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2018-10-17

L' Anaggioto Visionario

Categoria: L' Anaggioto Visionario

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Il camice sul braccio sinistro e la borsa di carta nella mano destra, Giorgio Cardì entrò nel vialetto lastricato di roccia di varie forme e dimensioni ma prevalentemente di piccola taglia, che conduce alla Palazzina condominiale ove occupa un appartamentino di proprietà, pregustando dopo una nottata di guardia attiva, l’agognata intimità.. Il desiderio e la necessità di ritirarsi nelle mura domestiche e mettersi in libertà, lo induceva a camminare a passo moderatamente svelto. Appena, però posò il piede destro, sul primo dei cinque gradini della scala che conduce all’ingresso,  fu distratto da una voce dolcissima che lo chiamava. Incuriosito, restò ad ascoltare ed  un alito di vento lo accarezzò sulla fronte, alcune gocce di gelsomino, gli bagnarono la faccia riempiendogli delicatamente del profumo, le nari.  L’avvenimento era talmente ammaliante che Giorgio, si lasciò prendere prigioniero e lentamente, volse la testa verso destra inseguendo, l’aria, riconducendo  il piede al livello del sinistro. Osservò con la coda dell’occhio la cornice di cemento che corre lungo il perimetro delle costruzioni, le  aiuole e le trovò ancora in attesa che venga loro concessa l’allegria d’ospitare, almeno un fiore. La cooperativa  Arpe,   in ognuna delle sporadiche volte che viene riunita nelle sue componenti rappresentative, immancabilmente all’ordine del giorno,  presenta altre priorità tenendole incolte. La terra stanca, invero  sonnecchiando nella vana speranza,  si è indurita e per non mantenersi arida, ha optato di ospitare a macchia,  erbacce d’ogni risma. Giorgio, dunque lasciò quasi cadere  nella scala, la borsa con sopra il camice e si mosse oltre con un’inusitata aspettativa. Un passo dopo l’altro, scavalcò la cornice, attraversò l’erbacce  e s’affacciò in strada. L’asfalto che s’allungava fino al raccordo con la vecchia, era deserto.  Il prato brullo ed accidentato che si estendeva fino alla muraglia di rovi e canne, , non ospitava alcun ombrellone e neanche furgoni attrezzati che usano gli ambulanti per il trasporto e la vendita dei loro prodotti. Il mercato, invero il sabato mattina,  apre nel quartiere Largia situato all’estremità orientale della città.  La cooperativa, all’incontrario lo subisce  ogni giorno dal calar dell’oscurità fino all’alba e senza interruzione nei giorni festivi. L’altoparlante della chiesa, con la sua voce metallica, diffondeva canti e preghiere di bambini. Gli osservanti adulti, s’insinuavano con tolleranza rinvigorendo la loro interpretazione mistica con voce ispirata. Il convento delle suore: “ I  figli di Maddalena,  “ pur sottomesso al piano del prato e nascosto alla vista dalla fascia selvaggia, mostra il suo potere secolare con le antenne radio innalzate al cielo, invadendo l’aria  e raggiungendo  la popolazione fin nei più remoti luoghi di resistenza alle incombenze quotidiane. Le pie donne sono ostaggio della radio  ben  oltre un orario serale compatibile con la convivenza civile, impedendo, dunque ai familiari  di usufruire del meritato riposo,  del quale anche il Signore ne ha accettato il beneficio. Ma ad oggi non c’è stato verso d’indurlo alla moderazione neanche in forza delle sindromi vertiginose che colpiscono bambini e donne ed anche uomini. ed i fischi che alterano l’aria. La periferia nella quale insiste la cooperativa “ Arpe “ invero è considerata una  zona franca ed ogni azione che si svolge in quel perimetro, è ritenuta dalle autorità, nei limiti della tollerabilità. La morte per droga, per regolamento di conti od altre manifestazioni dello stesso tenore, sono equiparate ad incidenti occasionali e relegati e bruciati assieme alle montagne di spazzatura che nascono spontaneamente ove la mano è indotta da una civiltà frettolosa e d’a un’amministrazione comunale assente. La dolce fragranza, comunque sopraffaceva ogni elemento inducendo Giorgio  a muoversi,  a cercarla. La sua identità gli era familiare ed ogni volta che veniva a visitarlo, Giorgio non sapeva sottrarsi al suo richiamo. Avrebbe preferito ritirarsi nel suo appartamento, fare la doccia, colazione e sdraiarsi sul divano a riposare. Il sonno, non rientrava nelle sue abitudini ed ad ogni modo lo avrebbe rifiutato.  Sapeva che non sarebbe riuscito ad addormentarsi con profitto, dunque preferiva andare a letto dopo aver pranzato. Ma con la gioia di un bambino che segue l’aquilone, le

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corse dietro. Lei gli portava la pace anche se la commozione lo sopraffaceva. Ad ogni modo gli dava il coraggio di continuare a lottare. Giorgio, veniva dall’Ospedale dove aveva svolto il servizio notturno, trattenuto oltre la ragionevolezza, da un cambio ritardato. Il collega non si era preoccupato d’avvertire che sarebbe arrivato in ritardo, mettendolo in ansia. Se avesse avuto l’educazione di telefonare, Giorgio l’avrebbe atteso in tranquillità e giustificato. Il Tecnico Brogliando Enrico, appartiene  a quella categoria di persone che credono d’essere “ le migliori, le più brave “ e dunque, indispensabili, intoccabili. Giorgio, invero lo considerava un “ pezzo di merda, “ un collega senza legge ed evitato. Quando, però  capita nel proprio turno, ognuno è costretto a sopportare l’inosservanza dell’orario ed il cambio diviene una  tortura assicurata. Il suo comportamento è una mancanza di rispetto del lavoro degli altri, ma il tartaro che copre il suo cervello lo esclude da questo ragionare  Qualcuno ancor più scorbutico, però cerca di creare “ il caso “ e  smonta dal servizio senza aspettare che arrivi. Appena termina l’orario che gli compete, chiude la porta della divisione ed esce  lasciando gli eventuali soccorsi,  nelle mani della bontà degli operatori in intervento. Giorgio, a suo onore e vanto,  è stato impastato con una farina diversa e non riesce ad esimersi dall’impegno ed aspetta con la rabbia che gli brucia ogni bulbo pilifero tanto che per i capelli, non riesce a prenderlo più nessuno.  La responsabilità, lo costringe a  pensare: “ Fino a che non accade nulla, vale bene andare. Metti, però che un evento, combina una necessità del servizio ed è rilevato che il turno è scoperto, a risponderne  non è il ritardatario. Il cartellino testimonia la sua assenza e dunque, non andrebbe incontro che ad una pacca sulla spalla od al massimo ad “ simbolico “ richiamo. La responsabilità cade sopra lo smontante che  ha lasciato il servizio non attendendo il cambio. Il tecnico Brogliando, il capro che dovrebbe  essere colpito, rimane illeso ed il danno ritorna con lo scorno, addosso allo smontante. ” Convinto, comunque dell’inutilità del ragionamento, assodato sia per l’uno che per l’altro, Giorgio, dichiara che ad ogni modo, con i loro intrecci, riescono a cavarsela. L’ovvietà dell’esito dello scontro, non riesce, comunque a  far ripiegare Giorgio. La mala natura che si ritrova gl’impedisce di volteggiare leggero nell’aria, sommando al lavoro la frustrazione e  stancandosi oltremisura. Ogni richiamo, reclamo cade nel vuoto. Il Responsabile della Divisione e della Direzione Sanitaria, l’uno per costituzione l’altra per equilibrio politico, sentono senza ascoltare, mandano in archivio od al macero, le denunce ed il personale, cammina secondo il proprio impegno e sopportazione, senza togliere  la volontà al giorno. Ad ogni modo, il comportamento “ irresponsabile “ della propria carica, è generalizzato. Sono dediti a curare i loro interessi a discapito del servizio pubblico ma saltano, però  allo scoperto se qualcuno possa tentare di mettere  in pericolo i loro interessi. La politica muove le fila e gli organi giudiziari, con le loro  ispezioni annunciate con largo anticipo, richieste dalla cronaca  eclatante, si lasciano guidare. Il diritto alla salute è un’opzione ed allora ognuno cerca di tenersi amico l’ospedale che si salva proclamando con enfasi: “ E’ stato fatto tutto il possibile. “ I cittadini, rotti agli intrallazzi, alzano la voce allo scopo di potere ottenere il privilegio della precedenza. La confusione allarma i dirigenti responsabili presenti che per paura di “ finire sul giornale “ impongono agli Operatori di servire il Cafone che gongolante s’allontana convinto che gridare paga Il diritto ad un servizio migliore è dimenticato. Altri, cercano la strabella per saltare la lista  ed ottenuto  quello che le spetta di diritto, pensano d’avere  risolto il problema. Le Associazioni che si proclamano difensori dei diritti, chiamati in causa, quasi mai risultano capaci d’intervento proficuo. Le denunce non approdano a nulla e d’altronde non può accader diversamente se a gestirle sono i rappresentanti degli ordini professionali sotto accusa. I collaboratori dopo aver tergiversato “ sulle difficoltà, “ per far capire che in fondo sono disponibili, armati di pazienza, raccolgono la deposizione, appaiono  e scompaiono con le carte in mano, cercando di dare l’impressione che un’azione verrà intrapresa e salutano cordialmente. La pratica, invero  è sollecitamente archiviata. La gente si consola con “ i lavori in corso, “ si accontenta del reparto illuminato, tirato a nuovo  e non s’accorge che è un’operazione di facciata. I ritrovati edili cambiano con facilità il volto e

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nascondono il vecchio che resta sotto. “ Il trucco c’è ma non si vede. Questo è chiamato il giuoco delle tre carte “ dichiara Giorgio che non riesce a non vedere. L’abbellimento  ristora l’occhio e  nasconde “ un’estorsione sistemica “ di denaro pubblico. Le  tasse ed i tributi pagati dai cittadini onesti, anziché creare opere per il loro benessere, sono occultati nelle tasche “ di Manager e collaboratori “ che la politica protegge.  La qualità dei materiali impiegati, è scadente ma il fatturato riportato risulta il migliore in circolazione sul mercato. I climatizzatori sono indispensabili sia per le persone che per le macchine d’avanguardia. Il condizionatore d’aria mal impiantato è erogatore di malattie invalidanti se non mortali, ma a questo si pensa quando accade il danno, tanto con la giustizia in panne ed i comparaggi, “ un Medico od un Dirigente “ non entra mai nelle patrie galere. Il denaro per la difesa, almeno quella, non gli manca ma alla fine risulta un investimento avendo diritto ad un risarcimento per il proscioglimento dalle accuse. Il compare che ha pilotato l’assoluzione, naturalmente non può avere alcun senso di rispetto per le Istituzioni, per la Res Pubblica. Il Giudicante ha aiutato un amico ma non paga di tasca propria ed è stato certamente foraggiato. Il rischio è comunque molto labile e continua la sua funzione al servizio dello stato senza alcun intralcio. L’installazione è necessaria ma i condizionatori dell’aria erogano caldo o freddo anomalo ed ogni tentativo di regolazione da parte del personale specializzato, appare in concreto un intervento non avvenuto se non fosse per la constatazione della loro presenza fisica. o della fatturazione. Gli Enti pubblici hanno creduto di risparmiare ed ottenere un servizio migliore concedendo a società private ogni servizio che veniva svolto da personale interno. Queste società nate all’uopo e collegate ai maggiorenti della politica, sono tecnicamente inesperti ed incapaci. Hanno i subappalti  e debbono arrangiarsi per l’offerta al ribasso ed il pagamento dell’aggio al Santo Patrono. L’opera è stata impiantata su un principio sbagliato, integrato con un sistema irregolare. Lo specialista esperto scopre l’errore ad occhio nudo. L’Ingegnere  Alberto Rodoglio, in visita al familiare ricoverato, ascoltando le lamentele dei parenti e dei pazienti, transitando per i sotterranei del nosocomio, alzando la testa al tetto, ha letto nell’aggrovigliamento delle  tubature,  l’incompetenza di un’impresa non specializzata e senza perifrasi,  ha sentenziato: “ questo lavoro è stato costruito all’incontrario. Non può funzionare e dev’essere rifatto. Questo è l’ennesimo furto organizzato ai danni delle casse pubbliche.” Le condizioni ambientali per bambini ed anziani ricoverati, è insostenibile. Il  loro stato di salute corre un grave pericolo. I  parenti al seguito ed il personale in servizio, rischiano di non  ritornare alle loro case. Il trasporto nei sotterranei verso la camera mortuaria è assicurato. Il problema del trasporto,  invero sorge con l’ascensore che è incompatibile con il letto. Le misurazioni effettuate dai Tecnici, sono risultate errate. L’ascensore installato,  tuttavia è stato collaudato Gli amministratori, malavitosamente  hanno pensato che val bene comprare altri letti che inficiare il lavoro e l’appalto. Sarebbe stata una perdita ed invece ne traggono altri benefici. La mente diabolica dell’Amministratore in combutta con la società appaltatrice. La consuetudine è tale e quale all’abitudine. La corruzione che si fa abitudine diventa una normalità e nessuno ci vede qualcosa di male. Il  tetto di polistirolo si gonfia d’acqua e precipita sugli ignari pazienti, operatori sanitari vessati  dal  Medico che protetto dalla politica si qualifica Primario e per presentare un’alta percentuale di produzione, organizza ricoveri per il doppio dei letti in dotazione e s’inventa delle operazioni per altre. Questo Medico – Primario. ha industrializzato il reparto. La salute è un affare e minaccia il personale di trasferimento se non si adegua ai  suoi metodi. Opera veloce e senza molti scrupoli, pretende rispetto del segreto e dedizione oltre l’orario. Ha naso e quando è in sede si è garantita la pelle. Ha provveduto a farsi installare il condizionatore personale in camera. I Signori della salute, invero sono talmente oberati dall’impegno pubblico, che hanno deciso di distrarsi. Il lavoro in intramenia è controllato, burocratico e non rende. I Signori della salute,  riuniti in conclave, hanno creato,  per meglio tutelare i loro portafogli,  l’Associazione Medici Pubblici Indipendenti con  sede  in un palazzo sontuoso, al centro della città di Lafoglia. I Professionisti della salute, ricevono  i primi cinque giorni della settimana, alternandosi, pari e

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dispari gli uni con gli altri. L’Ospedale serve per le prenotazioni e lo smistamento. Le Incaricate – responsabili, all’uopo svolgono il loro servizio di  mattina. Il  pomeriggio sono in servizio presso il Gabinetto dell’Associazione Il Primario visita in privato e mantiene la lista d’attesa nel reparto. Usa il percorso d’urgenza per l’intervento in Ospedale.Il Primario incassa e la sanità consuma.

Giorgio Cardì è stato avvisato, minacciato ma la sua indole non gli permette di mordersi la lingua e farsi gli affari propri. Non riesce a controllare la sua sete di giustizia e non abbassa la testa  Parla a voce alta  rischiando gli anni che gli mancano e son troppi per andare in pensione. Il suo rapporto con il lavoro è stato una guerra ed una conquista. Un uomo privato del lavoro è un guscio  vuoto e si degrada. Giorgio ha vissuto sulla propria pelle la disoccupazione e l’occupazione alternativamente ed ha paura ma. ama la libertà. La giustizia della democrazia e della guerra fino a quest’età,  non gli serve. “  Il servizio pubblico è un bene della collettività e non dev’essere usato a beneficio personale. “ dice Giorgio cercando conforto nei presenti. Ognuno, però crede d’essere amico del padrone e tace non comprendendo che ognuno, nel rispetto del proprio ruolo,  è dipendente.

Il turno  di notte, invero  è stressante anche se il lavoro non è stato assillante ma allo spuntar del mattino, l’attesa del cambio è spasmodica. Le lancette dell’orologio girano a rilento e par che l’ora non sopraggiunga mai. Il bisogno di alleggerirsi della responsabilità, di spogliarsi dei vestiti della notte è un’esigenza che l’attesa appesantisce. Giorgio era solito presentarsi al cambio almeno dieci minuti prima e riteneva il ritardo del collega , una mancanza di educazione, un’offesa grave. Il suo galateo non contemplava questo emendamento arbitrario e se non fosse stato un animale civile l’avrebbe tagliato a listarelle e messo sottosale. La priorità è il lavoro ma se gli avvenimenti familiari lo sopravanzano, Giorgio ritiene che sia obbligatorio, non doveroso, informarne il collega. La solidarietà appartiene all’umanità ma è anche vero che ad ogni modo causa un tantino di fastidio. Certo nulla di eclatante ma meglio evitare se non è un’urgenza improvvisa ed improcrastinabile. Il rispetto è nel principio di reciprocità e non un supporto dell’amicizia. Giorgio, comunque non poteva non redarguire il collega, la sua coscienza l’obbligava a perorare il rispetto e seppure conoscendone il risultato e col rischio di lite, lo strigliò a dovere ricevendone un sorrisetto di compatimento. Raccattata, dunque  la borsa di carta ed  il camice, si avviò all’entrata centrale, verso

la  parete alla quale stavano inchiodati gli orologi, con la palpebra abbassata e quasi mai con l’orario in regola, ad offrire con indifferenza,  il loro servizio di obliterazione. La mano  che timbra il cartellino a differenti intestatari, è un’abitudine e non uno scandalo. Il rispetto della legalità è un problema di gelosia. L’ammonizione ha ritirato la mano ma non ha cambiato il risultato. Il giorno successivo le mani sono aumentate ritornando a trafficare. Sorge, dunque alla Dirigenza la necessità di dimostrare che è vigile. La voce d’incursioni delle forze dell’ordine percorrono i corridoi, i reparti ma i “ conoscenti “ rifuggono dal credere che possa essere una cosa seria e se avvengono sono apparizioni, fenomeni passeggeri che  non scoprono, non colpiscono malefatte ma chiedono privilegi familiari. “ U latru non ssicuta u latru “ ripete ossessivamente Giorgio chiacchierando, scherzando con gli addetti delle pulizie, con gli operatori rispettosi e con gli impiegati dell’Ufficio riscossione “ Significherebbe scoperchiare la pentola dei traffici ai danni del sistema sanitario, degli appalti, dei subappalti dei subappalti con l’incognita di dover spiegare agli organi del Palazzo, incarichi, delibere di acquisti, costi gonfiati su materiali di scarsa qualità. Gli amici potrebbero perdere il controllo e la situazione richiamare l’attenzione. Le risposte potrebbero non convincere e mettere a repentaglio “ l’allegra amministrazione. “ dice Giorgio indispettito del compromesso. “  Il sistema “ del mangia è lascia mangiare “ è collaudato. Il Signore che mangia lascia sempre cadere qualcosa a gratificare gli abitanti dei piani bassi. La tranquillità, dunque è assicurata e sarebbe mostruoso metterla in discussione per una “ babbarìa. “ La Direttrice al pari la casta dei Medici alla quale appartiene che del saluto sconosce il significato, si materializza sui dipendenti che hanno portato a termine con mille difficoltà il lavoro in corsia. L’arroganza del Medico di turno che oltrepassa la fatica è la norma e litigare non serve, anzi è pernicioso. Il Dirigente ha il diritto di

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vessare il dipendente subalterno che ha il dovere d’incassare in silenzio. La mortificazione, però ha il suo risvolto. “ Capita che la morte violenta possa raggiungerlo barbaramente. “  La frustrazione della fine del mese appesantisce la sofferenza. Il sostegno dei genitori a volte non risulta sufficiente. Il ricorso al piccolo prestito è l’unico sbocco in attesa di saldarlo incassando un “ emolumento in ritardo annunciato. “ Gli ultimi giorni, però si presentano con la difficoltà aggravata. Il  pagamento dell’acconto,  dell’acconto,  dell’acconto degli emolumenti arretrati è rimandato per problemi di natura contabile. Un  sindacato risponde che mancano i soldi, un altro che sono stati distratti, un altro ancora: “ un distacco contabile del computer. “ Una soluzione, dice Giorgio al Rappresentante del suo Sindacato, potrebbe essere quella d’appendervi alla quercia del Fondo Pidatella,  a testa sotto per i piedi e mettervi a seccare. Un sorrisetto, una pacca sulla spalla  e continua l’attesa. Ogni giorno è una lotta continua ed il fegato ha raggiunto l’ultimo stadio della cirrosi. La corsa in farmacia a litigare per la mancata distribuzione del materiale richiesto e ricevere una risposta che è pari ad malaparola:: “ inventario in corso “ o  “ computer guasto. “ Una richiesta urgente, però riesce a sistemare le difficoltà e ricevere un “ acconto “ dell’ordinativo. L’impegno di ognuno in lotta con mille difficoltà organizzative, di gestione e mancanza di materiale,  è comunque costante e la collaborazione dei parenti è commovente. Invitati a correre alla farmacia privata, oppongono una resistenza relativa. Un minuto di silenzio per fare un veloce inventario di quale bene privarsi. La salute è la necessità primaria e corrono a comprare l’occorrente per la terapia del congiunto ricoverato. La notizia che la Responsabile della Farmacia con i suoi giuochetti ha persino vinto “ il premio “ per aver risparmiato sui farmaci e sul materiale, invero è eclatante. La furia di Giorgio è incontenibile ma può portargli danno. L’amica Rosalina, gli si avvicina sorridendo e con fare suadente,  lo prende sottobraccio e gli ricorda della volta che la Dottoressa Letterìa Italiano, cogliendo il  bisogno di distrarsi dagli impegni con l’arredatrice, con la ditta fornitrice, con  ulteriori appalti ed altri traffici,  lascia l’ufficio ed all’improvviso, alla stregua di un Falco,  gli  plana ad un palmo dal naso. Giorgio con la sigaretta in bocca e l’accendino in mano, ha appena timbrato e si sta dirigendo verso l’uscita. Lo minaccia di multa ma poiché è una brava persona, per quella volta lo perdona. Giorgio, non ha  parole e non avrebbe nulla da rimproverarsi. La sigaretta in bocca è spenta. Non ha violato nessuna legge ma la ringrazia e si allontana con la figura di merda sulla faccia. Camminando verso la porta a vetri, quasi vi cozza col naso. Le fotocellule non hanno funzionato e la porta non si è aperta. Giorgio non se ne era accorto e se Rosalina non fosse intervenuta a trattenerlo provvidenzialmente.  “ Avresti perduto la bella faccia del mattino che sorge sul mare del villaggio natìo“ gli disse  aggiungendo alla dolcezza del suo sorriso ed al rosso delle sue labbra: “ il morbido contatto del suo corpo ammaliante e le sue qualità d’artista. “ L’importante è apparire all’improvviso, magari nei luoghi affollati per dare enfasi al suo intervento ed incutere intimorire, prendere uno a caso,  nascondere  la sostanza dei problemi e continuare a concludere i propri affari sulle spalle dei pazienti. Il richiamo del dipendente che ha svolto il suo lavoro nel rispetto dei pazienti è un esempio per gli altri e riprenderlo apporta al Dirigente, una maggiore autorità.. I presenti che detestano aspettare il proprio turno, ringalluzziti dal richiamo della Direttrice, prendono coraggio e schiamazzano, inveiscono contro l’Operatrice dello sportello e cercano di saltare la numerazione. Un esempio di rispetto per il lavoratore e per il servizio pubblico.   I cittadini affetti da malattie croniche, consumatori di medicine salvavita, esenti, forniti senza alcun costo dalla farmacia ospedaliera,  sono stati dirottati alle farmacie private che richiedono un versamento “ di fornitura.” aumentando la spesa sanitaria e  ricevendo un servizio approssimativo. Questi rimedi messi in atto per diminuire la spessa sanitaria, sono atti d’illecito arricchimento.

La sala è stracolma di persone che aspetta di pagare la tassa sulla visita specialistica. Giorgio s’avvede della presenza del centralinista. Sta dritto, imbalsamato, qualche passo fuori la porta  Ha  lo  sguardo proiettato sulla vetrata che si apre sul cortile e con la coda dell’occhio vigilante, è in attesa che gli venga rivolto il saluto. Giorgio lo  sa e si è posto l’interrogativo se salutarlo ma ha pensato “ che è una povera anima ricordandosi dell’amico Palestinese “ ed ha risolto il problema

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salutandolo  a differenza degli altri L’obbligo, invero è la fonte  della sua educazione ed a chi gli fa notare l’inutilità, Giorgio risponde: “ Il saluto è stato lasciato dal Signore. Questo è un insegnamento della mia nonna paterna ed io lo rispetto. Ad ogni modo si può rispondere al saluto anche col silenzio. “ concludeva e scherzò con Peppuccio del magazzino,  salutò  la Signora Claudia del ticket seminascosta da una lunga fila di persone che lottava per non essere sopraffatta, con il prezziario delle prestazioni in mano. Giorgio bucò una donna abbondante ed un signore poco meno,  trovando il passaggio in un ombelico forato. Inserì il cartellino nella macchinetta obliteratrice  e timbrò l’uscita verificando un surplus d’orario di circa un’ora. Mortificato, non sapendo cosa farsene, lo schiaffò nella porta dell’Ufficio Tecnico: Gli addetti non sono mai presenti e se riesci a scovarli appaiono assenti. Sono impegnati a trafficare, comandati in qualche villa privata con un orario “ illimitato “ L’extra supera lo stipendio ed è conteggiato con una voce inusitata: “ obolo di fedeltà. “ Giorgio, invero rientrerebbe nella voce naturale di  “ lavoro straordinario “ ma l’Azienda non glielo accetta nel conteggio.  L’Operatore Tecnico sanitario è un collaboratore del medico Il  Tecnico ha il titolo di studio idoneo a svolgere un lavoro Amministrativo L’incontrario non è consentito, manca il corso di specializzazione. L’Azienda, però  consente agli amministrativi il pagamento di un monte di straordinario. Giorgio, dunque con l’affanno sul petto, fu obbligato a constatare il danno. Sommò, invero all’incasso anche la beffa, respinse la sopraffazione che tentava di piegarlo e prelevando dal pacchetto una sigaretta se la pose tra le labbra evitando con perizia, il cervelletto dell’infermiere posteggiato all’accettazione per incompatibilità con il titolo professionale. Qualche giorno precedente non aveva digerito uno dei suoi soliti saluti scherzosi improntando un tentativo di diverbio. Giorgio, però  l’aveva sedato con fermezza e dignità chiedendogli d’accettare le sue scuse se le ritenesse opportune e lo lasciò a meditare nel silenzio costernato dei presenti. Salutò Carlo, l’addetto alla sala mortuario,  che aveva  soprannominato  necrofago e s’avviò al posteggio dell’auto accendendosi la sigaretta. La sera, la  possibilità di trovare un posto libero, invero presenta scarsa difficoltà. Il problema sorge e si pone  ogni mattina ed appena varcata la porta. I guardiani al cancello sono distratti dai venditori ambulanti di frutta e verdura. ed i posti liberi del parcheggio riservato ai dipendenti, svaniscono con un sorriso. La convinzione generale e non solo dei guardiani,  è che non sono quei pochi posti a creare disagio ai dipendenti. Loro accettano l’offerta ed arrotondano lo stipendio. I lavori restano da anni,  in corso e distraggono miliardi. Il malcomportamento dei guardiani della porta,  invero  è una rivalsa. Inoltre, hanno il compito di  correre a sganciare la catena e permettere l’accesso ai posti riservati. Gli autorizzati non sono certo gli operatori tecnici od infermieristici ma i Medici che approfittano della loro posizione di privilegio. Sono dipendenti pubblici,  governano la professione negli studi privati e credono d’essere padroni  dell’Ospedale ed i servitori, s’arrangiano. I guardiani, dunque  guadagnato il pranzo, lo hanno digerito senza difficoltà ed il pomeriggio con tranquillità curano altri affari. La  pressione del mattino è cessata e gli rimane la possibilità d’armeggiare intorno a montagnole di rame e renderlo commerciabile. Giorgio, quindi aprì lo sportello dell’auto Innocenti 650, posò la borsa dietro il sedile di guida che teneva a fronte sterzo avendo in tal modo un assetto di guida ottimale e stava tentando di piegare il camice e poggiarlo su quello posteriore. L’assalto di un clacson che gli chiedeva il posto,  lo costrinse a smettere e buttarlo alla meglio Un moto di stizza, però gli serpeggiò sulle labbra con la tentazione di girarsi a replicare ma s’impose di declinare l’offerta di litigare e senza neanche guardare, rallentò i movimenti e lentamente si sedette al posto di guida. Inserì la chiave nel blocco dello sterzo e di nuovo,  con maggior virulenza, il suono del clacson dell’auto in attesa, lo molestò. Giorgio, non intendeva irritarsi e senza alcuna irriverenza, buttò uno sguardo basso verso la sua sinistra. Un’auto nera con le luci accese e la freccia lampeggiante con al volante una giovane donna gli si accostava fumando  nervosamente I lineamenti delicati del viso incorniciato da un caschetto di capelli biondi, secondo a secondo, le si increspavano fino ad imbruttirla.  Colpita da un’ira latente perdeva il trucco e si trasformava in un

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essere selvaggio. Giorgio scosso dalla metamorfosi che stava subendo, senza dirle una parola, abbassò di una spanna il finestrino e buttando fuori la cenere della sigaretta, mise in moto, armeggiò con la cintura di sicurezza nell’apposito aggancio ed avviò l’auto uscendo dal posteggio. Si fermò un attimo al passaggio ed approfittando della sbarra abbassata si sistemò meglio alla guida e proseguì. Salutò il guardiano con un colpo di clacson che stava distratto, perduto con la vista sul corpo superbo dell’automobilista irosa del parcheggio e sorridendo, abbassò il piede sull’acceleratore e di colpo frenò richiamandolo al suo lavoro. Il guardiano con indolenza aprì il cancello e Giorgio, ripartì. Percorse ad andatura lenta accendendo la freccia direzionale, la lunetta disegnata dall’incurvatura della cinta muraria del nosocomio ed al limitare con la strada, si fermò osservando lo stop, cercando di districarsi da un autocarro fermo sulla sinistra in pausa per la colazione al bar – tavola-calda, in faccia ed il camion del venditore ambulante a destra che inavvertitamente, ostruivano  la visione. Il limite di velocità in prossimità degli Ospedali, invero  è considerato da molti automobilisti un’opzione, un segnale  irrilevante e Giorgio,  dunque raccolse la pazienza che tentava di scappargli.,  conscio della pericolosità della situazione ed andò avanti lentamente  guardando  con attenzione in entrambe le direzioni di marcia. Aspettò il transito sostenuto e previsto,  di alcune autovetture e s’immise con cautela nella viabilità  verso l’asse viario. Il traffico non era agevole e richiedeva molta prudenza. Le macchine posteggiate in ambo i lati restringevano in modo pauroso la strada e l’esaurimento fisico e mentale aumentava. Giorgio quasi odiava l’ora e quella strada ma era inevitabile e quindi con occhio vigile alle auto posteggiate che pensano che basta mettere la freccia per avere il diritto d’accesso, alle traverse che presentano  un  rischio schizzinoso, conscio della presunzione delle persone, avanzò alla meglio.  La guida di un mezzo e con una cilindrata superiore alla media,  per una persona immatura, è un’alta  dose di droga. Acquisisce una capacità che sconosce e lo  eleva a padrone della strada.  arrogandosi il diritto di precedenza, ad affrontare  le curve a velocità inadeguata, mettendo in pericolo veicolo ed occupanti,  circolante in senso contrario. Giorgio, in prossimità della chiesa, in vista della curva stretta e mal disegnata, rallentò e seguì con prudenza il margine più esterno della strada rischiando addirittura di saltare sul marciapiede o di rovinare le ruote, tentando di non incappare in un falso incidente. La curva è ricettacolo d’incidenti artificiosi. Molto spesso accade d’ascoltare lo scoppio improvviso di uno specchietto. Bloccata l’auto per vedere, la vista di facce poco rassicuranti induce ognuno a rilasciare i dati dell’assicurazione ed allontanarsi con una  celerità, almeno triplicata a quella che si usa, di norma. Qualche giorno dopo, la lettera intestata di uno di quei sedicenti studi legali,  compagni di strada di questa società di sussistenza e truffa, a firma di una giovane Avvocato, perviene all’Assicurazione con la richiesta di un congruo risarcimento danni comprendente oltre allo specchietto, ruote e carrozzeria. Il rumore dello scoppio e l’infrangersi dello specchietto, orditi ad arte, ha causato nel guidatore una tale emozione da fargli perdere il controllo dell’auto di grossa cilindrata affidatagli da papà per un giro con gli amici, approntando un testimone a bordo di una Fiat cinquecento, vicino di casa che al suo pari, nel remoto luogo dell’incidente, era di passaggio. Il famoso concorso di colpa che ricorre immancabilmente a danno di  chi viene dallo stop anche se lo ha abbondantemente superato, in questo caso non è considerato ed i “ banditelli “ hanno guadagnato un buon gruzzoletto ed allietato il legale. Giorgio, dunque raggiunse ed imboccò la deviazione per la rampa dell’asse viario. La pazienza e l’accortezza non l’avevano lasciato ma inconsciamente stava rilassandosi. S’accompagnava, invero all’innesto all’asse, con lo specchietto retrovisore e seguiva la linea esterna del tracciato, quasi a contatto con la barriera di contenimento della strada. Quando, manco a dirlo, all’improvviso un furgone ad una velocità irresponsabile, in un giuoco assassino, spiegandogli  addosso le sirene nel sadico intento  d’incutergli una paura da collasso cardiaco,  restrinse la sua curvatura entrando addirittura  nella linea del tracciato d’ingresso, appaiandosi alla fiancata della sua Innocenti e sfilandolo per una misura di circa una lama regolare di coltello. L’auto Innocenti 650 continuò a forza d’inerzia

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l’andatura tenendo Giorgio con l’occhio incollato sullo specchietto laterale di sinistra, incredulo di trovarsi incolume e di non avere azzardato alcuna manovra. La curva che s’incunea e scende col manto stradale, converge repentinamente sulla destra. La velocità costringe il mezzo a scarrocciare  verso il margine esterno. Lo spazio di manovra  si restringe e chiude ogni prospettiva al mezzo che sta per immettersi. Il contatto non può essere che mortale ed è già accaduto. L’Agronomo Felice Guarneri, dipendente della Cantina Moscatello, in quel serpente velenoso,  ha perso la moglie .ed  il figlioletto che viaggiava con la madre sul sedile posteriore, sbalzato fuori si è salvato miracolosamente..Sottoposto a  varie operazioni, è uscito dall’Ospedale  con un trauma cranico irrisolto. La sua mente si è fermata a giuocare con i soldatini quando l’età dovrebbe indurlo a mettere in riga le ragazzine. Un dolore ed una fatica che l’Agronomo ha pensato di nascondere sotto la barba incolta e tenta di non lasciarsi scivolare nella botte grande della cantina a decantare la sua disperazione, ogni sera prima di ritornare a casa. La madre lo vede affannato, sente l’odore del vino e lo guarda senza parlare. Cerca con un lieve sorriso di dargli una mano con il bambino ma gli anni ed il diabete l’appesantiscono e prega sotto il pergolato della casa con la terra spezzata, ridotta a brandelli, maledicendo il serpentone. Ha visto la fatica del marito sventrata, il sogno dei figli di trasformare la terra del padre in un’azienda all’avanguardia , scoppiato ed i sacrifici per gli studi messi nelle mani d’altri. Il figlio Giovanni,  emigrato ed il grande costretto  ad elemosinare un lavoro in cantina. L’Agronomo Felice Guarneri  combatte  per non soccombere alla burocrazia ed al palazzo che amministra la giustizia per ottenere una protezione per quell’anima innocente. La lotta , però  è impari e gli Avvocati chiamano cassa sottraendoti il denaro a forza dalle mani e senza dire grazie. L’assicurazione ha il potere ed il tempo dalla sua parte e non si arrende. Seduto al tavolo di cucina, dopo che ha messo il bambino a letto e la madre si è trascinata nella sua camera, riprende la partita a carte con la moglie. Ogni volta a vincere era lei e lui s’arrabbiava.” Vieni, vieni, prendi  in braccio la tua donna che ti consola col suo amore. “ gli diceva con le labbra spalmate di miele alzandosi,  girando il tavolo tenendogli le mani con le sue e gli sedeva graziosamente sulle gambe. La notte scendeva delicata, raccoglieva miliardi di stelle e li faceva danzare ed il cielo parlava di serenità e sicurezza. La partita a due si è interrotta e Felice dispone le carte a solitario cercando il sonno. La madre, venendo in cucina a bere, lo scuote, gli toglie le carte dalle mani e lo manda a letto.” Hai da badare ad un bambino. Non puoi lasciarlo solo. Io, non passerà molto tempo che andrò ad occupare un loculo santo, ricordalo “ gli dice accarezzandole la testa con dolcezza.

