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2018-10-17

La città di Loguma (Il pesce in barile)

Categoria: La città di Loguma (Il pesce in barile)

di Accordino Antonio

 

Calogero Lubrante, si svegliava che ancora il giorno dormiva, si lavava, si vestiva ed usciva di casa chiudendo piano la porta che dava sulla strada. Uno sguardo alla montagna, alle case di destra e si dirigeva senza esitazione, verso la spiaggia, allo scarro della sua barca anche se aveva smesso di andare a pesca a causa di una malattia neurologica che gli aveva alleggerito la memoria, insomma gli si era indebolita la zona del cervello ad essa preposta, riportandolo all’infanzia, ai giuochi ed ai capricci ad essa legati.

La terapia dello scienziato in vox popili, l’aveva mandato in coma per una quindicina di giorni, la fibra robusta e le pillole di diversi colori, alcuni mesi dopo, l’avevano sollevato e reso autonomo, quel tanto diciamo, da consentirgli di coltivare, almeno  l’abitudine, l’amore per il suo mestiere.

Calogero, infatti si fermava accanto alla barca e guardava il mare amoreggiare con la battigia, scrutava le onde ed osservava la circolazione delle  nuvole nel cielo, e  faceva pure, congetture sulle previsioni del tempo.

 

Il pescatore Calogero Lubrante, dunque con un sacco di anni sulle spalle e  non più in grado di svolgere alcun tipo di lavoro, con il fianco sinistro appoggiato alla murata della barca in secca e gli occhi socchiusi nel fumo leggero di una sigaretta fatta a mano, seppure a conoscenza che ogni atto della vita è un fatto nuovo, l'umanità, un secolo dopo l’altro, commette gli stessi errori e li sconta con il sangue, inducendo a pensare che l'esperienza non serva a niente,  in un momento di un giorno qualunque, convinto che nessuno lo avrebbe ascoltato, con la solitudine a misurare la grandezza morale ed intellettuale di un uomo che ha il diritto di andare, con uno scoppio di sana filosofia, azzarda e dice, racconta Ettore Maniscalco,  che il viaggio di ogni persona, è un fattore fondamentale di crescita che va oltre la prova della sua cultura, che è un percorso non uguale per tutti e molte volte si sviluppa per vie incomprensibili alla nostra ragione e conoscenza, ed ecco che a queste parole, magicamente il cielo, si apre in una limpidezza, serenità climatica straordinaria e questo pensiero luminoso, imbocca e s’addentra in  un percorso piuttosto favorevole, raggiungendo velocemente, livelli sempre più alti ed ad ogni modo, superiori ad ogni prevedibile aspettativa.  

Lo spazio che il pensiero, s’accingeva ad attraversare, con naturalezza, inconcepibilmente, gli si apriva senza opporgli alcuna resistenza, ha accolto senza alcun pregiudizio, questa luminescenza impalpabile,seppure trasportasse in sé un rischio altamente pernicioso per gli equilibri dell’intero sistema, forse pensando di poterlo mantenere sotto controllo, per la notoria caratteristica di restare in una zona invisibile, incline a non farsi notare, insomma per motivi non conosciuti e magari a noi incomprensibili, l’ha accolto nel grembo, nel suo essere infinito.

Lo stato di buonismo, è risaputo, continua Ettore Maniscalco, che è un probabile, concreto pericolo, ma per la forza incommensurabile che questo pensiero aveva di andare, fu ritenuto inutile calcolare il danno che potesse derivarne e fu accettato il rischio, insomma gli fu concessa licenza di proseguire  e guarda caso, manco a dirlo, senza alcun aiuto od indicazione, è andato,  fra miliardi di elementi che s’affollavano in quel piccolo cerchio, ad impregnare una goccia di luce, che stava stanziata in una galassia sconosciuta, ad una distanza approssimativa con un calcolo terrestre, di circa trenta, cinquant’anni e forse anche molti di più, ovvero, secondo la nostra misura, un interminabile viaggio.

La goccia di luce, destinataria del pensiero filosofico,  penetrata, agitò  il nucleo  nel quale era domiciliato Mariano Monacello, carico di un enorme desiderio di conoscere il luogo sul quale era nata e vissuta la sua stirpe, sicuramente in uno stato di spasmodica attesa, tanto che lo accolse con una gioia che a dire spumeggiante, risulta riduttivo,  insomma  insuperabile, tanto che ancora a tutt’oggi  dice Ettore Maniscalco e mi vien da dire che ormai  sono passati, centinaia, migliaia di anni, è ritenuto impossibile comprendere pienamente la sua essenza intrinseca.

 

La decisione fu subito presa e Mariano Monacello, continua  Ettore Maniscalco, s’accinse ad intraprendere la strada all’incontrario, di andare su quel pianeta tanto sognato che i suoi avi avevano lasciato alla ricerca di un mondo migliore, quindi afferrò per la coda,  un Nano accademico, così denominato, un raro mezzo di trasporto, vettore specializzato, altamente qualificato, programmato, in grado d’immergersi in ogni strato delle galassie,  che fortunosamente, stava sopraggiungendo  ammantato di un alone bianco sfavillante, e s’infilò nell’infinito, in fondo al sistema, verso quel puntino nero, chiamato terra.

L’orbita che gli era più vicina e con la quale intratteneva rapporti molto amichevoli, quasi di fratellanza, entrò in una confusione parossistica, conoscendo però, la sua irrequietezza, sapendolo preparato e determinato nell’andare, assunse un aspetto di riservatezza conciliante e come a lanciargli la partenza, spinse fuori da una crepa, un topo per la coda ed un gatto al seguito e si schiacciò su se stessa a formare una piattaforma, dunque emise un enorme sbuffo di vapore latteo, e quasi a scusarsi, resettandosi immediatamente, s’inchinò  a disegnare una enorme gobba, quasi a spezzarsi, aprendogli la porta del cerchio e lo invitò  ad andare, lasciandolo immergere nello spazio verso la successiva, osservando con una grande nostalgia la luminosità scoppiettante che lo riempiva e soprattutto, lo distingueva da ogni altro elemento di quel cortile.

La goccia di luce nella quale Mariano Monacello aveva la sua residenza, con l’euforia del viaggio e l’incoscienza di un ragazzino, saltellando con allegria, volò via senza neanche lanciargli un cenno di saluto, forse per l’impegno di un assestamento adeguato, per fare fronte agli atteggiamenti che il nuovo stato gli richiedevano, non certo  per indifferenza o peggio per snobismo.

Le orbite, man mano che s’allontanava da casa, s’accorciavano e gli strati si facevano sempre più evanescenti, pare che perdessero forza,  il loro vapore si schiariva, ed il Nano accademico si sentiva più libero ed acquistava  velocità nel segno manifesto di una distanza non più colmabile ed ancora percorribile in un possibile ed improbabile evento scatenante, seppure Mariano Monacello, la  sua entità acquisiva consistenza, e la luminescenza si affievoliva in un irrimediabile e  costante, forse naturale decadimento.

La diminuzione della distanza verso la terra, intanto, e diciamo contemporanea brevità, produceva in Mariano Monacello, un ritocco somatico, una  trasformazione corporale  e psicologica, che lo mutava, lo modellava, configurandolo, forse con qualche diversità ed impercettibile caratteristica,  nell’essere dal quale proveniva la sua genia.

La luminescenza, infatti decadendo si sfilacciava in una miriade di filamenti, si scioglieva in  nastrini che  si differenziavano assumendo colori diversi e Mariano Monacello, con un fare quasi protettivo ed insieme speculativo, arrotolò senza che se ne lasciasse  scappare neanche uno, forse prevedendone a suo tempo un adeguato sfruttamento che il luogo, che stava per raggiungere, ancora sconosciuto, gli avrebbe immancabilmente, giocoforza, richiesto.

La terra che s’avvicinava, splendeva nella sua bellezza e lui non riusciva a sottrarvi lo sguardo, ed ad ogni salto d’orbita, il desiderio di conoscerla si faceva sempre più forte, gli nasceva dentro, verso Ella, un leggero, struggente,  prorompente, pensiero d’amore, che quasi gli toglieva il fiato.

La città di Loguma, la destinazione verso la quale  era programmato, che il suo viaggio avesse termine, apparve agli occhi di Mariano Monacello, simile ad un’aquila reale con  le ali ripiegate sui fianchi, la testa alzata sull’acqua e la coda a ventaglio sulla terra ferma, prona sul mare nell’atteggiamento di cova e nel posare i piedi sul suolo, gli risultò spontaneo, pensare che fosse rientrato a casa  dopo un lungo, lunghissimo viaggio, con un vettore disagevole, che noi, dice Ettore Maniscalco, potremmo paragonare ad un treno a scartamento ridotto, sporco e puzzolente che le ferrovie dello stato usano fare circolare, non per il trasporto di bestiame, ma viaggiatori della così detta società civile, lavoratori, studenti pendolari che oltre ad un prezzo esoso del biglietto, si sobbarcano un sacco di ore e giungono sempre in ritardo alla stazione d’arrivo, al posto di lavoro, a scuola, con conseguenze a lungo andare, deleterie, e per di più senza un compagno per giuocare, e scherzare, schiacciato da un rumore che resta selvaggio seppure cerchi di poetizzare.


                   

Mariano Monacello, nell’attraversare le orbite in discesa, era fatto segno di raccomandazioni, di applicare moderazione, e  nella  penultima, ormai quasi in rotta con il pianeta, non del tutto mutato, munito di un’energia diversa, e di un corpo che ormai, si era trasformato in materia, realizzò che non poteva presentarsi agli stanziali di Loguma sulla quale stava per sbarcare, senza nulla addosso, insomma privo di una vestizione consona, per presentarsi ai suoi conterranei.

Gli esseri che vedeva muoversi sulla striscia di terra che gli stava sotto, che in linea di massima,  appartenevano alla sua genìa, indossavano vari, buffi, ed anche variopinti indumenti,  insomma non erano proprio ignudi, e quindi, Mariano, pensò che avesse bisogno di coprire, avvolgere la sua figura, e srotolò la palla dei filamenti e la consegnò al primiero Sarto del Vettore Accademico, Mastro Peppino Gambino, che con il berretto in testa di Capo superiore e con piglio deciso, comandò ai ragazzi della bottega, di tagliare, assemblare  e mettere a punto le strisce, ed ecco che sotto il suo occhio vigile, le mani sapienti dei lavoratori, fu ben vestito, fornito di pantaloni, maglietta  ed anche di un paio di  sandali  seppure  i piedi protestavano ad allocarsi in essi, insomma ne avrebbero fatto a meno se il territorio sul quale atterrò,  per la granulosità e ruvidità, non glielo avesse imposto data  la delicatezza, sensibilità dei suoi plantari.

Mariano Monacello, entrato nell’ambiente della specie umana, appena vi mise il naso, come si suole dire,  ne fu meravigliato e contrariato perché non ebbe un buon accoglimento, e pensò gli mancasse qualcosa per il contatto con il suo amato pianeta, che non gli risultò tanto amichevole, infatti  fu attaccato da dei piccoli esseri invisibili o  quantomeno poco percettibili, che con una miriade di  frecce, armate con sostanze, composti irritanti, forse plateali, comunque sconsiderate, lanciate da ogni direzione, colpivano pedissequamente, con un continuo ed irrefrenabile piacere di causare indisposizione, insomma non perdevano occasione per fare sentire la loro presenza con silenziose armi personalizzate, a lui sconosciute, procurandogli bruciore e numerosi, fastidiosi puntini rossi, sulle braccia, sulle gambe, sul corpo esposto  che lo pose in una grave, palpabile apprensione, ravvisando che non era del tutto protetto, e che comunque l’utilità di coprirsi non serviva solo per presentarsi ai suoi simili, per proteggersi da eventi climatici, ma soprattutto da altri  figli della natura.

          

 

Ettore Maniscalco, dunque assuefatto il suo corpo ai rigori di questi altri abitatori, con i rimedi che la natura gli metteva a disposizione, osservò il territorio sul quale era sceso, e constatò che  si presentava quasi del tutto pianeggiante, sabbioso, ed anche con qualche sollevamento.

La curiosità, gli spinse lo sguardo verso l’orizzonte, sulla linea che gli girava intorno, sosteneva lo spazio azzurro e si elevava a disegnare il cielo dal quale era venuto, risultandogli secondo i parametri conosciuti, appresi nel luogo dove il suo tempo si era dispiegato fino allo sbarco sulla terra, alquanto incomprensibile, insomma  con un orientamento che non riusciva a catalogare nella sua conoscenza.

 

L’altezza delle montagne pur nella sua discontinuità non riusciva a scalfire la linearità del cielo e questo non lo soddisfaceva creandogli una infinità di dubbi, tanto che fu indotto a domandarsi a quale  legge fosse sottoposta, sicuramente non seguiva quella in vigore nello spazio di provenienza che aveva imparato a conoscere.

La montagna che lo interrogava, infatti lo mise in apprensione fino a chiamarlo verso di essa, addirittura quasi ai piedi, e comunque senza che riuscisse a trovare una soluzione ragionevole ed ecco che la sua passeggiata di studio, è interrotta bruscamente costringendolo a cercare un riparo, non tanto per la pioggia che gli si rovesciò sopra e lo percuoteva, seppure lo bagnava  in fondo non lo infastidiva, anzi lo solleticava, ma soprattutto per le frustate della sabbia sottile mista a granellini che i pantaloni corti, la maglietta, non riuscivano a proteggerlo.

La voce  della montagna, è probabile che lo avesse distratto e dunque non si accorse del moto che gli circolava intorno, che  sulla sua destra, si assemblavano venti che dal bianco diventavano neri e sempre di più e ben presto sulla città di Loguma, si scatenò una tempesta di acqua e sabbia che Ettore non conosceva e ne rimase, direi sbalordito.

I venti e la pioggia, piuttosto irruenta, evidentemente  l’avevano seguito per vie che a lui non era dato sapere, comunque  diverse dal percorso leggero che l’aveva condotto fino a quel livello, deducendo che lo spazio nel quale era entrato, aveva un’altra configurazione e dunque l’area nella quale era stato immerso fino ad allora, venendo a scontrarsi con la nuova, è stata costretta a riorganizzarsi, ripianificare, assorbire, accomodare, forse immettendo un elemento catalizzatore, sistemando eccezionalmente la sua legge alla legge locale che per altri parametri, angolazioni, allinea il singolo sistema a quello universale. Il nuovo sistema, dunque aveva riservato per la sua discesa, uno strano benvenuto che lo mise alla prova e lui rispose ingegnandosi  nei primi  rudimentali accorgimenti richiesti da quella situazione ed infatti approntò subito una difesa idonea, che la natura ed il luogo gli offrivano ed ecco che corse a rifugiarsi precipitosamente in una grotta poco distante.

La pioggia che bagnò la terra, fu copiosa e senza significativa interruzione, se non in prossimità delle prime luci dell’alba per riprendere subito dopo poco tempo e quel tanto per essere assorbita e lasciarsi scivolare in superficie con un’allegria giocosa e dirigersi quasi impercettibile verso il mare lasciando constatare ad Ettore, nel mezzo di alcuni sporadici chiari e scuri che forse il territorio, fosse molto equilibrato nella composizione degli strati per la manifesta buona capacità idrica, sopportando quella quantità elevata di acqua senza causare alcuna frana o smottamento del terreno.

La notte, Ettore fu impegnato  a camminare nel dormiveglia e sia per scacciare il freddo che gli faceva battere, addirittura i denti che per tenere a bada l’irrequietezza, a lenire quegli strani e continui dolori che gli attanagliavano l’addome. ormai senza circospezione e con violenza.

Il giorno, usciva dalla grotta, andava nei paraggi  guardandosi intorno e cercare, a selezionare erba e frutta spontanea, racimolare qualcosa da masticare anche se fosse poco appetibile e con pazienza sedare i crampi che lo inducevano a gemere, piegandolo fin quasi a terra.

Una notte, forse sesta, settima od ottava dalla sua discesa, la pioggia cessò completamente ed Ettore,  lasciò, a piccoli passi, la grotta.                                          

La mattina pari ad un grande mantello caldo abbracciava il creato ed il sole s’alzò dalle acque del mare, sonnacchioso e gioioso al contempo, bagnando e riempiendo di luce e colori  le onde e la terra ed Ettore, innanzi a questo incanto rimase talmente ammirato  che per la gioia sentì gli occhi lacrimargli e quasi correndo s’allontanò ad esplorare il territorio come a volere recuperare il tempo lasciato dai suoi avi, dunque si mise alla ricerca di un sito idoneo per organizzare la sua presenza nella città, e ripercorrere le strade di una storia che le varie branche della scienza avrebbero svelato alle future generazioni. 

 

 

Il territorio di Loguma, presenta una vegetazione naturale con una certa variabilità, con aspetti prossimi alla macchia ed alcune  differenze nella composizione floristica che riesce ad attrarre perfino uno sguardo pigro.

Il territorio ricoperto dalla macchia, presenta  una discreta produzione di erbacei, quella  arbustiva spicca per il colore giallo ed è caratterizzato dall’Artemisia, dalla ginestra di Spagna e da altre entità erbacee, insomma un paesaggio che la natura ha dipinto con un pennello magico raggiungendo un  magnifico equilibrio di colori che raramente mano umana è riuscita ad esprimere.

Mariano Monacello, dunque  con l’animo di chi  percepisce di essere figlio di quel luogo, di appartenere a quel creato seppure non l’ha conosciuto, con il rispetto, la sensibilità e l’emozione del novello esploratore, con immensa gioia, nel segno della sua genìa, ne prese possesso e residenza.

 

                              

 

 

    

 

           

 

                 

 

Il Professore Giacomo Tiferro, racconta ancora Ettore Maniscalco, insegnante di Scienze naturali nella città di Fioga oltre il fiume Moele, che rispetto al proprio territorio nativo è nord ed in conseguenza, a quello più alto, è sud e così a salire, insomma distante dal luogo di nascita, migliaia di chilometri, con il desiderio di conoscere le radici, diciamo l’albero genealogico della sua famiglia, andando per biblioteche e sacrestìe, cercando e rovistando in libri polverosi e sbiaditi, s’imbattè in alcuni testi storici della città di Loguma, situata nel territorio della provincia di Madde dello Stato di Miotto, che riportavano notizie alquanto nebulose, comunque riuscendo ad interpretare, che i primi insediamenti, potevano riferirsi ad un periodo molto remoto, probabilmente al neolitico.

L'archeologia, declama Ettore Maniscalco, è tradizionalmente suddivisa in discipline a seconda del periodo o della cultura oggetto di studio, oppure a seconda di particolari tecniche di indagine o di specifiche problematiche, o ancora sulla base del tipo di materiale esaminato

In passato, venne definita scienza ausiliaria della storia, cioè adatta a fornire documenti materiali per quei periodi non sufficientemente illuminati dalle fonti scritte.

Alcuni paesi, l’hanno considerata, una delle quattro branche dell'antropologia avente come obiettivo l'acquisizione di conoscenza delle culture umane attraverso lo studio delle loro manifestazioni materiali.

La principale tecnica di indagine è quella dello scavo stratigrafico, che consente di rimuovere strati di terreno rispettando la successione e di documentare i materiali che vi sono deposti, collocandoli in una precisa sequenza cronologica relativa.

L'indagine archeologica può inoltre usufruire oggi di tecniche di rilevamento e di datazione o di analisi scientifiche elaborate da altre discipline.

L'esame del territorio, sia come ricerca preliminare ad uno scavo, per individuare la presenza di resti archeologici, sia per acquisire dati statistici generali sulla storia del territorio stesso, oltre che della ricognizione tradizionale di superficie, può avvalersi dell'interpretazione delle fotografie aeree e prospezioni geofisiche.

I sonar  possono essere utilizzati in ambiente subacqueo, sonde fotografiche sono state impiegate per esplorare preliminarmente cavità presenti nel terreno, quali tombe non ancora scavate, o studio dei materiali, sia di quelli raccolti nello scavo, sia quelli privi di contesto stratigrafico, ha gli scopi di comprenderne i modi di utilizzo e l'origine e di arrivare ad una datazione.

   

Il primo modo per datare un oggetto in senso relativo è il suo inserimento nella sequenza stratigrafica.

Gli oggetti rinvenuti in cui questa tecnica non era ancora stata elaborata, si continua ad utilizzare il confronto formale e stilistico con altri oggetti simili. Per ottenere datazioni assolute possono essere utilizzati il metodo del radiocarbonio per i materiali organici, a datare le rocce, altri metodi ai radioisotopi, i fossili od il legno, e le terre di fusione.

La datazione degli oggetti rinvenuti in uno stesso sito, è effettuata con i metodi della racemizzazione degli amminoacidi  per le ossa, e dell’idratazione dell’ossidiana per datare la lavorazione dell'ossidiana o della pietra in genere. Altri indirizzi di studio indagano i resti faunistici e botanici, allo scopo di ricostruire l'ambiente naturale con il quale gli uomini interagivano.

L'archeologia, continua Ettore Maniscalco, durante la sua storia, si è progressivamente costituita in disciplina autonoma e si è dotata di una metodologia e concezioni proprie. La sua storia è stata parallelamente ritmata da una lunga serie di scoperte importanti, la cui interpretazione ha avuto ripercussioni sull'evoluzione delle concezioni sul passato terrestre e umano.

Le culture, dunque  si sono confrontate con i resti materiali delle civilizzazioni che le avevano precedute, e comunque non si può parlare di una vera e propria scoperta archeologica finché i ritrovamenti non siano considerati segni che permettono di decifrare il passato.

La nozione di scoperta archeologica si è evoluta con il progredire dei metodi di indagine.

La ricerca dell'oggetto raro, cara agli antiquari, presente nell'immaginario del grande pubblico, si è sostituita l'indagine sul passato nei suoi aspetti più ordinari e quotidiani e le scoperte sono divenute meno dipendenti dal caso o dall'intuizione.

La necessità di una corretta raccolta dei dati codificò il metodo dello "scavo per quadrati", e quello "per grandi aree" inducendo l'archeologia a professionalizzarsi ed infatti vengono fondate le prime cattedre nelle università europee ed americane.

Lo scavo delle zone cittadine bombardate e distrutte durante la seconda guerra mondiale, in occasione delle ricostruzioni permise di elaborare inoltre gli specifici metodi di indagine legata spesso all’emergenza e costretta ad operare quindi con tempi limitati in contesti stratigrafici estremamente complessi.

I metodi archeologici sono indipendenti dall'epoca dei resti studiati e sono infatti stati applicati anche all'epoca successiva e persino come metodo di indagine sulle società contemporanee

La relazione della ricerca archeologica, ha dato origine a vari approcci, tra essi contraddittori o complementari, secondo i punti di vista dei vari studiosi che si sono succeduti e tuttora si succedono per l'esplicitazione di metodi e finalità della ricerca, per migliorare la capacità  di spiegare ed interpretare le società del passato.

