa confusionaria che gli toglieva il senso della vita e cadde in una depressione disastrosa.

 

Il corvo, con inconsapevole energia, in un tempo non misurabile, aprì gli occhi sulla sua condizione e riuscì a riconquistare una civile, dimensione quotidiana Seduto su una sedia di plastica, nel balcone di casa, comunque è allerta.

 

Gli anni, lo afferrano e gli raccontano di una luce immensa, abbagliante esplodergli negli occhi, nella mente e tenta di circuire con pazienza, l’insonnia notturna che lo perseguita, correndo dietro ai corpi luminosi che appaiono

 

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 nell’oscurità che si allarga sulla periferia degradata, affaticata e senza diritti, in un giuoco a nascondino che non premia e si conclude con la timida luce dell’alba che nasce e si perde nei rumori nelle variegate attività cittadine.

 

L’EFFETTO SORPRESA

 

Il viale oltre la villa comunale mi spingeva con misurata allegria verso il lungomare

 

La compagnia del marciapiede era giovane e non si sottraeva allo scambio di civettuoli gorgheggi, stender di lenze e ruotar di cazzuole leggere nel tentativo d’attaccare quella calcina che in fondo sollazza l’esperto muratore

 

Sebbene la mia faccia s’atteggiasse a Santino svezzato, ogni parola che cercavo d’estrarre dalle corde, mi risultava d’estrema difficoltà.

 

L’effetto era vecchio, non risolto e che mi portavo sulle spalle fin dal momento, a dire molto precoce,  della scoperta dell’irresistibile attrazione verso le forme, le movenze ed il parlare semplice, gioioso, non artificioso delle mie compagne di giuochi, di scuola e pellegrinaggi

 

 Il bambino mi preoccupava e m’induceva a graffitare nel sogno, nel tentativo di trovare la soluzione

 

L’attenzione non mi mancava ma non riuscivo a venire a capo, afferrare la cima e concretizzare l’effetto.

 

Una pioggia di inaudita violenza, intanto ci appiccicò alle mura dei palazzi e tagliò ogni progetto di percorso inducendoci in un “ si salvi chi può “ senza prospettiva

 

I grandi magazzini avevano chiuso i cancelli e l’androne.

 

Le vetrine d’esposizione,  scintillanti di luci e colori,  indifferenti,  restavano a guardare sorridenti ed impietose

 

Senonchè all’angolo, il viale declinò vertiginosamente e l’acqua,  erose il selciato e scoperchiò il tombino in loco, acchiappando e risucchiando in esso,  in un giuoco perverso, uomini, cose ed animali che circolavano o si trovavano nei paraggi e magari spinti, non avevano modo di sottrarsi.

 

Il  tombino, invero aveva creato un malverso ciclo continuo,

 

Il treno d’acqua, catturava e trasportava gli ospiti, nel sotterraneo in un giro turistico e li  schiaffava in aria per riprenderli a bordo e ripartire accompagnati da una variegata sonorità di risate degli astanti che incollati l’uno all’altra e viceversa,  pregavano

 

3

 o bestemmiavano senza offesa per alcuno ma a cercare un alito di coraggio e non soccombere alla paura dell’impotenza.

 

Il potere perverso della paura, ebbe però  un effetto collante e la sorpresa fu tale da tramutare l’attrazione di un sogno messo a letargo, nel possedimento di un bassorilievo di fattezze delicate, soavi, che mi camminava accanto ogni giorno e non ero riuscito a vedere.

 

  LA CADUTA DELL’AQUILA

 

 La ghiaia colorata, raccolta con allegria in spiaggia nei giorni di riposo settimanale e spalmata sulla terra avanti l’ingresso di casa, a tappetino di benvenuto, si era scollata e fuggita a precipizio oltre il cancello, saltando addirittura le alte campane metalliche adibite ed inattive, alla raccolta differenziata della spazzatura

 

Lo scirocco, appesantiva l’aria e le parole, con maestria,  si ritorcevano contro, assumendo la caratteristica e malversa  risposta di schegge metalliche e chiodi infuocati,  sprigionati dal ventre di una mina giocattolo,  al tocco casuale di un dito.

 

Ogni stanza della casa,  con corridoio e terrazza coperta avevano perso il sorriso e la grazia dell’attesa, assumendo la costumanza di un mercato disordinato ed accidioso.

 

Ogni passo, circolava con un’evidente precarietà  d’equilibrio che aggravava perniciosamente la fatica profusa e la continua, infruttuosa ricerca di un nuovo posto di lavoro che il precedente era stato perduto per avere reiterato al dispensatore che lo considerava braccio destro nonché fratello, la richiesta della  promessa di regolarizzazione dell’occupazione.

 

La decisione inappellabile di migrare con le suppellettili in spalla, nel volgere di una notte,verso l’accattivante località nativa adducendo la necessità di riposo e cambiare l’aria maleodorante, non era un pensiero salutare ma l’accettazione del fallimento.

 

Il clima solidale, non era la terapia adeguata, la soluzione consisteva nell’affermare il diritto di occupare il posto di lavoro, seppure la collisione continua  produceva un interrotto corto circuito che mal disponeva.

 

La  mattina, mi presentai in ufficio, con l’intenzione di riscattare il naturale e maledetto principio della legalità,  sacrificando l’orgoglio del guerriero, ma fu considerato debolezza ed ogni ulteriore  aspettativa, fu sradicata.

 

L’auto familiare, sbattendo gli sportelli, dimostrò la superiorità

 

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dello stipendio sicuro e divenne all’istante, l’officina meccanica di manipolazione e costruzione degli ordigni di distruzione

 

Il cambio di mano della gestione dell’azienda familiare, manifestò con isterica follia, l’arroganza del potere e maledì perfino la gatta che sul muro separatore della costruzione,  all’ombra del ficus del giardinetto, sonnecchiava con  dignitosa compostezza

 

La targhetta della prudenza con la foto di famiglia, si scollò dal cruscotto e scivolò oltre il finestrino nascosto nella guaina e saltò terrorizzata sulle spazzole consunte del parabrezza appena l’auto sgommò inseguendo la striscia d’asfalto fresca e si mosse alla volta della superstrada per la montagna staccando la polvere nociva accumulatasi lungo la cunetta urbana, sulle facciate dei palazzi e contrassegnava i volti delle persone, con caratteristiche di maschere animalesche.

 

La salita s’inoltrava nelle falde della montagna presentando cespugli di ginestra sparsi a macchia e confusi negli avvallamenti che la terra nera si preoccupava di mantenere a fiori serrati

 

Una curva, con la calma di un esperto cacciatore sparò e l’aquila cadde con il soffio di un ramo d’ulivo carico di frutti, attenuato dall’estensione delle ali aperte in un tentativo istintivo di riparo.

 

L’avanzata oltre il sedile riconobbe l’imperizia e con cautela si sorprese a sorridere nell’incontrare i cespugli di ginestra che con gaia sollecitudine, si aprirono dolcemente colorando di giallo il terreno selvaggio con qualche sparuto albero bruciato. 

 

LA DELUSIONE DELLO SPIRITO

 

Ho circumnavigato l’altare con la mente brulicante di voci gutturali, ordini e richieste irricevibili, eppure masticate e metabolizzate  ad unico salvacondotto idoneo, a continuare l’avventura nel mercato cittadino

 

Un percorso, invero che conduce con atroce agonia alla lenta deturpazione dei valori ed alla sconfitta

 

Cerco di ricucire la responsabilità spappolata e spero di cancellare la panchina sporca della città di sbarco che vanta con le sue molteplici attività, la nomèa di offrire il lavoro che il villaggio nega ad ogni suo pargolo benedetto

 

5

 

L’abbraccio con l’avito padre mi conforta ma mi richiama

 

alla mancata frequentazione inducendomi  ad inchinarmi,

 

con gli occhi del figlio nelle mani,  a ricevere con umiltà,

 

i colpi del cordone che aveva liberato i paramenti sacri

 

Avrei voluto chiamare indietro, il bambino e riportarlo

 

sulla spiaggia, a saltare sulla barca all’ancora e tuffarsi

 

nell’acqua azzurra, farsi gabbiano e volare a scrutare

 

 il colore delle onde, scoprire i pesci fare le boccacce

 

La salita è faticosa, è il prezzo della bellezza della natura

 

e dalla gioia, con voce stonata,  canto a squarciagola

 

l’amore che mi sbanca l’anima per l’invisa coetanea

 

Ho le spalle cariche di dolore,  mi scoppiano i padiglioni

 

La solidarietà è un modo per truffare e mi ritrovo mortificato

 

a trattenere,  i principi che mi scappano,  inorriditi dalle dita

 

Cerco l’uscita della sacrestia per ritornare nella strada,

 

La  sua voce rotta, accorata, m’insegue e mi chiede:

 

“ Hai perso lo Spirito? “ costringendomi a rallentare il passo.

 

Oltre la soglia, la fame, la maleducazione, la sopraffazione,

 

spingono l’uomo, bocconi sull’asfalto e le parole pietose

 

di ogni occasione prendono il sopravvento lacerandomi.

 

L’impotenza mi sputa in faccia e perdo il lieve sorriso

 

che mi sforzo di mantenere per non tediare gli allegri beati

 

La luce si è perduta oltre le stelle e lo spirito deluso, celato,

 

mi osserva arrancare, con le gambe doloranti, verso l’auto.

 

 

 

LA MASSERIA DELLE PALME

 

Rimasto appiedato, cerco un appiglio per gridare

 

e scaricare la disperazione che mi strazia la mente

 

Ogni volta, l’impotenza per non avere avuto la capacità 

 

di difendere la proprietà del padrone, mi bastona

 

sugli occhi e le articolazioni, creandomi disfunzioni motorie

 

Sono sconvolto, vago sotto il sole abbagliato dal dolore,

 

e vado allo sbaraglio, alla ricerca di un indizio allo scopo

 

di rientrare in possesso della merce e del mezzo di lavoro

 

Avrei dovuto farmene una ragione, questa è la terza

 

e dovrei ritenermi salvato dalla mano divina per non avere

 

subito, danni fisici irreparabili, incorso in mutilazioni o morte

 

6

 

La denuncia si è tramutata in un interrogatorio serrato, facendomi

 

sentire  in pericolo, inculcandomi la paura  che possa finire in prigione,

 

 per concorso in sequestro, truffa e non so per quanti altri capi d’imputazione.

 

Il sospetto, mi rimane sul collo ed aggrava la mia condizione

 

Scavalco una rete metallica, un fossato ed emergo col fiato

 

che mi si è rarefatto in gola e la distrazione della visione,

 

in una strada che si perde in una spianata gialla, desertificata.

 

Ho la sensazione che non mi resta altro da fare che ritornare

 

Indietro, concludere ogni ulteriore ricerca ed affidarmi a Dio.

 

Un attimo, ritenni che continuare fosse un atto velleitario,

 

qualcosa, però  mi venne in soccorso e mi  aizzò

 

la ragione, con una sottigliezza infingarda a non arretrare

 

di un corto passo, alimentando quel barlume di speranza

 

che induce ogni uomo sul baratro, a non dichiararsi sconfitto

 

ed indignarsi  della precedente latitanza impedendogli ogni reazione.

 

La rabbia, si è caricata dell’umiliazione e mortificazione che gli Agenti,

 

in gara con il traffico dei mezzi in transito sull’autostrada, non si esimono

 

dal risparmiarmi e con acutezza, percepisco che non rientrando nella lista delle merci a rischio, per false fatturazioni, si burlano della mia tragedia.

 

La sigaretta, accesa per scansare l’aridità della bocca,  mi trema nelle dita,

 

cerco di distrarmi col fumo che mi giuoca in faccia ed  a dirla a chiare lettere, mi offusca di più, la vista,  tuttavia, non riesce ad impedirmi di percepire,

 

in fondo, in quel che intendo ruderi, la presenza della mia stalla su ruote

 

che viene condotta verso una macelleria non dichiarata, di contrabbando.

 

L’autoarticolato lentamente, circumnavigando  il perimetro della masseria

 

in disuso, con le mura diroccate, si cela alla vista, è inghiottita dalla terra.

 

Il mio sguardo, incattivito del predato, incuriosito insegue

 

la muratura sbriciolata, la calcina erosa, i mattoni e le pietre

 

e col passo titubante ma indagatore, s’incunea con il tracciato

 

e scende per una strada lastricata di pietre, nella porcilaia vuota,

 

e continuo, col passo  e la precauzione di uno che viola l’altrui

 

territorio affacciandomi, con la meraviglia dell’inesperto cercatore,

 

in un  cortile a mezzaluna fronteggiato da cinque palme, un fico,

 

quattro alberi di limone, tre d’arancio ed un gelso gigantesco

 

Estasiato da cotanta bellezza, m’accorgo di un martellare

 

senza discrepanze, inverecondo, che nasce dal sottosuolo,

 

 m’afferra il polpaccio delle gambe saltando le scarpe ed i piedi,

 

inducendomi a credere a scosse di terremoto, incitando la fuga

 

Un farfugliare inconsulto, di assestamento,  mi tamburella la bocca

 

con un bollore alle guance facendomi sobbalzare la protesi.

 

 Mi colpisco con la pianta delle mani alle cosce, nel tentativo

 

di scacciare la paura e mantengo la postazione ricucendo la visione

 

7

 

e stupefatto, vedo i tronchi delle palme che si colorano di ragazze,

 

di sembianze sfornite di veli, con qualche scialle vezzoso

 

e sul ritmo di una danza morbida e sinuosa, sfilano e vanno a segnare

 

con varie pose la base del gelso, sorridendo, invitandomi fra loro.

 

L’arma in dotazione con l’eccitazione in canna prepara l’assalto,

 

dimentico di ogni preoccupazione, affanno od altra incombenza,

 

senonchè vengo sorretto dall’indiscusso aiuto che l’indole

 

mi riserva mantenendomi all’erta, di quella zona ancora sveglia

 

della ragione, stuzzicandomi, facendomi sovvenire che quella

 

sceneggiata,  possa essere una trappola per distrarmi o peggio

 

e tento di bloccarmi, con una fatica non indifferente, restando

 

con una lieve inclinatura in avanti,  per l’attrazione incessante

 

alla quale, nolente sono sottoposto ed anche per il dannato tremore

 

che continua a produrre il sottosuolo della Masseria delle palme.

 

Una voce gutturale, cavernosa, minacciosa mi colpisce la nuca

 

avanzando, saltando dal fondo del fabbricato, costringendomi

 

a voltarmi, strizzare gli occhi ed entrare nell’oscurità e scoprirne

 

la proprietà e che di colpo nella memoria, mi risulta conosciuta.

 

  L’invito di accomodarmi, si accompagna all’apertura del buio

 

in un morbido, riposante azzurro che ricopre un ingresso, libero

 

di attrezzi, suppellettili, mezzi meccanici ed ogni altro oggetto

 

di riempimento che rendono comoda l’esistenza dell’uomo

 

La voce mi guida ed io la seguo al pari di un prigioniero legato

 

ad una lunga catena, senza tentennamenti o minima opposizione

 

Il percorso è un corridoio con le pareti del colore pisello, solo il tetto è giallo, diverso di quello dell’ingresso che consapevole, ho perduto alle spalle.

 

Il ricordo che m’illumina e mi fa aprire la bocca in un sorriso ad arcata intera, è la voce dolcissima che mi chiama e poi una mano d’acciaio tenero

 

che mi si attacca nella parte posteriore del bacino e con forza, senza fare rumore, mi lancia in un buio trapunto di scoppi di palline di zolfo

 

che mi pare di giuocare con le stelle del firmamento e balzo, nell’atterraggio,

 

non in braccio, ma sulle grazie, l’avvenenze di una squadra di poliziotte

 

che mi accolgono in un telone che han cercato in ogni modo, di non svelarmi.

 

Ho compreso che l’arma, mi seguiva nei viaggi, teneva d’occhio la Società.

 

Ogni mezzo di trasporto, era controllato a debita distanza, aveva indotto

 

i Funzionari ad indagare sul proprietario, l’allevatore importatore

 

ed una fiorente catena di supermercati d’indiscutibile onestà.

 

La Masseria delle palme, nel suo ventre, macellava ed  inscatolava

 

Il bestiame importato con false fatturazioni, certificato sanitario,

 

riceveva  il beneplacito e la compiacenza del perito, ed a bordo

 

degli autoarticolati prendeva la strada per i mercati esteri o locali.

 

 Il sequestro lo dirottava alla Masseria delle Palme e scaricato il macellato

 

8

 

e derivati, con altri veicoli procedevano alla consegna senza preoccupazione, riportando indietro, l’autoarticolato, nel rettangolo ove si trovava al momento del trafugamento, e dunque ritrovato  vuoto e senza alcun danno.

 

Gli animali, i suoi derivati entravano nella linea della commercializzazione senza che fossero intercettati, perquisiti od altro, dalla polizia stradale.

 

L’intoppo che ha portato l’arma all’intercettazione ed all’azzeramento

 

dell’associazione, è stato incidentalmente, il sottoscritto, vessato, dileggiato, costretto in detenzione in luogo sconosciuto, ha perso il lavoro  e con il nome sporcato dai resti, dalle interiora degli animali, nell’androne della Masseria, lotta con il prestanome della Ditta che ha già in conto la libertà e l’ingaggio

 

in un altro supermercato o Società estera in mano alla Famiglia, scevro comunque da ogni problema di sopravvivenza, invero mi lamento

 

per avere perso, nel tafferuglio dell’evento, l’occasione  d’intrattenermi

 

 in colloquio con la poliziotta che mi ha accolto nel suo morbido telo.

 

Ho stampato nella memoria, il suo volto con la chiarezza del cielo e del mare viaggiando sull’autostrada, il suo sorriso mi nasce nell’orizzonte, mi avvolge

 

con la tenera sollecitudine di una mamma e mi stringe dolcemente sul petto

 

Ogni giorno, quasi casualmente, mi ritrovo a transitare davanti alla caserma,  a volte mi fermo e rimango ad aspettare che esca, con la paura che possano pensare che sia un terrorista, voglia attentare alla loro incolumità e l’amore, mi trascina la mente nelle sofferenze e mi privo del diritto di essere libero, inducendomi a tentare un assalto e farmi arrestare ma vi rinuncio per paura

 

che la memoria mi possa tradire e l’amore venire allo scoperto e scoppiare

 

in un pensiero inconsistente e costituire un episodio di malcostume.

 

 

 

LA NOTTE DELLO SCORPIONE 

 

La luce, lievemente offuscata da una nebbiolina tenera,

 

leggera, s’accompagna ad un’aria tiepida, crea aspettativa

 

e chiama gli animali, la natura, con serenità al risveglio

 

Il giorno mi viene incontro, senza alcun cambiamento

 

mantenendomi nell’avvilente, destabilizzante precarietà

 

A volte, vinto da un’insolita stanchezza,  m’apparto perfino

 

qualche secondo, ed anche oltre il minuto a ragionarci sopra

 

La lotta non mi spaventa e la decisione, invero mi risulta

 

alquanto difficoltosa, seppure vedo e sono cosciente che a meno

 

 di quattro palma dal naso, l’acquisizione conseguita con estrema fatica,

 

un giorno dopo l’altro presenta crepe ed il depauperamento, invero

 

9

 

ha raggiunto e superato il livello più basso, ossia di non ritorno.

 

La svolta che in fondo, ritenevo necessaria, invero significava,

 

munirsi di un’arma laser, abbassare la maschera sul viso, mirare

 

e sparare con calma,  badando a non farsi sfuggire qualcuno

 

Ho ritenuto le armi, un espediente dei deboli, confidando, dunque

 

 nel principi fondanti l’umanità, nel rispetto reciproco, dell’amicizia    

 

ed ogni giorno, nel tentativo di ricondurre i collaboratori,  al rispetto

 

delle condizioni contrattuali e tenere a bada, le pretese sconsiderate

 

avanzate,dalle forze parassitarie legali e della criminalità organizzata, rimandavo, verificando le cuciture allentate, gli strappi nascosti alla vista.

 

 La mano, nel  cercare d’acchiappare il filo per imbastire la stoffa,

 

invero si era slogata dietro la matassa che mi  sfuggiva, rotolava

 

beffarda, negli angoli più impensabili, sospendendomi il respiro,

 

mortificando la mia intelligenza,  con sfacciata impenitenza

 

L’andamento, si identificava a quello delle settimane e dei mesi

 

che si erano allontanati indecorosi, senza un cenno a voltarsi

 

L’inseguimento per strade asfaltate, ripide e viottoli di campagna,

 

non aveva sortito alcun effetto positivo,  eppure m’incaponivo

 

L’ansia m’assaliva astiosa e mi macerava i piedi, mantenendo

 

insoluti,  i problemi, conficcandomi nel fondo,  i vecchi chiodi

 

Ho calzato i pantaloni, la camicia, annodata con impegno e fatica

 

insoddisfatta, l’inusuale cravatta ed appuntato il gilè, m’accingo,

 

 a trasferire con baldanza, la figura esile e di media statura,

 

                      verso la zona commerciale e delle banche,  residenza dell’attività                      

 

che mi ero inventato giorno dopo giorno, con un appiccicaticcio senso,

 

d’insoddisfatta alleanza con il sistema aggressivo di questa città

 

Sono uscito dalla camera da letto, con il grigio elettrico, inconsueto

 

che mi dipingeva impietoso, la faccia fino al fondo schiena e scarpe.

 

Una sensazione di freddo umido, invero s’accalcava, piano in spalla,

 

ora a destra, un minuto dopo a sinistra, richiamandomi a rientrare

 

La mia nonna paterna, sentendo il mio spirito, in grande difficoltà,

 

alla sua maniera, con la nota caparbietà, è scesa dal cielo, per aiutarmi.

 

Mia madre a stendere i panni, con un alto grado d’apprensione,

 

gira a metà ed inclina la testa,  gridandomi sulla nuca, copriti per bene,

 

scombinandomi i corti capelli, rammentandomi la folta chioma

 

che mi ornava con la barba incolta, la faccia dello studente ribelle.

 

Sollecito, nel tentativo di riappropriarmi, del clima salubre che la famiglia

 

confidava mi  spettasse,  ho disseppellito e sganciato dall’affollato attaccapanni, riposto nell’angolo in prossimità della porta d’uscita,                   

 

 la giacca color granato, sentendomi, con evidente subitaneità, gratificato.

 

Ho fatto qualche passo fuori soglia ed ho respirato a polmoni pieni,

 

l’aria che si riscaldava, mettendo una mano nella tasca destra del pantalone

 

10

 

a prendere il pacchetto delle sigarette e l’accendino per fumare, riducendo

 

la visuale e non avvedendomi di un pugno micidiale che mi s’abbatte

 

 in piena faccia,  mandandomi la mente in ebollizione, espellendo fuori

 

dalle orbite, i bulbi oculari che subito, esplosero in una luce immensa.

 

L’eclisse m’indusse ad estraniarmi e persi all’istante ed all’unisono,

 

la cognizione dello spazio, acquisendo un equilibrio appesantito,

 

cancellando il tempo  e scivolando man mano, in un vuoto gelatinoso.

 

Il silenzio che si sprigionò, seppure puntuto, mi lasciò salire dalla schiena,

 

una sorta di calcolata reazione che lavorò senza reclamare nulla, velocemente e con la maestrìa di un anziano scalpellino, una piattaforma

 

che mi permise di escogitare,  una difesa sconosciuta all’essere umano

 

che manipolò ed  abbozzò la mia pelle,  in una corazza coriacea ed istruì

 

ogni cellula, ogni apparato del mio corpo a mutarmi in scorpione

 

 Le mie estremità, gli occhi, i muscoli assunsero  funzioni scorpionesche.

 

La mutazione nell’animale, dunque  mi risultò vantaggiosa tanto che riuscii

 

ad ammortizzare senza affanno, l’attacco inconsulto degli scarponi chiodati

 

che colpivano senza alcun riserbo, sebbene fossi un portatore di occhiali, L’arroganza creata dall’ignoranza, alleatasi con il potere che di essa si nutre e della quale a sua volta ne è dipendente, mira a sopraffare il cittadino

 

che chiede con educazione e rispetto, la convalida di un diritto acquisito

 

L’alleanza creata, stralcia le regole e si nasconde nelle pieghe della legge secondo l’interesse nell’equilibrio acquisito senza mostrare pietà per alcuno.

 

L’esistenza del malcapitato è stravolta, sconvolta e disarcionato dal cavallo

 

del pantalone, gli viene strappato ogni bottone per evitare che la disperazione

 

lo possa condurre all’auto eliminazione e rivelare, un problema da spiegare.

 

L’ arricchimento indebito è un sistema collaudato, regolato che produce lavoro e non può essere messo in discussione da qualche animella delicata

 

e mi schiaccia la faccia, l’addome, la gabbia toracica, le spalle

 

 ed anche la schiena, con un sorriso subdolo di coercizione protettiva

 

L’incapacità all’autodifesa, acquatta l’uomo sul tappeto del vano

 

nel quale era stato messo,  a decantare il proprio dolore, ritenendolo vinto.

 

Il giorno, si è sbrodolato, in un susseguirsi ingiurioso della dignità

 

 e mortificazione dell’intelligenza,  con il sovrapprezzo dell’attentato fisico.

 

Il calare della sera, quieta ed il buio scansa quel tanto che basta, il rumore,

 

le voci e convoglia l’inconsulta sopraffazione verso le succulenti cibarie

 

La festa con le più alte autorità, è il coronamento del profitto dell’impresa

 

e serve da lezione a coloro ritengono di doversi tenere fuori dal giro.      

 

La cocente giornata è trascorsa ed induce lo scorpione in fasce, a cercare

 

uno spazio adeguato che il freddo pungente lo accoglie mettendolo a disagio. Lo scorpione, in fondo è un uomo mutato e cerca il toccasana degli angeli

 

La sopravvivenza,  seppure con fatica, richiede coraggio e lo sguardo,

 

seppure inorridito, si solleva al cielo e l’uomo, esce dalla discarica

 

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 nella quale è stato scaraventato dagli strumenti dell’ente per la sicurezza.

 

La notte, con fredda determinazione, propiziata dalla perdita d’identità,

 

mette a disposizione l’armamentario più temerario acquisito dall’essere

 

nell’officina dell’evoluzione e rientra nella caverna a costruire e stampare

 

 gli strumenti che periodicamente gli procurano una precaria salvezza

 

Lo scorpione, riproduce le scaglie frantumate, i tratti incurvati,

 

le punte spuntate e con il pungiglione carico, si  mira soddisfatto nella luce lunare.

 

L’armatura è ben oleata e brilla  fin nei più piccoli particolari, ed illudendosi,

 

considera i fori, addirittura delle gemme, le pietre preziose dell’amore.

 

L’attacco letale, a questo potere deviato, dunque  è pronto a scattare.

 

L’uomo costretto a trasformarsi in un animale per farsi rispettare, è armato,

 

corazzato ed ha disattivato i padiglioni ed ogni altra componente acustica

 

La frequenza è stata regolata e non ascolta, è sordo a rumori e parole.

 

Il silenzio è assoluto ma nel lanciare l’attacco prefissato per la distruzione

 

 del nemico, con la certezza del sopravvento, lo scorpione regredisce,

 

perde la sua coriacea consistenza, le ossa si sbriciolano e diventano polvere.

 

L’uomo, ha risalito la china della sopraffazione e della vendetta ed ha ripreso in mano,

 

le redini del destriero allevato con la sapienza della cultura,

 

la saggezza della civiltà, fermandosi sul confine e prima di fare male.

 

 La legge della magnanimità, invero crea nell’avversario la superiorità

 

L’uomo, però confida che l’altro, possa assimilare la lezione ricevuta

 

e sebbene questo, è ricondotto nella cocente sconfitta a ritornare indietro.

 

La pace, è la dignità dell’esistenza dell’uomo, conduce le risorse della guerra,

 

allo sviluppo ed alla solidarietà dei più deboli, meno agiati, sottocurati,

 

ridandoci la gioia dell’ospitalità e la bellezza della terra, del sole e dell’aria.

 

Ho raccolto, dunque i connotati  ricevuti dai miei genitori, tramandati dagli avi

 

 e rimodellato la mente del mio corpo,  mettendomi deciso, in viaggio

 

con l’intento d’inventarmi, una soluzione lavorativa  ed affrancare la dignità.

 

 La ricostruzione dell’integrità è un percorso di disagio, invero molto arduo,

 

con tratti di pianura brevi e con l’orizzonte che indica una marcia faticosa.

 

 La scalinata è ripida tanto che se alzi la testa a guardare, cadi all’indietro,

 

è  molto lunga, con i lati ed il centro sporchi di rifiuti d’ogni risma e liquidi nauseabondi

 

che scendono allargandosi e restringendosi senza concederti

 

un minuto per portare il piede all’asciutto, questa  invero è l’ultima possibilità.