La politica asservita agli affari, non si assume le proprie responsabilità e cerca di debellare il male mortificando l’intelligenza delle persone. Giorgio non se ne meraviglia e spera, comunque che la politica riacquisti la lucidità e si metta al servizio della gente per alleviarle i bisogni primari.

Una folata di vento caldo, bruciante, lo colpì sulla guancia sinistra ed uno freddo, glaciale sulla destra comandando agli alluci relativi a saltare in alto ed aspettare che la circolazione sanguigna superasse l’allarme e  riprendesse un equilibrio naturale. Giorgio è un ricercatore della verità e per questa libertà reclama rispetto ed offre la sua collaborazione. Le sue basi traggono  ispirazione dall’associazionismo cristiano ma rifiuta ogni ingabbiamento. Studia,  cerca di comprendere  le sacre scritture, le altre culture e critica, però  le verità riportate con la faziosità dell’unicità. Cerca il  confronto e la pratica del bene nell’interesse di ogni individuo. “ La verità è una storia molto lunga e percorre ogni popolo della terra “ si diceva “ ma il principio deve contemplare la garanzia della dignità. “ Ad ogni modo evitava la discussione capziosa. “ Serve ad esacerbare gli animi “ diceva con cipiglio  “ e ne soffre la conoscenza “ conservando ed alimentando nei praticanti, una pseudo fede che è integralismo becero e fuorviante. Giorgio ama ed auspica  che la bellezza del pensiero venga  espresso con la semplicità del sapere. “ Il sapere è umiltà, insegna ed impara. “ diceva. Seduto alla guida, guardava  avanti cercando di smaltire la paura che lo trascinava, senza riuscire a realizzare cosa fare, a ricapitolare il tempo. Ad un tratto, l’aria gli si aprì ed il cielo gli mostrò il volto pieno, rosato con i capelli bianchi che lo chiamava con un sorriso e  si ritrovò a  pensare  che

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un “ Angelo Custode”  gli avesse conferito la capacità di mantenere il controllo della guida senza permettergli alcuna difesa che sarebbe stata impropria. La protezione che gli aveva concesso questo “ Angelo Custode “ l’aveva salvato e respirò profondamente. La scarpata oltre la strada precipitava in un campo in trasformazione. I lavori in corso, invero andavano avanti da parecchi mesi ma  agli occhi di Giorgio, non rivelavano un significato progettuale. Ogni volta che transitava e guardava,  gli restava il solito punto interrogativo. La soluzione del problema, comunque lo attraeva anche se non era assillante.  Il perimetro del campo incolto, era  recintato da un’alta rete metallica colorata di verde ed ospitava al suo interno,  degli autocarri, una grù armata di un lungo braccio ed una non numerosa quantità di tubi di ferro.. Un copioso trapezio di brecciolino e sabbia, invero isolava il recinto col resto della campagna. La scelta  dell’industrializzazione metallurgica e della trasformazione con l’impegno d’offrire lavoro, non ha dato il risultato sperato. La prospettiva è stata vanificata e la gente è costretta ad emigrare. La coltura intensiva del gelsomino, praticata è andata distrutta. L’aria è inquinata e la salute dei residenti è stata compromessa. Gli aborti sono cresciuti di numero ed i nascituri sono gravati da malformazioni che prima erano rare. Sopraffatto dal pensiero naturale non volle più interrogarsi sul significato dell’uso di quel terreno e si cercò.

La macchina da guerra era scomparsa oltre il declivio della curva e Giorgio respirando sollevato, prese  una sigaretta dalla tasca e s’assestò sul sedile. Lo scatto dell’accensione dell’accendino lo indusse a pensare che doveva muoversi, andare a casa ed oltretutto, togliersi dalla posizione nella quale si era fermato. Quel parcheggio era improprio e dunque rappresentava un pericolo per la circolazione. La sigaretta accesa in bocca, aspirò profondamente e riprese la marcia che s’era interrotta per motu proprio. L’asse viario presentava un alto indice di pericolosità in ogni suo tratto. Le auto ribaltate, lo scambio di corsia ed i fuori strada richiamavano la curiosità degli altri automobilisti pregiudicando la circolazione. Le autoambulanze, la polizia ed i vigili urbani, autosoccorso e perfino autogrù, non mancavano d’occupare l’uno o l’altro tratto dell’asse. Giorgio, dunque si mosse  accelerando  quel tanto necessario a non creare intralcio alle altre auto, cercando di togliersi dalle spalle la paura che ancora s’attardava. Il serpe s’incurvava e si rivoltava, s’allungava e si metteva di fianco. La creazione dell’asse viario doveva collegare i vari quartieri con la città e la stessa all’autostrada. Il territorio della città di Lafoglia è molto ampio e pianeggiante con qualche sporadico,  lieve avvallamento collinare. Una progettazione elementare,  la costruzione senza  difficoltà,  richiede un costo basso, irrisorio che la famelicità della politica-affaristica e dell’imprenditoria speculativa non accetta, è indotta a scartare. La normativa pubblica non consente di poterla autorizzare. Il gioco delle bustarelle verrebbe vanificato. L’appalto deve superare un costo e comprendere la postilla: “  adeguamenti “ L’opera, a secondo dell’influenza politica, subisce deviazioni, allungamenti,  sopraelevazioni ed altri accorgimenti particolari andando in culo ai principi ingegneristici collaudati. L’impasto dev’essere abbondante,  ricco e deve comprendere canditi ed addobbi vari che possano triplicare, quadruplicare  il prezzo di base. Il guadagno dell’associazione, sostanzialmente, s’impingua sviluppandosi  sui “ altrimenti denominati “  abbellimenti di facciata. Essendo umani, invero sono soggetti al peccato di gola e fanno la cresta ove capita, mettendo di lato le ultime, residue remore sul lavoro. La divisione,  in parti più o meno uguali, lascia qualche scontento ed allora si risparmia sulla qualità dei materiali. Il deterioramento anticipato è dunque previsto e con  la possibilità del restauro, il danno procurato  si trasforma in ulteriore vantaggio. La tasca del cittadino onesto provvederà al saldo. La sicurezza del lavoro è abbandonata al caso ed i morti si contano a manate. Se qualcuno si avvicina è per sbaglio d’indirizzo. “ Siamo fratelli, vogliamoci bene. Un regalo per la bambina. “  L’amministratore della res pubblica non paga mai di tasca sua, anzi guadagna sulle malefatte. L’ingordigia è il proprio interesse e la  protezione del bene dei cittadini è un articolo che non ha letto. L’impunità lo preserva e dichiara con un gran sorriso stampato sulla faccia: “ Siamo al vostro servizio. Lavoriamo per rendere la città più sicura. “ La festa dell’associazione ha un  principio ineludibile: “ Il lavoro

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dev’essere fatto bene e per meglio farlo ha bisogno d’altro denaro.” La messa in opera, invero richiamò branchi d’animali ed il tracciato si trasformò, in un drago famelico. I contadini della piana furono chiamati a fare gli agnelli sacrificali. Il giuoco delle tre carte prendeva piede e mano a mano che gli uomini della politica o meglio i politicanti si succedevano al governo dell’amministrazione, venivano messe in opera delle correzioni fino a che del progetto originario non è rimasto che il nome dell’Asino firmatario. Alcuni assessori, nel corso degli anni, ravvedutisi o vezzeggiati da nuovi asini frequentatori di corsi parificati d’ingegneria, od in possesso di laurea  abusiva, stampata  dalla Facoltà di una famosa Università, hanno scelto di rassegnare le dimissioni. L’intento non era quello di fare  “ pulizia “  ma di prepararsi a riacquistare la verginità ed evitare, l’eventuale chiamata di correo e sferrare un attacco all’ultima minaccia. Il ricatto è un’arma carica di scanni ed il potere prolifica sulla polveriera. “  Il progetto in mano all’asino di turno, però decade per l’anticipata tornata elettorale. Il danno, invero non porta nocumento, la festa continua. nei locali alla moda, al ristorante Palamenta  sulla litoranea. Il pesce fresco fino a scoppiare ed il vino della cantina Nascimbeni, sedano gli animi più riottosi e l’accordo è stipulato, con qualche ritocchino, quasi uguale all’originario. Le elezioni anticipate, cancellano i residui dubbi, le incertezze delle anime pure e senza alcun timore riprendono “ il giuoco delle tre carte. “ Il  rischio degli automobilisti, se sarà ritenuto urgente e fondato,  sarà preso in esame successivamente. L’importante  è aprire, togliere le transenne. L’inaugurazione con i giuochi d’artificio, nascose la viltà criminale del collegio degli ingegneri preposti al collaudo, plaudì agli asini svezzati nelle facoltà d’ingegneristica dell’internazionale Universitaria e  consacrò “ il politicante “ a tagliatore di nastri promessi e mantenuti a dimostrazione della sua integrità fisica e morale.

L’asse attorcigliato su se stesso con un manto stradale a trabocchetto, è stato collaudato ed ha assunto la funzione di un mattatoio all’aria aperta. L’Ingegnere Augusto Pernice, è stato il primo ad essere avvertito. Le sue colpe, però le ha scaricate sulla fidanzata del primogenito. Il figlio dell’Augusto conduceva la sua giovane età  di festa in festa, nei locali alla moda, nelle città turistiche e non sdegnava i tavoli verdi. Il padre lo foraggiava e lui si adeguava alla società. La moglie, accorsa in Ospedale si sforzava di piangere. Il dubbio su quella vita dispendiosa non ha mai toccato la sua mente. Queste famiglie,  navigano sulla liceità degli enormi guadagni dei loro uomini senza accorgersi dei figli. Il vortice dell’apparire e della lussuria, della gente mascherata li solleva da ogni responsabilità. “ Sono preda della confusione, abitano una dimensione impropria credendo che sia consona  alla realtà.” s’incoraggia a dire Giorgio all’amico Mario Mistigo in visita a Lafoglia. “ Se riuscissero a lavarsi la faccia con l’acqua corrente ed  aprissero gli occhi, non potrebbero non vedere la malvagità che li circonda. La testa, però mi dice che la miopìa sia un fattore ereditario di questo sistema.“ conclude imprecando. La legge del Signore delle montagne che taglia per pulire,  però ha sbagliato mira. Ha messo paura al figlio dell’Augusto ed ha colpito una innocente che ha avuto la colpa di stargli accanto. L’auto di grossa cilindrata, con Pino al volante e la fidanzata sul sedile a lato,  percorrendo l’asse viario, al secondo chilometro ha preso il volo planando sull’unico albero di noci  rimasto a guardia della casa materna di Ciccio di Passa. Il giovane Pino usufruì dell’intervento dell’elicottero  della forestale e fu tratto in salvo. La fidanzata Loredana, volò in cielo senza toccare terra.. Il ricovero in Ospedale del figlio dell’Augusto, è stato precauzionale. La confusione e la paura lo indussero a farsi la pipì nei pantaloni ma per il resto, nulla. Dichiarato guaribile in quindici giorni fu dimesso alcune ore dopo senza mai chiedere della

fidanzata. Loredana Cassero è uscita dal viottolo che passava a circa un metro di distanza dalla vasca artificiale, a braccia, chiusa nel sacco nero. I genitori accorsi sul fondo non si dimostrarono migliori della famiglia Pernice. Ma le parole non rappresentano le persone. La famiglia Cassero alla quale apparteneva la ragazza era titolare di un’Impresa Edile indagata per mafia.. La mano della Giustizia, sostanzialmente è stata clemente e non ha fatto pagare le colpe dei padri ai figli. L’Onorevole Avvocato Genesio Crisostomo, super gestore politico dell’Amministrazione

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comunale, rappresentante del territorio a livello nazionale, ha avuto ed ottenuto la grazia di liberarsi dell’ex moglie che lo stava crocifiggendo a mezzo stampa. La giornalista Clara Santangelo fu rinvenuta nella campagna del terzo chilometro. La luce dei fari e la freccia direzionale rimaste a lampeggiare, richiamarono un trafficante che insospettito dagli abbaglianti che gli entrarono all’improvviso dal finestrino,  informò eclissandosi , i Vigili del fuoco. L’intervento dell’automobilista di passaggio, alle quattro di mattina, però non suscitò una dichiarata disponibilità. L’informativa passata ad una pattuglia della polizia stradale in servizio in loco, constatando la  protezione stradale divelta s’affacciò nella campagna sottostante ed evitando l’abbagliante, notò la grossa auto rovesciata. La pattuglia ha avvertito il 118 ed i Vigili del fuoco. Sotto l’alba con le luci che avanzavano lottando con la giornata uggiosa, la D.ssa Santangelo,  fu accompagnata in Ospedale e riposta nella stanzetta riservata in attesa dell’autorità giudiziaria.. Il ritorno  alla casa paterna da un convegno le era costata la giovane esistenza. Giorgio asserì che non poteva escludersi l’ipotesi, che fosse stata costretta a catapultarsi nel campo. Il beneficio del dubbio, l’aveva contemplato per correttezza ma senza mezzi termini diceva di non crederci. L’unica causa scatenante è stato un sorpasso azzardato di un’altra auto. Un sorpasso a velocità con la strada che pende e curva,  tende alla chiusura e spinge fuori. La  fatica, la notte ha portato a termine il lavoro. L’asse viario, dunque aveva assunto il ruolo di Sicario ed aveva concesso  agli automobilisti arroganti e presuntuosi, l’autorizzazione all’impunità. La lezione ricevuta non toccava i responsabili. Il ritiro della licenza di menomare ed uccidere non rientrava nelle loro facoltà. La  salvaguardia doveva essere delegata al Sacerdote per l’estrema unzione. Una lieve imprudenza, all’apertura in prova, con le auto della polizia municipale in bella presenza, aveva consentito qualche ribaltamento. La multa comminata al ragazzo per eccesso di velocità, non intimorì il padre che ricorse all’Assessore che archiviò. L’euforia del Sindaco, invero si espanse ed i cartelloni sui muri ed i tabelloni, si gonfiarono a dismisura. La pubblicità propagandava il culto nella persona del primo cittadino e candidato, cultore delle arti e della bellezza, operatore e difensore di un ecosistema compatibile ed inderogabile. Le settimane successive, ribaltamenti ed invasioni di corsia era continuo. L’intervento dei Vigili Urbani, stava trasformandosi in ulteriore tragedia. Le misurazioni e la  constatazione della dinamica dell’incidente si trascinavano per ore. La distrazione dal servizio quotidiano di alcuni di loro rischiava di tradire l’azione vessatorio esercitata con cipiglio malavitoso su  “  macellai e pescivendoli “ senza  tralasciare  gli altri esercenti e commercianti. “ La banda col cappello bianco “ stava subendo una perdita secca e questo non era igienico. Gli abitanti della città di Lafoglia, conoscono questi esponenti per nome, cognome e grado e ne parlano fra loro giocando a carte. I taglieggiati, invero si nascondono dietro la massima popolare: “ quannu sa vistu ca a liggi  ttacca a liggi ?  “ e mettono in conto la quota che passeranno a ritirare. Queste forze comunali, sono cani con mascelle robuste e non lasciano la preda da anni.

La gente che percorre l’asse viario, è costretta ad affidarsi al caso. Il transito su quel collegamento maledetto, ha un grado di gravità molto alto. Gli automobilisti che vengono da altre località, a visitare le bellezze naturali della città e le sue antiche vestigia, non conoscendo i tratti dell’asse, rischiano la propria incolumità “ La segnaletica potrebbe essere un buon Ufficio d’informazione,  un cicerone  accompagnatore ed il danno d’immagine potrebbe essere evitato .” suggerì Giorgio per sdrammatizzare ma soprattutto per porre una domanda che possa richiamare l’attenzione degli Organi Giudiziari indipendenti, delle forze dell’ordine che coltivano ancora lo spirito del loro giuramento. Giorgio, però era molto pessimista, ne aveva viste e conosciute tante e la fiducia gli era caduta sotto le scarpe. ”  Il denaro riesce a smuovere le pale di un mulino inattivo di cinquant’anni, usurato e malconservato in un giorno di calma piatta.” si disse a voce alta. L’ingaggio di altre imprese per porre rimedio con sbarramenti centrali, però induce a pensare concretamente che il vizio della spartizione non ha termine e svende perfino l’esistenza delle persone se non  riesce a comprarle. L’uomo non cambia mai neanche a spezzarle il collo con un colpo di mazza.

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L’avvio dell’auto indusse Giorgio all’innalzamento repentino della concentrazione. L’intensità col timore nelle braccia e nelle gambe aumentava con il diminuire della distanza che mancava per arrivare al proprio domicilio. La bocca impastava una saliva acre, sporca e dall’esofago gli saltava  in gola un singhiozzo alternato a sbadigli che neanche la sigaretta riusciva ad attenuare. Il quarto chilometro gli apparve all’improvviso. La sensazione fisica che la tortura alla quale era stato sottoposto era terminata, lo indusse a vedere in profondità seppure fosse sofferente di miopia. La sua mente aveva acquisito la possibilità di vedere oltre le presenze fisiche ed in un secondo si scrollò di sopra la nottata e quella manciata di mattina. Il cielo della cooperativa di Arpe si aprì  dilatandosi all’infinito. Il  sole lo avvolse nei suoi raggi e con dolcezza mistica gli entrò  nell’anima. Gli fu concessa la possibilità e l’allegria  di vedere le costruzioni incomplete, rabberciate da un umanità buona che per necessità si è miscelata a quella meno cristiana. I casermoni popolari con i panni appesi ai fili ad asciugare hanno il coraggio d’amare. Un uomo di mare è incappato  in un banco di nebbia. La gita dell’Angelo è uscita e salta spontanea  di roccia in roccia mano nella mano con Agata : Invitato a volare, ha preso il  volo e lascia la mente vagare per dove le appare il sole, la luna, le stelle ed il creato rigoglioso di bellezza, di desideri e d’armonia. Osserva rincorrersi e giuocare sulla superficie  dell’acqua e si tuffa nelle onde assumendo la liquidità dell’elemento. La morte, però taglia ogni speranza ma guai a dargliela vinta e si sveglia dal torpore, apre gli occhi e s’immerge nel  quadro appeso alla parete che il collega, l’amico, il pittore dilettante, Luigi Maviglio,  ha dipinto in un lasso di tempo relativamente breve per fargliene omaggio. Ha osservato  la luce che emanava dagli occhi e gli ha pennellato sulla tela una vela che si dondola a mezzo l’orizzonte sulle onde leggermente increspate. Salpa dalla stanza ed approda al villaggio per scansare la solitudine, la depressione che gli sale per la schiena e gli sottrae il respiro.

Giorgio, recuperando il paesaggio, entrò nello svincolo e s’accorse che la sigaretta si era spenta e la cicca gli si era appiccicata fra il dito medio ed indice. Incrociando il braccio destro col sinistro attraversando il petto, cercò con un colpo del polso di staccare la cicca ma senza alcun risultato. La vecchia strada lo guardò di sbieco  e lui rallentò, accostò sulla destra e si fermò. Liberate  le mani dalla guida, staccò con la mano sinistra la cicca non senza raccapriccio. La cicca spenta, invero gli aveva scottato,  anche se leggermente, la pelle delle dita. La cooperativa Arpe, incuneata nel quarto chilometro dell’asse viario della città di Lafoglia è stata la prima ad insediarsi. La zona rocciosa dell’estrema periferia. occidentale della città, era  inserita in un programma attrezzato d’espansione per il recupero del territorio. Ma  è rimasta l’unica a simboleggiare la bellezza del pensiero pulito in un degrado raccapricciante. Il prato prospiciente anziché adibirlo, strutturarlo  a spazio ricettivo nell’interesse della collettività, negli anni ha assunto l’aspetto  di in un mercato a cielo aperto. La festività, raccoglie un’orda di cittadini dediti al traffico illegale d’ogni genere di prodotto. Ogni  notte, una variegata umanità si diverte a  giuocare, fare affari alla luce dei numerosi fuochi alimentati fino all’alba. Uomini, donne e bambini d’ogni taglia che la città mantiene nei confini ma ai margini esterni,  sono costretti  ad operare e scontare un’ esistenza infernale.

Giorgio,dunque  uscì  dall’asse viario e s’immise sulla vecchia strada verso la cooperativa Arpe. Al panificio comprò il pane e circa centro metri dopo, deviò a destra e lentamente proseguì verso  l’agglomerato della cooperativa. Sotto il muro di contenimento dell’asse viario, posteggiò a marcia indietro e scese. La cooperativa Arpe, schierava i cassonetti per la raccolta differenziata della spazzatura a metà dello slargo che continuava accompagnando il terrapieno sul quale correva l’asse, nella muraglia di rovi e canne che vien dalla vecchia strada. La Società  appaltatrice del servizio di nettezza, invero vanificava la volontà e l’impegno dei cittadini. Disattendeva la tabella inchiodata al

 

 

 

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muro e non ottemperando ai prelievi, i rifiuti si mescolavano ritornando un’accozzaglia senza discernimento. I sacchetti accumulati nei giorni e nelle settimane, riempito lo spazio a disposizione, avevano aggirato i cassonetti e si erano arrampicati fino a soverchiarli, nascondendo addirittura  l’ordinanza comunale. La rotondità della quale si gonfiavano, invero preoccupava i cani ed anche un gruppetto di gatti che lasciavano i Palazzoni delle case di edilizia popolare,  ubicati oltre la vecchia strada  ed emigravano  alla cooperativa alla ricerca dei bocconi succulenti per nutrirsi. I palloncini appesantiti dal ripieno, belli e pasciuti, ammiccanti, mettevano in risalto le scritte, i disegni accattivanti richiamando la curiosità degli animali. Se avessero avuto le ali e la leggerezza consona, forse avrebbero potuto prendere il volo, invero erano assimilabili  a delle bombe a grappolo. La gattina della figlia del Ragioniere Galatioto, inesperta ed innamorata,  riuscì perfino a farsi mutilare. Stava giuocando, in braccio alla bambina, sui gradini dell’ingresso del suo palazzo quando fu attratta, irresistibilmente dall’odore dei randagi che correvano allo slargo. Girò gli auricolari e con un salto d’acrobata, Ciccia sfuggì dalle braccia  della piccola  Seba e volò oltre l’angolo. La zampa selvaggia di Grazio le era rimasta al collo ed all’improvviso, quando meno se l’aspettava, arrivava, l’afferrava e  non c’era verso di poterla eludere. Ogni volta che Grazio voleva, le mandava un tuffo nella gola e lei correva. Grazio, le risultava  un potente Sultano e lei, felice correva ad  eseguire la sua volontà. quando le giungeva il richiamo.  Allora s’inventava mille fusa cercando una scusa. Si era allenata, ammaestrata allo specchio riuscendo a fare, perfino inchini e salti mortali, per distrarre la piccola Seba e correre  a gioire in libertà con Grazio. L’aveva conosciuto al panificio accompagnando il Ragioniere Galatioto a comprare il pane. Grazio, forse ubriaco, se ne stava sdraiato sotto un raccoglitore di rifiuti e si rotolava tra lattine di birra e coca cola, bicchieri di carta e tovaglioli, ronfando alla grossa. Il suo occhio destro, al suo passaggio, schizzò le palpebre e s’aprì a guardarla. Uno sguardo allucinato le appiccicò le vibrisse alle guance e con un balzo, le fu al fianco a circuirla con miliardi di miagolii irripetibili. Grazio le mise in faccia l’unico occhio buono e le mostrò la lingua. Lei, non  esperta  si spaventò e volò al piede del Ragioniere. Un profondo miagolìo, all’improvviso perforò il silenzio caldo del panificio e Grazio si presentò sulla soglia e senza alcuna paura l’afferrò per il colare e la trasse fuori. Ciccia vibrò fino alla coda e l’avrebbe seguito in capo al palo dell’insegna pubblicitaria se il Ragioniere Galatioto non l’avesse tirata a mezz’altezza e presa in braccio. Gli miagolò guardandolo da dietro il vetro del finestrino chiusa in macchina. Grazio le corse a fianco ed il suo miagolìo la inseguì fin nella cuccia, al quinto piano, nella cameretta di Seba. I giorni che seguirono l’irrequietezza la trascinava alla finestra., in terrazza. Avrebbe pure tentato il salto dal quinto piano ma la pura dell’impatto sul selciato la fece desistere. Un giorno che la Signora Giovanna, la moglie del Ragioniere Galatioto, chiacchierando con  la signora Anna  Lambotta sul pianerottolo, nascosta nelle voci, nei pianti e nelle grida di Michele e Barbara, gli inquilini di casa Lambotta sbarcati di recente, aggirò lentamente, l’imbotto della porta tenuta aperta,  afferrò il coraggio a quattro zampe e si lanciò per le scale Le ragazze della pulizia in pianta organica alla   Trigaluso S.p.A. che sovrintende anche al posteggio ed alla sicurezza degli appartamenti della cooperativa Arpe, per fare asciugare, avevano accostato il tappeto al portone per tenerlo aperto. Il primo inquilino in entrata od in uscita,  avrebbe provveduto a chiudere. Ciccia, guadagnato l’androne, s’avvide del passaggio libero verso le scale, le aiuole e si lanciò ad occhi chiusi verso l’uscita. Ad un tratto, la guida della zampa selvaggia di Grazio, le venne a mancare. Una tibia rabberciata,  con almeno tre grossi tuberi callosi e forse qualche proiettile appoggiato alla safena profonda,  le ostacolò la corsa e la spedì in cielo.  Ciccia, invero pensò d’aver sbattuto contro  un tronco d’ulivo precocemente invecchiato L’urto in mezzo agli occhi la fece  stramazzare per terra a ridosso della vetrata e nel riflesso che la colpì all’occhio sinistro, s’accorse del guardiano delle auto che con un piede teneva semiaperto il portone. Il guardiano, puntuale, era passato a ritirare il compenso dall’amministratore. Il dito schiacciato sul pulsante del citofono, restava  in attesa sul portone.  Ciccia, pur stanca, con mille stelle negli occhi e

 

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con tanta voglia di prendere fiato, gli s’infilò nelle scarpe e rotolò sul pianerottolo, per gli scalini atterrando con un saltoacrobatico, nell’erba selvaggia delle aiuole. La Trigaluso S.p.A. è rinomata per la bontà delle ossa dei suoi componenti e soprattutto per i ferri ben oleati. Ciccia non era in grado di poter pensare di queste cose ed un passo dopo l’altro, raggiunse la strada asfaltata, allungò le vibrisse e girò gli occhi verso lo slargo riuscendo a liberarsi, senza fare alcuno sforzo, delle migliaia di stelle che le erano rimaste. L’odore che veniva dallo slargo non era di Grazio, comunque il selvaggio  la indusse a recarvisi. I fiori, i disegni, le scritte che circondavano e tappezzavano lo spazio dei cassonetti ed un indistinto miagolìo che la rendeva  ansiosa, la spinsero  a saltare sui sacchetti. Aveva bisogno d’accertarsi dell’identità dei presenti anche se escludeva la presenza di Grazio. Una frazione di secondo ed il sacchetto scoppiò scagliandola fin sui rovi. La zampa anteriore sinistra le faceva un male lancinante. Cercò con la lingua di capire ma non riuscì ad afferrare l’oggetto. Lo guardò attentamente e lo strinse fra i denti ma ad estrarlo neanche a parlarne. Nel tirare, le scivolava ed ogni tentativo di strapparlo e liberare la zampa andava a vuoto. Il sangue scorreva e la ferita bruciava ed allora pensò di avvicinarsi a casa, cercando con lo sguardo Grazio. La zampa di Grazio non si materializzò e tenendola con l’altra, saltellando e rotolando cercò un riparo sperando d’imbattersi nella famiglia Galatioto, in giro alla sua ricerca. Dopo molta fatica, evitando lo scorazzare di alcune moto, entrò nell’aiuola  in faccia alla terza scala che conduceva all’appartamento della famiglia e si lasciò andare, sfinito sull’erba selvaggia aspettando che qualcuno aprisse il portone. Adagiato  nell’erbaccia, l’odore selvaggio di Grazio, le chiuse gli occhi piano piano e s’addormento nel suo afflato. La Trigaliso S.p.A. dirigeva il traffico ed aveva   il controllo del fenomeno pirotecnico. I ragazzi erano autorizzati, assicurati ed indotti ad esercitarsi agli  scoppi, oltre lo slargo. La sicurezza della cooperativa Arpe era stata consegnata sulla parola, alla Società Trigaluso. La proposta era stata avanzata al Presidente della cooperativa e la scelta era stata obbligata. Ogni condomino vi partecipava includendo la propria quota nella quota condominiale e la cooperativa dormiva sonni tranquilli. La Trigaluso S.p.A. aveva adibito il resto dello slargo ad uso discarica di rottami ed altro che non è concesso conoscere. La Trigaluso S.p.A. non  la necessità di alcuna autorizzazione. La Trigaluso S.p.A., dunque  aveva riempito il vuoto fino al muro di contenimento riservandolo a deposito d’ogni specie di cilindrata  d’autocarri, motorini ed auto, motozappe, grù, batterie esauste, lastre d’eternit, bidoni e copertoni. La vallata quel che non sarebbe riuscita ad assorbire, era autorizzata a smaltirlo nello slargo attraverso uno cilindro  metallico, seminterrato. La Trigaluso, appaltatrice  del lotto dell’asse del quarto chilometro, aveva l’impegno di mantenerlo pulito. La cooperativa Arpe, pur usufruendo del parcheggio e la salvaguardia dell’auto con un costo mensile, invero sostenibile, guardava lo slargo con tollerante polemica. L’odore nauseabondo, certi giorni di scirocco è invalidante, impedisce agli abitanti di respirare e tenere le nari in aria. Le promesse dell’accoglimento del proprio diritto, esplicate sotto le elezioni, riempiono il campo e raggiungono addirittura, la vecchia strada. La gente s’illude che qualcuno possa metterci le mani  ma sa,  al novantanove per cento che ognuno se ne starà alla larga. La percentuale lasciata, insomma è lo spiraglio per non costringersi a ricorrere alle armi per ottenere un  servizio pagato. Giorgio Cardì, però non riusciva a scansarsi dalle situazioni difficili che affliggevano la comunità. La guerra gl’insegnava che doveva moderarsi nel parlare. Doveva capire che non poteva caricarsi i mali del mondo sulle spalle. L’età che chiama alla guerra l’aveva trascorsa da parecchio tempo. Le lotte le aveva consumate senza lasciarne una irrisolta. “ Adesso basta “ si diceva “ largo ai giovani “ ma non sapeva tirarsi indietro. La sete di giustizia gli bruciava le mani ed andava in guerra. Le ossa rotte continuava a lottare. “ La guerra è l’arma della libertà. La pace non risolve alcun problema. L’uomo ha bisogno di sopraffare il proprio simile, il  più debole. Il giuoco del gatto col topo è un divertimento naturale e chi può ne approfitta. Secondo l’altezza lo pratica sul più basso con indifferenza. Adesso ne gode e si lamenta quando lo subisce. Giorgio, stanco della guerra e della vigliaccheria che l’umanità usa a difesa, a volte gli capitava di ritrovarsi

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a chiacchierare con il libro del catechismo Da bambino l’aveva imparato a memoria e la sua pratica  non gli era stata mai favorevole. Seppure non vi  aveva ricavato nulla di buono sapeva che poteva essere un buon gradino per sollevare l’umanità dal fango.  Lo teneva nascosto e se ne cibava in solitudine, specie quando il male s’appalesava e distruggeva le creature. La mattina alzandosi  controllava l’età e si diceva: “ Questa è l’ora, liberaci dal male “ ma messo piede in strada scendeva in campo e continuava a ferirsi. Non riusciva a starsene in disparte  A volte, secondo i moti dell’anima entrava in una dimensione superiore. La visione che gli appare è un campo col grano mietuto e battuto. L’avrebbe accettata al pari di una giornata di festa all’aria aperta, a rotolarsi nel fieno, a scherzare,  correre e giuocare con le figlie della Signora Piera  ed i figli della Signora Francesca, nell’agrumeto e nella vigna, sulla spiaggia e sul prato e nella Saja  a giuocare a carte e nella bottega del vino a bere con i padri, nonni e zii. Un viaggiatore appesantito dalla fatica cammina sotto gli alberi lungo i margini della strada. La Madonna della fonte attrae molti pellegrini che lasciano la  città e vanno a visitarla sperando di  trovare un po’ di frescura alla mente che brucia ed al corpo che zoppica. I Pellegrini cercano la sicurezza che la città manca di fornire loro. Ognuno è timoroso di frequentazioni, di conversazioni e si isola nelle mura domestiche, nella sicurezza del denaro. Giorgio lo ha visto arrivare e lo osserva con curiosità e forse è anche spinto a scambiare quattro chiacchiere. Ha bisogno, però di creare un’occasione. Quell’uomo potrebbe insegnargli qualcosa. La meditazione è un segno d’intelligenza ed ad ogni modo conserva il principio profondo del rispetto degli altri. Il grano a balle, situato ai margini del campo lungo un viottolo percorribile dall’asino, aspettava d’essere trasportato alla trebbiatrice ed insaccato. Il campo giallo del fieno rimasto aveva l’aspetto del sole abbandonato sulla terra. Il canto, il ballo dei ragazzi e delle ragazze riempiva l’aria di gioia e di speranza.. “ Se non  avessi pagato la bolletta, m’avrebbero pignorato anche i peli del culo “ disse a Giorgio  Salvatore Rotumma cercando le Camel nella vetrinetta della rivendita di tabacchi che aveva rilevato per la figlia. Giorgio si ritrovò con la sua voce negli orecchi e cercò di non ascoltarlo ma l’incanto si era trasformato in corsa. Il pellegrino era inseguito da un nutrito gruppo di leoni. Giorgio li minacciò con le mani cercando di tenerli a bada. S’industriava a fare il domatore e s’allontanava  seguendo il pellegrino che entrava sotto un pergolato. Le donne della casa chiamarono contente: “Giascomo Cocimore, vieni,  entra, accomodati, bevi, mangia qualcosa.” Giorgio tentò ancora una volta di fermare i leoni che ingobbirono le schiene, tesero le zampe e si fermarono abbassando gli occhi a terra dissolvendosi nel giallo che copriva il campo. Giorgio, guardò Salvatore Rotumma, dell’età apparente di oltre sessant’anni ma che anagraficamente aveva superato di qualche anno, la cinquantina, ritirò le sigarette, pagò e ritornò indietro dicendole: “ Il lavoro di contadino usura il fisico ma mantiene la mente abile al volo. “ Salvatore, non aveva nessun desiderio di disarmare. La figura paragonabile ad un vecchio tronco d’albero, si dilettava a torturare i nodi che lo irrigidivano. Allo stesso modo, conteneva la statura medio bassa, mantenendo il mento alto e lo sguardo diretto. Gli occhi ingrigiti ed un po’ arrossati si cullavano  sperando un domani migliore,  esprimendo una curiosità infinita per questo mondo che non riesce a mantenersi in pace. L’espropriazione forzata della terra per la costruzione dell’asse viario, gli aveva lasciato alcuni  momenti di rilassamento, avviandolo all’incurvamento. La colonna lombare gli conficcava gli stoici chiodi ma  non intendeva abbandonare l’ultima striscia di terra rimastagli. Il contadino ha la necessità che ogni mattina esca di casa e si rechi nei campi. La striscia coltivata e quei tre alberi di limoni rimasti, gli riempivano la mattinata e gli davano la forza di continuare a lottare. .Il serpente d’asfalto lo aveva alleggerito della potatura degli alberi, del lavoro della terra e  lo aveva affogato di dolore. La creazione dell’asse viario, doveva avvicinare la città di Lafoglia al resto del territorio. Il tracciato si è trasformato in un drago famelico e  secondo i giuochi di potere che man mano si sono succeduti, hanno squartato il territorio in tanti fazzoletti che impediscono  una coltura adeguata. Salvatore Rotumma , senza la sua terra, si sentì perduto. La sua bambina non poteva essere lasciata da sola e lui era rimasto senza lavoro.. Il danno che gli era stato

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procurato era enorme e doveva risolverlo. Cancellò ogni residuo timore e colse l’occasione offertagli da Giorvanni Panebianco. Il corpulento ed un tantino scorbutico Signor Panebianco era stanco e voleva disfarsi della rivendita di tabacchi. L’anziana compagna Gelsomina Tosabene che gli era rimasta a fianco senza chiedergli nulla, era morta da alcuni mesi. La sua mancanza gli pesava ed intendeva,  fino a che era in tempo di provvedere agli anni che gli restavano. Un turista di passaggio, nello scambiare qualche chiacchiera lo aveva informato di un ricovero per anziani e Giovanni Panebianco decise di lasciare la città di Lafoglia. Il contadino Salvatore Rtotumma, suo vicino di casa, è stato il primo a conoscere la decisione presa  dal Panebianco incontrandolo sulla porta aprendo la rivendita. Salvatore Rotumma, senza aver nulla per la testa, gli scappò di chiedergli: “ quanto l’hai valutata? “ Giovanni Panebianco, si girò a guardarlo con un sorriso alto e largo che neanche i folti baffi riuscivano a contenere e gli disse: “ Se vuoi comprarla ti farò un prezzo familiare. Sarà un regalo per quella benedetta figliola di Eliana ed io che non ho nessuno, voglio  parteciparvi. “ Salvatore Rotumma ringraziò Giovanni Panebianco dicendogli che gli avrebbe dato a breve una risposta e salutandolo ritornò in casa. Chiamò Eliana e con la libretta in mano che riportava i proventi della terra scippata ed i risparmi,  rilevò la rivendita. La figlia laureata in Economia e commercio non sperava di meglio e Salvatore capì che non tutto della vita era andato perso. La ragazza è la sua unica figlia, la speranza che mantiene in vita il padre. Eliana ha un bambino concepito con uno stupro. Svolgeva il lavoro d’impiegata presso un’agenzia di assicurazioni, senza busta paga, con uno stipendio forfetario e la promessa della regolarizzazione. Ogni sera,  chiudeva la contabilità, l’ufficio ed  andava alla posta. La raccomandata metteva in garanzia le polizze acquisite nel giorno e non poteva rimandare. Quella sera  il tempo previsto si dilatò a dismisura. L’impiegato dello sportello, per protesta  nei confronti del direttore, rallentava di proposito le operazioni. La sala stracolma allungava la fila in strada. Il tentativo d’abbassare le saracinesche si realizzò quando fu permesso ad ognuno d’entrare. La busta in mano, la “  massa di lavoratori “  malpagata è costretta a subire un orario prolungato e senza alcuna gratifica. La fermata dell’autobus è situata nella curva a cinquanta metri da casa. La strada è separata dall’agrumeto sottostante da un muretto in pietra mezzo scivolato ed Eliana scese ponendo molta attenzione a non mettere un piede in fallo e rischiare di cadervi. Qualcuno, però saltò dall’uscita posteriore dell’autobus o venne a piedi, la urtò e simulando uno scontro accidentale, la cinse nelle braccia e la trascinò nel buio del giardino. Sorpresa dalla violenza dell’uomo non riuscì a trarre dal petto neanche un grido. Sopraffatta rimase a guardare le stelle senza comprendere cosa le fosse successo. Quando riuscì a venire fuori dall’incubo mosse lentamente le mani tastandosi il corpo e si mise a sedere piangendo, pregando la Madonna. L’umiliazione e la vergogna la spinsero ad alzarsi, salire in strada e nascondendosi nel buio andare a casa. Eliana, salutò il padre seduto a tavola, andò in bagno, si tolse i vestiti e si lavò. Indossò l’accappatoio e prese posto alla sinistra del padre cercando nel piatto qualcosa che la mente le dichiarava perduto ma che lei non riusciva a decifrare. Eliana tentò di parlare col padre, cercando di ricordare quel che le era successo, appena scesa dall’autobus. Vedeva i frammenti colpire il padre in faccia e ritrovò la mamma che la confortava. Un male incurabile gliela aveva tolta che aveva quattordici anni e s’era appalesata nella disperazione. L’aveva cercata nel dolore ed era cresciuta col e nel rispetto del padre abbracciati nella sua assenza. Questa sera avevano ritrovato assieme a lei il coraggio di continuare ad amare l’umanità e quando il bambino manifestò la voglia della luce fu accolto con l’amore che si merita un figlio, un nipote, una creatura del signore. Il pianto si trasformò in un fiore strappato al vento e coltivato sulla finestra con la cura di un essere indifeso che ha il diritto d’essere cresciuto nel rispetto..