Il Professore Giacomo Tiferro, dunque si ritrovò a dirimere, e le nobili menti tracimavano il loro sapere in mille rivoli, a secernere, saltare oltre che diffidare, dell’organizzazione legale in organico all’apparato governativo, composto da numerosi e ben remunerati studiosi delle varie branche, che con goliardia, si avvicinavano e si allontanavano dalla scala in uso, chi di mille ed altri addirittura di diecimila, con un accomodamento di circa quattrocento anni, inculcando giocoforza il dubbio, inducendolo a non accettare questa deduzione, ed allora, chiese conforto e si rifugiò nel pensiero dello storico Professore Filippo Ginento,  che ammirava e riteneva uno dei più corretti, sicuramente di una libera e profonda precisione, che chiamiamo  pignoleria, dice Ettore Maniscalco, il quale senza alcun eccesso di zelo, ha conteggiato l’eventuale errore, con un calcolo più verosimile, approssimativamente in duecento anni, concludendo che l’esistenza della città di Loguma, s’aggira intorno a svariati millenni, circa tremila e duecento anni.

Il Professore Giacomo Tiferro, ritenendo il calcolo dell’esimio  Professore Filippo Ginento, il più vicino alla realtà, con il non malcelato intento di affermare che la conoscenza è studio ed abnegazione, votato alla conquista del risultato e non al lauto appannaggio, ha aggiunto a piè di pagina, una postilla che specifica e sa di acredine nei confronti di quei Professori della Pubblica Amministrazione, che chiama parassiti, vermi dell’apparato burocratico, sentenziando che la storia non è un’opzione.

La verità, ricorda Ettore Maniscalco, ha in sé la forza derivante dal coraggio di avere lottato e camminato sulle proprie gambe, e non va riconosciuta secondo l’appartenenza, insomma gli studi effettuati dagli specialisti non iscritti all’organizzazione governativa, quindi indipendenti per antonomasia, hanno la precisione delle prove, e se sottoposti ad ulteriore confronto con i parametri ed  i mezzi adoperati dagli altolocati colleghi, risultano che le decisioni assunte in combinazione con altre ed innovative scuole di pensiero, sono forniti di metodi sperimentali, rivoluzionari, che non sono esplicitati su basi scientifiche o non ritenuti parte avanzata della scienza, e dunque bisognosi di esperienza, eppure risultano più corretti,  hanno accorciato i periodi dei superiori, dunque delineato una prospettiva  più qualificata, arrecando un vantaggioso pretesto ai giovani, per mantenere la ricerca, sulle loro, seppur  tenere spalle.

 

 

 

  

    

La storia dell'uomo, dice Ettore Maniscalco,  è l'insieme delle vicende umane all'interno della conoscenza della Terra.

L'uomo è  il frutto di un processo evolutivo, l'inizio della storia  risale alla comparsa del primo manufatto tecnologico australopithecino, a partire dalla comparsa del genere Homo Sapiens.

La nascita del Cosmo, mito delle origini, è la narrazione, la leggenda, lo studio della creazione dell’universo, secondo la cosmologia  in senso mitico religioso, concernente ogni cultura arcaica ed antica.

Le società e culture antiche, narrano l'origine dell'universo e dell'essere umano, in senso mitologico, spiegabile con la necessità di sapere chi ha fatto il mondo e da dove veniamo.

I miti sono molto differenti, concernono visioni del mondo, diversi da una all’altra cultura. Alcuni miti fanno nascere il mondo dalle lotte intestine tra le divinità, altri affidano la creazione ad un'unica divinità che fa nascere il creato dal nulla, per altri ancora, la Terra e tutto ciò che ci circonda.

Le varie società e le varie culture hanno inserito, in ognuno di questi miti, delle metafore che ritenevano rappresentativi della loro concezione del mondo.

Il cristiano Atenagora di Atene, racconta Ettore Maniscalco, afferma che l’oceano è l’origine degli dei, Orfeo scoprì i loro nomi e narrò le loro nascite, e la madre Teti, che l’acqua è l’origine di ogni cosa, da Essa si costituì il fango e da entrambi fu generato un essere vivente, un serpente con aggiunta una testa di leone, con in mezzo il volto di un dio.

Eracle generò un grande uovo che pieno della fora che l’aveva generato, si spezzò in due a seguito di uno sfregamento, la parte superiore diventò Cielo che unitosi alla terra, generò tre femmine, Cloto, Lachesi ed Atropo ed i maschi Centomani, Cotto, Gige, Briareo ed i Ciclopi, Bronte, Sterope ed Arge ed incatenateli li precipitò nel Tartaro, avendo appreso che i suoi figli gli avrebbero tolto il potere, dunque la terra adirata, generò i Celesti o Titani che punirono il cielo stellato.

I Saturnali di Luciano, dice ancora Ettore Maniscalco, riportano  un singolare dialogo tra Crono ed un suo sacerdote, intorno alla sua detronizzazione.

Ti dirò, essendo vecchio e perduto di podagra,  io non potevo bastare a contenere la gran malvagità, quel dover sempre correre su e giù, a brandire il fulmine, e folgorare gli spergiuri, i sacrileghi, i violenti, era una fatica grande e da giovane, dunque  la lasciai a Zeus con enorme piacere. Mi parve bene di dividere il mio regno tra i miei figlioli , ed io godermela zitto e quieto , senza aver rotto il capo da quelli che pregano e che spesso dimandano cose contrarie, senza dover mandare i tuoni, i lampi e talora i rovesci di grandine. E così da vecchio meno una vita tranquilla , fo buona cera, bevo del nettare più schietto, e mo un po' di conversazioncella con Giapeto e con altri della  mia età  ed egli ha il regno e le mille faccende " rivelando così il termine del suo regno, e l’inizio di quello di Zeus.

Le teorie scientifiche, invece rivelano che l'Universo e la vita sono parte del succedersi di eventi dovuti a cause naturali.

La scienza, aggiunge Ettore Maniscalco, non parla mai di "creazione dell'Universo", che implica l'azione di un essere soprannaturale,  piuttosto di "origine dell'Universo".

Lo studio dell'origine dell'Universo, continua Ettore Maniscalco, è uno degli argomenti di ricerca della cosmologia.

La scienza studia i fenomeni osservabili, ha la capacità di misurare ed analizzare gli eventi, gli effetti, la radiazione cosmica dell'universo, gli scienziati possono costruire un accurato quadro del passato ed interpretare queste osservazioni con gli strumenti scientifici, la creazione dell'universo, non è ripetibile in laboratorio,  è un evento irripetibile dunque  estraneo alla ricerca scientifica.

Secondo gli aderenti al naturalismo filosofico, in questa maniera è possibile conoscere ogni elemento del passato, quest'idea non è universalmente accettata e alcuni propongono dei mezzi per conoscere il passato che vanno al di là della ricerca scientifica.

Il tentativo di integrare la scienza e la fede definito da alcuni ricercatori di ispirazione religiosa, scienza della creazione,  è considerato dalla comunità scientifica qualora non recepisca ed applichi il metodo sperimentale, pseudoscienza.

L’LHC, l’acceleratore di particelle, localizzato nelle montagne svizzere, è uno strumento scientifico che ha, il compito fondamentale, di indagare sull'esistenza del bosone di Higgs, ovvero la "particella di Dio", mattone fondamentale per la spiegazione quantistica  dell'origine dell'Universo.

La comparsa dell’uomo sulla terra, secondo la teoria riconosciuta e accettata dagli antropologi, paleontopologi e biologi, stima che la famiglia Hominidae si sia evoluta a partire da protoprimati, ramo comune dal quale discendono anche le scimmie africane ed il genere Homo si sia differenziato dall'Australopithecus.

L'assestamento della crosta terrestre, dice Ettore Maniscalco, produsse la formazione degli stati di Etiopia, Kenya e Tanzania.

I venti carichi di piogge provenienti da ovest furono intrappolati dal sollevamento della frattura,  di un solco, ed avvenne l'inaridimento della parte orientale dell'Africa, con la formazione dalla savana in sostituzione della foresta.

La popolazione dei proto-ominidi africani si ritrovò geograficamente separata in due ambienti ecologicamente differenti.

Il versante ovest lussureggiante ed i proto primati, si sono evoluti in un ambiente boscoso, differenziandosi verso la linea delle scimmie antropomorfe, non umane, le altre rimaste sull'altopiano orientale si adattarono a condizioni ambientali differenti.

La scomparsa della foresta è sostituita dalla savana africana. L’ambiente afferma l'evoluzione della linea degli Hominina e l’Homo sapiens è l'unico vivente.

L'origine Africana dell’homo Sapiens, è il modello dominante tra le teorie che tendono a descrivere l'origine umana e le prime migrazioni
L'ipotesi dell'origine unica, propone che gli uomini moderni si siano evoluti in Africa e che siano poi migrati all'esterno sostituendo quegli ominidi che erano in altre parti del mondo.
L'analisi filo-geografica ha infatti mostrato che il popolamento da parte dell'uomo moderno dei continenti è proceduto ad ondate successive a partire dal continente Africano.

Gli individui originari dell’umanità odierna erano piccoli e snelli, con una scatola cranica grande, un apparato masticatorio meno massiccio di altre specie, e presumibilmente la pelle coperta da peli ed un linguaggio evoluto e deduciamo che probabilmente in origine, si erano  adattati, per vivere presso ambienti acquatici e di foresta in zone tropicali.

La comparsa degli uomini grandi cacciatori determinò l'estinzione di molte specie animali tra cui anche quella di tutte le altre specie di Homo sapiens.
La comparsa del tipo paleo mongolico, si diffuse dall'Asia centrale fino a colonizzare tutto il continente America.

                                           

I  tipi etnici mediterranei, dal medio oriente si diffusero in Europa ed India, ed il tipo neomongolico, si diffuse in Asia orientale, questi ultimi tipi umani sono dediti alle attività economiche dell'agricoltura ed allevamento. Le grandi diffusioni umane dei periodi storici che specie negli ultimi secoli ha portato alla grande diffusione del tipo europoide, ibrido tra i tipi, mediterraneo e neo-mongolide, che attraverso la colonizzazione ha dato origine ad altre popolazioni ibride in tutti i continenti, un processo che continua oggigiorno e tende ad una completa ibridazione di tutti i tipi umani.

Il pianeta terra, insomma dice Ettore Maniscalco, fu colonizzato dalla specie dal genere Homo Sapiens che compare in Africa, in stretta coincidenza con una fortissima riduzione della popolazione globale, ancora in fase di definizione, che iniziò un percorso migratorio, attraverso un corridoio medio orientale che la portò a colonizzare l'intero globo.

Le caratteristiche anatomiche che differenziano l’Homo Sapiens dalle specie ad esso affini e le conseguenze sulla sua biologia e comportamento, si concentrano sul grado di sviluppo del sistema nervoso, inteso come massa e complessità, e sulla sua organizzazione neurale.

 

 

Gli umani, hanno un cervello molto strutturato e sviluppato, molto grande in proporzione alle dimensioni dell'individuo, con notevoli doti di neuro plasticità, capace di un pensiero sviluppato sotto forma di creatività, ragionamento astratto, linguaggio ed introspezione. Questa capacità mentale, combinata con la postura eretta che rende liberi gli arti superiori con notevoli doti di precisione e sensibilità, rimasti prensili per l'origine arboricola, la visione binoculare necessaria alla percezione della profondità e la conseguente precisione nella manipolazione degli oggetti, ha permesso di creare una grande varietà di utensili e manufatti per migliorare il proprio adattamento all'ambiente, la sopravvivenza, e l'espressione creativa.

La specie umana manifesta il desiderio di capire ed influenzare il mondo circostante, cercando di comprendere, spiegare e manipolare i fenomeni naturali attraverso la scienza, la filosofia, la mitologia e la religione.

Il processo evolutivo non si è limitato alla sola evoluzione della specie ma, stante l'aumento della complessità e la versatilità della mente umana risultante dal processo biologico, ha comportato una contemporanea e veloce, evoluzione in ambito sociale, tecnologico e culturale.

  

L'attuale variabilità genetica della specie umana è estremamente bassa, comparativamente a quanto succede in altri raggruppamenti tassonomici animali.

L'evoluzione umana è caratterizzata da un certo numero di importanti tendenze fisiologiche, incluse l’espansione della cavità cerebrale e del cervello, con una distribuzione variabile per ogni singolo individuo.

L'irrilevanza, su scala temporale storica, del processo di evoluzione biologica non segna una stasi nel progresso della specie.

La nostra specie denominata Homo sapiens si è inoltre completamente imposta sulle altre specie appartenenti al genere Homo, causandone l'estinzione attraverso processi, in fase di indagine.

La nostra specie,  viveva in piccoli gruppi nomadi, la successiva estinzione della grande selvaggina li spinse a divenire allevatrice.

L'avvento dell'agricoltura,  e l'accesso a stabili risorse di cibo favorì la formazione di comunità permanenti, l'addomesticamento di animali e l'uso di utensili in metallo.

L'agricoltura incoraggiò anche lo scambio e la cooperazione, con l'affermarsi della metallurgia e altre innovazioni, insomma erano ormai gettate le basi per le prime società.

I primi villaggi si svilupparono nelle regioni del Medio Oriente

L’agricoltura, l’allevamento e la sedentarizzazione in villaggi stabili, segnano il passaggio dal Paleolitico al Neolitico.

L'"invenzione" della scrittura simboleggia il passaggio dalla Preistoria alla storia antica.

Le prime forme di stato,  si formarono in Mesopotamia, e probabilmente, anche in Siria e  svilupparono le prime forme di scrittura e le prime grandi religioni.

Le forze militari si formarono per protezione ed i governi per l'amministrazione delle società che si andavano sempre più sviluppando. Gli stati cooperavano e competevano per le risorse, in alcuni casi muovendo guerra.

Lo sviluppo delle città portò alla costruzione di imponenti strutture di vario genere, di carattere religioso, bellico o semplicemente per l'abbellimento della città, insomma si accentuarono le differenze tra le classi sociali e nacque il fenomeno della schiavitù.

L’esercizio del diritto di proprietà sull’individuo è definito schiavismo.

Lo schiavismo è quel sistema sociale ed economico basato sul diritto di proprietà sulla persona.

Lo schiavo non aveva diritti, non poteva possedere una famiglia regolare.

Il proprietario di uno schiavo ha diritto di vita e di morte su di esso e sulla sua famiglia, a sfruttarne il lavoro senza fornire nessun compenso se non il necessario.

Il figlio di una madre schiava era schiavo, qualunque fosse la condizione giuridica del padre, invece il figlio nato da madre libera era libero, anche se il padre era uno schiavo. La legge autorizzava la vendita del debitore insolvente.

Lo schiavo, era un individuo privo di personalità giuridica. Gli schiavi diventavano oggetti a disposizione assoluta del loro padrone, e spesso a riconoscimento della sua proprietà, li marchiava a fuoco. Gli schiavi, non potevano possedere né beni di proprietà e neanche una propria famiglia, dal momento che il loro matrimonio, anche se avvenuto con il consenso del padrone, si considerava come un semplice concubinato ed i figli nati, erano di proprietà del padrone.

Gli schiavi erano proprietà di un privato, dello stato, detti servi publici o della casa imperiale. Essi si riunivano in collegia per assicurarsi assistenza materiale ed atti di culto funerario.

Gli schiavi eseguivano ogni tipo di attività lavorativa immaginabile per l'epoca nelle domus.

Gli schiavi domestici venivano spesso ricevuti con una cerimonia e si praticava loro una "purificazione" versando acqua sulla testa, nelle ville e nelle fattorie, non erano abilitati all'utilizzo di armi, od  alla gestione di beni molto costosi, svolgevano la mansione di  agricoltore, allevatore di animali, falegname, giardiniere, domestico, muratore e non avevano possibilità di fuga.

La potestas del padrone, in origine era il diritto di vita e di morte sia sullo schiavo, sia sui figli dello schiavo.

Il titolare del diritto di proprietà sullo schiavo era detto dominus. Si ha notizia anche di schiavi posseduti da altri schiavi, in questo caso, formalmente, il primo schiavo,  ordinarius, non era proprietà dell'altro, vicarius, ma faceva parte del suo peculium, l'insieme di beni che il dominus gli concedeva di tenere per sé.

I romani consideravano l'essere schiavi come una condizione infame ed un soldato romano preferiva togliersi la vita piuttosto che diventare schiavo di un qualsiasi popolo barbaro, cioè 'stranieri', ossia 'non greci' e  'non romani'.

                

L'entità numerica e l'importanza economica e sociale della schiavitù nella Roma antica aumentò con l'espansione del dominio di Roma e la sconfitta di popolazioni che venivano sottomesse e molto spesso rese schiave.

Il Tardo Impero con la conclusione delle guerre di conquista, l'ascesa al potere di imperatori non italici, la diffusione del Cristianesimo e la concessione della cittadinanza romana a molti popoli barbari con il loro arruolamento nelle legioni romane oppure al pagamento di tributi, il fenomeno della schiavitù cominciò a declinare e poi in teoria, dice Ettore Maniscalco, estinguersi progressivamente.

Il medio livello, conteneva la cura estetica ed il benessere fisico della persona, addetti al bagno, manicure e pedicure, massaggiatori, prostitute, truccatrici, guardarobieri con il compito di aiutare ad indossare la toga, la palla ed altro, incaricati di compiere le funzioni di maggiordomo, ricevevano gli invitati, raccoglievano la toga ed i calzari, preparavano il bagno caldo, insaponavano, risciacquavano ed asciugavano i padroni, e spesso lavavano loro i piedi.

I più belli, graziosi e gentili, erano meglio abbigliati, servivano il vino, tagliavano le vivande, porgevano i vassoi, mentre quelli incaricati di raccogliere, pulire i piatti e gettare o riciclare la spazzatura, erano peggio vestiti, spesso le famiglie più ricche aggiudicavano ad ogni invitato, uno schiavo "servus ad pedes", che rimaneva seduto ai piedi del triclinio. Quelli che nascevano schiavi e venivano educati costituivano una classe privilegiata, i servi però  non potevano assistere alle rappresentazioni teatrali.

I padroni, spesso mettevano agli schiavi un collare con una targhetta o ciondolo dove si poteva leggere: "arrestatemi se fuggo e riportatemi alla bella casa del mio padrone".

Gli schiavi affrancati dai loro padroni venivano chiamati liberti ed  alcuni di questi, nell'età imperiale, fecero sorprendenti carriere.

I liberti più abili e colti posero le proprie capacità nella burocrazia al servizio degli imperatori come segretari, consiglieri, amministratori, del resto, erano spesso preferiti ai senatori perché più fedeli di loro all'ex padrone, al quale dovevano tutto, la libertà ed il potere.

La condizione generalizzata dell’uomo,  dice Ettore Maniscalco, era la mancanza di libertà, la condizione servile era ereditaria.

La lex Petronia metteva sotto il controllo del magistrato la facoltà che aveva il padrone di destinare gli schiavi ad bestias,  toglieva il diritto di proprietà al padrone che aveva abbandonato uno schiavo vecchio e malato. L’inizio dell'età imperiale con la fine dell'età repubblicana, nel mondo intellettuale romano si diffuse la filosofia dello stoicismo, che affermava il principio della libertà naturale di ogni uomo, e contribuì ad alleviare le condizioni di vita degli schiavi.

 

La schiavitù ebbe un collegamento con la pratica dell'abbandono dei neonati, considerati deformi, malaticci o indesiderati, ed esposti alle intemperie nei boschi, dove potevano morire o essere adottati, spesso salvati dai mercanti di schiavi, che li allevavano per farli diventare loro schiavi. La pratica cristiana ritenendo che l’esporre alle intemperie i bambini neonati fosse un'azione da uomini stregati dal male, fare del male a qualcuno, sia di ferirlo o danneggiarlo in qualche modo, nel caso più fortunato, era un peccato contro Dio, coloro che vengono esposti sia bambine, che maschietti, vengono poi allevati per essere indotti alla prostituzione ed infatti li preservò dal destino di schiavitù.

Uno schiavo poteva nascere in questa condizione, se figlio di schiavi, oppure poteva perdere la libertà in determinate situazioni, le più comuni delle quali erano la cattura in guerra o la schiavitù per debiti, per cui un debitore, se non era in grado di rimborsare il proprio creditore, diventava egli stesso una sua proprietà.

Le varie e numerose forme di schiavismo moderno, la più vergognosa è la piaga dei bambini reclutati a scopi militari, di soddisfacimento sessuale e di sfruttamento nel lavoro.

 

    

I bambini soldato vengono impiegati in operazioni militari. Il loro utilizzo, può essere direttamente nelle ostilità o in ruoli di supporto. I minori sono stati coinvolti in campagne militari anche quando la morale comune lo riteneva riprovevole. Le numerose convenzioni firmate a partire dagli anni settanta allo scopo di limitare la partecipazione dei bambini ai conflitti, pare non abbiano sortito l’effetto sperato, infatti negli ultimi decenni l'utilizzo dei bambini soldato continua e pare che sia in aumento.

Le bambine vengono spesso usate per scopi sessuali ma anche per cucinare, piazzare esplosivi, aprire la strada all'esercito sul campo minato perché possono essere rimpiazzate più facilmente, non devono essere pagate e non si ribellano.

                  

La schiavitù, era accettata nella gran parte delle civiltà antiche, ed era regolata dalle leggi e dalle consuetudini uguale ad ogni altra pratica economica e per lunghi periodi ci sono stati più schiavi che uomini liberi.

Lo schiavismo è un fenomeno che comporta innumerevoli problemi, infatti esistono le più svariate forme di transizione tra rapporti di semplice sfruttamento e rapporti di schiavitù,  un caso classico, assai diffuso nel Medioevo è ad esempio la servitù della gleba.

La portata del fenomeno era vasta e spiega come mai sia stato possibile, in antichità, costruire arditi capolavori architettonici che, nonostante la loro semplicità tecnica, oggi stupiscono oltre che per la loro bellezza, per le loro dimensioni ed accuratezza.

L’uomo, insomma dalla sua comparsa sulla terra fino ad oggi, nel corso della storia, ha continuamente subito mutamenti, in un lento e progressivo sviluppo che lo ha portato ad evolversi, chiamato sinteticamente progresso.

L'aumentare delle conoscenze, delle varie culture e delle popolazioni, crisi alimentari, scoperte e rivoluzioni scientifiche e sociali, hanno segnato i passaggi verso il progresso della civiltà umana che ha portato al miglioramento delle condizioni igienico sanitarie, al riconoscimento di diritti dell’uomo, alla maggior conoscenza delle risorse naturali ed al miglioramento della qualità di vita generale, anche se a tutt'oggi in molte parti del mondo queste evoluzioni si sono verificate solo in parte o non sono ancora potute avvenire, insomma dice Ettore Maniscalco, la razza umana, è figlia della geografia.

La maggioranza degli uomini, appartiene ad  una specie con diritti limitati, ai margini, fuori dai confini della civiltà e del benessere.

L’umanità, dice Ettore Maniscalco, non corrisponde alle elevate linee del pensiero moderno, il progresso è una definizione empirica.