 

La piazzuola si presentava disabitata, uno sguardo scrutatore nella vetrata

 

della porta di una casa a pianoterra mi ha svelato una presenza umana.

 

Ho tirato un sospiro di sollievo, mi sono rinfrancato dell’energia consumata

 

per avercela fatta ad arrivare in cima e ritrovare le mura della famiglia

 

che avevo perso nell’incubo, nella discesa verso l’inferno.

 

Mi sono seduto sulla soglia, ho acceso una sigaretta ed ho pianto il male

 

che aveva coperto i miei pensieri, distraendoli e privandoli dei sogni.

 

 

 

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LA STANZA DEL SERPENTE

 

Il pomeriggio, pervaso di canti soavi, andava  in processione,  per le strade 

 

tappezzate di fiori di ginestra, garofani e rose bianche, inseguendo il Padre

 

che col sole dorato in mano visitava gli altarini che i devoti avevano eretto

 

nell’angolo più bello del quartiere, tentando di nascondere alla meglio, i rifiuti,

 

la disperazione e le malattie, chiedendo miracoli,  bene e pace, dilazioni

 

ai pentiti, la pena di morte agli assassini e misericordia ai politici considerati,

 

fratelli di latte, incappati inavvertitamente, in distrazioni e corruzione pubblica.

 

 La fiumara umana, stanca si era frammentata allontanandosi dalla statale, lasciandosi  alle spalle,

 

la collina con la villa baronale e la pineta secolare.

 

Una voce dolce e suadente, lenta, silenziosa lasciò il solco  profondo del cervello,

 

e s’avviò a percorrere la distanza intera senza titubanza alcuna.

 

cominciò a viaggiare per le circonvoluzioni,  con sobri sbuffi e salti, dondolii

 

ed allungamenti  combinati con altri segnali premonitori,  vestendomi

 

di un’emozione che al momento mi dava sbiancamenti e sudorazione.

 

L’affiorare di una memoria capricciosa, incontenibile, mi piegò gli ginocchi

 

e mi costrinse a sedermi sui calcagni, allungarmi  in avanti con le mani chiuse a coppa sulla faccia, 

 

in un vano e stupido tentativo di trattenere l’evento

 

che andava a manifestarsi con virulenza e senza accettare condizionamenti.

 

 Il fenomeno scomparso,  rimasto a covare, all’improvviso,  espulse gli anni  della scuola,

 

fino a tagliarmi il panorama ed indurmi a ripiegare nello spazio

 

ad  inseguire un branco di pecorelle giocherellone che m’indicarono col muso

 

i filari  delle palme oltre la circonvallazione che scendendo verso Occidente

 

risalivano il promontorio che mi risultava nascosto e si fermavano davanti

 

al grande cortile del palazzo baronale lasciando intravedere una stradina

 

conducente gli scarponi, il vestito di fustagno con gilet , camicia aperta

 

sul petto villoso e fucile a pallini sulla spalla dell’inviso caporale.

 

Il lungomare s’incurvava a raccogliere le barche, le giostre ed i furgoni

 

attrezzati a panineria, i capannoni in allestimento per la mostra artigianale

 

 e con una ridda di pensieri poco confortanti, andai alla ricerca di qualcosa che presumo

 

potesse rassomigliare ad un sogno stravagante, svanito

 

 con l’arrivo dei raggi del sole sulla faccia ma che mi teneva in un’ansia

 

che si faceva sempre più pesante e mi avviai per il viale che isolava la città

 

dal palazzo del casato dove da ragazzo con il diario, un quaderno e libro

 

 della materia del giorno, legati dalla cinghia di gomma, sottobraccio,

 

accompagnavo alla sua dimora, la mia compagna di scuola, ritornando

 

nei pomeriggi che lo studio incitava all’approfondimento di greco e latino. 

 

L’emozione mi gelava le mani, la testa e gli occhi mi bruciavano a guardare

 

 

 

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i giorni che s’affacciavano alla finestra ed allegri e spensierati mi saltavano

 

sulle mani, sui piedi in un giocare instancabile, di una naturalezza delicata

 

che esaltava ogni sguardo, ogni carezza,  un approccio, un cauto contatto.

 

I libri, testimoni silenziosi accompagnarono la crescita del nostro sentimento

 

leggendoci pagine su pagine di regole senza infastidirci e dichiarandosi fidati.

 

La luce leggera piegava le listarelle delle persiane e coatta s’introduceva

 

a spiare nella stanza, accompagnandosi ai respiri, ai rumori dei nostri corpi

 

sul letto, semiavvolti nelle lenzuola in una frenesia che incitava a volare,

 

 senza porsi alcuna domanda, afferrati dalla necessità, dal piacere di scalare la montagna

 

e toccare il cielo con il naso e giacere abbandonati l’uno nell’altra, schiacciati dall’avventura, senza conoscere una soluzione.

 

    La giovane età, anelava a correrle dietro e seppure chiamato verso l’altare, immolavo la vigoria nel tentativo

 

di assoggettare la natura, trattenere le onde che impetuose, saltavano sui cuscini, oltre il perimetro dell’amore.

 

Il sogno è l’evento più alto dell’uomo e la genìa perderebbe il profumo,

 

senza il suo contributo e chiamai la saggezza che è l’arte che addolcisce

 

e gratifica ogni risorsa e gli ordinai la chiave del lento, delicato movimento.

 

L’amore mi rese gli onori,  m’atteggiai a padrone ed acquisii un equilibrio

 

superbo e con le redini salde nelle mani sconfissi la paura dell’ignoto.

 

La cima era esaltante e sublimato dal piacere sorridevo ad osservare

 

i pori della sua pelle respirare riprendendo piano il proprio stato, la naturale posizione, 

 

pregustando lo spirito spensierato che aleggiava nell’aria.

 

La sensazione di un sorriso beffardo, mi colpì schiaffeggiandomi lo sguardo,

 

mi girai sulla destra e col gomito appoggiato sull’unico mobile della stanza

 

scoprii un serpente giallo, in agguato a saltare sulla preda ambita.

 

Un fiotto di veleno mi riempì la bocca e mi stese sul pavimento in coma, tagliandomi fuori dal presente,

 

eliminando i giorni che vennero, sconosciuti.

 

La scoperta del corpo della mia compagna di scuola, non fu immediato

 

ed a trovarla,  ormai dissanguata, straziata,  furono i cani del padre.

 

La colpa fu addossata agli animali e l’assassino, è rimasto libero

 

impedendomi uno sviluppo sereno, riservando al Caporale,  il male

 

che non ho mai lasciato,  seppur lontano, rifugiato ed esiliato per lavoro.

 

Ho scoperto la sua tomba e la casa diroccata alla stregua,

 

o forse molto meno del palazzo baronale che seppure imponente nella maestosità

 

del Casato, ha allevato degli incapaci, maschi e femmine inette.

 

Messo piede sul selciato, ai piedi della scalinata, ho alzato la testa

 

e meravigliato della bellezza architettonica e delle espressioni faciali

 

di uomini, puffi, angeli ed animali raffigurati sulla facciata, mi sentii

 

offeso dal decadimento,  eppure ho gridato rabbioso la loro estinzione.

 

Ho evitato l’ingresso principale e mi sono avviato lungo il muro di cinta

 

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nel tentativo  d’introdurmi nella stanza del serpente, spinto dalla memoria.

 

Il sottopasso m’accolse con una certa difficoltà sopraffatto  dalle erbacce, senonchè una mano calda, affettuosa, con delicata cautela mi sostenne

 

e mi permise d’uscire ed entrare nel giardino interno del palazzo diroccato.

 

La veduta paradisiaca con fiori in sboccio di vari colori ed il sole a picco,

 

raggiante per ogni angolo mi esaltarono e cercai il conforto della ragazza.

 

La sua presenza aleggiava nei fiori, nella fontana e danzava sul selciato

 

suonando una musica soave con i raggi che scendevano dolci, dal cielo.

 

Mi sedetti con le spalle alla fontana e con la memoria in mano respirai

 

la delicata fragranza che il suo amore mi sapeva dare senza ordinare. 

 

 

 

IL CANE CON GLI OCCHIALI

 

Lo scivolo, le molle, le papere, la nave punica, la vela latina,

 

il girotondo ed il coniglio, spezzati, sparsi sull’erba incolta,

 

sulla ghiaia che trasborda dalle buche del terreno  che necessita,

 

 reclama e non rintraccia, la mano ingaggiata per la sua cura. 

 

Lo spazio, riservato ai giuochi dei bambini, è stato violato, messo

 

a soqquadro, ridotto in frantumi e creato un vuoto incolmabile.

 

I passeri, i cardellini stanziali che cantavano beati, perfino le gazze

 

scese al mare in cerca di cibo nei cassonetti, hanno lasciato il cielo,

 

che offuscato ha perso il sereno e soffocato ogni corrente d’aria.

 

Gli oleandri, sono caduti  in una disperata, indicibile sofferenza, i rami,  

 

confusi, hanno perso i boccioli, inducendo le foglie a cadere verdi,

 

a distaccarsi improvvisamente e piombare sull’asfalto, per terra.

 

L’equilibrio, la sanità mentale è messa a rischio, la coscienza inorridita

 

non riconosce l’innocenza e regredisce alla vista della madre, 

 

che prostrata dalla precarietà quotidiana, consuma l’ultimo grido.

 

Il parcogiuochi, ad un tratto è stato trasformato in una discarica nociva,  

 

ed i gabbiani attoniti, sconvolti restano a guardare senza atterrare.

 

Il  ristorante abusivamente si è annesso il prato,oltre la strada,

 

creando un prolungamento alla costruzione naturale del locale,

 

 nascondendo alla vista, lo spazio pubblico, i bambini a giuocare.

 

Il cane è seduto sul cuscino con le spalle appoggiate, al grande pino,

 

si massaggia lentamente la faccia, s’aggiusta gli occhiali sul naso

 

ed osserva intorno, con meticolosa curiosità il rumore del silenzio,.

 

La posizione semieretta, allunga  sulle cosce la maglietta variopinta,

 

espande l’addome prominente, rivoltante, abominevole dell’animale.

 

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La gente seduta ai tavoli del ristorante è separata dal parcogiuochi,

 

da un muro sottile, di canne e da una rete metallica e mangia,

 

ride, chiacchiera e beve, estranea, distratta e  non s’accorge del cane

 

che soffia col naso, spalanca gli occhi al cielo, ed alla stregua

 

di un cucciolo di felino, allunga annoiato,  la zampa nell’aria, si liscia

 

i baffi e fa le boccacce, ai cardellini e canarini,  bloccati in gabbia.

 

Il cane, ha ordinato gli strumenti, ha preso in mano, la borsa da viaggio,

 

 e lentamente, con l’aria inoffensiva di un innocente,  ha lasciato

 

 la panchina occasionale, e si è allontanato indisturbato verso il locale.

 

 Ha osservato il cancello spalancato,  del luogo adibito,  ai giuochi

 

dei bambini ed è andato a prendere posto a fianco degli avventori

 

e sedutosi, mangia e beve, puffetta i bambini che corrono fra i tavoli.

 

 Il cane con gli occhiali, si è allocato, sotto il portico del negozio del centro ottico e

 

nella posizione seminclinata, innaffia con la pompa di gomma,

 

il marciapiede a destra ed a manca, offrendo un bel vedere, ai passanti,

 

ai lavoratori e disoccupati, agli amministratori ed alle forze dell’ordine

 

La vetrina addobbata a festa, espone in testa, il cane con gli occhiali.

 

Il suo aspetto distinto, vestito in doppiopetto e camicia bianca. annuncia

 

la trasformazione che ha inizio, è nascosta e non la vediamo,  varca

 

il portone di casa,  col  pensionato, il tecnico delle telecomunicazioni,

 

del comune e dell’enoteca, del professore ed artigiano e s’accompagna

 

ad una santa fede cristiana con la responsabilità del padre di famiglia.

 

 

 

LA SERA DELLA FOCA

 

La cena con zii e cugini, emigrati, venuti in vacanza dal Venezuela,

 

si era conclusa,  in simpatica allegria ma la saccenteria dell’anziano

 

capo famiglia, iniziava a superare la mia cortesia e con diplomazia,

 

ho preso congedo e salutato,  i padroni di casa e gli ospiti, lasciandoli

 

a dipanare, alcuni aspetti controversi, della divisione di cespiti ricevuti

 

in eredità da una zia celibe, morta quasi un anno fa, senza testamento

 

Ho evitato l’ascensore, occupato e solleticato da un sottofondo musicale

 

 che saliva con allegria, lungo la tromba e sono sceso per le scale sfilando

 

dal taschino della giacca, dove l’avevo posto, il grosso e lungo sigaro

 

che lo zio m’aveva regalato, con l’enfasi di chi ha saputo conquistarsi

 

col sudore della fronte ed anni di fatica, il rispetto e l’onore di un’altra patria.

 

Un attimo ed ho acceso di profumo all’anice,  l’aria che si trascinava

 

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bacchettona, all’accaparramento di odori buoni, di condimenti, pietanze succulenti e rumori variegati,

 

eruttati, con delicata naturalezza, dribblando

 

il tempo ed evitando di allarmare l’agglomerato residenziale,

 

che amava crogiolarsi nell’incontaminato isolamento, dell’oscura periferia cittadina

 

Il ritmo della musica giamaicana, raggiuntami poco dopo, m’indusse

 

 a battere le mani, accelerare il passo e causarmi la perdita del sigaro

 

che mi sfuggì dalle deboli labbra, e precipitare nel vuoto della ringhiera,

 

senza lasciarmi alcun rimpianto, anzi sollevandomi, da un enorme peso.

 

Lo sbattere della porta dell’ascensore e la  presenza sul pianerottolo,

 

un  piano sotto, con movenze inebrianti, di una donna diretta verso la porta semiaperta d

 

ell’appartamento di sinistra, mi spinse a precederne l’entrata

 

in casa, osservarne più da vicino le fattezze del suo corpo appetitoso.

 

La focosa baldanza con la quale mi accinsi a scendere i gradini della scala,

 

che mi ritrovai posato su uno scheletro traballante e  fui costretto, per evitare che piegassi gli ginocchi,

 

e l’equilibrio mi giuocasse un tiro di imprevedibile risultanza, lentamente mi addossai contro il muro portante e lento, scivolai

 

col fianco sinistro, riuscendo a gabbare sotto le scarpe di gomma antiscivolo,

 

due o tre gradini  e per darmi un contegno, non perdermi in una favola atroce,

 

m’inventai di cercare nelle tasche dei pantaloni, l’eco di un vecchio sorriso.

 

e la guardai pensando che ritornasse dall’avere buttato,  la spazzatura, restando senza fiato nel riconoscerla, a rivedere quel viso d’arte antica.

 

Un anno ed oltre era stato la mia meraviglia, e di più mi aveva ossessionato quel sorriso leggero,

 

delicato, la sua voce, le sue  movenze leggere, delicate. Un tempo non molto distante,

 

ci eravamo intrattenuti con una frequenza assidua, stimolante e  talmente eccitante da mutarmi il maxillo facciale.

 

L’improvvisa decisione di smettere la separazione e ritornare ad occupare

 

il suo posto di sposa con l’Ufficiale di marina, mi precipitò in un burrone

 

ed adesso, il suo sguardo, mi schiacciò in un pugno, l’amore che nutrivo

 

e che negli anni, non sono riuscito a scansare, seppure m’usava violenza.

 

Milena dissi e tentai di comprendere, se la miopia non mi cazzzeggiasse

 

ed alzai la testa al tetto, inalando col naso, il vapore emesso dalla bocca,

 

senonchè persi lo spazio e d’istinto m’afferrai alla ringhiera, così evitando

 

d’andare a sbattere, alla stregua di un pupazzo con la testa di zucca gialla,

 

ai suoi piedi e magari, rompermi gli occhiali, le ossa e rivisitarmi la faccia.

 

Il saluto contenuto, leggero ma pieno della dolcezza donatale dal creato,

 

raccolto delicatamente nelle fossette delle guance, con beata incoscienza, 

 

mi sollevarono dalla paura contratta e riacquistato l’equilibrio, quasi saltai

 

gli scalini rimasti e le allungai la mano destra, per salutarla in sobria amicizia,

 

 titubante, se stringerla fra le braccia, baciarla ovunque mi era possibile,

 

guance, naso, occhi, fronte, capelli, petto ed ogni altra parte della sua figura,

 

tanto ero rapito, dal bisogno di ritemprarmi del profumo di pane che emanava

 

Non ero a conoscenza di questa residenza e spinto dalla curiosità, non certo

 

17

 

 

 

per il trasferimento ma per informarmi degli sviluppi presenti, forse sperando

 

di riaprire la conversazione interrotta con un effetto traumatico da risentirne,

 

ancora il bruciore,  mi stavo accingendo a nominarla,  senonchè la lingua

 

mi cadde sui denti e le parole mi scoppiarono frantumandosi sulle labbra,

 

sopravanzato, dalla sua azione repentina, rivolta a stuzzicare la serietà

 

che intendevo mostrare, a cui lei, conosciuto l’uomo,  certo non credeva,

 

inducendomi, con modi e gesti  scherzosi, ad inseguirla nell’appartamento,

 

ricostruendo, con un godimento bambinesco, la non dimenticata giocosità.

 

Mi si pose, prona sul petto e lottavo con le sue labbra, col seno pieno, sodo,

 

che mi pungeva le carni, in una gara all’ultima goccia e sebbene sul punto d’affogare,

 

non sazi, a recuperare il tempo trascorso, in un lampo, ravvisai

 

la presenza, quasi senza che me ne rendessi, realmente conto, un cane

 

da compagnia, di piccola taglia, glabo per il corpo intero, escluse le zampe,

 

 la coda, calzati a gambaletto, da peluria rossa con un ciuffetto simile in testa

 

e dietro, sulla parete  della scala che fa angolo e scende dal piano di sopra,

 

l’ombra alta, robusta di una donna anziana, avvolta in una vestaglia bluastra.

 

Il silenzio delle pantofole, e lo scodinzolìo del cane, mi spinsero con forza, 

 

con un balzo scimmiesco a rompermi le ossa, a rifugiarmi sul lembo estremo,

 

verso il portone d’ingresso, del divano situato contro la parete del salotto,

 

evitando miracolosamente, un cestino di spille, aghi, forbici, uncinetti, ditali

 

ed anche occhiali, posati, credo su un lenzuolo ingabbiato in un cerchio,  

 

lasciato in attesa che la ricamatrice riprendesse l’interrotto, lavoro d’intaglio.

 

La presentazione della suocera dichiarandomi compagno di scuola, ebbe

 

il sopravvento sulla pagina del capitolo di storia testè aperto, congedandomi.

 

Il viale che imboccai, brulicava di tende, bancarelle attrezzate con cucine

 

per bollire ed arrostire, carne suina, bovina, ovina, caprina e perfino equina,  

 

salsicce  ed insalata d’interiora che andava ad infarcire succulenti panini.

 

Uomini, donne, anziani, giovani e bambini,  riempivano ogni spazio libero,

 

si rincorrevano sciamando, saltando, cantando, festeggiando la Santa

 

che dopo aver percorso le strade più luminose, piene di negozi e vetrine,

 

riportata nella nicchia dell’altare, chiusa a chiave con gli ori e le preghiere,

 

aveva concesso loro di riversarsi nello scacciapensieri ed invadere la città.

 

La confusione cittadina, con i fumi che appesantivano l’aria, 

 

mi circolava intorno e dentro la testa, negli occhi e mi sospendeva l’orientamento.

 

Camminavo a tentoni, con la volontà senza energia, segnavo il passo

 

inseguendo la marea di persone che mi trascinava con la cavezza libera

 

e mi spingeva lungo la strada, guardando, cercando il numero, il balcone,

 

senza avere la capacità di ritrovare la dislocazione del portone di casa.

 

Il dolore, mi bruciava e m’attanagliava il petto, dallo stomaco alla gola

 

e mi toglieva, perfino la forza di respirare, come fossi caduto sui talloni.

 

Ho camminato e percorso il viale, avanti ed indietro, per ore di chilometri

 

e stanco mi diressi verso un rettangolo di spazio alberato, verso la marina.

 

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Avevo bisogno di riposare, di ritrovare la lucidità di pensiero, di mettere

 

a punto, il sistema cognitivo per riprendere coscienza della stabilità perduta

 

 e sebbene mi fossi ridotto a trascinare i piedi, riuscii ad evitare l’impatto

 

 con un numeroso gruppo di bambini e bambine, i figli del Medico di famiglia

 

che indaffarato a non perderli, non arrivò in tempo ad inquadrarmi,

 

a mettermi a fuoco e continuò la sua gimcana tra attrezzature, persone e non rispose

 

al mio saluto, lasciandomi inconsapevolmente, l’opportunità di raggiungere

 

il luogo, l’oasi che desideravo e della quale ne avevo,  estrema necessità.

 

Il parco, costruito con esultanza, intenti altamente sociali, grande impegno

 

e spreco di denaro pubblico, non finito ma inaugurato ed abbandonato all’incuria,

 

mi riservò, un’inaspettata sorpresa, irradiando sulla mia psiche,

 

una terapia guaritrice che una veggente non ne avrebbe avuto ispirazione.

 

La mareggiata dei giorni precedenti, evidentemente aveva scavato, ricreato 

 

nel rudere della piscina, il canale che permetteva all’insenatura, di fornirla

 

d’acqua di mare e richiamare, gli animali dispersi, a partecipare alla  festa.

 

 Una foca, emerse dal passaggio e salì quel metro circa, di spiaggia nuova

 

e con estrema timidezza, si avvicinò e mi posò la testa, sulla scarpa destra

 

guardandomi con gli occhi acquosi, vibrando i baffoni e sbattendo la coda

 

in uno straordinario, lento  moto corporeo, inoculandomi una variegata gamma di emozioni,

 

con una piena, incommensurabile dolcezza materna, 

 

pulendo e raccogliendo in un angolo remoto della memoria,  i dolori

 

che i giorni, mesi e anni, indifferenti e senza discernimento, buttano in faccia

 

Senza smettere di guardarmi, dunque scivolò piano all’indietro e raggiunta

 

l’acqua, virò velocemente e con un balzo estremo, si tuffò in un’alta e grossa

 

onda, formatasi in un istante nell’insenatura oltre la barriera e scomparendo.

 

Mi riportai, passo dopo passo, sulla strada e con gli occhi pieni della gioiosa

 

e  gratificante sensazione di leggerezza, mi accinsi a ritornare nella bolgia della festa,

 

a riprendere la ricerca della mia casa e rientrarvi a riposare.

 

La gente vociante e parte ubriaca, m’impedì più volte di saltare sull’angolo

 

del marciapiede, nell’intento di evitare la massa più invadente ed orticante.

 

Lo status ritrovato, alla fine l’ebbe vinta sul disordine creato dalla festa

 

e con salutare invadenza, ritrovai il portone e scansai con contorta cautela,

 

senza acrimonia, soprattutto profferendo qualche parola, evasiva, scherzosa,

 

il gruppo di ragazzi e ragazze aggrovigliati nei motorini coi caschi in mano,

 

che bivaccavano a lato del cancelletto, sui pilastri  di media altezza, non alti,

 

da cui si dipartono, a destra ed a sinistra i muretti che squadrati,

 

girano intorno e racchiudono il giardino che circonda e separa la mia casa

 

a due piani con terrazza panoramica, non grande ma confortevole,

 

dal caotico traffico della strada e dalle auto posteggiate a spina di pesce,

 

a come capita,  che impediscono il transito soprattutto a chi è un diversamente

 

abile ed inutili risultano i reiterati richiami  alle occasionali guardie municipali, che restano

 

a guardarti per qualche minuto, fanno spallucce  e si dirigono in altro loco.

 

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Superato con affanno il blocco ed aperto il cancelletto chiuso a chiave, entrai

 

riaccostandolo e chiudendolo lentamente, nel tentativo di non provocare

 

alcun malumore e mi avviai cercando di creare il minimo rumore, attrito,

 

con le scarpe,  alla ghiaia che a volte, pare che stia aspettando l’occasione,

 

per sviluppare scintille ed incendiare il mondo, e neanche ad invocarla,

 

accadde l’inverosimile, l’impensabile, trasformando  una serata chiara, beata,

 

da favola, di calde stelle, in una tragedia che a raccontarla pare uno scherzo.

 

Un gatto, una gatta, ad ogni modo, animali sconosciuti che armeggiavano con attrezzi sulla porta,

 

sgomitando, disturbati, con un miagolio criminale,

 

mi assaltano avventandosi alla faccia, alle braccia, alle gambe,

 

con l’energia a disposizione, raddoppiata nell’occasione, pari ad ossessi,

 

si sono rivoltati contro, determinati a ridurmi in ammasso informe di carne ed ossa, a farmi

 

in sottilissime strisce, a sbranarmi, a lasciarmi scarno fin nell’arcata dentaria.

 

La morte mi stava sbiancando  che parenti, amici ed autorità non avrebbero

 

recuperato un brandello per degnarsi di  posare un fiore a remota memoria,

 

ed avere la possibilità di declamare con veemenza, che la coscienza civile

 

di ognuno sia presente, a chè non accada ad altri, si ripeta questa barbarie.

 

Il Benefattore, l’Unto, l’Illuminato, mi venne in soccorso e si elevò a garante della mia sicurezza,

 

forse stanco di  martiri, beati e porre nel dimenticatoio,

 

uomini caduti in strada per compiere il proprio dovere, scomparsi in traccia

 

e commisurati, che soverchiano gli altari ed i loculi cimiteriali,

 

e magari coperti dall’ignominia e che altri non vengano trasformati in eroi di valore nazionale. 

 

La difesa istintiva, naturale e l’intervento a fortunale dei ragazzi coi caschi,

 

con un intervento solidale e tempestivo che solitamente non accade,

 

misero  in fuga le bestie feroci e mi salvarono dalla mutilazione se non dalla morte

 

 uscendone con qualche graffio, ammaccature varie ed una paura atroce

 

che ebbe il potere di concludere una serata cominciata discreta, culminata

 

coi fuochi e persa con una sgommata, proseguita con acutezza dolorosa, 

 

rinata dal vuoto totale, quasi condotta verso un meritato riposo e magari qualche sogno,

 

buttato in un fosso e scollata, da sul cavallo del pantalone.

 

L’indomani, verso l’ora di pranzo che per qualche giorno di ferie arretrate,

 

non avevo ripreso il lavoro, il campanello mi chiamò alla porta d’ingresso

 

e nella camicia bianca con la stampa di due boccioli freschi, aperti al cielo, 

 

sul petto candido, magro, si presentò,  bella, con un sorriso quasi identico,

 

molto simile a quello rivisitato la sera prima, con un piatto fumante in mano

 

e l’amicizia riservata,  l’Universitaria della palazzina vicina che per scherzo,

 

chiamavo amoruccio e che invero mi stavo coordinando a prenderla in casa.

 

Venne così, a farsi avanti nel mio petto, un sentimento impegnativo, conscio

 

che potesse essere frettoloso, con i precedenti che camminavano ben vicini.

 

L’occasione è la condizione che colta riesce a resettare gli elementi liberi

 

che in movimento, sono in attesa di un incastro per stabilizzarsi ed accadde.

 

Il riciclaggio delle sofferenze in una gioia insperata, pensai stesse iniziando,

 

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e mi affaccio alla finestra, prospetto mare e guardo la luna a prima sera,

 

ritornando ragazzo coi sogni in mano, supino sulla spiaggia di Imashito.    

 

 

 

UNA RAGAZZA SALUTARE

 

 

 

Una folata di vento, si scosta dall’auto, scivola veloce sul prato verde,

 

s’alza leggera al piano e con le labbra fresche di rugiada, mi bacia

 

sulle guance, accendendomi la fantasia ed entro, in un frutteto fiorito.

 

 Ha ripreso la corsa,  s’allontana lungo il corridoio e scompare in fondo,

 

lasciandomi negli occhi, le morbide movenze del corpo,  un equilibrio

 

misurato ed un desiderio che a fatica, riesco a tenere sotto controllo

 

Una bolla d’aria profumata mi avvolge e mi sussurra, tenere parole,

 

mi apre orizzonti nuovi, sconosciuti e raccolgo libertà perdute, i giuochi

 

di un bambino  in un cortile ombreggiato da un grande gelso bianco,

 

a rincorrere galline che razzolano canticchiando, a combattere la guerra

 

ai gatti che minacciano assalti ai passeracei, ai pappagalli, nelle gabbie

 

appese sotto il pergolato, alla facciata della casa colonica,  ristrutturata

 

e con ammirazione, osservare i maialini a zufolare, i cani a riposare

 

Le mani, grandi ed affusolate, odorano di lavanda e di una nutrita varietà

 

di piante officinali che riempiono le nari, sollevandomi, perfino lo spirito

 

e ridanno speranza a chi sottoposto a sostenute sofferenze, l’ha perduta

 

Un alone di leggerezza, mi circonda la testa ed in un soffio mi scansa

 

l’emicrania che accompagna con la sua ombra, i giorni ed a volte le notti,

 

tenendomi, lontano dalla gente, dal divertimento, nel buio della solitudine.   