Il signor Salvatore Rotumma, camminava con l’orario di sempre e col buio usciva di casa ed andava a lavorare lo straccetto di terra che il serpentone gli aveva lasciato. Svolgeva il suo lavoro di contadino continuando a coltivare i prodotti in quadrati e rettangoli. Lo spazio andava

 

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razionalizzato per coltivare le varie specie secondo le stagioni e le esigenze. Un rettangolo apparteneva alla casa ed un quadrato a vendere ed il primo mattino gli restava nella zappa. La canestra  larga infilata nel braccio sinistro e l’altra alta nella mano destra, scendeva in città e disponeva la sua mercanzia di campagna alla vista della gente che passava. Il marciapiede era largo e l’accoglieva senza alcuna rimostranza con la complicità della bottega d’alimentari. che gli evitava l’irruenza dei Vigili Urbani e la maladispisizione del venditore di pesce che lo minacciava di denunciarlo.Gli bastava qualche ora o due per smerciare i prodotti freschi della sua terra con l’educazione e l’umiltà del lavoratore che conosce le varie esigenze di una famiglia a giornata.

Ritornava a casa, si lavava, faceva colazione e scendeva nella rivendita. La figlia saliva in casa e si alternavano giuocando con Melo. Salvatore guardava la figlia e quel bambino ed era contento. Giorgio Cardì sapeva la sua allegrìa e gli era di compagnìa, ma non era quello che stava cercando.  Il  desiderio che l’aveva portato alla rivendita non apparteneva alla sua voce e tanto meno al suo profumo. Un’ansia corrosiva lo prese alla gola e lo indusse a correre alla cooperativa. Si era chinato sugli scalini a prendere le sue cose e salire in casa quando la voce  ritornò a chiamarlo con la dolcezza che conosceva: “ Giorgioooooo, amore. Giorgiooooo, occhi miei.“ Giorgio con la busta ed il camice in mano alzò la testa e un soffio fragrante di gelsomino lo inebriò. Una figura di donna dal campo brullo, volando a mezza altezza, in una nuvola bianca trasparente, con la faccia nascosta in un velo azzurro, s’avvicinò fermandosi a qualche metro di distanza. Sorpreso, meravigliato, restò ad ammirare la sua bellezza. Qual fiore di ragazza gli stava sbocciando, Giorgio ne aveva la conoscenza. Quel sogno andava raccolto tale e quale ogni incontro di due persone che si amano e si desiderano.Il suo corpo, flessuoso  zampillava femminilità da ogni poro. Giorgio le andò sotto quasi a toccarle i piedi e la salutò: “ Buongiorno Signora. Benvenuta. Vi ho cercata  nel giorno e nella notte e sono ritornato a cercarvi senza stancarmi. Questa mattina mi ero distratto ma vi aspettavo. “ le disse e non ricevendo risposta, andandole ancora più sotto continuò a parlarle dicendole: “ Siete bellissima e vi amo. So anche se non so dirvi la fonte esatta che mi nutre del vostro nettare. Vi amo.

Vogliate concedermi la gentilezza di accompagnarvi? Scendete, voglio stringervi nelle mie braccia e cullarvi fino ad addormentarmi col vostro respiro.“ le disse esaminandola, scrutandole ogni piega del vestito che le si modellava sul corpo. Giorgio aveva smaltito la stanchezza e con gli occhi luccicanti d’emozione aspettava con gioia speranzosa che svelasse la sua faccia. “ Il mio nome lo sapete ed io conosco per quel che mi appare, la vostra bellezza “ le disse cercando di stuzzicarla, tentando di farla aprire un tantino per entrare nella velatura azzurra. “ La vostra dolcezza mi esalta “ continuò elevandosi verso di lei con l’indice della mano sinistra in alto con l’intento di toccarla.. La velatura lentamente si alzò e le scoprì il mento ed il naso ma all’improvviso la  memoria gli negò il suo nome. La  capacità di svelare l’identità, di manifestarle la sua conoscenza, le venne meno. Giorgio l’aveva perduta ma ogni volta la ritrovava allo stesso modo e ne godeva della sua fragranza. Le sue labbra posate lievemente, morbidamente l’uno sull’altro accennarono un lento moto  a schiudersi in un sorriso ma non andò oltre. Aprì, invero la sua voglia di corrispondere al desiderio di Giorgio, e mosse un passo a scendere. Giorgio la sentì a portata di mano ed allungò la sua dicendole: “ il vostro profumo è delizioso. “  Il cielo sereno ha fatto fiorire sul prato le margherite gialle e bianche “ gli disse lei senza muovere le labbra. Giorgio, con fare canzonatorio,  distolse lo sguardo e lo volse sul prato. All’improvviso, sotto i suoi occhi, l’erba spuntò dalla terra,  si alzò in alto con gridolii di gioia  ed in un  giuoco birichino, si accompagnò a  papaveri, fiori  blù e viola, gialli e bianchi, alti e bassi, con fusto esile e robusto. La forza dell’amore,  aveva debellato l’aridità del prato e dipinto dei colori del creato  tanto da diventare più rigoglioso di un campo curato dalle mani pazienti del contadino. Le piante, ad un tratto furono colte da un’eccitazione straordinaria e si mossero in una danza classica sulle ali di una musica divina ed andarono a ballare con vespe ed api, insetti ed uccelli ed altri esseri striscianti. Giorgio illuminato dalla bellezza e dalla giocosità che aveva assunto il prato, con tolleranza, rivolse gli occhi verso il suo desiderio e con la voce dubbiosa di chi non ha afferrato il senso, le disse: “ Questa non è una risposta,  “ cercando un segnale

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esplicativo. Un respiro affannoso, invero lo avvolse in una corsa senza passo ma che gli spostava l’equilibrio. La memoria gli si era accesa e la visione si era aperta con una infiorata che aveva lasciato scendere la Signora Mega Capotosto. “ La tua solarità illumina la mia notte “ le disse Giorgio d’un fiato prendendole le mani. Mega gli prese le sue e guardandolo con un sorriso ammiccante, gliele portò sui suoi fianchi, alzandole fino alle ascelle, tirandosi al seguito la veste, scoprendo le cosce candide, tornite, fino a mostrare le mutandine. Giorgio afferrato da una forza imperiosa allungò la sua altezza perdendone addirittura il controllo. L’aria che gli stava sopra, però lo soccorse trattenendolo , proteggendolo dal cavallo dei pantaloni.Giorgio seppure a fatica, ssorbì l’impatto con malcelato stupore e scese a terra. Le mani di Mega, invero ondeggiavano   sul suo corpo trascinandolo in una ridda di note vibranti. Ad un tempo le mani di Giorgio,  vennero in contatto con le asole e gli occhielli della sua veste e le dita tremanti, manovrarono con la loro complicità ad insinuarsi dentro fino a metterle a nudo il petto. Il seno piccolo e caldo, chiuso nelle sue mani lo riempì dell’emozione del focolare domestico. All’improvviso, il tempo gli suonò l’allarme e madido di sudore, con la stanchezza che gli faceva tremare le gambe, lo sciolse da quell’aria di sogno e lo riportò alla sua condizione. Giorgio s’avvide e capì d’esser stato colpito da un abbassamento di glicemia. Senza forze e con le pupille dilatate guardò il prato, gli agglomerati popolari oltre la vecchia strada occupati abusivamente e quasi ogni giorno presi d’assalto dalle sirene inconfondibili delle forze dell’ordine, la lunga macchia scura dei rovi ed inseguito dai canti delle suore del convento “ i  figli di Maddalena,  “  si trascinò in casa. Alzò la serranda della cucina, aprì la finestra e chiuse la luce artificiale che quella del sole lo rendeva gioioso. S’arrampicò allo sportello del vano del mobile alto della cucina nel quale teneva la zuccheriera e vi tuffò senza cognizione il cucchiaino. Aprì la bottiglia dell’acqua che teneva sul piano ed appiccicandovi un bicchiere ne versò quel che potette e la bevve d’un sorso con l’intento d’accelerare l’effetto dello zucchero e raggiungere in meno tempo il cervello. Quando la stanza iniziò a dar qualche segno d’equilibrio, Giorgio trasse dalla busta la scatola degli antiglicemizzanti ed inghiottì con dell’acqua una complessa. Mise al suo posto la zuccheriera e trasse fuori la scatola dei biscotti mangiando. Riempì la caffettiera di una tazza e mezza che teneva sul piano della cucina, di caffè e sentendo le pupille restringersi e ritornare a mettere a fuoco le cose, la mise sul fornello piccolo a fiamma bassa e svuotò la busta di carta dei resti e dell’occorrente della cena. Giorgio amava la pulizia ed ordinò nel rispettivo cassetto, la scatola degli antiglicemizzanti orali, il pacco col resto dei biscotti,  il  pacchetto di sigarette di scorta, e nel lavandino a lavare,  la tazza del latte, il cucchiaino ed il coltello con il manico di  pannocchia che aveva ricevuto in regalo comprando in offerta un pacco di pomodori pelati. Spense il fornello sul quale la caffettiera borbottava e versò nella tazzina a muso sottile metà del suo contenuto e si sedette sul divano. Il caffè gli piaceva caldo e lo beveva  a piccoli sorsi ma all’improvviso, l’intestino lo affrettò. L’ipoglicemia che gli aveva gonfiato l’addome stava scatenando il suo effetto. Il disagio si manifestava con coliche addominali. Giorgio, consapevole del rischio,  bevve l’ultimo sorso, prese una sigaretta, l’accese e corse in bagno inseguito dai secondi che gli si accorciavano senza scampo. Seduto sulla tazza col fumo che gli volteggiava nell’aria e saliva al tetto cercando d’uscire all’aperto, venne allo scoperto. Mega gli mancava e non riusciva a convincersi che l’aveva perduta ed aspettava la sua presenza al pari di un ragazzo la festa dei morti..

La cooperativa Arpe, non l’aveva accolto con gli squilli di tromba. Il suo ingresso nell’appartamento al terzo piano della scala “ primavera “ aveva  arrecato contrarietà ad alcuni soci non identificati. L’appartamento consisteva in tre vani con cucina, bagno ed ampio terrazzino con prospetto sul prato. Quell’appartamento gli aveva recuperato un sogno che negli anni gli si era evaporato in mano. Lo sforzo mensile d’accantonare un capitale decente cozzava con l’ascensione continua dei prezzi. La penuria di case chiudeva il cerchio. La città ammorbata dalle ciminiere, dai negozi e dai malavitosi, impediva ad un lavoratore specializzato della sanità, qualsiasi approccio. Il valore d’acquisto dello stipendio si decurtava ed arrivava a  fine mese quasi a pareggio. Giorgio

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conduceva un’esistenza morigerata e trascorreva le ferie estive in casa dei genitori. Il villaggio nel quale era nato e l’aveva costretto a cercare lavoro altrove, restava comunque il luogo preferito. La speculazione selvaggia l’aveva sconvolto, però restava il suo  punto di riferimento Giorgio non riusciva a ritrovare i posti dell’adolescenza ed a malapena qualche coetaneo. La spiaggia abbandonata a se stessa ed alla maleducazione dei vacanzieri degrada  con i liquami fognari che scendono al mare e d’inverno trasformano il prato in un acquitrino. L’aria pulita e la bellezza del mare, invero per Giorgio erano la culla, l’attrazione e la terapia al male che la città distribuiva in silenzio a piene mani. Lo stipendio era sparito e l’arrivo dell’altro alimentava la promessa. Il mese se ne andava sconsolato e gli anni con lo stesso incedere ed ogni traccia del desiderio  si era trasformata in Giorgio in uno di quei giuochi che si fanno da adolescenti per archiviare la giornata. L’affitto senza parlare,  tagliava chirurgicamente, lo stipendio a metà. La bolletta di luce, telefono, acqua e spazzatura appesantite da balzelli e barzellette volgari che superano oltre ogni misura il consumo,  bruciavano a fuoco lento un’altra buona parte con la tassa per una televisione mortificante, con quella per un albo che non tutela, non permette la libera professione e serve a quattro bacchettoni di sedere su delle poltrone per giuocare al computer. La tassa di circolazione, benzina e sigarette e l’alimentazione chiudevano miseramente il bilancio in rosso. Le notti e qualche emolumento tentavano di raggiungere il pareggio e ravvivavano il davanzale della finestra con una pizza od una cena alla trattoria casalinga. L’amicizia di Nicola Lotaro, lo indusse ad entrare a fare parte della sua compagnia. L’affetto di Nicola Lotaro eera commovente e Giorgio non riusciva ad esimersi ad accettare i suoi inviti pur se la solitudine lo attraeva con la promessa della lettura e della scrittura. L’incontro e la conoscenza di Fabio Folano e del fratello maggiore Paolo concesse a Giorgio la possibilità di riflettere. Fabio dell’età di circa ventidue anni, con la sua allegria e simpatia lo indusse a comprendere che l’esistenza non si abbandona a se stessa. La rete di fili che circonda ogni essere ha bisogno d’essere curata, riparata, tenuta in ordine e quel che accade in bene ed in male al nostro organismo dipende dalla nostra conduzione ed in parte da fattori sconosciuti. La fase scatenante, comunque è imputabile all’esterno e questo è il nemico da combattere. Le attività svolte dall’uomo devono rispettare le regole affinché non accada nulla di anormale. Se invece l’uomo è dedito solo al profitto e si prende giuoco delle regole, distraendo e corrompendo i servitori della legge od i Rappresentanti del popolo che non legiferano per il bene collettivo, il male sopravanza ed il danno diventa irreparabile. Fabio, dunque gli divenne un fratello minore e quando gli comunicò che  saltuariamente, accusava dei dolori lancinanti alla schiena, Giorgio scherzandoci sopra, lo invitò in Ospedale per una radiografia aggiungendo ridendo: “ per quello che vale ed offrire all’ortopedico un approccio altrimenti non ti visita. “ Fabio, però si fece attendere per oltre un mese  e la cena successiva Giorgio lo invitò in Ospedale dicendogli: “ Sarà questione di qualche  minuto e ti prometto che alle noccioline non ti accadrà nulla. “ La radiografia. alla colonna dorso lombare non aveva alcuna capacità di scoprire qualcosa di eclatante ma poteva servire di base per eventuali ulteriori indagini. L’Anaggioto, invero ebbe la visione di un mostriciattolo incastonato nella dodicesima vertebra dorsale e la prima lombare. Lo vide  rosicchiare con una famelicità straordinaria. La visione che ebbe fu sconvolgente. Il mostriciattolo, però si nascondeva alle  radiazioni X ma Giorgio aveva la vista penetrante e lo intercettò. Giorgio volle,  comunque darsi un’opportunità perché era incredibile la sua supposizione. Sapeva che con la radiologia tradizionale, i raggi X  hanno una capacità limitata. La percentuale di penetrazione per la scoperta del male è inferiore alla metà ma pur nonostante, cercò di stanarlo. Giorgio, invero sapeva che era là e gozzovigliava. Gli era apparso e la visione non lo aveva mai tradito. Sperava che fosse un allarme infondato ed effettuò le proiezioni più disparate. Le invenzioni delle proiezioni, però lo stancarono senza cambiare il risultato e sgomento si arrese. I raggi X non avevano la capacità di portare il mostro alla luce e gli consigliò di approfondire le indagini strumentali oltre a quelle di laboratorio in un centro sanitario di provata esperienza e serietà. Giorgio spiegò a  Paolo, il fratello

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di Fabio  che la sua visione era una probabilità e da non tenere in conto, però di prenderla con serietà. “  La prova è una verifica della buona salute “ gli disse. La visione del mostriciattolo, invero gli scoppiava nelle tempie nel precario tentativo di negarlo. La partenza di Fabio lasciò in Giorgio un senso di vuoto, d’impotenza e pur cercando di ragionare concretamente, non riusciva a togliersi dalla mente “ il male. “ Il mostriciattolo gongolante che mangiava il midollo vertebrale di Fabio,  gli saltava negli occhi e lo beffeggiava invitandolo addirittura a pranzo ed a cena. Le indagini, invero  scoprirono il mostro e lo bombardarono. Fabio, debilitato e con l’evidenti conseguenze della terapia d’urto, dopo alcuni mesi ritornò a casa per risollevarsi dal ciclo e riprendere il successivo. Giorgio accompagnato da Nicola,  altrimenti non raggiungibile a causa della non conoscenza delle viuzze,  andò a trovarlo. Fabio lo accolse con riconoscenza e gratitudine e scherzò con la consapevolezza della guerra, su quel “ bastardo “ che cercava di farlo fuori. “ Lo vincerò. Lo condurrò alla fame,  lo metterò a tappeto e vi passeggerò sopra pungolandolo con la punta dell’ombrello di mia madre “ gli disse mangiando con voracità un grossa fetta di carne arrosto al sangue. “ Ritornerò più in salute di prima “ gli disse: “ Andremo a cena e me lo porterò al guinzaglio. Voglio farlo vedere agli amici ed ai conoscenti, ai parenti ed anche agli sconosciuti. Desidero che la gente lo conosca. La gente deve sapere che il nemico è stato vinto.” Paolo che gli stava alle spalle lo incoraggiata e lo spronava a non arrendersi. “ Questo nemico non ha diritto di cenare alla nostra tavola. “ disse Paolo stringendo nelle braccia la madre che piangeva. “ Il tuo ritorno sarà una festa ed organizzerò un mini torneo di calcio. gli disse unendosi al coro Nicola. Giorgio, però si sentiva a disagio. Quell’allegria gli mostrava i segni della tortura ed andandosene, seppur dicendogli: “ Sarà  la cena più bella, “ esitò nel dirgli “ a presto. “ ritrovandosi negli occhi, all’improvviso, il mostro seduto a tavola con coltello e forchetta in mano e tovagliolo al collo, che mangiava lesto e con soddisfazione, il midollo di quel ragazzo. Un sabato mattina, Giorgio approfittò del giorno libero e  guidò la macchina dall’elettrauto. L’impianto frenante anteriore destro lo teneva in apprensione ed aveva preso appuntamento per quel giorno con Andrea Mazzagatti. Il  titolare dell’officina chiamò il lavorante e gli affidò l’auto. Mauro salì in macchina e la portò dentro posteggiandola sull’elevatore ed alzandola, smontando la ruota anteriore destra alla ricerca del problema. Giorgio restò a guardarlo manovrare ma annoiato dal silenzio di Mauro, uscì sulla porta a fumare richiamato da Andrea e dall’arrivo di Paolo Folano. “ Mauro “ chiamò Andrea che con gli attrezzi in mano si girò ad ascoltare. “ Manco un’oretta. Andiamo con Paolo al quarto chilometro. “ gli disse e rivolto a Giorgio “ Sali, facci compagnia. Ad ogni modo,  la macchina non sarà pronta prima del nostro ritorno. “  La circolazione viaria non presentò alcuna difficoltà e quasi quindici minuti dopo erano sul luogo. Il serpente aveva terminato le contorsioni abitudinarie e si era quietato. La strada che conduce alla cooperativa Arpe era libera ed il prato non presentava alcuna attività. Paolo, Andrea e Giorgio, dunque posteggiarono nello slargo a lato dei cassonetti, allineati al muro dell’asse viario e si allontanarono verso le costruzioni. Giorgio, meravigliato,  seguendo gli amici, si girava verso i cassonetti che l’uno accanto all’altro, puliti da sembrar che fossero nuovi, erano  in attesa di ricevere i rifiuti diversificati. I disegni semplici ed accattivanti sul davanti che richiamavano  i cittadini all’osservanza ed al rispetto della natura, induceva Giorgio a riflettere e dirsi che in fondo “ gli amministratori hanno una buona espressione “ e  non è spiegabile il risultato. Il comportamento dichiara l’incontrario e sarebbe bene che ogni cittadino vigilasse sui loro atti ed in caso di errore li richiamasse con le buone e con le cattive all’immediata correzione. Ogni distrazione cade sul cittadino che paga le tasse e nessuno si deve permettere di giuocare con i soldi degli altri. L’ingresso della scala Primavera era pieno di sole ma Paolo entrò al passo di un cavaliere che sta andando a recuperare la carcassa del proprio cavallo. La porta di sinistra del terzo piano li accolse senza alcun sorriso neanche di circostanza. “ Questo appartamento sta cadendo nelle fauci della banca. Il mutuo che ho contratto non posso onorarlo. Gli alimenti che sono costretto a dare alla mia ex-moglie mi hanno dissanguato. La bambina non deve soffrire anche se non è mia figlia.

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Questo peso mi è gravoso. “ disse Paolo introducendosi e conducendo gli amici sul terrazzino. Quando ad un tratto, sulla soglia della cucina, si girò e rivolto a Giorgio gli disse: “ Ho un’idea. Giorgio, se tu volessi  questo appartamento potrebbe essere tuo. I soldi dell’affitto li utilizzi per pagare il mutuo. A me basta recuperare le spese che ho contratto. Se vuoi puoi darmeli quando sei in grado, so che non mancherai di soddisfarmi a tempo debito. Giorgio,  accetta e  mi farai contento.  La banca non deve avere questa casa. “  Giorgio non riusciva a coordinare i pensieri che gli saltavano nel cervello. La contentezza di diventare proprietario di una appartamento si scontrava col dispiacere di toglierla a Paolo. La banca, invero gli stava saltando sui piedi e le sue finanze non erano idonee a sollevare la situazione. Il coraggio, però non gli mancava ed il desiderio dell’appartamento l’aveva cullato per troppo tempo. “ Quest’offerta mi onora. Mi stai ridando il  sogno che avevo perduto.“ gli rispose Giorgio.  “ Saprò cogliere l’opportunità che mi stai offrendo. La settimana prossima, comunque  ti darò la risposta. “ gli disse ancora. “ Questa proposta mi ha preso di contropiede. concedimi il tempo di metabolizzarla.. Ad ogni modo, la banca non avrà quest’appartamento. Paolo, ti sarò debitore in ogni caso. “ gli disse Giorgio abbracciandolo. “ Fabio ne sarà contento. Sei il migliore amico di mio fratello. “ gli disse Paolo. Giorgio commosso l’abbracciò ed entrò nel terrazzino accendendosi una sigaretta. Il fumo in piccole volute si alzò nell’aria e disegnò dei cerchi.  Giorgio con la sigaretta nelle dita a mezz’aria, restò a guardarli. Il suo sguardo si dilatò a dismisura e li inglobò conducendoli nella dimensione voluta. Li scandagliò e vi si immerse  penetrandoli con la delicatezza e l’amore che gli è propria. Il segno l’aveva letto e scosse la cenere della sigaretta e fumò dicendo: “ Ogni persona è obbligata a camminare. La speranza ha il diritto d’essere alimentata. Ogni giorno bisogna accudirla affinché non si spenga. Qualcosa, a tempo debito e quando meno l’aspetti, accade e cambia l’esistenza condotta fino a quel momento. Ogni avvenimento, invero  nasconde al suo interno, “ l’orto della nonna. “ Questo spazio situato a margine della strada ha un suo ritmo. L’evolversi quotidiana dell’attività, non ha alcun condizionamento. L’esterno non ha la capacità di introdurvisi. L’isolamento è assoluto e le specie si governano senza intralci. La gallina becca nella terra e cammina. Il gatto sonnecchia nell’incavo del ramo del fico. La lucertola espone al sole,  la sua faccia fino alla coda.. La rana rimane nell’ombra in vicinanza dello scarico della grondaia e beffeggia gli insetti. Le cipolle alzano le code dalla terra ed anche gli agli, le patate e s’ingrossano ognuno a suo modo, sotto la terra. Il sedano ed il prezzemolo allungano i rami con le foglie ed i pomodori scendono dai rami appoggiati alle canne. Giorgio lesse e cantò a squarciagola nell’orto tenendosi con una mano al ramo più vicino del fico. Osservò i passeri volare cinguettando ed il gatto a sonnecchiare. Scoprì una ragione diversa e riprese in mano con vigore, la sua esistenza. Al seguito di Paolo ed Andrea scese all’auto con le chiavi dell’appartamento in tasca ed una scultura in ferro battuto. Paolo si era trasferito in casa della mamma e non intendeva protrarre il rapporto con quel luogo. La campana del Convento “ I Figli di Maddalena “ batteva mezzogiorno quando s’avviarono verso la città di Lafoglia. Mauro, verificato l’auto l’aveva posteggiata sulla strada. Giorgio sollevò le mani in alto, salutò e stava per salire in auto e ritornare al proprio domicilio quando uscì dall’angolo e venne sulla strada la moglie di Paolo con la bambina. Giorgio d’istinto ripiegò sul sedile nascondendosi. La bambina si sciolse dalla mano della madre e corse incontro a Paolo chiamandolo: “ Papà. “ La madre, però riuscì ad acchiapparla per i capelli impedendole di proseguire. Giorgio era terrorizzato. Vedeva la bambina gridare dal dolore e Paolo con gli occhi che gli scoppiavano nel guardarla. Una tempesta di frasi ingiuriose intrite di scaglie di pietre,  legni  e dell’immondizie della strada  volarono a sbattere da una faccia all’altra. Giorgio, afferrato dalla nausea fu colpito allo stomaco ed aprì quel tanto che gli era utile, lo sportello e vomitò. Quando alzò la testa, scorse Paolo appoggiato al tetto della sua auto. Le grida della bambina che si perdevano in lontananza. Avrebbe voluto scendere ed andare a confortare Paolo ma pensò che ogni parola ha l’effetto d’allungare la sofferenza e decise d’accendere il motore dell’auto ed avviarsi verso casa. Lanciò un lieve, sommesso colpo di tromba

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e svoltò l’angolo immettendosi sulla strada principale. Giorgio andò in banca ed all’impiegata dell’uficio preposto chiese un piccolo prestito e la scopertura sul conto corrente. La convenzione stipulata dall’Ospedale con la banca contemplava per il dipendente accreditato, questro servizio e Giorgio Cardì non ne aveva mai usufruito. L’impiegataadetta, lo accolse senza un sorriso e lo lasciò all’impiedi allontanandosi dalla stanza. Ritornò con comodo e con una calma arcigna negli occhi gli pose nelle mani, una pila di carte da firmare minacciandolo con richieste di referenze e garanzie patrimoniali. Giorgio si sedette sulla poltroncina messa di traverso alla sinistra della scrivania e deglutì l’insofferenza che gli era salita alla gola. La osservò con l’intento di sbatterle sul muso il suo nugolo di garanzie ma resistette, però  per l’alterazione in corso, con voce un tanto scorbutica  le disse: “ Mi conduca dal direttore. Voglio parlare col direttore “ intendendo chiedere il rispetto dei diritti che la convenzione accordava ad ogni dipendente canalizzato. L’impiegata, indispettita e senza profferir parola, si alzò dalla poltroncina, aggirò la scrivania ed uscì dalla stanza. Giorgio la guardò andare e non si mosse. “ La Dottoressa Aguglia,  ha sbagliato pratica “ gli disse un impiegato alzandosi dal tavolo, dal fondo dell’altra stanza. “ Venga, si accomodi. Rosato. “ si presentò porgendogli la mano a stringere. La pila di fogli della dottoressa, passando nelle mani del Dott. Rosato, dimagrirono in modo spaventoso. Le garanzie richieste si eclissarono e Giorgio si preoccupò per il paio di firme richieste che vi appose con cautela. “ La pratica è pronta. “ gli disse il dott. Rosato. Sorpreso Giorgio gli chiese: “ Abbiamo terminato? “  Il dotto. Rosato, raccogliendo le carte, sorridendo con simpatia gli disse: “ Domani il suo conto è accreditato del prestito e potrà usufruire della scopertura stabilita. Arrivederci e tanti auguri. “ Gli porse la mano ed amichevolmente l’accompagnò per le scale fino al piano. “ Lieto. Grazie ed arrivederci “ gli disse Giorgio scivolando lungo il bancone verso l’uscita. Aspettando il semaforo verde della cabina girevole, lo vide attraversare le scrivanie, le postazioni dei colleghi agli sportelli ed a fatica metabolizzò che nei momenti più alti del “  rigetto umano, “  qualcuno viene in soccorso e salva l’obbligatorietà della convivenza alla quale ogni individuo,  volente o nolente,  è sottoposto. Giorgio, soddisfatto scese sul marciapiede ed accendendosi una sigaretta rientrò a casa per prepararsi da mangiare ch’era di servizio pomeridiano. Una settimana, dieci giorni dopo, Giorgio e Paolo avevano concluso la parte burocratica. Il ricorso di Giorgio all’aiuto dei genitori, concluse ogni ulteriore pendenza con Paolo. Giorgio, dunque provvide a rendere abitabile l’appartamento con letto e cucina ed alcuni giorni prima che finisse il mese, vi prese possesso. La casa conferiva stabilità alla sua esistenza. Aveva, dunque la certezza di un tetto dove rifugiarsi senza la paura che qualcuno potesse dirgli d’andare a cercarsi un altro posto. Varcata la soglia e chiusa la porta ogni problema era soppresso. Archiviò la disputa con il proprietario dell’appartamento in affitto che rimandava continuamente la sostituzione del blocco idraulico del bagno, della porta d’ingresso malsicura e qualche altro inconveniente strutturale promesso e mai onorato.. Degradò alla venialità gli atti stupidi, le meschinità, le provocazioni, le angherie  dei colleghi di lavoro. “  La stupidità frustra l’individuo che per recuperare prestigio, provoca, crea dispute, cerca d’intimorire, creando addirittura le guerre. “ diceva, rendendosi conto che anche queste persone con questa caratteristica, sono parte integrante della società. Giorgio, dunque smise di sopportare, saturo di tolleranza, scoppiò di sicurezza e con la saggezza acquisita evitò ogni lite. Fabio qualche giorno dopo era ritornato a casa e programmava con Nicola e Paolo la cena di ringraziamento e d’amicizia. L’incontro di Giorgio con Fabio fu alquanto sofferente.  Giorgio non riusciva a non vedere il male che continuava a straziargli il midollo ridotto ormai ad un filino. La casa dei genitori di Fabio aveva un cortile spazioso e la morte sedeva poco discosta dal centro. L’appuntamento con il notaio  per stipulare il contratto era stato preso. Giorgio ne aveva sentore e ripassava sulle dita, i segni premonitori. L’uscita di casa si manifestava sulla porta, sulla parete adiacente e con l’esuberanza  iconsapevole della tragedia, Giorgio cercò d’allontanare la villanìa del male occulto sul cofano della macchina di Paolo che si straziava con la bambina in braccio. La madre si era allontanata con una