La maggioranza degli uomini, sono stati dichiarati liberi ma sono stati condannati a sopravvivere, hanno  risorse limitate, insomma hanno  acquisito la libertà, in pratica sono rimasti in gabbia, non hanno la formula del benessere,  la misura gli è stata nascosta, s’inebriano della parola, sono  una  base simbolica per distinguerli dall’effetto degli eventi nei quali sono inclusi, in concreto, sono numeri  asserviti alla classe eletta, popoli che ingrossano gli eserciti inviati a combattere,  addestrati ad aggredire altri esseri che sono simili, allo scopo di conquistare nuovi o difendere vecchi possedimenti.

La maggioranza, diciamo pure, quasi la totalità delle persone, ha una conduzione, un’esistenza quotidiana della vita, di bassa, anzi miserrima qualità, insomma ad una disamina generale, pur con qualche sollievo  nel pensiero, nel periodo in questione ed in data odierna, non è in sostanza cambiata, si sia sollevata di tanto da poterne dare una  valutazione dignitosamente migliore, non era certamente ritenuta esaltante, sostanzialmente non aveva una configurazione  di valore, la loro presenza sul pianeta, diciamo ovunque, era usata alla stregua di mezzi, strumenti, equiparati alle bestie, forse peggio, sicuramente era più prestigioso un cane,  un gatto, una mucca od un  asino.

La classe dominante, è costituita da uomini eletti, ritenuti di emanazione divina, cioè la monarchia od ad essa equiparata, è la forma più comune di potere, ed è usata dalla maggior parte dei regnanti nel mondo.

La monarchia è ereditaria ed il potere è trasferito da un membro ad un altro della famiglia.

Il sistema ha il vantaggio di portare stabilità e continuità nell'opera del regnante, tanto quanto sono stabili i legami interni della famiglia.

La morte o l’abdicazione del re o della regina, passa la corona alla generazione successiva, ovvero ai figli, e dopo di loro ai nipoti, od in assenza, a fratelli, zii, cugini od altri parenti.

L'ordine di successione, dice Ettore Maniscalco, è definito dalla legge, quello più frequente è basato sulla primogenitura, ma esistono anche altri metodi.

Storicamente, ci sono state delle differenze nei sistemi di successione, la maggior parte delle quali intorno al dubbio se la successione sia solo limitata agli eredi maschi o se, invece, anche le femmine siano ammissibili al trono.
La successione agnatizia si riferisce al sistema nel quale dove alle eredi femmine non è permesso né di regnare, né di trasmettere il diritto a succedere al proprio discendente maschio.

Un agnato è un congiunto con cui si ha un ascendente comune in linea immediata maschile, anticamente, ci si riferiva ad un tipo di successione al trono od in un altro tipo di eredità, la quale permetta sia ai maschi, sia alle femmine di essere eredi, questo sebbene, nell'uso moderno, il termine si riferisca ad una eguale successione basata sull'anzianità, senza riguardo per il sesso.

Una monarchia elettiva può, in pratica, funzionare come una monarchia ereditaria, per esempio nel caso in cui l'eleggibilità sia limitata ai soli membri di una famiglia od, a maggior ragione, se l'elezione è sottoposta alle regole di precedenza del maggiorasco. Ciò è accaduto, nella storia, di solito, lentamente, in molte monarchie elettive del passato. Secondo questo metodo, il Re, all'avvicinarsi della propria morte, ma quando ancora poteva esercitare la propria influenza per dirigere l'elezione al risultato voluto, avrebbe sottoposto al voto il proprio prescelto, cosicché egli risultasse eletto.

Molte nazioni europee tardo medievali erano, ufficialmente, monarchie elettive, ma la medesima famiglia, spesso, aveva già mantenuto il trono per secoli. Questa situazione ibrida, descritta come monarchia pseudo elettiva o virtualmente ereditaria, era dovuta al fatto che il sistema della successione era in lenta transizione.
Molte di queste monarchie ibride sono diventate ufficialmente ereditarie agli albori dell'era moderna.

Il feudalesimo, dice Ettore Maniscalco, detto anche "rete vassalla," era un sistema politico e sociale, si affermò nell'Europa occidentale con l'Impero carolingio fino alla nascita dei primi Stati nazionali.

Il sistema feudale trasse le sue origini da due tradizioni antiche e simili,  quella germanica dei fedeli che contornavano il capo e quella romana dei clienti dell'amministratore delle province che si erano incontrate nei regni romano-barbarici.

L'uso del capo barbaro di circondarsi di fedeli, già testimoniato da Tacito, aveva avuto un chiaro sviluppo nell'età merovingia, quando intorno alla figura del re s'era formato un gruppo di guerrieri scelti, trustis, che gli prestava il servizio militare e per questo si collocava su un piano più alto nella scala sociale, chi feriva o uccideva uno di loro, pagava un indennizzo, il guidrigildo, triplo rispetto al normale. Gli elementi del rapporto feudale presero forma già quando i guerrieri della trustis, cominciarono a ricevere dal re non soltanto protezione ma anche beni in cambio del loro servizio armato.

L'Impero, aveva conosciuto un momento di prosperità, ben presto è ripiombato nell'insicurezza e nella difficoltà indotta dalla mancanza di un potere centrale, causata da una vera e propria destrutturazione dell'organizzazione regia carolingia, senza garanzia della salvaguardia dei cittadini, il tutto aggravato dalle nuove incursioni di Normanni, Saraceni e Ungari.

I Normanni, Northmen o Norsemen, ossia uomini del Nord, dice Ettore Maniscalco, erano un misto di popolazioni della Scandinavia, insediati in Danimarca, Norvegia e Svezia, che furono protagoniste di imprese diverse, di origine germanica, con una propria cultura e abituati a navigare nel mar Baltico e nel mare del Nord, anche se la maggior parte non erano navigatori ma contadini.

Sono chiamati anche vichinghi, nonostante tale termine indicasse le popolazioni normanne stanziate sulle coste, soprattutto al riparo dei fiordi e dedite alla pirateria.

I Danesi batterono la costa inglese del mare del Nord, mentre gli Svedesi erano dediti al commercio tra il mar Baltico e il mar Nero attraverso la rete fluviale della futura Russia.

I vareghi, guerrieri-mercanti svedesi misti alle popolazioni slave autoctone, contribuirono a quella che sarebbe poi diventata la civiltà russa. I Norvegesi infine si dedicarono all'esplorazione dell'Oceano Glaciale Artico, grazie forse ad un aumento delle temperature che rese possibile la navigazione nelle acque già ghiacciate, dell’Islanda, Groenlandia ed anche le coste del Labrador nell'attuale Canada.

Il norreno, la lingua letteraria delle grandi saghe nordiche, è  norvegese e nacque dai coloni in Islanda.

I normanni, soprattutto danesi, si dedicarono alle scorrerie, dotati di navi leggere senza ponte e senza remi, drakkar cioè dragoni, ornate dal serpente di mare intagliato sulla prua, batterono le coste della Francia, dell'Inghilterra, fino alla penisola Iberica, all'Italia, saccheggiando città come Luni e Fiesole fino alle isole del Mediterraneo occidentale, passando solo in secondo momento all'insediamento fisso.

I Normanni, inizialmente pagani e dediti alla razzia, in seguito allo stanziamento in Francia si convertirono al Cristianesimo e si dedicarono anche all'agricoltura, ottimi guerrieri, specializzati nel combattimento a cavallo, utilizzavano principalmente la spada, indossavano un camicione in maglia di ferro, l'usbergo, progressivamente scomparso con l'avvento dell'armatura a lamine, ed un grande scudo a forma di mandorla ed erano richiesti come mercenari, financo dall'Impero bizantino.

La cultura normanna, come quella di molti altri popoli migratori, era particolarmente versatile ed aperta al nuovo. Per un certo periodo, questa caratteristica li portò ad occupare territori europei tra loro eterogenei, insediatisi  in Normandia si riversarono in Inghilterra, in Francia e nell'Italia meridionale, con la fondazione della Contea di Puglia con gli Altavilla ed il regno di Sicilia.

I Normanni, dunque passarono ad occupare l'odierna Normandia nella Francia settentrionale che ne prese il nome.

Carlo il Semplice, re di Francia, concesse agli invasori una piccola porzione di territorio lungo il basso corso del fiume Senna, che andò poi espandendosi, diventando il ducato di Normandia. Gli invasori erano guidati dal principe norvegese, che guidava dei danesi, Hrolf, latinizzato in Rollone, che strinse un'alleanza con Carlo.

I Normanni divennero agricoltori, fondendosi con la popolazione locale della Neustria, adottarono la religione cristiana e la lingua galloromanza, dando così vita a una nuova identità culturale, diversa sia da quella degli scandinavi sia da quella dei franchi.

La Normandia corrispondeva alla vecchia provincia ecclesiastica di Rouen o Neustria, in precedenza fu una semplice unità amministrativa e non aveva frontiere naturali, divenendo indistinguibile dai vicini francesi, dunque  la posizione degli invasori in Normandia era ormai consolidata, e sia in Normandia che in Inghilterra, assimilarono anche il sistema feudale francese.

La classe guerriera normanna era diversa dalla vecchia aristocrazia francese. Le famiglie di quest'ultima si facevano tradizionalmente risalire ai Carolingi, i Normanni non vantavano antenati secolari.  

La maggior parte dei cavalieri rimase povera e senza terra e per questo molti dei loro guerrieri divennero combattenti di professione e crociati, al fine di procacciarsi ricchezze e terre.

I Normanni erano in contatto con l'Inghilterra, i pagani vichinghi avevano più volte devastato non solo i litorali inglesi, ma anche la maggior parte dei più importanti porti di fronte all'Inghilterra al di qua della Manica.

I danesi riuscirono ad imporre la loro egemonia su vari regni inglesi, con l'eccezione del regno sassone del Wessex.  

Emma, la figlia del duca di Normandia Riccardo I, sposò il re inglese Etelredo II d'Inghilterra che quando fu scacciato da Sven di Danimarca, fuggì in Normandia.

La sua permanenza in Normandia influenzò lui e i figli avuti da Emma, che rimasero in Normandia dopo l'unificazione dell'Inghilterra.

Edoardo il Confessore,  ritornato dal rifugio del padre, su invito del fratellastro Canuto II d'Inghilterra, portò con sé l'educazione normanna ricevuta, molti consulenti e combattenti Normanni, assoldò anche un piccolo numero di Normanni per addestrare e stabilire una forza militare di cavalleria inglese, nominò Robert di Jumièges arcivescovo di Canterbury e Ralph il timido conte di Hereford, dunque invitò suo cognato Eustachio II di Boulogne alla sua corte che provocò il più grande dei primi conflitti fra sassoni e Normanni e portò all'esilio Godwin, conte del Wessex.

Edoardo morì senza discendenti, ma lasciò come suo erede il duca Guglielmo di Normandia che attraversò la Manica e diede inizio alla conquista normanna dell'Inghilterra, con il rientro dei discendenti dei vecchi abitanti inglesi, ormai francesizzati.

L'aristocrazia inglese intanto aveva eletto re, Aroldo II, il più potente fra i suoi esponenti che regnò per qualche mese, fino a quando fu ucciso nella celebre Battaglia di Hastings che decise le sorti dell'Inghilterra, dunque  Guglielmo, detto il Conquistatore, fu incoronato re dall'arcivescovo di York presso Westminster.

Guglielmo asceso drammaticamente al potere, rimodellò le strutture politiche ed amministrative del regno escludendo le aristocrazie anglosassoni locali e rafforzando la presenza normanna secondo il processo iniziato da Edoardo il Confessore, trapiantò in Inghilterra il modello feudale francese,  giogo normanno, retribuendo l'aristocrazia al seguito, con feudi per i servizi resi.

L’iniziale periodo di risentimento e ribellione, dei due popoli, mescolando lingue e tradizioni, cominciò ad attenuarsi.

La redazione del Grande Libro del Catasto d'Inghilterra, che intendeva censire i beni e le persone del territorio del regno, redatto in una lingua latina ricca di termini anglosassoni, è uno dei documenti dell'epoca più importanti a livello storico, sociale, economico e politico della zona, che contribuì e non poco alla loro unificazione.

I Normanni cominciarono a identificarsi con il nome di anglonormanni, mentre la lingua anglonormanna fu ampiamente distinta dal francese parigino, soggetto all'humor di Goffredo Chaucer.

La Guerra dei Cento Anni, con l'aristocrazia anglonormanna che andò progressivamente definendosi con il termine di inglese e la lingua anglosassone e quella anglonormanna che andarono emergendo come medio inglese, portarono quasi del tutto alla scomparsa della distinzione.

I Normanni, occuparono il Glamorgan  rimettendo sul trono Dermot, re del Leinster, cacciato dall'isola.  

Uno dei rivali di Guglielmo il Conquistatore, Edgardo Atheling, alla fine si rifugiò in Scozia. Re Malcolm Canmore di Scozia sposò la sorella di Edgar, Margherita, ed entrò così in contrapposizione con il normanno, che stava già minacciando e mettendo in discussione la sicurezza dei confini scozzesi del sud.

Guglielmo allora invase il regno, giungendo fino al Firth di Tay, dove si incontrò con la sua flotta. Malcolm fece atto di sottomissione, pagò l'omaggio a Guglielmo e gli diede come ostaggio il figlio Duncan.

I Normanni penetrarono in Scozia, costruendo castelli e dando inizio a una serie di nobili famiglie da cui discesero alcuni futuri sovrani come Robert Bruce o i fondatori di clan scozzesi delle Highland. Re David I giocò un ruolo importante nell'introduzione dei Normanni e della cultura normanna in Scozia, avendo passato del tempo alla corte di Enrico I d'Inghilterra, che era sposato con la sorella di David, Matilde di Scozia. Il processo continuò sotto i successori di David. Il sistema feudale normanno fu applicato anche alle pianure scozzesi, mentre l'influenza sulla lingua degli scozzesi della pianura fu limitata.

I Normanni s'insediarono nell'Irlanda, ebbero un effetto profondo sulla cultura, la storia e la composizione etnica e sulla lingua dell'Irlanda, con una fusione e una mescolanza molto rapida. I Normanni s'insediarono soprattutto nella parte orientale dell'isola verde, dove costruirono molti castelli e insediamenti, come quelli di Trim e di Dublino.

Un gran numero di Normanni parteciparono alla Reconquista di Spagna. Ruggero di Tosny, detto Il Mangiatore di Mori, fu attivo in Catalogna.

Il re di Aragona, Sancho Ramírez, alleatosi al conte Ermengardo III di Urgell, e con l'aiuto di una banda di Normanni comandati da Guglielmo di Montreuil, riuscì a catturare la capitale della taifa di Saragozza, la città fortificata di Barbastro ed il condottiero Roberto Burdet, divenne Principe di Tarragona.

 

 

I Normanni, contemporaneamente alla conquista dell'Inghilterra, si stabilirono con successo anche in Italia, inizialmente prestando i loro servizi per la protezione a pagamento dei pellegrini che si recavano o tornavano dal santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo nel Gargano, quindi furono ingaggiati come mercenari nella difesa delle città costiere dagli attacchi dei saraceni e soprattutto nelle ribellioni anti-bizantine in Puglia, sotto il comando di Melo di Bari che sconfitto a Canne ripara a Bamberga, in Germania, dove muore.

Rainulfo Drengot, che occupa l'antico borgo Sancte Paulum at Averze, eletto capo dei Normanni, fondò la città di Aversa che ben presto divenne punto di riferimento in Italia.

La città di Aversa, ospitò i membri della famiglia degli Altavilla guidata da Guglielmo Braccio di Ferro che, da Melfi, portò un radicale cambiamento all'interno dell'assetto politico-territoriale del Mezzogiorno.

Gli Altavilla, di Hauteville nella Bassa Normandia, furono chiamati ad Aversa dall'ultimo duca longobardo di Salerno a difendere le coste dalle scorribande saracene.

Gugliemo il "Guiscardo"  con matrimoni ed astuzie scalzò l'ultimo duca longobardo e fondò il Regno Normanno con sede in Salerno, estendendo le conquiste in Puglia, Calabria e Sicilia distribuendo ai suoi guerrieri migliori, feudi,  costruì fortezze a difesa dei territori e della costa dall'attacco dei saraceni.

Il simbolo dei Normanni d'Italia è un Leone rampante con il giglio di Francia ed è riportato in numerosi monumenti e dimore dei discendenti.
Papa Leone IX, vedendo la sua Benevento minacciata, tentò di contrastarne l'ascesa, l'esercito pontificio fu rovinosamente sconfitto nella battaglia di San Paolo di Civitate, nella neonata contea di Puglia, il Papa fu catturato, e così Benevento rimase un'isola pontificia in terra normanna.
I normanni fecero di Melfi la capitale del ducato di Puglia e Calabria, titolo poi affidato a Salerno ed infine a Palermo.

Melfi, sotto i Normanni, fu sede di cinque concili, nel concilio indetto da Niccolò II,  Roberto il Guiscardo degli Altavilla strinse un patto con il pontefice con cui si dichiarava formalmente suo vassallo, ottenendo in cambio i titoli di duca di Puglia, della Basilicata e di Calabria seppure in parte ancora bizantina, parte della Campania e Sicilia, ancora in mano agli Arabi.

Roberto il Guiscardo rese l'abbazia della Santissima Trinità di Venosa il sacrario degli Altavilla e fece portare, all'interno, le salme dei suoi fratelli Guglielmo "Braccio di Ferro", Umfredo e Drogone, per poi essere seppellito lui stesso in questo luogo.

I Normanni riuscirono ben presto a cacciare dal Meridione la presenza bizantina con ripetute spedizioni che si conclusero con la conquista a opera di Roberto il Guiscardo della città di Reggio Calabria, dove egli confermò il suo titolo di duca di Calabria.

La loro fortuna fu nell'avere dalla loro parte il papa, in cerca di alleanze durante la difficile disputa contro l'Impero tedesco. Il pontefice infatti, superata l'iniziale diffidenza e ostilità, aveva commesso l'ennesima infrazione formale rispetto a Bisanzio, legittimamente proprietaria dei territori italiani, oltre le incoronazioni di Pipino il Breve e di Carlo Magno, nei secoli passati, arrogandosi diritti che poteva vantare solo sostanzialmente.

Il papa in quell'occasione aveva comunque il pretesto dello scisma d'Oriente, che gli diede l'opportunità per rivendicare a sé territori dell'imperatore eretico, sui quali quest'ultimo non era ormai più in grado di esercitare la propria autorità.

I Normanni divennero allora nemici dei bizantini, venendone espulsi dall'esercito con molti mercenari, e Roberto il Guiscardo tentò oltretutto la conquista dell'Epiro, che non gli riuscì nonostante un nuovo avallo papale. Ma cacciarono tutti gli arabi e saraceni di origine libica che abitavano Malta, loro roccaforte, infatti da quest'isola,  i saraceni partivano per le loro scorribande, essendo rimasta l'ultima roccaforte musulmana. Costruirono sull'isola fortificazioni imponenti e palazzi gentilizi che ospitavano le guarnigioni divenendo un baluardo della cristianità.

Ruggero Bosso d'Altavilla, fratello di Roberto, alla testa di un folto gruppo di cavalieri, sbarcò a Messina e invase l'isola, sotto dominio saraceno, riuscendo ad arrivare a Palermo, che venne poi eletta capitale.

Boemondo I d'Antiochia, figlio della prima moglie di Roberto, diventava sovrano incontrastato del Principato di Taranto, Ruggero I formava il Regno di Sicilia.

Gli succedette il figlio Ruggiero II, nominato la notte di Natale, re di Sicilia e duca di Puglia e di Calabria nella cattedrale di Palermo che estese il dominio normanno in Italia meridionale con la conquista del Ducato di Napoli, inoltre, con le Assise di Ariano conferì al suo Regno un'organizzazione feudale rigidamente gerarchica e strettamente legata alla persona del sovrano, con una struttura statale all'avanguardia ed efficiente per l'Europa medievale.

Il Regno di Sicilia, comprendente parte dell'Italia meridionale, sopravvisse per ben sette secoli, fino a quando, come Regno delle Due Sicilie, venne annesso al Regno di Sardegna.

Ruggiero II creò anche il "Regno normanno d'Africa", che voleva unire al suo "Regno di Sicilia", infatti i normanni occuparono progressivamente tutta la costa tunisina e tripolitana, alla morte di Ruggero II i suoi possedimenti in Africa furono riconquistati dagli Arabi.

Seguirono i regni di Guglielmo I e di Guglielmo II, alla morte di Guglielmo il Buono non essendovi discendenti diretti, si pose il problema della successione. Guglielmo sul letto di morte, avrebbe indicato la zia Costanza d'Altavilla come erede e obbligato i cavalieri a giurarle fedeltà senonchè una parte della corte, sperando nell'appoggio papale, simpatizzava invece per Tancredi, che era riuscito a ottenere una certa stima come comandante militare ed era, per quanto illegittimo, figlio di Ruggiero III di Puglia, l'ultimo discendente maschio della famiglia Altavilla, quindi  Tancredi fu incoronato a Palermo Re di Sicilia.

Nello stesso anno l'imperatore Enrico VI di Svevia, in virtù del suo matrimonio con Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II, si accinse a conquistare il regno, l'impresa però gli riuscì dopo la morte di Tancredi. Palermo dunque  fu conquistata da Enrico VI che s'incoronò re di Sicilia   annettendo il regno all'impero. Il giorno seguente Costanza, in procinto di giungere in Sicilia dalla Germania, diede alla luce  Federico II.

I normanni dell'Italia meridionale con Boemondo di Taranto, figlio di Roberto il Guiscardo, conquistarono anche la ricca città di Antiochia nel corso della prima crociata, creando una sorta di variegato "impero" che andava dall'Inghilterra alla Terrasanta, privo di una qualsiasi unità familiare o istituzionale, ma figlio della medesima spinta espansiva del popolo scandinavo.

I magiari od ungari sono un gruppo etnico e linguistico di origine ugrica,  sinonimo di ungheresi, termine usato per periodi storici successivi alla creazione dello stato ungherese e quindi anche per l'attuale popolazione europea.

Ungari e magiari sono termini usati principalmente in contesto storico dai linguisti, in origine i Magiari furono una, la principale, delle sette tribù ungare che conquistarono l'attuale Ungheria  e da cui discendono gli attuali ungheresi, da qui il nome si è esteso a tutto il popolo.

Magiaro, Magyar, significa ungherese ed è usato per distinguere gli ungheresi, dalla popolazione in generale, dunque si usa ungari per indicare la popolazione, Magiari per indicare l'etnia ungherese indipendentemente dalla cittadinanza.

La nascita dello stato ungherese è avvenuta ad opera di Santo Stefano, magiari sono stati il principale gruppo etnico ad aver vissuto nel territorio del Regno d'Ungheria.

Il Trattato del Trianon, è la causa della sua dissoluzione, molti magiari sono divenuti minoranze etniche di Romania, Slovacchia,Serbia, Ucraina, Austria, Repubblica Ceca, Croazia e Slovenia, inoltre forti colonie ungheresi sono in USA, Canada, Israele, Germania  ed in altri paesi dell'Europa occidentale, dell'Oceania, del sud America, del nord Europa, dell'Asia e dell'Africa.