 

Questa ragazza è salutare, vorrei amarla ma sono costretto ad alzare

 

lo sguardo ai rami dell’eucaliptus e nascondere nella chioma, la voce

 

che erutta amore, frustrare la grinta che mi sobilla e cerco un appiglio

 

per distrarmi dall’aspettativa nella quale, con dolcezza, sono precipitato.

 

L’insicurezza, mi ha reso incapace, ho paura di scalare, questo mondo

 

 e mi rifugio nella residua pineta, scampata alla mano della speculazione. 

 

Il pianerottolo delle scale di ferro, subisce da un passeggero in soprapeso,

 

un disequilibrio che scosta la porta e scivola, chiudendomi il passaggio.

 

Sono escluso dall’accoglienza militare ma tengo il seminchino orientale,

 

e nascondo il pensiero miracoloso che mi è nato, in una battuta di scherzo.

 

 

 

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UN PENSIERO D'AMORE

 

Ogni giorno che nasce e mi riempie gli occhi di luce,

 

cerco nelle pieghe leggere dell'alba, un pensiero d'amore

 

Le scorie che gli anni mi hanno lasciato in custodia

 

creano una barriera che la ricerca, mi risulta faticosa.

 

 Vorrei trovarne quel tanto che possa avviarmi,

 

mi accontenterei di qualche briciola per raccogliere

 

la speranza, scioltasi sbattendo in mille facce spaventose,

 

mostruose,  riducendomi a sospettare anche delle lumache.

 

Alcune ore si sollevano dalla striscia velata che segna

 

 l'orizzonte, colgo l'occasione e le vado incontro, spero

 

 siano buoni, belli, a breve distanza, la palpebra mi cade,

 

sono brutte, e la bocca presenta una mente acquitrinosa.

 

Il caso, in uno di questi viaggi esplorativi, sul dito pollice

 

che la mano è rimasta a mezz'aria, anchilosata, mi è sbattuto,

 

un pensiero piccolo, magrolino, malandato, non sapendo che fare,

 

               se scacciarlo od afferrarlo, stavo per perderlo in una latta di vernice

 

bianca e nera, precipitata all'improvviso senza alcun rumore,

 

con l'aria in compagnia di ombre scure e scarsa visualizzazione,

 

tanto che dovetti fare un salto, verso, recuperando per l'urto,

 

l'equilibrio che mi era scappato da sotto le punte delle scarpe.

 

Lo convinsi a venire alla mia  dimora, pulirlo ed accudirlo,

 

conoscerlo, rassicurami sulla buona fattura che il timore

 

di ritrovarmi con un serpe in tasca mi faceva balbettare.

 

Sulla soglia, cercavo la chiave della porta di casa, la lingua,

 

refrattaria alla prudenza, mi disse: " potresti adottarlo "

 

Il consiglio, non era ancora sbarcato sulle labbra che un nugolo

 

variegato di manine aperte a coppa ed occhioni spalancati, m'accerchiò

 

offrendomi la possibilità d'osservare, ogni filo di luce, molti sfilacciati

 

che li tenevano sospesi al cielo e non c'era un angioletto che gli stesse dietro.

 

La paura mi entrò da sotto il plantare dei piedi e mi saltò nel cervello

 

in un tentativo insano di privarmi della lucidità mentale, resistetti e mi trovai,

 

graziosamente allocato, sul divano a giuocare, raccogliere domani chiari,

 

sabati e domeniche di passeggiate al mare, in campagna, viaggi culturali.

 

con fisarmonica e videocamera per immortalare il pensiero perduto.

 

 

 

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IMASHITO

 

 

 

Il Professore Giovanni Gallo, cucita con rabbia, la laurea di storia

 

e filosofia, nel risvolto del gambale sinistro del pantalone del vestito buono,

 

aveva indossato la tuta dell’operaio ed ogni mattina presto,

 

a passo svelto, si recava in piazza a cercare la junta di un lavoro.

 

La pettorina, sdrucita della tuta, custodiva qualsiasi mestiere utile,

 

uno diverso dall’altro, secondo l’offerta, che servisse, tanto il rischio di restarci secco, lo inseguiva a guisa di un predatore addestrato.

 

Giovanni, comunque riusciva ad accumulare mensilmente, quattro, cinque ed a volte,

 

anche se raramente, sette prestazioni per sentirsi occupato e tenere nascosta

 

nella mappina che avvolgeva, pranzo  e caffeino, la frustrazione che accompagna

 

la ricerca della dignità. Le parole sono una miscellanea di sostanze cariche,

 

elettivamente positive, l’ incontro con un elemento diverso,

 

provoca una reazione che sottopone la conversazione a guisa di dichiarazione di guerra,

 

il più potente, lancia bombe a grappolo, missili, insomma sferra

 

un attacco distruttivo e se il contendente è equipaggiato alla buona,

 

ha una protezione inadeguata e tuttavia riesce a tenere in spalla

 

la fisicità per svolgere il giorno, cammina a guisa d’inetto, percorre le strade,

 

si siede sul marciapiede e consuma a mano il  rispetto,

 

si degrada trascinando il tempo che gli cola nelle dita, in silenzio.

 

La scelta d’ascoltare, non chiedere l’osservanza del proprio diritto,

 

è scontato, conduce ad una perdita del lavoratore e del valore

 

del lavoro, invero la richiesta di applicare la legge, è un rischio,

 

avvia la trasformazione delle parole e relega  l’individuo, in fascia fannulloni,

 

destabilizzatori del sistema e sarà dichiarato, bandito,

 

La conoscenza è arroganza, il sapere fa crescere, invero il dottore, è il denaro,

 

dunque una persona deve mostrarsi contento, quanto

 

riceve gli basta, non ha nulla di che lamentarsi e grato, ringrazia

 

La saggezza della nonna paterna, la voce dell’esperienza, rende dunque Giovanni,

 

meno mortificato, pensa a quanti altri sobillatori camminano ai margini

 

di questa beata società e cerca il coraggio ritornando con la mente alle vacanze trascorse nel borgo paterno.

 

Il villaggio, con la maturità, invero gli ha regalato, oltre una sana amicizia, la sicurezza, la libertà di passeggiare fino a notte fonda.

 

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La città, invero questo lo nega e la sua indole subiva gran disagio

 

La sera, varcata la soglia di casa, dunque gli saltava sulla faccia,

 

la convinzione di bighellonare, da mani a sera a carico di moglie, suoceri,

 

genitori e fratelli compresi, sebbene non avesse chiesto,

 

neanche scherzando, alcun aiuto e non per superbia, la semplicità

 

che lo imbastiva glielo impediva, ognuno, fa  fatica a risolvere

 

i propri problemi e cercava di racimolare quel tanto che riusciva. L’angustia più grande,

 

che gli dilaniava la coscienza e gli scavava la tomba, secondo la misura che l’Entità suprema, ha pensato

 

di dovergli comminare, insomma restava quella di non costituire

 

quel gran bell’esempio che sperava dovesse essere per i suoi figli.

 

Il principio che il lavoro riempie di dignità l’esistenza di ogni uomo,

 

che gli aveva trasmesso il padre con l’esempio, nascondendogli

 

i sacrifici, le privazioni, ogni altro avvilimento, pur perseguitandolo,

 

l’assisteva e non gli rendeva vane, anche le uscite a vuoto, di casa.

 

La famiglia del Professore Giovanni Gallo, emigrata in città col figlio

 

in fasce dall’estremo lembo del territorio nazionale, con la religiosità immacolata,

 

incollata sulla carta d’identità, cercando nella femmina l’apoteosi genitoriale,

 

crebbe la numerosa prole, legando il rispetto,

 

nell’operosità, nella speranza di un’offerta per un domani migliore.    

 

Il Bravissimo Giovanni, laureato in storia e filosofia, invero colpito

 

da sindrome vertiginosa parossistica, ubriaco d’amore,

 

mise in atto l’antica fuga dei genitori con la giovane e bellissima Araldi Ariana.

 

L’amore, nato timidamente nel coro parrocchiale della chiesa madre

 

che con le gotiche vetrate piene di luce e di colori, mostra bellezza

 

e confonde la ragione, esaltò a tal punto, la semplicità degli esseri

 

che non riuscirono a contenere, il sentimento di entrare nel giardino incantato, e con l’incoscienza della giovinezza,  saltarono la realtà. La figlia prediletta del Giudice Araldi, di gloriosa ed antica famiglia del circondato, neo laureata in Legge e depositaria di aspettative professionali di casta, non poteva estraniarsi ed acquisire il diritto  di autonomia, dunque andava recuperata e se necessario, costretta con la forza, a rientrare nei confini che il Padre le aveva ritagliato. L’inconfessabile, operazione di polizia, scattò all’alzata e tosto ebbe termine, nel lasso di tempo di posare la cornetta del telefono, prima

 

 

 

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della normale denuncia scritta e regolarmente firmata; che la chiesa madre, che di norma veglia sui suoi figli, dichiarasse la mezzanotte.

 

Il popolo autoctono che è depositario di antiche memorie,  racconta di un’altra verità; che la campana millenaria alloggiata nelle mura ottagonali del campanile, fu abbandonata in piazza da un artigiano di un antico contado, per tentare di sfuggire all’imboscata notturna di un manipolo di paleocristiani armati di pale e l’ignoto cavaliere che figurava, alla testa del trafugamento, confuso con un padre missionario di passaggio, fu dichiarato Santo,autore di miracolose guarigioni ed eletto a maggioranza, Protettore e guida amorevole, delle attività salutari cittadine; mantiene sotto attenta osservazione, l’imbarazzante territorio di periferia e delle contrade; l’invenzione della festa odierna, nel supposto periodo  dell’evento, dunque posa  su un misfatto, in contrapposizione alla rivendicazione di proprietà, della città vicina che non riuscendo a portare a termine, dopo anni lunghi, faticosi e dispendiosi, la causa giudiziaria, non ha la giustizia L’imperturbabilità sovrana, alza le mani al cielo e con fiera serenità declama che l’unica verità è rilevata in documentazione segregata.

 

Il Professore Giovanni Gallo, trascorsi sette giorni, con le insistenti ed affannose ricerche dei Carabinieri, risultava un inutile latitante. Un pomeriggio, tre, cinque, sei  greggi di nuvole, seppure stanziate pro-tempore sulla città, organizzarono un assalto all’ufficio postale con il non celato intento di scovare una missiva, un indizio e avviare almeno uno straccetto di ricerche, su questa anomala scomparsa. Gli impiegati, oberati di lavoro, dichiararono una settimana in arretro nella regolare distribuzione della posta, ma sottoposti a disperata pressione, confessarono che con molta probabilità, è oltre il mese.

 

Il servizio di sportello, dunque con uno strappo, interrompe e decide di fare  un inventario, riscontrando un carico, scarico molto confuso, Una sciatteria straordinaria che adduce sospetto ed induce ulteriore indagine per conoscere, appurare dove sono finite le buste, i plichi, risultanti consegnati ai destinatari, pur con parecchi mesi in anticipo e molto prima che il mittente l’avesse spediti, dunque presumendo che vi fosse un’ associazione  per delinquere che agiva indisturbata nell’Ufficio postale, nella città, con agganci, nella Dirigenza ed oltre.  I cittadini, seduti sulle panchine della piazza del Municipio, allo snac

 

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bar, intorno ai tavoli dislocati sul marciapiede, inalando polveri sottili e veleni di varie etnie, aspettavano con beata pazienza le risultanze dell’ approfondimento, e se non fosse stato, per la ferrea caparbietà dei cani randagi del circolo ricreativo e sportivo, a fare luce, lo scuro sarebbe continuato; tuttavia lo scoppio della bomba, non fu ritenuto un evento molto grave e non causò alcun cambiamento; sprigionò

 

insomma,  un effetto contrario, compattando e rafforzando il potere che la cricca aveva organizzato e conduceva con  grazia arrogante.

 

Il fiuto dei super ispettori, insomma si fece beffe di quei ingenui,sani cittadini che andando  per boschi, in cerca di funghi, di ritorno, fuori, ai magrini, in una discarica abusiva, col ferrovecchio, altri manufatti, nella vegetazione  avevano scoperto ed estratto, senza la presenza  istituzionale, una montagnola di reperti postali, alleggeriti dei valori.

 

Le Istituzioni, per coprirsi la faccia, imbastirono una falsa inchiesta, spargendo nell’aria fumogeni; insomma il traffico continua rigoglioso La fiducia dei cittadini, subita la scossa  ed il sobbalzo, subito dopo, magari nauseato da cotanta supponenza, si risolse  a sonnecchiare Un buon cittadino, risultato anonimo, supposto agente delegato del servizio, armatosi di zelo, nei giorni successivi segnalò in caserma, la presenza di un giovane sulla grande pala dell’orologio della villa comunale, in mutande, circondato da rosette, che sembrava morto.

 

Il Comandante dell’arma, che stava a gustarsi il caffè che la moglie gli aveva preparato con amore e pazienza, seduto comodamente sul divano del salotto, alla notizia, sbrodolandosi alcune goccioline del nettare, sulla camicia candida, appena stirata, saltando in piedi, ordinò con voce alterata, che la villa, fosse isolata e con la pattuglia personale, accorsa a sirene spiegate, si recò sul luogo, ove trovò

 

il giovane, incollato con polsi e mani, dalla cervicale fino al coccige, alla pala dei minuti che nello spazio dell’aiuola, saliva e scendeva.

 

Giovanni, astemio dichiarato, sopranominato il santificato, fu visto vagabondare per boschi e gozzovigliare con compagni disadattati. Un testimone, con l’orario del treno in mano, smarrito in autostrada, dichiarò di averlo visto amoreggiare con animali selvaggi, assumere droghe, vendere pure, pozioni magiche a donne al lavoro nei campi ed abusarne inseguendo una sbronza e dopo un’altra di proporzioni incalcolabili, e di sicuro per oltre una settimana, che certo l’intelletto

 

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gli era evaporato, insomma il Professore Giovanni Gallo, era privo d’onorabilità, di quel titolo per aspirare alla mano dell’Araldi figlia.

 

La diffamazione atta a cancellare ed a screditare la supposta fuga d’amore con la ragazza, inondò la bocca della città e le contrade.

 

Il neo professore Giovanni Gallo, invero fu estratto a forza dal letto, separato dalla giovane e picchiato con metodi superbi, specializzati. Le forze dell’ordine addestrate all’uopo, residui di scuola raffinata  ed ineguagliabile, rinvigorita di nuovi e micidiali innesti, non procura danni evidenti, salvo qualche inevitabile ematoma, un paio di ferite lievi, superficiali,  guaribili in pochi giorni; insomma possibile causa, una caduta accidentale ed ovvio non assoggettato ad un pestaggio. Il Professore Giovanni, dunque è stato abbandonato in un casolare diroccato, ove dei topi di montagna, ne avrebbero causato la morte, senonchè,  un contadino in groppa alll’asinello, di ritorno dal bosco, si è fermato, a riposare e dunque entrare in città con le prime luci. La notte rigida mostrava le fredde stelle nel cielo e dunque prepara il giaciglio, accende un fuoco e nello scaricare la legna, nei bagliori scorge l’ombra di un ragazzo disteso sulla brulla terra, e lo chiama, lo scuote, s’accorge che è conciato male, dunque allarmato, rimette in groppa, adattando alla meglio il carico di legna, lasciando spazio in una misura adeguata all’ospite, mettendo in un angolo la rimasta, pensando di recuperarla in un successivo viaggio; con dell’acqua

 

da bere rimastagli nell’otre, gli bagna la fronte e poi per sicurezza, le braci e sotterratele, con cautela, afferra il ragazzo per le ascelle, a guisa di quel figlio che ha perduto nell’età che la misura par corta, ed induce a sentirsi insuperabili,  invincibili, i veri padroni del mondo Il ragazzo è magro ed alto e non fa fatica a recuperarlo dal misero,  e devastante abbandono in cui versa; con perizia, la corsa attenta e misurata, comprendendo l’urgenza, scende la valle, oltrepassa

 

e supera le case di periferia, attraversa la piazza e l’accompagna

 

al pronto soccorso dell’Ospedale Centrale, vanto di città e regione.

 

Il ritorno a casa, lo coglie di soprassalto, sulla strada ove è ubicata la caserma dei carabinieri e si fa carico d’informare la benemerita, raccomandando al piantone d’interessarsi, dopo sarebbe passato. L’onorabilità della ragazza, non era da recuperare o in discussione.

 

 

 

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Il tentativo di suicidio della rampolla di casa Araldi che mise in atto qualche giorno dopo, liberò la verità, nello spazio verde, della città

 

e recondite contrade, destando l’allarme con un vento bisessuato, di scirocco e grecale che un uomo sano, ha difficoltà a disinnescare Il Cavalierato della Casta, insomma non riesce con tale disinvoltura, a calzare la maschera di Gesù e Polifemo mantenendo con vigoria  la mano, sul bastone nodoso con l’intaglio dell’ amore e l’arroganza.  Il ventaglio con il turbante ed un sano impasto di pietruzze laviche che gli conferiva un’efficacia graffiante, invero non esige violenza,

 

dunque rovesciò l’uso feroce del potere e spazzò, oltre le strade, torri, case e chiese, gli altarini addobbati dal papà, con garofani

 

e violette, fiori di ginestra, boccioli di rosa e tanto muschio natalizio.

 

L’Araldi padre, dunque scelse di masticare con filosofica pazienza,  a guisa di possedere un’arcata di denti decidui,  le fave secche

 

che l’amico Aldo, il mite e generoso compagno contadino, magro,

 

che lo junco è dichiarato obeso e che a dirgli di mangiare i bambini,

 

a colazione, pranzo e cena, se fossero porchetta, è uno spergiuro, una grande mistificazione, fu costretto a ritornare sui suoi passi,

 

con il sorriso sulle labbra, declamando, bene e felicità alla bambina.

 

Il Gallo padre, invero ritrovò la tempesta, un’esplosione silenziosa, nell’ occhiello della giacca grigia comprata per la laurea del figlio, un bottino raccolto e conservato negli anni con umiltà ed orgoglio.

 

La celebrazione del matrimonio nella cattedrale, il tappeto rosso,

 

la carrozza scoperta, i cavalli in pompa magna, riempì la cittadina, del profumo della primavera, le strade di rimbombo, invero lasciò

 

penzoloni al campanile, la famiglia del Professore Giovanni Gallo, soprattutto il padre che sentì sfuggirgli, senza possibilità d’arresto, l’appartenenza alla città, d’aver perso la pazienza dell’accoglienza.

 

Il Professore Giovanni Gallo, salvato in seconda istanza, introdotto in famiglia con guanti e pinze, per alcuni anni, invero troppi, svolse

 

la professione d’insegnante, soprattutto per opportunità, di materie che rimanevano scoperte; una casualità quotidiana, che gl’impediva di trasmettere agli studenti la conoscenza specifica della laurea,

 

conseguita con centodieci cum lode; invece continuava a studiare,

 

doveva impararne e misurarsi con altre, dunque domarle e donarle ai ragazzi, scansando la superficialità; rendere la materia, semplice,

 

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molto facile, amichevole; dunque non riusciva a soddisfare l’amore per la storia e la filosofia, sottoponendo l’intelligenza al giuoco ovvio della speranza; che un giorno, messo in regola, potesse insegnare.

 

Il monumentale istituto parificato, era amministrato con arroganza ed ingenerosità, da un anziano sacerdote straniero che annoverava l’ordine al profitto, recandosi a versare, con una inusitata periodicità  il fruttato delle rette ed altro, nelle casse di una chiesa semisegreta. La congregazione con sede sociale nella nazione originaria, sezioni sparse ovunque per il mondo, dichiarava cura e solidarietà agli altri. Il generoso padre, chiamato dalle alte gerarchie a lasciare, teneva, resisteva, s’opponeva, raccoglieva, rasentando la lucidità mentale.  La ricchezza, invero è un richiamo potente e la chiesa, a tale virus,  non è assolutamente immune, così lo costrinse a mettersi a riposo,

 

per raggiunti, meglio superati, limiti d’età, cedendo il governatorato, all’aitante neo reggente della chiesa madre, ricca, pure d’ori ed arte Il Professore Giovanni Gallo, insomma con l’intento di conquistarsi

 

la cattedra a tempo indeterminato, a racimolare qualche buon punto da utilizzare all’occorrenza, visse un precariato, molto mortificante.    La professione, non gratificata, è divenuta per necessità, un nodo scorsoio; raggiunta la saturazione, ebbe il suo epilogo, inducendo Giovanni ad armarsi di coraggio, e presentare le legittime spettanze e restando comunque nei parametri dell’educazione, accompagnato dall’insegnamento dei genitori, un esempio di valore insostituibile.

 

Le sue parole, comunque furono considerate, fuori i canoni vigenti, non contemplate dalle sacre scritture delle gerarchie, e con stima

 

ed infinita costernazione, con estrema delicatezza e disponibilità,

 

di rimando gli ordinarono di dirigersi, a passo accelerato, di corsa, verso il grande, luminoso portone di vetro, dunque postata la luce alle spalle, superare quello di legno stagionato, intarsiato d’angeli

 

e piante, irrobustito con liste di ferro, ed accogliere l’invito paterno,

 

con il divieto tassativo di porre un piede sul selciato della chiesa,

 

inoltre che non si azzardasse ad avanzare, una qualsiasi richiesta economica, un’indennità di fine rapporto, altrimenti avrebbe ricevuto una montagna di guai da fargli rimpiangere il caldo fuoco infernale.

 

Le offerte che lo lusingavano negli incontri e nelle riunioni clericali, evaporarono e qualche promessa rinviata con un si faccia sentire 

 

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in appresso, non riceveva risposta, anzi l’interlocutore si negava.gli Il giorno, rimaneva chiuso, sigillato ed ogni intervento di alto livello, ma cosparso di compromessi, con sofferenza optava a respingerlo Il bambino, non era ancora nato, la necessità di un qualsiasi lavoro  sarebbe andato bene ma che ledesse la sua dignità, non rientrava nella sua mentalità, nella sua etica morale e respinto cocciutamente

 

Questo consorzio civile, dunque lo costringeva a camminare fuori

 

dai percorsi naturali che le attività produttive cittadine, disegnano, comunque cercò di piegarsi ed accettò ovunque, in altre province, alcune ore di supplenza che pensò fosse un piccione viaggiatore che ha perduto il messaggio e quel viaggio ha perso la sua utilità.

 

Lo studio, a questo punto non gli serviva, credeva perfino d’avere dimenticato, il sapere acquisito con sacrificio ed impegno, se talora per giuoco, gli sfuggiva una qualche frase, lo sberleffo dei presenti, gli lacerava ogni neurone, la mortificazione, lo faceva balbettare

 

e ritornava a casa, sconvolto, distrutto, scoprendosi nello specchio,

 

la faccia martoriata, piegava la testa sul mento, si dichiarava stanco e sconfitto, deponeva l’armatura, le armi sul pavimento e seduto sulla tazza del cesso, in mutande, ordinava al battito di smetterla.

 

Il desiderio di farla finita, invero preso in contropiede dalla gaiezza  dei bambini, dalla voce della moglie, che lo aspettavano a tavola

 

per cenare, diventava molle fino a sciogliersi in un vapore di odori buoni e Giovanni riusciva a ritrovare il vigore e recuperava il sogno.

 

 

 

Quella mattina, il Gallo, si era ripromesso che non sarebbe ritornato frustrato nero; sognava un rientro a casa con il viso, bello, sereno, senza la traccia di stanchezza esistenziale che si trascinava dietro.

 

La smorfia di sofferenza, che con prepotenza, si era allocata ospite permanente, sulla faccia cominciando dalla bocca e comprendendo gli orecchi, da deturpargli il maxillo faciale, a guisa di una maschera della tragedia greca fino a rasentare la deformità, da  indietreggiare nella scala evolutiva della specie, lo mortificava che compiva azioni

 

che della luce non possono farne a meno, quale la barba o similare, in totale oscurità e rivedeva le foto  degli uomini ai primordi in grotta Il rischio, di cadere sotto l’occhio indagatore di Professori fidati, cari amici di famiglia della moglie, di una variegata gerarchia di eminenti

 

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scienziati, rinomati antropologi, inclusi anatomopatologi, incombeva Le sporadiche, doverose riunioni in casa Araldi, sapevano di tortura ed assolutamente di festa, anziché avviarsi e contribuire a mettere Giovanni a proprio agio e trascorrere serenamente il tempo, invero a cominciare dal poggiare il piede sulla soglia di casa, dico a vista,  dunque prima dei saluti, presentazioni, senza fallo si trasformavano in puntigliose disquisizioni, discettazioni medico filosofiche;a tavola, prendevano posto le indagini masticatorie, la conformazione ossea, sulla scarsezza del tessuto muscolare, insomma l’energia mentale accumulatasi rasentava il corto circuito e senza tema si arrogavano il diritto di sottoporlo, di doverlo analizzare, a viso aperto, ritenendo di possedere il crisma, un grado di esperienza tanto alto, da potere redigere, un inequivocabile, puntiglioso referto sulla sua condizione.

 

 

 

Il Professore, insomma è un reperto ambito; gli scienziati di famiglia Araldi, riunitisi in circolo, lo paragonano ad un ritrovamento fossile.

 

L’indiscussa amicizia unita all’amore per il progresso della scienza, li induce, anzi li obbliga a prendere in considerazione, la possibilità di poterlo stendere su un freddo tavolo di laboratorio ed esaminare, ossa e tessuti, arterie, ogni cellula, scrutarne il nucleo e le particelle Il più grande sogno di un Accademico, il coronamento, gratificatio di una carriera è la scoperta di un reperto che nessuno ha identificato.

 

Il Professore Giovanni Gallo, invero è ostaggio di una malattia, resa intrattabile, da un’accozzaglia di Barbari, Governanti e Benefattori

 

Pubblici, che hanno trasformato la società in un’arena con le bestie in autodifesa, votati alla sofferenza, l’uomo è ridotto ad un attrezzo.  L’infezione, si è estesa,a angoli e pareti, piazze e chiese, l’erosione, ha contaminato ogni superficie, è scoppiata l’epidemia e le autorità, promettono, con impudenza abbindolano le persone per televisione La soluzione non può essere rimandata, il male deve essere curato, comunque non serve progettare tavoli di studio, produrre montagne di chiacchiere e documenti, rinviare, attendere altro appuntamento. La politica, è un contratto di servizio, i governanti, gli amministratori, che ricevono il mandato pubblico, si assumono l’impegno di operare nell’interesse dei cittadini, altrimenti si configura un conflitto; l’uomo  accende fenomeni, la passione acceca, il lampo apre il cielo, a volte

 

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smuove gli elementi; la corruzione è  perniciosa, dunque urge pulire La maturità determina il grado di civiltà, l’esercizio della democrazia misura la funzionalità della giustizia, un paese è salutare se morale. .  

 

Gli eminenti Cattedratici, insomma intendendo scovare la causa generatrice della smorfia che possiede la faccia di Giovanni Gallo,

 

lo tallonano, l’odorano, gli sollevano il respiro, gli tolgono l’appetito.

 

La conformazione facciale assunta dal Professore Giovanni Gallo,

 

è insito nel progetto politico economico, sopraffattore, che calpesta senza pudore, l’ambiente, il lavoratore; una vera contro mutazione. Gli scienziati, amici della famiglia Araldi, che si sono autoincaricati di portare alla luce e risolvere il caso, chiusi nelle fredde cattedrali, esenti dai bisogni quotidiani degli uomini, non collocano il fenomeno  e dilapidano sostanze che potrebbero convogliare a salubri risposte

 

La mancanza di rispetto, il considerare i lavoratori uno strumento usa e getta, disconoscono l’umanità,  il pregio degli altri, il principio sul quale si regge la creazione, l’equilibrio, l’armonia degli elementi.

 

L’oppressione, invero si espande, la macchia abbrutisce gli uomini, cassa i meno abbienti,  il male si è molto diffuso, insomma il tempo si è molto ristretto, è necessario  soffermarsi un secondo, afferrarlo per i capelli, e  riportarlo nei parametri di una umana convivenza.

 

I sintomi  in realtà si conoscono, la malattia è visibile, opera a cielo aperto, addurre ad altri la mancanza di rispetto dei principi fondanti, è nebbiolina creata ad arte; serve attuare uno eco sviluppo, volto all’ equa distribuzione delle risorse, invero domina la speculazione. Il giuoco delle tre carte, insomma è un genere mondano in vigore,  si è ammorbidito nel tempo, comunque senza mai perdere il vizio

 

di  fagocitare i pesciones; baldanzoso è riemerso ritornando in voga nelle capitali con governi, costituiti a larga maggioranza, di avvocati, faccendieri, rapetti di stagione, che malversano le amministrazioni. Sono abili, nel gridare rigore ed esultano nascondendo le malefatte.