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commissione urgente da sbrigare. La Signora Peppina non aveva mai accettato la convivenza di Paolo con quella tossica. La bambina, però era un angelo e le era tanto affezionata. Quando non la vedeva le mancava fino a stare male. Carolina, invero frequentava con oculata parsimonia,  la casa della “ suocera. “ Si teneva lontana  per mesi e compariva all’improvviso per lasciarle la bambina. Paolo, con il suo lavoro di Tecnico petrolifero, mancava per mesi operando essenzialmente con società estere. A volte, Carolina si assentava anche per una settimana intera senza dare alcuna notizia. La madre di Paolo, cercò di capire, di conoscere le abitudini di quella ragazza, l’euforia che indossava  ritornando a prelevare la bambina. L’afferrava per il braccio e la trascinava via senza salutare. La Signora Peppina le guardava andare  con diffidenza  e soffriva per il figlio e la bambina. La rottura del rapporto, però la sollevò pensando alla liberazione del figlio ma preoccupata e con dolore pensò alla bambina. La sicurezza di Giusi sarebbe stata messa in pericolo. Carolina, non avrebbe avuto la bontà di fargliela vedere. La signora Peppina le si era affezionata ed anche tenerla  per pochi minuti e saltuariamente, le avrebbe dato conforto, avrebbe potuto constatarne la crescita, provvedere per quanto poteva a sostenerla. Quella sera Carolina,  però con la fatalità degli eventi parossistici, aveva messo la bambina addormentata nella macchina di Paolo ed era fuggita. Carolina non si era stabilizzata e né distaccata dalla provenienza. Paolo le era servito per paravento e la lontananza gli aveva impedito di rendersene conto. Paolo l’aveva raccolta alla stazione ferroviaria sotto le feste di Natale. La bambina, stava seduta per terra e giuocava con pezzi di carta, bicchieri di plastica e lattine vuote. Carolina, strafatta boccheggiava sul sedile avvolta in una tunica sporca. Paolo, stava ritornando a casa da un ingaggio con l’ultimo treno passeggeri in transito. La pietà lo travolse e la mise su un’auto di servizio pubblico e l’accompagnò in Ospedale. Lasciò il suo recapito e riferì d’essere il marito portando a casa la bambina che aveva bisogno d’esser pulita, vestita, nutrita e protetta dall’incuria nella quale la manteneva la madre. La Signora Peppina, abbracciato il figlio, senza chiedergli nulla, s’occupò della bambina e la mise a letto. Nicola Lotaro, inserviente all’ospedale e condomino della cooperativa Arpe, invero con molta delicatezza, gli raccontò il resto.“ Paolo non è sposato con Carolina e la bambina è figlia di un altro uomo soprannominato “ cartina.  “ L’uomo, invero si chiamava Puccio Abate, viveva d’espedienti. spacciava e vendeva sigarette. La professione di spacciatore che gli era rimasta a seguito della stretta sulle bionde, non gli aveva  portato il benessere sperato Fu trovato dai cani,  ai piedi di una montagna di spazzatura nel campo roccioso degli agglomerati,  rimasti relitti ed occupati abusivamente,  dell’edilizia popolare, oltre la strada vecchia del quarto chilometro. Il fuoco l’aveva reso,  quasi irriconoscibile. Il guardiano della Trigaluso S.p.a. – esattore della cooperativa Arpe, lo riconobbe da lontano e sparse per il prato e la strada senza tralasciare gli abitanti abusivi delle case popolari, i ragguagli per identificarlo. Nicola, invero non ritenne opportuno svelare a Giorgio il  nome del mandante e degli esecutori ma l’arcano era a conoscenza di ogni cittadino e dei loro custodi. Le forze preposte alla sicurezza ed alla sorveglianza, però par che non riescano a superare la barriera del convento dei “ Figli di Maddalena “ con la muraglia di rovi e canne. Le persone colgono l’occasione e no parlano neanche fra loro. “  Questa non è omertà e autodifesa.” gli specificò Nicola. Qualche sortita le forze dell’ordine, invero la fanno alle povere persone  che occupano gli scheletri. Una variegata umanità che tenta quotidianamente di sopravvivere arrangiandosi nei mestieri più disparati per racimolare qualcosa da mangiare nel tentativo d’accudire la propria famiglia. Le “ case “ aperte e senza neanche una fontanella per lavarsi, erano state adibite a rifugi occasionali di prostitute, drogati e la malavita defecava ogni tipo di scoria. Occupate  abusivamente sono state riparate ed adeguate dagli stessi a civile abitazione. Parallelamente alcuni residenti risultano essere i precedenti avventori. Gli abusivi sono costretti a subirli ed ad ogni modo la pulizia appartiene ad altri individui pagati dalle tasse dei cittadini. Loro hanno spazzato il loro giaciglio impedendo che topi, cimici e blatte vi prosperassero indiscriminatamente. Lo sbarramento che hanno creato con mezzi di fortuna, ha bisogno d’essere rafforzato e non abbattuto. Questi assalti, anche se sporadici tengono in apprensione questi poveri

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cristi ed un giorno o l’altro va a finire che ci casca il morto. Dovrebbero aiutarli a sistemarsi, chiudere gli spifferi, rinfrescare i muri, dotarli di qualche infisso, dei servizi igienici e della  rubinetteria, allacciarli alla fogna, sistemare la strada, asfaltarla ed allontanare la discarica anzichè assaltarli alla stregua di bestie feroci. Il loro sogno, invero è la regolarizzazione delle residenze, considerarli cittadini ed essere dichiarati conosciuti.  L’appartamento comprato da Giorgio e nel quale aveva preso alloggio, invero è invidiato. Il  parente prossimo del Segretario della cooperativa, aveva tentato di venirne in possesso. La Signora Carolina Calanna, la convivente di Paolo Folano, invero era stata circuita dall’esimio Signor Giacomo Amoretto. Le aveva dato alcune banconote che non coprivano, addirittura le sue prestazioni e le aveva fatto firmare dei fogli facendo carte false col notaio Guizzano. La sera dopo cena, andava a cercarla col regalino in mano. Lei gli apriva sorridente e si lasciava spogliare senza chiudere la porta. Gli amici con alcune bottiglie di vino, la pizza ed un giocattolo per la bambina, lo seguivano dimorando nel suo letto fino all’alba. Il Signor Paolo Folano tenuto lontano da casa dal lavoro, era all’oscuro dell’imbroglio. Il ritorno dall’ingaggio, lo mantenne sulla soglia della porta. La convivente che chiamava moglie, non gli consentì d’entrare. Paolo sentiva la bambina avvicinarsi alla porta e chiamare la mamma. L’ingresso, però non mostrava alcun interesse a farlo entrare fino a che non decise di chiamare un fabbro. L’incuria e l’indecenza dell’appartamento con la bambina malnutrita e sporca lo fece adirare fino a fratturarsi il terzo e quarto metacarpo della mano destra. Non intese però metterla alla porta e rimboccatisi le maniche cercò di riordinare l’appartamento, disinfettarlo e disinfestalo. Le mani, invero gli tremarono quando venne  a conoscenza del raggiro. Il  proposito di Paolo,  di denunciare il Signor Amoretto ed il notaio Guizzano, gli causò perfino minacce. Il Signor Amoretto, però si fumò le carte col notaio e non tentò di diventarne il proprietario per donarlo alla figlia,  prossima sposa. Il notaio Guizzano, per cancellare quella brutta esperienza, promise a Paolo che avrebbe messo il suo studio a disposizione per un eventuale atto di vendita senza pretendere la sua parcella. Paolo non accennò a venderlo ma non intendeva trascinarsi questa storia ed andò via senza dire nulla. La decisione di vendere l’appartamento la prese qualche anno dopo e fu soprattutto un atto dedicato a Fabio. Il fondamento sul quale si sosteneva gli gridava: “ Ben Fatto. “ Il signor Paolo Folano era innamorato della Signora Carolina Calanna e l’avrebbe condotta, perfino a nozze. Le voci incontrollate gli parlavano male di Carolina. La gente, senza farsi pregare gli diceva che Carolina  era una “ zoccola. “ ed alla madre che Paolo non meritava, di cadere in quelle braccia morse dalle siringhe e con moltissime probabilità che il sangue fosse infetto. Qualche amico s’azzardò a fargli conoscere l’opinione corrente sulla sua promessa sposa ma Paolo soffriva d’acusìa, anzi s’allontanò da quello “ stronzo. “  La donna che chiamava  “ bottana “ calunniandola era  la sua convivente  e nessuno doveva permettersi di fare alcun apprezzamento e rimarcava: “ né in positivo e né in negativo. “ Paolo sapeva, per quello che lei gli aveva raccontato, che Carolina soffriva. La morte del marito a causa del fuoco amico, l’aveva sconvolta e con una bambina a carico si era arrangiata. Il vizietto, invero aveva contribuito a diminuire il suo degrado. Carolina, però gli aveva promesso di riordinare,  con il suo aiuto, la conduzione della sua esistenza ed avrebbe riposto l’attenzione necessaria alla bambina. Gli amici, dunque se gli volevano bene e lo rispettavano, dovevano accettarla. Carolina aveva sofferto ed aveva bisogno di rispetto.Gli amici che gli volevano bene e lo rispettavano,  visto vani i tentativi di salvarlo da quella “ troia, “  pensarono di architettare una serata folcloristica  e fargli scoprire il lavoro che svolgeva Carolina Calanna. L’amico  Paolo Folano era in attesa di un ingaggio che con alta percentuale sarebbe avvenuto con l’estero. La sua attività di Tecnico Petrolifero, gli prendeva parecchi mesi all’anno e lo costringeva  a stare lontano dalla città di Lafoglia. Una cuccagna per la scelleratezza di Carolina e cercarono di guardargli  le spalle. Paolo  non riusciva ad aprire gli occhi sulla posizione della propria donna. Beveva ogni sua scusa alla stregua di acqua sorgiva. La casa era stata arredata, mancava la data del matrimonio. La conferma e l’invio degli inviti sarebbe stato l’ultimo atto. La cerimonia aveva

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l’incertezza della data,  determinata dal periodo d’ingaggio di Paolo. Il ritorno avrebbe portato Paolo ad incoronare  questo sogno d’amore natogli per la bambina una sera d’inverno nella stazione di Lafoglia sotto il cielo Natalizio e trasferito sulla madre disarcionata dal disagio,  dai binari naturali dell’esistenza. La gravità della posizione di Carolina trascinava Paolo verso la distruzione. La sua umanità, l’amore nei confronti di Carolina e Giusi, lo induceva a non accettare le ragioni degli amici,  riportandole alla stregua di cattiverie. Paolo, invero non comprendendo l’aiuto che volevano donargli, s’accaniva contro di loro. Questo metterli alla berlina, però li impegnava ancor di più a non desistere. La convinzione che questa rovina  non doveva accadere, fece sì che gli amici si mettessero  in moto, architettando “ la caduta dall’altare “ della signora Carolina  Calanna. La Signorina Erminia Mastrosanto era commessa di una delle più grandi ed importanti catene di vendita di calzature sportive. La signorina Erminia calzava bene ed allenava le sue articolazioni con una  precisione sopranaturale e non disdegnava di saltare la cavallina, anzi si sbrodolava addosso al pari di una bambina per l’alta eccitazione che raggiungeva toccando il tappeto. L’amico insano che Paolo mandò a “ rompersi le gambe, “ maneggiava fucili, pistole e cartucce ed era proprietario, gestore e fornitore del tiro a segno ove la Signorina Erminia esercitava la sua passione, terminato il turno di lavoro. Un luogo in incognito retrostante all’impianto, era adibito alla raccolta ed al riciclaggio delle cartucce e dei prodotti emessi dalle polveri da sparo. Lo stabilimento, includeva un  set cinematografico sfarzosamente arredato. Il Signor Pasquale Trialone, inoltre usufruiva di una società di turismo riposante ed avventuroso. Scontrandosi, dunque  con la tristezza della delusione, pensò di organizzare una battuta di caccia coinvolgendo la Signora Carolina con la quale più volte aveva giocato. L’ultima volta, si era  fermato sulla soglia sentendo il rispetto verso l’amico,  sbarrargli il passo e dunque conduceva il suo interessamento alla solidarietà. Il risultato fu esaltante tanto che il capanno preso in affitto non andò in fiamme per lo scoppio, improvviso e violento di un temporale mai verificatosi in precedenza. Il cambiamento del clima e la stupida miopia umana che non riesce  ad evitare di tirarsi la zappa sui piedi, però non cancellò il persistente malcostume della Signora Carolina Calanna. Le prove, comunque erano tali e palesi che riuscire a non vederli era un sacrificio, addirittura un  martirio che passa ogni vaglio e viene dichiarato Santo con rito abbreviato ed accelerato. Tuttavia, non riuscirono a schiarire la mente di Paolo che partì con l’impegno che al termine dell’ingaggio, avrebbe contratto il matrimonio. Il  ritorno, avvenuto nove mesi dopo, però lo gratificò con la sorpresa di aver ceduto la proprietà muraria della residenza e d’aspettare sotto il sole e lo sguardo canzonatorio dei condomini, che Carolina gli permettesse d’entrare in casa dopo un viaggio della durata di quarantotto ore,  oltre quelle per raggiungere e lasciare lo scalo aeroportuale. Qualcosa, comunque riuscì a penetrare la pupilla, oltrepassare la corteccia cerebrale, immettersi nel circuito e cambiare il flusso schiarendo il viadotto se alcuni mesi dopo maturò la decisione di chiudere il rapporto con Carolina. Paolo, però non fu talmente lesto d’arrivare per primo al  traguardo e fu messo senza una parola, davanti al fatto compiuto. Ad andarsene, invero fu Carolina che scomparve con la bambina senza lasciare traccia. La malattia di Fabio, intanto venne in soccorso di Paolo, consentendogli di occupare  il periodo di riposo. Il sacrificio della perdita ridotto al minimo, non lo tediò più di tanto nel pensare dove fosse andata con la bambina, salvandolo  da una ineluttabile caduta. La morte di Fabio, poi lo convinse a decidere la definitiva rimodulazione della sua vita. Fabio, invero dopo circa una settimana ch’era ritornato a casa, sul far del mattino fu accompagnato con urgenza in Ospedale in uno stato larvoso. Le trasfusioni gli donarono altri due giorni di sofferenza ed al terzo, ringraziando, tirò i remi in barca. Le condizioni che determinano il cambiamento del tempo ed il suo evolversi repentino, iniziano a formarsi e prender consistenza in luoghi remoti, sconosciuti. L’uomo, però inconsapevolmente ne ha sentore ma non riesce a decifrarne la natura e quando gli capitano, li riconosce. L’assecondare  l’avvenimento o porvi una più o meno resistenza è ininfluente, o meglio è un tentativo di metabolizzarlo ed adeguarsi. L’alternativa non esiste ma resta la libertà della buona accoglienza.

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Giorgio convinto che qualcosa  stava per accadere all’offerta di Paolo ne rimase sorpreso e realizzò la sensazione che gli volava intorno. Giorgio Cardì, con l’acquisto della casa, aveva stabilizzato la sua esistenza. Ogni volta che rientrava, però la malinconia, una lieve tristezza, gli saltava sulla spalla con petulanza e lo tediava. Il matrimonio che aveva contratto e che aveva determinato il viaggio che aveva intrapreso per uscire di casa, era stato conclusso, era datato ma lo manteneva ancora allerta. L’indole reattiva della quale era dotato e lo teneva all’impiedi,  però non era riuscita a smaltire per intera, la paura. Gli piaceva restare da solo, non disprezzava la solitudine, anzi l’aiutava. A volte, però arrivava a sovrastarlo e lo conduceva alla sofferenza. Il desiderio di una donna d’amare, di trovare una compagna  in casa al ritorno del lavoro, con gli anni lo aveva indotto ad affrontare il problema anche se le difficoltà d’adeguarsi, aumentavano. “ Mancu li cani stannu  suli “ gli diceva la nonna paterna con la sua saggezza. Giorgio l’ascoltava, sapeva ch’era la verità e vi rifletteva. Gli approcci, gli incontri, le frequentazioni, invero non gli risolvevano l’aspettativa che intendeva realizzare. Qualche settimana di conoscenza scopriva la differenza e la bellezza riusciva perfino a trasformarsi in una maschera orribile. Le affinità che intravedeva,  risultavano impegnate ed il corteggiamento intrapreso s’interrompeva nello scoramento. La delusione, però gli lasciava un’esperienza positiva. La sincerità, la responsabilità del sentimento di queste ragazze, in fondo lo aiutavano a capire che esisteva la possibilità d’innamorarsi e farsi innamorare. L’amore non ha regole ed arriva anche quando il tempo è brutto. Le ragazze grintose, inconcludenti, cercano di nascondersi  nelle risa e nelle chiacchiere maldicenti. La maleducazione e la  pochezza dell’intelletto, invece fanno riflettere  e non è troppo il tempo d’allontanarsi. A volte, però  possono riservare delle sorprese. Le donne d’amare sono la capacità che riusciamo a trarre dalla ricerca. Una donna per divertimento non è difficile da trovare ma le sue esigenze andavano oltre. Giorgio, invero cercava la donna d’amare e col tempo si era perduto nei meandri del sogno. L’incontro con Mega, nella processione del Santo Patrono dietro la quale l’aveva trascinato Nicola Lotaro,  era stato molto interessante ma il segnale non riusciva a svelarsi.  Giorgio, paradossalmente non riusciva ad entrare in contatto. La strada che percorreva  lo conduceva a casa sua ma accadeva qualcosa che gl’impediva di continuare costringendolo a deviare. Ogni giorno, la presenza di Mega, si faceva sempre più forte e raggiungeva, quasi il punto di materializzazione.  Mega, però non l’aiutava a risolvere il problema. Giorgio aveva bisogno, comunque di risolvere l’incognita molto presto.  Nicola Lotaro, inserviente in Ospedale ed amico affettuoso, per la festa del Santo Patrono della città di Lafoglia, invitò Giorgio a pranzo a casa sua. Giorgio era stato anche a cena in casa di Nicola  e ne era molto  onorato. Il pranzo,  però aveva un’aggiunta che sorprese ed incuriosì Giorgio.  A seguire c’era in programma la processione che dalla chiesa percorreva le strade della città ed a sera rientrava. Giorgio, dopo il pranzo aveva l’abitudine d’andare a letto. Il riposo pomeridiano, in effetti era un  bisogno. Giorgio lo addiceva  alla patologia diabetica ed ad ogni modo  non era incline a partecipare a questa manifestazione. Nicola conosceva il suo “ sfuggire.“ e la causa non era il percorso della città. Questo, anzi poteva attrarlo e dargli la possibilità di scoprire in qualche  giardino che circonda le antiche ville,  la flora profumata e rigogliosa che aveva riempito la piana ed era stata estirpata per dare corso all’espansione delle costruzioni ed ad una industrializzazione volta a liberare il territorio dalla disoccupazione che ha reso la natura, orfana della salubrità e della sua bellezza. Rifiutare l’invito di Nicola, dunque sarebbe stato per Giorgio, a dir poco indelicato.   L’ineluttabilità di  seguire la cerimonia, invero pose Giorgio in una difficoltà imbarazzante. La famiglia Lotaro, era degna e rispettosa e Nicola un amico affettuoso. Giorgio, però  sentì la richiesta di partecipazione alla processione,  una forzatura. Aveva, dunque la necessità di metabolizzare il peso da trasportare sulle spalle per la città di Lafoglia e gli disse: “ Sono molto onorato e ti ringrazio. Su due piedi non mi è possibile darti una risposta. Se  non vado a trovare i miei genitori, parteciperò con gioia. Ti farò sapere. “ Ogni giorno che precedette la funzione, Nicola non mancò di cercarlo, di fermarlo con la ramazza in mano, col carrello delle vivande, con il trasporto di un letto,

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rinnovandogli l’invito, pressandolo, quasi pregandolo “ di accettare. “ La incessante richiesta di Nicola, ad un certo punto, indusse  Giorgio, addirittura a pensare che avesse ordito “ qualche scherzo malandrino. “  Nicola, però non lo mollò neanche quando Giorgio gli chiese: “ Sei diventato un testimone? “ Nicola gli sorrise mostrandogli i canini. L’ insistenza, quasi maleducata, alla fine piegò Giorgio a subire il sacrificio,  qualunque potesse essere ed accettò nel segno dell’amicizia. L’assenso  a sedere alla sua tavola per il pranzo e soprattutto a seguire la funzione religiosa, al fianco della sua famiglia esaltò Nicola a tal punto che abbracciò Giorgio e lo alzò in alto a forza di braccia. Nicola  era oltremodo contento e Giorgio resistette alla tentazione di chiedergli “ del significato della partecipazione  alla processione. “ Giorgio conosceva la devozione della madre di Nicola al Santo Patrono e pensò che la richiesta della sua presenza fosse inerente a questo impegno. La serietà, quasi la sofferenza della richiesta di Nicola, indusse Giorgio a pensare che non potesse sottrarsi. Giorgio soffriva nel vederlo passeggiare ansioso al suo fianco. La religiosità comunque era   presente nella  famiglia intera. Sapevano trattare il sentimento con delicatezza e caparbietà.  La famiglia Lotaro conosceva e praticava Giorgio e la stima era reciproca. Nicola esprimeva il loro desiderio ma l’emotività con la quale misurava la sua speranza, riusciva a togliergli la sicurezza e la serenità che merita. Nicola, invero reputava che la partecipazione di Giorgio alla cerimonia,  fosse una buona occasione. “ Le anime buone “ debbono smettere di soffrire. Il male smaltito in compagnia fa diventare “ le anime belle. “ gli diceva con un atteggiamento di segretezza, smantellando la presunta convinzione costruita da Giorgio. I giorni a seguire, invero svuotarono ogni argomentazione rimettendo Giorgio in mano all’amicizia di Nicola, senza alcuna discussione   Giorgio, comunque si ripromise d’affrontare il pranzo che precedeva la processione, cercando di limitarsi in ogni pietanza. Nicola conosceva la buona forchetta di Giorgio e lo serviva con frenesia Gli spaghetti con il sugo del pesce cotto con la semplicità del marinaro riempì il piatto spingendo Giorgio ad andare fino in fondo. Nicola, dunque gli offriva con orgoglio la sua cucina cancellando in Giorgio, ogni buon proposito ed inducendolo a beffarsi per quanto possibile,  della malattia diabetica.  Nicola era fornito di un attestato di cuoco rilasciatogli dal Comando Militare ove svolgeva il servizio militare. L’Ospedale, in pianta  lo aveva assunto con la mansione di cuoco ma la rivoluzione dirigenziale messa in campo dalla politica degli affari, aveva chiuso la cucina appena restaurata, fornita delle strutture più innovative ed aveva disperso le professionalità. La sanità volta a razionalizzare servizi e prestazioni, ha introdotto figure imprenditoriali fameliche che aborrono le professionalità acquisite e le strutture funzionanti. La filosofia  che l’innovazione consiste nella distruzione del pre-esistente , quale che sia il suo valore, è un’arroganza che nasconde la speculazione. “ Inni si manciunu i sordi e niautri, i babbi,   paiamu “ diceva Giorgio,  con voce ventricolare ai visitatori che si lamentavano degli ascensori non funzionanti appena installati e collaudati, delle vivande fredde ed immangiabili che il servizio forniva agli ammalati. “ Mancu li iannini nni vonnu “  diceva la Signora Carmelina, inserviente di Medicina. Un giorno ne ho  raccolto tre “ burzate “ di plastica. Mi piangeva il cuore al pensiero che andasse sprecato con tanta fame che si mangia i bambini. Ho quattro galline in campagna per uso di casa ed ho pensato di non rubare nulla. Hanno “ scaminiatu scaminiatu “ senza beccarlo. Ogni servizio svolto dai dipendenti, è stato dato in appalto a ditte private che sono professioniste dell’incapacità relegando gli specialisti dell’Ospedale nel cortile, nell’androne ad osservare la gente che entra e che esce. Giorgio salutandoli dice loro “arrivederci e buon riposo. “ “ Stiamo facendo un corso di riqualificazione “ gli risponde qualcuno.  “  Abbiamo il compito di Specializzarci in chiacchiere e bottoni, spacchi  di gonne e rotondità di culi e seni “ specificò un altro invitandolo a prendere un caffè alla macchinetta. Alcuni si fanno compagnia circolando con un foglietto in mano cercando di sopravvivere. Il “ balilla “ s’accoda al medico che con  una carpetta in mano è incaricato dal Primario ad espletare visita domiciliare a reparti e sotterranei. Le ore lo rincorrono ma non riesce a scovare uno straccio di spazio. L’ archivo è un labirinto ma il “ balilla “ col sigaro nelle

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dita gli grida: “ Stai tranquillo, non avere paura. La sicurezza dell’Ospedale è in mano mia. Ho il mandato del Generale. Vai sicuro e tranquillo. “

La Signora Amelia, madre di Nicola, era una cuoca qualificata. Uno dei più rinomati ristoranti della riviera, l’ha annoverata nella sua cucina. La prole la persuase a smettere. La passione continuava a coltivarla per la famiglia, i parenti e gli amici. Ogni domenica e feste comandate senza tralasciare compleanni, onomastici e cerimonie varie, “ casa Amelia “ apriva la tavola componibile nella stanza di cucina ed iniziava la degustazione del cibo. Nicola le andava dietro e ne traeva alimento in forma ma anche d’intelletto acquisendo l’arte culinaria della madre, sostituendola in cucina a seguito del parto dell’ultima figlia. La Signora Annalisa andata in sposa a Stefano Capotosto, dopo qualche aborto spontaneo, usci in cinta. Sotto il patrocinio del Dr. Pungiglio, Ginecologo di fiducia, ottemperò nei mesi ai controlli strumentali e di laboratorio. La gestione risultava proseguire senza alcun intoppo ma il giorno del parto il Dr. Pungiglio risultò introvabile. Il parto gestito in una forma che a dir bestiale non è sbagliato, ha estirpato dall’utero di Annalisa un bambino bello in difficoltà respiratoria. Il lamento del bambino, però è stato inteso, dalle maestranze Mediche e paramediche, un pianto ed abbandonato in una culletta con la testa racchiusa in una specie di scafandro inidoneo alle necessità d’ossigenazione del bambino. La petulanza della Signora Armenia Giovanna, amica della Signora Annalisa ed infermiera in forza  in reparto Ostetrico  e ginecologico di altro nosocomio,  riuscì a convincerli della necessità di un’adeguata terapia. Il ritardo accumulato, però dopo alcuni mesi, consegnò alla famiglia  un neonato affetto da disturbi motori agli arti inferiori. L’arroganza del Medico responsabile ed il ritardato soccorso, hanno impedito che il cervello ricevesse un’adeguata  ossigenazione Il bambino ha ricevuto il danno ed Annalisa non riesce ancora a capacitarsene. Roberto deve andare a scuola e la famiglia non riesce a venirne a capo. La Signora Amelia, ingabbiata nella depressione della figlia lotta con la vergogna del genero e l’Istituto della fisioterapia che non è attrezzato adeguatamente e non riesce a metterlo all’impiedi. La disperazione induce la famiglia a rifugiarsi nella religione. “ Un voto “ pensò Giorgio e salutò con gioiosità contagiosa,  “ Roberto. “ Le tre dita della mano sinistra si sfiorarono con la destra e batterono le palme suonando “ l’aria di una famosa pubblicità di brandy “ cancellando le remore che volenti o nolenti riescono ad affliggere una dolce emozione. La processione sorprese Giorgio con le spalle appoggiate ad un’auto posteggiata e gli occhi semisocchiusi nel tentativo di smaltire il pranzo, comunque esagerato. “ Andiamo Giorgio, non perdiamo la fila  “ gli disse Nicola richiamandolo. Giorgio seguì a mezzo Nicola e la sua famiglia che si aprì un varco nel coro delle voci soave che spingeva Roberto in carrozzella. Giorgio salutando Roberto con le immancabili tre dita, restò avviluppato nella fragranza del profumo di gelsomino e da un sorriso birichino trattenuto. La ragazza stava al braccio della mamma di Nicola e  teneva l’altra mano appoggiata al braccio di destra della carrozzella spinta da un uomo. Giorgio non riuscì a vederlo in faccia affascinato dalla ragazza ma pensò che fosse il padre di Roberto. “ Giorgio spostati  più in là che altrimenti la carrozzella ti “ scafazza “ “ gli disse Nicola prendendolo per il braccio e ponendolo a fianco della madre. “ Questa ragazza si chiama Mega “ gli disse “ è la sorella di mio cognato, il papà di  Roberto. “ Giorgio, abbassò la testa e sorridendo salutò la compagnia ed allungò la mano a stringere quella di Mega che si era staccata dalla carrozzella. “ Il suo nome è Giorgio “ le disse Nicola con affettuosità. “ Si, sono Giorgio.” riuscì a dirle. Qualche minuto dopo, ritrovò la voce e  continuò il tentativo d’interloquire e con l’emozione nella gola riprese: “ Sono contento di conoscerla. “ e s’appaiò a Nicola che convogliò alle spalle della madre mettendosi sottobraccio alla moglie. Giorgio s’inebriava del profumo di Mega che gli camminava davanti a qualche passo di distanza. L’osservava con cura in altezza ed in circonferenza senza lasciare inesplorate le pieghe più nascoste. “ Maga è maestra d’asilo. Insegna nella scuola elementare di Largia. “ gli diceva sottovoce Nicola, richiamando la sua attenzione ma senza riuscire a distoglierlo dall’esplorazione in

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corso. Mega di tanto in tanto, mettendo che stesse parlando con la signora Amelia, girava la testa e poneva Giorgio sottocchio. Nicola s’avvedeva di quel che stava accadendo e sorrideva spalancando gli occhi al cielo,  esaltandosi per l’azione che stava compiendo.La processione all’improvviso si fermò per dare spazio ai donatori di versare le offerte. Giorgio, seppur trattenuto da Nicola, non trovò il riflesso pronto e gli mancò uno o due centimetri, per non tamponarla ma la mano destra gli scivolò sul fianco a constatarne la rotondità e la morbidezza. “ Mi scusi. Le chiedo scusa. Ti chiedo di perdonarmi. “ le disse respirando e beandosi del suo odore, trattenendo nella mano il suo fianco sul quale aveva cercato sostegno. “ Non si preoccupi. “ gli rispose lei sorridendo lievemente. Ad un tratto, Roberto si girò a forza di braccia sulla carrozzella e gli disse: “ Giorgio, vado in piscina. “ Giorgio colto alla sprovvista, non aveva capito quello che gli aveva detto e si abbassò verso di lui chiedendogli: “  Roberto, cosa fai? dove vai? “ accarezzandolo sulla testa. “ Vado in piscina. Ho imparato a nuotare. “ Giorgio metabolizzò anche se lentamente la notizia. Giorgio, invero aveva tante volte,  reclamato a Nicola, l’esigenza d’accompagnare Roberto in piscina  e con gioia gli rispose: “ Io non avevo dubbi. Sei nato un delfino ed abbatterai ogni barriera. Andrai alle Olimpiadi ed io ti accompagnerò. Programmerò una malattia per l’intera durata delle manifestazioni e seguirò ogni gara alla quale prenderai parte. Non mollare campione. “ concluse dandole un bacio sulla fronte e sulla mano a battere il tre.  La processione scivolò per le strade della città rincorrendo i balconi dei palazzi  grondanti striscie di carta,  palloncini colorati e con l’effige del Santo. Le preghiere s’accavallarono sulle marce della banda e Giorgio,  a braccetto di Nicola,  camminava senza piedi spinto dalla marea, veleggiando  sulle sinuosità del corpo di Mega, cercando di carpirle  un sorriso. Ad un tratto, il porto ammucchiò la massa osannante, sulla panchina  ed il Santo fu trasportato sulla nave traghetto,  addobbata per l’occorrenza, a benedire i portuali. Giorgio  fece in tempo a salutare Roberto con la mano aperta a tre dita e dire a Mega: “ Ci vediamo, “ con un malinconico sorriso che un vento impietoso s’infilò nell’oscurità rubando dalle labbra dei devoti,  l’amore indissolubile,  riconducendo ogni familiare nel conforto delle mura di casa propria. Giorgio s’accompagnò alla  solitudine e confidando nel suo silenzio la fece partecipe delle emozioni che quel giorno gli aveva portato. L’indomani, invero scoprì d’aver mal riposto il suo segreto. Nicola lo interrogò su Mega e vistosi scoperto non ebbe il coraggio di  negargli  “ la piacevolezza “ che l’essere sapeva offrirgli. “ La solitudine è stata corrotta “ si disse “ Il Convento delle figlie di Maddalena, con le antenne, altoparlanti e canti di bambini, ha contrabbandato le mie emozioni “ continuò non trovando altra risposta. “ La solitudine è una leggerezza dello spirito e le suore del Convento con i loro modi soavi e la convinzione dell’eterno penetrano le anime senza scalfirle. “ pensò con un pizzico di rammarico ma anche di soddisfazione per “ l’espressione delicata “ che gli stava sbocciando in ogni cellula dell’organismo. Seduto nella sedia di plastica nell’ampio terrazzino della cucina, s’allungò sul prato. Una variegata umanità inquietante, in mezzo a luci artificiali  e fuochi di nebbia, disegnavano i margini con sagome a piedi ed in moto che si rincorrevano nell’equilibrio precario che precede la morte. Giorgio schiacciò nel portacenere la cicca della sigaretta che stava fumando e  ritrasse Mega nelle sue braccia, cullandola. I suoi occhi gli additavano la gioia ma qualcosa impediva a Giorgio di prendere la sua femminilità. La sua faccia entrava ed usciva dalla nebbia dei fuochi e quando pensava che l’avesse raggiunto la corporeità della sua presenza, gli veniva sottratta. L’Onorevole Carlo Lucerta, Patrocinatore  del convento “ I figli di Maddalena “ ritornando dalla passeggiata pomeridiana a La foglia, con il cane  simbolo del Casato, a mano,, sbarrava il passo ergendosi  a barriera  Nicola Lotaro, alzando leggermente il sotto labbro e girando lentamente la testa e gli occhi, comunque glielo aveva additato dicendogli: “ mio cugino. “ Giorgio girò lo sguardo verso il marciapiede di sinistra seguendo le sue smorfie e la gomitata al fianco ma non rilevò nulla di strano. Altrimenti notò,  due giovani donne vestite alla moda con in testa un cappellino senza il simbolo delle crocerossine che marciavano senza sbagliare passo e mantenendo la stessa distanza a millimetro, comunque con le persone, le conche con gli

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alberi ed il posto attrezzato con sbarre di ferro, dei negozi  per l’esposizione della merce, che occupava, almeno tre quarti del marciapiede. Il suono di un campanellino, invero richiamò la sua attenzione ma non andò oltre e riportò lo sguardo sull’aureola del Santo Patrono che dava segni di stanchezza,  scalando il fondo schiena fino alla nuca, di Mega. Giorgio volteggiava con questa memoria e stava mordendo il panino, quando fu colto da un lampo proveniente dal campo, si ritrasse sulla sedia e precipitò con la stessa, per terra. L’accidente non gli aveva procurato alcun danno fisico se non lo scosciamento  della  gamba posteriore ed anteriore della sedia. Il terrazzino ne allineava altre comprate in blocco e messa da buttare quella ne trasse un’altra e si riaccomodò a rimuginare sulla scheggia che gli era scoppiata in faccia. “ Nicola è venuto in possesso dell’informazione,  dal cugino, altrimenti non sarebbe stato in grado di sapere la dolcezza che correva nel suo petto.. “ si disse.  La sera della processione, ritornando verso casa per la vecchia strada aveva incontrato “ le ragazze poliziotto “ del convento e si era fermato offrendo “ uno strappo “ ma “ il cugino “ di Nicola, senza parlare corse al seguito del cane che abbaiava alla stregua di un forsennato. Il simbolo del Casato dava  in escandescenze e  le ragazze non avevano scelta ed andarono. Un  richiamo ancestrale o un segnale reale che agli uomini normali non è concesso avvistare calamitava il cane. Il raccoglitore di ossa di morti,  invero non poteva  lasciarsi  sfuggire l’occasione di gustarsi un omero, una tibia, una mano, un bacino, una costa, un femore fresco con la polpa ancora attaccata. L’Onorevole Carlo Lucerta è un costruttore di politica sociale che assegna ai nomi che ha disponibili, sui banchi del laboratorio del convento, gli appannaggi dei quali  il suo governo lo ha dotato. L’Onorevole Carlo Lucerta ha i  fedelissimi a difendere. I loro interessi personali, sono il suo sostegno elettorale.  Il metodo che usa per distrarre “ i nemici “ che tentano di farlo rigare nelle leggi in vigore, è aizzare il cane simbolo del Casato. Il cane abbaia a perdifiato creando confusione,  cercando di far cadere la responsabilità sugli altri e credendo di nascondere i malaffare nei quali “ L’Onorevole Carlo Lucerta “ è solito nuotare. La Santa famiglia è il suo rifugio e fin da quando ha aperto gli occhi, lo guarda con impegno e gli tasta le braccia, allevandolo con tuorlo d’uovo del pollaio di madre Vincenzina e pesce fresco, dello zio Diego.