Le popolazioni ungare si mossero in fasi successive, prima da Yugra, la mitica terra d'origine nelle steppe alla Magna Hungaria, da qui alla Levédia e poi ad Etelköz dove furono condotte da Álmos, il condottiero dei Magiari Árpád, figlio di Álmos, secondo la tradizione, guidò gli Ungari da Etelköz al bacino dei Carpazi e più precisamente nella pianura del Danubio medio e nella Pannonia. Gli Ungari erano una popolazione etnicamente affine ad altre originarie delle steppe dell'Asia centrale quali Unni, Bulgari e Avari, occuparono la Pannonia, lasciata libera dopo la distruzione degli Avari sotto il regno di Carlo Magno, dunque razziarono in molte zone dell'Impero carolingio, in Moravia ed in Italia settentrionale e centrale, poi nella Lorena e in Borgogna, queste razzie, sebbene non fossero di grossa portata in termini di movimento di popolazioni se non in determinate zone dell'impero, erano caratterizzate da forza, abilità della cavalleria magiara e sete di depredare i molti tesori dell'Impero mal difesi. Tale forte depredazione avvenuta nel Nord Est dell'Italia ha portato a nominare una parte della pianura veneto-friulana, Vastata Hungarorum. Ricchi monasteri ed interi villaggi vennero saccheggiati, scomparirono, arrivando così a far vacillare l'impero, anche per le invasioni dei Normanni e le continue incursioni dei Saraceni.

Il regno slavo della Grande Moravia potentato dell'Europa centro-orientale ai confini dell'impero carolingio, fu sconfitto e subì il definitivo collasso a causa delle nuove popolazioni che così andarono ad occupare il bacino carpatico, ma l'espansione magiara ad occidente fu bloccata dalla battaglia di Lechfeld e grazie al papa Silvestro II e l'incoronazione a Re di Ungheria di Stefano I d'Ungheria, poi Santo Stefano, patrono d'Ungheria, nato come Vajk figlio di Geza principe e guida dei magiari, si convertirono al Cristianesimo ed il nuovo Regno d'Ungheria divenne parte integrante dell'Europa.

Il multietnico Regno d'Ungheria, occupò la Pannonia e l'intera zona dei Carpazi. La prima guerra mondiale divise con il Trattato del Trianon il regno ed all'Ungheria restò meno di un terzo del proprio territorio.

In questo contesto, dunque continua Ettore Maniscalco, nacque dal basso, la richiesta di nuove strutture che andassero a colmare spontaneamente quei vuoti deferiti dalla lontana monarchia imperiale con il fenomeno dell'incastellamento,con la costruzione di insediamenti fortificati da cinte murarie, dove era presente la dimora del signore locale, mastio, cassero o torre, i magazzini delle derrate alimentari, degli strumenti di lavoro e delle armi, le abitazioni del personale ed attorno ad esso, le varie unità insediative e produttive.

Le persone che gravitavano attorno al castello erano tutte legate da precisi rapporti di dipendenza al signore. La castellania, era la circoscrizione attorno al castello, che si inquadrava a sua volta in unità giuridiche più vaste. Teoricamente esisteva un sistema gerarchico piramidale che si ricollegava ai pubblici ufficiali che possedevano una signoria, duchi, marchesi e conti, che a loro volta dipendevano dal sovrano.

In pratica sopravviveva anche la libertà personale e la proprietà privata diretta, l'allodio, anche se i liberi proprietari erano spesso portati a rinunciare al loro stato di rischiosa libertà in cambio di protezione.

Il capitolare di Mersen, invitava gli uomini liberi a scegliersi un capo tra gli uomini più potenti del territorio e mettersi sotto la sua protezione, una norma del diritto anglosassone sanciva che l'uomo privo di un signore, se la famiglia non lo riconosceva come suo membro, era equiparato ad un fuorilegge. Il provvedimento va inquadrato anche nel progetto di smilitarizzazione dei ceti più bassi.

Il mondo germanico, considerava l'uomo libero, un guerriero, per cui il diritto di possedere le armi, anche tra i più semplici contadini, era sinonimo di libertà e di rango. Con l'affinamento delle tecniche militari si procedette alla smilitarizzazione dei liberi di più bassa estrazione, obbligandoli a porsi sotto la protezione ed il controllo dei "seniores".

Il feudalesimo fu il sistema giuridico-politico dominante.

La rinascita delle città e dell'economia monetaria ridimensionò molto questa istituzione, che comunque non scomparve ed anzi registrò un diffuso processo di "rifeudalizzazione" fino all'avvento degli Stati moderni.

Il feudalesimo, dunque  perse le caratteristiche giurisdizionali, però mantenne quelle sociali e politiche, venne abolito con la rivoluzione francese, mentre altrove, sul piano teorico, rimase anche più a lungo.

Gli elementi fondamentali, caratterizzanti il sistema vassallatico-beneficiario, erano honor o beneficium dato in concessione dal dominus o senior al vassus,  si trattava di terre o beni mobili o uffici remunerati a vario titolo. La fedeltà personale del vassus era garantita da un rito, l'homagium, omaggio, la cui etimologia infatti testimonia la natura, deriva da homo, ed era una sorta di cerimonia durante la quale il vassus, giovane, si dichiarava "homo", quindi adulto, e fedele del suo signore

Il vasso acquistava immunità giudiziaria, cioè la giurisdizione, concessione di esercitare il potere giudiziario nella zona interessata, con i conseguenti proventi.

Il Feudo, elemento reale,  è entrato nella nostra lingua dal latino "feudum", bestiame, essendo infatti presso le popolazioni nomadi la ricchezza più tipica, con la quale si remuneravano i servigi. Gli storici, dice Ettore Maniscalco, sono sostanzialmente concordi nell'indicare infatti l'origine del feudo in quei beni materiali, bestiame, armi e oggetti preziosi, con i quali i principi barbarici offrivano al proprio seguito, il comitatus ed allorquando i Germani divennero sedentari, il termine iniziò a significare un "bene" generico, ovvero il suo possesso e, più in generale, la ricchezza.

Nel Medioevo il benificium, altro nome del feudo, veniva dato in dono ai vassalli del signore che, prestando servizio a quest'ultimo, ricevevano in cambio protezione e una frazione territoriale da coltivare, il pezzo di terra è considerato il feudo.

È importante sottolineare come all'inizio il terreno del quale beneficiavano i sottoposti fosse concesso solo a titolo di comodato, essi ne erano possessori, ma non godevano della piena proprietà. Per questo alla loro morte il possesso ritornava al signore e non si tramandava agli eredi. Analogamente non poteva essere fatto oggetto di transazione, né venduto né alienato in alcun modo. Ciò lo rendeva precario e presto il ceto feudale, si mosse per appropriarsi dei feudi in maniera completa.

Il capitolare di Quierzy, concede la possibilità di trasmettere i feudi in eredità, seppur provvisoriamente, in casi eccezionali, come la partenza del re per una spedizione militare.

La vera ereditarietà, ci fu quando i feudatari ottennero l'irrevocabilità e trasmissibilità ereditaria dei beneficia con la Constitutio de feudis e nacque  la signoria feudale, anche se in seguito essa si trasformò ulteriormente.

Bisogna anche sottolineare che il feudo, inteso come oggetto del beneficio, era un terreno nell'impostazione più tipica del sistema.

A volte poteva anche trattarsi di beni mobili o di somme di denaro, di salario.

L'organizzazione "classica" del feudalesimo, però prevedeva la suddivisione in territori che andavano a formare le grandi o piccole signorie locali feudali, che almeno all'origine dovevano coincidere con marche e contee dell'impero.

Il vassallaggio è un rapporto di tipo personale che si instaurava nel sistema vassallatico-beneficiario. Si trattava di una sorta di contratto privato tra due persone, il vassallo ed il signore, il primo si dichiarava homo dell'altro, durante la cerimonia dell'omaggio, ricevendo, in cambio della propria fedeltà e del servizio, protezione dal signore.

La cerimonia di omaggio formalizzava questo rapporto, il vassus si rimetteva nelle mani del senior ponendo le sue mani giunte in quelle del suo superiore, il gesto di preghiera a mani giunte e gli giurava fedeltà.

La cerimonia di investitura era un caso particolare dell'omaggio, durante la quale veniva concesso un terreno, feudo, simboleggiato dalla consegna di un oggetto come una zolla di terra o una manciata di paglia od anche una bandiera che sottintendeva la cessione anche di un diritto giurisdizionale.

L'elemento giuridico del sistema feudale consisteva nell'immunità, nel caso di feudi più grandi, dalla concessione del diritto di giurisdizione.

Per immunità si intendeva il privilegio di non subire, entro i confini della signoria feudale, alcun controllo da parte dell'autorità pubblica. Il diritto di giurisdizione era invece la delega ad amministrare la giustizia pubblica ed a goderne i proventi nel caso di pene pecuniarie.

La giustizia del re divenne giustizia comitale, amministrata cioè dai conti suoi vassalli, ed i conti smisero d'organizzare l'esercito in nome del re per esigere invece, sempre più spesso, prestazioni militari a titolo personale.

I conti potevano esonerare dalle prestazioni militari dovute al re quegli uomini liberi che avessero fatto loro dono della propria terra in cambio di protezione, ed in questo caso usurpavano di fatto un diritto pubblico. Mescolavano il concetto di honor, cioè la concessione del diritto ad esercitare una funzione pubblica, con quello di dominatus, cioè l'esercizio di un potere di fatto su uomini e beni.

La storiografia tradizionale, continua Ettore Maniscalco, ha tramandato il mondo feudale come gerarchico, dominato da una rigida piramide sociale in cui i vertici godono della sudditanza assoluta dei sottoposti.

Questa rigida separazione in gradini sociali sarebbe stata indicata dai giuramenti vassallatici che ogni vassallo doveva prestare al proprio signore e, di conseguenza, avrebbe comportato che sulla vetta ci fosse un concessore di benefici  e che a lui facessero capo tutte le altre figure.

La tradizionale piramide modello del sistema ha inizio con il Governante, quasi sempre un re od un nobile di alto rango, ma anche un'alta carica religiosa, dunque i Vassalli, solitamente nobili di medio rango, Valvassori, solitamente nobili di medio-piccolo rango e valvassini.

 L'esistenza di valvassini, dice Ettore Maniscalco, è un'invenzione storica ormai entrata nelle credenze comuni, in realtà dopo i valvassori c'erano i contadini liberi che per quest'uomo lavoravano.

Il loro lavoro obbligatorio veniva chiamato "angaria", da cui l'italiano "angheria", contadini liberi, servi della gleba.

La base della gerarchia feudale, al di sopra dei contadini liberi e dei servi della gleba, stavano i milites e i caballari dotati di scarse risorse ma aventi il diritto e le capacità economiche di possedere un cavallo e un'armatura e di partecipare alla vita delle corti.

La gerarchia nobiliare era la seguente, formalmente lo è ancora negli stati europei a regime monarchico,  imperatore, re, principe, duca, marchese, conte, visconte, barone, signore e cavaliere. Maggiore era il titolo, maggiori erano i possedimenti ed il prestigio sociale, nonché l'influenza a corte ed ovviamente il potere.

Il sistema, in realtà era più elastico ed ogni livello era regolato dal medesimo rapporto di vassallaggio, poteva teoricamente avere un vassallo chiunque potesse permetterselo, dai sovrani, ai grandi signori, ai membri della piccola nobiltà fino anche ai modesti proprietari terrieri. Si poteva inoltre essere alternativamente dominus o vassus per benefici diversi.

Il sistema dei rapporti feudali era ben più complesso della piramide, si poteva essere sottoposti a più signori, con gravi difficoltà, per esempio, quando due o più di questi signori entravano in conflitto tra loro. Solo in epoca più tarda si diffuse il giuramento "ligio", cioè il riconoscimento di un legame prioritario con un determinato signore. Inoltre ai rapporti feudali andavano a sommarsi quelli di parentela e di eredità, complicando notevolmente la struttura sociale.

I baronati erano solitamente territori di piccola estensione, a volte composti semplicemente da alcuni terreni agricoli di modeste dimensioni ed un villaggio. Erano le concessioni più semplici e meno importanti nella gerarchia feudale, e ne stavano alla base, erano governate ognuna da un barone.

Il titolo baronale era il livello più basso della scala nobiliare ed era il primo che dava dignità di possedimento territoriale, il grado ancora inferiore era il titolo di cavaliere, che era quasi sempre onorifico. I baroni erano quasi sempre sottoposti, prima ancora che all'autorità del sovrano, a quella intermedia di un conte.

Il viscontado era un feudo intermedio tra il baronato e la contea, era governato da un visconte, conte in seconda, aiutante del conte, titolo originalmente onorifico e solo dopo integrato nella gerarchia nobiliare, superiore a quello baronale ed inferiore a quello di conte. Era una tipologia di feudo, un titolo pressoché assente nell'Europa mediterranea, mentre era diffuso nelle monarchie nordiche.

Le contee erano territori prevalentemente agricoli e di pastorizia, composti da più villaggi e da svariati terreni produttivi. Era una concessione territoriale di medio livello e spesso di una certa importanza, tanto che nei secoli molte contee divennero de facto veri e propri stati sovrani ed a volte erano a loro volta composti da diversi baronati, erano governate da un conte. La massima estensione del dominio di un conte corrispondeva di solito con i confini della relativa circoscrizione ecclesiastica, diocesi.

Le marche erano in origine dei territori di media estensione, più grandi di una contea, posti nelle zone periferiche del regno o dell'Impero, e ne fungevano da cuscinetti e da confini con gli stati vicini, qui il termine marca, ovvero confine, demarcazione ed era governata da un marchese, che quasi sempre doveva avere notevoli capacità belliche, strategiche e diplomatiche per mantenere territori così delicati e spesso instabili, molte volte rivendicati dagli stati vicini ed, in caso di invasione, solitamente devastati a causa della loro posizione.

Il titolo marchionale era quindi gerarchicamente superiore a quello di conte. Analogamente alle contee, anche le marche potevano al loro interno contenere baronati, i quali erano sottoposti sia all'autorità del marchese che a quella del sovrano. Numerose marche, nel corso dei secoli, divennero Stati sovrani e indipendenti e di notevole peso nella politica della regione geografica in cui si trovavano.

I ducati erano territori di vasta estensione, composti da più città e villaggi e da innumerevoli terreni agricoli e di pascolo. Il ducato era governato da un duca, ovvero guida, capo, che aveva poteri e privilegi quasi pari a quelli del sovrano stesso, rendendo il titolo di duca inferiore solo a quello dei Re od in alcuni casi, del principe. Il titolo ducale, fu poi incorporato nella gerarchia nobiliare, concesso inizialmente solo ai membri della famiglia reale, poi aperto a terzi, il titolo ducale assunse ben presto diversi aspetti e varianti, numerosi ducati sovrani, per esempio, sorsero prevalentemente nei territori nordici e furono solo formalmente sottoposti al vincolo feudale con l'Imperatore ma de facto divennero pienamente indipendenti e, molto spesso, di notevole peso nella politica europea. Altri ducati, arrivarono a rivestire un ruolo più importante dello Stato stesso a cui erano legati da vincoli di vassallaggio, mentre altri ancora tentarono persino di stabilire colonie pur senza successo. Alcuni dei duchi di questi Stati arrivarono anche a concedere titoli nobiliari di rango inferiore al proprio Barone, Conte, Marchese, pur non avendone formalmente il potere.

Analoghi al ducato erano il granducato e l'arciducato, nonché il principato, governato da un Principe, titolo che solitamente spettava de iure all'erede al trono di un regno, ma era anche concesso a terzi. Aveva un rango poco superiore a quello del duca, anche se in alcune regioni era un rango poco più basso di quello ducale.

Il feudalesimo che si sviluppò in Terra Santa dopo la prima crociata, il beneficio era pagato in denaro piuttosto che in terra, per il semplice motivo che le campagne erano sottoposte alle continue scorrerie dei musulmani.

I beneficiari erano, in genere, benemeriti di chi rilasciava il feudo e visti dai sovrani come ottimi mezzi per evitare la disgregazione territoriale.

I pagamenti, tuttavia, raramente venivano onorati e questo rapporto feudale si rivelò essere il più instabile, tanto da far preferire sempre ai vassalli la concretezza della terra.

Il feudo franco, si definisce puro, perché riscontrabile, ha come caratteristiche fondamentali l'indivisibilità, l'inalienabilità e l'impossibilità ad essere trasmesso ereditariamente per via femminile. Un feudo di questo tipo tende a generare una società in cui la geografia del possesso fondiario è molto statica.

Il feudo longobardo, è diverso, è infatti divisibile, alienabile, trasmissibile per via femminile, tutti aspetti che conferiscono senza dubbio maggiore dinamicità agli assetti della proprietà fondiaria.

La storia,  riferisce che il  Governante ha il potere di dividere la popolazione.

L’evoluzione dell’uomo, è dipendente al titolo del quale si fregia il Governatore che termina un ciclo e ne ha inizio un’altro che può essere diverso o tramandare l’antico sistema.

Il ceto medio basso è chiamato ad esercitare il ruolo che gli è stato assegnato e cioè sempre e comunque di strumento.

Le città procedono a secondo dell’interesse del padrone, camminano sulle gambe e sulle braccia dei lavoratori, che hanno la prerogativa di essere sfruttati, sempre mal pagati, a volte e per un brevissimo lasso di tempo, lodati e poi sbattuti fuori dalla dinamica produttiva, senza pietà, e perdono i diritti conquistati con lotte e sacrifici ed anche con il sangue, spinti da questa ondata di sopraffazione, i più equipaggiati culturalmente, si scontrano politicamente,  sono spinti ad una difesa ad oltranza sfociando perfino nella lotta armata, gli altri si gonfiano per la paura, si schierano e si lasciano inquadrare dal personaggio più convincente, addestrati militarmente, nonostante l'elevato livello culturale, sono avviati alla guerra per difendere quella società che cupola sulle loro spalle ed attecchisce su pratiche divinatorie.

Le antiche Repubbliche stavano chiuse in stretti confini, infatti la più considerevole non valeva il più piccolo stato moderno e dunque il suo spirito era bellicoso, ciascun popolo tormentava i vicini ed era tormentato da essi, quindi si combattevano gli uni con gli altri o si minacciavano senza tregua, giocoforza nessuno poteva deporre le armi sotto il pericolo di essere conquistato.

La guerra,  dunque era il  prezzo per la loro sicurezza, indipendenza ed esistenza, insomma secondo la loro visione superiore, l’occupazione del territorio, era la condizione per potersi dichiarare stato libero, un interesse abituale di Re e Padroni,  per mantenere e restare al potere.

Gli schiavi risultavano, un sistema sociale necessario ai quali venivano affidate le arti ed anche le industrie.

Il  mondo moderno, non ha da temere invasioni barbariche armate, è tanto istruita che tendenzialmente ripudia la guerra, questo è un principio che è  sostituito con la dicitura aiuto umanitario, emigra con la forza ed è  esercitata in modo più sofisticato, la carneficina è civile e la politica asserisce e  dichiara di preferire la pace.

La guerra è anteriore al commercio, usa mezzi differenti per possedere quel che si desidera, comunque non riesce ad escluderla.

Il commercio è un tentativo amichevole per ottenere quel che non si spera acquistare con la violenza, insomma la guerra è lo stimolo, il commercio il calcolo.

La guerra, in teoria diventa un mezzo inefficace, costa di più di quel che si guadagna, dunque si vorrebbe far dire che  il commercio, la religione, il progresso intellettuale e morale del genere umano, abbiano eliminato la tipologia di guerra ch’era in vigore, assieme agli schiavi.

La guerra in pratica, dice Ettore Maniscalco, è esercitata con un effetto ancora più disastroso, è un giocattolo di morte, una macchina per impossessarsi di un territorio ricco di giacimenti minerari, di fonti energetiche, di risorse  primarie e Re, Sovrani, Padroni, Manager delle Industrie, Religiosi o comunque siano denominati, sono irresistibilmente attratti, usano la forza delle armi, insomma sono disposti ad imbastire perfino una guerra santa, per entrane in possesso.

La guerra, seppure bandita è praticata e giustificata, nascosta nei così detti motivi di libertà e democrazia, confinata in periferie e territori lontani dalle nostre città industrializzate, sostanzialmente è sempre uguale, è basata sul principio della forza, attrae i partecipanti per interesse e prestigio personale, ideologico, la presenza al tavolo, come si suole dire, va molto di moda, ed il Casato l’applica con ineluttabilità goliardica.

L’atteggiamento arrogante, va oltre la  possanza, entra pedissequamente,  in un giuoco di lignaggio, dilettevole, di razza, è un esercizio che stuzzica il prestigio personale di ogni Governante, Potente di turno.

Le nazioni coinvolte, si dichiarano pacifiste, in sostanza sono affini per pensiero ideologico, e con la motivazione umanitaria alimentano l’industria bellica, mirano a riempire il conto in banca, con mezzi e strumenti sofisticati, invadono le città, mettono a fuoco le campagne,  i monti, ed addirittura il mare, eliminando,  indifferentemente, chi gli si contrappone anche involontariamente, addirittura chi abbia perso l’autobus ed è rimasto  lontano dal pozzo, o fuori di casa.

L’instabilità del territorio vicino, aggrava le condizioni della regione ed il potere aggredito, chiama la popolazione alla difesa e l’aggressore, inconsapevolmente, per il raggiungimento dello scopo, sferra un attacco totale, trasformando ed allargando di seguito, l’errore, l’effetto collaterale, in una perfida corsa di accaparramento e di sopraffazione, senza un minimo di pudore o diciamo pure, scrupolo di coscienza.

Il Padrone di turno, indipendente del titolo del quale si fregia, alla testa di biechi e fedeli Comandanti, entra nella città ancora fumante, ridotta dall’esercito, in macerie, con uomini, donne, bambini ed animali, ammazzati, agonizzanti lungo la strada,  s’insedia ed impone la legge delle armi, la legge del più forte.

La città di Madde, racconta Ettore Maniscalco,  situata a nord del territorio di Loguma, governata con lungimiranza dal Sovrano Micata, era fatta segno ed a più riprese, da subdoli attacchi di flotte camuffate da mercantili che vomitavano eserciti, assalti provenienti da città dei territori del sud, di oltre il mare ed altri che per sfuggire, a questi continui, perenni azioni di fuoco, costretti a sparpagliarsi, perdevano la loro residenza e stagionavano nei pressi o poco sopra e cercavano, in un disegno originario di riunire  il collo alla testa, di apparentarsi, in  un intento pedissequo di ritrovare la stabilità perduta.

I Lasabi, una sorta di popolo migrante,  un crogiuolo di persone di diverse etnie, resti di eserciti sconfitti e flotte decimate dai marosi, dispersi e sottomessi da bande di predoni, di guerrieri, cercavano l’occasione propizia, per collocarsi su questa terra.