 

 

 

Il capitale, l’accumulo indiscriminato di denaro, ha l’identico  volto, dei secoli trascorsi, magari cambia nome, comunque non si tradisce Questo è un carico penale, risulta a tutti, insopportabile, comunque

 

 

 

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è una condanna derivata, invero l’espediente, serve a mantenere legati al muro, con le mani nei pantaloni, gli ingenui, i timorati di Dio

 

La gente costretta a strisciare con le spalle alle sbarre della gabbia è convinta che qualunque guerra faccia, l’unica scelta è di emigrare insomma di tentare di procacciarsi altrove, un abbozzo di dignità, invero non è scontato, la disperazione serpeggia ovunque, moglie,  figli, hanno lo sguardo senza speranza, sono terrorizzati del domani  

 

 

 

Il giorno, introducendo l’ottavo anniversario di matrimonio, tentava  di costruire una serata magica, non uguale alla prima, ma buona, una cena a lume di candela per riprendersi, quella goccia di sole,

 

di  giovinezza che la borsa della spesa quotidiana, aveva distratto.

 

 

 

La Dottoressa Araldi Ariana, svolgeva il lavoro di segretaria a metà giornata, spesso si protraeva per qualche ora, nel centenario studio notarile del fraterno amico del padre, che si affaccia sulla centrale piazza cittadina del popolo ed il lungo, alberato viale del plebiscito

 

Il pomeriggio, badava alla casa, ai figli e stava in attesa di Giovanni,

 

a volte raccogliendosi a meditare sugli avvenimenti,  nello studiolo

 

del marito che frequentava molto di rado e stava a guisa d’orfano.   La curia, aveva mortificato ogni progetto d’insegnamento, Giovanni costretto a tenere il giorno semiaperto, non risolto, cercava udienza.

 

La partecipazione agli ultimi concorsi faraonici con esito scontato, ormai completamente eliminati, per la pace dei temerari, il ricorso alle offerte dei giornali e perfino alle umilianti promesse politiche, non erano servite a materializzare quel sogno che fin da bambino, teneva legato al polso; dunque Giovanni si era determinato in altro espediente per procacciarsi un sostentamento, secondo il mercato

 

La Signora Gallo, al settimo mese di gravidanza, preparata la cena,

 

aveva fatto mangiare la bambina di quattro, il bambino di tre anni

 

e dopo avere giuocato per quanto possibile, li aveva messi a letto

 

poggiandogli sul guanciale, la preghierina della Madonna bambina che zia Agatina, sua grande devota, le aveva insegnato ad amare.

 

Ariana, si era trascinata per l’intera giornata, dallo studio per strada, per le stanze di casa, con un moto stizzoso che la rendeva nervosa.

 

 

 

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Ariana, aspettando che il marito ritornasse dal lavoro capitatogli, rientrò in cucina e si mise ad apparecchiare la tavola per la festa.

 

La tovaglia di lino, perfettamente stirata, accolse con orgoglioso abbandono, il servizio di porcellana, lavato ed asciugato,  regalo

 

di matrimonio dei genitori, disegnando con i bicchieri alti e sottili,

 

coltelli, cucchiai, forchette d’argento e tovaglioli, una tavola pregiata Le rose rosse, regalo dei genitori di Giovanni, ben disposti nei vasi, baciati dalla luce azzurra, tenue, delicata del settecentesco, mini   lampadario artigianale, rendeva la cerimonia, gioiosa, commovente I regali dei fratelli di Giovanni e la busta di papà, discosti, in segno di omaggio, assistevano la metà del tavolo, ove calava la penombra

 

Il metodo imparato, dall’esempio genitoriale, perfezionato dall’indole

 

rigorosa ed esaltato dal magico evento, combinati avevano creato un angolo romantico, poetico e soddisfatta, accese la televisione

 

a volume molto basso e si sdraiò sul divano respirando profondo.

 

Il traffico di sottofondo le serviva da compagnia, intendeva evitare

 

d’ascoltare le sventagliate di beltà, solidarietà e democrazia dei vari ed influenti soggetti della politica, che in un continuum incontinente, usano sciorinare con corde turgide e dalla dentatura cavallina tirata a lucido, nelle stanze da pranzo delle famiglie che a fatica, col collo stretto nei lacci dei bisogni, le necessità della quotidianità, tentano di utilizzare, il poco che riescono a racimolare per non soccombere.

 

 

 

Ogni mattina, con il buio malandrino e senza timore del climatologo, la cagnetta nascosta sotto il cuscino, con guaiti incisivi, delucidava Giovanni, sull’ora che esilarante, annacannusi a guisa di ballerina del ventre, entrava inducendolo a svegliarsi, uscire dal letto, lavarsi e vestirsi, afferrare la  mappina a quadri e correre veloce, in strada.

 

La leggera oscurità, si scansa contrariata, spinta dalla luce a basso voltaggio dei lampioni, dipinge di giallo le mani e le facce che tocca;

 

ho piacere di pensare, a mettere in parità le persone, accompagnò

 

il professore Gallo in piazza, l’aiutò a mettersi in fila, volare verso

 

il mezzo e tuffarsi senza fiatare nel furgone al cenno del caporale.

 

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La giovane e dolce Ariana, afferrata dalla stanchezza dell’attesa, abbassò la veglia e lentamente, senza rendersene conto, si ritrovò in un torpore travagliato che la trascinava nel corridoio, le stanze,

 

in terrazza a guardare nel buio e di nuovo a sedere, in un confuso, affannoso, angoscioso, assopimento, mirato ad inculcarle disagio.

 

Il presagio, un avvertimento dell’inconscio, un tentativo per metterla in guardia, a prepararla ad affrontare un evento tragico ed in mezzo fra sogno e veglia, la mente la condusse dal marito, lo scartò, andò da suo padre, cercò un’interpretazione, una bonaria spiegazione.

 

Il ritorno, invero non fu agevole, combattè con le palpebre cercando

 

di rendersi conto ove si trovasse; ripresa  la coscienza, si consultò,  osò guardare l’orologio, vide le lancette posizionate sul nove e due, pensò che il marito, fosse in arrivo, provò a raddrizzarsi per alzarsi, fece forza sulle mani, cercando un equilibrio che le desse stabilità. Qualcosa, invero la mise indietro, un dubbio le fece alzare il polso, l’ora la ferì agli occhi, il braccio sinistro con l’orologio, fu sottoposto a ripetute scosse inconsulte ed Ariana,  per due, tre, quattro, cinque volte, ingaggiò una lotta con la vista e non gliela dava vinta, invero rifiutava di prendere coscienza e quando ebbe a concretizzare l’ora esatta, le due e tre quarti, repentinamente, col fiato corto, la spalla sinistra contro il divano e la pari mano, senza fatica, si mise in piedi. Un moto spontaneo, un atto di compensazione per mantenere sotto controllo l’ansia, le sorse dal profondo e la indusse a fare qualcosa, ad occuparsi, la portò girare intorno alla tavola, l’ordine meticoloso costruito in precedenza, le risultò insoddisfacente, riprese tovaglioli, bicchieri, piatti, posate, la tovaglia, le bastava un tocco, un tentativo di riallacciare, di coordinare  i pensieri, i lembi sfilacciati, e volavano forsennatamente nella calotta, sbattendo contro le pareti, per terra ritornando increduli, terrorizzati nell’aria a guardare il tempo andare.  Ariana, invero aveva il bisogno di ritornare alla normalità, dunque doveva regolarizzarli, metterli in linea, riportarli sulla strada piana, scansando scuri precipizi che improvvisi  si aprivano, frastagliando la corsa,  tentando di straziarla di dolore, togliendole la sicurezza.  Ariana, riuscì a saltare ed afferrò il pensiero che il marito, fosse ritornato, avesse provveduto alla pulizia personale e stanco morto, senza toccare cibo, anziché svegliarla, visto che riposava, piano

 

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silenzioso, fosse andato a letto rimandando la festa alla domenica. La mattina si sveglia nel lavoro ed il domani non ammette ritardo.

 

Un’idea raminga, che la illuse per un attimo, insomma che scartò avvilita, rammaricandosi, riconoscendo nel marito, la delicatezza, l’esclusività, la dignità d’amarla con dolcezza, seppure questo cielo, che li guarda, a loro non dispensa, non esprime, un po’ della bontà, riservata a quegli uomini che ne disperdono tanta con noncuranza.

 

Cercò un rifugio e si disse che fosse passato da casa dei genitori,

 

fermatosi coi fratelli in visita, a scambiarsi qualche informazione, quel che si dice in giro, una proposta, appuntamento per colloquio,

 

insomma una parola tira l’altra e non si accorse che si era fatto molto tardi, il tempo si era trascinata l’ora tanto lontana, lasciandolo nei pressi di quella del lavoro, dunque sorpreso aveva accettato

 

di restare, nella casa dei genitori, nel letto ove era cresciuto, anni consumati a formare la mente, occupati per conquistare il mondo, una speranza morta presto, comunque la piazza era una risorsa.

 

La telefonata di Ariana, fu accettata dalla suocera, che allarmata, riempì di grida soffocate, di antiche giaculatorie, imparate ragazzina ascoltandole recitare dal parentado, imbastendo pantaloni, camicie, ricamando lenzuoli, tovaglie, centri, insomma imparando di cucito, che la memoria, senza alcuna avvisaglia, le accumulò sulla lingua, sconquassando il silenzio che sovrastava la città, cercando il marito fino nella stanza da bagno a causa di una prostatite, traendolo fuori. Il Signor Gallo, a lunghe falcate e con i pantaloni in mano, a guisa  di un avvoltoio, si buttò  sulla cornetta del telefono, ascoltò la nuora, attaccò e corse sul filo della notte, chiamò a raccolta, i figli residenti in città e quegli altri fuori, che si erano allontanati dalla casa paterna per costruire il proprio nucleo familiare e con la moglie sottobraccio,  a passo svelto, percorrendo un tratto della strada centrale, alcune  secondarie, raggiunsero trafelati, la a casa di Ariana che attendeva L’arrivo dei figli, ricostruì la tavolata, un obbligo domenicale o feste comandate, in casa Gallo, in questa era imbandita, di gravi pensieri.

 

La caserma dei Carabinieri, allocata in una palazzina con facciata verde, due piani fuori terra, a circa duecento metri, fu il riferimento più immediato per avviare le ricerche, a dare una mano a Giovanni,  farlo ritornare a casa, da moglie e figli, magari accoglierlo meglio,

 

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farlo sentire meno solo, stargli più vicino e renderlo più adeguato. L’accoglienza del piantone, invero si stava tramutando in una lotta,  l’Agente semiaddormentato, intese il trillo del campanello alla porta  d’ingresso, una chiamata al fronte e si rivoltò, propinando nei Gallo  altro disagio, tanto che decisero di rimandare l’intervento a domani. La prospettiva, invero li lasciava, alquanto insoddisfatti, era l’unico verso, dunque anche se l’ora non era quella che ogni santa mattina praticava Giovanni per la ricerca di lavoro, decisero di fare un salto  in piazza, comunque non mancava molto e munitisi della speranza che potessero infilare un evento favorevole, la condizione volgesse  al meglio, riuscissero ad acchiappare, uno dei tanti cugini tunisini, marocchini, colorati in genere che ti scontrano per strada a venderti

 

qualcosa, a guisa di un animale che non intende lasciare la preda, un accendino, un pacco di tovaglioli, orologi, monili, vestiti, li guardi infastidito, li mandi da dove sono venuti, o peggio, comunque eviti. Questa mattina, insomma per i fratelli Gallo, non avvezzi a questa emarginazione, poteva essere un’opportunità per ritrovare l’umanità Il sistema di grinta estrema, di competizione senza regole, adottato da questa società, invero man mano negli anni, gli aveva nascosto.

 

I fratelli Gallo, dunque si recarono in piazza alla ricerca di Giovanni, lasciando Ariana, che intendeva seguirli, con i loro genitori, cercare di capire cosa gli fosse successo, di trovare una persona, qualcuno che l’avesse visto, che potesse dare loro un indizio utile, scovarlo.

 

 

 

La piazza e le strade adiacenti, già brulicavano di uomini di statura media ed alta, di taglie diverse, forse donne, a gruppi di tre, quattro. La speranza attaccata ai lobi degli orecchi, la frustrazione gli colava dai denti  che trattenevano la sigaretta, le labbra arricciate, stavano muti, senza parole, e si spostavano girando le scarpe, stando fermi. La chioma degli alberi, li riparava dall’umidità, insomma quel posto, era un riparo alla meglio, sostavano allo scoperto, lungo i bordi rotti del marciapiede della piazza, semidivelti per lavori in corso da tanti, troppi anni, infastiditi accolsero i fratelli  e non fornirono loro alcuna, una minima notizia, non osarono concedere, uno spiraglio, neanche  quell’aiutino nel quale confidavano, che chiunque spera gli venga concesso e si trovarono, ciechi e senza cane, in luogo sconosciuto.

 

Un uomo, con un basco nero in testa, la faccia scavata, ravvivata, da enormi baffi bianchi e neri, i lunghi lobi degli orecchi, agghindati con catenine intercalate da piccole monete antiche, dorate, invero con un moto d’istinto, si scostò lentamente dal gruppo ove sostava. La solitudine è la caratteristica che distingue ogni individuo, ognuno è per conto proprio, pronto a scattare verso il mezzo che li preleva, aggrapparsi al trasporto è amicarsi il posto, un tentativo disperato, di conquistarsi l’ingaggio, insomma l’uomo si mise a rischio, s’avviò verso i fratelli di Giovanni con un dinoccolarsi titubante, invero poco convinto,  insomma spinto da qualcosa di più forte di una necessità. “ Il Professore “ gli disse che già voltavano le spalle, richiamandoli alla loro domanda, increduli, gli andarono incontro a mezzo sorriso e si disposero speranzosi, ad ascoltare di che intendeva informarli. Un furgone nero, il serpente d’acqua, un lavoro pericoloso, gli disse

 

in un balbettìo contorto, con voce gutturale, raccogliendo le parole, prendendo a prestito vocali, consonanti, da una lingua sconosciuta,  che aumentò l’apprensione, l’angoscia dei fratelli, che arruolavano ogni appiglio per scardinare il linguaggio dell’unica persona, rimasti soli, si chiedevano di capire, l’ansia crebbe e si fece tanto pesante

 

che non riuscirono a trovare la forza nelle gambe e restarono fermi

 

a guardare l’uomo, i capannelli intorno, lasciare il posto e correre.

 

 

 

La ressa verso i furgoni, troncò ogni altra, possibile informazione, un tal indizio che potesse indirizzarli verso una pista, identificabile. Una frenata, improvvisa, l’accelerazione conseguente e sparivano oltre la piazza, confondendosi con gli edifici, nella nebulosa oscurità  La necessità di non ritornare a casa a mani vuote, li condusse oltre la piazza, fuori dalla fioca luce dei lampioni, la curiosità di scoprire, di sapere qualcosa, l’opportunità di trovare un’ appiglio, striminzito quanto sia, comunque meglio che nulla, li costrinse a considerare la possibilità di dividersi, ad inseguire ombre fatue, a raccogliere bile. La disperazione, invero si trasformava in un insospettato desiderio di non abbattersi, in un’energia diversa e rimettevano all’incontrario, la faccia verso i calcagni, i fianchi ed andavano con calma a girare gli angoli, entrare nelle traverse, cunicoli impraticabili, maleodoranti,  insalubri, usciti a fatica, correre nell’ascoltare un passo, accorciare il fiato corto,  guardarsi intorno a cercare uno barlume di speranza, squartare le piazze deserte, buie e senza un albero ed  avventarsi sul sociocassonetto che affranto, occupava un posto sulla panchina pubblica, ginocchia e pancia, incollate alla busta di plastica coi resti raccolti nella discarica della società civile, e proseguendo per prato,  rifocillarsi sul nucleo scartato, sull’elemento improduttivo di famiglia considerata serena che la perdita di lavoro ha decapitato, che russa col caratteristico tubare della colomba, invero è un grave rantolare che  meriterebbe, almeno una visita se non un ricovero nel reparto di pneumologia, la mappina con dentro il  misero cibo che gli servirà da pranzo, detenuta per i lembi, a passante e cintola, dei pantaloni. La sconfitta del mancato ingaggio, è affogare le ore nella poca luce, nel tentativo di ritrovare il coraggio per un altro giorno senza lavoro.  La mano sinistra chiusa a pugno, la sigaretta  nelle punta delle dita

 

a fumare, osservare i gomitoli di fumo galleggiare nell’aria, gli insetti

 

che si raccolgono a gruppetti, a breve distanza, annusano l’odore del cibo ed aspettano danzando, l’occasione per tuffarsi in picchiata nella scodellina e senza ritegno, battendo il pover’uomo sul tempo, sedersi a tavola e mangiare, in fondo ogni essere deve imparare presto l’arte d’arrangiarsi per sopravvivere, raccoglie dell’opulenza  i resti, degli altri quello che ha disposizione ed ognuno si trascina.

 

La richiesta di notizie, avanzata dai fratelli di Giovanni, colse il cane  randagio in fragrante, l’uomo appisolatosi, dunque sorpreso, sbalzò fuori dalla sonnolenza, annaspò con gli occhi, cercò gli scarabocchi caduti, nella consuetudine dei giorni perduti, ben collaudati, serviti all’occorrenza, conditi senza tema, con una folata di vento gelato, insomma la repentina intromissione, mise a soqquadro il disegno consolatore del disoccupato, precario senza salario, che la società ha appiedato, leso nella dignità, ebbe una reazione semisquilibrata, l’autodifesa, assunse l’aspetto di una rabbia feroce, isolò la mitezza che gli riempiva gli occhi castani ed emise dalla bocca, un violento soffio di dolore, una vampata micidiale, che consigliò i fratelli Gallo ad allontanarsi a gambe in spalla, senza fiatare, uno vicino all’altro, cercando di mantenere la paura, a debita distanza, evitare le ombre assetate di lavoro, affamate di rispetto che camminavano solitarie.

 

La mattina, affacciatasi sulla città, scorse i fratelli che amareggiati,  scorati, rientravano a casa della cognata ove erano rimasti i genitori Una pausa, per tirare il fiato, sciacquarsi la faccia, mangiare e bere un caffè, s’avviarono, invero il ritorno in caserma, non si presentò molto accogliente, l’agente addetto alla ricezione, non conteneva

 

la misura idonea al servizio, contrariato per l’esigenza di doversi produrre nella redazione  della denuncia, con voce alterata, mandò la famiglia Gallo, padre e figli, a cercare il congiunto, probabilmente fatto e strafatto, sotto una panchina, della secolare villa comunale.

 

La pazienza, gonfiatasi paurosamente, fu trattenuta a forza, invero grazie al pacato intervento di un altro Agente, un collega anziano che venne dalla stanza adiacente, adducendo l’urgenza di cercare una pratica nello schedario, ridusse alquanto la pressione climatica.

 

La presenza del secondo Agente, comunque non mitigò l’arroganza

 

del primo che pur costretto nell’angolo, bofonchiava spavaldamente  La gola stretta nell’ignoranza, s’abbrutiva d’irascibilità, osservando  il collega, che con umana naturalezza e sobria gentilezza, porgeva ai familiari di Giovanni, il foglio usobollo, la penna biro nera, legata al bancone, affinchè potessero compilare la denuncia di scomparsa L’Agente, con gli occhi vitrei, a guisa di una bestia ferita, aspettava il collega che ritornasse ad occupare la sua scrivania nella stanza accanto, pronto a graffiare, lo seguiva andare allo scaffale a muro, firmare con calma quanto prelevato, aprire lo schedario, prendere qualche appunto, cercare, insomma redigere un nutrito documento. Il fascicolo sottobraccio, invero una carpetta di colore giallo sporco, con inserito un foglio bianco, che rispecchiava la faccia dei Signori Gallo, era una scusa, il collega intendeva proteggerli e s’attardava. L’intento era quello di ritirare la denuncia, farla scorrere nel canale   e dunque evitare un probabile intervento fuori le righe, dell’Agente

 

 La velocità di compilazione della denuncia dei fratelli Gallo, invero meravigliò l’Agente addetto alla ricezione, che con una manovra repentina, paonazzo, mortificato, s’allungò sulla spalla del collega, afferrandogli il foglio dalle mani, staccando la penna, dall’elastico ed eccitato, con voce stridente, sarcastico, titolando padre e fratelli, Professore, col telecomando, fece aprire, con uno scatto, la porta, dichiarando loro, con un  sorriso canino: “ Buongiorno, Vi faremo sapere, “ evitando  lo sguardo del collega, girandosi di scatto, verso la macchina del caffè, situata nell’angolo, stridendo forte sui tacchi. L’introduzione della cialda, nell’apposito incavo, non gli risultava agevole e con forza, s’accaniva sullo sportello, che non chiudeva. L’Agente, insomma scaricava il potere delle sue armi, scontrandosi col vano deposito colmo di cialde consumate, un osso duro, oscuro, inespugnabile nemico, un elettrodomestico che sa fornire un caffè da bere, un meccanismo semplice, che una manovra elementare  fa entrare in funzione e che evidentemente, l’onnipotenza dell’arma, non lo soccorreva a sufficienza, invero la divisa gli dava alla testa.

 

 

 

Le ore, i giorni con i mesi, si appiattirono sul calendario, piegati

 

sui programmi televisivi dei bambini, infarciti di notizie inverosimili, di finestre giornalistiche, definite polemiche, scanditi dall’inusuale ritorno sugli scanni, di uomini politici con la fedina penale pesante, con procedimenti in corso, pur con condanne passate in giudicato,  nonostante questo, convinti di essere legittimati a potere legiferare.

 

Il popolo sovrano, uomini e donne che credono nella giustizia, legge uguale per tutti, invero piegabile, modificabile, a secondo il bisogno, nell’interesse personale in giuoco, sono pronti a consegnarsi, mani e piedi, all’uomo forte, all’uomo della provvidenza, volti a rinverdire

 

i fasti di un passato indegno, la memoria frantumata nella fiction tv. Questo popolo, ama l’autoflagellazione, crede che la forza gli possa dare la sicurezza, osannano il Padrone, inchinati racimolano  bave.

 

La vigliaccheria, è la loro potenza, hanno eletto una maggioranza straripante, denigrano la minoranza, marciano a capo basso, rivolti all’altissimo, considerano gli altri rei,  quelli che pensano in altro modo, diversi, da spogliare della dignità, da  mortificare e magari, eliminare fisicamente, insomma acquisita la forza, invero nascosti scaricano la debolezza, la mancanza di sani principi, sul nemico.

 

Le forze dell’ordine, oberate di problemi, uomini e donne coniugati, con figli e relative esigenze, fare conto con uno stipendio, seppure la costellazione  di annessi e connessi è considerevole, comunque non lascia scialare, la quotidianità s’incunea nelle ore straordinarie, sulla strada in servizio di pronto intervento, lo stress sale, dunque stanche, infastidite, ripetevano che le indagini proseguivano, erano in corso, insomma non erano emerso nulla, neanche una notiziola. La famiglia Gallo, la moglie di Giovanni, costretta a riciclare il tempo si tuffano di stomaco nel giorno con gli occhi gonfi, con la speranza in mano trattenuta per le ali, non abbassa la guardia, insiste, chiede assistenza, prega il Santo Patrono, si prostra, s’incaponisce, pensa che le notizie brutte, sono veloci, fanno presto ad arrivare, Giovanni ritornerà, ritroverà la strada di casa, tenta di mantenere, la dignità.  La Signora Ariana, stringe i denti fino all’ultimo, non vuole apportare ulteriore disturbo, a suoceri e cognati, dunque sfinita, con le acque sull’orlo della rottura, impossibilitata a resistere oltre, con le lacrime agli occhi, all’ultimo spasmo, cede e dice alla suocera di trasportala

 

in Ospedale, il suocero ed i cognati che si alternano, si assicurano  che i bambini non abbiano a soffrire dell’assenza paterna, prendono la valigia in attesa, caricano la cognata in auto, la mamma e volano.

 

La corsa all’ Ospedale, il pronto soccorso, la consulenza, il ricovero  in ostetricia e ginecologia, la richiesta del proprio medico di fiducia.

 

I medici in servizio, aspettando il collega, s’attengono ad una visita superficiale, ritengono i dolori lamentati dalla Signora, un fisiologico adattamento gestazionale, insomma non è bene raccogliere i frutti del campo del collega, dunque in attesa che arrivasse, prescrissero che le venisse somministrata, una terapia blanda, di mantenimento.

 

La notte di Ariana, scorre in un torpore indotto, la mattina, il medico di fiducia che avrebbe dovuto seguire la gestazione, non è apparso,  risulta irreperibile, la situazione andava aggravandosi, a peggiorare, il collega di servizio, ordina l’immediato trasporto in sala operatoria. La causa è il distacco della placenta, il parto cesareo, ha anticipato l’evento, di oltre un paio di settimane, il tempo minacciava tempesta e col rischio eliminato, la salvezza della madre, ha messo al mondo una bellissima bambina, alla quale Ariana, impone il  nome di Maria Il bisogno di miracoli è un segno degli uomini, la difficoltà di credere fa recuperare una dipendenza negata, il peso del cielo è insomma la forza del Padre Creatore, in nomine, un augurio a questi uomini, che riportino l’ordine trascurato, nelle famiglie, nel lavoro, lo stato amministri con rispetto, altrimenti ogni miracolo, resta incompiuto. La Signora Ariana raccoglie  un fascio di sole , bagna la mattina,

 

bacia i figli e con la speranza di una donna consapevole, aspetta.

 

 

 

I Fratelli, il padre ed anche la madre di Giovanni, facendo la spola, piazza e le strade di raccolta, caserma dei Carabinieri e secondo esigenze indotte, all’occorrenza,  recarsi nel vecchio supermercato a gestione familiare, in prossimità della stazione ferroviaria, dove non è difficile scovare, oggetti dimenticati, insomma quel sabato pomeriggio, dovendo ricostituire le scorte alimentari, la Santissima volontà del Signore, volle intromettersi, guidare i passi, uno scaffale dopo l’altro e fare incontrare il Gallo padre, con il ragazzo Ghanese, Emanuele, di bassa statura, robusto, un cognome, impronunciabile.  Il Signor Gallo, lo conosceva bene, parecchie volte, l’aveva ritrovato e visto, accompagnarsi a Giovanni, gli aveva destato, un’eccellente impressione, legato alla famiglia, coltivava sane tradizioni, ragazzo altruista, rispettoso del figlio che chiamava Giovannino Professore.  L’extracomunitario, era rientrato in patria dopo quattro anni lontano dai suoi genitori, fratelli e sorelle anche molto piccole, con i risparmi aveva comprato una Fiat 1100 Mirafiori, vi aveva montato sul tetto,   un enorme portabagagli, racimolato nel recinto di scavi archeologici abbandonati, adibiti a discarica abusiva, aggiustandolo, adattandolo alla meglio, vi sistemò le valigie raccolte presso gli amici, compagni di lavoro, che pur malridotte, per prudenza, tenevano sul traballante armadio, nella stanza d’appartamento, al terzo piano del fatiscente palazzone, dell’antico centro, detto storico, invero spinto e relegato verso la periferia, adibito a dormitorio per extracomunitari e copari.  L’aveva riempite di scarpette, stoviglie, vestiti e svariate utensilerie, che la civiltà nostrana, abituata ad una maggiore velocità, impartita da un progresso a perdere, non ritiene molto prestigioso da usare, dunque ha tolto dal suo quotidiano, risultandogli periglioso chiuderle L’inverosimile contenuto, invero lo costrinse a legarle, con lo spago, oltre le cinghie,  in largo e lungo, dividendole a quarti, con tanti giri. La raccolta era andata avanti, forse per anni, il sabato, la domenica, quando gli mancava il lavoro, consumava la giornata “ scafuliando “ nelle bancarelle, dei mercatini che di solito si armano, nei quartieri periferici delle città, esponendo assieme ad altro, residui di bottega. Emanuele, era un operaio specializzato, aveva ottenuto di lavorare in una industria metalmeccanica, era un clandestino, aveva bisogno di munirsi della documentazione necessaria, per avere il permesso di soggiorno, insomma  l’ingaggio e la regolarizzazione del rapporto L’impegnativa della ratificazione a tempo indeterminato, lo riempiva di felicità e sicurezza, il ritorno in patria, era rivivere l’altra tragedia,  

 

insomma la partenza a ritroso, la liberazione, la strada conquistata,  lo accompagnò alla stregua di un mulo, lasciando perdere la paura.