La statura, invero gli sta corta ma il Professore Colapreste gli ha promesso che le sue ossa con la sostanza che sta mettendo a punto, potranno dargli la misura che desidera all’occorrenza. La ricerca troverà la sostanza compatibile  al suo programma d’altezza. L’Onorevole Carlo Lucerta ha una fiducia incommensurabile  nel suo “ Medico personale. “ La profezia  in prova amalgamerà bene il suo desiderio. Magari,  richiederà  una infinitesimale correzione di dosaggio e presto L’Onorevole otterrà l’altezza che vorrà e quando lo riterrà opportuno. Sarà presto pronta. Parola del Professore emerito,  Enrico Colapreste. Giorgio, stanco e nauseato mise di lato l’individuo e con la mano destra sulla fronte,  cercò di concentrarsi nel tentativo di richiamare,  la visione di Mega. La solitudine l’aveva tradito e dunque entrò in cucina a prepararsi un panino con la mortadella che aveva comprato il giorno prima con la  richiesta specifica: “ taglio di spessore zero. “ Un morso dopo l’altro, masticando lentamente, cercò di accompagnare la mente ai movimenti del corpo di Mega e quando la riebbe, la cinse per i  fianchi ed esaltato., con lo spirito volò nell’oscurità. La  città di Lafoglia, però gli rimase lontano, le onde delle antenne gli fischiarono nelle orecchie e  giocoforza fu costretto a rimettersi a sedere sulla sedia di plastica. Il “ cugino “ di Nicola, teneva sotto sequestro il territorio e non praticava “ sconti “ a chi opponeva resistenza ai suoi ordini. Le varie istituzioni lo servivano con abnegazione cinturando ogni residente. Le risorse del territorio sono scarse e “ L’Onorevole col cane in testa “ le contrabbanda con scrupolosità. Ogni infermiere, Medico od inserviente dell’Ospedale, subiscono in silenzio le sue minacce. “ Il lavoro non è di tutti. Io l’ho dato a te e tu mi sei debitore. Se tieni alla serenità della tua famiglia, non lo dimenticare “ suole ripetere per i corridoi, i cortili, i reparti e le strade. La città di Lafoglia, è tappezzata della sua faccia ed anche se non compare,  la sua voce salta fuori dai dentini dei topi che dai tombini stanno a guardia dei cartelloni pubblicitari ed ammorbano  l’aria. La saliva che erutta è un brulichio di editti.

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Le blatte  militarizzate escono dai sottofondi dei marciapiedi e senza interruzione taglieggiano i passanti. Giorgio, conoscendo l’ambiente chiacchierone e puttaniere dell’Ospedale e la pavidità molluschèa degli indigeni della città di Lafoglia, alla prima lettura, si lasciò a credere che fossero dicerie. L’allontanamento, subito vent’anni prima non gli aveva fatto dimenticare il clima ma ritornando aveva pensato che qualcosa fosse cambiato in meglio e rifiutava il passato. Qualche giorno dopo, però pensandoci bene,  mantenendo per non affogare, il beneficio dell’inventario, fu costretto a mordersi la lingua, per non inveire malamente sulla sterpaglia genuflessa e sorridente, allineata e coperta di Dirigenza amministrativa e Medica ed autorità civili ed ecclesiastiche. L’affettuosità di Nicola lo indusse a staccarsi dal lavoro in divisione e  presenziare, quasi in incognito, all’inaugurazione del reparto di chirurgia. La richiesta insistente di Nicola, invero lo inorgogliva ed a braccetto s’avvicinò sul luogo. Il vecchio reparto,era stato ripulito e messo a nuovo. Le pareti nascoste sotto un foglio di colore  steso con mano esperta, il tetto coperto da quadrati di “ colesterolo “ ed il pavimento uniforme e lucido, invero davano l’illusione del nuovo di zecca. Un lavoro invidiabile supportato dall’impagabile “ presenza femminile “  dell’arredatrice personale  della Direttrice che con la tecnica, l’esperienza professionale e la collaborazione per la dislocazione delle piante, ha creato un reparto di rara bellezza ed all’avanguardia. Il Vivaista, comunque non aveva perso l’occasione  ed aveva messo a disposizione delle piante straordinarie. Il vivaio locale dei “ Fratelli Zappulla  “ è il fornitore ufficiale delle varie manifestazioni che l’amministrazione comunale elargisce alla comunità, e dunque non poteva tradire la fiducia dell’Onorevole. Il bell’aspetto, però non convinceva Giorgio. “ Speriamo che non si sbricioli e cada a pezzi “ si lasciò scappare rammentando il reparto di Neurologia precedentemente ristrutturato e quello di Ostetricia e ginecologia recentemente aperto, ridando corso ai lavori di manutenzione.  La voce altezzosa ed arrogante dell’Onorevole col cane in testa “ declamante la struttura sanitaria, le maestranze, lo fermò nella sala d’attesa  che faceva a mezzo con l’altra ala in ristrutturazione. Il ludibrio dell’Onorevole Lucerta,  invero non inquietò più di tanto Giorgio. L’abitudine a sentire il trionfalismo della politica l’aveva indotto all’assuefazione e nel contempo lo proteggeva. L’ascolto si trasforma in una barzelletta cretina e s’accompagna agli altri nella risata mantenendosi con saggezza,  relativamente calmo e quindi con i valori pressori, più o meno nella norma.  Quando ad un tratto, però con arroganza canzonatoria sentì chiamare in causa il caposala dicendogli: “Ha giurato fedeltà e gli abbiamo ridato il posto. Una parola sbagliata diventa pericolosa., “ Giorgio non riuscì a trattenersi ed era partito al galoppo. Gli applausi lo soccorsero coprendogli  la scivolata per un vizio di fuga nel pavimento e salvandogli la lingua in bocca a forza che i denti quasi gliela mordevano. La Santa Benedizione, concluse la cerimonia burocratica con un  lauto, pantacruelico

assaggio al tavolo imbandito nella stanza del Primario. La festa proseguiva  nei locali della Direzione Sanitaria. Il corridoio,  accolse  “ la Cometa “  politica e sanitaria con lunghi tavoli apparecchiati elegantemente carichi di vassoi e di  piatti di ceramica, con le specialità del “ Forno Miletto “ e la piccola pasticceria del laboratorio del “ Bar Gallo. “  I piatti di ceramica che esaltavano la tavolata, invero sparirono con il contenuto, nel giro di un secondo ed a suon di carica. A seguire la stessa sorte toccò alle piante senza che la dimensione potesse turbare il trasporto. Giorgio con la caviglia sinistra dolorante, quasi zoppicando, lasciò Nicola e ritornò in Divisione. Incontrando il Signor Bordone, l’inserviente di turno, vedendogli le guance gonfie, gli chiese scherzosamente d’andare a prendere qualcosa visto che il Primario non si era ricordato dei suoi collaboratori. “ Un  assaggio l’abbiamo ricevuto “ gli disse la collega Mirella. “  Il Dr. Oniglia, con la gentilezza che lo distingue, all’incontrario del Primario,  ci ha fatto pervenire un vassoio. Ha commesso, però un errore anche se in buona fede. Ha conferito l’incarico al Signor Bordone non conoscendo la sua ingordigia. Il resto che gli è avanzato, ce l’ha portato pur vanificando, dunque  l’educazione del Dr. Oniglia. Il Signor Bordone, ha fatto il pieno per casa, quello suo e stanco ma mai sazio, ci ha degnati della sua attenzione. Invitandolo a ritornarci lo hai gratificato e gli hai dato

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un’altra occasione.” concluse Mirella. “ Hai una bella lingua, mia cara. La tua compagnia mi conforta. “ le disse Giorgio ridendo. Il Signor Bordone ritornò con comodo e non produsse nulla confermando la certezza di Mirella ed il sospetto che le facce sconosciute che correvano alle auto, con vassoi in mano,  erano amici e parenti elettorali della ruota della Santa Famiglia conventuale. Giorgio, consumato il panino con la mortadella, rimase soprapensiero.  Cercò di mettere in luce qualche sospetto “ dell’Onorevole col simbolo del cane in testa “  accartocciando la carta nella quale avvolgeva il panino. L’impegno profuso, lo indusse addirittura  a scavare in profondità cercando di dare un senso a quella contrarietà. “ Il  cugino di Nicola,  vanta qualche pretesa nei confronti di Mega. “ si disse nella carta. Questa convinzione lo avviliva ma non si spiegava l’accanimento di Nicola a fargliela conoscere e nutriva nei suoi confronti, in prospettiva, un tantino di rancore. L’insistenza di Nicola a fargli incontrare Mega, però era un atto d’affetto e deponeva a suo favore. La sincerità di Nicola  escludeva, dunque il suo mal pensiero. L’idea che Giorgio si era  calcata in testa, era dunque un’ubbìa, un controsenso. L’avversità del “ raccoglitore di cani “ evidentemente era falsa., non aveva una base reale. Giorgio, era probabile che stesse arrampicandosi sui fischi delle onde cercando di creare un parallelo  contro Mega che invero non esisteva. La visione che risultava a Giorgio era una creazione fittizia, un modo  per proteggersi dalla realtà  che gli stava nascendo e gli metteva paura. Allora, pulendosi il muso col tovagliolo di carta col quale aveva avvolto il panino, Giorgio ritornò in cucina e vi pose mano alla preparazione di un altro aggiungendo alla mortadella, quattro fette di provoletta. Un razzo s’alzò all’improvviso dal centro del prato e scoppiò sbocciando nell’aria, una rosa ed un garofano, una margherita ed un carro di stelle,  regalando a quel mondo brullo e carico di sofferenza, un pugno di luce e di gioia. Giorgio ne trasse profitto e con allegria strinse nelle mani la faccia di Mega e la baciò sulla bocca più volte dicendole: “ mi stai confondendo l’esistenza ..“ Gli avambracci appoggiati alla ringhiera, masticava guardando il prato in attesa di un altro scoppio d’allegria ma il malaffare non regala nulla senza avere in cambio qualcosa e s’appesantì sulle persone che ondeggiavano all’ombra delle luci senza direzione. Giorgio, dunque accese il suo sguardo sulle antenne del convento rimuginando. Il Signor Diego Lotaro, padre di Nicola e capo sovrano dei portuali “ si disse azzannando il secondo panino, conosce a menadito i viottoli che da Lafoglia, conducono al Convento, ed alla mezza,  senza dare nell’occhio ed alcun timore per il clima, porta il pranzo cucinato dalla Signora Amelia per la famiglia, a suor Vincenza, la madre priora. Questa notizia era riservata e Nicola l’aveva resa a Giorgio in confidenza. Un segno d’amicizia che riuscì a far lievitare la pasta della pizza e trarre al tavolo a servire, la bella sorella di Sergio. Il locale, denominato “ La mutanda “ circondato dalle tombe Etrusche in zona centrale della città, , era adibito a trattoria – pizzeria ed era il ritrovo periodico “ degli accalappiatori di cani. “ Il locale di Sergio, invero non usa portare la mutanda, neanche di seta. L’abbigliamento di Carmela ha l’incognita del problema. La  sorella non disdegna qualche affettuosità di passaggio che se interessante può condurre al piano superiore. Giorgio con la memoria più sveglia, consumando a rilento il panino, s’indusse a formulare qualche ipotesi.  La Santa famiglia che  alleva e raccoglie cani ha la difficoltà di rimpiazzare  il  cane di razza da stampare in testa che Dario, il vecchio patriarca  si è smarrito. L’Onorevole Lucerta è sbigottito e non riesce a trovare il capo branco. Il controllo del territorio, il numero dei canili nelle sue mani, gli animali a disposizione è l’esercizio del suo potere. Il terreno alle spalle del Convento, negli anni è sparito sotto la costruzione di un capannone industriale. La ciminiera sbuffa fumi ed ha infestato l’aria. Il laboratorio di ricerca  ha incrementato gli affari ed è stato trasformato in un Presidio d’eccellenza. Le protesi di bacini, femori, tibie, omeri, scapole, radio ed ogni altro osso, sono in avanzato stato di perfezione. Il “ cane “ è la risorsa basilare degli esperimenti e la fabbrica è in piena attività. La funzione di Carmela è quella di carpire al più esperto accalappiatore il segreto dell’accrescimento rapido e controllato. Il laboratorio con le avanguardie tecnologiche , i massimi esperti a disposizione,  usufruendo della materia prima senza intermediazione  potrà raggiungere il

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più alto risultato che mente umana è a conoscenza. L’avanguardia è  la condizione regina per far fronte alle richieste che  giungono da ogni parte del mondo. Scienziati ed esperti vengono a convegno e disquisiscono con impegno di questa nuova scienza. Il maggior giornale della città, ne  “ esalta la prospettiva “ nella pubblicità. I giornalisti ed i  collaboratori scrivono e con le telecamere volte al simbolo, mostrano di un tranquillo e mistico luogo alla periferia della città di Lafoglia protetto da una  muraglia di rovi. L’Onorevole Carlo Lucerta conosce Giorgio Cardì e la sua amicizia con Nicola e la Famiglia Lotaro lo pone in una situazione “ preoccupata. “  Il Signor Diego Lotaro frequenta in incognito la Santa famiglia. Il motivo, le circostanze non possono e non debbono interessare le persone estranee ed ad ogni modo non è loro concesso di conoscere. Le sacre reliquie in possesso della Santa famiglia, escono dalle mura del Convento, ogni mattina al termine delle preghiere mattutine. Il signor Diego Lotaro, con un coniglietto tappezzato di quadratini di stoffa variamente colorati  che gli lasciano scoperte le zampette d’ocra, percorre i campi verso Lafoglia alla stregua di un cacciatore.  La Signora Amelia, in attesa sulla porta di casa, lo prende in consegna ancor prima di salutarlo. Uno di quei giorni che non consente di comprenderne la nascita degli uomini,  la Signora Amelia, vedendo ritornare il marito a mani vuote, turbata da non riuscire a contenere i capelli neanche con i bigodini, ebbe a domandargli con una voce affogata: “ Decu, che cosa è successo? “ Diego, sbottonandosi la giacca che portava ad un bottone, accompagnò la moglie in casa, chiuse la porta e posandole una mano sulla bocca, proseguì lungo il corridoio oltrepassando la cucina. Entrati che furono in camera e seduti sul letto, con un gran sospiro disse alla moglie: “ La madre superiora è stata una lottatrice di Sumo. La sua resistenza è un obbligo e l’ordine del cugino,  di non essere disturbato,  era categorico. Io sono il fratello primogenito, la conosco fin  da bambina e dunque  il risultato era scontato. Ha sprecato energie che poteva dedicare ad altro. La vocazione della Santa famiglia “ è superiore ad ogni interesse “ le ho gridato e non c’è alcuno che mi possa privare di questo diritto e si è piegata al vincolo della fratellanza.” riferì alla moglie costernato. “ L’Onorevole col cane in testa, però ha puntato i piedi ed ha preteso le ossa della signora Marcella, la madre di Mega. “ Il cambio ha aspettative che servono a riequilibrare il rapporto, malamente inclinato.” concluse. Il Vescovado ha mediato con profitto dissuadendo la casa di cura a non rifiutare il trasferimento della Signora Marcella Ruvo al Convento “ I figli di Maddalena. “ L’Onorevole cugino, consegnò la statua di bronzo di Dario, allo zio Diego Lotaro ed accettò senza porre altre condizioni. La Signora Marcella Ruvo, cambiò residenza e fu messa a disposizione del Convento. La medaglia che “ il cane Dario “  porta al collo ed il campanellino, sono il sigillo del Vescovado. Il signor Diego Lotaro, ha  l’autorizzazione di correre e passeggiare per la città di Lafoglia, con la bicicletta e  senza trascinarsi dietro la paletta ed il secchio, adorare il “ Cane di bronzo “ nello slargo di viale “ del corvo “ adibito a santuario.  Il cane Dario, in caso di bisogno, ha il suo vespasiano sulla spiaggetta che il mare ha creato fra la scogliera artificiale ed il muro di contenimento della passeggiata. La villetta di legno che gli è stata eretta, serve a proteggere dagli occhi indiscreti, l’Onorevole Lucerta quando nei giorni torridi e lo scirocco toglie il fiato, ha la necessità di  un momento di riposo.  Le   suore – poliziotto che lo accompagnano con passaporto diplomatico, vestite alla moda con l’ombelico scoperto, lo aerano cullandolo, tenendolo per le zampette,  evitando che possa dare di culo. Lui si bagna strusciandosi sullo scoglio privato che le acque del mare hanno reso talmente lucido che può anche specchiarsi dedicandosi alle abluzioni quotidiane che il suo rango richiede. Dario è un cane di razza e portatore sano per l’intero territorio provinciale di un enorme capitale. Il territorio del “ monte degli ulivi “ della città di Lafoglia gli appartiene  per lascito. Il Barone Cugnetta  l’ha nominato erede universale di ogni suo bene. L’Onorevole Carlo Lucerta è il presidente della Fondazione per meriti elettorali e ne amministra a piacimento le sostanze. Il Signor Diego Lotaro ingaggia la manovalanza e ne cura la proprietà per conto del convento “ I figli di Maddalena. “ Il Signor Lotaro è chiamato dall’Onorevole Lucerta ,  zio Diego. La madre priora del convento, al secolo si chiama Lotaro ed è sorella di Diego.

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L’Onorevole Lucerta invero è figlio della Madre priora, concepito col Marchese Cugnetta quando era novizia. Indossa il cognome Lucerta calcando la simbologia della fortuna ed è considerato cugino per distinguerlo dai figli legittimi della signora Amelia. Il Signor  Diego è ricevuto al convento al pari di un confratello. La Signora  Mega, è esterna alla progenie. Mega,. nata dal grembo di Marcella  Ruvo in Capotosto, ha occupato la culla che la madre priora le ha preparato. L’Onorevole  convento “ I Figli di Maddalena, “  l’ha accolta ed accudita con abnegazione. La disposizione impartita da madre Vincenzina era un moto dell’anima accettato da ognuna. Il Signor Diego Lotaro, corse col fagottino in mano ed entrò di soppiatto nel convento. La madre priora, preoccupata,  fece accomodare il fratello ed appena s’accorse di quegli occhietti interrogativi che la guardavano, emozionata e senza profferire parola, andò a presentarla alle consorelle ordinando loro di provvedere, senza chiacchiere o supposizioni, alle sue necessità. “ Madre, qual è il nome? “ le chiese qualcuna. “ Intanto provvedete al suo benessere. Il resto lo saprete presto. “ le rispose ritornando nella sala d’attesa, dal fratello. Il Signor Lotaro, seduto sulla panca  appoggiata alla parete esterna con la presa di luce in alto sulle spalle, , appena la vide ritornare, le andò incontro sorridendo. “ Sarà allevata bene questa creatura. Stai tranquillo. “ gli disse e Diego,  sollevato rispose alle domande che gli pose. Esaurite le formalità dettate dalla cartellina,  Madre Vincenzina salutò il fratello con un abbraccio e l’accompagnò alla porta. Il Signor Lotaro quel pomeriggio che la mattina l’Onorevole Lucerta  si trovava fuori la città di Lafoglia, lo seguì in bicicletta  nella sua passeggiata aspettando il momento buono per parlargli. Le suore – poliziotto, con la guardia che mirava a spezzettargli la corsa, gl’impedivano d’avvicinarlo. Ad un tratto,  stanco ed avvilito del fermarsi e ripartire, con uno scatto bruciante ed un’impennata imbizzarrita, evitò con la perizia del ciclista trentennale, la sorella un po’ cicciotella e meno simpatica, afferrando per la cinta dei pantaloni sotto l’ombelico e mettendola  a sedere sul portabagagli posteriore, la seconda sorella dal fisico asciutto e parecchio più leggera, più aperta e  sorridente, di una bellezza delicata e si avvicinò al caro  nipote. “ Carlo  “ lo chiamò,  gridandogli nel padiglione auricolare di destra “ Vedi che ho fatto mezz’ora d’anticamera sui pedali. Io sono tuo zio e non ho certo la pazienza d’osservare i tuoi capricci. Io sto andando a casa e ti aspetto. “ gli disse e mettendo la sorellina in braccio all’altra, appesantì il piede sul pedale destro e volò nella strada. L’Onorevole Carlo, aprì la bocca per parlare imitando l’abbaiare di Dario, risentito ma non emise alcun suono. La conoscenza del carattere dello zio, gli spense ogni velleità e lo seguì a ruota con la scorta. Un’urgenza, non personale ma paragonabile, aveva bisogno d’una pari soluzione. L’Onorevole Carlo Lucerta, messo al corrente sviluppò la sua azione. “ La Signora Marcella sarà collocata in luogo consono alle sue problematiche mentali. “ rispose allo zio ed alla zia Amelia che lo guardava amorevolmente,  sospesa, appesa alle sue labbra. La Signora Amelia faceva fatica a comprendere le parole del nipote. La sua voce, il tono le davano l’impressione di un continuo abbaiare tanto che a volte le sfuggiva il nome del Cane patriarca e lo chiamava a mezzavoce: “ Dario. “ La piccola.Mega, crebbe e si mise all’impiedi con l’amorevole cura delle sorelle e soprattutto di madre Vincenzina che rinnovò con gioia, la maternità. Gli anni li sviluppò e li trascorse sereni senza incontrare nulla di disdicevole. Superò agevolmente le malattie dell’età e frequentò la scuola con profitto. Il conseguimento del diploma magistrale a pieni voti e gli apprezzamenti del collegio insegnante, degli esaminandi indusse la madre Vincenzina ad iscriverla al Magistero L’idoneità all’insegnamento era l’ aspirazione di Mega. La necessità della famiglia, però non le permise di continuare con regolarità, gli studi Universitari. L’incidente occorso al  padre, anche se lo conosceva di vista, la chiamò ad entrare  nella civiltà degli uomini distogliendola dalla costruzione del suo futuro, in seno al convento. La corda d’acciaio che legava il traghetto al molo, all’improvviso scoppiò con un fischio maledetto nell’alluce di ferro e si sciolse, evitando i lavoratori presenti nel raggio circoscritto e colpì  Giulio alle gambe, togliendogli l’appoggio e sedendolo  per terra I compagni di lavoro non sentendolo accanto, si girarono a cercarlo e vedutolo seduto,  scoppiando in una fragorosa risata, lo

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invitarono ad alzarsi cercando d’aiutarlo, soffocando le parole in gola, rendendosi conto dell’accaduto. Il Signor Giulio Capotosto aveva perduto la sua autonomia. L’unica persona che poteva badargli era la figlia cresciuta nel convento “ I figli di Maddalena “ e che conosceva a malapena  Il ritorno di Mega nella casa dei genitori, dunque  era un’esigenza. Sottrarla a questo dovere era ritenuto, dalla famiglia Lotaro un’aberrazione.  Il Signor Lotaro andò a chiamarla e la madre priora fu costretta ad acconsentire. Il lavoro aveva reso il padre, mutilato delle gambe e lei doveva badargli. Stefano, il fratello più grande che abitava col padre,  non bastava e non era all’altezza d’assisterlo nelle varie necessità che richiedeva. Stefano, però libero dal lavoro,  non si sottraeva alle cure del padre e per quello che poteva, aiutava con impegno, la sorella nelle sue incombenze.  Mega, invero era caduta nella casa di famiglia senza alcuna confidenza. Stefano, alla stregua del padre, le erano degli sconosciuti. Sapeva della loro esistenza, aveva ricevuto la visita del padre e qualche volta anche di Stefano. La propria casa, però le risultava il convento “ I figli di Maddalena. La sua famiglia, era le sorelle e madre Vincenzina. Mega, costretta a rientrare nella casa genitoriale, ,  resta, comunque parte integrante del convento “ I Figli di Maddalena. “ La battaglia di Mega, per l’adeguamento al costume ed alle abitudini degli uomini della sua famiglia, dunque ebbe inizio. La battaglia conteneva tante guerriglie d’affrontare La situazione richiedeva forza fisica e  coraggio psicologico. La  costruzione di un rapporto col padre e  soprattutto con il fratello necessitava di molta pazienza ed abnegazione.  Mega, aveva sviluppato le varie fasi della crescita nel Convento e senza la complicità maschile. La compagnia della madre le era sconosciuta. La madre priora era capace di molto amore ma era un surrogato. L’infanzia e l’adolescenza del fratello le erano oscuri e doveva, comunque acquisire i doveri ed i diritti richiesti dalla maggiore età. I suoi passaggi erano unici, non conoscevano alcun paragone. Stefano, il fratello era uno spilungone di ragazzo, dedito al lavoro ed al silenzio del sorriso, segnato dall’allontanamento della madre. La differenza d’età la influenzava e la mancanza di confidenza limitavano la vicinanza. Stefano soffriva senza parlare dell’abbandono ed a Mega risultava molto difficoltoso comprenderlo ed aiutarlo. L’età di Stefano, non le permetteva di confortarlo, per quanto avrebbe voluto. Mega, insomma non riusciva a dargli ed a trarre alcun beneficio spirituale La differenza di quasi dieci anni, non le dava spazio. La ricostruzione della famiglia, ogni singolo contatto andava sillabato. Il  simile ma sconosciuto, ha bisogno di tempo e comunque Mega doveva compararsi sulle conoscenze che riusciva ad estrarre dal fratello. Mega ignorava i passaggi che si svolgono in seno alla famiglia e le varie difficoltà insorgenti anche per dei capricci, dei cambiamenti che avvengono nei sessi o per altre situazioni meno complicate ma altrettanto fastidiose. La Santa Famiglia del convento “ I Figli di Maddalena,  “ non esprime i problemi ambivalenti. Questa circolazione è unica e non conosce stupore.  I requisiti di una famiglia composta da genitori e figli. sono diversi e si acquisiscono con la sana competizione quotidiana. L’esempio trasportato dai giuochi della strada, invero è il metro che misura la maturità, la conoscenza e lo sviluppo.  La Santa Famiglia del convento “ I Figli di Maddalena “ è un sodalizio diverso dalla famiglia di uomini e donne che abitano le case con le incombenze quotidiane del vivere in città. La Signora Amelia, invero le agevolò l’inserimento nella comunità ma l’esperienza personale è altra formazione. La mamma che ha dato alla luce ed ha allattato al seno la propria creatura,  conserva le innumerevoli emozioni nate nel grembo. La memoria del neonato, si sveglierà al primo accenno della mamma e gli trasmette  sicurezza. La mamma ha la facoltà di riuscire a recepire ogni cambiamento del bambino. Ogni momento od anche prima che avvenga, la mamma si  rende immediatamente conto dell’esigenza ed è pronta appena si presenta, a  soddisfarla.. La Signora Marcella è arrivata a Mega stremata e non è riuscita a tenersela. Le è mancato l’aiuto ed è precipitata frantumando in miriadi di schegge il suo cervello, perdendosi. Mega, mancava dunque di quell’elemento naturale che la mamma riesce a sviluppare. L’elemento si era atrofizzato mantenendo un buco aperto che nessuno riuscirà a riempire ma che ha bisogno d’esserlo. Adesso, tirata nella famiglia, aveva da imparare e crearsi un’alternativa agli anni del

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convento. La convalescenza del padre man mano, dalla fase acuta andava  prendendo una buona piega e le lasciava del tempo libero.. Cominciò ad andare per la città nel rendersi conto dei bisogni e delle incombenze da sbrigare. La necessità di mettere a frutto il suo sapere la incitò ad informarsi e leggere le offerte di lavoro. Il bando di concorso per insegnante di scuola elementare attrasse la sua attenzione e la condusse nel mezzo della giornata,  al convento “ I Figli di Maddalena “ da madre Vincenzina. La madre priora l’accolse con affetto e benevolenza. e le assicurò il suo incondizionato  interessamento. Mega, espletato l’esame,  ritornò a casa fiduciosa e rimase in attesa. La successiva programmazione del matrimonio di Stefano con Mela, l’ultima figlia della Signora Amelia, pur conoscendone i rapporti, le risultò un distacco, un abbandono e le venne alla memoria la mamma. Mega non conosceva sua madre, non l’aveva mai veduta. La Signora Marcella le era rimasta sempre lontana e sentì aprirsi un vuoto nella mente. La necessità di conoscerla, di vedere il suo volto,  le saltò nelle mani ed ebbe paura. Il matrimonio sopravanzò questo desiderio e le richiamò la sensazione di perdere il fratello. Cercò di recuperare le sue qualità e di recuperargli la promessa d’accompagnarla a conoscere la madre. La  sua vicinanza aveva conciliato Mega con la società che si rotolava per le strade, le piazze, i negozi e le fiere della città. La sua indole timida, dolce, aveva agevolato i rapporti di consanguineità. La cura del padre, richiedeva aiuto ed i loro rapporti, con i giorni ed i i mesi, si erano amalgamati e rafforzati. Mega aveva  da ricostruire l’esistenza che il convento non  aveva  potuto  insegnarle. La Signora Amelia, con la sua dolcezza e l’esperienza dei sette figli, tre  maschi e quattro femmine, con gli anni, le era diventata la madre che le era mancata. Stefano, però era l’uomo di casa al quale poteva sostenersi. Ogni giorno la società che conviveva nella città le mostrava i denti e lei non sapeva difendersi e fuggiva. La fuga, però non è una soluzione ed entrò in competizione con le armi che la natura le aveva dato. La dolcezza e l’animo puro, però sono metodi maltrattati, presi in giro e sbeffeggiati, degradati a debolezza. Il conflitto si allenava e cominciava  a diventare sofferente quando fu chiamata per insegnare alla scuola elementare di Largia. “ Maestra. Sono Maestra ed insegno al  Largia. “ si diceva salendo al convento da madre Vincenzina. “ Baciando e stringendo nella mano destra,  Dario “ Il cane smarrito, era stato eretto dal signor Lotaro, a simbolo di fortuna e stampato in milioni di esemplari. Il monile di Ametista le saltava sulla pianta della mano abbaiando e Mega, dall’emozione rideva e piangeva..” Dario è un cane potente e L’Onorevole Lucerta gli è fedele. “  si diceva guadando fuori dal finestrino dell’autobus cittadino. “ Questo potere appartiene a Dio. L’intercessione è importante ma secondaria. L’ha fatto e buon per lui. “ le diceva madre Vincenzina rispondendo a Mega che dalla contentezza la ringraziava prostrandosi ai piedi. L’allontanamento di Mega dal Convento “ I Figli di Maddalena, “ era stato una necessità. Il rientro nella casa dei genitori, invero non aveva comportato la risoluzione  del vincolo. L’appartenenza era  indissolubile, indiretta ma con la fedeltà all’ordine inculcata nell’epidermide.. Il “ cane smarrito “ è  il simbolo d’appartenenza Lo zio Diego aveva lottato e non si era fatta sfuggire l’occasione. L’Onorevole Carlo Lucerta, in primis l’aveva osteggiato ma quando aveva acconsentito al progetto della statua in suo onore, gli si era acceso il lampo dell’affare e lo aveva pubblicizzato su televisione e giornali. Il “ cane smarrito “ stava prendendo piede, camminava speditamente verso il firmamento nazionale. Molto presto, sarebbe diventato, il maggior partito politico. L’Onorevole Carlo Lucerta,  apprezzava Mega ed i suoi principi. Ad ogni modo non dimenticava  l’appartenenza.  Ogni richiesta della famiglia  “ Lotaro. “ non poteva essere vanificata.  Mega andava a scuola con animo sereno. Amava  insegnare e dava  a quei bambini anche i primi rudimenti scolastici pur se non contemplati. Il Signor Giulio Capotosto, ogni volta che la vedeva ritornare, si saziava gli occhi e la mente. A volte andava a pensare ai  minuti trascorsi, seduto sulla panca del convento ed aspettarla con la felicità che gli toglieva il respiro pasteggiandosi nella bocca le parole da dirle, macinando nella mente, le mille e mille cose  da chiederle, e non riuscire ad esprimerle l’amore che gli scoppiava nel cuore. Uscire sul sagrato e ritrovarsi negli occhi il volto sconvolto di Marcella. Il fiato gli si accorciava e sentiva Marcella che

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gridava. Il dolore lo attanagliava e gli ridava la forza di pensare a Mega. Ogni volta ritornava a trovarla con la speranza di riuscire a trasmetterle quanto l’amava, seppure l’animo  gli restava piegato nel taschino della giacca. Incapace di parlare d’amore, Giulio Capotosto chiedeva a sua figlia, d’essere aiutato.  Sconfitto,  impaurito, spaventato, annichilito, ritornava a casa in attesa del prossimo incontro. Il senso di colpa lo attanagliava ed ora gioiva di vederla entrare. Il signor Giulio Capotosto, appena la moglie diede alla luce Mega, vedendosi costretto a metterla nelle mani dell’amico Diego Lotaro e donarla al convento, pregò Dio di perdonarlo ma non aveva altra scelta. Le mani della priora, madre Vincenzina,  avrebbero saputo accudirla al pari della madre. Marcella non era affidabile e la rifiutava. La malattia della Signora Marcella, con la nascita di Mega, si era talmente aggravata che l’unica alternativa per non perderla, era di metterla nelle mani della Santa Famiglia. L’unico che poteva aiutarlo era l’amico e sovrano del porto,  Diego Lotaro. La sua intercessione, era in grado di salvare la sua famiglia e quella creatura innocente e vi si affidò. Il Signor Diego Lotaro prese in mano le redini della situazione e Mega fu affidata al convento “ I Figli di Maddalena. “ La Signora Marcella, percepiva la bambina, alla stregua del male e la rifiutava gridando “ diavolo, diavolo. “ Il Signor Giulio Capotosto ringraziò con umiltà e rispetto il Signor Diego Lotaro e cercò il conforto nel figlio rimastogli. Mega, dunque rifiutata dalla madre, era stata presa in affidamento dal convento “ I Figli di Maddalena. “ La madre priora, al secolo Vincenzina Lotaro, l’accolse al pari di un dono di dio e la prese in seno al Convento con gioia, addirittura spropositata. Il signor Giulio Capotosto, era  un lavoratore portuale ed abitava nella casa ad angolo, sulla stessa strada dell’abitazione della famiglia Lotaro. La famiglia Capotosto aveva un figlio di nome Stefano ed aveva circa dieci anni. e crescerlo non era stata una passeggiata. La sofferenza di Marcella limitava le azioni di Giulio,  anche a letto. Giulio, comunque non si era mai lamentato. La Signora Amelia, quando poteva prendeva Stefano in casa. La sofferenza della signora Marcella con le  bizzarrìe che ogni tanto attraversava, navigava su un binario di stabilità. La gravidanza di Mega, invero riuscì a destabilizzarla in modo preoccupante. Il malgoverno della mente risultò evidente in modo lampante e sempre più evidente. Gli episodi sporadici, tenuti sotto controllo dalla pazienza e lucidità del signor Giulio, si manifestarono con clamore devastante nel parto. Marcella diede alla luce Mega spontaneamente ma decuplicò le forze rimaste rifiutando quel fardello. “ Diavolo, Diavolo. Toglietemi questo diavolo. “ gridava senza smettere ed ormai anche senza voce. I farmaci che le venivano somministrati non  risultavano capaci di attenuare la sua paura. Il malgoverno della

mente s’assopiva lievemente e ritornava sempre più infernale. Le grida le si bloccavano in gola ma il terrore che le si leggeva negli occhi era indicibile. “ Satana vai retro. Satana non mi toccare. “ gridava appena un’ombra le si avvicinava. Il Signor Giulio era sotto posto ad un’indagine ossessiva. Il barlume di lucidità che l’attraversava l’induceva a respingere Giulio con crudeltà. “ Vade retro. Non mi toccare. Allontana  quelle mani. “ gli diceva stracciandolo con mille parole irripetibili, degradanti, sconosciute ai più nonché a Giulio. La  mortificazione, la disperazione ed il dolore affievolirono  la resistenza di Giulio. Ad un tratto si ritrovò senza tempo e senza energie. Cercò  aiutò nell’amico e compagno di lavoro intendendo avere un momento di pausa. Diego intervenne in modo radicale e lo sollevò di un peso insostenibile. Cercò di supplire al vuoto che gli era nato in casa rivolgendo ogni suo sforzo verso il figlio. Lo spazio libero che gli restava, però gli si attorcigliava intorno alla testa e stringeva con una lamina d’acciaio munita di puntine slabbrate alle tempie ed in fondo alla nuca da togliergli il riposo. Il senso di colpa per essersi lasciato andare, aver pensato solo a se stesso, lo metteva all’angolo e lo straziava giuocando a tirargli freccette, coltellini, biglie d’acciaio infuocate nella faccia, negli occhi in ogni parte del corpo anche quando si metteva sotto la doccia. Conosceva l’insostenibilità di un cambiamento. Marcella, non era in grado d’affrontare una gravidanza. Il passaggio di stato era impervio e lui se n’era scordato, dimenticato. L’attraversamento degli anni gli aveva tolto dalla mente il pericolo perdendo la moglie e la figlia. Il Signor Giulio Capotosto, seduto sulla sedia attrezzata, con i monconi delle cosce leggermente