Il tentativo, diciamo pure maldestro, di riprendere i punti cardinali della propria bussola, scardinati dagli effetti dei sommovimenti marini e di terra, per ridare una funzionalità normale alla loro esistenza, a ritrovare la rotta perduta, causava sofferenza nelle persone che attaccavano.

Il bisogno, quasi fisico, di stabilità, li spingeva alla conquista di un rettangolo di terra per non annegare, cercavano di affratellarsi con chi era stabile e ben acclimatato, insomma insistevano in questa lotta per non avere altra scelta.

Il loro intento, non era di insediarsi al posto dei residenti, di sottrarre la loro terra, piuttosto di condividere la stabilità, la pace, il lavoro, la sicurezza e per ogni inedia, senza accertarsi che vento tirasse, senza acredine ed alcun grido di guerra, alla disperata, di soppiatto, entravano in città e si disperdevano per le campagne.

L’occupazione dei territori,  comportava la sopraffazione di uomini nella terra e nel mare e di donne in casa e per i campi, la ruberia di qualche capo di bestiame, seminando terrore in quelle genti semplici e dedite al lavoro.  

Il Sovrano Micata, con il cuore in frantumi, raccoglieva il dolore dei suoi sudditi ed alla razzia rispondeva con la preghiera.

I Lasabi, non erano portatori di morte però accadeva che fossero costretti a darla per non soccombere ed erano ritenuti, pericolosi, si erano appesantiti della nomèa di persone tendenzialmente malvage.

I Lasabi, appena stanziatisi ed acquisita la stabilità, intrattenevano buoni rapporti con i vicini, con gli altri locali, la loro indole di lavoratori, di specialisti in vari campi del mare e della terra, veniva messa al servizio delle gente locali, dimostravano che non erano guerrafondai.

La loro esperienza, conoscenza, messa a disposizione delle persone affratellate, fu per molti una rinascita, ne appresero la sostanza e ne ebbero grandi vantaggi.

Il Sovrano Micata, sapeva che la pace e la serenità delle contrade, richiedeva coraggio, e lui non aveva né l’indole e neanche le risorse, dunque la loro protezione era leggera, l’integrità dei territori veniva meno, ed il sacrificio e l’allarme continuo, spinse gli abitanti a riunirsi in piccole ed accoglienti comunità, alcuni si rifugiarono sulle montagne, ma ben presto scesero a valle costruendo nuove abitazioni, eleggendole a residenze, diciamo permanenti o pensate per esserlo, comunque la stabilità, era effimera, precaria.

L’eccelso Micata, forse per il dolore e l’impotenza o per l’età stratificata, lasciò il castello su un veliero, a traino di tre cavalli bardati di bianco, nitrendo una musica melodiosa e liberando il trono a Stamio che per salvaguardare la città, da questi attacchi continui, tentò di mettere ordine nel territorio.

L’esercito, così chiamato eufemisticamente, era raccogliticcio ed inconsistente, forse in un giuoco divertente, si misurò  con i predoni in una finta ed inutile guerriglia, infruttuosa, quasi debilitante, non indotta a combattere, piuttosto ad appacificare, a liberare questi strani guerrieri, sprovvisti persino dello stemma, dalla paura che li attanagliava.

L’esercito, gli uomini di Stamio, disperati, stanchi, offesi nella morale ed ormai talmente disorganizzati, che risparmiavano perfino  i colpi di spada, schierati, si appoggiavano ai muri, si nascondevano e lasciavano che i Lasabi, passassero ed andassero a scegliersi la terra da coltivare, il territorio dove fermarsi, qualcuno addirittura gli indicava la strada, accompagnandoli e mettendo a loro disposizione tutto quel che possedeva.

Gli uomini di Stamio, sfilacciati nel morale, si lasciavano guidare, contenti d’imparare, eseguivano quel che i Lasabi, gli dicevano di fare, nel lavorare i campi, navigare, costruire le reti da pesca ed esercitarla, calarle nel mare ed accettare il frutto che il cielo concedeva a loro sostentamento.

La città di Madde, senza alcuna protezione, senza un valido esercito, con la sua gente dedita al lavoro, dunque sottoposta all’ennesimo attacco, cadde in mano dei Mubati provenienti dai territori Rabati, oltre il mare di Sciro e Stamio, depresso e denutrito, ormai senza il Regno, in groppa ad un asino spelacchiato, si allontanò lasciando che l’animale lo accompagnasse, nel territorio delle nuvole ove l’eccelso Micate aveva preso residenza.

I Mubati, conquistata la città di Madde,  asserviti i Dignitari  della Corte  di Stamio, ai propri costumi, stracciato i confini del territorio che fino ad allora segnavano la città, disegnò gli incarichi, superò le divisioni del potere e si volse a catechizzare la popolazione,  addestrandola alle sue necessità, circuendola amorevolmente.

I Mubati, concessero loro, una licenza  di libertà condizionata, insomma una parvenza di dignità, equiparandoli  alla classe dirigente, a quei piccoli ed imbelli dignitari che circondavano la Corte,  a quella padronanza, conquistata e sottomessa, allora assicurata  la fedeltà interna nel segno della continuità con il vecchio Regime, ripresero la strada che l’aveva condotti in quel luogo, e con nuova determinazione continuarono la guerra per la loro egemonia espansionistica, ed invasero e sottomisero Loguma.

A volte la dominazione, dice Ettore Maniscalco, seppure odiosa, apporta, sulla popolazione, anche se la definizione è impropria, qualche beneficio. L’influenza dei  Mubati di Madde, sui Logumati, in pratica non ebbe neanche questo surrogato, infatti fu  deleteria, soffocò e rallentò il suo sviluppo.

La città di Loguma, dalla dominazione dei Mubati di Madde, perse la sua incontaminata solitudine e la sua laboriosità, fu destinata  a sbocchi innaturali e ben presto divenne una terra di conquista, o per dire meglio, fu trasformata nel luogo più idoneo a fare la guerra, infatti la città di Mamotte, situata nel territorio di Babuche, nella zona orientale, dichiarò guerra ai Mubati di Madde ed  a seguito di una cruenta battaglia, li sconfisse  occupando la città.

La città di Loguma, ormai esposta alle ricorrenti mire autoritarie di questo o quel Potente, probabilmente per la sua posizione geografica, fu ritenuta un ponte avanzato per la conquista di altri territori ed il suo specchio d’acqua fu trasformato in un permanente teatro di guerra.

I Nappidi, stanziati nel territorio di mezzo, dopo avere conseguito sotto il comando del Generale Ummacado, la conquista delle città del nord e dell’Ovest, si fecero obbligo, ancora  non sazi,  di porre sotto il proprio controllo altri territori, e raggiungere un maggiore equilibrio,  insomma bramanti di altro potere, con le armi ancora scintillanti e nelle mani l’odore del sangue,  lo stimolo di  combattere ed uccidere, equipaggiati da innumerevoli strumenti umani che al seguito della guerra traevano l’effimero vantaggio di sopravvivere, afferrò il momento per le orecchie, gli strinse bene il guinzaglio al collo e lo trasformò nella necessità di conseguire una stabilità sotto i piedi, rafforzando ed alimentando  una probabile minaccia che gli potesse derivare dai territori del sud, avviò un’azione esemplare e scese in guerra contro la flotta di Gionessa della città di Nomarte che aveva attaccato e sconfitto la ridente città di Mamotte, che a sua volta aveva sconfitto i Mubati di Madde.

Il Generale Ummacado, con la vittoria sulla flotta di Gionessa, conquistò la città di Loguma e di conseguenza, l’egemonia sul mare.

I Nappidi, concedettero alla confraternita dei Bogati, formata di uomini di entrambe le estrazioni, l’amministrazione della città di Loguma

Il presidio della città di Loguma, acquisì un alto livello di affidabilità ed in quest’ottica di occupazione, assunse un’importanza strategica per le future imprese tanto che fu nominata base per la flotta navale del sud ed inconsapevolmente, assistette alla guerra civile dei Nappidi che  è facile definire fratricida  fra il casato di Spagoto e quello di Gonto, cognati, l’uno marito della sorella dell’altro, della flotta di  Ripanio e  quella di Peosto che combattevano l’uno per il predominio del potente casato dei Gonto e l’altro dell’emergente casato degli Spagoto.

La vittoria di Peosto per il casato degli Spagoto su  Ripanio del casato dei Gonto, nel disegno programmatico di una strategia per il predominio dei territori circostanti, rientranti in un raggio d’azione altrimenti logisticamente più difficile da perseguire, concesse alla città di Loguma, il riconoscimento di Reita, un titolo onorifico di potere decentrato.

La città di Loguma, insomma fu nominata da Peosto, oltre che avanguardia difensiva, base avanzata dei Nappidi per la conquista dei territori del sud. La guerra fratricida di Spagoto e di Gonto, per la sua connotazione familiare, produsse nella popolazione, nell’esercito dei Nappidi, e nei territori conquistati, una insanabile frantumazione, sia nel tessuto militare che sociale ed in un periodo non molto lungo, perse di quell’autorità che deriva dall’unità e cadde in uno squallore indicibile divenendo preda di altre bestie infami.

I Nappidi, operavano nei confronti dei territori conquistati, non la sopraffazione, una specie di collaborazione, mantenevano un reggente, un  uomo del luogo, fidato, parente del vecchio potere, che attendeva alle necessità amministrative, raccogliendo ed applicando quanto di buono avessero nel proprio ventre, concedendo i più importanti rilievi, riscontri qualificanti.

La Confraternita dei Bogati, riuscì ad espletare il compito che gli era stato assegnato, con onore ed impegno, tanto che fu chiamata anche a  collaborare nell’esercizio della struttura militare con alcune personalità locali di elevata onorabilità e lignaggio, che con naturale spontaneità espletavano la funzione, a seguito della lotta fratricida, si sciolse lasciando un cumulo di macerie.

L’invidia e l’arroganza per il potere è una tarma che brucia l’intelletto e la vista ed impedisce di riconoscere i propri simili, amici, fratelli e li attacca con lo scopo preciso di sottometterli, ridurli in scarti irrecuperabili ed eliminarli.

Il predominio assoluto dell’uno sull’altro, la guerra interna, è notorio, affila le armi ed aguzza l’ingegno, inculca un insanabile disamore verso le antiche famiglie, spingendo alla rivalsa, chiunque sia in grado di ornarsi di  guerrieri insoddisfatti, messi da parte da più abili e facinorosi eroi, dimentichi di conquiste e gesta.

La bestia ha necessità di mangiare e non è mai sazia, ed allora si alimenta seminando sentimenti di odio, usando gli uni contro gli altri, facendone strumenti, inventando misfatti, nascondendosi all’ombra della bandiera, mascherandosi e correndo da un  casato all’altro, rubando, distruggendo ed ammazzando, uscendo da ogni bega con onore, dunque nella confusione e divisione, acquistare fama fino ad ergersi a difensore del popolo, ingigantendo il malcontento, aizzando contrapposizioni e dispute, indebolendo la Società intera, governando con arroganza, senza rispetto cancellando ogni principio, legame di parentado, insomma Peosto con la sua vittoria su Ripanio, sprofondò il regno in un disastro impensabile, producendo una lenta ed inqualificabile disintegrazione dei Nappidi e della sua carriera personale.

L’introduzione di profonde riforme nell'amministrazione e nell'esercito, fecero più sicure le frontiere e la città di Nappido.

I Nappidi,  dunque vissero un periodo di relativa stabilità fino a quando le strutture ressero all’inevitabile logoramento e  producendo una prima, pericolosa incursione da parte dei Giovanti a cui seguirono i Coriatti,  che culminarono nella famosa e  celebre battaglia  di Danso,  avvertita come una sconfitta  epocale se non, addirittura la fine del mondo.

La vita politica, economica e sociale durante i secoli di governo dei Nappidi,  gravitava attorno alla sede centrale,  l'autorità era depositata nell'amministrazione principale ch’era luogo di scambio commerciale.

La città di Nappido,  era di gran lunga la più popolata città del mondo antico, accoglieva migliaia di persone che affluivano quotidianamente nella capitale via mare e via terra, arricchendola di artisti e letterati provenienti da tutte le regioni dei territori conquistati.

Gli abitanti della capitale godevano di privilegi ed elargizioni, mentre il peso fiscale si riversava più pesantemente sulle province, dunque esisteva una netta differenza tra il vivere a Nappido e nelle province, tra città e campagna.

La qualità di vita era migliore e più agiata per i cittadini, che usufruivano di servizi pubblici come terme, acquedotti, teatri e circhi, ovviamente tenendo conto del ceto sociale.

La città di Nappido, i Nappidi, pieni di potere, gonfi di arroganza, misero da parte relegandoli nei libri dei loro poeti e scrittori, le campagne di conquista e si assopirono crogiolandosi nel tempo libero.

I giorni e le notti, pullulavano di festini ed altri giuochi, e quando smisero di non sapere cos’altro inventarsi per divertirsi, nel giro di uno spazio di tempo non molto grande, si ritrovarono, prostrati dal giuoco, dalle vinazze e cibarie, con un nugolo di donne a consumarli di sesso e gelosia, con l’inedia dei Comandanti e l’inattività dell’esercito, furono condotti e precipitati in un cerchio nero a lottare con fantasmi sempre più esigenti e petulanti, a fare congetture e creare rivalità, ed in un lasso di tempo molto breve, diedero corso, ad una subdola battaglia sotterranea l’uno contro l’altro, insomma si armarono a combattersi con l’intento di sopraffarsi e l’uno, dichiararsi vincitore dell’altro.

Lo scettro in mano, il vincitore brandiva il suo potere, dalla torre del palazzo, sulla piazza, ai confini della follia, esiliava i più riottosi nei sotterranei, e governava secondo i suoi desideri, senza che alcuno potesse permettersi di contraddirlo.

Il Governatore, insomma aveva perso la bussola, smarrita la strada maestra si candidò a morte certa, ed ognuno si esercitava a tramare, a formare eserciti personali e partiva a conquistare territori sconosciuti, arruolando elementi di ogni risma  in una e tantomeno insana,  abominevole rivalsa.

La città di Nappido, riuscì a sopravvivere ancora un periodo di relativa stabilità, la mancanza di un potere centrale, senza una garanzia e sicurezza dei cittadini, cadde in balia delle orde barbariche e sempre più prostrata dalla crisi economica, politica e demografica, perse il suo potere, visse gli ultimi anni, in un clima apocalittico di morte e di miseria con la popolazione falcidiata da guerre interne, carestie ed epidemie.

La città di Nappido, perse il suo ruolo di sede centrale a favore di altre con la conseguenza finale della caduta e la scomparsa della stessa struttura, pur  restando, la capitale simbolica, fino a quando, anche grazie ai mutati rapporti di forza, s’impose Ticontra, un grosso villaggio, che non entrò mai nella storia.

I territori occupati dai Nappidi, racconta Ettore Maniscalco, dunque si riempirono di lotte interne, i fuochi di rivolta presero vigore, i posti di potere cambiarono bandiera e si disgregarono, in mancanza dell’autorità centrale, persero la guida e precipitarono nella confusione più profonda.

Ogni piccolo esponente di rilievo della città, si arrogò il diritto di dettare legge ed ognuna iniziò a combattere l’altra  per il predominio, in una convulsa ricerca di vincere e sopraffare il casato, la città vicina che da amica divenne acerrima nemica. Una guerra, il più delle volte scoppiava sulla base di un’inedia, senza una vera e propria offesa, e si prolungava fino all’esaurimento di ogni energia, bestia, dunque a divenire interminabile.

Le città, dilaniate dalle guerre, economicamente disastrate, diventavano fragili, facile preda, dunque venivano sopraffatte da Re, Sovrani e Potenti, di provenienza diversa.

Il principio di dividere, quale sistema per indebolire ancor di più la città rivale per conquistarla con il minimo dispendio di risorse umane ed economiche, era consono ed occupatala si fortificava ogni cucuzzolo, promontorio, isolotto, allo scopo d’impedire che altri tentassero il  facile assalto e spodestarli a loro volta.

L’invasione dei Sarachi di estrazione orientale, forse fu l’unica ad apportare benefici alla popolazione di Loguma, infatti insegnò loro, l’esercizio della pesca stanziale, studiò ed insegnò la praticabilità di essa, secondo le linee delle correnti, la navigazione e le rotte dei pesci che in seguito, sviluppata ed organizzata meglio, divenne una fonte privilegiata di benessere, inoltre insegnò loro una migliore coltivazione delle piante che la natura offriva spontaneamente ed  un proficuo sfruttamento che man mano negli anni, fu elaborata, specializzata e divenne una fiorente attività inorgogliendo i lavoratori e la città..

La cacciata dei Sarachi da parte dei Babi, sottopose la città di Loguma, a vessazioni ed angherie di ogni genere creando un rigetto nauseabondo.

Il tentativo di prendere il posto dei Nappidi, seguire il cammino nel loro solco, acquisire le loro peculiarità ed offrire il loro sapere in uno scambio reciproco, senza fare pesare la dominazione, risultò alquanto tortuoso ed ingannevole,  mancavano della maturità e dell’esperienza dei Nappidi, non conoscevano  la loro stessa dignità e lungimiranza.

L’incompatibilità ed i capricci dei sovrani, che alternativamente, e naturalmente per futili motivi, si disputavano il dominio del territorio, condusse la città di Loguma, la popolazione intera, a causa dell’estrema disperazione raggiunta, a costruirsi ed abilitare un proprio modo di comportamento, diciamo di inventarsi ed esercitare una tipologia di sopravvivenza, una rara virtù contro la sofferenza, adattandolo agli avvenimenti che sopravvenivano, diciamo a renderlo duttile, utile a qualsiasi dominazione, anche a quella ritenuta più gratificante, insomma impararono a praticare il più elevato principio di salvaguardia, scegliendo a prescindere, un silenzio calcolato, una tacita sottomissione, inespugnabile, che conducesse ad un risultato positivo senza alcun contrasto od opposizione, camminando addirittura con il mento piegato nel segno di una totale sottomissione, e le spalle rivolte, comunque orientate in una posizione protetta da qualsiasi attacco improvviso, non previsto e non immediatamente, affrontabile, insomma a contatto con una zona coperta.

Le successive invasioni ad opera di eserciti fino ad allora sconosciuti, non furono meno barbari degli altri, anzi aumentarono l’oppressione sul popolo dei territori vicini che ad un certo punto, stanco e senza alcuna speranza di cambiamento, al limite della sopportazione, si determinò ad imbracciare le armi con l’intento di conquistarsi un domani migliore ed  acclamando la liberazione, sconfisse il despota in vigore.

La città di Loguma, non scese in guerra e non partecipò in nessun modo ad essa, si dichiarò entità neutrale, astratta, invisibile, autonoma.

La città di Loguma, dunque seppure parte integrante del territorio, anche se periferia, non intervenne e né collaborò alla guerra.

La città di Loguma, i Logumati, con alchimie sconosciute, di vecchie ricette e formule magiche, acquisirono l’abilità di rendersi fantasmi.

La loro naturale paura,  divenne proverbiale, sottomessi ai padroni,  si eclissarono, fermi nel rispetto dei propri principi, si resero inesistenti ed ignorarono ogni richiamo, fecero in modo di restare distante, rifugiati nella valle,  guardarono la sofferenza e la distruzione, salvo indossare con indifferenza, la liberazione conquistata dal  resto del territorio.

Il territorio,  comunque sconfisse la paura facendo a meno del suo apporto, ed alla fine gli presentò il conto.

La scelta della non partecipazione, è un atto, diciamo legittimo, la raccolta successiva del frutto della libertà però è fuori legge.

Il membro indipendente, che non ha combattuto, resta schiavo e preda della sua vergogna, insomma la libertà non può essere figlia e madre di se stessa, va oltre l’incesto coatto, lo stupro e non può  sopravvivere prendendo il sole sulla faccia, disteso sulla spiaggia fra la gente in costume di bagno.

L’unificazione dei territori sotto il nome di Revita, dunque anziché apportare beneficio, declassò la città che scivolò in un sonno ancor più profondo ed in seguito, forse per affrancarsi, si apparentò consegnandosi ad altri più biechi dominatori.

L’osservazione delle regole uguali per tutti, che determinano il vivere comune, conferisce dignità alla cittadinanza e soprattutto agli uomini che gestiscono il potere, la deroga da questi principi, dunque il non rispetto di essi, li accomuna ai lestofanti, ai falsi, cioè agli  altri, a coloro che mirano ad occupare  lo scanno del comando per privilegi personali, ed è tale il coinvolgimento dell’apparato nella  gestione illegale che non riuscendo ad opporre alcuna resistenza a questo dilagare distruttivo, oppure constatando che non è possibile costruire delle misure adatte a proteggersi da questo comportamento fuorilegge, allora è sicuramente probabile che altri ancora, non fidandosi di questa classe dirigente in vigore, pur dimostrandosi apparentemente devoti ad essi, si alleino  con alcuni di quelli che si dividono il compito di reggere le sorti della città in una sfrenata bramosia di potere e ricchezza superiore al presente, in una contrapposizione apparentemente insanabile e che invece in incognito alimentano  un mercato sotterraneo per meglio commerciare, a loro volta fare affari sottobanco, sfruttando le molteplici risorse,  contributi che periodicamente, sistematicamente, il potere centrale ed internazionale, eroga con l’intento di beneficiare la popolazione, dunque conoscendone il cammino e le fermate, viene deviato apparentemente legalmente, in percentuale non sospettabile facendolo confluire legalmente in casse semiclandestine, con la parte malata, di difficile individuazione.

La creazione di un potere parallelo a quello legale, è un progetto di una intelligenza superiore e costituisce sicuramente la tutela del loro potere e dunque con molta probabilità la conservazione dei propri  privilegi.

L’associazione, dice Ettore Maniscalco, è invincibile, ha lo scopo dichiarato di salvare i sani principi della città, dispersi dai nemici nel tempo, in effetti  è una divisione che mira al  controllo ed alla gestione del potere centrale e periferico, con l’indubbia fedeltà per incanalare le risorse in transito, insomma di non perdere il predominio nel mercato, condurre l’afflusso di denaro e convogliarlo verso la propria cassa.

L’Associazione,  è costituita da alti gradi delle forze armate, Manager, alti Burocrati ed Insigni economisti, intrecciati in una reciproca assistenza, costituita nella città di Loguma e denominata confraternita del Meglio.

Le persone, presidenti di ordini, mestieri e professioni, magnati dell’industria, naturalmente non sono altro che emanazione degli antichi Ordini e Casati che seppure  dichiarati sciolti o decaduti dominano i mercati paralleli, non dichiarati e dunque non osservati, nascosti dalle pesanti tende dei circoli privati, giuocano a carte e bevono, tramano, intrecciano affari, spiano e coinvolgono i politici più influenti, operano in incognito, oltre che nell’acquisto e vendita di armi ed ogni altro sofisticato sistema, insomma tengono sotto controllo i migliori affari con il ricatto e le tangenti che in definitiva è  l’arma più moderna messa in campo da questa società che è amante dell’apparire, del presenziare.