 

La speranza l’aveva stretta per anni fra i denti, qualche volta l’aveva presa in mano per respingere l’ansia che gl’impediva di respirare, determinato a farcela, si faceva aiutare dai ricordo sul peschereccio

 

scricchiolante, carico di uomini e donne senza identità, animali belli diretti al mercato, privi di bere, con l’acqua del mare che  minaccia, Emanuele e molti altri, non sanno nuotare, gli scorre sotto gli occhi bruciati dalla salsedine, scampati, mettono piede a terra e stremati, cadono, s’inginocchiano, le mani alzate al cielo, ringraziano, sviene nel canneto che costeggia il fiume, comincia una lunga navigazione

 

Impegna ogni risorsa di braccia, gambe e della mente e si confonde nella città, è invisibile, ha per compagnia la volontà di non perdersi.

 

Il suo rientro in città, contava alcuni giorni, stava facendo la spesa, sceglieva gli alimenti necessari, Emanuele era parsimonioso, parco oserei dire, sapeva le regole, le rispettava e non si faceva fuorviare. Il Signor Gallo, girava per gli scaffali spingendo con la mano destra il  carrello e tenendo in alto, nell’altra mano, un foglio di quaderno, sul quale la moglie gli aveva scritto, il peso, gli articoli da  comprare. Il signor Gallo, prelevava il prodotto, scatolame, altro, assicuratosi di non avere sbagliato, lo deponeva e con pazienza ed oculatezza, riprendeva a cercare gli alimenti segnati a grandi lettere sul foglietto Il ritorno a casa, non poteva trasformarsi, in uno stupido battibecco, non intendeva provocare, le ire della moglie per una disattenzione. Il Signor Gallo, aborriva il conflitto con la compagna, l’avere scelto una cosa non proprio uguale a quella scritta, invero molto similare, a volte, era ritenuto un motivo plausibile, per imbastire una litigata. La donna amata, rispettata, ogni anno di più, era divenuta greve, scorbutica, e molto più spesso, oltre ogni ragionevole sopportabilità. La scomparsa del figlio, l’aveva abbrutita, insomma resa diversa, stava sempre sul piede di guerra, non riusciva a tenersi sollevata. La gioiosa serenità, la semplicità che li aveva legati fin da ragazzini, si era dispersa e nell’aria, gli uccellini, avevano perso il bel canto. La famiglia, che viveva  isolata, si, invisibile. disinteressata a quanto la cittadina spazzava quotidianamente, sentiva il peso dell’esclusa. La mente di Concettina, invero si era dissolta e perfino Giacomino, messo fuori alla stregua di un cane randagio, a letto contava pedate Il grande divertimento che ricavava, nello stuzzicarlo per i calzoni corti, nel pizzicargli con grazia le gambe, nei giuochi alla canonica, tanto che Giacomino, senza avvedersene, per farla smettere, colto da un moto irrefrenabile di virilità,  la inchiodò nell’erba alta, secca del prato intorno, quietandola per raccogliere i suoi baci, le lacrime di  gioia, ogni carezza, scordati, cancellati nel giro di alcuni giorni.

 

Quel pomeriggio, verso la seconda metà del diciassettesimo anno,  Concettina, chiacchierando con le compagne, disegnare,  tagliare,  nel laboratorio di cucito e ricamo della signora Iolanda Bevacqua,

 

si sentì mancare, chiamata la zia paterna, di tre anni più grande,  sposata ed infermiera, venuta a conoscenza che la nipote, stava asciutta da due cicli, s’insospettì, le pose altre domande ed arrivò  a Giacomino che seppure inesperto, accettò il disposto del verdetto.

 

Il risultato delle analisi di laboratorio, nel volgere di qualche giorno, confermarono l’ipotesi della zia, Concettina era in cinta, Giacomino si assunse le proprie responsabilità e convolarono a giuste nozze. Concettina, divenuta madre di Giovanni, accettò di lasciare il borgo, il disagio d’emigrare era mitigato dal pensiero che sarebbe tornata. Gli anni,  correvano, ogni tre, qualcuno meno, seguirono altri sei figli, che presto si dispersero andando in varie città, alcuni lontani, il primogenito era rimasto, ad un  tiro di voce, comunque, pur se i figli erano stati una grande fatica, il rimorso per non avere partecipato alle esequie del padre morto, ch’era in attesa di dare alla luce, Pino,  marito e moglie,  una notte, non erano rimasti divisi, l’uno dall’altra, invero questo dramma, aveva prodotto una lontananza insuperabile Il Signor Gallo, dunque nello scrutare lo scaffale in alto, non scorse, insomma non fece caso all’uomo che se ne stava quasi in ginocchio a tirare fuori, un sacco, un’altra confezione di riso, posta sul fondo. Il Signor Giacomino, fermatosi il carrello, spinse più forte, convintosi di un malfunzionamento delle ruote, abbassò gli occhi a guardare,  fu grande la mortificazione, la meraviglia, nel riconoscere il  ragazzo  Emanuele, l’amico visto tante volte con Giovanni e  lasciò il carrello,  stringendo il foglio nella mano, l’abbracciò e s’informò della salute, travolto dall’eccitazione, senza attendere la sua risposta, gli chiese se avesse visto suo figlio, se sapesse ove fosse andato a lavorare. Il Signor Giacomino, informava  Emanuele dell’accaduto e col fiato in gola, attendeva qualche notizia, invero senza dargli modo di dire,  riprendeva con foga, in un tentativo canino, di estrargli la  memoria. Emanuele, profferì a stento la parola, il Professore, esaminò ogni giorno che riuscì a trainare dalle giornate neanche nate, cariche di buio, disperazione e paura, costernato, muovendo la testa, pianse.

 

Il Signor Giacomino, si fece forza a non seguirlo, in tal caso lo sfogo  non serviva, si rese conto che questo incontro, vestiva l’importanza di un fenomeno celeste, un grande avvenimento e ne fu sopraffatto. Emanuele, gemeva sotto il bombardamento di domande del Signor Giacomino, gli premeva conoscere l’itinerario, scoprire un percorso per raggiungere il figlio, sapere il giorno, i precedenti, il programma, se fosse stato in grado di indicargli qualche persona, se avessero parlato di qualche proposta, se fosse andato…e ricondurlo indietro.

 

L’ultima volta che Emanuele aveva visto il Professore, la mattina, erano saltati, uno dietro l’altro, nel furgone malandato, del Topone. Emanuele, situato a fianco del portellone, fu scaricato in un luogo che non conosceva, il Professore è rimasto, ha proseguito la corsa,

 

 

 

L’alba cominciava a disegnare le linee dell’orizzonte, con pennellate di colore, tenue, delicato, dolce che la natura avesse mai espresso. Lo spazio, in ogni lato ed in fondo, andava riempiendosi di gioiose sfumature che inducevano ogni persona, di qualunque sesso, razza o studi, seppure fosse stato vago, distratto, o si trovasse, per caso a guardare, ad una commozione tanto forte, da riuscire a cancellare le sofferenze pregresse, patite in tempi remoti, perfino senza traccia 

 

Giovanni, quella santa mattina, a guisa di un soldato a guardia, uscì dal posto di sosta e corse verso il furgone sgangherato e vi si tuffò dentro a pesce, l’assalto alla santa barbara doveva essere perfetto. Il segnale dello stridore delle ruote  in frenata, era  l’allarme atteso,  dunque adattata la vista, aveva tagliato il buio, in testa al gruppetto. Lo sbarco, in groppa ad una rocca, avvenne tre quarti, forse un ’ora dopo, comunque l’accesso al promontorio, dico che non fu agevole, i passeggeri furono sballottati per una strada sterrata, raffazzonata, segnata da grosse ed informi tracce di pneumatici, cingoli, allargata per il passaggio di automezzi pesanti, che riuscì a dilatare il tempo. Il Professore Giovanni Gallo, adattatosi a svolgere i lavori manuali più disparati, chiamato dalla necessità di mantenere integra, quanto possibile, la dignità che il padre gli aveva inculcato fin dalla nascita, messo piede a terra, cercando di riassestare l’equilibrio minacciato dal viaggio, con modi per niente urbani, fu comandato allo smontare il resto della carpenteria dell’ottavo o nono piano, della costruzione.  Lo scheletro d’acciaio e cemento, eretto sull’estremità a strapiombo sul mare, oltrepassa le dodici elevazioni fuori terra, la rocca sfidata nella sua stabilità,  misura con le spalle, i legami che la trattengono. Il progetto denominato AREA UNO, contempla il lussuoso albergo,  piscina, campo di tennis, discoteca - sala da ballo, teatro, ristorante. Il riposo pomeridiano al circolo dei Saggi, al bar del centro a sorbire il miglior caffè dei paraggi, senza indugio, organizzò una tal cordata di  emeriti Imprenditori, che in anni di speculazione, non si era vista. Un bel progetto concordato con i meri rappresentanti di quel popolo sovrano che periodicamente, all’occasione, viene circuito con visite al circolo ricreativo, con una birra ed un  panino infarcito con carne di cavallo cotta al sangue, sul fornello con la brace rovente, situato sul marciapiede all’ingresso del cortile – circolo ricreativo, un  tuffo veloce nell’aceto ed i bocconi succulenti, riescono a ben alimentare,  la promessa di miracolo e sottrarre con affabulazione fraudolenta, la dignità, alle  persone che ascoltano a bocca aperta speranzose.  Gli eletti con fiducia, impegnati nelle istituzioni, non si distraggono. L’ inizio del saccheggio della  rocca, ha inizio, le leggi d’ingegneria, sono inficiati dalla volontà politica, il rigore intellettuale, perso strada facendo, svalutato nelle passeggiate, sottobraccio col sorriso a fiore sulle labbra, per celia, insomma i progetti per affrancare il territorio, sono slegati dagli affari politici, predestinati a geologi miopi, di grevi calcoli, a  professionisti catastrofisti, dunque costretti alla defezione.

 

 

 

Emanuele, aveva riferito di quello che conosceva,  non sapeva altro, e lasciando il padre di Giovanni, si offrì di accompagnarlo

 

in piazza, nei luoghi di frequentazione, ove il lavoro non si guarda

 

 in faccia, si prende al volo senza parlare,  insomma si era messo

 

a disposizione per dare una mano alla famiglia Gallo, per riportare

 

a casa il Professore Giovanni, resosi irreperibile, da troppo tempo.   Emanuele, aveva condannato quei padroni che gestiscono il lavoro in modo brutale, criminale, gli autisti dei furgoni che sono addestrati a trattare alla stregua di animali, viaggiano con le armi e pagano

 

se vogliono, gridano, sputano, sono carichi di veleno, non parlano

 

e sparano obbligando ogni lavorante a prendere quello che capita.

 

Questo è un lavoro che cammina con la morte al fianco, si vorrebbe rifiutare, intanto si va a cercalo e quando si è trovato, quel che resta  è sperare  di ritornare a casa, salvo, anche se ammaccato, magari con le ossa sane per ritornare domani sulla strada, per rincorrerlo.

 

Il Professore operaio, Giovanni Gallo, sceso dal furgone, fu presto armato di martello, tenaglia e scalpello, dunque  comandato al nono piano ed incaricato di liberare, smantellare del legname che copriva le traverse, i pilastri delle porte e delle finestre, senza che un chiodo od altre scorie anche piccole, rimanessero ad intralciare i muratori.

 

Lo scheletro di cemento, si stagliava nel cielo, sul mare, ai piedi, un’ecatombe di arbusti e piante rare, di alberi d’ulivo, carrubo, pini secolari e specie autoctone della flora Mediterranea, a decantare nella terra, nel fango, insomma un territorio, messo a nudo, divelto, squartato, dunque reso incompatibile alla specie animale, la natura, deturpata, estirpata, la bellezza, schiaffeggiata, è  resa orripilante.

 

Il creatore, era stato sopraffatto ed il denaro aveva vinto, insomma

 

il connubio malefico, sostava ai piedi di Giovanni e minava la rocca.

 

Il professore Gallo, dunque ritrovatosi con in mano quegli attrezzi da lavoro, testimone oculare del misfatto, giunto al piano, col fiato grosso, fu colto dal panico, scontrandosi con l’aria che scoppiava, sfrigolava di versi, sbuffi, con l’altezza che si apriva nel buio, verso il mare che scivolava piatto a riva, nel cielo che andava lentamente schiarendosi, lasciando che la luce  si espandesse piano per terra

 

La stagione delle migrazioni era iniziata, ogni specie, instancabile, rispettosa dei canoni del creatore, andava per il cielo, per il mare, con l’armonia del ritmo biologico, diretta ai luoghi di riproduzione.

 

 

 

Le stanze del piano, i balconi, le terrazze, i davanzali delle finestre,  pullulavano di ospiti di taglie diverse che allargando a piccoli colpi, le ali, si muovevano, uscivano dalla nottata ed iniziavano il giorno.

 

Il Professore Giovanni, eccitato, acuiva lo sguardo e  li inseguìva fino a che non si nascondevano nella luce che tenera si apprestava ad aprire l’immensità che in allegria, si lasciava allargare le maglie.

 

Il Professore, a quel punto, sentì la mente, alleggerirsi e forse pure liberarsi dei grevi pensieri, che negli anni, erano divenuti compagni inseparabili, tanto fedeli che a qualunque prezzo, non intendevano abbandonarlo e li strappò con vigorose manate, con altrettante, osò sbarazzarsi dei residui che s’infilavano in ogni scucitura, allargando, tentando di entrare nelle tasche della tuta, che ogni santa mattina, gli faceva da vestito, per prostrarsi ai piedi dei dispensatori di lavoro

 

Una nazione che non riesce a garantire, occupazione ai propri figli, tradisce i principi fondativi sui quali è stata costituita, è senza nome.  

 

 

 

L’orizzonte sull’acqua, accompagna l’alba che nasce con pennellate magiche, inventando miscele di colori, che fanno a gara a dipingere

 

il cielo ed il mare, il creato, anche il più nascosto e seppure lontano, la bellezza s’incontra con il castano delle pupille di Giovanni, si bea e non si sazia, gli scoppia la vista in miliardi di stelle, ha raggiunto

 

 il culmine, è pieno di leggerezza, gli orecchi si chiudono, il richiamo lanciato dai piani sottostanti, dal responsabile dei lavori, è disatteso e si perde per le scale, i lavoratori, seppure si dice che  la schiavitù sia stata debellata da secoli, invero trattati a tal guisa ed in un modo che a dire cafonesco, è un eufemismo, minacciando, non ascoltano

 

Giovanni, ad un tratto, senza alcuna possibilità di reazione, è colto da un poderoso colpo, alle natiche, e spinto fuori, oltre il balcone. Una coppia di volatili, esemplari di Cicogne cinerine, disturbate, innervosite dalla compagnia schiamazzante, forse della presenza

 

di Giovanni, ritennero che fosse giunta l’ora d’interrompere il riposo. Un beccamare dolcissimo ed uno strofinìo delicato, non prolungato di collo ed ali e s’avviarono a riprendere l’emigrazione programmata L’occhio rivolto in alto,dunque in accelerazione, percorsero, il tratto di piano della costruzione presa a dimora notturna e si lanciarono verso lo spazio aperto, che prendeva chiarore, a navigare a vista.   Il Professore Giovanni Gallo, ristretto nella tuta sbiadita, ammirando i giuochi meravigliosi, che la natura, a mano gli scopriva, ingabbiato nella sua beatitudine, sul balcone privo di ogni protezione, fu preso a bordo ed inconsapevolmente trasportato, nel viaggio migratorio.

 

 

 

Il Professore operaio, dunque sollevato per il sedere, di riflesso s’alleò allo spirito di conservazione e trasformò il balzo all’ndietro,

 

 in un volteggio in avanti, in un perfetto salto doppio alla cavallina. L’ora settimanale d’educazione fisica, contestata, a forza praticata nella palestra polverosa della scuola media, gli salì dalla memoria, appendendolo miracolosamente, alle ginocchia dell’una e dell’altro. Le mani, strette a morse d’acciaio alle zampe degli animali e volare nel cielo, a coronare quel sogno rincorso fin da bambino, realizzato

 

a mano, costruendo un aquilone col foglio di giornale, appiccicando le canne a croce con la colla di farina, tante prove, superate le forze e legato sulla tre quarti della verticale, farlo volare tenendolo in aria con il filo della spagnoletta grigia, usata dalla madre per i loro abiti,  per rinnovare i vestiti usati di papà, dunque tenuto sotto il cuscino.

 

Il desiderio di Giovanni, superò i rimproveri e le grida della madre, la sua età, le riteneva un assurdo, invero una famiglia numerosa,

 

non adeguatamente fornita di mezzi, ha necessariamente bisogno di risparmiare ogni cosa considerata spreco, sia il filo che la spilla, questo insomma non è un giuoco riservato ai lavoratori, giornalieri, atipici, altrimenti impiegati, che con salari e stipendi bassi, ritenuti inconcepibili, resi inutili, falcidiati dall’inarrestabile, perdita di potere d’acquisto, l’inflazione che mangia a quattru janghi, dunque  cucire, pantaloni, calze, camicie ed altri capi di vestiario, per i componenti della famiglia, è un risparmio non indifferente che volendo permette l’istruzione dei figli, ossia per coloro che amano lo studio, l’ impegno

 

 

 

Il Professore operaio, Giovanni Gallo, dunque riuscì ad aggrapparsi e forse salvarsi da morte sicura, comunque incosciente del pericolo corso e del rischio presente, guardava curioso, i luoghi sottostante. La lingua a ridosso della guancia di sinistra, combatteva e soffiava, digrignava i denti, nel tentativo di evitare che gli artigli degli animali, nell’ossessione di liberarsi di quel corpo estraneo, raggiungessero le parti del corpo e gli straziassero le carni che non erano granchè. La gravosa situazione, richiedeva la massima allerta, occhi sbarrati. Giovanni, dunque stringendo il petto sullo sterno,  gomiti ai fianchi, si contorceva, secondo gli attacchi, a guisa di chi è colto da “ turcimi i stomucu, “ tanto che la struttura del maxillo facciale, si trasformava in una maschera spettrale, confermando agli antropologi, cari amici di famiglia che gli correvano dietro, i sospetti, le ipotesi propendenti a scartarlo dalle specie animali e soprattutto umana, dichiarandolo, inspiegabile, indecifrabile, certo irriconoscibile, insomma una deriva  confusionaria, in sostanza una mutazione assimilabile ad un aborto. La disamina delle scoperte recenti, passate, d’indizi emersi da scavi in corso, indotti rompendosi il capo, da alcuni strani reperti ritrovati, comunque ancora da pulire, selezionare, non dicevano che il vuoto. Gli anni, tanti, di dedizione e di risorse profuse, disponibilità di titoli, e di altro, d’interrogativi risolti, dunque ora, per aiutare una famiglia  amica, sarebbero stati costretti a chiudere i carteggi, nel pacchetto  destinato all’uopo e scriverci sopra l’incapacità di eminenti Luminari.

 

 

 

Il Professore Gallo, insomma teneva per quanto riusciva, il panico sotto controllo, nel contempo per non soccombere alla disperazione cercava di estrarre, dai gangli vitali, dai nuclei delle cellule, le rese d’energia, ogni goccia esausta, ch’era stata accatastata per smaltita Giovanni, dunque raccoglieva ogni briciola da eliminare, la riciclava   e ne traeva, una tale adeguata vigoria da riuscire a scansare, giusto in tempo, ogni attacco, impedendo agli animali, di allungare gli arti, di piegare le ginocchia, trattenendo le articolazioni, salvando i polsi,

 

gli avambracci ed ogni altra parte del corpo raggiungibile, di finire  tagliuzzata in mille piccoli brandelli e sparsi intorno, tanto che l’aria l’avrebbe accolti con assoluta leggerezza, rendendoli bocconcini prelibati per i predatori, ovunque andassero, dispiegassero il volo.

 

 

 

Il Professore Giovanni Gallo, comunque non si scoraggiava, teneva duro, non si perdeva d’animo e nel contempo, con le ridotte, scarse capacità, ad onore del vero irrisorie, che gli permettevano destrezze e movimenti vari, cercava di connettersi un ragionamento, prendere buona visione della situazione e pensare d’ammarare in quell’acqua azzurra che quando la guardava, all’inverso di ora, lo commuoveva.

 

 

 

La perdurante perdita di quota dei pennuti, certo l’avrebbe condotto all’impatto, se non velocemente, in un tempo molto breve, secondo comunque la resistenza di volo, degli uccelli, invero non calcolabile  Giovanni, insomma doveva tenersi pronto a saltare, appena avesse raggiunto la distanza ragionevole, in grado di sopportare la caduta,   prendere un respiro molto profondo e lasciare con cautela la presa.

 

Il  tuffo nelle acque, non sarebbe stato l’armoniosa acrobazia estiva dalla barca all’ancora, del nonno paterno al borgo, aveva lo scopo di ritornare a galla, non annegare e sperare nella sorte ragionevole. . 

 

I volatili avevano svolto una parte fondamentale, dunque dovevano lasciarlo e proseguire nella loro rotta, il resto restava nelle sue mani Giovanni, insomma doveva badare a riprendere la propria esistenza La disciplina del nuoto, l’aveva imparata ogni giovedì sera in piscina comunale, la scuola ne era sfornita,  non poteva dichiararsi a guisa di un pesce, comunque sapeva nuotare, avrebbe dovuto cavarsela. Il dubbio che l’avesse dimenticato, invero gli scoppiò all’improvviso nella mente e sorpreso, addirittura fu indotto alla drastica sentenza che sarebbe annegato, un cambiamento di vento, lo riportò indietro e si disse sputando sulle zampe degli uccelli, che avrebbe resistito,  e sperato che un natante lo avvistasse e lo tirasse a bordo, in salvo. I Signori della politica, invero con la pretesa di combattere lo sbarco delle carrette sulle nostre coste, l’immigrazione clandestina, tentano di cancellare, s’avviano a mettere fuorilegge, il giuramento del mare Ogni marinaio, dunque incorre nell’onta di dover subire un processo per aver tirato in barca un naufrago, in pratica la minaccia di sentirsi chiamare correo di un atto criminale, rischia di smorzare il coraggio.  

 

 

 

I governi che osano scrivere queste  leggi, invero sono impotenti, sopravanzano la ragione, calpestano le regole che ci distinguono.

 

Giovanni, comunque si aiutava nel modo che poteva, di mantenere vigili, non deprecabili, i sensi, le condizioni, nel caso fosse avvistato da un osservante dei sani principi popolari e tentasse di raccoglierlo

 

I governanti, chiusi in un’ottica di potere unico, sprezzanti al dialogo  e dunque incapaci di fornirsi della democrazia, sono indotti al parto di questo tipo di leggi repressive, gridando di farle per dar sicurezza alle popolazioni, nell’interesse collettivo, invero si beano nutrendosi della paura dello straniero. sottraendo le risorse rimaste nelle casse

 

 

 

La solidarietà, i principi dell’accoglienza, sono ritenuti di un fastidio insopportabile, dunque escludono la ragione, tentano di respingere questa umanità debole, uomini, donne e bambini, in fuga da fame, guerre ed ogni altro, nelle braccia dei carnefici, addirittura di buttarli in mare, manifestano con rabbrividente arroganza, determinatezza,  che l’unica soluzione, la migliore per questa situazione, sia la forza.

 

I depositari della verità, denigrano la disponibilità altrui e scaricano la morte a guisa di un materiale nocivo, nella pattumiera del mondo.

 

La popolazione si lamenta dell’insostenibilità quotidiana ed annusa l’altro, quello dopo, non il più vicino nell’intento di carpirle il segreto

 

Giovanni, temeva che nel planare potesse andare a finire in buca, nelle  macchie nere che aveva scorto  sull’azzurro, pensò fossero recinti d’allevamento dei tonni o di altri pesci, ne aveva conoscenza dai documentari televisivi, andando in bagno prima d’andare a letto.

 

La distanza, non gli permetteva di distinguere bene, gli rimanevano lontani, comunque non aveva esperienza diretta di tale attrezzatura,  però questo esercizio di pesca, lo riteneva contro natura, estraneo alla tonnara, alle barche nere acquattate sulla trappola calata lungo la linea di transito dei pesci in viaggio verso le zone di riproduzione.

 

 

 

L’allevamento ha soppiantato la tonnara, il palischermo, una barca in secca, semi coperti di sabbia e spine, quasi decomposti, mostra dunque dei borghi la memoria ove l’uomo aveva rispetto dei pesci,

 

L’abilità del pescatore è stata mortificata, cancellata, la lotta ridotta a tirarli fuori dal sacco ove sono stati allevati, cresciuti a mangime.

 

 

 

Giovanni, qualche volta l’aveva comprato e la festa della domenica, gli era divenuta insipida, insomma fu indotto ad un’altra riflessione,  gli sorse il dubbio che potessero essere, carrette legate, stracolme dell’ umanità africana alla deriva sul mare, alla ricerca di una punta di terra, ove possa riprendersi l’esistenza che la patria gli ha negato ed emigra per non morire, invero cammina con la bara sotto braccio

 

 

 

Giovanni, sentì il pensiero ed un forte pugno lo colpì sotto il mento, il cuore gli sobbalzò in un conato d’acidità e mancò che svuotasse, recuperato il controllo, un po’ d’energia, dichiarò con una fermezza quasi dimenticata, la sua fratellanza in faccia all’onnipotente, ebbe coscienza e sperò che la comune disavventura in corso, si volgesse  al meglio, cercò di darsi coraggio e dunque si sorrise, sulla barbetta che gli copriva il mento, nel tentativo beatico, di sciogliere la paura.

 

Giovanni, insomma voleva credere e si diceva con colpetti di tosse  sulle corde vocali, che presto, sarebbe ritornato a casa, da Ariana,  figli, Genitori, fratelli ed amici, rafforzando il pensiero di un miracolo,

 

se tale era, non poteva interrompersi, dunque lottava per verificarlo.

 

 

 

La coscienza, invero pur nella difficoltà della situazione, vegliava accompagnandolo con leggerezza, pungolandolo, la situazione  nella quale versava, era molto grave, dunque bisognava restare vigili, in grado di comprendere l’occasione propizia, l’attimo buono.

 

 

 

Le cicogne, intanto continuavano a sbattere disperatamente le ali, tentavano di resistere nel volo, di mantenere la quota di sicurezza, invero questa decresceva, andava scivolando, gradualmente verso il basso, insomma l’acqua del mare, in un giuoco di onde birichine, attendeva oziosamente, Pennuti e Carico per farne un bel boccone.  L’angoscia di rimanere legato, parossisticamente, ai volatili, dunque afferrò Giovanni, che ebbe la paura di rimanere con le dita contratte e di non riuscire a svincolarsi dalle zampe degli animali, trascinato sul fondo del mare, annusò l’odore agre della vendetta di un Santo  arrogante che ogni volta che poteva, si glorificava con la sua bontà.

 

 

 

La faccia visibile, resa pulita, atteggiata nello stupore, nascondeva  l’avversità e lo vessava, lo strattonava riconducendolo alla partenza Le azioni ed i comportamenti, divenivano fumogeni ed incontrollabili e l’ ’ennesima sofferenza, la fatica sopportata per arrivare colà dove si trovava, veniva vanificata, questa volta era diverso, non accettare il dispotismo del Santo, significava ringraziare chi l’aveva miracolato Giovanni, dunque s’indusse a provare le articolazioni, a muovere dita, uno dopo l’altro con cautela, gli uccelli di riflesso, rispondevano Gli artigli armati, reagivano all’unisono, gli attacchi dei volatili, silenti e con molti effetti irrilevanti, invero qualche stilettata, seppure lieve, superficiale, ad ogni modo, comportava un dolore assai straziante.  

 

 

 

La perdita di quota dei volatili, il progressivo rallentamento invero non era dipendenti dal peso di Giovanni, quei cinque, forse otto chili che aveva accumulato, grosso modo superate le scuole elementari, seconda media, che si era portato fino al Ginnasio,  li aveva perduti, con altrettanta junta, per lo stress accumulato nel periodo della leva L’altezza non era cambiata, insomma lasciate le armi, era rientrato nei ristretti ambiti della normalità, e dunque non era questa la causa

 

 

 

Soleva dire che il servizio militare gli fu imposto, lo conosceva bene però  non riuscì ad evitarlo, zii e parenti ne facevano parte, arruolati  in varie armi, dunque per non contraddire lo zio, non oppose alcuna resistenza ed accettò di partecipare  ad un  corso Ufficiali, scartato, intese che non fosse idoneo neanche al servizio militare, insomma che dovesse essere esonerato, invero la Richiesta non fu accettata La cartolina precetto, gli ordinò di presentarsi al C.A.R. e Gennaio, lo vide in abiti grigio verdi, di misura abbondante, che la pienezza del suo corpo, non riusciva a soddisfare, armato di un grosso fucile automatico, addestrarsi per difendere dagli attacchi nemici, i confini.

 

 I barbari erano alle porte, l’invasione era imminente, allarmi allarmi, il nemico  ci assale, bisognava difendere lo stivale, i soliti Signorotti che debbono giuocare a preparare, una guerra che serve a portare fame, dolore e morte, nella povera gente, reclamano forze fresche,  altrimenti, i magazzini e le riserve, restano a secco, che altro fare? L’idoneità, insomma gli servì per dimagrire e a rafforzare la volontà  di non sentirsi a disagio nei confronti degli altri, soprattutto di quelli alti, belli, la bocca piena di parole, ma se l’interrompi, smarriscono la memoria, cadono preda del vuoto e sorridono con labbra protese.