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puntati in alto, con gli occhi sbarrati e le labbra strette nel pensiero della figlia, vigila senza un secondo di pausa, l’aria fuori dalla finestra. L’appartamento situato al terzo piano di un vecchio stabile senza ascensore, non gli permette di scendere in strada a fare una passeggiata. La disponibilità degli amici e dei parenti è encomiabile ma Giulio non ritiene praticabile e né educato approfittare della loro benevolenza. Ha la sua finestra e se la fa bastare fino a quando rientra Mega. Ogni tanto ha il sostegno ed il conforto di qualche uccelleto che s’azzarda a volare a quell’altezza,   il passaggio di un gabbiano distratto o la incursione di una gazza a cercare il cibo che non trova nei campi incolti che ogni giorno senza interruzione, vengono abbandonati dai contadini che emigrano a cercare lavoro. Il sogno di un domani col lavoro a quattro passi dalla casa dei padri,  si è infranto nei cilindri d’acciaio arrugginiti sparpagliati nei campi un giorno rigogliosi di odori di fiori e di frutta e nelle ciminiere che hanno minato la salubrità dell’aria. Il ritorno di Mega, però cambia il paesaggio e salta sulla sedia alla stregua di un bambino che vuol giuocare. Un sabato, ch’era giorno di mercato a Largia, il ritorno di Mega a casa, però non aveva in faccia la luminosità che di solito emanava con semplicità. L’affettuosità era dolce e delicata alla stregua di ogni giorno ma questo sabato, un pugno di raggi le era  sfuggito. La serenità del suo viso, la brillantezza dei suoi occhi le si era attenuata, l’aveva lasciata fuori di casa, nascosta da qualche parte. La sensibilità di Giulio si era talmente acuita che non riusciva a non accorgersi anche di  cambiamenti impercettibili nella figlia. Mega, invero gli era presente anche quando stava con gli occhi chiusi ed era tale e quale Marcella da ragazza. I primi giorni di vita matrimoniale, la guardava dormire per qualche minuto prima d’andare a montare di servizio e la sua espressione, tranquilla, rilassata, serena e libera da ogni quotidianità, lo induceva a lasciar scivolare qualche lacrima di gioia. La sua bellezza si esaltava per le gote, alle mascelle, sul collo e nel petto, con la freschezza dell’acqua di un ruscello che scende nel suo letto con il sole che con calma  sapiente, riveste l’erba e la terra del suo calore. Gli venne in mente crogiolandosi con gioia nel ricordo, perfino la prima volta che fecero l’amore.. Il cugino di mamma, Ciccino Molino,  dalla casa di campagna si era trasferito in città dalla figlia per problemi di salute. Giulio, d’accordo con Peppe, il cugino acquisito,  programmarono che dopo il matrimonio, anziché andare a dormire in albergo, avrebbero trascorso colà  qualche giorno. La casa era stata ripulita e provvista di cibarie e biancheria. La casa colonica su una collinetta in mezzo alle terre esposta verso il mare, era praticamente isolata. Una stradella secondaria di una terzana della principale arteria della città di Lafoglia, si scostava dalle case allineate e messe in fila dalla speculazione edilizia e s’insinuava nella periferia. Il diradare delle costruzioni, ad un tratto lasciò sbocciare una strada senza nome e né governo. Una curva a gomito raccolse l’ombra di una robusta e folta striscia di canne e s’allargò accompagnandosi a due  alberi di gelso bianco e nero con il fusto di una circonferenza che un uomo dalle grandi leve non riesce ad abbracciare se non per quasi metà. La traccia di  una stradina poderale con la timidezza di una processionaria, si mostrò al passeggero uscendo e svincolandosi dai gelsi, con sali e scendi s’incamminò per i  campi e raggiunse la casa colonica. Situata ai piedi della collina,  un albero di noci ed alcuni di fico, tentavano di proteggerla dai venti che vi balzavano improvvisi a mettere scompiglio alla miriade di cespugli di gelsomino con i quali giuocava tenendosi  per mano,  dondolandosi sui piedi cantando e ridendo.. I più vicini alzavano i rami fino al tetto e l’abbracciavano amorevolmente avvolgendola nel delicato profumo. Giulio e Marcella, con la luce del crepuscolo sparpagliata sulle spalle, salirono al piano tenendosi per mano guardandosi negli occhi. Lo spazio leggero, la tiepidezza della sera e le stelle del cielo s’affacciarono sulle creature della terra,  le avvolsero in un velo di semplice naturalezza. e li osservarono adattarsi l’uno all’altra. Un bottone  lasciò l’asola, un altro lo seguì ed il vestiario del giorno con i nastrini del sigillo penzolarono scoprendo la pelle candida. La notte maturò le mille emozioni con la delicatezza del profumo dei  fiori bianchi, e  Giulio e Marcella con l’alba che tratteneva a fatica la luce, s’addormentarono in un abbraccio che sottintendeva ogni distinzione senza appalesarla. Ogni giorno che seguì,  la raccolta dei boccioli riempì a pugni la cesta ovale

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intrecciata a mano e personalizzata all’uopo, dall’ultimo degli artigiani della Largia. Santo Giudice esercitava quest’attività dalla più tenera età e da alcuni mesi aveva festeggiato ottant’anni pregando la Madonna che lo risparmiasse fino a che le mani e la testa lo tenessero capace. La mattina, appena sveglio chiamava il padre ed a forza di braccia s’attaccava ai pantaloni e lo seguiva al magazzino dove  lavorava le canne, il junco ed i rami avventizi dell’ulivo. Un giorno dopo l’altro, aveva rinforzato   la muscolatura delle gambe,  acquisito l’equilibrio ed  imparato a camminare. La naturale curiosità,  lo induceva  a vigilare l’attività che svolgeva il padre. Gli occhi guardavano  con estrema attenzione le mani del padre impegnate nel lavoro. L’esercizio quotidiano depositato nella mente lo trasmise nelle mani ed imparò in breve tempo a districarsi con gli intrecci,  superando il processo con  maestrìa. Il Signor Carmelo, pensò che il figlio, doveva essere addestrato alla sua arte. Lo accompagnò con orgoglio nell’addestramento e ne rimase sbalordito constatando le capacità che riusciva ad esprimere senza alcuna fatica. La morte del padre, lasciò Santo Giudice in una simbiosi perfetta con i materiali in acqua d’ammorbidire e trattare, accantonati per raggiungere il loro ciclo naturale e le scaglie sparse sul pavimento in cemento ch’era stato il suo piccolo regno. Rimasto l’erede unico di quell’arte,  le ore non gli bastavano e non tentava se non per necessità, di mettere a riposo il lavoro,  uscire dal magazzino ed andare a casa. La notte silenzioso l’avrebbe accompagnato a casa senza buttargli addosso,  alcun  pericolo,  però decise di costruirsi, sopra il magazzino l’abitazione dicendosi: “ cu si vardò si sarvò “ traendo dalla memoria la saggezza di nonna Febronia. La madre di sua madre chiusa nella sua cecità a volte, si scuoteva dal silenzio smarrito che occupava la sua mente e sentenziava massime che aveva appreso dagli altri.  Santo che le assomigliava ed addirittura aveva ereditato la malattia, l’ascoltava ed imparava a trarne beneficio. L’abbinamento casa- bottega gli diede agio di conoscere meglio la comunità che lo circondava. La casa-bottega, era situata all’angolo con la strada che ospitava la residenza dei Ruvo. Santo, crescendo aveva appreso dell’esistenza di Marcella. La luce degli occhi non l’aveva ancora abbandonato ed anche se con difficoltà ebbe la bella sorpresa di conoscere Marcella. Una bambina dagli occhi splendidi che diede a Santo,  il coraggio d’accantonare la sua malattia  e la forza di pensare che avrebbe visto, in quelli, il mondo. Santo l’ha vista crescere ed ha impastato il suo essere con il suo, ricavando l’aiuto che gli mancava.  La bambina era timida, riservata, riflessiva e Santo dovette armarsi di una junta maggiore  della dolcezza ch’era insita in lui, per staccarla dalla soglia di casa sulla quale stava seduta per ore,  con la testa abbassata. Santo conosceva  quel  processo di conservazione. Il figlio unico ha l’accesso a miliardi di finestre ma per potervi accedere ha bisogno di una mano che la solitudine gli impedisce di scovare. Secondo Santo, Marcella aveva bisogno d’attenzione e cura e lui necessitava della sua presenza al pari di un’ancora in acqua ad impedire alla barca di scarrocciare e perdersi in malo modo. La preoccupazione che si potesse ammalasse lo teneva in ansia ed ogni mattina,  guardava la soglia della casa fino a che Marcella, non usciva a  sedersi. Santo, invero aveva imparato ad amarla e nutriva nei suoi confronti, il diritto paterno di vederla. Santo, lavorava a memoria e con la fantasia volava sulle ali del mattino, prendeva il suo  sorriso e vi giocava le ore che voleva senza stancarsi. La gonnellina di Marcella gli spalancava il cielo e la  bellezza  gli correva davanti sui fili dell’aria nebulosa donandogli il coraggio di scalare  il giorno e la notte senza la paura che la solitudine lo assalisse e mettese in ginocchio. Scorgendola, la chiamava  con la dolcezza del padre che è costretto a vedere la sua bambina ad ore senza poterla tenere. La sua compagnia gli era salutare e le costruì una sediolina con tronchi di ferula senza spalliera, impagliata con saggina per averla accanto Seduta al suo fianco, Santo lavorava ai cesti e le raccontava le storielle che riusciva a trarre dalla memoria, inventando quel che gli scappava. Le serate invernali seduti intorno alla conca,  con nonno Pasquale a raccontare,  diventavano magiche  e ricordarle tanti anni dopo, rasentava il sogno che si dimentica con l’alba. Santo, comunque amava ascoltarla cantare, recitare le poesie imparate a scuola, i canti della chiesa. La sua vocina  apprensiva, gli faceva tremare le palpebre degli occhi e girandosi a guardarla aveva la sensazione di

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scoprire in lei “ una debolezza naturale, “ uguale a quella che a volte scovava in qualche filo di junco ma che intrecciato con sapienza e con l’agio necessario, non mostrava la debolezza mantenendo il suo posto al pari degli altri. Santo Giudice, era stato colpito, ancor giovane da una rara malattia agli occhi chiudendolo nel silenzio del  lavoro. Gli anni che gli passavano davanti la porta del magazzino,  lo guardavano allungando la distanza ed appesantendo la nitidezza. Santo cercava di scansare la nebbia che gli s’ammassava chiudendo gli occhi ma appena li riapriva lo sconforto gli toglieva la voce impedendogli perfino di canticchiare “ Marameo. “ La memoria  di Marcella, però lo incitava a non abbandonarsi e trasmetteva  nelle mani la vista che perdeva. Il risultato era abbagliante tanto la faccia di Marcella, gli scaturiva dalla retina con la gioia della primavera. Gli incontri con Marcella erano l’alimento più ambito e si erano allungati. L’età la governava altrove ma quando andava a trovarlo la contentezza lo agitava. Il suo corpo di per sé alto, man mano era diventato voluminoso e nella sedia trasbordava ma sentirla vicina, lo scuoteva. Il profitto negli studi lo gratificava e le baciava le mani per ringraziarla che si ricordasse di quell’albero vuoto che raccoglieva nelle mani il sapere dell’esistenza. La salute,  sottoposta al peso del suo corpo e degli anni resisteva agli acciacchi dell’età. Il diabete senile e qualche carotide semiotturata, l’insufficienza cardio-respiratoria  ed i dolori alle articolazioni gli facevano compagnia ma non lo alteravano nello spirito. La sua delicatezza era rimasta intatta e la manteneva anche nei momenti peggiori. La programmazione del matrimonio di Marcella, però  lo mise in subbuglio e la sedia sulla quale sedeva da poco meno di ottant’anni, terrorizzata quasi saltò fuori dall’infossamento che aveva subito un giorno dopo l’altro fino ad allora, piegandosi sui piedi, dilatando la terra. La sua presenza alla cerimonia era fuori discussione. Ad ogni modo doveva ringraziarla. Lentamente e con delicatezza raccolse il tempo sparso sul viso, negli occhi e nella mente infarcito della sua bellezza e dolcezza. Sommando aveva riempito giorni ed anni che a contatto delle mani gli si trasformarono in secoli. L’idea che gli scaturì dichiarava la semplicità con la quale viveva e le mani si misero al lavoro ad imbastire una cesta. La confezione della cesta per il matrimonio di Marcella, nell’andare a formarsi lo affaticava. La sua fibra assumeva la connotazione del junco, delle canne e dei figli dell’ulivo affaticandolo. Il diabete e l’insufficienza cardio-respiratoria, accelerarono la loro deleterietà. La sedia  s’incurvò ancor di più sulle gambe ma resisteva. La bassa statura la manteneva in equilibrio pur se leggermente piegata in avanti. Il lavoro della cesta, invero era la svegli mattutina di Santo. La morte dei genitori, il padre e pi la madre, l’aveva lasciato solo ma riuscì ad adattarsi a quel che il cielo gli concedeva ogni giorno ed anche la notte. Le preghiere imparate da bambino, lo aiutavano e la sera recitandole gli sembrava di stare seduto alla conca con nonna Pasquale e s’addormentava sereno. La mattina si svegliava al pensiero della cesta di Marcella cantando sottovoce le sue canzoncine. La sua voce di bambina gli veniva in aiuto e lui continuava dietro di lei facendo colazione, bevendo il caffè, scendendo le scale e sedendosi mettendosi a lavorare. Santo non aveva alcun processo da intentare e non recriminava nulla della sua condizione. “ Il signore è padrone di ogni creatura e manda ad ognuno quel che vuole. Sbagliato o giusto non serve giudicare ed accetto il suo verdetto. A quelli che riusciranno a dirimere la questione va il mio plauso e non escludo che l’uomo possa ottenere una migliore condizione di salute. “ diceva a qualche cliente che reputava affidabile nell’ascoltare e comprendere. Il cesto per Marcella fu l’atto d’amore più alto di Santo. La bambina che si era dissolta nella nebbia gli restava accanto e gli faceva compagnia. Marcella è stata la sorella arrivata inaspettata, la figlia mai avuta ed in lei consumò l’ultimo ritaglio di tempo che gli era stato donato. Santo Giudice, aspettò che Marcella ritornasse dal viaggio di nozze e qualche settimana dopo, una mattina restò sdraiato a faccia in aria nel suo letto. Gli occhi a guardare  nel rettangolo della finestra che le persiane tenevano appena aperta nella luce del cielo che si espandeva sulla città di Lafoglia verso il porto. Il grande portone rimasto chiuso e la sedia vuota a guardia della strada,  diedero l’allarme. Un’anima buona,  s’arrampicò fino alla finestra con le serrande socchiuse e s’accorse che

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Santo, era caduto preda della morte. Santo Giudice,  senza più respiro e con la serenità dipinta sulla faccia, si era allontanato in silenzio guardando con la coda dell’occhio, la sua esistenza, il lavoro non terminato ed il materiale depositato nel fondo del magazzino e che il tempo avrebbe disperso.   Quando  Marcella andò a salutarlo, una luce tiepida, gialla e viola s’alzò nell’aria e salì nel cielo, volteggiando lentamente  All’improvviso, la perdita  le svuotò la testa e perse il giorno. Uscendo per recuperare il tempo,  la strada si rese estranea mettendole i passi fuori misura che quasi litigava con il marciapiede. Cercando di recuperare l’equilibrio perduto, si mise in cammino verso casa. L’angolo che svolta la strada e  conduce alla chiesa, ad un tratto le segnalò la presenza della nonna. La Signora Giovanna Casella, mamma di sua madre, seduta sul terzo o quarto gradino della scala, si alzò e  la guardava avvicinarsi sorridendo. Marcella s’accorse della sua stanchezza, che quasi non si reggeva all’impiedi ed accelerò il passo per raggiungerla più in fretta. La distanza, però le  si confuse con uno stormo d’uccelli, il volo le sparpagliò l’aria  sull’intera piazza e la nonna le scomparve dalla vista. La cercò con il patema d’animo scandagliando i candelabri e le candele che si rincorrevano sulle lastre di marmo,  domandò perfino alla  piccola comunità di colombe che beccava l’erba medicale che cresceva intorno alle tombe paleo-cristiane. La costruzione del  palazzo viciniore, nello scavo delle fondamenta con la complicità delle autorità di controllo, le aveva decimate. Quelle rimaste oltre il perimetro della speculazione edilizia, ebbero la sorte d’essere  risparmiate. La sistemazione della piazza, le portò alla luce ma una cattiva amministrazione, le abbandonò all’incuria. La cittadinanza asservita all’apparenza mal si addice alla cultura ed alla storia e calzata la maschera elegante presa in affitto a pagare con la pensione dei nonni, non ha nulla da dire e si affida alla buona volontà del politicante che viene in città a fare incetta di voti e lasciare che il tempo provveda. Marcella incredula, attraversò la piazza ed imboccò la strada che porta al teatro rimasto a restaurare e scese sul lungomare. Scrutò attentamente i ficus che ornano la passeggiata e fanno da scudo alla statua  che con la spada in alto proclama la vittoria e s’arrese nelle mani dei pirata che nel covo banchettavano cantando. Marcella, cresciuta con la nonna cercava il suo conforto ma non ebbe la forza di chiamarla. Ogni giorno, con il buio che nascondeva anche la brace, i genitori uscivano di casa per andare a lavorare nei campi, e nonna Giovanna si prodigava ad assisterla. La nonna era buona, bella ma la mancanza della mamma le rilasciava nel silenzio, una sofferenza penetrante che le toglieva la forza. La delicatezza e la dolcezza di Santo Giudice l’avevano saputa curare, evitandole gli sbalzi di temperatura. Qualcosa, invero le restava scoperto e l’intera protezione le veniva a mancare proprio quando ne sentiva maggiormente la necessità. Capitava che di punto in bianco, seduta a studiare od a ricamare, od a mangiare che le saltava il governo. Il malessere le sbucava repentino in ogni parte del corpo ed i quaderni ed i libri sul tavolo ed ogni altra incombenza che stava svolgendo,  si trasformavano in chiodi che mordevano anche se non gli voltava le spalle. Le parole secernevano sangue ed ogni pagina, scodella, tondo od altro,  assumeva le caratteristiche di una tomba. Le fosse aperte nella terra gialla,  raccoglievano uomini, donne e bambini ed ai lati gli altri piangevano senza lacrime respirando piano la dignità del resto della vita che sa che l’attesa è vana e non tende la mano. La casa si riempiva di tombe e mostri d’ogni specie che le scivolano sulla pelle, le s’infilavano negli occhi ed in ogni orifizio accessibile. La fuga era la sua salvezza ed andava in chiesa e restava a pregare, costringendo la nonna ad andarla a cercare. La scoperta di Giulio giuocare a pallone con la sigaretta in bocca, l’attrasse fino a farle pensare d’aver trovato l’amore che dio le prometteva. Pareva aver raggiunto una serenità decisiva e quando andò a nozze il cielo le era venuto incontro con le sue stelle in una girandola fosforescente. Il ritorno in città, invero l’aveva riportata indietro, nell’insicurezza dell’adolescenza  confondendole la mente. Marcella,  non riusciva ad adattarsi a quel rapporto. L’occupazione del suo corpo, la disposizione delle ore nel cerchio di Giulio, ogni giorno che passava si faceva soffocante, addirittura insopportabile. La situazione le sfuggiva e non riusciva ad accertare la provenienza della perturbazione che s’abbatteva sulla sua capacità di discernimento. La morte di Santo le spezzò un

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un ramo,  piuttosto robusto dell’albero al quale vi stava attaccata con la mano destra, rimanendo a sorreggersi con  la sinistra a quello sottostante, molto più piccolo.  L’accerchiamento di parenti e vicini, la manteneva senza riposo e quando a sera andava a letto faceva fatica a riconoscere Giulio. L’amore ed il sesso non riuscivano ad amalgamarsi. Giulio odorava di salsedine e lei non lo sopportava. L’odore del mare la percuoteva alle tempie e la sofferenza s’allargava per il corpo intero. Il pensiero si quietava quando ritornava alla casa colonica e con la cesta andava a raccogliere i fiori di gelsomino. L’odore dolce, delicato dei fiori bianchi le dava la pace e s’addormentava. La mente, sottoposta all’avvicendarsi degli avvenimenti, solleticata, provocata, contrariata dalle incomprensioni quotidiane, s’ingarbuglia, s’annoda su se stessa, si snoda ed  avverte l’impossibilità di una soluzione. La realtà s’abbatte sulla ragione ed esclude il governo della propria esistenza. Il  futuro si frantuma e l’individuo cerca di sopravvivere affidandosi  allo spirito,  mettendo nelle mani del Signore, ogni giorno che verrà. L’operazione è comunque molto difficoltosa e richiede altrettanta perseveranza. Marcella, però è cosparsa di testine nere che non riesce a schiarire. La  condotta  ad integrarsi nel vincolo del  matrimonio, dunque le  risulta inadatta allo scopo e tenta di nascondersi nel silenzio. Le pretese di Giulio, mal si adattano alla sua sensibilità e reclama un approccio diverso, meno materiale. Le arditezze del rapporto non sono in armonia con i suoi desideri e la confusione, la sofferenza la tengono a disagio. Il viaggio d’amore, invero risultava a Marcella, un peso  che si faceva sempre più faticoso. Ogni giorno senza escludere la notte, era costretta,  a trainare  a mano,  un carro armato che anziché proteggerla dai franchi tiratori, la minacciava con le armi in dotazione.  Il clima mite, pulito, delicato era svanito e l’amore,  inavvertitamente aveva subito un affronto. L’incomprensione creava malumore e la parola prendeva il sopravvento anche se  non sfociava mai in lite. Giulio amava Marcella  e non sarebbe mai riuscito a compattare la mente a comporre, uno schiaffo, una qualsiasi forma di violenza nel nome di un diritto che il  matrimonio riesce ad arrogarsi. La sopraffazione, invero è la debolezza espressa per autodifesa ed ha nel sistema una mal educazione, un’inciviltà. L’animale assassino che la cultura riesce a tenere sotto controllo, esce dalla caverna nella quale è stato rinchiuso e colpisce. Il gene del primordiale rimasto a covare è venuto in superficie ed a nulla è valsa la scolarità, la convivenza nella società delle persone. La bellezza pennella l’aria con i colori dell’arcobaleno e la pioggia in lontananza può essere violenta ma non copre la visione paradisiaca che ha creato l’occhio della mente. Il paesaggio è raccolto e conservato nell’anima. La mente eccitata si eleva e vola in una dimensione più alta.  La religione ha la capacità di sublimare le giovani menti ma a secondo dell’intensità dell’esposizione anziché  creare situazioni di chiarezza, infittisce la nebbia che sale dalla realtà  e rende incomunicabile anche il minimo rapporto umano. Il signore è il libro dell’amore, ha dettato le linee guida e si è allontanato lasciando ogni decisione senza imposizione. L’uomo che crede d’essere il servitore della verità assoluta è un vile, non ha la capacità di guardare oltre ed anziché amare distingue seminando male. Le dichiarazioni d’amore si complicano, tendono  ad incanalarsi in un vicolo che non conduce alla luce ed il  danno scoppia buttando in aria ogni mattonella della piazza che mani esperte avevano disposto in un disegno armonioso.  La maestà dell’anima afferrata di petto e messa in discussione, è sbalordita ed umiliata. La perdita del punto cardinale, la riempie di solitudine e la costringe a rimanere sola. La possibilità di cercarsi un rimedio le viene a mancare ma sa che deve  escogitare qualcosa per non soccombere. La coscienza semplice non riuscendo  a cogliere il significato della dimensione equilibrata, barcolla camminando all’incontrario,  secerne un odore scostante, urticante teso  a  difendersi e mette in discussione anche il bacio d’amore. Marcella stava entrando in una rete dalle maglie sempre più strette e con la convinzione  di trovarvi la quiete. Il  timore del giudizio del Signore prevaricava la sua ragione ed accettava la parola che le veniva riferita quale unica e  vera. Questa verità assoluta, avanzava e stritolava ogni pensiero precedente. Il giuoco imbastito da questi servitori ecclesiali divenne pesante. La  pratica azzerò la genuinità della sua anima e le tolse l’ultima briciola di luce del sole.

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Non c’era verso che potesse dubitare della bontà del loro servire e dunque non pensava di doversi  trarsi fuori  sprofondando inconsapevolmente nel baratro. Il dramma che si apprestava a consumare la poneva in uno stato esterno al mondo quotidiano. Il silenzio e le facce dei Santi che le sfilavano negli occhi,  le davano la sensazione di star seguendo la strada maestra. L’amore non condiviso, in fondo le portava patimento e lentamente, un giorno dopo l’altro, tentando e riprovando, sperimentò l’attivazione di un  processo di trasformazione. S’avvalse del residuo potere della mente, del sofisticato acume accumulato derivato dalla vicinanza col maestro e si smaterializzò trasformandosi in un venticello. Quando tendeva all’abbandono e cedeva il suo corpo al volere di Giulio e della comunità con le sue incombenze quotidiane, volava a nascondersi nei tronchi del gelsomino. L’isolamento si protraeva anche per oltre un mese e si  nutriva col  nettare secreto dai fiori bianchi.. Marcella nei giorni stupendi del suo matrimonio, con la pace, la quiete che l’accompagnava ovunque, passeggiando intorno alla casa colonica, era entrata in simbiosi con le piante dislocate nel vasto territorio che si espandeva verso il mare ed aveva assunto, facendone incetta, ogni elemento atto alla riproduzione. Il fiore del gelsomino racchiudeva il suo benessere.  Ogni poro della pelle assorbì ed ascrisse la formula distillandolo. L’anima aveva sviluppato cellule speciali. Il nucleo, autoriproducendosi, dividendosi nei vari passaggi, aveva predisposto la costituzioni dei siti  specifici che altre cellule predisposte le eccitavano e secernevano il nettare che distribuito  nel circolo, veniva utilizzato alla bisogna.. Marcella, invero era riuscita a carpire all’albero l’organo che sviluppa il fiore del gelsomino. Marcella imparata la procedura aveva creato il gene specifico e ne comandava la distribuzione quando riteneva d’averne bisogno. La facoltà d’avvantaggiarne  la discendenza, sottostava al potere di  percezione  e secondo un criterio senza regole.  L’appannaggio di Marcella era un evento, un fenomeno della mente  e quando ne aveva bisogno emanava il suo profumo e vi nascondeva l’anima ammalata. La ricetta confezionata dall’amore accompagna Marcella e secondo il clima che il desiderio le sviluppa, elabora la fragranza, dando all’epidermide il comando di spanderlo nell’aria,  sulla persona che ha abbattuto la barriera. Marcella, invero  l’avvolge in mille preghiere e ringrazia senza stancarsi il gelsomino che le procura questa nicchia speciale. Ogni sera o quando vi rientrava, la casa colonica, l’accoglieva con la delicatezza e la dolcezza di una madre, la scrutava constatando la sua sofferenza e penetrata nelle stanze intime della sua anima, la colmava della medicina necessaria a riportarla a casa. Marcella acquisito il dono lo conservava e recuperava la  tenerezza e soddisfatta delle carezze e dei baci di Giulio, s’addormentava nelle sue braccia senza alcun timore.  L’amore la coinvolgeva e la soddisfaceva con la grazia di una scoperta. Giulio, rapito la vegliava e vi si accucciava estasiato. Il ritorno in  città, invero tradì l’aspettativa dei giorni alla casa colonica. Giulio ascoltava e sorvolava raccogliendo la ragione e facendogli pensare ad un momentaneo sbandamento naturale rivolto all’adeguamento. Il lavoro lo assorbiva ma il ritorno a casa non comportava alcun miglioramento. L’aggravarsi della situazione lo mise in allarme e tentò di porvi rimedio. La cura cercava di riannodare le bruciature e creare le connessione più adatte ma bastava una parola intesa male o le chiacchiere indiscrete della strada che i giorni ritornavano indiavolati. Giulio non seppe che rivolgersi alla sapienza ed alla saggezza e per non sentirsi tradito, non seppe che  trarre dalla memoria quelli buoni e rifugiarsi in essi per curarsi le ferite e sopravvivere. L’aiuto che riuscirono a dargli  nei giorni successivi condotti a ripristinare i rapporti con la città furono determinanti. Il  confronto  con la devozione e con il dovere, invero non furono indolori. L’ossessione di Marcella s’avvalse della libertà che il lavoro di Giulio le consegnava per settimane. La dottrina degli apostoli incorruttibili, però pescava nelle acque più profonde dell’anima  e pescava i pesci più belli di Marcella, depredandola facendole intendere  che ne avrebbe ricavato privilegi e benefici nell’al di là. Marcella acconsentiva e si nutriva  delle loro parole e della speranza ma le veniva a mancare la capacità di donna e di moglie che le spettava. Le ore disperse in preghiere e rosari le appesantivano i giorni e la rendevano incorporea. La casa reclamava una conduzione attenta al tempo ed all’orario di lavoro e non

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ammetteva alcun ritardo. La consuetudine diventava una necessità e ripiegava, si lasciava trascinare ma la mente superava ogni contatto ed il rapporto  umano risultava  alla fine burrascoso.. Il sudore del sesso sopraffaceva la bellezza dell’amore e l’odore acre della salsedine s’abbatteva su Marcella con nausea e spossatezza. Marcella arrivava ad un certo punto, addirittura ad  opporsi con ira alla sua femminilità e si distraeva nascondendosi nella religiosità,  regredendo allo stato larvale. La città di Lafoglia le aveva riservato la sorpresa della morte di Santo recidendole un legame che negli anni era diventato paterno. La barriera protettiva si era spezzata ed ogni voce che bucava il suo udito, si trasformavano in mali ed  entravano quando volevano e la colpivano a tradimento ferendola nel profondo dell’anima. Il junco s’era scoperto debole ed il dolore avanzò arrivando in fondo, minandola. Marcella col seme di Stefano in grembo,  andava smarrendosi. Giulio cercava di sostenerla, alleviandole le sofferenze.e la conduceva sulla collina. Marcella ben custodita dialogava con la natura e  ritrovava i giorni belli assorbendo la leggerezza  dei volatili e dei fiori. Gli organi vitali ritrovavano alimento e ritornavano ad assumere il normale funzionamento.Giulio affacciato alla finestra, alzava gli occhi al cielo e capitolava. La bava della rabbia gli colava agli angoli della bocca ma scorgendo Marcella, si asciugava frettolosamente la bocca con il dorso della mano e si trasformava in un sorriso d’argento assumendo le sembianze di un gabbiano che ha pescato ed uscendo dall’acqua è colto in flagrante dal fascio di luce che il sole ha lanciato in esplorazione sul mondo intorno. Marcella, però stesa al suo fianco nel grande letto matrimoniale, era sottoposta ad un vero calvario. La condizione mentale le strozzava ogni slancio d’amore e la induceva ad una sofferenza innaturale. Il  lavoro chiamava Giulio in servizio e Marcella passeggiava nella notte. A volte, si fermava in ginocchio accanto alla culla di Stefano e  pregava il martire che c’era nel suo nome a salvarla. Il canto degli uccelli che cinguettavano volando sui rami degli alberi la liberava rendendola una statua. La villa comunale la portava a passeggio per i vialetti, alla vasca dei pesci, alla gabbia vuota delle scimmie e degli elefanti. Ad un tratto, alzava lo sguardo e lo  lasciava vagare nella volta celeste, gli orecchi aperti ascoltava le melodie ridendo, cercando d’acchiapparle con le mani. Stefano, custodito ai rumori della strada, dall’inferriate  che cingevano lo spazio se ne stava al sicuro ma lei l’aveva dimenticato. Il passaggio casuale di un cittadino con il cane senza museruola o di qualche vicina di casa o conoscente,  la destava dalle sue fantasie ed assieme a loro ritornava a casa. La salvezza del ragazzino era posta nelle mani della famiglia Lotaro. La mancanza della Signora Amelia era supplita da un familiare. L l’amicizia con Giulio andava oltre la vicinanza ed era la chiave che teneva a galla Marcella. La crescita dell’età di Stefano relegato nell’asilo,  avviò in Marcella  la convinzione  d’essere ritornata nella casa paterna da una vacanza da parenti. Il silenzio delle stanze, la libertà di muoversi senza dover badare ad alcun rumore, la portò ad interiorizzare le preghiere, i  principi religiosi dei quali era stata infarcita,  diventando un fantasma che circola a piacimento col buio o con la luce saltellando sui muri perimetrali, sulle pareti, sul davanzale delle finestra e perfino sulla soglia della porta d’uscita convinta che nessuno badasse alle sue fantasie. Marcella, invero era mantenuta sotto la custodia vigile della famiglia Lotaro. Giulio, a volte riusciva a farla materializzare ma non era cosa facile. Stefano era adattabile e non s’inquietava da far credere d’esser consapevole della situazione critica della madre. Stefano, dunque camminava sotto la conduzione del padre, quando era libero dal lavoro e la condizione di Mercella glielo permetteva o di qualche parente ma soprattutto dalla bontà e dall’amore della signora Amelia. Ogni volta che tornava a casa, Giulio era distratto dal volto e dai giuochi di Marcella ed entrava senza accorgersi del figlio. Sorretto da un amore senza limite,  correva a cullare Marcella. La Signora Amelia accorrendo dalla spesa quotidiana o dal disbrigo delle cose di casa, lo scorgeva abbandonato a coccolare la moglie ed evitava di disturbarlo ma Stefano, spinto dall’amore verso il padre lo chiamava correndo ad abbracciarlo. Giulio, invero lo baciava con trasporto e lo stringeva forte al petto ma sottoposto al logoramento della salute della moglie, lo lasciava andare sotto la custodia della signora Amelia senza dirgli una parola. Stefano crescendo si era abituato a quella conduzione