Salvatore Galemo, semianalfabeta, esperto nella cattura di uccelli con le reti, con particolare predilezione per i cardellini, ritenuta dall’autorità attività illegale, circolava con il ciclomotoape, mezzo senza obbligo di patente, a marcia ridotta, nei pressi della piazza Morate, con lo sguardo a scovare fra le auto posteggiate, gli alberi, la fontana che eruttava acqua attraverso un cannolo conficcato nella gola di un leone mascherato da cammello, le vetrine dei negozi  ed il portone della chiesa del Maltese in fuga, gli affezionati ed abitudinari clienti ed altri amatori richiamati dal passa parola, molto interessati all’acquisto della sua merce, per il canto melodioso di questi piccoli volatili, nascosti sotto un telone di plastica che copriva quasi per intero, il vano posteriore, non senza timore per qualche incursione pianificata, un rischio altamente remoto, dei vigili urbani o della guardia di finanza, a  tal uopo specializzati.

Il saluto degli amici, continua Ettore Maniscalco, con invito a prendere un caffè, lo indusse a posteggiare e con il mento che gli sorrideva sotto i folti baffi, con incredibile energia ed elasticità, trasportando sulla bassa statura, il peso di un corpo abbondante, si accompagnò a loro dirigendosi verso il bar  Bugghio con un movimento ondulatorio che faceva presagire, un passato di ballerino.        

 

      

Salvatore Galemo, seduto a tenere sott’occhio il ciclomotoape posteggiato, con il nasone che si ergeva pari ad un vulcano appena spento a separare la guancia destra dalla sinistra che conformavano la faccia piena, bonaria, sudaticcia per il caldo che l’estate di quell’anno emanava con un’isteria inusitata, bevendo la granita, si peritava di mettere a conoscenza la compagnia, della scoperta nella quale era incappato nell’alloggiare la gabbia con il richiamo. I resti di una tomba antica, gli si appalesarono troneggianti sotto le dita e con gli attrezzi in dotazione per il suo lavoro, esumò alla luce, delle ossa, un cranio  che nell’esaltazione e con la paura di un sacrilegio, non osservò e non raccolse, anzi quasi sotterrò con parte dell’uccelletto ancora muto che nel rivoltare della gabbia, era scivolato dal piedistallo sul quale era agganciato. Uno sguardo allarmato intorno, l’afferrò per il manico e trascinandosi dietro quel che era rimasto impigliato, con il corpo proteso in avanti, senza guardare oltre, fuggì verso lo slargo del viottolo dove aveva lasciato il  ciclomotoape.

Il Gazebo del bar Bugghio, che occupava il marciapiede lasciando uno stretto per il transito dei cittadini e l’entrata nel fabbricato addetto, rimase in silenzio con la brioscia a mezz’aria fra il bicchiere della granita e la bocca, con gli occhi aperti nella speranza che fosse messo al corrente, del seguito.             

Salvatore Galemo, pareva non avere fretta, o verosimilmente frenato dalla tragica scoperta,  si asciugava la faccia e gli occhi colmi dell’emozione del ricordo, con un fazzoletto enorme che i colori ed i disegni figuravano fosse una bandana che gli copriva la testa durante la caccia ed alla bisogna si adeguava. Salvatore Galemo, ad un tratto si mette in piedi, raccoglie il fazzoletto e lo nasconde nell’ampia tasca destra dei pantaloni con il cavallo che gli scende a mezza coscia,  assorbe nei foltissimi baffi la granita e la brioscia residua, disse loro  in un farfugliare appena udibile, che doveva andare a trovare il Professore Giacomo Tiferro, e scivolò verso il ciclomotoape.   

Il Professore Giacomo Tiferro, insegnante di Scienze Naturali nella città di Fioga oltre il fiume Moele, nei territori del nord, con la chiusura delle scuole, veniva a Loguma per trascorrere le ferie nella casa dei genitori ed era stato il destinatario del reperto che si era impigliato nella gabbia del richiamo, dunque ogni volta, Salvatore Galemo, non si lasciava sfuggire l’occasione per andarlo a trovare con la speranza che potesse conoscere l’entità del suo peccato.

Il Professore Tiferro, accettando quel ritrovamento casuale di Salvatore, si era assunto un impegno appassionante e per altri aspetti,  intrigante dunque  non poteva esimersi di dotarsi di strumenti idonei per andare a scoprire i segreti antichi che la città nascondeva nelle sue viscere e divulgarne quanto riusciva a cavare lungo il viaggio secolare che si era prefissato di percorrere.

Il Professore Tiferro, pubblicava i risultati delle sue ricerche e le scoperte scaturite anche dal reperto che Salvatore Galemo gli aveva consegnato, sul giornale locale che usciva con cadenza mensile, dunque sicuro di tenerlo aggiornato sugli esiti che man mano riusciva a carpire alle ossa.

Il Professore Tiferro, non era a conoscenza che Salvatore Galemo, non sapesse né leggere e né scrivere, che la scuola gli fosse rimasta lontana, e dunque l’incontro, dopo i convenevoli con baci ed abbracci, restavano a guardarsi per qualche minuto in silenzio e si lasciavano con l’interrogativo negli occhi.

La frustrazione, la delusione di non ricevere ancora una volta, alcuna notizia del reperto, irritava talmente Salvatore Galemo, che era indotto ad arrotolare i baffi, arcuarli a fionda e tenderli fin quasi a portarli all’accensione, naturalmente era una questione di un attimo e  lentamente, si calmava, si confortava ripetendosi quanto il Professore gli avesse detto alla consegna e cioè che  le procedure non erano facili e per sapere qualcosa di certo, sarebbe trascorso molto tempo.

La città di Loguma, al pari di altre città del territorio Revita, è amministrata da politici insani, che dell’arte, del patrimonio storico e dell’ambiente pensano che prendersene cura sia una perdita di tempo e di denaro, infatti la ricerca archeologica, è iniziata casualmente a seguito di scavi per la ricostruzione della città che i bombardamenti dell’ultima guerra, avevano ridotto in macerie, ed ha rinvenuto  reperti di alcune strutture abitative risalenti all’età del Bronzo, di alcuni ambienti di villa rustica, di una necropoli dei Nappidi ed una struttura per la lavorazione e la conservazione del pesce di età dei Sarachi.

Alcuni ritrovamenti, sono stati  sotterrati sotto le gittate di cemento, perché altrimenti,  avrebbero rallentato od addirittura fermato i lavori,  qualche reperto trafugato, fortunosamente è finito in mani innocue ed accidentalmente ritrovato nei pressi dell’abitazione di un operario che l’usava per sedersi le sere d’estate, dopo cena, a fumarsi una sigaretta e masticarsi il cervello per cosa fare l’indomani per racimolare quanto necessario per sopravvivere con la famiglia, altri sono stati abbandonati all’incuria, alle sterpaglie e sepolti sotto cumuli di rifiuti e pedissequamente, conservato qualche resto di dubbia provenienza.

Le scoperte,  seppure hanno dato agio al riconoscimento di Loguma quale uno dei siti chiave per la conoscenza delle culture preistoriche del territorio di Madde,  non sono state valorizzate, anzi ribadisco con indignazione, per l’inconcepibile credo che la cultura non costituisce cespite di benessere e sviluppo, parzialmente messe sottovetro o quasi del tutto cancellate.

La Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Madde, in questo caso non  ha usato il suo comportamento abituale, non è stata cieca come solitamente usa comportarsi, peggio, ha progettato scavi che non hanno mai avuto l’energia di concretizzarsi, rimanendo linee morte sulla carta millimetrata, non fornendo dunque, nessuna significativa conoscenza dei luoghi e comunque resi non individuabili dall’attività del tempo.

Le testimonianze archeologiche, infatti sono ascritte non a risultati scientifici che non hanno mai trovato alcun controllo, uno spazio adeguato, ma a semplici informazioni che la popolazione ha tramandato con le generazioni ed ai giorni nostri, sono divenuti lavoro non retribuito di un gruppo di giovani, maschi e femmine, laureati con più master in tale disciplina, riuniti in cooperativa, disoccupati e con un cumulo di inutili concorsi, sulle spalle.

Il Professore Tiferro, dice Ettore Maniscalco, scrive che i Logumati, coltivavano la terra ed esercitavano la pesca, navigavano, fabbricavano utensili e commerciavano con altre comunità e forse stanco, nauseato dal disimpegno di molti per la conoscenza della propria storia, delle origini, forse per richiamare l’attenzione su questa profonda mancanza di cultura, con  uno scarabocchio stilizzato al centro, chiude il foglio, e punteggia e tratteggia il margine a piè di pagina, con più e meno e punti interrogativi, tre o cinque righe, con un plausibile significato.

L’estate sopraffaceva il mare e la collina con il battere delle ali, costante e veloce dei grilli, in un suono caratteristico e sinuoso, esaltando lo spazio che si apriva intorno in un meraviglioso sbadiglio, il colore giallo della vegetazione, Ibiscus, margherite, artemisia e similare, con una leggera delicatezza, si confondeva con la luce del sole, quando ad un tratto, racconta  il Professore emerito di storia antica e moderna, Rino Pellara dell’Università di Bamosi, situata sul monte Itto di Nesalle, in territorio Nanoto ed in stretto contatto e collaborazione, con l’Università di Bagotta dello Stato di Deiana delle isole Odetaci, famosa e di antica costituzione, che sottoposta ad evaporazione continua dalle nuove generazioni che evidentemente non conoscono i principi della misura e calcolano con una valutazione a secondo della luminosità della propria cultura, dice Ettore Maniscalco, mettono a soqquadro, le fonti ritenute incontrastabili, all’avanguardia, insomma  continua il Professore Rino Pellara, un grande telo nero, proveniente da oriente, coprì il cielo di Loguma, ed allora, all’unisono, un canto melodioso di uccelli e versi d’ogni specie d’animali, si elevò dagli alberi, dalla macchia e perfino un geco, una lucertola ed un Riccio, saltarono in strada e cominciarono a roteare sulla coda, inventandosi una danza esilarante, una inusitata cerimonia di benvenuto.

  

 

 

 

 

 

      

 

                                    

Uno squarcio di un azzurro limpido, ecco che si aprì nell’oscuro e dal centro scivolò fuori, uno strano guerriero che emanava raggi di luce da uno splendido vestito,  forse precipitato da una guerra stellare, rincorso da un nemico invisibile, e per evitare di essere colpito transitò in un’orbita, per una coordinata inusitata e nel tentativo di riprendere la giusta direzione, si aprì quel varco per mettersi in salvo ed in un lampo, scomparve oltre la montagna e vana risultò la campagna di ricerca organizzata in fretta e furia, dalla popolazione che ne prese parte con  un’incredulità fantastica e seppure rimasta insoddisfatta, col senno ed alla luce del giorno dopo, ne rimase relativamente gratificata.

Il cacciatore, Giuseppe Barbaggio, scrive ancora il Professore Pellara, racconta Ettore Maniscalco, lanciato in una convulsa difesa, spinto da una paura incontrollabile, con l’esuberanza di un novizio, sparò a destra ed a sinistra, in alto ed in ogni dove, correndo, inciampando, rialzandosi e forse con l’ultima cartuccia in canna, in un estremo tentativo di difesa, colpì nel sotto pancia, una nuvola che stanziava, a sud est, sul crinale della montagna, inducendola a contrarsi su se stessa in una smorfia mostruosa, congiungendo il mento al naso e raccogliendo gli sforzi nella fronte, sganciandosi dallo spazio in cui stava, con catastrofici rimbombi, in uno spezzare e scoppi senza uguali, precipitando nel mare, sollevando al cielo le acque con un immenso, rigoglioso carciofo che con altrettanto vigore, s’abbattè sulla terra provocando un sommovimento tellurico.

La violenta tempesta di sabbia, che ne conseguì, costrinse il Veliero scientifico MiBoGui, impegnato in ricerche sottomarine,diciamo ad interrompere la navigazione, e sbarcare sulla spiaggia della Viola.

Il Maestro Vincenzo Sorrentino,  esperto di storia orientale ed importante esponente della Confraternita del Meglio, che amministrava la città, accolse ed intrattenne l’equipaggio organizzando feste con balli e tavole imbandite con specialità locali di una prelibatezza unica.

La gaiezza e la leggerezza di spirito che lo distinguevano in un controllato equilibrio con l’incarico di governo, ecco ebbero un guizzo e salirono alcuni scalini, con l’evidente segnale di mettersi in evidenza, confondendo il ruolo.

La presenza nell’equipaggio, di un giovane ricercatore dalle fattezze Maddo-Nappide, ammaliò talmente il Maestro Vincenzo che anziché curare l’amministrazione della città, passava le giornate, le serate e le nottate a progettare eventi per conquistare la sua amicizia e catturarlo.

Il giovane Alessio Lomandi, aggregato alla compagnia di ricercatori, gli dava i brividi e cercava di possederlo, gli sfuggiva e lo inseguiva in una gara senza regole, lungo il crinale che conduce al Palazzo Museale, per le stanze  con la scusa di mostrargli le bellezze, gli arazzi, i cimeli conservati e perfino i sepolcri dei dignitari della città che si sono succeduti nei secoli..

Il ragazzo a cui mirava, gli restava distante, qualsiasi iniziativa festivaliera non lo attraeva, lo lasciava quasi indifferente e questo lo riempiva di disperazione.

I festeggiamenti si protraevano e si facevano sempre più sfarzosi con il Maestro Vincenzo Sorrentino a rincorrere il giovane ricercatore.

I componenti, amici della confraternita, per la piega che aveva preso la situazione, cercarono di indurlo a moderarsi, le casse della città stavano andando in sofferenza. Il Maestro Vincenzo Sorrentino, svuotato dalla malattia d’amore, non intendeva ragione e si consumava correndo dietro al pargolo, con l’innocenza dai connotati nebulosi.

La famiglia che lo seguiva, diceva che non stava accadendo nulla di grave, presto ogni cosa sarebbe ritornata nei canoni naturali,eppure preoccupata, lo tallonava a debita distanza e non lo lasciava un momento, in un controllo seppure precario senza tregua e soprattutto infruttuoso. La città arrancava nella coltre di polvere che nonostante andasse attenuandosi, restava ancora fitta, eppure il Maestro Vincenzo Sorrentino, non si scorava e correva a cercarlo nei luoghi più affollati e si divertiva, era euforico a tal punto che aveva dato incarico a don Malto, parroco della chiesa del Carmelo, di suonare le campane quattro volte al giorno, dalle otto alle diciotto e la notte ogni ora a partire dalle ventuno.

Il chierichetto Pippo Giannitto, incaricato da Don Malto con una fantasiosa ricompensa del cielo, dopo il primo giorno, escogitò un sistema di risparmio e con i quarti e le mezze, un giorno dopo l’altro, saltò lo scampanìo confondendolo con l’orologio e ridusse anche quello della notte.

La notizia della tragedia, oltrepassò i monti, corse sulle onde e scese sulla città di Loguma con il caffè ed il cornetto caldo del mattino.

Il roteare della polvere e dell’oscurità espanse il buco centuplicando la grandezza dell’azzurro che appariva nel cielo che scese sul monte incontrandosi a mezz’aria con la verità, creando una nuova perturbazione. Il buco dell’azzurro presentò il segno ed il Maestro Vincenzo Sorrentino fu ripescato dalle acque del mare della cala di ponente, dunque ricomposto e consegnato alla famiglia che lo mise nelle mani di abili truccatori della morte presentandolo ai suoi compagni ed alla folla delirante vestito della dignità che l’aveva accompagnato negli anni fino all’età adulta.

Il Veliero MiBoGui con a bordo il giovane Alessio, uscì dal porto di Loguma con una nebbiolina che andava diradandosi e dare spazio al sole che si alzava lentamente sul mare ed i gabbiani che sgambettavano beccando quel che la mareggiata notturna aveva lasciato sulla battigia.

I giorni successivi, con la chiarezza del cielo ed un altro accomodamento della città, la morte del Maestro Vincenzo Sorrentino, aveva sollevato qualche dubbio e non di poco conto, negli abitanti di Loguma.

I conoscenti più vicini che lo chiamavano fratello, pur non denunciandolo pubblicamente, temevano che alcuni esponenti di rilievo della confraternita avessero ordito, pianificato e con scienza portato a termine  un piano per eliminarlo facendolo apparire un incidente involontario.

I Logumati, schierati con la Confraternita del Meglio, non fecero trapelare alcun retropensiero, insomma accettarono il fatto compiuto ed addirittura, non s’accorsero di nulla, forse ben sazi ed ubriachi, non ascoltarono o meglio non vollero fare caso ai passi ed alle voci dei pescatori che scendevano dalle barche il pescato, stendevano sul marciapiede le reti ad asciugare, alcuni a riparare i buchi della nottata, altri allontanarsi faticosamente verso casa, appesantiti dall’attrezzatura di pesca in spalla, accompagnati dallo sciabordìo delle onde contro le murate delle barche alla fonda.

Il Veliero MiBoGui, dunque uscì dal porto e si allontanò verso il largo a riprendere le ricerche scientifiche, e voltando lo sguardo a salutare, scorsero in lontananza, la città illuminarsi di strani bagliori e sorridendo pensarono al prosieguo del festino organizzato per loro dal Maestro Sorrentino.

La città di Loguma, quella mattina, si era svegliata di buon’ora, con in corpo una rabbia devastante, assicurata,  si era convinta di una congiura ordita dalla Confraternita del Meglio che aveva eliminato il Maestro Sorrentino, dunque molto preoccupata, armò una dimostrazione spontanea di protesta, scese in strada e con l’intenzione di una resa dei conti, s’avviò a valanga verso il palazzo della confraternita, con la pretesa che fosse avviata un’indagine per la ricerca della verità, pretendendo in tempi brevi, la consegna del colpevole o dei degni comparucci, alla giustizia, dimentichi delle stragi succedutosi nel tempo e rimaste senza nome.

I vigili Urbani, non perfettamente addestrati a questo tipo di manifestazione, le forze dell’ordine,  affaticati, stressati, gasati dai soliti politici ossessionati dagli antichi detti, incartapecoriti nei vecchi rigori, magari dichiarando loro l’impunità, andarono in sofferenza e presi dal panico, con le menti annebbiate e gli occhi pieni di polvere, intentarono un assalto contro gli studenti, i cittadini in sciopero, intrattennero un corpo a corpo ed imbracciarono perfino le armi, sparando ad altezza d’uomo, ferendo gravemente uomini, donne e bambini, imbarbarendo la piazza.

Il confronto, divenuto in seguito,  un vero e proprio scontro, era naturalmente impari e comunque non era organizzato per sopraffare i rappresentanti, i servitori delle Istituzioni, nondimeno  proseguì per alcuni giorni creando nella popolazione, che a difesa non aveva altro che le pietre che racimolava lungo la strada, sconcerto e paura per la violenza esercitata dalle forze dell’ordine e forse sarebbe accaduto l’ingiustificabile se non fossero intervenuti alcuni rappresentati della comunità dei Bratelli, Uomini e Donne di prestigio che la città di Loguma, amava e rispettava per la loro serietà e lungimiranza, l’onestà intellettuale, a sedare la piazza, a prendere in mano la situazione,  mettere ordine e pacificare la città

La comunità dei Bratelli, racconta Ettore Maniscalco, non era originaria di quel luogo, avevano diverse provenienze ed appartenevano ad altrettanti ceppi etnici, di esuli Lasabi, Carati, Brate, Tellici ed altri di minore nomèa, ossia mercenari, sbandati, stanchi di combattere, avevano orientato la bussola e si erano insediati nel territorio ad oriente di Loguma, ai piedi del monte Lazzito a ridosso del fiume Metta.

La conquista di Madde, da parte dei Mubati costrinse i Lasabi, Carati, Tellici, Brate ed altri, che si erano allocati in quei territori convinti d’avere trovato la pace, senza opporsi, si sparpagliarono, alcuni privi di altre energie, si nascosero nelle persone del luogo  e restarono nel territorio, altri correggendo le loro attitudini, proseguirono verso la periferia ed oltre accompagnandosi con un numero sempre crescente di viaggiatori pieni del loro stesso spirito, desiderio  di libertà e pace.

L’esercito di viandanti, il gruppo eterogeneo che si costituì, composto di Lasabi, Brate, Carati, Tellici ed altri, raggiunto il Monte Lazzito, secondo le loro abitudini, presero possesso di un rettangolo di quel territorio incolto, apparentemente non designato e si fermarono prendendo fiato, altri continuarono il loro cammino..

Le varie etnie che si fermarono,  il gruppo che si costituì e prese stabile dimora ai piedi del Monte, dunque ricavò uno spazio ed armati della volontà dei sopravvissuti, l’uno apportando la propria esperienza e duttilità, si organizzò in comunità e si denominò Bratelli, figli adotivi di Brate, in considerazione  della provenienza, insomma, per sommi capi, del territorio nel quale avevano lavorato e sviluppato le loro conoscenze.

Il gruppo, era governato da uomini e donne, a rotazione annuale e poteva essere rinnovato, parzialmente o totalmente, anche ogni tre o sei mesi.

L’organizzazione, guidata dall’esperienza delle varie etnie,  governata senza alcuna rivalità, odio od altro, convinti che la divisione conduce alla rovina, alla perdita della pace e del lavoro, ebbe un  proficuo e consono appannaggio produttivo.

I Bratelli, dunque stabilitisi sotto il Monte Lazzito, costituitisi e governati con forme e metodi uniformi, nell’interesse di ognuno, ormai da più di tre secoli, esercitavano i mestieri di muratore, ciabattino, ferraiolo, scalpellino, meccanico, intagliatore di legno, lavoravano il ferro, coltivavano  la terra e s’interessavano di pastorizia, alcuni esercitavano la pesca costiera.

I Bratelli, racconta Ettore Maniscalco, per alcuni anni, alcuni suoi rappresentanti erano entrati nel governo della città di Loguma, avevano cercato di offrire il loro contributo di esperienza ed anche d’integrarsi, di entrare a fare parte attiva del suo tessuto sociale, si erano uniti in matrimonio.

I Bratelli,  seppure facenti parte della città di Loguma, non erano riusciti ad amalgamarsi, erano rimasti separati, avevano mantenuto e coltivato i loro costumi, il loro modo di vivere, seppure ai margini del contesto cittadino, i confini erano effimeri, e comunque non si perdevano di vista, avevano alcune regole comuni e camminavano nel rispetto della giustizia, ossia uguale per tutti.

Il territorio sotto il Monte Lazzito, ove si erano fermate le varie etnie in fuga e che si erano dati il nome di Bratelli, figli di Brate, a ricordare la somiglianza del territorio di provenienza, si presentava con qualche sollevamento ed aveva la caratteristica di produrre arbusti.

Gli arbusti di gelsomino, in particolare crescevano spontanei e copiosi nel territorio ove risedevano i Bratelli, dunque fu naturale la loro coltivazione che assieme a quella degli agrumi divenne una fiorente attività.