 

 

 

 L’avventura militare, insomma scremata la pur naturale, inevitabile Santissima ignoranza, gli ha consigliato di nascondersi nella società civile, le persone in divisa, impegnarle a misurare aree di tendopoli, a gestire gli attacchi senza scontri del pericoloso serpente a sonagli Questi uomini, difensori della patria, capaci di vivere in un anfratto impenetrabile, in cima alle montagne, privi dei baffi e delle stellette, perdono il coraggio, sono innocui, con questi strumenti, si arrogano il diritto di mortificare l’intelligenza di centinaia di migliaia di giovani diplomati, laureati, padri di famiglia, umili operai di borghi, insomma credono di dover confezionare cervelli per una società maccheriata, gli fosse accaduto di conviverci, Giovanni si sarebbe dato latitante.

 

 

 

Resosi, dunque conto, che Il progressivo ammaraggio dei volatili, non dipendeva dal suo carico, la causa stressante a disorientarli,  precipitarli, debilitarli, poteva imputarsi, alla mancanza di libertà,

 

agli ginocchi legati, alla privazione dei movimenti e precipitavano.

 

 

 

L’escursione di Giovanni, seppure in una situazione inverosimile, diciamo meglio, precaria per tenerla a bassa portata, proseguiva tirandosi dietro a strappi, le giornate, la notte per le ciglia e  l’alba, invero quando s’affacciava sull’orizzonte, rosea, col ciuffetto di lato,

 

i radi capelli reclinati nella nebbia, gli mostrava l’inutilità del viaggio, di quanto tempo aveva superato, gli mancavano le forze di lasciare.

 

 

 

Le punte delle scarpe sfioravano l’acqua, alzavano qualche spruzzo fino a bagnargli la faccia, era un refrigerio per respirare, un leggero aiuto per tenere duro, di lasciare una scia sulle onde e poi, d’intesa con le altre, arricciarsi e disegnare, pur se in modo approssimativo, comunque distinguibile, la sua presenza su quel mare, agli uomini di buona volontà che per lavoro, notte e giorno, in calmarìa o forza sette, li solcano,  quando d’improvviso, le cicogne, con dei rabbiosi colpi d’ala, si sollevavano e risalivano per confondersi nella nebbia,  col Signor clima che manteneva a bada gli elementi, con il colorarli evitando che liberando l’energia contenuta, disturbassero il viaggio.  

 

 

 

Le linee della terra, invero restavano invisibili, probabilmente, tanto distanti che gli risultavano indistinguibili e gli alti e bassi dei volatili, che riempivano il giorno e la notte, distraevano ogni orientamento.

 

 

 

Giovanni, si ripeteva  di staccarsi in uno dei ritorni sulla superficie, guardava le navi che navigavano in fondo al  cielo, cerca, sbircia,  gli aerei che oltrepassano leggeri, osserva qualche nuvola strana, sbandata, uscire e volare nel cielo sereno, con il privilegio che vede l’indifferenza e la propria immagine riflessa, le persone ai suoi piedi, di fianco, che soffrono per ogni elementare sostentamento umano.

 

 

 

Giovanni, in uno di quei momenti, non sentì la presa con  i volatili,  si ritrovò sommerso oltre la testa dall’acqua, d’istinto risalì e sputò quel tanto che aveva bevuto, ma ritornò sotto tanto che fu indotto

 

a credere stesse per affogare, emerse di nuovo e prese fiato, provò dunque a posizionarsi sul dorso a galleggiare, alcuni lenti passaggi della lingua sulle labbra, gli diedero la calma, il respiro dall’affanno. Giovanni, immerso in quell’immenso liquido blu, cercò di recuperare qualche riferimento e muoversi. verso, “ si sbarruò “ e si rilassarono le membra ed il cervello, da non trovare un grammo d’energia, forza di muoversi,  rischiando di colare a picco, una voce lo chiamò, sentì la nonna accarezzargli la fronte, allietato dall’affetto, l’adolescenza gli riportò il giuoco del morto, un sistema usato nelle lunghe nuotate con la stanchezza che ti assale, giorni di mare, ragazzi, le vacanze estive, saltuarie,  biennali, triennali, secondo la situazione familiare del momento,  al borgo dai nonni paterni, la timidezza che spingeva ad evitare i compagni, allora nuotavi verso il largo, vinto, il bisogno di riposare e mise in pratica il principio di Archimede, trasformando la fuga, in un sondaggio inconscio, alla ricerca della prova, un corpo umano, la possibilità a convivere nell’ambiente liquido, rasserenato inseguì il continuo  rigenerarsi delle linee multicolori,  i molti giuochi dei raggi solari, con la superficie dell’acqua, e sotto il caleidoscopio. Giovanni, cercò di carpire le copiose frequenze alla luce, dipingersi la vista dei colori del paradiso e si rituffò ad occhi aperti nel sogno.

 

La nuotata leggera, dunque lo riportava a riva, i granellini di sabbia

 

lo accoglievano rumoreggiando, sotto gli sguardi amorosi, acquosi  delle ragazzine, si distendeva indifeso a faccia in giù, s’abbronzava trattenendo negli occhi bagnati di sale, una dimensione di distacco, la pace degli sguardi, dunque riprendeva la coscienza e scendeva al piano, la realtà con la scala metallica di materiale non adeguato, poggiata su una superficie inclinata, il rischio e si lasciò galleggiare. L’assetto, assorbito in un primo momento, per una causa oscura,  incomprensibile, andava perso,  lentamente si rivoltava sul fianco destro, faticando a ritornare indietro per non bere e poter respirare. L’equilibrio, rispolverò con garbo la fisica,  testò la legge, una, altre quattro volte senza risultato, si disse di stare calmo, la mano legata alla paura, cercò di guardare sotto, intorno, se  magari, un pesce tamburello, l’avesse preso di mira e gli stesse giuocando un brutto scherzo, spingendo il suo corpo, ma nel raggio di due, tre centinaia di metri, addirittura di chilometri quadrati,  non si alzava una pinna, dunque esclusa questa presenza, cercò di non preoccuparsi, lanciò uno sguardo di sbieco verso il cielo, che non riusciva a stare fermo e nel ritornare a faccia in acqua per cercare la stabilità che voleva, colse con un occhio, il cielo pronto per una festa, indossava l’abito da grande serata, blu, lungo fino alle caviglie, con le stelle lucidate, a impreziosirla, insomma una meraviglia, ecco un’ultima, leggera pennellata sulle gote, sta terminando di prepararsi, sciolto il colore, l’ha messo dove le piaceva, s’accarezza il corpo, le stelle si fanno più vicine, sono belle, è scintillante e s’affaccia orgogliosa sul mare.

 

 

 

Giovanni, stanco, sfiduciato, allungò le braccia e rimase incredulo, sfiorando il fianco con la mano destra, toccò, dunque gli sovvenne che sotto la cinta dei pantaloni, negli appositi attacchini di stoffa, tratteneva in sicurezza, gli attrezzi di lavoro, martello con tenaglia, lo scalpello che sfilò con cura e con rabbia, lasciò calare a fondo, un sospiro di sollievo, altri due, un sorriso e trovò il galleggiamento.

 

Le onde, dunque avevano accettato il corpo supino e lo cullavano con amorevolezza, il moto armonioso, la leggerezza dei movimenti arreca alle membra di Giovanni, un grande sollievo che si distrae, lentamente  socchiude gli occhi, il sonno svelto gli corse incontro,  

 

Giovanni non riuscì a sottrarsi e si abbandonò, preda incosciente.  La festa nel cielo, con la sua bellezza sfavillante, rese nell’assoluta o quasi indifferenza, domiciliati in partenza e qualche altro, arrivato  in attesa di residenza, altri, indistinguibili al momento, e pure Beati e Santi, ed ecco che un carro traballante, venne fuori dallo squilibrio che si era creato, attraversò la dimensione di competenza e  scivolò con le correnti. nell’area visibile, intorno non una nuvola, nelle onde, il silenzio, avanza singhiozzante, disarmante, andava e rientrava dalla rotta stabilita, un ubriaco che non era fornito dello strumento della vista, dunque raccoglieva quel che gli veniva incontro, parava davanti, gli ombreggiava, che scorgeva, non sapeva l’appartenenza e la natura, dunque sciolto senza i dettami propri, del regolamento, passando sull’acqua imbarcò, issò a bordo, Giovanni, e poi s’infilò,

 

per attrazione, in un canale stretto, ancora più sbrindellato del carro  sul quale aveva tratto, attraversando la città, Marco Rego, ragazzo di circa dieci, undici anni, caduto da una vecchia scala, un incidente

 

 

 

Giovanni, senza alcun discernimento e d’altronde non era previsto, fu depositato, disteso nella posizione supina del morto apparente,  in una nebbiolina gialla, nell’estrema periferia, il ragazzo esamine per terra,  nei pressi del Tribunale per i minori, in una luce bianca.  

 

 

 

La faccetta paffuta, il nasino a patata e la testa coperta di riccioli con una macchia nella parte sinistra della nuca, dando al biondo una sfumatura ramata, con negli occhi castano chiaro,  lo sguardo corrucciato, di chi ha scoperto troppo tardi ed in modo irrimediabile, d’avere commesso un’imperizia madornale, incuriosì il Missionario Padre Crispino che uscendo dalla nuvolaglia gialla, che l’ avvolgeva lo speronava con la barba aggrovigliata con fili di sterpaglia, lo vide con l’occhio sinistro pigro e gli si avvicinò, s’inginocchiò,  l’esaminò e non riscontrando alcun male, gli accarezzò i capelli e sulla faccia, gli lasciò un buffetto incitandolo a svegliarsi e svelto, con la rabbia che tentava di sopraffarlo, si diresse senza guardare indietro, verso il portone colore rosanero con velature bianche e verdi, del grande palazzo a fronte, nel quale, al millesimo piano, la triade Sanctorum detiene  il monopolio e stabilisce secondo  Giustizia, l’accoglienza.  Marco Serio, al pugnetto di Padre Crispino, aprì gli occhi e si alzò,  si mese in attesa, con il piede destro contro un muretto, una striscia bianco lino, il sinistro piegato e le mani, appoggiate a delle listarelle sfrangiate, meno chiare, a sinistra dell’elefantiaco edificio insistente su delle mura di nebbia grigia, una cupola grondante di luce verde, sfavillante, con delle linee dolcissime, caratteristiche, di architetti, certo attribuibili a grandi artisti, forse divini, sicuro molto illuminati.

 

 

 

Il ragazzo, un semispiritello, non ancora formalizzato, di quella luce oscurato e del luogo non pratico, inconsapevole di quella posizione, rimase in attesa, ad aspettare che venisse liberato da quell’insolito  stato, che accadesse un evento risolutivo, diverso e pure divertente La Cupola sembrava ribollisse, forse Padre Crispino, con l’ irruenza  del suo carattere rude, voleva che si stabilisse la sua collocazione, che gli venisse assegnato, almeno il livello nel quale  soggiornare. Marco Serio, stanco, annoiato, ad un tratto,  per scacciare lo stato comatoso che l’immobilità gli arrecava, incitato dall’innata curiosità di conoscere il luogo di sosta, non riuscendo a tenere a freno l’età, socchiudendo  gli occhi, girò lo sguardo, scese il gradino, assunse una posizione trasandata, ribelle ma rispettosa, si eresse in schiena  e lemme lemme, danzando sui piedi, sinistra e destra, s’allontanò dal perimetro nel quale era stato allocato e camminò, corse e volò. Il  bighellonare a destra ed a manca, senza un riferimento, un ponte od un altro che si voglia puntello nello spazio infinito, non soddisfa la sua voglia di conoscenza, non cambia il desiderio e lo ridisegna. La città biancastra si allungava e si perdeva senza tracciare confini, invero candide, basse colline, spuntavano qui e là, gobbe di nebbia evanescente, alcune si lasciavano inglobare dalle inseguitrici, altre proseguivano mantenendo un profilo basso, dunque si gonfiavano assumendo perfino la forma di una montagnola, ecco che l’altezza,  invero li accendeva per spegnerle e metterle a sedere, in un giuoco birichino, una naturale inclinazione dei mediocri, tristi figure, umide, vanagloriose, che ne uscivano riottose e si mettevano in cammino, l’abbraccio della luce, a mano che s’allontanavano, si faceva tanto potente, forse un segno premiante? che si confondevano, altarini che sparivano, altre che cambiavano strato, alcune altre migravano, percorrevano un itinerario mediano, accucciate, par che andassero a perdersi oltre la nebbia, invero la definizione, è impropria, la toppa è strapiatta e pur restando sul posto si rendono invisibili ed operano    Il territorio è un’ipotetica distanza,  la misura è uno spazio, disegno bianco, un’incognita che esprime una ridda di canti, melodie, voci gioiose, perfino squillanti, risate di colori, di  fiori, di sbuffi ingloriosi, di notifiche inusitate,  di giuochi scombinati che calcati su una lucida piattaforma, fanno intendere, di non esistere, invero non dichiarano nulla, ma raccolgono il consenso popolare, la panacea della paura.

 

 

 

Il ragazzino, gironzolando, a tratti, si gira e dice il suo nome, Marco Sesio, alza la mano destra, altre la sinistra e saluta, evidentemente oltre, vede qualcuno eseguendo ed interpretando i movimenti, segni di locali, di residenti in quei luoghi, a lavoro nei campi, dunque colà presenti,  in movimento, ove a lui non è concesso alloggiare, serve un permesso per accedervi e comunque oltrepassare la dimensione per andare a fermarsi su un livello che lo rende leggero per cullarlo. L’autorità autonoma di quello status, invero ha bisogno di accertare l’adeguatezza del passaggio, vagliare i peccati e la bontà, se adatto e dunque ad essere assunto,  ed il risultato, è il frutto di un esame laborioso e complicato, la burocrazia coinvolge una pletora di Santi

 

Il comportamento di Marco Serio, invero è basato su ingenue burle, e transitando davanti, nei pressi di un tavolinetto inavvertitamente fosforescente, o meglio di un paio di ciabatte gialle, fuori  dal luogo deputato, in evidenza, oltre lo spazio di pertinenza, non gli sembrò vero, oltre il confine, la monotonia era raccapricciante, e vi si tuffò.  

 

 

 

Il Ragioniere Speziale, era il titolare delle ciabatte gialle, gli davano una tale leggerezza che si era appisolato scivolando con i piedi fuori dalla pedana situata sotto la scrivania ove stava a lavorare.

 

 

 

La geometria delle linee, a mano che proseguiva, assumeva forme latenti, similari a strade che si diramavano, a piazze senza una pur piccola buca, vuote, in giardini contenenti ai bordi lastre di ghiaccio

 

che a brevi intervalli, in una danza argentina, evaporavano miscele colorate,  flussi, getti che dal bianco diventavano azzurro, poi giallo ed infine verde e rosso, assumendo le forme di campanule giganti.

 

 

 

Un montagna bianca ecco che alza due o tre capocchie di ghiacci eterni, trasparenti nella sostanza, che improvvisamente, implode  su se stessa e si mostra nuda, apparve dagli strati una figura viola, eretta su una specie di graticola, sopraffece e cancellò il panorama che pur nella fragilità, esprimeva una bellezza delicata, la memoria

 

di un evento verificatosi ma non compiutosi, strozzato sulla strada.

 

 

 

  Marco si rese conto, di non conoscere questa descrizione di stato studiato a scuola, s’accorse di stare in una dimensione molto strana e d’essere rimasto senza compagnia, i riferimenti, segnali, elementi, cancellati, era una diversità, non proprio accattivante ma comunque senza alcuna prospettiva, si girò a guardare la desolante uniformità, colse assiso sulla superficie e fin dove poteva allungare lo sguardo, la massiccia presenza di un allucinante silenzio, si mise ad origliare  mostrando indifferenza, alimentando a piene mani, la inutile e stolta solitudine eppure attendeva e creava, stava allerta, la mente lavora, elabora, qualcosa deve accadere e si preparava, accetta una sfida, insomma la risposta doveva essere pronta e nell’occasione, s’involò

 

 

 

Il giovane Marco, osservava le ciabatte gialle che teneva nelle mani e pensò al segretario Ministeriale che dormiva, mentre era al vaglio, la decisione sulla sua posizione, la sentenza sulla sua destinazione, e sorrise, levargliele, era stato un atto spontaneo, lo immaginò, vide la posizione della testa reclinata sulla scrivania, le braccia ripiegate su se stesse, con le mani una sopra l’altra a tenersi i gomiti, la testa ed il piede destro a cavallo della caviglia sinistra, con il tallone fuori immerso in una pedana fumante, l’altro appena lambito, di leggere carezze, lo scenario, gli ispirò lo scherzo, si gliele avrebbe riportate,

 

di ritorno per ritirare il responso, gliele avrebbe ridate con le scuse

 

 

 

In quel deserto, dunque si ritrovò con lo strumento in mano, certo qualcosa  da trasformare in un elemento divertente, la sua salvezza a quella noia mortale, non aveva nulla di che e capovolse la piatta uniformità, decise che doveva assumere un segno diverso, il senso di compagnia, di gioia, e con inventiva, infuse la bellezza, il  sogno.

 

 

 

Il bisogno di distrarsi, gli apparteneva, insomma doveva scacciare la solitudine che lo debilitava,  le ciabatte, vi cercò un’ispirazione, doveva escogitarsi un giuoco graffiante e per sottrarsi a quanto, s’inventò un campo di calcio,  indirizzò nella mente, le convocazioni  Lo spazio non era invitante, allora organizzò una partitella, quattro passaggi coi coetanei. una porta, a presidiarla  Francesco Bottaro, sulla linea mediana Salva Vecchia, Parisi Giacomino e Nino Solato, Marco si scelse l’ala destra, a sinistra vi collocò  Turinnu Buffardeci e la palla cominciò a saltare dall’uno all’altro, in un bel crescendo.

 

 

 

La domenica, per le feste o nei pomeriggi, in piedi con le braccia conserte, dietro la porta, seduto, coricato sull’erba, non lasciava nulla al caso, osservava i grandi giuocare, imparava ed eseguiva nel chiuso della mente, contro il muro che sorreggeva la ferrovia.      

 

 

 

Il giuoco, esprimeva una passione infinita. una classe eccezionale, guidata, ragionata, esprimeva lo scibile del calcio mondiale, infuso nel passaggio, un calcolato colpo di tacco, un altro, un pallonetto, un lancio  millimetrico, l’elevazione adeguata, a colpire con la testa con potenza misurata, la palla nell’incrocio, sotto la traversa, i pali, invero Bottaro ha spiccato un gran volo, le lunghe leve a braccare, abbracciare il pallone, il suo bambino che la moglie aveva partorito.

 

 

 

La dichiarazione di guerra è costruita di false accuse, un contorno di parole, per fare credere a chi sta ad ascoltare che voleva la pace, ha cercato in ogni modo, con ogni mezzo di evitarla, la storia riporta la verità, i fatti sono nei documenti, le prove, la scrittura, i compagni, schiavi dello sguardo, ingannati dalla bassa statura, dall’apparente robustezza, lo chiamavano Malento e lo respingevano, diffidavano della pesantezza, non intendevano accettarlo, non gli davano peso.

 

 

 

Marco non si arrese, soffriva e preparava il suo attacco nel silenzio, determinato a superare l’ostacolo, saltava in strada con decisione, la consapevolezza della pratica di cavalcare  un cammello, rinviato ritornava indietro, un salto acrobatico, montò in groppa dalla testa, si girò sulla gobba e palla al piede volò, sull’ala destra, entrando nell’area di rigore, una finta, un passaggio, un lancio a pallonetto sotto Bottaro, un colpo di tacco, il goal è stato segnato, un gollazzo, preparato con la testa e confezionato col piede destro, la squadra, lo volle, lo chiamò, entrò nelle mani  a stringersi sul petto, eseguito il rito, insomma fingendo nella semplicità dell’esecuzione una fatica immensa,  raggiungeva la zona, scivolava verso il basso, a ricevere gli applausi, espressione, passione, la gratificazione del giocatore.  

 

 

 

Le ciabatte sulle orecchie, ripete l’operazione, scivola sui ginocchi, tira dalla tasca, una scatola di latta, l’apre e vi  estraeva una zolla, un quadratino di ghiaccio eterno, è ovvio  trafugato nelle prossimità di un giardino pensile, dunque intendendosi premiare, lo introduce in bocca, lo arrotola nella saliva, lo scioglie e confeziona la pallina,  allora sorride, è soddisfatto, apre a canalino  le labbra e la espelle nel cavo della mano destra, ruota sul piede medesimo e dunque  con calcolata perizia, la lancia in aria a prolungamento del giuoco nell’infinita tenerezza dell’innocenza, senonchè qualcosa succede, accade che lo spazio, improvvisamente, si lancia in un forsennato galoppo, per un  ripido crinale, un bagliore celestiale aprì il fianco destro, uno stretto canalone, gonfio di fuliggini rosse, trascinandovi Marco di peso, che invero era incalcolabile e scivolò nella scarpata, nella zona bassa della volta, in una striscia che non è ancora terra, insomma non identificabile, i riccioli imbrattati di sangue assunsero l’aspetto ramato, sul ciglio del dirupo, in segno del suo passaggio, lasciò appese le maniche della maglia che staccate, svolazzavano, affannosamente tentavano di prendere il volo senza poterlo seguire

 

 

 

Marco, detto lento,  frequentava la seconda media, ogni mattina, con il sonno penzolone sulle ciglia, s’alzava, non voleva  subire richiami, s’affrettava a preparare la colazione, la cartella e lavarsi.

 

La mamma e papà andavano a lavorare molto  presto, l’oscurità dettava i movimenti, un boccone, di corsa per strada che l’autobus non aspetta, non è salutare mancarlo, dunque Marco restava solo. Quella mattina non era contento, si sentiva triste, i piedi gli davano fastidio, gli creavano parecchia difficoltà nel camminare, ed allora prese un pugno di minuti e scrollarsi di dosso quel male mattutino, mettersi in sesto recuperare il tempo, percorrendo di corsa la strada

 

 

 

L’effetto dell’acqua lo rese più libero, ma venne il gattino, miagola, reclama, ha bisogno d’uscire, lo accompagnò nell’angolo riservato del giardinetto che circonda la casa, lo seguì nell’arrampicamento, gli corse dietro e passeggiò sul tappeto ghiaioso, invero s‘attardò, corse per recuperare, ma doveva comprare il panino, allora entrò nella bottega sottocasa, in attesa che l’anziana Signora lo infarcisse e lo avvolgesse nella carta, notò sullo scaffale il suo quadernone,  che da tempo doveva comprare, però soprattutto le nuove figurine.

 

 

 

Il cancello d’ingresso era chiuso, presentarsi con un’ora di ritardo

 

o quasi, era inconcepibile, richiedeva sottoporsi a tante domande, dare spiegazioni  a guisa di un malfattore che ha rubato o peggio ucciso, significava evitare lo scontro verbale con Ottavio, il bidello,

 

il mastino napoletano, il cugino della nonna paterna, dunque aggirò l’edificio scolastico per raggiungere il nascondiglio che  i compagni, a volte usavano per marinare la scuola, ed una volta partecipato.  

 

 

 

Marco intendeva, comunque studiare, non visto, seguire le lezioni, ma ecco che ad un tratto, da sotto la siepe, due, tre cani di grossa taglia, a guisa di belve feroci, affamate, i denti fuori dalle labbra, senza museruola, sicuro non bastardi, di bell’aspetto, sbucarono dai cespugli ed al galoppo, puntando decisi verso, alla sua volta, Marco si sentì perso, forse maledì il tempo perduto, per essersela presa comoda, cercò una via di scampo, corse verso la vecchia, mal messa, abbandonata, fatiscente costruzione, del Monopolio,

 

con la forza della disperazione s’avventò su per la scala di legno.

 

 

 

Gli anni trascorsi, aveva preso corpo, un progetto di demolizione, invero i fondi andarono distratti, la mancanza di controlli, nascose

 

l’urgenza, l’incoscienza dei ragazzi la trasformò in un parco giuochi, la pioggia, il vento, a volte, nei pomeriggi vuoti, dopo avere studiato,  prima di sera, li spingeva a riparare nel salone a giuocare a carte, oro e primiera, a fare il mercatino delle figurine, i genitori sapevano, conoscevano il luogo, invero ognuno  relegava il problema al cielo, nelle chiacchiere, proteste momentanee, incastonati nei bisogni quotidiani, s’affidavano alla sorte, il prete nella chiesa, nel sermone domenicale affollato delle autorità, non un cenno, un rimproverino, non si è mai permesso, un richiamo, non una parola, la pericolosità. 

 

 

 

Il crollo della scala, colse Marco nell’atto di calciare un gran destro, sul muso di un cane che lo teneva in bilico sul gradino, s’avvicina il proprietario degli animali, la vista lo sollevò procurandogli la perdita dell’equilibrio,  tentò di spiccare un salto, ma cadde sull’impiantito che incorniciava con mattoni fiorati, della centenaria scuola locale

 

di ceramica, il piede sinistro privo del mocassino rimasto incastrato nell’incavo della scala, una lieve ferita alla testa, il Pronto Soccorso dell’Ospedale periferico, era affollato, uno sguardo sommario, sosta nella barella in corridoio, in attesa del suo turno, non viene dimesso

 

 

 

La destinazione di Marco, doveva essere il terzo piano, uno, due colpi alla porta, bussare, entrare in classe, scusarsi per il ritardo.

 

Marco, non aveva nulla da temere, non era un ritardatario abituale, una o due volte, era amato, considerato, apprendeva con facilità,

 

gli bastava un quarto d’ora e la lezione era pronta, bella, elaborata, avrebbe subito un’ammonizione, un richiamo simbolico, occupato 

 

il suo posto ed assistere alle lezioni, con il solito impegno e serietà, invece no, la timidezza e la paura, insomma vinsero sulla volontà. Una mattina imbastardita che si è messa di traverso ed ha imbastito  una persecuzione, su un ragazzo che ha commesso una colpa lieve e proseguito la corsa verso un’incognita assurda e  caduto in mano ad un trasportatore che ha la conoscenza della pena, invero i cani hanno interpretano male i segni,  di sicuro secondo la buia visualità dell’istinto, invero coadiuvati, meglio sopraffatti per quasi una totale percentuale, dal fatidico errore umano, male addestrati, lasciati soli, aggrediscono chiunque, hanno aggirato, ingannato, preso possesso della mano del padrone che crede nella sua super arrogante virilità.

 

 

 

Marco che non ha rispettato l’orario, non ha saputo porvi un rimedio ed i riccioli biondi, il sangue freddo, raggrumato hanno fatto il resto. L’emissario in transito, privo della lucidità dovuta, non ha controllato e l’ha prelevato, è il suo lavoro, l’anima che tende a salire  è andata

 

 

 

I cittadini si dichiarano disperati, lacrime, preghiere riempiono l’aria, veleggiano in fondo al corridoio, appoggiati, seduti, la responsabilità è dichiarata estranea, a volerla conteggiare, ognuno ha la sua parte  Il cortile  dell’Ospedale, viene trasformato in fiera cittadina, gli scarti del pensiero, sono posti nelle celle, gli interessi occultati, la vendita, espletata sottovoce, il mercato produce e a contrattazione legittima

 

 

 

Il Santo Beninato, che stava inoperoso all’imbarcadero, osservando

 

incantato il passaggio del lampo di luce, stizzito, ebbe a lamentarsi della concorrenza sleale, delle regole disattese, della circolazione dei tanti abusivi che si credono impunibili, gabbano questa Giustizia ed esacerbato ebbe un moto convulso, strabuzzò gli occhi, dei piedi e delle braccia perse il controllo e fu indotto a rivoltarsi e dichiararsi, prigioniero, oltremodo non avrebbe sopportato a lungo la posizione.

 

 

 

L’autorità non è supposta, è cosciente che l’imbarcadero abusivo lede la sua onorabilità e degli abitatori del cielo, si sentì defraudato Il Santo Beninato, intascò la vecchia pipa spenta, ed armato di sana rabbia, di chi ha sempre lavorato e non si è mai tirato indietro, lesto per la leggerezza che conservava, salì in sella alla bicicletta verdina e si mosse verso il palazzo ove è la Residenza dell’alta presidenza nelle visite alle circoscrizioni, intendeva recuperare il diritto di status La situazione, non conosceva parole, un incomprensibile fenomeno verificatosi, l’analisi evaporava in bocca e restò a guardare, cercare il significato, insomma non intendeva denunciare e se ne mortificò, la richiesta di certezza, stava alla base della tragedia e contribuiva a renderlo furioso, gli saltò agli occhi, un’ipotesi di lettura della luce. L’ordine inclinato andava ripristinato, l’infinito non usava differenza,

 

insomma il trasferimento di un passeggero non ammette urgenza, l’emergenza, contiene un errore commesso, anche se involontario, il salto abissale è un intoppo nei collegamenti, pregiudica l’esercizio

 

 

 

Un ragazzetto, occorre sanarlo, l’anima non è un trofeo,  un ordine violato da ripristinare, è una vela esposta al vento che va rinforzata.