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familiare e quando il padre ritornava dal lavoro si limitava a guardarlo. Se Giulio lo chiamava lui accorreva ma non si faceva coinvolgere dal calore del momento.  Gli anni avevano indotto Giulio a calzare mutande elastiche  di contenimento con una cinghia protettiva che attaccava all’ombelico e gli teneva perfino i pantaloni. L’abitudine alle restrizioni, però un sera inciampò in una strana costipazione e per alleviare  le sofferenze, inavvertitamente ruzzolò sul corpo seminudo, semiassopito dai farmaci, di Marcella che distesa al suo fianco nel letto l’accolse senza alcun gemito di disappunto.  Giulio, scivolò nell’ovvietà e cavalcò  l’animale con la gratificazione dell’uomo che ha aspettato tanto, tanto, tanto. Ogni manovra, comunque accadde e si sviluppò, nell’inconsapevolezza della ragione. Il surriscaldamento, l’eccitazione  si presentò senza domandargli  dove intendesse andare,  se la donna con la quale stava ansimando, fosse sua moglie. L’istintualità  prorompente,   attrasse Marcella che accettò il rapporto pur se con voluttà sonnolente. La stanchezza, la frustrazione, probabilmente non aiutarono Giulio, a comprendere il rischio del rapporto. Riequilibrato il testosterone, scivolò nella zona del letto di sua competenza e si addormentò. La mattina successiva, insolitamente euforico, si alzò senza far rumore ed andò in cucina. Preparò e mise  la caffettiera accendendo il fuoco del fornello e quando il borbottìo lo chiamò,  bevve il suo caffè e  raggiunse il bagno. La pulizia del corpo non gli portò via molto tempo ed indossata la divisa del porto ch’era diventata la seconda pelle, andò al lavoro salutando con un bacio sulla fronte la moglie. Marcella, socchiuse gli occhi e tentò lentamente di svegliarsi e forse mettersi in sella, per quanto le fosse consentito dai mostriciattoli che la ossessionavano e cavalcare il giorno. Aveva da spazzare il cielo delle nuvole più malefiche che davano ospitalità a tanti esseri subdoli e malvagi ma il tentativo d’afferrare la ramazza in mano non otteneva l’effetto desiderato ed allora,  rimase a letto ancora qualche minuto per mettere in ordine la centralina dell’energia pulita. La signora Melina osservando, casualmente le fasi della luna, sentì il disagio arrampicarsi per la nuca. L’evento non si era verificato e distrattamente continuò le incombenze quotidiane. Un giorno, si ritrovò a constatare  che Marcella fosse ingrassata ma addossò la responsabilità ai farmaci che Marcella ingeriva e che la mantenevano quieta e serena. La battaglia notturna, però stava dando il suo frutto. Le fasi lunari, si  era nascoste ed il gonfiore della pancia, doveva pur significare qualcosa. La signora Melina, pluripera, madre di più figli, si sbattè la testa contro la porta per non aver messo a frutto la sua esperienza. La signora Melina incaricò il marito di sondare Giulio sull’attività sessuale. Il Signor Diego pur con estremo disagio, interrogò Giulio. Il cenno categorico di diniego di Giulio, sollevò Diego che concluse frettolosamente l’indagine. La signora Melina non convinta, le prenotò un’ecografia. L’urgenza che le metteva ansia, però non ebbe un buon accoglimento né dal numero verde che d’altronde non è specializzata a gestire la sanità e  ritiene per incapacità che sia una qualsiasi commissione, né in Ospedale presso il Reparto di Ostetricia e ginecologia che non esegue l’esame “  fuori sacco. “ La paziente non era rapportato ad alcun Medico o Paramedico specialista e dunque doveva seguire la prassi ordinaria. L’intervento dell’Onorevole Carlo Lucerta. fu risolutorio per cancellare qualsiasi difficoltà. Marcella, dunque ebbe la sorpresa di ritrovarsi nel grembo, un seme che avvolse nella formula del profumo del gelsomino. La protezione materna superò qualsiasi remora. Il frutto della natura,  ebbe il sopravvento e si sviluppò inglobando il gene misterioso. Quando le si appalesò nell’interezza  in un barlume di lucidità, il respiro le venne meno. Stefano, il figlio era in balìa della Signora Amelia e della sua famiglia e lei  l’aveva dimenticato nel giardino comunale. Questo nuovo frutto, non sapeva che farne ma le mancava il coraggio d’ammazzarlo. Ascoltandolo nei momenti meno bui, però credette che fosse un frutto mandato  dal cielo e facendosi forza l’accettò per portarlo a compimento, al pari delle altre sofferenze. L’incertezza della salubrità di Marcella, però preoccupò alquanto Giulio che si maledisse per il danno procuratole. L’aggravamento di Marcella gli faceva cadere i capelli e lo induceva a piangere alla stregua di un bambino nel vederla soffrire.Avrebbe preferito averla perduta quella protuberanza ingombrante e la guardava soffrire e penava con lei

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senza lasciarla. La gravidanza di Marcella l’accompagnò lungo l’arco dei mesi attraversando l’inverno ed il primo caldo, spossanti che non lasciavano un attimo di requie. Marcella si era chiusa in un mutismo angustioso. La notte che la luna le manifestò l’amore del sesso, l’inferno l’accolse con lingue di fuoco e vacillò in mezzo al letto sottoposto ad un terremoto ondulatorio. Lo sbarco di Giulio nel suo ventre, la trafiggeva spingendola nel centro della sorgente bollente. L’animale col tridente in mano e con le corna a pungolarla, vomitava fiamme incandescenti, correva furibondo, gridando e bestemmiando lungo il bordo della conca del vulcano che tracimava. L’annuncio sorprese Marcella ma in fondo all’anima non riusciva a dimenticare la bellezza della formula. La combinazione cellulare doveva migrare e Marcella la  destinò a Mega. Il feto, ricevuto il dono del fiore,  l’essenza del profumo, riproduceva la natura con la genuinità del suo essere. Il  profumo del gelsomino che Marcella aveva raccolto nei giorni e nelle notti trascorse alla casa colonica, dunque fu trasmesso agli organi di Mega. Ogni contrazione, però era un colpo di coda del Maledetto ed era insostenibile. Marcella, pregava muovendo le labbra, cercando la croce del rosario, votandosi al martirio. Giulio le stava accanto, lottava con lei il mostro che le perforava gli intestini fino a che avvilito dell’inutilità del suo impegno si lasciava andare sul pavimento ed aspettava. Il parto sgravò Marcella del peso ma non riuscì a liberarla dei disturbi mentali. Il fuoco le correva circumnavigando ogni zona  della testa,  avvolgendogliela in una spirale lancinante. Lo scompenso neuronale, continuò ad infierire sconvolgendo ancor di più la sua mente, allontanandola Il rifiuto era evidente e le visioni la coglievano rasserenandola. Una miriade  di piccoli geni, a momenti la soccorrevano e circolando  l’abbellivano, l’imbellettavano, vestendola d’ogni richiamo che l’essere umano riesce ad inventare e mostrare senza alcuna titubanza. Marcella, pur saltando ed urlando fino al tetto disprezzando il mondo ed il marito, invero aveva gratificato quel frutto, del dono raccolto. Il gene arboreo era stato elevato ed accoppiato a quello umano. La figlia era stata dotata del gene del fiore del gelsomino. La trasmissione avvenuta nella tempesta andò a destinazione e la combinazione della formula conservata alla perfezione. L’essenza riproduceva il profumo con fragranza. L’amore era preponderante e la neonata sprizzava da ogni poro, con la genuinità dell’essere, il profumo del gelsomino, beando le persone presenti ed anche quelle che andavano per strada a rincorrere le incombenze giornaliere. Marcella le aveva trasmesso la magìa accumulata nei giorni della luna di miele trascorsa alla casa colonica. Mega, anche se in fasce,emanava la fragranza del profumo del gelsomino ed inorgogliva la nutrice e le consorelle che si prendevano cura di quel fiore. Giulio, ne aveva avuto coscienza all’istante ed aveva sorriso pur nella drammaticità della rivelazione della moglie. La tragedia che lo  colse, per rimunerarlo dello svantaggio,  gli riportò a casa Mega ed ebbe la gioia di ritrovare gli anni trascorsi, fermati nella figlia. La memoria aveva raccolto e conservato il  profumo dell’amore che aveva sviluppato per Marcella.  Gli bastava arricciare le nari per captarlo anche a mille miglia di distanza. Ogni volta era un ritorno nel passato e sprofondava nel ricordo dell’amore dolce, delicato di Marcella. Gli anni che si erano scoloriti e rattrappiti nel dolore e nell’età, risorgevano e correvano nei filari dei cespugli con la presunzione che nulla e nessuno avrebbe potuto interrompere quel decorso naturale di gioia. Le vie imperscrutabili in combutta con l’irragionevolezza, approfittando della sensibilità e della gentilezza, invero decisero altrimenti. La lenza lunga e sottile che conduce all’esca ha perso la funzione di pesca. Il pensiero di Marcella si è  aggrovigliato su un nodo sfuggito dal cestino. L’equilibrio ha perso il giusto peso e le scorie da smaltire hanno creato una discarica nociva. Il tentativo di pulizia  non ha superato le prove ed anziché districarsi, ha creato un grumo. L’imponderabile ascritto al caso, ha impedito che la matassa venisse raccolta nel suo verso e fosse ricondotta sulla via naturale.. La gravidanza ha vanificato ogni carezza, ogni bacio, ogni atto d’amore e Marcella è andata altrove. Il  transito è stato reso difficoltoso ed il tracciato ne ha risentito usurandosi, boicottando un ulteriore controllo. Gli ordini impartiti dalla zona deputata, per passare e raggiungere i presidi all’uopo creati, per evitare l’ostruzione, sono costretti a saltare, a tentare un altro passaggio.. L’alternativa per prendere la

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direzione giusta, però non sempre riesce a connettersi e  prende vie traverse che creano dispute. I  percorsi, invero sono stabiliti e cambiarli creano nocumento agli altri pensieri dando vita ad una confusione inestricabile. Le diverse fasi  e mai alternative alle altre, hanno un epilogo che nessuno è mai riuscito a seguire. Questo convulso ed immane salire e scendere, fermarsi e ripartire, saltare e rotolare, tentare di volare, crea il caos ed alla fine riesce a rallentare  il decorso dei pacchetti ordinati,  degli appunti scritti che in parte se non del tutto vanno presi. Altri rimangono nascosti,  messi a covare, per far riposare e raffreddare l’asfalto. Ad ogni modo, il caso che avvenga qualcosa del genere è francamente sporadico e per la non recuperabilità, risulta vano. Un nano o forse anche meno, l’esito speranzoso si è capovolto e malamente decade in un buco scuro e stretto. A questo punto ogni lumicino è perso ed il filo esile e sfilacciato che impediva il collasso e si augurava perfino il ritorno, si è estinto. per una opportunità di coordinamento alternativo.  La forza della madre, comunque  superò l’inflessibilità della legge emanata senza consultazione. Marcella, pur perdente e condannata, vinse la battaglia materna e  trasmise la cellula alla figlia, Il profumo avanzava leggero e si espandeva impregnando la radice compatibile. La piramide si ergeva, s’apriva lentamente e l’accoglieva con la pretesa d’averla attesa da tanto tempo. La soddisfazione è maggiore quando si  sta per  disperare ed ecco che il sogno plana sulla mano inondato della luce del sole e del colore del creato. Giulio diceva : “ sta arrivando “ e Marcella le appariva nelle sembianze di Mega.  Il  fiore bianco spande il profumo, scende piano con una lentezza  surreale e si posa  con un bacio e  chiama il tuo nome con  l’attenzione del chiaro e forbito dicitore. La  natura  prende vigore e scoppia nello spazio intorno con orgoglio. La  persona che è presa e fatta prigioniera, è fortunata. La sensibilità toccata si ritiene, invero miracolata e corre a cercarla con la caparbietà del rabdomante.Giorgio Cardì, quella mattina fu avvisato ma distratto dalle incombenze del lavoro e della società che lascia circolare impunemente tempeste di sabbia o lava le ingiurie con le armi della maleducazione,  con acqua sporca e comunque mai pulita,  gli ha confuso la realtà. La provenienza della bellezza è secondaria. Il male che fa perdere l’amore, non ha da esistere ma a volte si persiste ad andarle dietro reputando di poterlo vincere. seguirlo,  però è andarne a cercare la strada che non esiste. Il bene colpisce chiunque anche se capita che il male è più veloce ed individua per primo il soggetto debole. La sensazione che la forza vince,  è l’invio di un messaggio cifrato  ai  passeggeri indifesi che nel cercare di smorfiarlo, perdono il codice e si ritrovano in mano con un pugno di cenere. La lotta per la sopravvivenza quotidiana, inoltre ne impedisce la raccolta con l’attenzione dovuta. La bellezza della natura è difficoltosa d’afferrare ed ogni persona, intraprende una ricerca affannosa. La solitudine non sta mai da sola, tiene per le antenne il pensiero e prega il Signore che lo conduca verso una donna d’amare. Qualcuno riesce ad ascoltare il suo silenzio e magari lo prende per mano e l’accompagna nella piazza a fare lo struscio. L’occasione sfuggita innesta un inseguimento carico d’improperi e d’avvilimento che allontana la pazienza e non permette di vedere le qualità della persona che abita la casa oltre l’angolo.  L’amore, invero è un venticello di primavera che bisogna accogliere con dolcezza, respirarlo lentamente e lasciarsi massaggiare la pelle con la mente aperta, pulita e senza pretese. La libertà è un cammino che l’uomo deve percorrere altrimenti non riesce mai ad assaporare la bellezza di esistere. Ogni giorno ha bisogno d’essere difesa e se ben conservata sa dare il più bel premio. Giorgio Cardì viveva con questa cultura ed aspettava con alti e bassi cercando di non farsene un cruccio.

La processione stava per compiere il suo ciclo e la frequentazione risultava ogni volta “ un dolce incontro, carico di promesse. “ Giorgio, però voleva che si svolgesse più veloce il rito di corteggiamento. Scopriva e comunque ne era conoscenza che sapeva aspettare ma quando l’amore lo prendeva prigioniero, l’attesa era terminata. La partenza era studiata, tenuta sotto controllo ma tendeva ad accelerare. Giorgio desiderava volare sul nido e non voleva aspettare più di tanto. Gli risultava una perdita di tempo lo studio, il girare intorno alla cesta di vimini se è risaputo che va presa. Teneva, comunque in conto la maturazione ed il coraggio di Mega. Il dolore  ha bisogno di

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un trattamento senza tempo. Il recupero è diverso per ogni soggetto e l’assorbimento può non compiersi mai. La comprensione e la dolcezza distinguono e dimostrano la profondità del sentimento d’amore e Giorgio si adattava. Lottava con la sua indole che lo chiamava all’attacco e si adattava ai suoi tempi di recupero. In fondo anche Giorgio aveva bisogno di smaltire i suoi

problemi, gli stracci che si trascinava, che credeva dimenticati, superati e che in alcuni momenti critici,  ritornavano con l’acredine ancora intatta, anzi per alcuni aspetti, aumentata. Giorgio, contrario a qualsiasi progettazione del tempo, fu costretto ad inquadrare i giorni della settimana. Il sabato veniva dedicato ad andare in  pizzeria e poi a ballare se il servizio lo permetteva. In caso contrario si salutavano sulla soglia di casa con un casto bacio sulla bocca ed una buona nottata, soprattutto a Giorgio. La domenica consumavano il  pranzo nella viciniore periferia cittadina. La scoperta di una trattoria con cucina tipica locale, nascosta negli ulivi sulla collina con la prospettiva sul mare,  attrasse la loro curiosità. La tranquillità, il buon mangiare ed il paesaggio irreale, li condusse più volte a rifugiarvisi e quando potevano vi andavano senza perdersi per le strade. Un giovedì sera, invero dopo una battuta di scherzo di Giorgio, non compresa da Mega ed un affannoso tentativo di chiarificazione,  un tantino  corrucciati, si erano lasciati per tornare ognuno al rispettivo domicilio. L’intelligenza  di Giorgio, però trasse la conclusione che fosse un comportamento bambinesco e non intense accettare il distacco. Mega s’allontanava con un incedere corrucciato e s’attardò sul portone d’ingresso del palazzo condominiale. Giorgio, all’improvviso alzò la testa e la guardò comprendendo che lasciarla andare, non era salutare per il loro amore. “ Gli screzi, specie quelle più stupidi, quando cominciano prendono piede e distruggono, perfino il più bel rapporto “ si disse e la chiamò con nella voce, la paura di perderla che stridette nell’aria rosata alla stregua della  frenata furibonda sull’asfalto di un auto in corsa. La corsa di Giorgio si fermò in un abbraccio forsennato e Mega si schiarì gli occhi un po’ rabbuiati e le labbra le si ammorbidirono. La decisione di fare una passeggiata in auto li condusse al loro locale. “ Il nocellaro, “ però era chiuso per riposo settimanale ma Giorgio e Mega, scesero e chiusero l’auto camminando allacciati per lo spazio coperto. Il luogo risultò loro,  incantato e sedettero a guardare il sole tramontare sul mare, all’ombra lunga degli ulivi. La sera lieta e delicata induceva alla grazia. Un bacio ed una carezza, scivolarono nel silenzio complice dell’erba sotto lo sguardo divertito dei gabbiani e qualche merlo fischiettante. Il profumo di gelsomino coprì ogni altro odore ed avvolse la luce residua che s’allontanava sotto la superficie del mare, nelle mani piegate a conchiglia. L’aria stanca della giornata piegò a terra con un sospiro e si adagiò respirando pian pianino. Giorgio e Mega raggiunta la libertà da ogni orpello, si confondevano l’un con l’altro con passione. La ragione era stata annullata e non chiedeva che d’esser lasciata fuori da quei giuochi inconsulti.Giorgio, però s’avvide in tempo del burrone nel quale stava cadendo trascinando Mega e si fermò. Giorgio si vietò d’affondare l’arma letale  nel bosco di gelsomino per non contrariare gli ulivi che quieti e tranquilli stavano a guardare senza riuscire a muoversi per la libidine. La sera li accompagnò senza parole ed il rincorrersi della nebbia lungo il fianco della montagna non li sottrasse dall’ irrequieto assopimento. La città, però fu compiaciuta d’accoglierli nel suo grembo. Giulio sentì Mega rientrare ed alzò la testa, modulando le labbra a fischiettare. Giorgio lo salutò dall’ingresso per non disturbarlo e salutò Mega con la voglia che gli bruciava la gamba destra. “ Ci vediamo un’altra volta. Buona notte “ quasi gridò a Giulio e scese lentamente per le scale, voltandosi a salutare Mega rischiando perfino a rotolare al piano accartocciandosi su se stesso al pari di una palla umanoccia. La sera che il lavoro lasciava la meritata pausa, mangiavano un panino e s’attardavano sulla spiaggia che scende fin quasi a mare, con l’auto che rischia di perdere il freno e la marcia e scivolare inavvertitamente nelle acque scintillanti di qualche luce passeggera e subire il ludibrio  delle auto d’ogni cilindrata ospiti alla loro stessa stregua, nascosti nel buio a rinnovarsi il benessere di stare insieme. Giorgio era un pilota consapevole e l’accarezzava, giuocava con la sua sensibilità, conducendola al limite del cedimento. Il potere dell’esperienza è un addestramento che se non svolta con la perizia della prima volta,  non

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è mai troppa. Sapeva che se avesse approfittato della transitorietà della sua debolezza, un minuto dopo, il corso del loro rapporto si sarebbe inclinato. Giorgio non voleva che potesse pensare d’aver malriposta la sua fiducia e si ritraeva con l’ascella sinistra sul vano del finestrino abbassato, a fumare una sigaretta. Il suo bacio di ringraziamento riusciva a gratificarlo guardandola ricomporre il suo corpo nei vestiti.” L’amore è rispetto” si diceva, riservandosi qualche ulteriore carezza ed un bacio trattenendo il fumo in bocca, in fondo  piangendosi sulle precarie condizioni nelle quali versava. Giorgio resisteva ed aspettava che Mega convincesse la mente a scegliere la sua presenza, senza alcuna titubanza. La libertà è un ‘acquisizione e nell’amore è condivisione consapevole di un progetto comune che ha trattato con la ragione. La disposizione dell’anima dev’essere pulita, senza alcuna ferita che grida. La terapia del corpo non va confusa con il bisogno d’amare e quando scade il tempo bisogna ritrovare l’orizzonte. Un uomo ed una donna raggiunta la guarigione, si cercano e non si lasciano. La noia non appare sul davanzale della finestra ed anche le parole, pur rimanendo stampate sul foglio, raggiungono gli occhi ed esprimono la loro bellezza con la forza del sentiero accidentato che misura i passi e scala la montagna. Giorgio seduto sulla sedia di plastica nel terrazzino dell’appartamento al quarto chilometro, spuntando la sera nelle vibrazioni elettromagnetiche delle antenne del Convento, circuendo i canti dei bambini,  era conscio dell’ amore che nutriva per Mega, però  la difficoltà di trovarla a ciabattare per casa, lo intristiva e preso dallo sconforto, si riduceva a  pensare ch’era un povero illuso e sarebbe stato bene riconvertirsi e mantenersi su “  una buona amicizia. “  Le sue carezze, però gli aprivano un solco che dalla nuca saliva al vertice facendogli vibrare la peluria sulla testa. Mega non era solo una “ buona amica, “ ma l’ossigeno che gli dava il respiro anche se con affanno. Il rispetto è l’elemento fondamentale nel rapporto con qualsiasi persona e dunque a maggior ragione verso di lei. Giorgio si percuoteva le mani impedendo loro ogni movimento e puntando lo sguardo dritto sull’orizzonte, si tuffava nell’acqua scura del mare sperando di non picchiare sulla sabbia o peggio sugli scogli. Ogni minuto che passava, però non si capacitava di possedere tale forza e la osservava con la coda dell’occhio pensando, crogiolandosi che quello fosse amore. Giorgio, invero col passare dei mesi aveva verificato il risultato ed aveva accertato che Mega gli si era insinuata nella mente al pari dei chiodi stoici. Giorgio mese e mese la cercava nel letto e non trovandola si  stressava diventando cronico.

Il sabato, il quartiere di Largia, ospita il mercato. e Mega, decise che quel mattino prima d’entrare a scuola, vi avrebbe fatto un giro. Ogni giorno cercava di rendersi autonoma dalla conduzione praticata nel convento “ I figli di Maddalena. “ La facilità dell’esistenza imparata nelle sue mura,  è pari alla lettura di un libro. Il confronto con la realtà quotidiana andando per la città, invero risulta una lotta impari. La sicurezza che aveva acquisito con l’insegnamento, comunque non riusciva a proteggerla. La guardia ha bisogno dell’esperienza per maturare le contromisure. Mega, quella mattina, non aveva nulla per la mente che volesse comprare ed andò al mercato per “ una passeggiata, “ senza neanche guardare se in borsa avesse il portafogli. Saltellando senza alcun motivo preciso, da una bancarella all’altra, guardando, esaminando, lasciando cadere aveva consumato il tempo disponibile e si disponeva per andarsene. Oltrepassate le bancarelle e messo piede sull’asfalto della strada e continuare, si sentì costretta a girare la testa nel tentativo di recuperare qualcosa, un’immagine che le è passata negli occhi e l’ha colpita. Il tempo le era diventato indifferente e pur se ormai al limite, ritornò indietro ed andò a   fermarsi  alla bancarella dell’intimo. Cercò, rivoltò reggiseno, mutandine, sottovesti e quel che le veniva in mano, senza alcun interesse. Non era venuta per comprare ma richiamata da  un irrefrenabile moto dell’anima. L’esistenza conventuale, cominciava a frantumarsi e Mega con la spavalderia dell’età apriva le ali e cercava di volare senza verificare la forza, l’assetto, la corrente e qualsiasi altra forma possibile di protezione per non cadere malamente in caso di inefficienza, di momentanea inadattabilità alla superficie. Le mani entravano ed uscivano, giocavano con i capi di biancheria e gli occhi scrutavano nel furgone, sotto la tenda, afferrati da una curiosità calamitosa che le impediva d’andare oltre, di

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prendere la strada per la scuola. La bancarella della biancheria intima l’aveva presa in trappola e lei si lasciava, benevolmente circuire. Mega in pochi secondi aveva perduto gli insegnamenti del convento. La monasticità del suo vivere, invero la metteva in una posizione alterata, di confusione progressiva che la stremava. Un minuto dopo l0altro, i lembi della ragionevolezza imparata, conservata per anni e richiesta a piè sospinto nella convivenza anche e soprattutto con le sorelle, tenendo presente che “ L’Onorevole col simbolo del cane in testa “ “ non disdegnava incursioni, si sfilacciavano e Mega perdeva i capi rifugiandosi nell’ultimo segmento che restava per non dichiararsi vinta. All’improvviso, gli occhi le si accesero e le mani smisero automaticamente di cercare nei capi intimi. La vista della faccia di Giuseppe Bracato che usciva dal retro del furgone,   la percorse con un impulso elettrico continuo  che dai calcagni saliva alla testa diramandosi per ogni distretto del proprio corpo accendendola di miliardi e miliardi di lucine. La bancarella si era trasformata in una giostra e reggiseno e mutandine, sottovesti, busti e calze si lanciarono in un girotondo velocissimo, suonando trombette e cantando canzoni turbolenti. Ad un tratto Mega, sentì la testa che le si appesantiva e cercò di trattenersi con l’ombrellone del venditore accanto rovinandogli l’esposizione degli ombrelli. Le bestemmie dell’ambulante accompagnarono le grida spaventate delle persone che si apprestavano alle bancarelle, al frutta e verdura, al pescivendolo, al furgone dei polli allo spiedo. La bancarella dello “ scaccio “ con semi di zucca, pistacchi, noccioline d’arachide, fave e nocciole  al forno,  salate e croccanti, espulse, con un sacchetto in mano e la bocca in attività masticatoria irrefrenabile, con qualche pausa  per sputare la buccia, un donna bel vestita, con microminigonna scintillante su un paio di scarpe dal tacco altissimo che camminarvi risultava incredibilmente difficile. Un giovane ben messo nel fisico e la faccia nascosta in lunghi capelli a  riccioloni ed in una folta barba biondiccia che sfumava in rosso e parte in verde, uscendole dalla spalla destra dopo averle scalato con movimenti lascivi, ogni segmento del corpo, accompagnò con un fischio sottile il gridò: “  un bicchiere d’acqua e zucchero,  “ e con uno schiocco delle labbra,  un  altro che chiamava : “ un medico. “ La donna con l’aiuto del ragazzo, oltrepassò il cordone di persone che stava schierandosi intorno a Mega e le prese la faccia nelle mani incollandole le labbra a ventosa dipinte di rosso fuoco sulla bocca.  Qualcuno ritornò a chiedere un bicchiere d’acqua e non ottenendo nessun risultato, chiese: “ Sapete chi sia? Qual è il suo nome? Dove abita? “ Il compagno della donna con la borsa nella pancia accoccolato a sostenerla posteriormente, le disse qualcosa  sulla nuca. La donna le staccò le labbra dalla bocca e la passò all’uomo che l’auscultò.  Qualcuno azzardò un nome ma fu negato da altri. “ La maestra di mia figlia “ disse sbucando dalla folla una giovane donna. Mega, aprì gli occhi in un tentativo forzoso di vedere e capire dove si trovasse, cosa le fosse accaduto. L’incoscienza, invero si era impossessata di lei. La “ gentil “ donna “ scoperta fino all’ombelico dal basso in alto e viceversa, si mise  all’impiedi, nel tentativo di coprirsi e con l’aria di vergognarsi, cercò una via di scampo ai piedi del compagno con Mega nelle braccia. Svincolandosi dalle mani, dai seni,  dalle pance e dalle borse della gente, il “ buon Samaritano “ guidato dalla “ pia Sorella che gridava : “ Vieni Donato. La portiamo all’Ospedale, “ scalarono l’asfalto della strada, attraversarono e col fardello di Mega in braccio, entrarono in un furgoncino con le tende ai finestrini, posteggiato nella traversa poso dopo. l’angolo. Mega scorse nella nuvolaglia che le circolava intorno,  la mano protesa, della giovane donna e l’afferrò. Il giovane dal viso coperto, aveva preso posto al volante ed acceso il motore, avviò il mezzo nella circolazione urbana diretto verso la periferia. La mamma dell’alunna di Mega, rimasta per qualche minuto in apnea, all’improvviso,  iniziò a correre verso l’uscita del mercato, gridando: “ L’hanno rapita. Hanno rapito la maestra. La polizia, polizia. “ Le persone, sia uomini che donne, che la incrociavano, la guardavano e si scostavano. La signora Benedetta Alimeni, raggiunse la propria auto ed a sua volta s’immise nella circolazione. L’intento di andare alla polizia e denunciare l’accaduto le sfuggì dalla mente sopraffatta dalla volontà di scoprire le tracce dei “ due Sequestratori. “ La signora Benedetta, casualmente incrociò il furgone e forse riconobbe l’uomo. Il

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lampo della scoperta, però le fu convertito dal cervello, in ritardo e  perduto l’indizio, continuò a guidare cercando di districarsi dal traffico, andando alla cieca per strade secondarie e ritornando, obbligata dai segnali stradali, sulla principale. Ad un tratto, le si mostrò nella mente,  la faccia del giovane sequestratore alla guida del furgone che si allontanava dalla città. Cercò di riflettere quale percorso fare per recuperare il tempo perduto ed aspettarlo all’incrocio con la speranza che non fosse andato oltre. Le auto incolonnate al semaforo rosso, all’improvviso la costrinsero a frenare bruscamente per evitare di provocare un cruento tamponamento. La paura del tempo che le sfuggiva  accorciandole  la possibilità di rintracciare il furgone con la maestra a bordo sequestrata, le inculcò nel petto un ansia irritante che la indusse a scaricare la tensione sul clacson suonando indispettita contro il semaforo che non passava sul colore verde. “ Colluso, venduto “ gli gridava ritenendolo affiliato al sequestratore, innestando l’ira degli altri automobilisti che non mancarono di apostrofarla malamente e del vigile che dalla cabina posta in faccia, sull’angolo opposto oltre l’incrocio, con l’impulsometro nella mano destra, la paletta nella sinistra ed il fischietto in bocca, fece qualche passo sul marciapiede ed inebetito rientrò chiudendo la porta della cabina. Ad un tratto, il vigile  uscì sulla porta semiaperta, aspettò qualche minuto e si presentò a controllare scendendo in strada confortato dal suono delle sirene dei colleghi in avvicinamento. La signora Benedetta, tentò di distrarre il tempo che la tiranneggiava raccogliendo la presenza del vigile per denunciare il sequestro della maestra della figlia e decise di uscire con l’auto dalla fila. La manovra era ardua ma lasciò che l’auto scivolasse indietro quel tanto che le era permesso per trarsi fuori dall’ingabbiamento. Il corpo intero le andò su di giri e le sviluppò un potente campo elettrico che la condusse in un corto circuito parossistico. La Signora Alimeni, vibrò le mani ed i piedi, le ciglia e le gambe ed  avvolta in un enorme rotolo di filo spinato, avanzò per salire sullo zoccolo del marciapiedi con una manovra impossibile per l’esiguo spazio. Le auto che la precedevano e la seguivano aspettando che il semaforo decidesse di cambiare colore le stavano incollate tale e quale lei alle altre.  La signora Benedetta non poteva e non voleva  restare inchiodata su quel maledetto rosso. Ad ogni modo doveva denunciare l’accaduto del mercato e recuperare il tempo morto ma non voleva ostruire la viabilità. Suonò nuovamente e  veementemente il clacson e lasciò che l’auto scivolasse,  ancora di qualche centimetro indietro sperando che l’altra davanti ne guadagnasse a sua volta,  almeno altrettanti o quel tanto che le permettesse una manovra per togliersi dalla colonna e salire sul marciapiedi. La necessità, l’impellenza, di far partecipe “ del male, “ l’autorità anche se in “ Ella “ non poneva molta fiducia, le toglieva il respiro. L’esporre al vigile l’accaduto del mercato l’avrebbe sollevata ma non riuscendo a districarsi dal semaforo e dalla strada, pur con manovre millimetriche, azzardate che non portavano a nulla, manovrava avanti ed indietro, gridando e suonando ma che irritavano gli automobilisti che temevano di restare  incidentati. La signora Alimeni,  indotta da una irrequietezza verbale e fisica che rasentava, almeno una consulenza psichiatrica, non mollava aizzando gli altri al panico. Il vigile chiamato in causa, fischiando e brandendo minacciosamente la paletta, costretto ad abbandonare la sicurezza della postazione con l’assicurazione del colleghi in arrivo,  intervenne d’autorità a sedare la bestiolina che la gabbia a quattroruote,  tratteneva, miracolosamente chiusa. L’attraversamento, però gli fu impedito dal semaforo che  passò dal rosso al verde all’improvviso, cogliendolo impreparato. La Signora Benedetta, stressata oltre che dal resto,  dalle manovre quasi inconsulte per andare in aiuto della maestra, a sua volta vista la strada libera, affondò il piede sull’acceleratore imprimendo all’auto un movimento incontrollato, deviando, scagliandosi sul vigile che rimase indenne da un incidente cruento per un caso fortuito.. La Signora Benedetta, visibilmente sconvolta fu sottoposta dal vigile colpito nell’immagine e nella mente, ad un trattamento che a dire da “ padre di famiglia, di mero gentiluomo “ è riduttivo e toglie all’azione l’ampio respiro della cultura, della tolleranza,  e della solidarietà intelligente che onora e rende degno ogni servizio civile o militare praticato nei confronti di qualsiasi cittadino in difficoltà. L’uomo in divisa, tirandosi la giacca con i lembi dalle spalle

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verso le gambe, rassettò la sua educazione e civiltà, allontanando la paura del rischio corso e sorridendo le aprì lo sportello, la prese con  molto garbo e delicatezza, sotto l’ascella,  l’aiutò ad alzarsi e scendere dall’auto. Rassicurandola, .le prese la borsa adagiata sul sedile lato passeggero e gliela  porse dicendole:  “Signora, si calmi, stia tranquilla. Venga,  andiamo a  prendere qualcosa da bere e parliamo.“  traendola dalla strada, consegnando la direzione del traffico ai colleghi che nel frattempo, con auto e moto avevano occupato l’incrocio, con le sirene che abbassavano l’iruenza del volume fino a metterle la sordina. La chiusura della viabilità creò allarme negli automobilisti in colonna. La pattuglia dei vigili, posero i mezzi sui cavalletti e con le portiere aperte, di traverso ostruendo l’incrocio, saltarono in strada con le armi in dotazione sfoderate, minacciando azioni cruente. Il  semaforo che esponeva un verde brillante, provocò negli automobilisti col piede sull’acceleratore,  l’inferno. Il blocco delle auto che occupavano le varie direzioni di marcia,  mal sopportarono il loro intervento manu militari e usando gli strumenti a portata di mano, schiacciarono  i clacson in lunghi assordanti interventi. Le gole,  una dopo l’altra ed in coro, scoppiarono ulteriormente, in grida accompagnati da ingiurie d’ogni eleganza. I  più esagitati, addirittura  poggiando il piede sull’asfalto, iniziarono a sparare parole e frasi da guerra civile. Le imprecazioni sonore colpivano i loro orecchi  e gli apparati intorno, assordandoli. Le facce sotto i caschi fatte segno da un feroce tiro a bersaglio che non lasciava scampo, deviavano inopinatamente i proiettili perforanti inducendoli ad una bestiale alterazione, se fosse stato possibile. Il sopraggiungere di altre pattuglie compresa la polizia con autoblindo ed armamento antisommossa, ridusse l’impeto dei meno facinorosi ed incitò gli altri sospinti dalla banda. Lo stato in una manciata di secondi fu   ridotto ad una discarica nociva. I politici senza limitazione temporale, di governo e d’opposizione paragonati a  Licaoni con la fame nella bava, scaricati nella vasca fognaria lasciata a fermentare le acque putride e le defecazioni, a cielo aperto con il depuratore inadeguato e mai entrato in funzione. L’invocazione dei Santi non era richiesta per intercedere allo scopo di ottenere un favore personale ma ad intervenire con immediatezza e procedere alla cancellazione fisica mediante alte fiamme, in una fossa comune, accompagnati dai loro riferimenti. Il pentimento d’aver contribuito a fare leggere questi cattivi amministratori, rappresentanti popolari, coerentemente per ogni legislatura, è stata una maledizione, una cieca follìa. La capacità di drogare la democrazia ha  tradito i cittadini,  asservito lo stato ai loro interessi umiliando l’intelligenza e la legge del  popolo sovrano. Hanno occupato lo scanno sopraffacendo la politica anziché mettersi al servizio per lenire i bisogni della gente. Sono infiltrati in ogni apparato dell’amministrazione pubblica ed operano alla stregua “ di padroni assoluti “ sulle spalle dei cittadini e con la prerogativa di non rischiare nulla. L’arroganza che hanno assunta li porta a credere che “ navighino al di sopra della legge, sono impunibili “ e gestiscono l’azienda pubblica alla stregua di un servitore personale ed il cittadino  non si deve permettere di chiedere il rispetto della dignità  altrimenti è  minacciato  d’esilio in luoghi difficilmente raggiungibili dai mezzi di normale viabilità. Il principio che la legge è valida se contiene in essa il principio dell’universalità è calpestato ed usano  la legge secondo la loro convenienza,  togliendo diritti e doveri ed assentendo a quelle norme secondo il pratico concetto di un consumo immediato e senza ulteriore controllo. Questi amministratori sono capaci a praticare“ abusi, corruzione, malversazione, associazione mafiosa, truffa ed ogni altro reato scritto e non scritto che la saggezza dei popoli ha ratificato nei secoli.  “ Sono abilitati a privare i cittadini del  respiro,  dichiarando il falso con la serietà del cobra. “ Sono Agenti al servizio del malaffare, del potere corrotto e corruttore e quando vanno a casa viene loro erogata una liquidazione direttamente proporzionale ai loro disastri e ritornano a dirigere aziende private accumulando profitti stratosferici. “ Hanno mangiato le sostanze dello stato e le mettono a profitto. Il cittadino è un pesce “ Bunnace “  che inghiotte e beve qualsiasi elemento gli viene propinato credendo che “ la mano “ che gli porge da mangiare è quella del  “Santo Padre della pirrera “ che lavora per il bene dei figli senza fare alcuna distinzione fra gli uni e gli altri. “ Dio vi bruci nel fuoco dell’inferno “ gridavano