 

 

 

   

       

 

 

 

        

 

 

 

         

 

 

  

                                  

 

Le donne Bratelli, od almeno alcune di esse, in particolare quelle di Brate, Carati ed altre, una esigua minoranza, che s’identificavano con la provincia di Brate, una zona depressa, nel sud del territorio Revita,  nella quale cresceva il gelsomino, questa pianta dai fiori bianchi e delicati che nella notte fino all’alba resta bianco e riempie l’aria del suo profumo, furono le prime a rilevare e comprendere l’importanza di questa coltivazione e misero a disposizione delle altre la loro esperienza.

Le donne e le bambine erano le preferite per la raccolta dei fiori perché servivano mani piccole e gesti delicati per staccare il prezioso fiore dai rami.

La raccolta iniziava alle prime luci dell’alba che il profumo era più intenso, non si disperdeva e terminava prima che il sole potesse rovinare i fiori.

Le donne usavano, per raccogliere i fiori, grembiuli con grande tasca che svuotavano in ceste di canna o vimini, curavano la potatura delle piante e la preparazione delle talee per nuovi impianti.

La lavorazione con la distillazione dei fiori di gelsomino e dalla scorza degli  agrumi verdelli l’estrazione di oli essenziali, per la città di Loguma, costituiva una fiorente attività.

La comunità dei Bratelli, seppure ai margini della vita sociale della città di Loguma, esercitava con essa i più disparati commerci ed oltre che con i vincoli matrimoniali,era ad essa fortemente legata e dunque temendo che la contestazione potesse degenerare in guerriglia, in una guerra civile e pregiudicare i rapporti familiari oltre che gli affari, di scambio merci, ed addirittura la loro presenza in quel territorio, mise in campo, una raffinata compagnia di diplomatici .

I Bratelli, con una presenza ormai plurisecolare in quel territorio, temendo pur non ritenendolo un evento da prendere in considerazione, cioè di subire, nel caso estremo,  una migrazione forzata, e comunque determinati a non dissotterrare le armi, con la cautela e la saggezza derivante dalla conoscenza del potere operoso, filtrante ed inflessibile, armati dell’esperienza conseguita negli anni fino ad allora e ricavandone un grande beneficio, mediarono ed escogitarono, il modo migliore ed indolore, per appacificare gli animi e con una solidale e generosa responsabilità comune, entrarono a pieno titolo ed autorità, nella direzione del governo della città.

La Confraternita del Meglio, impaurita concordò il ritiro o meglio fu con la massima delicatezza ed onorabilità, rinchiusa, nel Fortino sulla collina del grande Occhio.

La città di loguma, sotto l’Amministrazione della comunità dei Bratelli, accrebbe la sua importanza ed acquistò credito e riconoscenza.

La pianura della città di Loguma, coltivava vigneti, alberi da frutta ed occupava semenzai, cavatori di agrumi, raccoglitori di olive, vivaisti e divenne un florido centro agricolo e commerciale.

I prodotti dei suoi stabilimenti,oltrepassavano i confini, insomma  la città di Loguma inoculava con il suo progresso, speranza nel futuro per tutte le genti  del territorio e solleticava un pensiero di serenità nelle province vicine ed anche oltre i confini nazionali.

La generazione che seguì, non abituata ad esercitare il principio del lavoro quale fondamento della famiglia originaria, assuefatta al credo che il vecchio, l’antico, la storia sono cose, avvenimenti  passati, opinioni di comodo e senza valore, ha assunto un atteggiamento ludico, nel segno del divertimento senza freno,  riportando alla memoria la leggerezza e le fastosità del  Maestro Vincenzo Sorrentino.

 La confraternita del Meglio, seppure dichiarata perdente, insomma resa inoffensiva, in sotterranea coltivava una rivincita postuma, manteneva legami inconfessabili, rapporti di patronaggio con tranci  del potere esercitato dai Bratelli, dunque i neo diciamo così, Confratelli, con i corpi avvolti in strani vestiti di elevata qualità e fatture stilistiche, con una leggerezza di movenze e di parole, assegnarono alla città di Loguma, una direzione  di trasformazione contrabbandando i principi di sicurezza e di rispetto con un millantato maggiore e generale benessere.

La tendenza masochistica dei suoi abitanti, ha dunque debellato le fiorenti attività autorizzando l’insediamento di altezzosi, esuberanti agglomerati industriali che estirparono i fiori, gli arbusti, mettendo in fuga il profumo che la natura spandeva nell’aria fin dalle prime luci dell’alba.

La vasta pianura, continua con amarezza Ettore Maniscalco, insomma è ridotta in miseri stralci di erba secca ed oleosa che luccica vanitosamente sotto il sole con il solo scopo di inquinare l’aria, le falde  e le acque del mare, di tale intensità da determinare mutazioni nei pesci e malformazioni e morte nei feti.

    

 

                   

 

           

 

La città di loguma, infatti è schiava di ciminiere che svettano nel cielo e di notte sbuffano fumi e sostanze invisibili, nocive e maleodoranti con l’efferatezza di una strage, depredando le ultime sacche d’aria pulita che mani amorose, s’industriano a proteggere coltivando nel giardino di casa, nei balconi, sulla spiaggia a ridosso del lavotoio, ormai  inutilizzabile, a mezzo delle barche abbandonate alla decomposizione, nel tentativo disperato di conservare il profumo della speranza di una natura pulita, incontaminata che distingueva la spaziosa piana, cioè  darle una bellezza esteriore, farle un maquillage, metterle una maschera di dignità e nasconderle la profonda ferita che una classe politica imbelle, incline alla speculazione, gli ha inferto facendole credere che fosse uno schiaffo lieve e non avrebbe comportato alcuna sofferenza.

 

          

 

 

 

       

 

    

I Logumati, dunque hanno assunto  il vezzo  di camminare spostando il corpo lateralmente ed ostentano un’arroganza che mal s’addice al loro stato, forse nell’intento di assicurarsi una protezione dagli epiteti della storia. Il nodo, comunque non si scioglie dall’esterno, sanno che è un fermento non controllato che gli bolle nel cervello ed anziché raccogliere la dignità, indeboliti decadono.

La forza della conservazione, li ha  incanalati  e spinti nella botteguccia del Candio che li ha imboniti di polvere e vinaccia, rendendoli incapaci, insomma il rimedio si è dimostrato peggiore del male.

I Logumati, atrofizzati dal profumo di un futuro industriale, superlativo, si sono privati del canto e della libertà degli uccelli stanziali, hanno svuotato il famoso convento della confraternita del Meglio, svenduto le risorse che gli avevano accumulato i Merlifara, illustri ed onnipotenti esponenti del Diabolzo, salutati con convegni, crostate e vino passito di Supagno, con la salute precaria hanno lasciato l’insalubre e decadente Palazzo del Gazzo, si sono immersi nella nebbia dell’autostrada, consegnandosi mani e piedi agli speculatori che aspettavano allo svincolo, sgommando, bruciando le gomme posteriori del SUV, delle lussuose auto, abdicando perfino a collaborare nella stesura delle linee guida della gestione della salute dei suoi cittadini.

Il Nosocomio della città, continua Ettore Maniscalco, infatti, seppure amministrato da un sistema famicale, con qualche trasferimento in sede disagiata, per incompatibilità ambientale che ha ingessato l’attività operativa sottraendo professionalità e maestranze, avvantaggiando alcuni a discapito della collettività, comunque conservava una componente di quel prestigio perduto, allietando il ceto medio-basso della popolazione,di potersi fregiare di  un punto d’orgoglio, di  una leggera linea di protezione e sicurezza, scrive Ettore Maniscalco, al cugino Rosario Cicello, emigrato in Inghilterra per studio e lavoro, rimasto a svolgere in uno dei più famosi Ospedali della Capitale, la Professione di Medico fisioterapista, Osteopata, comparso di recente in città a seguito di una diatriba che lo contrappone, agli organi melliflui e devianti del canale legale, demandati ad operare nella Distribuzione di invalidità e pensioni, rinviando, convalidando, chiedendo ed accettando, esasperando, stressando l’invio del quantum, con il preciso intento di indurre i richiedenti a rivolgersi al mercato parallelo, dunque allo scopo di estorcere il pizzo e giungere alla soluzione.

Il rimedio per risolvere i problemi sarebbe stato imporre una svolta culturale della politica, ponendo al centro gli interessi comuni ed il bene collettivo, anzichè  opporre barriere e contrastare misure alternative sbloccando i processi in cui è stato costretto ad operare per lungo tempo.

Il sistema politico, è restìo a farsi da parte, non molla, chiuso in se stesso si replica in modo abnorme ed ha assunto l’arroganza di mettere tutti contro tutto e continuare a maneggiare i finanziamenti pubblici con la serenità dell’impunibilità.

La riforma del SS, con la convinzione che i Governatori avrebbero fatto le cose per bene perché la sanità è uno snodo cruciale del consenso  per la politica, ha tolto il potere ai Medici e si è assunto il diritto di scelta dei contratti e di nomina dei Primari. I Manager nominati dal Governatore e dunque dalla politica, quasi nella totalità, si sono trasformati in un reticolo di tangenti, appalti truccati, nomine incongrue perché la legge di depenalizzazione dell’abuso d’ufficio con finalità politiche, ha reso praticamente impunibile chi spadroneggiava.

I reati diventano prassi, dunque le poltrone sono occupate da incapaci che sono investiti a gestire una montagna di denaro pubblico di cui la metà è a disposizione dei privati che forniscono beni e servizi, prestazioni sanitarie che il pubblico non riesce ad erogare, insomma un ventre molle che crea consenso distorto per politici rapaci che arricchisce Manager disonesti perché è la politica a decidere chi può partecipare agli affari e su chi chiudere un occhio nei controlli.

Ho l’impressione, scrive Ettore al cugino Rosario, che l’Azienda Sanitaria abbia assunto i contorni di una città in guerra, nella quale gli Operatori, siano costretti a guardarsi alle spalle, di fianco, per paura che all’improvviso, il vicino possa rivelarsi un nemico.

Il Dr. Umberto Garruso nominato Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria provinciale, è andato nello studio della televisione locale ed ha fatto la sua comparsa nella fascia serale con i cittadini seduti a tavola per la cena.

Sono questi, momenti di transizione dalla stanchezza alla rilassatezza ed i pesciolini nella vasca s’aggirano lentamente da una parete all’altra aprendo e chiudendo la bocca, bevendo e mangiando, esplicando un esercizio fisiologico.

I lineamenti della sua faccia, non ispiravano fiducia,  sotto le sopraciglia nere e delle grandi borse sotto gli occhi, con una mimetica studiata fin nei minimi particolari, nascondeva la riservatezza di un losco individuo confortato da un potere animale che gli faceva capolino al di sopra della spalla sinistra.

Il serpente, si appalesava sotto le spoglie di Santi Gipolo, operatore sanitario, iscritto nell’albo dell’infermiere professionale seppure dell’esercizio non ne ha conoscenza e capacità, ha l’aria di un ipotetico esponente del mandamento locale, della famiglia Pistoletto di Cubrameta e ammantato di questa nomea, inoltre ha fatto carriera nel sindacato ed occupa un alto grado in seno alla segreteria.

La maschera di Santi Gipolo, con l’occhio sinistro strategicamente rivolto al sorpasso, dunque risultava ingannevole all’interlocutore, insomma nonostante l’osanna del Responsabile della TV che gli lodava il piglio e con gli effetti speciali cercava di renderlo accattivante nella finestra dello schermo, accostandogli la sua abbondanza e la pacchiana irruenza, inconfutabilmente incuteva paura, simile a quella che procura il delinquente che punta la pistola alla nuca del rapinato, dopo avergli sottratto il portafogli dalla tasca posteriore dei pantaloni, dunque a colpo concluso, gravando sul corpo prono sul pavimento, con il cane alzato ed il colpo in canna, gli chiede cosa deve fare.

Il Direttore della Televisione, Genesio Callara, con il fumo del sigaro e la saliva a fior di labbro, perduto in un silenzioso sonnecchiare, concesse in modo del tutto fortuito, l’occasione al Dr. Umberto Garruso di dichiarare che avrebbe notevolmente innalzato la qualità della struttura seppure le difficoltà lasciate dal predecessore non gli permettessero di esporre alcun  programma operativo.

Il Direttore Generale, in breve, forse affidandosi a riti magici, trasse dal buco del bilancio ereditato, tali e tante risorse da innestare un giro perverso di commesse ed appalti che incutono rispetto, danno l’impressione che finalmente si sia dato inizio alla rivoluzione del nosocomio, da più parti auspicata.

La designazione a livello locale, quale Direttrice Sanitaria, la D.ssa Michela Calapetra, con il cipiglio sinistro del portamento, ha acclarato un’attività ed un controllo serrato, manifestando una spiccata indole Amministrativa di ferro, esibendo un’abusiva licenza Padronale con l’intento evidente ed esclusivo di arrampicarsi sulla linea dell’impunità politica.

La selezione di Primari e personale Medico, con qualche innesto di prestigio e qualche altro trascurabile ed inefficace eccezione,secondo le credenziali dell’appartenenza, ha creato una invereconda classe Dirigente.

I sindacati sanno bene quanti primari inutili e Medici incompetenti votati a riempire il conto in banca, pregni di  megalomania, sprezzanti della sofferenza altrui, siano arrivati a dirigere e riempire i reparti grazie a raccomandazioni di massonerie, sagrestie e segreterie.

La successiva girandola di Tecnici, Infermieri e Capo Sala ha rafforzato l’indirizzo del referente ed una strisciante sudditanza, inculcando nel resto dei dipendenti, un adeguamento spontaneo creando un  fortino impenetrabile, ha dunque messo sotto scacco, i lavoratori che svolgono il loro compito, le loro mansioni con passione e rispetto delle regole, della persona, hanno per scopo il bene del paziente e sono al servizio della struttura, sacrificandosi, sopperendo alle mancanze dell’Amministrazione sanitaria per alleviare le sofferenze dei pazienti,  dunque nasce in loro, la mortificazione con il timore, la certezza che la protesta sia soggetta a vessazioni, intimidazioni, negazione dei diritti e penalizzazione.

La minaccia di trasferimento, infatti è diventata per alcuni, il divertimento preferito, un tiro al bersaglio sul più debole di spirito atto a danneggiare il suo equilibrio psichico, dando manforte al disegno dirigenziale.

Il Nosocomio, insomma conosce un’attività inusitata, sono stati avviati all’interno, lavori con la costruzione di un sottotetto metallico a rete, nel quale sono appoggiati linee elettriche, tubi del riscaldamento ed altro, inserendo nelle maglie vuote, quadrati di polistirolo e rivestendo le pareti di materiale plastico, regalando all’occhio una sensazione di bellezza, di pulito, nascondendo il disfacimento murario, il lordume esistente, dando ricettacolo a topi ed altri roditori che collaborano alla demolizione degli impianti, oltre ad avvolgere il luogo, in un nauseante, puzzolente odore.

I lavori all’esterno della struttura, proseguono sradicando alberi di pino, scavando fossati antincendio, a montare scale di fuga a ridosso di muri con spazi ridotti, tanto stretti che in caso d’urgenza si trasformano in gabbie, insomma non offrono i requisiti idonei, innalzando edifici, demolendo e costruendo cavalcavia, lasciando penzolare parte dei vecchi nel vuoto, e per evidenti errore di calcolo, rimaneggiati una, due e più volte.

Gli ascensori sono incapaci di assolvere al compito prefissato ed ugualmente collaudati ed in questo panegirico vanno incluse le scelte di protesi e apparecchi selezionati sulla base di quanto mettere nelle varie tasche, i farmaci negati e le famiglie costrette a  comprarle di tasca propria, con la capacità della D.ssa Luisella Gerobba, Direttrice della Farmacia, di conteggiare un risparmio per ricevere alla chiusura contabile dell’anno, un premio in denaro, assegnando appalti per la mensa, la lavanderia, comprando materiali di consumo per la pulizia, di scadente qualità che lasciano un odore nauseabondo da costringere gli operatori ed i pazienti, ad otturarsi il naso, per gratificare mediatori e corruttori locali, clienti dei partiti.

L’instaurazione dell’idea aziendalista di dare i servizi, in appalto ad operatori esterni, dunque è un nuovo ordine di gestione privata dell’interesse  pubblico con il non celato scopo di portare nocumento e consegnare il bisogno di salute nell’ambito delle strutture private o convenzionate ove operano in incognito, gli stessi Operatori dell’Azienda, insomma i soliti ignoti, conosciuti, non dichiarati, sottraendo risorse allo stato con un considerevole aggravio di spese per pazienti e cittadini.

Il servizio di pronto soccorso, è gestito in modo insufficiente,  non include un posto di polizia, è senza pompieri ed in caso di calamità od inquinamento grave, spesso non è  in grado di affrontarli, e la vita delle persone non ha da percorrere chilometri in eccesso.

    

 

        

Un pronto soccorso non organizzato e sotto organico, non riesce a seguire il protocollo d’accoglienza dei cittadini, dei pazienti nominati utenti, clienti e la  confusione che si crea  è causa di sottovalutazione della gravità dei sintomi.

L’indice valutativo non è l’affluenza. è la corretta diagnosi e la celerità della prestazione che ne determina la qualità.

Margherita Sardo, di circa trent’anni, trasportata al Pronto soccorso a causa di lancinanti dolori all’addome, è lasciata per ore sulla barella a lamentarsi, a gridare ed a nulla è valsa la richiesta piuttosto risentita delle sorelle a sollecitare l’attenzione degli infermieri, di un Medico.

Il pomeriggio, quasi sera, Margherita, con  la presenza dei Carabinieri, viene accettata ed  accompagnata ad eseguire una caterva, per lo più inutili, di esami strumentali con il risultato di grande dispendio di tempo e risorse, dunque al termine dell’iter degli esami prescritti, nella mattinata, ormai incosciente, è trasportata in stato di estrema urgenza, in sala operatoria.

L’intervento per l’asportazione di parte dell’intestino, ormai in necrosi, ha fortunatamente un esito positivo.

Le sorelle, lasciano la congiunta in Ospedale, le ore per i Medici e gli Operatori sono un servizio, per loro l’attesa è un tempo incalcolabile, dunque non è semplice riprendere le fila  dell’esistenza quotidiana.

Gli amici e parenti, gridano al miracolo, le sorelle dissentono e trascorrono la notte, nella paura e nella speranza, a lottare per cercare di riposare aspettando la mattina.

L’orario delle visite dietro la porta è stressante, e nasce il dubbio sulla conduzione  del servizio notturno entrando nella stanza e trovare la sorella attaccata a tubi e tubicini, bottiglie, pezzi di vetro e bagnato per terra, senza alcuna assistenza,.

Le sorelle, non hanno motivo per credere nel miracolo, non accettano questa conclusione e denunciano l’accaduto alla Magistratura che pedissequamente, risponde dopo un lauto ed impossibile periodo di tempo, per accomodamenti sugli accertamenti ed accordi sottobanco valutati con l’Azienda, di archiviare l’accaduto per insussistenza di prove.

Il caso della Signorina Sardo, non è l’unico, altri ne sono accaduti ed ogni giorno ne accadono nel disinteresse generale, non hanno raggiunto gli onori della cronaca per ovvi motivi di stanchezza fisica e morale.

Le grida disperate dei parenti e dei pazienti, passato il momento rientrano nella quiete quotidiana, le persone dimenticano o passata la nottata, come si suole dire, per evitare di ammalarsi per burocrazia, si rifugiano nella fatica quotidiana.

La Direttrice Sanitaria del Nosocomio, Dssa Michela Calapetra, con il ciuaua in braccio, soddisfatta dell’epilogo positivo, rimane nella sua immobilità affaristica, ed accade che Annalisa Mastrolembo di anni ventisei, sofferente di asma bronchiale, con dispnea iniziale, viene posteggiata nella grande sala d’attesa, in seguito e senza alcuna fretta, ritenendo il caso semplice e di spontanea soluzione, è accettata ed avviata per eseguire diversi esami strumentali.

Annalisa, ha percorso i corridoi e le sale, visto le facce degli operatori, arrampicandosi alle ore, inseguita dalla parentela che impotente la vedeva sempre più indebolirsi, per la fatica non riusciva a dire una parola, inseguendo per una giornata il rimedio al suo problema di salute.

Il primo pomeriggio, Annalisa, aveva esaurito ogni goccia d’aria dei polmoni, spirando giocoforza, con estrema cautela, per non disturbare oltre,  nella barella messale a disposizione dall’Ospedale.

La Direttrice Sanitaria declamava alla solita televisione locale, la reiterata difesa che l’Ospedale aveva fatto tutto il possibile, cancellando l’incapacità dei Medici preposti, delle strutture inadeguate e la perdita delle ore d’attesa alla ricerca della diagnosi per la cura.

La responsabilità della non corretta procedura, ovvero la denuncia per la chiamata in giudizio del responsabile, viene abbattuta e s’infrange  con l’intervento dell’onnipresente Gipolo

 

I canali di protezione illegale, percorrono i meandri del potere e della legge, superano i diritti delle persone e si fanno beffe della verità.

Gli ospedali, nascono intorno al secolo XII per iniziativa di ecclesiastici e di gente comune, che condividono lo scopo della propria fede, per dare risposte concrete ai bisogni che emergono nella società.

I primi “ospedali” non sono rivolti solamente ai malati, ma si presentano come luoghi polifunzionali, aperti all’assistenza di viandanti, pellegrini, bambini abbandonati ed orfani, feriti di guerra, appestati, indigenti, anziani, dunque le funzioni di questi istituti, sono svariate, dice Ettore Maniscalco, infatti è necessaria la cura delle malattie, per le quali si sviluppa anche la strada di una primitiva ricerca medica, e l’attenzione per l’accoglienza verso ogni genere di uomo in difficoltà, creando con gli assistiti anche una vita comunitaria, nella quale i membri sono coinvolti in un vero e proprio cammino spirituale.

Il cristianesimo, infatti supera la contrapposizione pagana tra anima e corpo, attribuendo all’uomo, una dignità infinita ed in qualsiasi condizione si trovi, diciamo che è  introdotta una concezione profondamente umanitaria della persona.

L’accoglienza del malato senza riserve e discriminazioni, è volta non solo a curarne la sofferenza fisica ma a sostenerne e accompagnarne il dramma.

La natura degli ospedali medioevali, testimonia che questa concezione abbia penetrato la vita dell’uomo, ne abbia plasmato l’azione, pur nelle contraddizioni che la storia mostra.

L’Ospedale, dunque è nato per dare cure ed assistenza, soprattutto alle persone bisognose che non hanno la possibilità economica, il suo stato iniziale ha in sé la connotazione di curare, alleviare chi soffre, chi ha bisogno di determinate cure e se necessario di ospitalità, dunque deve accogliere i cittadini con le loro sofferenze, ininterrottamente,  sia di giorno che di notte.

La politica invece ha capovolto il principio dando assistenza e cura a chi ha il denaro per pagare ed allontana, non riceve chi ha bisogno di cure ed ospitalità e sta male, insomma con la riforma della riforma, di riforma in riforma, ha avuto la capacità di denominarla Azienda, cioè soggetto commerciale ed ha eluso il principio umanitario, la sua essenza originaria, ed il bisogno di salute è stato trasformato in una macchina per fare soldi.