 

 

 

Il ragazzo Marcolento,  aveva l’urgenza di ritornare nella sua terra, ritornare a scuola e riprendere a giuocare al pallone coi coetanei.

 

 

 

Il Santo Beninato,  responsabile dell’imbarcadero, origliò, guardò, chiese, ma non afferrò del tutto cosa fosse accaduto, la situazione si presentava molto confusa, nel parapiglia si scontrò con l’amico, compagno d’armi, Santo Palillo, andava di corsa e quasi lo scansò, comunque ritornò indietro e si fermò quel tanto, per cortesia e dirgli in sostanza, che un carro ha turbato l’equilibrio, bisognava riportare ai gradi esatti, nei parametri, i prelevamenti, riprendere l’antica linea e costruire una bolla con l’incarico di ospitare il ragazzo, raggiunta la destinazione, evaporare e dunque cancellare l’errore per evitare che altri ne potessero accadere, che S. Volta, venisse a conoscere del malgoverno, inclinandone la fiducia e ne perdesse la pazienza.

 

 

 

Marco, dunque trafugando i sandali gialli, al ragioniere del Palazzo ministeriale, aveva creato un turbamento, per divertimento,  il lento movimento del corso, appalesatosi, mise in dubbio la sbandierata infallibilità degli Angeli e dei Santi, della pletorica pia associazione.  

 

 

 

Il Ragioniere Luciano Speziale, insomma doveva affrettarsi, operare con cautela e saggezza, acchiappare il fuggitivo, riprendere i calzari e  ricoprirsi i piedi, dunque tornare nella posizione di riposo, la testa reclinata sulla scrivania, cancellare il passaggio di Marco, comporre l’inconveniente, procedere in modo tale da non nuocere al sistema, onde evitare che S. VOLTA, venisse a conoscere della leggerezza,

 

perdesse la pazienza, togliesse la delega, pure per andare a pesca.

 

Il  ragioniere Speziale, dunque doveva escogitare un piano insolito e dopo tanto ragionare si convinse che l’unico era molto periglioso, sconsigliato per l’alto rischio, comunque praticabile per casi urgenti. Questo sentiero secondario, alla fine lo conduceva, sotto la striscia,  dunque doveva scendere sul margine di sinistra della crepa, saltare  il vuoto che si era aperto, arrampicarsi sull’estremità superoinferiore della linguina, ove si trovava il ragazzo e convincerlo, con bei sogni speciali, luci suggestive, anche giuochi fantasmagorici, la necessità aguzza l’ingegno, insomma distrarlo, qualsiasi cosa, pur di ritornare in possesso del suo salva posto, delle care, preziose ciabatte gialle.

 

 

 

Il regalo d’addio della zia che gli aveva fatto da madre, l’ultimo ciao prima della dipartita, le ciabatte, l’avevano accompagnato, il viaggio non aveva dato alcun fastidio, allo sbarco, il Santo Beninato, invero non riuscì a prenderlo per mano, ecco che lo trovò avvolto a cerchio ai piedi che pensò fosse la corda, la cima d’attracco all’imbarcadero  che il Santo Corlao per burlarlo, aveva lasciato che si trascinasse con l’anima arrivata, il Ragioniere Speziale,dunque calzò le ciabatte che si era ritrovate in mano, e si mise in piedi, grande fu la sorpresa quando il Santo Beninato, scansato il pensiero del Collega Corlao s’accorse dell’anima in attesa e guardò a terra, dunque s’accarezzò i capelli in alto sulla fronte e ridendo sotto i baffi allertati, trotterellò verso il Santo Verbano che s’inalberò appena gli presentò l’anima.

 

 

 

Il Ragioniere speziale, non sapeva stare senza le ciabatte gialle, erano diventate la sua salvezza, non poteva farne a meno, luoghi simili, crederci sembra impossibile, invero per esistere, richiedono questi attrezzi, era incredibile la loro capacità salutifica, riuscivano

 

a  sollevarlo dalla sonnolenza comatosa, che una moto di grossa cilindrata gli aveva concesso in dono, cacciandolo dal loco in terra.

 

 

 

Il Ragioniere Luciano Speziale, in una tiepida serata, di fine ottobre che annoiato si crogiolava nei lunghi riverberi del mese precedente, con i lampioni che cercano di riempirsi di luce, piano e senza fretta, un passetto dopo l’altro, passeggiava tranquillamente, con le mani,  l’una sopra l’altra, intrecciate sulla schiena ed il cappello sossopra  a giocherellarci, prolungando con lingua e palato, il gusto del caffè sorbito pochi minuti prima, all’impiedi, col gomito sinistro poggiato sul bancone, guardando, non è detto, distrattamente la televisione, al Bar gelateria Pino, lungo il viale, al centro del largo marciapiede e pure protetto da una lunga e robusta fila di alberi di Palma, aranci e mandarinetti giapponesi, due o tre  eucaliptus, ecco, ad un tratto, la due ruote, sbanda e s’incunea in un esiguo spazio, prendendolo in pieno, trascinandolo, catapultandolo in un circuito che l’acrobazia più spericolata che alla scuola di ingegneristica più avanzata, risulta irrealizzabile, per decine di  metri che impegnò oltremodo i volontari del 118, i Carabinieri accorsi che l’ambulanza correva con le  sirene spiegate, con la cartelletta ed i fogli del verbale semiscarabocchiati, con segni demenziali, non certo caratteri chiari, a mettere un punto fermo, insomma gli esami immediati con i primi riscontri strumentali, indussero la direzione Sanitaria, i Primari del Presidio Ospedaliero, I SETTE NANI, le mani infilate nei guanti gialli e la testa ricoperta, nascosta in una fantasiosa salvietta, con un sorrisetto velato, serio o faceto, a secondo della persona che ascolta, guarda, a dichiararlo cerebroleso, una proforma e burocratica,  riservandosi una ipotetica prognosi da sciogliere nei giorni successivi, intanto era monitorato. Il protocollo medico era stato rispettato, s’era fatto quanto possibile.

 

 

 

Il Ragioniere Luciano Speziale, appena gli addetti chiusero la porta alle loro spalle, rimasto incustodito, con una cura non immaginabile, addirittura maniacale, ispezionò il salone, i letti e le persone distese che intubate lo circondavano ed ecco che un tratto, una mosca nera e grossa, di sicuro incinta, con inaudita sicurezza, di tale medesima impertinenza, tentò d’introdursi in bocca, questo lo scosse nei piedi e decise che urgeva smaltire la maledetta cannonata che la velocità delle due ruote gli aveva buttato addosso, dunque per non portarsi dietro, i peli col cerotto, evitando di farsi male, con metodo, cautela, lentamente, stringendo i denti, si liberò pure dei laccioli di plastica che tenevano sotto controllo il suo corpo, allo stesso modo, si alzò dal letto e s’allontanò oltre la porta di alluminio anodizzato con vetri di plexiglas, nel grande terrazzo che gli apriva le braccia con affetto. L’aria gli venne incontro e lo abbracciò, aveva bisogno di respirare odori diversi, più liberi e variabili, insomma meno stagnanti di quelli che circolavano nella stanza ospedaliera sigillata, con quella mosca che spadroneggiava infierendo sulle persone distese, il petto nudo,  indifese e dicendosi insofferente a quella odiosa prigionia, allungò le mani ed a fatica ma con determinazione s’aggrappò ai primi tre raggi di sole, splendenti che lo aspettavano emanandogli una luce sempre più forte che a mano diventava più luminosa, quasi bianca ed alla chetichella e lasciando la porta a vetri aperta, salì nel cielo.

 

 

 

Il Santo Cardeno, addetto alla sistemazione  dei passeggeri, lo vide arrivare, l’annusò e senza chiedergli nulla, accettò la sua presenza, L’esperto, ha compreso al primo contatto, la spirituale trascendenza di Luciano ed  il motivo, il desiderio di sottrarsi alle inutili sofferenze, all’accanimento terapeutico, preferendo cambiare residenza e luogo di lavoro, dunque senza indugio, fu traslato oltre la nuvola superiore dello stato medio, insomma gli fu concesso di risiedere nel Castello adiacente la  quarta Loggia, silenziosa e tranquilla, una dimensione d’osservazione, dove l’eterno traffico è vuoto, il tempo non è debito.

 

 

 

Il Ragioniere Luciano Speziale, è probabile che fosse occupato, aveva per le mani un’operazione alquanto scorbutica, la messa

 

a punto, la sistemazione di quei conti, lo tenevano in apprensione. Ogni Santo e Santino, plenipotenziario, amavano fare beneficenza, miracoli, ma le guarigioni e  quant’altro ha un costo, lui costretto

 

a stringere, tagliare, si privava del necessario, a volte soccombeva,  dunque non è difficile immaginare che abbia avuto una percezione,  magari leggera, del transito del ragazzo, vi abbia dato uno sguardo, furtivo, incurante, distratto dalla soluzione degli ammanchi, il buco lo preoccupava, quando non riusciva ad individuare la via d’uscita, restava inchiodato sulla scrivania e non capì, si stava appisolando.

 

 

 

Il capo gli era diventato troppo pesante, forse si era materializzato, dunque non potendo alzare la testa, non riuscì a seguirlo, non vide, invero col senno del poi, capì che quello spiritello appena arrivato, non contemplava i crismi connessi agli abitanti di uno stato beato. Questo spazio è incorniciato, con simboli specifici che distinguono gli abitanti di questo regno, il territorio è inconsistente, purificatore.

 

 

 

Marcolento, dunque privandolo dei calzari, dei sandali gialli, regalo della zia Concettina, lo precipitò nel disagio più assoluto, fu travolto da una sensazione di perdita e s’irritò, si sentì abbandonato, inutile. La zia Concettina, invero aveva cercato di essere una buona madre

 

che la sua era morta mettendolo al mondo, con padre sconosciuto, rimasto ignoto, la nonna lo allevò alla meglio, la sua morte, lo affidò alle sue cure, lei rimasta nubile, lavoratrice instancabile, le giornate e buona parte della notte, che le volavano dalle dita, faceva fatica.

 

 Nel tempo libero, quanto poteva se lo tirava dietro, visitava famiglie bisognose, tentava di aiutare la comunità, faceva la carità, a case conventuali,  regalava la roba  invenduta, altro che altrimenti finiva in discarica, dunque borzate di verdura fresca, frutta, ogni alimento di deperibilità con l’aggiunta mensile di una offerta solida, in denaro. L’apertura del mercato, la vedeva con il furgone sul cancello, pronta ad entrare, arrivava la prima ed era l’ultima ad andare via, sul posto non lasciava una foglia, una cassetta abbandonata, puliva tipo casa e meglio, dunque della giornata, non gli restava un  minuto in mano, e le faccende domestiche, insomma le ciabatte gialle, la consegna dell’ultimo saluto, col treno in partenza, l’amore, che avrebbe voluto dargli, l’ultima carezza, una dolcezza che manca, ed è troppo tardi. Luciano, senza le ciabatte, era come fosse senza piedi, non sapeva dove metterli, dunque privo dell’attrezzo personale, non camminava e si ritrovò, per un abbandono involontario, per mettere delle pezze  in buchi profondi, a cercare in mezzo alla nebbia un tale birbantello.

 

 

 

Il diploma in tasca, un giovane in cerca di lavoro, senza il cartellino del riscatto, in balìa di un tornello martello, vessato da una richiesta

 

di appartenenza politica, invero sotto il ricatto di quattro fannulloni, politici, intesi amministratori-padroni della cosa pubblica, alla ricerca  di una referenza, l’insostituibile raccomandazione, una protezione, insomma il padrino, a nulla gli è valsa la preparazione, fu stracciato. Il Ragioniere Luciano Speziale, dunque non intendendo, in essere ascritto, alla categoria dei nullafacenti, accettò la sfida del sistema, si armò, con responsabilità, s’inventò un mestiere da marciapiede. Ascendendo a migliore esistenza, senza “ l’aiutino, “ salì gli scalini,  tanto vituperati, diciamo senza intermediari, comunque l’incontrario che in realtà, gli era stato richiesto, che ad un uomo vissuto onesto, fa venire la pelle d’oca, appena in cielo aveva ricevuto, la scrivania con poggia piedi, in cambio dello scanno, l’inconveniente, la nebbia, l’umido ai piedi, comunque considerava d’aver vinto una battaglia, senza spazio e confini, dunque scoprire ad un tratto, un ragazzetto, per giuoco gli avesse sottratto, i Salvapiedi, i pilastri fondamentali della sua posizione, mettendo  in pericolo,  l’invidiabile collocazione in seno alla  comunità dove il silenzio, la serenità regnano sovrani, lo turbò, lo sconvolse fino al punto d’abbandonare la sua scrivania.    Il Ragioniere Luciano Speciale, svolgeva la professione di sbriga faccende, con un tavolinetto di compensato, ombrello e mantello

 

di cerata in inverno, quel che gli capitava sottomano d’estate, sotto il portone d’ingresso degli uffici comunali, sbarcava il lunario, invero per celia si beava di dire di occupare un posto pubblico, ma privato l’impiego, dunque le ciabatte gialle, oltre ad assicurargli la stabilità,  gli tenevano lontana, l’umidità dai piedi, dunque la loro sottrazione da parte del biondino, fu uno scherzo mastino, saracino, non poteva accettare, in alcun modo, si giuoca col bisogno e s’alzò d’imperio. 

 

 

 

Il Ragioniere Luciano Speziale, partì con l’intento di raggiungerlo, afferrarlo per un orecchio, sottrargli le ciabatte e sgridarlo sottovoce  Il balzo perentorio e sproporzionato, invero lo spinse oltre la parete bianca, scombinò e  perse la traiettoria, faticò parecchio a rientrare nel perimetro progettato, dunque trotterellando sulle soffici strisce, ed alla velocità acquisita, gli scivolò alle spalle senza che il ragazzo lo notasse, saltò sui piedi per afferrargli con destrezza il padiglione

 

e s’accorse che sulla nuca, il biondo dei capelli, era scuro, cosparso di una macchia rugginosa, restò a guardare, poi incuriosito, allungò l’occhio per esaminare meglio, invero scorse la ferita e si spaventò vibrando in modo inaudito, in quel che ospitava la piramide nasale. Il manto candido, le strisce irritate, gli cedette sotto, ebbe un lieve mancamento, indietreggiò, non riuscendo a mantenere l’equilibrio, s’afferrò all’aria che gli sollecitava i fianchi, una maldestra giravolta,  per evitare di squarciare l’agglomerato, andò oltre il terzo bastione, senonchè si riportò metà in avanti, invero acquisì l’effetto contrario, con un’inclinazione non quantificabile, con un urlo raccapricciante, cadde a destra, creando una bolla silenziosa, che fuori, in territorio sconosciuto, con un indice di risonanza alquanto diverso, divenne lo scoppio di una bomba a cielo sereno, una svolta non prevedibile che lo mandò ad infilarsi, in una strana orbita, andando a cozzare  con il tavolato frontale, zigomi, radice nasale, dunque bulbi oculari ed anche con la sinfisi mentoniera, sulla faccia più bella, esposta, nella zona più luminosa, in  prossimità della gota rosea, di sinistra, sotto l’occhio bello, naturale di una giovane stella nana che nervosa gironzolava, distratta e senza meta, andava a sinistra ed a destra, entrava ed usciva dal nucleo familiare, si distaccava, sola, intristita, s’aggirava in dei pressi, mandando in confusione, l’ordine stabilito.

 

La giovane, si trovava a disagio, intendeva integrare allo sviluppo nel quale era stata condannata, un elemento diverso, era ristretto quello che aveva, non le piaceva, dunque cercava una soluzione, l’incontro risolutore, voleva rimuovere la causa e crearsi un’identità diversa, insomma non ebbe la possibilità che a volte entra in campo e mette a posto ogni tassello, invero l’errore oscurò il suo desiderio. Il Ragioniere Luciano Speziale, con l’intento di sottrarre, le ciabatte gialle, il suo salva piedi, il sostegno ultraterreno della zia Concettina ad uno scherzo, si ritrovò con il cuore fasciato, inorridito e si mosse con l’intendimento di portare aiuto, invero si ritrovò a fare del male, provocando il collasso, di una giovane, bella stella nana, insomma in questa tempesta fuori terra, imprevedibile, si mosse a soccorrerlo la mano materna, ritrovandosi in faccia, una finestra aperta, l’uscita insperata che l’avrebbe portato, con facilità, a riprendere il ragazzo. L’apertura, nel caso fortuita e nel contempo ben venuta, gli procurò il passaggio, gli accese l’antico barlume e dal buchino vuoto, aperto  dalla nana, in un lampiat, realizzò uno spazio libero e si tuffò dentro a guisa di una foca, con i pollici in bocca ed evacuò limiti e distanza acquisendo, la causa che aveva sollevato Marco dall’ospedale Lina, Il Ragioniere Luciano Speziale, insomma ebbe la grande occasione d’osservare al massimo grado d’ingrandimento, la ferita di Marco. L’individuazione sottocutanea di una macchia violacea e la festosa presenza, a qualche nanometro dalla superficie cerebellare, di otto o tredici vermini, bavosi, ubriachi, osceni, e tre mosche impertinenti che tentavano lo sciacallaggio dell’integrità di Marco, lo riconsegnò alle armi, non attese oltre, con voce rotta, indignato, chiamò il Santo Marmittello, che curava alla stregua di un figlio prediletto, lo incaricò di riunire l’assequadra ed intervenire per rispedire il ragazzo a casa.

 

La bolla nella quale Marco stava in sospeso, sostava in un enclave ai piedi del margine di sinistra della striscia, dunque obbligò il Santo Marmittello clandestino, a trasformarsi in un almaovite, cospargersi le ali di una sostanza secreta da quattro herpes caudini, per effetto del viaggio di traslazione col Ragioniere Speziale, mutati in retrattili, hanno acquisito la capacità sublime di riempìre la luce dello spirito.  Il carro, che aveva preso a bordo, trasportato Marco, commettendo  una enorme leggerezza, sonnecchiava con la pancia rivolta al cielo scoperto, una fumarola dietro lo specchio emetteva con la costante sequenza di un circolo vizioso, fumi di pulci biancocelesti, rosanere e residui di ascari sfuggiti alla sabbia del deserto, dietro la rimessa. La gestione di un servizio estremo, contempla una sacralità basale che rifiuta replicanti, non gestisce alcuna urgenza, e recita con alma L’ignominia si è aggiunta con l’arrivo di una caterva di incerti figuri, logori fraticelli, aggiunti con una turbolenza ringhiosa ed accidiosa.  Il Santo Marmittello clandestino, esperto conoscitore di grevi odori, ne rimase, addirittura sconvolto e per non complicare l’operazione di ripescaggio ideata dal Ragioniere Luciano Speziale per salvare Marco, le sue ciabatte, si strinse nel vuoto altero, assiepando l’aria di passaggio, sotto l’eterea pelle, gonfiandosi a palla ed elevandosi oltre l’emiciclo dell’essiccazione e della conservazione dei corpiacei per mantenerli nel costume naturale, escoriandosi le nocche resesi interstiziali e scoprendo che il nosocomio della zona di competenza che aveva in cura il ragazzo, era offuscato da raffiche d’interferenze ed ogni operazione di ritorno, dunque necessitava che fosse libero, insomma l’area prevista per il rientro aveva urgenza d’essere pulita. Le onde elettromagnetiche, hanno determinato, diciamo  contribuito a deviare il percorso del carro ed inficiato un servizio molto delicato. Lo strumento fuori equilibrio, è stato indotto a sbagliare, sopraffacendo il sistema. L’amministratore di questa speciale di Entità, richiede la massima concentrazione, il massimo rispetto delle regole e delle circostanze. Una condanna, anche la più insignificante, distrugge ogni innocente e non gli altri che hanno una capacità di difesa inverosimile, con vizi di forma, lodi ed addirittura, alti marchingegni, riescono ad occultare e  rinviare in secula seculorum, l’apparizione dello spirito in veritate, rimanendo a sollazzare, con vecchi amici, varie mutande di setolino svolazzanti, compagni di nuvoloni speculativi nella finanza creativa,  nelle numerose ville di famiglia dislocate nelle fasce più prestigiose e luminose del pianeta. Il Ragioniere Luciano Speziale, insomma bisognava riportare nel luogo. la calma, l’ordine di verità.

 

I piani sovrani, se necessario, andavano messi a soqquadro, voleva sapere cosa fosse successo, la pratica se in rubrica, doveva essere tolta ed evitare che fosse inclusa nell’ordine del giorno, ed a umma umma, evasa , insomma avvertire i solerti impiegati che si annidano in quelle tetre stanze e rispettivi Dirigenti, sedimentosi, inqualificabili elementi, concupiti e sopraffatti, cercano di riscattare una memoria pavida, obsoleta, mettendo a repentaglio degli innocenti, pericolosi, dunque andava sottratta, era autorizzato a profferire feroci minacce  di rappresaglia, lo strato doveva essere perforato, i compromessi

 

consumati, la trattazione non includeva mezze misure, ecco la luce.

 

 

 

Il Ragioniere Luciano Speziale, avrebbe spulciato i conti, le partite semplici e doppie, rivoltato ogni numero, certificato d’accompagno, appunto, pezzino, sarebbe stato esaminato e raffrontato con pari, dispari, con scrupolosa attenzione, e se qualcosa, non quadrava, non fosse risultata regolare, seppure solamente per un milionesimo di bilionesimo, di decimi una virgola od un puntino, non avrebbe vestito i Santi crismi richiesti, oltre la perfezione, sarebbe asceso, in persona ed avrebbe presentato a S.Volta, rimostranze indiavolate, avrebbe impedito l’ingresso a singoli ed a gruppi, a chiunque, anche se fosse stato munito di passaporto diplomatico, bianco od altrimenti chiamato, insomma avrebbe operato uno sciopero rallentando traslochi, transiti goliardici, brevi passaggi denominati vacatio o trapasso.  Il biondino non era un Angelo, era stato condotto lassù, sicuro, per sbaglio,

 

invero doveva essere riportato nel luogo di pertinenza, a velocità della luce

 

 

 

il Ragioniere Speziale, dunque dichiarò guerra ad oltranza, ogni Operatore compreso la S.Volta, era entrato nell’ira trainata dalla dura terra, intendeva

 

che  fosse stato spedito per le cure del caso, nel suo luogo di provenienza.  Il pericolo era imminente,  lo scioglimento incombeva, bisognava fermare l’atto del  passaggio, un bambino non può morire per l’incuria dei grandi, la soluzione del caso aveva precedenza assoluta, estrema immediatezza, anzi, meglio che l’inconveniente fosse stracciato, altrimenti l’icona pura, avrebbe perso il carisma assoluto, la verità creato un disastro incalcolabile La festa di beneficienza in svolgimento nel Palazzo del Governo, avrebbe disperso  milioni di secoli di beneficienza, andava interrotta e la riscossa,  incominciava all’istante, andava fatta una pulizia profonda, il malcostume che si era instaurato, necessitava di una bella tagliata, una sfumatura alta.

 

Il Vermicello Santo, in un lampiat, mise a punto il programma e si mosse, chiese la complicità alla congrega del condominio Vela, che in pochi nani, scrutarono le informazioni sparse nel pulviscolo, invero copiose, esaminate nelle varie sfaccettature, vagliate fin nelle profondità più nascoste, preparò un piano oculato di salvataggio, con l’approvazione stampata sulle labbra, scoccò un colpo gobbo alla burocrazia del palazzo che giuocava a tre sette, virò la boa del diciassettesimo viottolo e si diresse a velocità, da S.Volta.

 

Il giardiniere del Parco riserva personale S.Volta, oltrepassando la visuale del cane Baresio di guardia al cancello ionizzato, notò il lampo e si  spostò a sinistra introducendosi nel millantato frutteto casalingo, con il malcelato intento di evitare d’incontrarlo, neanche di salutarlo, dunque non gli diede

 

il peso meritato e si allontanò a lavorare nei numerosi filari aggrovigliati l’uno all’altro in un intreccio complicato, in petto sette salme di  pazienza, in mano le forbici, provò a sfoltire l’enorme, trasparente matassa, a potare le mele marce, scavandosi la fossa, invero a mano andava creando ai piedi, un esercito di vermi, insomma divenendo in breve, ostaggio dei discepoli del Vermicello Santo che con stridente frequenza, lo obbligò, ad ascoltare ed eseguire senza tergiversare, alcuna resistenza, gli ordini del Ragioniere.

 

Il giardiniere, confuso e spaventato, mosse le articolazione degli ginocchi,

 

dei piedi, per scendere la scala ed attendere a quanto voleva il Vermicello,  divenuto Santo con pratiche allusive, perfuse con gonorrea, dal Cerraccio, un raccoglitore di opere nei bassi strati della popolazione con la promessa di benefici, insomma millantando crediti aspirava alla nomina di S.Pelone, se non altro in onore dei due peletti rimastegli a seguito di un colpo acido.

 

Il giardiniere, dunque alle richieste delSanto Vermicello

 

abbassò la testa e seppure ritenendole sacrosante,cercò di sottrarsi,non si sentiva all’altezza, adatto all’arduo compito, dunque tentò di fare ricorso alle bugie bianche,

 

invero gli mancava il coraggio, la cultura scolastica deficitaria, lo metteva in difficoltà, inoltre sopperire all’incapacità tecnica, misurarsi con terapie alternative, non consone ai principi accettati sotto giuramento, gli risultava un atto oltremodo grave, oltre che  non idoneo all’abbigliamento sporco. La marcia dei serpentelli, era inarrestabile, il disimpegno, ingiustificabile,  dunque non gli restava altra scelta, e nell’atto di raddrizzarsi sulla colonna, alzare la testa, inventarsi una manovra per accettare, sbavò oltre le forbici, superò la dimensione, l’apertura  che gli era stata assegnata e perse la luce. Il giardiniere, invero transitò nel salone, seguito dalla sedia del ragioniere, con lo spiritello legato, tallonato, sospinto a spifferi, dal Santo Vermicello, col risultato di creare bolle, confusione nelle stelle, soprattutto oscurando la festa che subiva un’insopportabile, incomprensibile, arresto, che perfino i beneamati cagnolini, delusi, cedevano le ricchezze ereditate, le medaglie i diplomi, che le autorità con banda musicale, picchetto d’onore e discorsi altisonanti, gli avevano conferito, insomma un’emozionante,  scioccante scorno per le padroncine che sopraffatte, sbuffando, partorivano collarini.