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loro gli automobilisti con gli occhi fuori dalle orbite. La signora Benedetta, ringraziandolo,  scusandosi, tentò coinvolgerlo nella tragedia della Signora Mega, la maestra della figlia.. “ Lasci che mi presenti, le disse il Vigile, adoperandosi ad incanalare la sua ansia. Il signor Manitta Erminio, la rassicurò e  la fece sedere,  le offrì da bere e con le chiavi in mano dell’auto della Signora, s’affacciò alla porta, scostando la tenda che cercava d’impedire alla polvere della strada di entrare nel bar, chiamando: “ Soprano. “ L’Agente, giovane ed aitante, lasciò il fronte della vibrante protesta con riluttanza. e si avvicinò a passo di danza guardando contemporaneamente i compagni d’arme. “  Prendi l’auto della signora  e toglila dalla strada “ gli disse porgendogli le chiavi. Il giovane Soprano, prese le chiavi in mano e si girò per andare ma subito, ritornò sui pochi passi effettuati e sporgendo la testa con il casco nelle striscie leggere di setola marrone della tenda, chiese: “ Devo portarla al comando? “ Il Vigile Manitta ebbe un moto di stizza ed alzandosi con l’intento di raggiungere il collega sulla porta, inciampò con i piedi o con altro, comunque causò un lieve spostamento del tavolo, quel tanto bastante a porre fuori equilibrio i calici  con l’aperitivo. La velocità dei riflessi, anche se parzialmente rallentati, piacevolmente impegnati, evitò il rovesciamento del suo ma nulla potette per quello della signora Benedetta. La faccia contrita del Signor Manitta era eloquente ed estraendo dall’apposito contenitore metallico situato in mezzo al tavolo, “ un mazzo “ di tovaglioli, s’inchinò verso Mega. L’imbarazzo del Signor Manitta lo produsse in una delicatezza senza pari ed accarezzò il petto e le gambe senza tralasciare l’addome, della Signora Benedetta nel vano tentativo di cancellare l’accaduto. Le mani gonfie di tovagliolini di carta, si adoperò ad asciugare l’aperitivo, a togliere il bagnato. Scusandosi senza guardarla,  sfiorava le parti umide ed ad un tratto, con  rammarico vi pose fine che quel toccare leggero  le morbidezze di lei e per non voler dar l’impressione d’essere irriguardoso, lo inducevano  e  cominciavano ad appesantirsi, quasi corse coi tovaglioli nella mano che tendeva a nascondere dietro la schiena, a chiudere il buco scavato dal casco del collega nella tenda.“ Soprano, posteggia l’auto della  Signora sul marciapiede e lascia le chiavi nel quadro che sto arrivando. “ disse all’Agente e rivolto a Benedetta, continuò:  “ Venga, l’accompagno a casa a cambiarsi e poi andiamo in caserma a scrivere la denuncia sulla scomparsa, sul rapimento della sua amica. “ Stava per prenderla, per mano con una naturalezza straordinaria, accantonata dalla scuola quotidiana del servizio sulla strada ed in caserma ma la ritrasse velocemente accorgendosi  in tempo dall’inusualità. Il Vigile Manitta, invero aveva sfiorato la mano di Benedetta ed il lieve contatto col calore della sua pelle, lo pose in apprensione. La mano di Benedetta non era quella di una cittadina in difficoltà che ha bisogno d’essere aiutata ma aveva assunto l’aspetto di una persona cara ed uscirono dirigendosi verso l’auto che il Vigile “ Soprano “aveva parcheggiato poco discosto, sul marciapiede. Il Vigile Erminio Manitta, con una deferenza suggestiva, accompagnò e fece sedere nel posto di passeggero, la Signora Benedetta Alimeni e con un sorriso interminabile le disse: “ Un secondo che torno.  Vado a consegnare il servizio ed andiamo. “ Il Vigile Erminio Manitta, lasciò in consegna al giovane ma intelligente collega  “ Coniglione, “  il servizio di guardiola ed andò a sedersi nel posto di guida. Volgendo la faccia e gli occhi luccicanti di gioia,  verso Benedetta  che con la gonna a mezza coscia e la camicia con i bottoni boccheggianti dai bordi nel canale mammillare, accese il motore e lentamente avviò l’auto nella circolazione che non era stata avviata, che i colleghi delle polizie riunite avevano bloccato creando il putiferio. Muovendosi lentamente, “ chiedendosi se non fosse l’ora che le polizie diventassero consapevoli del loro servizio e trattassero i cittadini secondo il principio sancito dalla legge adeguando il proprio comportamento, “  ritornò con lo sguardo sulla strada. Il rumore della viabilità che riprendeva la sua corsa, lo indusse a chiedere  a Benedetta di indicargli la strada e per un ragguaglio più esatto,  rallentò rientrando e posteggiando in faccia alla Farmacia dei Maghi. Benedetta, girò leggermente la testa verso la vetrina,  attratta da un riflesso apparsole sul parabrezza dell’auto e con cautela aprì  lo sportello ed approfittando della sosta,  chiedendo scusa al signor Manitta, uscì dall’abitacolo. Uno strano animale, che saltava e si rotolava

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dietro la vetrina, in un giuoco affannoso, le accese un desiderio nella mente. Benedetta Alimeni, incuriosita s’avvicinò alla vetrina ed osservò con molta attenzione lo strano assemblaggio.Una ragazza seduta dietro un tavolinetto, la invitò ad esprimere un nome all’animaletto. Avrebbe vinto, qualora il  nome escogitato risultasse alla giuria della farmacia,  il più simpatico, un pupazzetto tale e quale a quello. “ Ha la faccia uguale alla figlia della mia vicina di casa “ le  disse il signor Manitta, allungandogli la testa di sopra la spalla destra. Benedetta  non era molto alta ma si misurava nella media nazionale, però aveva la pienezza della ragazza che non segue la moda e mangia con regolarità e quando capita, non si priva del piacere  e dell’allegria della tavola. Sorpresa e divertita dalla voce leggermente artefatta e dalle parole del signor Manitta, si girò quasi di scatto puntandole il seno pieno sul petto. La semplicità di Benedetta confuse Erminio che per recuperare il respiro, gli risultò naturale spogliarsi della divisa ed appassionarsi al giuoco intentato dai maghi, facendo a gara con Benedetta. La media nazionale sogna una vincita al lotto per cambiare la propria esistenza, Benedetta non aveva animaletti saltellanti che s’aggiravano per la testa e s’accontentava pur coltivando i suoi sogni. Osservò ancora una volta l’animaletto, lo guardò nelle pupille e vi scorse qualcosa di familiare e quando l’animaletto s’arrampicò sul vetro cercando di prendere la sua mano,  le venne in mente un nome e lo coniugò tastandolo, adattandolo alla forma ed alla sua espressione pensando alla propria bambina, recependo il senso delle parole di Erminio. I suoi occhi avevano visto, d’altronde al pari di Erminio, un incrocio di gatto e cane. Allora, accostò il sembiante  a Tina e miscelò il nome della figlia scrivendo sul foglio, nello spazio prestabilito,  Catiga. Il foglio richiedeva la sua identità ed indirizzo e nel maldestro tentativo di piegarlo, mostrò alla ragazza quel che aveva scritto anziché nascondere la risposta alla domanda del questionario, La signorina rimise in ordine il foglietto e Benedetta vi appose il suo nome ed indirizzo. Benedetta, consegnò sorridendo, il foglietto alla ragazza e si rivolse ancora verso l’animaletto  salutandolo con la mano nascosta sopra il seno destro, col polso piegato sulla clavicola. Il Catiga, lo strano animaletto della farmacia dei maghi, pur restando a giuocare dietro la vetrina, la seguiva e ritornando ad occupare il suo posto in auto, volse le spalle al Signor Manitta, aprì la borsa e lo mise a dimora.“ Signor comandante, possiamo andare in caserma a presentare la denuncia. La signora   Mega è più importante dei miei vestiti. “  gli disse con un cipiglio alquanto volitivo. La stesura della denuncia procedeva alquanto speditamente ma alla richiesta della carta d’identità, Benedetta fu presa dal panico. Non voleva rivelare il nascondiglio di Catiga e cercando il documento, lo spingeva a destra a sinistra, di lato senza però riuscire  a tirare fuori la carta d’identità. La borsa in questo frenetico lavorìo s’era gonfiata a tal punto che pareva incinta. Il signor Manitta cercò con molta pazienza d’aiutarla a districarsi dalla montagna di problemi ma la signora Alimeni, respingeva le sue mani, rifiutandosi energicamente. L’idea di andare in bagno la sollevò ed accompagnata dal signor  Manitta, risolse in fretta e senza bisogno di scaricare l’acqua, il problema. La trasmissione della denuncia di rapimento richiese il tempo brevissimo di un collegamento e gli accertamenti ebbero inizio. La Signora Benedetta Alimeni, pregò il signor Manitta d’accompagnarla al mercato di Largia. “ Sarà ancora aperto “ disse al Vigile . “ L’ambulante della bancarella dell’intimo  deve sapere. Ha  visto e se non conosce i due, potrà riconoscerli.” continuò prendendo e stringendo la mano sinistra di Erminio. La signora Alimeni, ringraziando il cielo, scese dall’auto e girando  la testa,  allungando lo sguardo verso la bancarella a cercare di scorgere il venditore ambulante,  ad un tratto, i  suoi occhi esaltarono lo spazio e non riuscirono  a mettere a fuoco, neanche la strada. Avrebbe voluto ritornare a casa e confidarsi con sua madre ma la responsabilità di cittadina la teneva attaccata all’indagine. La signora Mega Capotosto, andava salvata e lei poteva aiutare gli inquirenti a sottrarla ai rapitori.  Ad un tratto, le parve d’uscire dall’aria nebulosa nella quale era entrata edisse al Signor Manitta:  “ queste bancarelle sono delle trappole. I vigili anziché controllare la disposizione dell’attrezzatura, mettono in fuga e sequestrano gli eztracomunitari con le loro carrozzelle, togliendo loro la possibilità di guadagnarsi “ un piatto di pasta,  “ spingendoli a rubare.

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Succede, invero che passeggiano con l’auto di servizio da cima in fondo, con lo sportello posteriore aperto. L’andatura lenta permette ai venditori ambulanti di depositarvi il loro sacchetto. Una protezione di successo visto che non è saltata agli occhi del corpo “ disse ad Erminio che con le labbra chiuse  ad imbuto e gli occhi impercettibilmente semiaperti, l’ascoltava senza dire nulla.  Benedetta, senza aspettare la sua risposta e con semplicità  continuò: “ Hanno  messo un piede in fallo. Camminano sul filo del rasoio. Questo procedere va stroncato. Gli ambulanti, stanno  esaminando il grado di rispetto e basta poco per  perdere l’equilibrio. Una corda, una scatola, qualcosa sotto la bancarella, incuneandosi sotto il piede induce a ruotare e cadere. ” L’esplosione di Benedetta, conteneva un crogiuolo di rabbia e d’impotenza. L’esperienza del lavoro di assistente sociale rifletteva l’incapacità degli organi tutelari a confrontarsi con intelligenza alle problematiche del territorio. Ogni giorno ritornava sui suoi passi per non perdere la strada. Ogni bambino, donna ed uomo debbono avere le stesse opportunità. La società ha enormi sacche di povertà ed ignoranza. La scuola dev’essere aiutata ma bisogna cominciare a sollevare la famiglia dal degrado. Il rapimento della signora Mega era accaduto per la mancanza di un servizio adeguato che avrebbe potuto, senza meno, impedirlo. I Tutori dello stato non possono tradire la legge. Sono stati scelti e preparati alla fedeltà. Il corpo nell’occultare, manovrare, falsificare sporca di discredito le istituzioni. La chiarezza, la pulizia è l’esempio della legge. Le varie gerarchie che chiudono gli occhi sono complici e rendono allo stato ed a loro stessi in primis, un cattivo, intollerabile esempio. Sarebbe assurdo ed inopportuno calare nel calderone i tizzoni che fumano ed infestano l’aria e quelli che lo riscaldano ottemperando al loro giuramento. “  concluse chiedendosi se non avesse parlato oltre il necessario e rilassata osservò con attenzione l’espressione e gli occhi di Erminio. Cercò in quel ragazzo un conforto alle sue paure e restò a guardarlo con pazienza. “ Questa è una verità molto brutta. “ disse Erminio alla ragazza  e d’un fiato continuò: “ Andiamo, voglio approfittare della tua auto. La tua bontà, sono certo non mi negherà un passaggio. Abito al quarto chilometro e mi sembra molto strano che non ti ho mai incontrata. Conoscere la tua bambina mi farà bene per ritornare a casa. “ S’accomodi pure, signor Comandante. Le chiavi dell’auto sono in suo possesso, dunque andiamo. “ gli disse sorridendo Benedetta, sedendosi nel posto del passeggero ed  abbassando il finestrino dello sportello, gli andò dietro nel tentativo, pudico di accarezzargli la mano sinistra, sbagliandola e toccandogli lievemente la natica. Il Vigile Manitta ascoltò lo sfiorare delle sue dita e sorrise sulle labbra con malcelato piacere. Circumnavigò, dondolandosi vanitosamente anche se impercettibilmente, sui piedi il cofano dell’auto e si sedette al posto di guida guardando Benedetta con gli occhi mugghiosi e le labbra socchiuse a trattenere l’emozione di un dolce pensiero. Il Vigile Erminio Manitta accompagnò in casa la Signora Benedetta Alimeni ed ebbe l’onore di conoscere la Signora Carmelina. La bambina non era ancora arrivata, veniva con il pulmino della ditta  Scuderi che ogni mattina passava a prenderli. La signora Carmelina Intruglia, era rimasta vedova,  da sette mesi di Alberto, Maresciallo dei Carabinieri. Benedetta, con la sua pancia senza padrone, non l’aveva aiutato ma le ragazze semplici vengono ingannate facilmente e noi non sappiamo prendere le scorciatoie. “ Mamma, non tediare il signor Manitta. Anzi ascolta, ho bisogno di raccontarti quello che stamattina è successo al mercato. Hanno rapito Mega Capotosto, la figlia della tua compagna di scuola, Marcella ricoverata dopo la sua nascita nella casa di cura alle falde del famoso monte. “ disse d’un fiato Benedetta alla mamma. “ Il venditore ambulante ha preparato la trappola. Sotto minaccia di sequestro della “ roba “ ma è stato in complicità.” disse ancora Benedetta rivolgendosi ad Erminio. Il Vigile Manitta, imbarazzato per la cruda esposizione della ragazza, restò a guardarla senza sapere cosa dirle. “  Io  voglio che riprenda  l’occasione di fare i suoi acquisti. “ disse ad un tratto a Benedetta rimettendo piede nel mercato, aprendo lo sguardo sulla bancarella.  Oltrepassò la bancarella dell’intimo e percorrendo il lato opposto, il Vigile Manitta, scivolò casualmente verso la verità. “ La legge deve dipingere la faccia occulta del rapitore di Mega Capotosto “ gli disse la signora Carmelina appesantita nella voce dai pensieri che

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le affollavano la mente, traendo dalla memoria  la sofferenza della compagna di scuola e di Giulio. La Signora Carmelina Intruglia cominciò a conoscere il Vigile Erminio Manitta e ne rimase particolarmente lieta. Un attimo e le saltò in mente la speranza che  Benedetta riuscisse ad instaurare con quel ragazzo un buon rapporto. La delicatezza di Erminio l’aveva conquistata. Aveva riconosciuto, pure la sua famiglia e nel padre un suo spasimante. La loro residenza in prossimità del convento “ I figli di Maddalena “ identificò perfino il ceppo e la conversazione assunse le pieghe delle confidenze. addentrandosi nella biancheria intima. La Signora Benedetta, indossata la biancheria intima ed abbottonandosi la veste a sacco gialla che prediligeva, con una ricercatezza civettuola, si ornò i polsi e gli orecchi e riapparve nel salone, con la cintura in mano, sorridente. L’esperienza di mamma, fece presagire alla signora Carmelina che qualcosa stava accadendo e gioì nel cuore. Il Vigile Erminio Manitta, inesperto nell’arte della seduzione, andò in fibrillazione e si congedò con le movenze di un pachiderma,  tenendo un mancamento. Benedetta,  ascoltò con attenzione quasi morbosa le sue parole e seguì il suo respiro che con fatica accompagnava i suoi passi. Il brulichio del giorno, ancor prima che il salone potesse schiarirsi della presenza di Erminio, divenne turbolento con l’insistenza del clacson dello scuolabus. Benedetta, trascinata dalle grida della figlia, senza accorgersene,  fu condotta fuori dalle acque agitate che la presenza del giovane Vigile era riuscito ad imporle. Abbracciando la piccola Tina, di sottecchi guardò le antenne del convento  traendo conforto dalla sua musica  e dai suoi canti e ricordò che al trasferimento di Marcella nella casa di cura alle falde del monte, seguì l’affidamento di Mega al convento “ I figli di Maddalena. “ Chiese conferma alla madre e decise che nel pomeriggio sarebbe andata  ad informare la Madre Priora del rapimento di Mega al mercato. L’attenzione di Benedetta, ad un tratto le cadde  sulla borsa e sulle scarpe di Mega. Una sbirciata all’orologio, però la indusse a soprassedere ripromettendosi, però di ritornare al mercato e magari in compagnia di Erminio. “ La borsa e le scarpe di Mega sono rimaste a terra “ si disse. “ Mega dalla bancarella dell’intimo è uscita a piedi scalzi e senza la sua borsa. “ continuò a dichiarare. L’attraente ambulante le risultò fortemente coinvolto. Benedetta, protetta dalla presenza di Erminio, quel pomeriggio riuscì anche scoprire l’abitazione del venditore ambulante ed addirittura a parlargli ricavandone la promessa  che avrebbe cercato nelle scatole e nell0’attrezzatura.  “ Aspettare una settimana intera non è il caso “ le disse il giovane. “ Ho il deposito al quarto chilometro, sulla strada delle case popolari. “ le disse  l’ambulante Giuseppe Bracato ma le chiavi sono rimaste nel furgone. Il mio socio è andato fuori città a fare il carico. “ e  dicendole “ la informerò “ ritornò con rudezza, alla sua occupazione nelle stanze della casa del “ Biliardo. “  Benedetta Alimeni, dunque andò in seno alla Santa Famiglia. La madre Priora, ascoltandola si riempiva di colori luciferini e congedandola la ringraziò con  un trasporto che a Benedetta risultò eccessivo, uscendo a fatica e senza respiro dal suo forte abbraccio.   Il Professore Alfio Composto, medico personale  “ dell’Onorevole Lucerta “ secondo i suoi, alti studi specialistici, aveva accertato che la madre di Mega nel suo corredo cromosomico, portava dei geni  compatibili  alle sue esigenze. L’Onorevole Lucerta, dunque chiese a Mega di sottoporsi agli accertamenti relativi. La madre aveva trasferito il gene interessato alla figlia. Ogni madre, fornisce la figlia dei suoi geni. Mega doveva restituirgli il favore ricevuto. Lo sfruttamento del suo gene giovane , anziché quello della madre che l’usura della malattia e del tempo, gli avrebbe apportato il beneficio desiderato, senza un zero virgola di negatività. Il gene della madre, era ritenuto dal Professore Alfio composto l’estrema ratio e probabile,  inadatto allo scopo. Il sacrificio di Mega,  invero erano un piccolo acconto per gli anni di ricovero nella struttura pubblica usufruite dalla madre per il suo impegno, senza mettere in conto, l’ ospitalità ed ogni altro bisogno ricevuto da lei dal  Convento “ I Figli di Maddalena. “ Il conto pur ascritto in altro libro parallelo a quello dei conti generali, alla fine bisogna onorarlo. Mega era l’unica destinataria, la persona abile a ratificare la ricerca del Prof. Composto. La sua buona accoglienza per l’autorizzazione dell’espianto,  dunque si conciliava  col volo delle rondini che la sera prima d’andare a letto, s’azzardano a lanciarsi in

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picchiata  da quell’altezza. La semplicità e la bontà, innate nell’animo di Mega, nel convento “ I Figli di Maddalena, “ si erano acuite e sviluppate senza subire un confronto. Mega, invero non era munita di nessun anticorpo per evitare il male. Il suo cuore tendeva alla spiritualità dell’anima e senza che le fosse stato inculcato “ il principio contrario “ in uso nella società, non aveva nessuna protezione.  La famiglia del Convento “ I Figli di Maddalena , “ non ha partecipazione negli affari dell’Onorevole Lucerta “ e della “  madre priora. “ e conosce quel che legge nelle sacre scritture. La Priora, madre Vincenzina, ha conosciuto il peccato e non l’ha disdegnato. L’opportunità di una lezione per lo studio della gente,  per la comprensione e la conoscenza dei rischi che la società comporta, è un bene “. Il signor Capotosto, si rivolse al sovrano del porto ed amico che consegnò la bambina alla sorella -  madre priora del convento “ I figli di Maddalena. “ L’Onorevole Dario Lucerta, interpellato, uscì all’alba a cavallo delle sorelle – poliziotto  e prima di sera la “ povera Signora Marcella “ fu ricoverata in una casa di cura- mentale ai confini della provincia. Il Signor Giulio ebbe a raccontare a Nicola che andando a far visita alla madre passava a scambiar quattro parole: “ L’ultima volta che sono andato a trovarla,  avevo le gambe ed ormai risale a parecchi anni.  Le condizioni di Marcella non mi hanno permesso di restarle accanto, non più di cinque o sei minuti. Il suo scheletro ed ogni altro organo del corpo, erano coperti da un sottile strato di pelle che anche un occhio ignorante e profano riusciva a vederli muovere, identificarli e chiamarli per nome. Le uniche cose rimaste tale e quali al giorno dell’uscita di casa, erano gli occhi e quel grido stridulo, assordante, senza tregua: “ Va retro Satana. Vai via Diavolo. “  Mega Capotosto, uscì dal Convento “ I Figli di Maddalena “ che con la maggiore età nelle mani.Mega, invero camminava per la strada al pari di una fedele che è scesa dall’altare con l’ostia in mano  e nella borsetta regalatele per l’occasione, il diploma di maestra. La ragazza entrò nella casa del padre al pari di una sconosciuta. Il tempo che il padre era riuscito a dedicarle poteva sommarsi a circa un paio d’ore contando pure i minuti morti. Le visite di Giulio al convento erano sporadiche e brevissime. Giulio non riusciva ad entrare nella sensibilità e lei si ritraeva non riuscendo a vedere la possibilità di una pur minima  confidenza.Giulio era per lei,un  parente che sapeva fosse suo padre e che era costretta a vedere,  null’altro. Il Signor Giulio la guardava timido ed impacciato e non sapeva che dirle. Lei lo guardava per qualche attimo, abbassava la testa e non vedeva l’ora che andasse per ritornare alla sua quotidianità. Mega, invero non conosceva sua madre, sapeva che si chiamava Marcella e che era ricoverata per gravi disturbi mentali, nella casa di cura “ La Luna, “ situata alle falde della montagna ai confini della provincia. Il Signor Giulio Capotosto, nei suoi sporadici e fulminei incontri, comunque ritenuti da Mega, lunghi, scoccianti ed insignificanti, cercò più volte di dirle della madre. Il silenzio di lei e la sua incapacità di parlare, d’esprimersi con la delicatezza che il caso richiedeva, lo bloccavano impedendogli di fargliela conoscere. Giulio Capotosto,  amava la moglie con la dolcezza del canto di un canarino e la forza del gigante che solleva con le braccia la montagna sulla testa e non la scaglia per paura di fare del male alla gente innocente e con altrettanto sentimento, voleva che Mega sapesse della sua bellezza, della gioia di vivere, di quanto sapeva amare. Le lacrime che  gli bruciavano gli occhi lo inducevano ad andare senza neanche aver la forza di chiederle un bacio. Sul sacrato, colpito dalla luce e dai fischi, mancava della vista e dell’udito ed era costretto a  sedersi per non cadere. Il vizio del fumo era stato “ l’unica lite “ con Marcella. Lo sentiva un atto di libertà e non intendeva metterlo in discussione. Qualche giorno dopo che lei era partita per “ La Luna, “ Giulio staccò dal lavoro per andare a prendere un caffè al bar oltre la strada e fumare una sigaretta con tranquillità. Seduto sulla panchina dell’attracco dei traghetti, estrasse dalla tasca il pacchetto e con l’accendino in mano, stava per esaudire la voglia di fumare quando fu attratto e corse al seguito del battito delle ali di una coppia di gabbiani, dimenticando la necessità, l’impellente desiderio di fumare. Cinque, dieci minuti e ritornava a riprendere il pacchetto e l’accendino ma non andava oltre, gli bastava sentire gli attrezzi e riprendeva il controllo. Le mani con la pianta aperta sulle ginocchia, lentamente smaltivano il lieve tremore che li calzava e si alzava

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ritornando a casa. La notizia del rapimento della figlia, lo appese alla finestra. Giulio, con un filo di voce, invocò Marcella ma  la moglie intenta a cercare la cima della matassa aggrovigliata,  l’obbligò a misurarsi con i suoi monconi. Giulio, sul davanzale della finestra si  spogliò d’ogni fardello e volò nel vuoto inseguendo un corvo scambiandolo per fratello Monastra, il Gestore della casa di cura La Luna. Stefano, il figlio ritornò a casa con Sara, la fidanzata, per la cena e vedendo la sedia senza il padre, lo chiamò, lo cercò in ogni stanza e scese in strada. La figlia di Diego Lotaro, raccolse dalla madre il rapimento di Mega e la informò della scomparsa di Giulio. Il Signor Diego Lotaro, chiamato dalla madre Priora, ritornando incontrò il  genero ed assieme corsero nel vicolo dietro il palazzo. Giulio,  rannicchiato su quel che restava del suo corpo, confidava nella discrezione delle colombe che occupavano i cornicioni sopra la chioma del Ficus. La perizia del Vigili del fuoco lo trasse a terra senza ulteriore danni anche se il tuffo non l’aveva risparmiato. Il Signor Diego Lotaro, cercò di dissuadere Stefano di andarlo a guardare, dicendole perfino del rapimento di Mega. ma Stefano pensò che non era il caso di prenderlo in considerazione. La morte del padre anche se puzza, nasconde le nostre verità. L’amore non sente ragioni e Stefano capitolò nelle braccia di Sara. Il  Signor Diego Lotaro,  fu dunque costretto a dirimere il suicidio di Giulio ed il rapimento di Mega. La sorella Vincenzina, dal Convento, l’aveva spedito a cercare Dario. Le suore a malincuore, accettarono di mettersi alla ricerca di Mega ma il loro impegno sul territorio era  ritenuto privilegiato.  Il venditore ambulante,  Giuseppe Bracato, nel volgere di un breve lasso di tempo, fu intercettato e messo sotto torchio. La  necessità di rifornire le sorelle del convento di biancheria intima,  lo indusse al disbrigo immediato d’ogni impegno e lo condusse al convento. Madre Vincenzina, invero non ebbe neanche la possibilità di scegliere un capo che  “ La polizia del convento “ lo aveva reso innocuo ed il furgone setacciato in ogni angolo e perfino nel sottofondo. Il rinvenimento delle scarpe e della borsa di Mega l’avevano condannato. La droga ed il rifiuto a parlare gli tolse il posto al mercato di Largia . Il bel venditore ambulante,  verso le dieci di mattina è  stato rinvenuto dai bambini,  figli di mamme distratte che non vanno a scuola e guiocano con i  cani, nello spazio roccioso, selvaggio, oltre la strada vecchia e gli scheletri d’edilizia popolare, mai finiti e non assegnati, occupati abusivamente, adibito a discarica pubblica. Il fuoco che nella notte aveva consumato la montagna di spazzatura, gli aveva dato il lasciapassare a scendere sulla terra anche se di pietra ma l’aveva reso quasi irriconoscibile. L’ Onorevole Lucerta, rintracciato e messo al corrente dallo zio Diego, tergiversò, prese tempo, inventò impegni ma non riuscì a sottrarsi al bastone  della madre. La Priora del Convento non intendeva che Mega restasse prigioniera di quei maledetti ancora un’ora. L’Onorevole Lucerta  non aveva mai visto la madre raggiungere quasi i tre metri di statura e seppure trattenne il sorriso era coccolante per aver scoperto che anche lui possedeva il gene della statura alta e che il Professore Composto era un ciarlatano e dicendo: “ Non ti preoccupare, ci pensa il tuo figliolo a fare eseguire la tua volontà “  uscì sul sagrato del convento e diramò ai quattro venti l’ordine di trovare e condurre al Convento la signorina Mega Capotosto, la maestra di Largia. La tragicità dell’evento e delle circostanze  della morte di Giulio Capotosto,  sconvolsero la “ Santa Famiglia. “  Il Signor Diego Lotaro, sotto il reggiseno e le mutandine, le calze e vestiario simile, oltre alla “  polvere  di papavero, “ fu in grado di portare alla luce una traccia “ bestiale. “ Il mercato del quartiere Largia, oltre la bancarella di biancheria intima fu rivoltato al pari di un calzino. Il caposala di Pneumologia dell’Ospedale “ Frantone “ di Lafoglia  fu indagato e dichiarato responsabile di  Organizzazione e Gestione di Setta Satanica. Il Caposala Ettore Benservito, però nega caparbiamente ogni appartenenza a qualsiasi ed a qualsivoglia religione. “ Sono ateo, miscredente, senza dio, quello che volete “ gridò ai suoi detrattori. Il Signor Diego Lotaro, lo invitò a trascorrere un periodo di vacanza con la famiglia,  nella sua isola preferita. “ La legge è nostra sorella e dev’essere rispettata. La Santa Famiglia è nostra madre e nessuno deve darle sofferenza e dolore. “ gli disse accompagnandolo a pescare con la canna al molo trentatrè. Il Vigile Erminio Manitta andava a rifocillarsi da Benedetta Alimeni che almeno due volte alla

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settimana andava da Suor Vincenzina a chiedere notizie di Mega, Il colloquio era formato da due o massimo tre parole e comunque non era facile e né naturale essere ricevuta. L’attesa si protraeva anche di un paio d’ore ed alla fine capitava pure che un’urgenza sopravvenuta, cancellava l’incontro.  Il l Convento “ I figli di Maddalena., “ comunque la riempiva di pace. Benedetta, con lo sguardo rivolto nello spazio, sugli occhi di  vetro smerigliato che costellano la chiesa del Convento, si lasciava dipingere le ore dai suoi colori  uscendone con  la consapevolezza che Mega, sarebbe ritornata a casa con ogni bulbo pilifero in dotazione, intatto.. Il Vigile Erminio Manitta, in confidenza e sotto il giuramento che non l’avrebbe rivelato a persone estranee, aveva ricevuto da un non meglio identificato collega di lavori saltuari del rapitore,  l’informazione che Mega stava bene,  per quel che poteva. Il rapimento è una espressione non conforme alla sostanza dell’avvenimento. Mega, in pratica, è stata prelevata per un test di compatibilità. Il laboratorio specializzato, non risulta nell’elenco telefonico ma il Professore Alfio Composto, è l’unico gestore responsabile. L’esame, qualche giorno dopo, invero risultò  non più necessario e Mega poteva essere dimessa. La caduta, il malore potevano giustificare il ricovero e non aveva di meglio che ricevere le cure del laboratorio del Convento  L’intervento di Benedetta, però  assistendo all’accadimento ed insospettitasi tentando d’inseguire il furgone della strana coppia, con la successiva denuncia alle autorità, ha creato un’attenzione pericolosa e successivamente un subbuglio, informando gli amici  della famiglia  Il suicidio del padre, invero rese ogni passo ulteriore impraticabile, impedendo di risolvere il caso, non più tardi del calare della sera. “ La liberazione di Mega ed il ritorno all’occupazione quotidiana, avverrà appena il clima si sarà assopito “ concluse con tono pacato la spia bianca. Benedetta, ascoltando la confessione di Erminio,  non riusciva a capre se ridere o gridare dalla rabbia. La conclusione di Erminio ed ad un tratto, innestò in Benedetta una reazione che dalla stomaco le saliva al petto e le impediva il respiro, costringendola  ad alzarsi e lasciare la tavola con la cena appena iniziata. “ Questa confidenza amichevole, è un proclama. “ disse ad Erminio con la voce tenuta a fatica sotto controllo ma comunque alticcia. “ L’amico è il portavoce del mandante che ordina agli interessati di mettersi a dormire. La tua persona è stata informata per minacciare Benedetta. Questa fessacchiotta deve stare in silenzio e cancellare dalla memoria quello che è successo, altrimenti finisce male. “ continuò Benedetta nel cortiletto davanti casa. “ Erminio, milla, sveglia. Sono esterrefatta che un uomo al servizio dei cittadini non sia in grado di distinguere un’erba dall’altra. “ concluse tirando dal sotto il tacco della scarpa destra,  una pipa di pietra lavica di dimensioni millimetriche e portò alla bocca. Aspirò una, due volte e dalla fornacella uscì un filo di fumo balsamico che s’avviluppò su se stesso e scoppiò impregnando l’aria ed apportando un moto di quiete. Il ritorno nel tacco della scarpa della pipa dalle virtù calmanti, lasciò Benedetta, libera di buttarsi nelle braccia di Erminio e scaricare la paura, la rabbia nelle quali era caduta, piangendo lentamente. La cena terminò con la luna piena che s’attardava in mezzo al cielo con qualche nuvoletta che intendeva sbeffeggiarla. La Signora Carmelina Intruglia, invero  vide dalla finestra, la luna che annoiata dall’impertinenza e dalla stupidità della nuvoletta, la colpì nel centro del petto,  confinandola sulla superstrada,  costringendola a mettersi da parte senza fiatare per non finire sotto le ruote di una carovana di autoarticolati coperti da scritte ed effigi paurose, orribili che procedevano con una lentezza lumachevole per il carico all’inverosimile e diretti al porto . Il Sindaco, l’amministrazione della città di Lafoglia, aveva siglato un accordo di transito e trasporto di sostanze nocive. Il servizio inaugurava l’autostrada del mare ma la cittadinanza in maggioranza era contraria al loro passaggio. L’inquinamento della città superava ogni limite e nessuno si era preoccupato della crescita a dismisura di malattie tumorali, delle morti, degli aborti e dei bambini malformati. La magistratura, chiamata in causa, ha  mandato le industrie produttrici, responsabili del male invisibile, assolti dichiarandosi, dunque inutile, un organo incapace di produrre rispetto dei diritti naturali dell’uomo. Questo servizio, avendo vinto e sentendosi protetto dagli organi alti dello stato, ha lanciato un’altra sfida ancora più terrificante. La cittadinanza, però non tentenna, è decisa a