 

Il giardiniere con le forbici in alto, il ragioniere a piedi scalzi, sulla sedia, lo spiritello con le ciabatte gialle, i capelli con il colore sbiadito, sporchi

 

di sangue, seguiti dal Santo Vermicello che si era dotato di un’ impotente coda ed indossato una maschera demoniaca, produsse sugli astanti, rabbia, paura, che fu causa di una sindrome allergica bollosa, costringendo i grevi a riciclare la pelle delle palpebre, scendendo perfino negli incavi profondi delle unghia, non nascondendo il timore, i tick, che si fosse sparsa altrove. Le donne, in maggioranza e gli uomini diversi, azzardarono una pennellata di una sostanza geriatra, mascarata, con la proprietà di equlibrare lo strato, invero era uno scarto, un derivato nocivo, mal concentrato, importato commerciato nella striscia periferica di Mosieta Orena a seguito di uno dei tanti sbarchi di clandestini da granchetti, spacciato per un toccasana rigenerativo, invero un palliativo per sciocchette che non hanno mai conosciuto la Miratatina, un succo vegetale, estratto da una pianta che cresce con le onde  solfattine. La S.Volta, rifugge l’occasione buona, rimanda la soluzione del problema, li accoglie, ospita nei canali ottusi e comanda  ai rivoli che li trasportano

 

di prenderli in carico, invero questi rovinosi elementi, alleati dei mercanti, falsificano il mandato ed armati di subdole trombette, migliorano l’offerente, erodendo canali, condotte e creando le disfunzioni, appesantendo gli Angeli scelti, dunque  questi beati con la ritoccata alle sopraciglia e la depilazione degli inguini, hanno creduto di avere recuperato la funzione ed a gruppi ripresero la festa

 

I serpentelli, esaltati agli annunci cifrati inviati da confratelli che l’Eterno ha relegato, ovvero nascosti ai limiti estremi delle Santissime dimensioni,

 

accerchiarono con una tenaglia, i beati fedeli, costringendoli ai domiciliari  La festa di beneficienza, dunque intendeva nascondere la gretta esistenza, che continuavano, impunemente a condurre, con la vergognosa complicità di Bracconi, Sorellanze, Settolette, insomma fini eminenze di Castellanze segrete, che non citate neanche nei salotti, nei convegni, invero sono sparsi ovunque e costituiscono un Surregno, in incgnito traslati, infiltrati in loculi impensabili, costruiti con alti principi, con severità e fortificati con esempi incrollabili, a tenuta stagna, blindati, che neanche un viperino vi acceda.  L’associazione dei Bulbi, lavoratori dei campi rei del ventunesimo strato, sono in sciopero bianco, inascoltati, reclamavano nettezza nella giustizia, ritenuti responsabili dei sabotaggi alle linee che collegano gli strati e messi in dodicesima sistemazione, confutano gli addebiti e riversano  sui Respini Capuioti, le prove a loro carico e chiedono che i Prelazzi che li proteggono vengano smascherati, messi alla gogna, insomma raggrinziti fino al punto di espellere i residui porriconi delle mani, dei piedi, tentando un’autodifesa  per non accettare una pena ingiusta, hanno colto l’occasione si sono accodati  ai serpentelli, ed ai vermicelli  terra Il maestro d’orchestra della volta, infastidito da tale brusìo, cercò di capire,

 

si guardò intorno e non vedendo nulla di strano, smise gli strumentì e gridò  con veemenza, al cielo le sue rimostranze invocando rispetto verso il luogo La volta, incuriosita, con il vecchio mantello sulle spalle, entrò nel salone con una pantofole al piede sinistro e l’altra in mano minacciando fulmini, rivolto ai presenti e soprattutto al maestro, chiese quale fosse il problema. Le risposte confuse e non chiare, lo indussero a concludere la  disamina,  dunque volse la vista sul cerchio ramato e sulle scarpe rosate e s’accese. Smise l’abbigliamento, e scese quel tanto che le era consentito e l’osservò,  indagò il suo stato

 

e sistemate le stelle nei punti programmati, convocò la striscia collocata sulla sua sinistra e l’incaricò di tirare dal ripostiglio,

 

un veliero da inviare in salvataggio di quel giovane steso a pancia

 

in aria sul mare e  restò, per un buon tratto,  a controllare Giovanni

 

La striscia, sorpresa per l’interesse dimostrato per quel naufrago, staccò i tacchi e s’avviò di corsa, verso la porta di servizio, salì alcuni scalini, non quantificabili, bussò con delicatezza ed aspettò

 

una particella di tempo, insignificante ed un sorriso lieve, rosato,  sfociato su una faccia argentata, i capelli amaranto e sulle spalle un mantello leggero, sospeso alle ginocchia che le gambe, i piedi  restavano celati, immersi in una sorta, di basamento schiumoso

 

che attendeva all’ingresso, insomma il custode – archivista capo.

 

La striscia, invitata ad entrare si sollevò dalla soglia e l’abbracciò  accarezzandogli i capelli, baciandolo teneramente sulla fronte

 

e  si diresse in fondo a sinistra, dietro la poltrona, ove accucciata,

 

a gambe strette nelle ginocchia, una nuvola di colore castagno

 

con striature di carrubo e fico catalogno, se ne stava a testa bassa. La striscia, carica del potere della volta, approfittò dell’occasione e con voce cavernosa ed arrogante, le intimò d’aprire le gambe,

 

senza chiedere, vi si introdusse penetrando le celle, avanzando

 

a strato, filando la lana che asportava e raccoglieva soddisfatta.

 

La raccolta della nuvola, invero non risultò agevole, la materia

 

era complessa, la striscia non conosceva gli elementi componenti la struttura che cambiavano a seconda del clima che si creava.

 

I fenomeni  atmosferici, erano un’incognita, la volta, si conosceva,

 

sapeva i segreti, era abituata a gestire la multicompagnia, eseguiva

 

la manovra con discrezione, e soprattutto comprensione,  la nuvola si lasciava penetrare, apriva senza opporre alcuna resistenza, anzi agevolando l’operazione, ogni piega, sottofondo e quando la volta aveva terminato e la lasciava, lei  gratificata, ritornava a ginocchia

 

 

 

strette, il vento che spirava, l’ascoltava cantare e se ne compiaceva La striscia, comunque ritornando alla volta, non era più la stessa, aveva imparato che il rispetto, è il fondamento di ogni elemento,  il meccanismo funziona nella reciprocità, e sottomessa, umiliata, consegnò i rotoli raccolti, restando in attesa,  con la testa piegata

 

I rotoli, contenevano una grande quantità di vaporetti, la volta esaminateli, uno era fornito di carte per il giuoco della canasta,

 

un altro, del tre sette, dunque scelse il vecchio Tartaruga, fornito delle carte nautiche e seppure non navigasse da parecchi secoli, aveva esperienza da vendere, era affidabile, conosceva a vista, ogni vento della rosa, profondità dei mari ed il tipo di corrente

 

I venti, gli camminavano a fianco e sopra con devozione, navigare in loro compagnia quietava i mari e li rendeva a guisa della balia che il giorno lava, veste, nutre il pargolo senza forzarlo, la notte  lo veglia, gli tiene la mano e gli canta canzoni d’amore, il pane

 

del viaggio, la memoria che non ha mai abbandonato, strumento  oleato, fidato che le navi moderne, città galleggianti, sconoscono. Il Tartaruga, conosceva scorciatoie, secche a trabocchetto, invero navigava, oltre ogni limite, con ogni corrente, la stazza esisteva, non concedeva digressioni,  la diceria che il Tartaruga guardava, per sicurezza con il cannocchiale sottomare, è una bugia temeraria

 

Giovanni, galleggiava sulla superficie azzurra dell’acqua, gli occhi chiusi nei raggi del sole ed inseguiva un nugolo di sogni, la corsa  era frenetica, instancabile, insomma voleva acchiapparne, almeno

 

uno, invano, gli correvano davanti e restava con le mani a secco. Una leggera ventata di scirocco, un lieve sciabordìo e lentamente, con la dolcezza delle braccia e della forza del nonno paterno, sentì il peso del corpo evaporare e levitare nell’aria purissima, la luce gli entrò dentro, lo penetrò ed all’improvviso, oltrepassò il confine che distingue acqua e cielo, gli elementi che inducono le persone  responsabili a cercare pur con tanta fatica a camminare e sperare.

 

Respinse un residuo peso che gli teneva la testa, lievemente china

 

sulla spalla sinistra e la sollevò, lasciandola che andasse a piacere.

 

Giovanni, constatò d’essere a bordo di un veliero lucidato a zero,

 

le vele aperte, gonfie, una navigazione serena, senza turbolenze

 

ed  a poppa, in piedi, la figura fiera, asciutta, del nonno, la coppola nera, i radi capelli bianchi sulla nuca che il tempo aveva lavorato con filo grosso, a rete, maglie larghe, qualcuna piccola, di traverso che s’arrampicavano, sulla sfumatura alta pennellando il bianco candido, di un argento lievemente rosato che le forbici nell’infilata all’incontrario, rendono di un riposante, carezzevole sentimento d’affetto, che il bambino con le braccia legate al collo, percepisce un’esaltante sicurezza, la sensazione che nulla può fargli del male. La lieve freschezza dell’acqua e la beatitudine del cielo, sommano gli spiriti gioiosi e la generazione vola in soccorso, ali senza coda, a cavalcioni sulle spalle col sole che ammicca ed apre  l’orizzonte. Giovanni cercò di estrarre la visione traumatica ricevuta il giorno precedente, tentò d’approfondire la situazione,  invero non pesca

 

il mezzo di trasporto con il quale ha attraversato il tempo, risulta che abbia viaggiato a bordo dell’aquilone costruitosi da bambino, è entrato in una dimensione ove quel che succede si è verificato, l’onda si espande e tende con maestria a svuotare il destinatario,

 

la fisicità, afferra la corda e sale sull’albero maestro e si osserva. L’anima dice alle mani di scendere,  il corpo ha raccolto il peso, incamerato il vuoto, l’elemento si vede obeso, cammina a balzi senza toccare terra, i piedi poggiano su una nebbia soffice di luce.

 

Il Tartaruga, navigava a vista, si trasformava, assumeva aspetto

 

e consistenza secondo le leggi iscritte nelle lamelle, gli elementi

 

entravano, uscivano in autonomia ed indipendenza, in acqua, aria, negli abissi, lo spazio del visibile e dell’invisibile, il tempo pota,  rende idonei i rami che la volta lascia correre, acquisisce, rigenera

 

con discernimento, raccoglie a valle, usa, per illuminare il fondo.

 

Il Tartaruga vezzeggia i sogni e li fa crescere nei viaggiatori, ospiti

 

privilegiati, amici che ha accettato d’imbarcare ed accompagnare

 

nella crociera più bella e sconosciuta, che non ha confini, né porto. La volta ha istituito, lo sbarco, un  premio per riportare nel genere

 

umano, l’onore sottrattogli dal potere incontrollato che la pia terra ha lasciato a specie deviata, che per fini edonistici, si è spogliata

 

dei vestiti propri mascherandosi a guisa di un animale selvaggio

 

Giovanni, con il corpo svanito, si specchiò negli occhi immensi

 

di Tartaruga, il veliero gli concesse alcune lamelle del carapace,

 

Giovanni constatò  che la consistenza ossea si era quasi degradata, ridotta a quella di un esemplare di avannotto,  sconosciuto ai mari odierni, e ritrovò i contatti sensori, si  afferrò alla murata e tentò

 

di cambiare la posizione,  nel buio, l’acqua che s’alzava nella prua gli schizzò sul braccio destro e sul muso, la possibilità, comunque d’intrattenersi con l’elemento fondamentale della vita, gli accese

 

una capocchia di speranza di scovare la strada che gli era volata dalle piante dei piedi e potesse ricondurlo a casa, dalla famiglia.

 

La Tartaruga, crede nel potere della volta, conosce  la sua indole, si fidava, la barbetta sottomento gli conferisce autorità, saggezza.

 

Il Patriarca, insomma ordina, sentenzia, per sistemare cocci, scorie

 

dispensa consigli necessari, invero non interviene a colpire i mali, i potenti che a calci disseminano i verdi spazi, accumulano ettari, palazzi, ville, macchine e piscine di malvagità, affamano milioni di uomini e donne con i bambini che se riescono a tenersi in piedi, è per sfuggire alla guerra che gli piove rovente sulla pelle, invero si trascinano col calpestìo negli orecchi, con l’effetto di portarsi dietro ed a braccetto, malattie, carestia e l’insano istinto di dignità. Il Tartaruga, sorpreso, verifica l’ambiente natatorio, sale, plana, espande il suo carapace, raccoglie uomini che cadono nella terra per lavoro, per guerra, per disperazione e non abbandonava il resto

 

Giovanni, s’avvide, forse sognò il cambiamento o volle intendere che il tartaruga gli avesse fatto l’occhiolino e sorridendo abbassò verso, la faccia, l’orecchio sinistro e con una leggera deviazione, ebbe la sensazione di approdare, sbarcò sulla spiaggia, una sabbia farinosa, vide il tartaruga solcare l’aria e con una dolcezza infinita, sconosciuta, sussurrargli: “ IMASHASITO “ il luogo del risveglio.

 

 

 

La voce celestiale della tartaruga, indusse Giovanni a crederci, bere le sue parole, all’identico modo, del bambino, il latte dal seno materno e pieno di gioia, si abbandonò ai fenomeni celesti, volle aiutarsi a pensare,  nella possibilità di riabbracciare i suoi cari.

 

Il nostro percorso è composto di un numero di  miglia incalcolabili

 

La religione è una protezione, gli uomini saggi, la governano, è un’essenza soave, la pianta va coltivata con discrezione, altrimenti si dissolve, lascia il campo deserto e la violenza ne fa un pascolo.

 

Giovanni, invero non si annoverava nelle file dei tanti praticanti, ragazzo era stato un assiduo frequentatore, un attento scrutatore

 

indirizzato a seguire i principi integrandoli nella realtà giornaliera.

 

Uomini, donne e bambini, oltre ai bisogni comuni, ogni singolo,

 

ha una  necessita  diversa, l’attenzione differenzia la naturale

 

disposizione che interagisce armoniosamente con gli altri, il resto

 

è l’imposizione, l’unica visione acceca, conduce all’integralismo.

 

Giovanni, mortificato della riduzione, umiliato dell’ipocrisia, rese

 

le tasche del suo impegno e a mani vuote, corse nelle strade, ove

 

la sopraffazione, il male regna incontrastato, il bene è un miracolo.

 

La luce del sole si sparse sull’acqua del mare e s’alzò a cancellare

 

il resto della nuvolaglia che la notte,  in combutta con alcune onde masculine,  avevano inteso aggredire la spiaggia, invero prestatesi

 

alla volta, condotto a riva, in incognito, la raccolta del Tartaruga.

 

Il litigare di zoccoli e ciabatte infradito, con sabbia, cartacce varie, alghe secche, oltre alle scorie della civiltà maleducata, arrancava verso il mare, conducendo bambini insonnoliti, trascinati per mano dai genitori e dall’anziana, grassa, nonna, le mogli avanti, i mariti qualche metro indietro, stanchi di un inverno soccombente, tediati dalla suocera alle spalle che blatera, ordina per recuperare il potere che non ha potuto esercitare integralmente per ricovero d’urgenza.

 

L’agognata speranza di scaricare i piedi dal peso, di ombrelloni, sedie, borse da spiaggia, con teli, cappelli, gomme da masticare, sigarette, videotelefonini ed ogni altro attrezzo utile, di ordinario possesso di consumismo, eventualmente comprato con prestito

 

rateizzato che inserisce la famigliola,  nella popolazione precaria che usa il superfluo a guisa di necessario, per superare il trauma quotidiano, rifugiandosi nella gabbia modaiola a mente spenta,

 

rivoltando l’elemento di fondo, s’infranse superata la mezza costa.

 

Giovanni, perduto in mezzo ai compagni, il pescato del Tartaruga,  la mattanza che i governi, gli uomini di potere, perpetrano ai danni dei meno ambienti, spergiurando che ogni risorsa, viene impiegata

 

ad innalzare la soglia di benessere negli strati della popolazione, provò a mettere in funzione,  il globo oculare, tentando di rendersi conto della situazione nella quale era precipitato, del luogo toccato

 

L’occhio, non gli conferì una visione adeguata, insomma percepì un affollamento irreale, comunque abituale sulle spiagge odierne. La differenza, invero era palpabile,  la debolezza che lo atterrava, l’avvinghiava in una morsa sottile, inflessibile, comunque a fronte inossidabile, gli cancellò la goccia di pensiero che cercava l’uscita

 

ed inseguito dalla luce armata di frecce minacciose, s’addormentò

 

Giovanni, appesantito da gamberetti, seppioline, granchi e padelle,

 

che il cuoco del Tartaruga, a colpi di magìa aveva cucinati in ogni salsa, in maniera, oserei dire, divina, con i quali aveva banchettato per pranzo, colazione e cena, nella transvolata dal piano di lavoro, ammaraggio, imbarco sul Tartaruga, sbarco nel luogo di risveglio,  si lasciò cadere sulla sabbia, procrastinando un ulteriore tentativo.

 

Giovanni, miracolato, asciugatosi, a fatica si svegliò, vinse ed aprì gli occhi, dunque tentò di alzarsi, mettersi in piedi per riconciliarsi con il  mare, il cielo, la spiaggia, notò la folla distesa, indifferente

 

cercò un corridoio in mezzo a gambe, piedi, teste, braccia, s’avviò

 

carponi senza voltarsi, sostando a faccia in giù, riprende le forze,

 

s’allontana e raggiunge un cespuglio di canne, accostata e dentro, la prua di una barca in secca, sotto la murata di poppa, con un telo a proteggerle dalla pioggia e dalle burrasche di sabbia, almeno tre, quattro toni di reti basse, per la pesca sottocosta di seppie e jaiuli.

 

Gli nacque il desiderio di rivedere Ariana, genitori, fratelli e figli, addirittura rivolse il pensiero, alla scostante famiglia della moglie.

 

Osservò a denti stretti, il trasporto con i teli, dei corpi con i quali aveva viaggiato e creduti distesi a prendere il sole, verso la tenda, di raccolta,  eretta oltre la spiaggia, nella spianata riservata al lido balneare, per il posteggio di auto e moto, roulotte degli avventori. La croce rossa, con i lucidi mezzi allineati, gli gonfiò fino al collo, il petto di dolore, di rabbia, d’impotenza, un inconfessabile senso di colpa, gli occhi inondati di lacrime, dunque riesumò il biglietto  di ritorno, si mise pronto a partire, salutò i compagni caduti, andò.

 

Il passo, invero lo tradiva, in balìa di un risveglio tardivo, faceva fatica a non farsi notare e dunque cadde preda di un gruppo, banda od accozzaglia di ragazzetti che per noia, solitudine, disaffezione familiare, si dilettano a fare i duri, allenandosi nell’interpretazione  dei delinquenti,  a misurare la capacità di  creare  panico nei deboli e si scagliarono su Giovanni con sberleffi, spintoni, pugni e calci, lasciandolo a terra dolorante, ritornando sui propri passi a legarlo con il nastro adesivo per pacchi, al tronco del pino, ante la cabina elettrica, disegnandogli  con la vernice nerastra,  sulle parti molli, la faccia scarnita di un topo di fogna, che contento, becca nel buco

 

Un fiore selvaggio, con sacchetti di plastica in mano, alcuni fogli di cartone d’imballaggio, una casa modulare, veloce  da montare, ritornando nel luogo adibito a residenza privata, alla vista di Gallo

 

Giovanni, professore di storia e filosofia, in forza all’imprenditoria clandestina, sfruttatrice di manodopera, scomparso senza lasciare traccia, sul lavoro, l’ottavo anniversario di matrimonio, dichiarato  disperso, credette d’essere preda una visione, che le fosse apparso, addirittura il diavolo in persona, pensò di scacciarlo con la lingua, segnandosi  il palato con la croce, eseguì la ritualità, oltre le volte

 

canoniche senza che il tronco ritornasse ad esporre la sua corteccia

 

Il fiore selvaggio, a questo punto, si sentì perduta, preda del fuoco  dell’inferno, si liberò le mani e corse gridando di convertirsi, l’ora  era arrivata, chiedendo aiuto, indicando la cabina elettrica, la gente schifata, incredula, la vide crollare per terra esanime e si allontanò Un vigilessa, fresca di nomina, con anni precari alle spalle, rotta

 

alla paura, toccò la donna al collo e sentendo il pulsare del sangue

 

nelle vene, di trattenere caparbiamente la vita, chiamò in  soccorso  l’Ospedale, alzandosi, seguendo le indicazioni delle brave persone che curiose si erano attardate per concedere la loro collaborazione.

 

Le gabbie, incautamente smantellate, dei principi di convivenza,   con leggerezza lasciate incustodite,  ha precipitato nella fragilità, la società, permettendo che i barbari evadessero, che sottocultura, ignoranza ed arroganza, prevalessero, il branco che non accetta l’altro, il diverso, cancellata l’educazione, armato di mediocrità,  ha preso il simbolo più truce che gli è capitato nelle mani, dunque ha calzato la maschera, e mentendo, brandendo ordine e sicurezza,  tenta di regolarizzare la sua posizione, di dirigere l’antico governo

 

La sala d’attesa del pronto soccorso,  il corridoio ospitava barelle, sedie, persone sedute, familiari in attesa, attraverso la porta socchiusa della ricezione,  in piedi, di lato alla scrivania, un Dirigente parlava al telefono,

 

non sentiva le proteste, le minacce che alcuni avanzavano fino alle spalle Al termine della conversazione, con un sorriso indifferente sulla bocca,

 

si girò ed autorizzò con un cenno di mano, l’entrata del prossimo nella stanza successiva, lasciando che andasse alla cieca, senza un indirizzo, inducendolo a ritornare indietro respinto dalle porte chiuse dall’interno.

 

Il Professore Giovanni Gallo, disteso su una barella traballante, raccattata

 

nella saletta che ospita il personale addetto al 118 che l’ambulanza doveva ritornare in strada con l’attrezzatura in dotazione, accostato alla parete, contava le ore in un silenzio ovattato, miracolato, non ha da pretendere un secondo aiuto, caduto preda del branco, cerca di ridarsi forza,

 

di ricostruire la sua presenza e spingendo con le braccia le spalle contro la parete, con fatica, acquisì la posizione semieretta, scivolò a terra e tentò di rincorrere l’uscita, barcollando, scarico, la testa semivuota, avviandosi lungo il corridoio, attraversando la stanza di raccolta, trattenendosi con le mani alle sedie, appoggiandosi  alle barelle a guisa di dare conforto,  gioia, allegria alle persone che aspettavano d’essere chiamate, introdotte dal medico, visitate.

 

Giovanni, dunque guadagnò l’uscita inseguendo una gazza ladra che rientrava nel luogo di residenza, dal peregrinare giornaliero, nel becco una quantità enorme di cibarie raccolte nei cassonetti allineati sul lungomare, nei vicoli di periferia, dietro il palazzo comunale, di giustizia, nel parco dei divertimenti, nell’Ospedale.

 

Le insegne pubblicitarie dei negozi alla moda, lo deviarono, i fari disposti sotto il calpestato, lungo la facciata del palazzo comunale,

 

gli violentarono la vista e corse nel buio della pescheria perdendo la guida del volatile, ritrovandosi seduto e poi disteso sul telone cerato che stava a coprire le cassette di legno, i tavoli per il taglio e  lasciando scoperto, ogni altro attrezzo di plastica o la superficie ricoperta di buon tre robuste dita di marmo che distende il pesce,   aumenta la durata della freschezza, frena il tempo che lo degrada.

 

La mattina, anche se il buio copriva ogni tentativo d’illuminazione riflessa, la sveglia, gli corse incontro con le voci, i rumori, il fumo dei lavoratori della pescheria che entrano nello spazio a prendere possesso del posto, bancone di vendita, dei magazzini, invitandolo

 

senza una parola a continuare a camminare, a rabberciare i lembi che un miracolo gli ha consegnato, deve riuscire a metterli insieme e viaggiare verso il consorzio familiare, rischiare di cadere in mani  interessate, comunque amichevoli, essere sottoposto a studiosi seri  e di comprovata esperienza, alle indagini degli  eminenti uomini

 

di scienza, amici di famiglia, invero un percorso che risulta oscuro

 

La coscienza gli sfuggiva e lasciò che i passi andassero per conto proprio, ove gradivano, invero la volontà era assente, si dirigevano senza una meta, vagabondavano, vedevano il posto di residenza, il luogo di partenza, provenienza, invero non sapevano dove fossero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’EUFORIA DEL VECCHIO CAPRONE

 

 

 

Avevo afferrato un momento di pausa e ciondolando percorrevo

 

 il corridoio verso l’uscita, con l’intento d’intercettare qualche amico, i  lavoranti esterni, per scambiare quattro parole, prendere un caffè. Il transitare oltre lo sportello della segreteria, con forza mi richiamò indietro,  il mio sguardo fu attratto, non dall’azzurro basso schiena, bensì dall’orlo bianco che comandò il vecchio caprone a curiosare.

 

Il passo sinistro sollevato, con l’occhio allerta, attraverso la vetrata, evito con doviziosa perizia, le linee della serranda e mi alzo acceso.

 

Un moto d’euforia, m’induce ad aprire lentamente, la porta e guardo la ragazza che mi voltava le spalle, piegata a parlare con il collega addetto, asservito ad una qualifica diversa, oppresso dal possesso. La mia presenza è motivo d’interruzione, l’ordine concluso e scorgo

 

che nel reindirizzare la schiena, il capo, la sua faccia ha la mia luce. Il desiderio s’insinua nel mio petto, è un verme smerigliato, e saluto.

 

“ Ciao, bella “ le dico “ è lei …” le domando a guisa del presentatore  televisivo, famoso e simpatico con l’apertura labiale di un paperotto. 

 

Una caterva di stelle liquide, avvolte in una luce mattutina, morbida, le riempivano gli occhi, carichi di una serenità, e cammino nell’età, scosto con le mani i giorni e lotto con gli anni depositati a decantare Avrei voluto abbracciarla, donarle la gioia che mi sgorgava, potente dalle viscere, stare nell’incavo dei seni che cantavano ninne nanne. Un parossistico respiro, con un forte balbettìo m’assalì, mi nascose le mille parole che mi gonfiavano le gote ed il petto, e non le lasciai uno spiraglio del tempo, le cinsi le spalle con le mani  e la condussi fuori la porta, verso la macchinetta del caffè con l’intento di distrarla La più robusta barriera era diventata fuscello, carpitale l’attenzione, acquisite le informazioni che mi servivano, mi resi conto d’averne

 

 il controllo, la baciai, le sensazioni mi sopraffacevano, non riuscivo a trattenere le emozioni e la condussi nel monta carichi inoperoso.  La mano destra avviò l’ascesa, lei nell’angolo stava in attesa, riebbi  la ragione in mano, capii che stavo esprimendo l’animale, usandole violenza, mi dissi che la donna non è un oggetto, è una compagna,  ha diritto al rispetto, un uomo non può credere di poterla possedere.

 

 

 

 

 

LA RAGAZZA CON LA SCARPA IN MANO

 

 

 

L’ombra dei gelsi, fichi e pini, si era allungata con varie geometrie,

 

sulla breve strada asfaltata e per quella sterrata, che dalla piazza della Basilica, conduce ai resti del teatro Greco che  nella serata, ascriveva la messa in scena della tragedia del Re Agamennone, incuneandosi con scorbutica sottomissione, a cancelli senza luce, chiusi con robuste catene e numerosi lucchetti, a protezione di ville faraoniche, alcune fallimentari  imprese di ristorazione e per ulivi secolari, massi sparsi per il sito, alla ricerca dell’azzurro del mare.

 

 

 

La successione delle curve e l’eccitazione di affacciarmi a guardare le lingue di sabbia, le barche, il mare dall’alto, quasi mi nascosero, una ragazza confusa in un ramo di luce, la scarpa sinistra in mano e nella destra il tacco, alla ricerca di una soluzione  all’incresciosa situazione, incapace di seguire le compagne lontane, inconsapevoli

 

 

 

L’idea repentina di raccogliere un frutto acerbo, dall’albero del fico che si elevava di lato, mi sembrò buona e mi avvicinai, sorridente. Ciao le dissi, porgendole il fico con sul peduncolo una goccia piena del latte prodotto nell’averlo colto, nell’intento di aiutarla a risolvere, momentaneamente,  l’inconveniente, lo usasse per incollare il tacco alla scarpa e raggiungesse la coda  delle compagne che cantando allegramente, proseguivano verso il teatro, ignare del suo dramma.

 

 

 

“ Ci conosciamo? “ mi disse stizzita, la faccia arrossata e scalzando la caviglia sinistra da sopra il ginocchio destro, resettando la veste,  lasciò il muretto a secco sul quale stava semi seduta e si allontanò.

 

 

 

La domanda, mi lasciò di stucco e sorpreso, mortificato, nella mano il frutto, restai a guardarla saltellare e nel contempo sentii,  dal retro della radice della piramide nasale, saltarmi agli occhi, il minaccioso verso del gatto, un allergico pensiero che addossai, a quel nettare.

 

 

 

L’intolleranza verso questo alimento ed i suoi derivati, la conoscevo  e dunque c’era qualcos’altro che l’occhio aveva colto, ma distratto dalle bellezze e dalla gente, avevo allocato riservandomi la visione. M’indussi,  a ricercare negli avvenimenti della mattinata, gli spazi sospesi ed indagai sulla memoria infondendole quel sano timore,  che fa dell’uomo un operatore di bontà anche se ne farebbe a meno

 

 

 

La causa del turbamento, percorrendo le circonvoluzioni, si palesò, mi sovvenne che l’avevo scontrata, colsi un passaggio nel fondo dell’anima, un frusciare nella calca, il fugace calore dei suoi seni, sentii il suo profumo, l’istante che mi aveva segnato e mi arresi.

 

 

 

“ Ci siamo incontrati e perduti “ mi scoppiò di dire, il sogno cullato negli anni, mi parlava con dolcezza, avevo l’obbligo di acchiapparlo.  

 

La guardai proseguire, considerando che l’avevo seguita, un passo dopo l’altro, inconsapevolmente, senza accorgermene l’ho cercata e l’ho malamente persa, senza parole, conoscere almeno il nome 

 

I suoi passi diseguali, mi  rimbombavano negli orecchi, mi strofinai con molta energia, la cartilagine nasale, l’allergia si era scatenata La sfiducia, mi scavava ogni pensiero, scarnito mi tratteneva fermo,  dovevo muovermi, non fosse altro per non bruciarmi i capelli biondi La questione del fico, mi premeva chiarirla, m’allungai verso il ramo, con un salto raccolsi un altro frutto, cantando una canzone d’amore, corsi verso il Teatro antico a declamare la bellezza della mia donna.