L’Ospedale, all’incontrario del pensiero politico, nella memoria collettiva, è rimasto un punto di riferimento per gli abitanti del territorio, che sono meno agiati ed hanno bisogno di curare la propria salute e dunque non possono rivolgersi alle cliniche private, alle case di cura.

L’Assistenza Sanitaria, insomma è un servizio fondamentale del cittadino, sancito nella carta costituzionale, dunque l’Ospedale è stato programmato per assolvere il diritto di salute per  tutti, che gli operatori esercitano con la guardia attiva, e fra l’altro meno dispendiosa della reperibilità.

L’Amministrazione all’incontrario, capovolge il principio ed opera con la reperibilità, dice per esigenze economiche, invece è per  nascondere le presenze invisibili, i fantasmi del lavoro.

La pronta disponibilità, è un servizio a chiamata ed a secondo dei rapporti di buon vicinato,  al Medico è concesso il piacere di restarsene a letto, retribuito, ai Tecnici di correre in Ospedale, a coprire le esigenze notturne o festive e naturalmente gli è pure elargito, il rischio di un incidente  oltre ad un emolumento in busta paga, diverso e molto inferiore ed a volte è perfino chiamato per aprire la porta al Medico di altro reparto che manca di ecografo che camuffa un’urgenza per interesse privato, e non emette ricevuta fiscale.

Il Tecnico, ha conquistato la figura di collaboratore, la debolezza degli organi collegiali e sindacali, la mancanza di coraggio,  hanno vanificato la vittoria, lasciando al Medico, la facoltà di approfittare della buona educazione e lo usa alla stregua di uno strumento.

Il Medico, ha il limite della firma, è il responsabilità legale, e si presenta con comodo, senza fretta, tanto il referto è un atto formale, e con la complicità dei colleghi, può attendere, se la gravità lo obbliga, irato si scaglia contro il tecnico, mortificandolo, imputandogli la non esatta esecuzione  dell’esame, reclamando  altre, di certo, inutili proiezioni, comunque procedendo alla refertazione.

L’assenza del Medico, nei casi di criticità, crea nocumento e mette a repentaglio l’operatività del personale reperibile.

La negligenza, in ogni branca dell’attività umana, è un esempio di degrado mentale, in sanità, è un errore grave, il Medico o l’operatore, agendo con leggerezza, è facile che la disattenzione, scambi sigle e numeri d’identificazione, un elemento con un altro, e consegna una sostanza non conforme alla richiesta che procura sul paziente, un effetto mortale.

Il Medico, Dr. Manciato, è colpevole della morte del paziente,  per avere somministrato un elemento diverso da quello di cura, insomma non consono alla sua patologia.

L’incuria del responsabile, è accertata con una evidenza fuori da ogni dubbio, è inconfutabile, ed ecco l’intervento del Gipolo che muove le pedine, il cavallo viene tirato fuori dalla pozza di fango ed è salvo e si rimette a galoppare con scioltezza, con la solita arroganza, anzi è più impettito nell’attraversare i corridoi, non vede le persone, ha un passo flessuoso e la gamba si piega agevolmente nel salire le scale.

Il Dr Scartuccio Piergiorgio, di provenienza Revita, che il Dr Garruso e la Dssa Calapetra, Manager e Direttrice Sanitaria locale, avevano fatto riferimento per abbellire la facciata del balcone sul lungomare, legnoso e timoroso dell’ombra che l’accompagna, ormai pienamente assuefatto all’organizzazione in vigore tanto da risultare un imbelle, ha lasciato vacante l’incarico di Primario del Reparto anche se non aveva ancora  raggiunto i limiti d’età, ed il cavallo Dr. Luigi Manciato, pur non avendone i titoli, che non ha il diritto di coprirlo, si arroga la libertà di occupare, con un possesso trasbordante, la poltrona rimasta vagante.

Il Medico, Luigi Sciabato, colpevole del misfatto, continua Ettore, è stato prosciolto in via definitiva, la battaglia che lo vedeva soccombente, è stata vinta ed addirittura è stato risarcito.

L’Azienda è stata condannata, ha perso la causa ed il cavallo ha riempito di foraggio, la cascina fino al tetto e la stalla a cielo aperto, di buoi di razza autoctona che controlla elettronicamente e dunque non ha alcuna necessità d’inseguire gli animali per le montagne con il Suv, per tenerli sotto controllo.

Il Gipolo è stato liquidato, dunque ha monetizzato il suo intervento, sembrerebbe un rapporto, un affare conclusosi, il Gipolo però non chiude mai la saracinesca dell’attività che svolge in incognito, ha sempre una finestra aperta e vigila sulle persone in difficoltà, e si ritrova borse od altro, in macchina o nel giardinetto, sulla soglia di casa, ed al suo passaggio, l’apertura di porta e cancello, è una condizione salutare, superando addirittura, l’indignazione delle persone che sono a conoscenza, fin nei minimi particolari, di quanto è accaduto.

La verità, dice Ettore Maniscalco, è stata scaraventata per terra, trascinata per il pavimento ed è stata rinchiusa in una stanza sporca, coperta di muffa, ad un certo punto si è talmente gonfiata che ha perduto la capacità di restare aggrappata a qualsiasi punto, infisso, maniglia, mattone, ed  è stata sbattuta fuori, scardinando addirittura l’intera struttura della parete di sud ed ancora rotola per i campi deserti, torridi, spaccati in una miriade di zolle, in un deserto spaventoso che non si vede un arbusto. 

La famiglia chiusa nel dolore, ogni giorno ed ogni notte, s’aggira lungo il percorso,  sotto il sole cocente, contro il vento e la pioggia, cercando un po’ di serenità, di refrigerio, cercando riparo alle parole degli amici e giocoforza tace e resta nelle mani del più forte, dell’illegalità eretta a padrona assoluta, insomma la mancanza di coraggio è un aggravio di dolore,  e sopporta un ordinario svolgersi del percorso alla stregua di ogni persona che onora le leggi della convivenza civile.

Il Nosocomio, si è munito di un punto d’atterraggio per l’elisoccorso, è stato dichiarato per anni in programma e dopo altrettanti, un bel mattino è stato incuneato ai piedi della rampa d’ingresso, lasciato incompiuto, costretto dalla necessità, ha navigato con  turno diurno per successivamente  strutturarlo ed avviarlo anche per la continuità notturna.

Gli operatori sanitari, tecnici ed infermieristici, si debbono misurare con uno stipendio di circa tre, quattro volte inferiore a quello dei medici, pur sottoponendosi a lavoro notturno, festivo e sobbarcarsene di altro per sopperire alla mancanza del personale, e non possono svolgere alcuna attività professionale esterna, ed è praticamente impossibile, far carriera interna.

La condizione del personale ausiliario è impressionante, le esigue unità operative sono costrette a correre per i corridoi, alla ricerca di un ascensore idoneo e funzionante, per i reparti e divisioni, con pazienti traumatizzati, incoscienti, comunque in condizioni di salute precaria, su sedie, barelle strutturalmente non adeguate, con ingranaggi non equilibrati, pezzi usurati, prive di dispositivi di sicurezza, con il pericolo, oltre l’enorme fatica direzionale e di movimento, che il paziente trasportato possa terminare a terra rischiando un danno maggiore e perfino la morte.

L’ausiliario è raramente e casualmente accompagnato da un collega e tanto meno da un Medico, però è comandato ad eseguire il trasporto nel più breve spazio temporale.

L’incidente è a portata di mano, il tempo è pronto, in ogni istante, ad accogliere l’accadimento della tragedia, il paziente per la fretta di raggiungere  la divisione, a causa del Soccorso non adeguato, non effettuato con i mezzi collaudati e con sicurezza, cade dalla barella ed è raccolto dalla signora morte.

Il rischio che potesse succedere qualcosa di grave, era risaputo e l’inserviente, pur nonostante, è indagato per negligenza, colpa, insomma è oppresso di una responsabilità derivante da una realtà amministrativa non corretta, indirizzata all’esercizio di una sanità non al servizio del paziente.

L’operatore, è costretto da una cattiva gestione delle risorse, a correre e mettersi nelle mani di un legale per difendersi sperando che la verità venga fuori a liberarlo, aggravandone la situazione economica e creandogli un disagio psicologico.

L’evento non è un fatto eccezionale, era prevedibile e le cause conosciute, la direttrice Sanitaria si mostra costernata, dichiara che l’Ospedale ha fatto il possibile.

Il giorno non è ancora tramontato che una fata turchina, con un colpo di  bacchetta magica, fornisce sedie e barelle provviste dei supporti di protezione, con ruote ed ingranaggi ben lubrificati, insomma il segno della buona gestione appare nel suo splendore, in linea con i canoni richiesti per lo svolgimento di un servizio sanitario volto verso il cittadino bisognoso di cure.

L’Ispezione delle autorità, per le indagini del caso, dunque constata che l’attrezzatura risponde ai requisiti stabiliti.

Il Cierone ha ben saputo guidare e mostrare ai turisti organizzati, un paesaggio accattivante, accompagnandoli per le strade pulite, con vasi di fiori accosti alle porte, era così goliardica la cartolina che le autorità demandate all’indagine, non hanno avuto il coraggio di chiedere cosa nascondesse l’angolo, la stanza chiusa, i disegni naif sui muri e le crepe nel sottoscala.

Il giorno dopo l’ispezione, passata la tempesta, il pronto soccorso appare nella sua splendida inefficienza, riprende la sua ordinaria condizione di sofferenza, nella serenità dell’impunibilità.

La splendida attrezzatura che ha fatto la sua comparsa, ha riempito l’occhio delle maestranze, opera di un appalto costoso, è rientrato nel suo deposito ed attende di essere allocata.

L’attrezzatura obsoleta, evacuata dal nosocomio per fare spazio alla nuova di rappresentanza,  non ha preso la via della discarica, è stata momentaneamente riciclata, ed è ritornata in attività, il rischio ha superato il vaglio degli Ispettori, allocato in qualche periferia ha riportato lo  sconforto,  l’impotenza nel personale addetto, tenendo i  magazzini nella confusione, in un’apprensione  indicibile.

Il Neo Primario di Pronto soccorso, Dr. Arturo Fallica, esaltato per la nomina, condizionato dalle esigenze, corre e grida spingendo una barella con il paziente traumatizzato o bisognoso di un intervento strumentale, a suo giudizio improcrastinabile.

Gli accertamenti radiologici sono richiesti puntualmente, e senza il responso strumentale, il Medico Responsabile non rilascia alcuna risposta.

Il tecnico radiologo è gestito a guisa di uno strumento, se non addirittura una macchina ed al medico non resta che determinare la clinica, la terapia e la gestione del malato.

I  Medici non visitano, ed ogni giorno, ogni ora del turno è una sana e doverosa, mortificazione.

L’incapacità del Medico non è contestabile, e la paura della denuncia lo induce alla balbuzie, credendo di proteggersi le spalle, ordina una caterva di esami inutili da eseguire.

I colleghi non sono criticabili ed escogitano a difesa, la probabilità ed è assolutamente da evitare, di apparire sulla stampa.

I giornali, sono incapaci di secernere l’accaduto, di verificare con imparzialità, ne fanno un fascio e danno in pasto ai cittadini la notizia nella sua crudeltà, collegando in un filo spinato gli altri ed allora, per cautelarsi a vicenda in una specie di catena salvifica, accettano, rimangono in silenzio e per pulirsi l’anima, salgono in cattedra, la ribalta gratifica il proprio ego ed ingiungono al Tecnico, di sottoporre i pazienti, ad una giusta dose di raggi X , mortificando la sua professionalità. 

Una radiografia, insomma un’indagine diagnostica, non si nega a nessuno e la pace di tutti, è conteggiata sulle spalle del Tecnico.

La divisione di Radiologia, continua a scrivere Ettore Maniscalco, al cugino Rosario Cicello, sottostava a dei lavori di muratura, collocazione e messa in opera, delle apparecchiature che l’appalto con l’industria elettromedicale aveva partorito per taglio cesareo, intervento che seppure nella maggior parte dei casi non necessario è richiesto per alzare il costo ed includere la bustarella, ormai standardizzata, a discapito del bilancio dell’Azienda che lamenta l’impossibilità di pagare gli emolumenti spettanti a tecnici ed infermieri e lavoratori in genere.

Gli operatori della Radiologia, dunque inseguiti da un rumore infernale, raccapricciante, immersi in una coltre di polvere e in un disagio indescrivibile, per un tempo che sembrava interminabile, insomma trascorrevano la giornata lavorativa, disponendo parzialmente di mezzo corridoio, con la parte di sinistra, ristretto perché metà dell’ala destra, era diviso e transennato con tubolari coperti all’esterno, di  stralci di cellofan svolazzante, per lavori in corso, in un continuo abbattimento e rifacimento, ed il mattino dopo, per riprendere con la identica operazione di quanto eseguito il giorno precedente, una settimana dopo l’altra, senza venirne a capo, senza riuscire a trovare la soluzione, in una rincorsa del calcolo esatto, per creare e poggiare la base e dare spazio alla manovra, per allocare le nuove apparecchiature.

Le maestranze, evidentemente non erano capaci di dirimere le misure per la posa della piattaforma riportate nella piantina.

Il resto del corridoio era adibito al transito di sedie, letti e barelle con i pazienti esposti alla polvere ed ai rumori dei martelli pneumatici, senza alcun rispetto dei più elementari principi umanitari oltre che sanitari, insomma affidati alla benevolenza del Santo Protettore della città.

Un mattino di questi giorni, dopo aver timbrato il cartellino e sempre al solito in anticipo, Giovanni Caruso, è entrato in Radiologia e nel caos più assoluto, ha preso il coraggio di ogni giorno ed ha ottemperato all’esecuzione degli esami che man mano venivano richiesti dai reparti e quelli ambulatoriali, cercando di essere il più celere possibile, compatibilmente ai vari passaggi insiti nell’esecuzione, studio e stampa, per evitare ai pazienti, un po’ di quel disagio, dunque approfittando della disponibilità di altre unità operative, insomma di uno spazio vuoto, Giovanni Caruso, si è messo in  pausa,  scrive Ettore Maniscalco al cugino Rosario.

Seduto in una stanza, momentaneamente adibita a ricovero del personale, viciniore all’ingresso, Giovanni Caruso, tenta di ascoltare, le vicissitudini della collega, l’Infermiera Professionale, Silvana Fiorentino, che sarebbe stata inserita nel costruendo Ufficio accettazione, gustando la bontà di un biscotto che la collega, l’altra Infermiera professionale, trasferita dal reparto prima e dalla direzione Sanitaria, dopo, ora in carico nell’ufficio , Enza Magone, che infarinata di passione, saltuariamente, osa cuocere con le proprie mani, delle ricette di dolci, davvero una delizia.

Il direttore Amministrativo Ermenegildo Saltalafossa, della sede distaccata di Lomaro della provincia di Madde, nella quale era stata in servizio fino al giorno precedente, aveva l’abitudine, giuocava e si divertiva nell’insidiare, senza alcun pudore, le sottoposte, minacciandole di trasferimento se avessero avuto l’ardire di rifiutarsi di accondiscendere alle sue brame.

L’indignazione, gli fermava la masticazione, il pensiero, l’idea che un uomo, un dirigente di struttura Pubblica, potesse approfittare della sua posizione per costringere, una ragazza, una moglie, una madre, a soggiacere alle sue voglie sessuali, spingeva Giovanni Caruso, ad alzarsi ed uscire, di andare a trovarlo, a casa, in ufficio, per strada e picchiarlo con tanta brutalità da fargli venire meno lo spirito e l’energia di desiderare, addirittura la propria moglie.

L’indignazione è tale che Giovanni Caruso, è costretto a ricorrere a suo padre, all’improvviso se lo ritrova davanti e gli dice di calmarsi, di stare quieto, che non è un suo problema.

L’esperienza vissuta dal padre, per la conquista dei diritti, non è stata gratificante, non ha un buon ricordo dei compagni. Le battaglie vanno a beneficio di tutti, il conto da pagare resta a chi le ha condotte con sofferenza. Gli altri pensano a se stessi, non meritano il tuo impegno, al momento opportuno si tirano indietro e ti lasciano con la lealtà, chiamandoti imbecille.

L’unico che abusa del potere è premiato e viene promosso a dirigere l’intera struttura. 

Il Primario, Dr. Basile Bovotella che nella struttura pubblica non è il Datore di Lavoro, si arroga il diritto di Proprietario commettendo il reato di abuso di autorità che oggi è definito con una parola inglese che non so pronunciare e tanto meno scrivere, forse Mobing, dice Ettore Maniscalco.

Il Padrone, comanda,  ordina, e l’Operatore esegue senza opporre alcuna resistenza, non può combattere, in questi casi la lite, significa togliere i diritti del paziente, non è una buona occasione, il luogo di lavoro, il corridoio, la diagnostica, ove si svolge l’attività, si trasformerebbe in un immondezzaio, perderebbe la sua dignità.

La difesa del bene comune, di certo sarebbe perdente, la parte che per natura è  più debole, andrebbe incontro ad una sospensione con la motivazione, antica e sempre, comunque attuale, d’insubordinazione al superiore, una punizione con multa pecuniaria che l’Amministrazione misurerebbe con risoluzione immediata, e sarebbe una perdita anche sul fronte della qualità del servizio, ed allora il lavoratore, reprime la rabbia e sgattaiola dalla propria responsabilità, si adatta alla vecchia procedura, svicola, cercando di evitare di essere apostrofato, con l’ingrato epiteto, di Destabilizzatore del Reparto.

La chiamata era perentoria, la sala operatoria richiedeva un tecnico per la scopia. erano circa le 12.30, ed a Giovanni Caruso gli   venne spontaneo dire, che gli Scienziati della sala operatoria di ortopedia, quella mattina, se l’erano presa comoda.

Gli interventi, solitamente hanno inizio alle 08.00, massimo 08.30, dice Ettore Maniscalco e dunque a quell’ora, almeno che non fosse  stata un’urgenza ed  il protocollo di  Pronto soccorso, prevede come primo passo, l’indagine Radiologica, dunque per un verso o per un altro, il percorso è obbligato, dunque ne sarebbe venuta a conoscenza.

Ettore Maniscalco, scrive al cugino Rosario, che forse il lavoro di sala operatoria si fosse protratto oltre la durata abituale, evidentemente il caso si era dimostrato più difficoltoso e  l’operazione, iniziata in tempo era ancora in corso.

Giovanni Caruso, dunque lasciò il reparto navigando a vista nel tratto di corridoio verso l’uscita che la polvere per i lavori in corso, era asfissiante.

Il cruccio per disagio arrecato ai pazienti, giovani ed anziani con grave sofferenza respiratoria, che dovevano eseguire esami radiologici, lo indusse a comunicare a voce alta, ai colleghi, la chiamata della sala operatoria. 

Il Primario ed i Medici, ognuno chiuso in sala refertazione, nella loro stanza, mostravano un totale disinteresse per la salute delle persone e degli operatori.

Il Dr. Santo Buffa, Medico Ortopedico non è una persona leggera, fisicamente sovrappeso, usa modi cafoneschi, rasente la brutalità, mortificando, nuocendo alla professionalità e dignità del collaboratore, soprattutto Tecnico.

L’infermiere Professionale Benito Petruccolo, della città di Brance, in servizio colà, con velleità artistiche ed altro, cerca in ogni modo, di sopraffare, ridicolizzare, dice Ettore Maniscalco,  il tecnico, Giovanni Caruso ed i colleghi di turno, salvo qualcuno che gli è simpatico.

La vanità, e non perde l’occasione, lo induce ad esaltarsi, rendendosi intollerabile, irrompendo nel campo operatorio, con sorrisetti, ammiccamenti e battutine, con un’offerta instancabile di collaborazione, esaltando l’arroganza del Medico,  evidenziando ancor di più le difficoltà degli altri, rafforzando, gli strali insopportabili e disgustosi,  lascivi del Dr. Santo Buffa.

Il Dr. Santo Buffa, dopo aver  tirato fuori dalla testa del femore, il vecchio chiodo di Ender, nell’introdurre il nuovo che dall’anca arriva fino al ginocchio, a metà coscia, anziché proseguire, deviava dal canale mancando la frattura, vanificando l’intervento ed una, due, tre, quattro volte, incaponendosi, non ascoltando le indicazioni di un medico anziano che dai margini del campo, lo incitava a sistemare la trazione, evidentemente, posta non secondo i canoni, senza però riuscire ad influenzare il suo atteggiamento.

L’Anestesista, dopo diverse contestazioni e relativi accomodamenti, ormai si rifiutava d’iniettare una ulteriore dose di sedativo ed a quel punto erano già le 14.00.

Il paziente steso sul letto operatorio con la coscia aperta ed il chiodo di Ender che scendeva e saliva, gridava sempre più forte per il dolore che gli procurava il giuoco a mosca cieca del Medico Ortopedico, dichiarava per quanto riusciva a dire di smetterla.

La situazione era davvero molto imbarazzante,  Giovanni Caruso,  aveva esaurito il turno di servizio ed in più sentiva che la normale sudorazione per la fatica, stava appesantendosi a causa dell’abbassamento silenzioso della glicemia. 

Il Dr. Santo Buffa, in un bagno di sudore, sia  per l’irritazione d’impotenza,  sempre maggiore ed inarrestabile, e sia per la non corretta climatizzazione della sala, causa irregolare ed esplicita messa in opera della struttura, ordinava scopia,  avanti, indietro, in obliqua, laterale, in un campo spaziale illimitato, alla ricerca disperata della soluzione.

Il bandolo della matassa, non era a portata di mano, non riusciva a sbrogliarla, non si capacitava a come risolvere la deviazione, ed insisteva sulla stessa falsariga, incaponendosi, non accettando i consigli, andando incontro ad una miserevole sconfitta.

Giovanni Caruso, cercava meglio che potesse, di seguirlo nelle sue fughe, allungando ed accorciando, girando e capovolgendo il tubo radiologico in una precaria protezione, col paravento, il tavolo di comando del mastodontico  ed obsoleto apparecchio, con il camice di piombo, che gli gravava sulle spalle in modo sempre più insopportabile, tentando di proteggersi dalle radiazioni ionizzanti che la barriera di sicurezza non era a norma.

Il percorso del chiodo e la messa a fuoco della frattura per meglio operare, continua Ettore, risultava un  tentativo velleitario, un inutile inseguimento,  l’incapacità dell’operatore vanificava  qualsiasi possibilità.

Le indicazioni del collega Medico fuori campo si esprimeva nel detto antico “ Tempu persu e filu cassariatu “, infatti la situazione di tira e molla era di un successo strepitoso, racconta Ettore, fino a che  una mano pietosa, senza farsi accorgere, non si adoperò a correggere la trazione e mise in asse l’arto ed ecco che il chiodo incluse la frattura ponendo fine all’intervento.

Il Dr. Santo Buffa, persona assimilabile e senza volere esagerare, facendo discredito ad un sacco nero per rifiuti speciali, sull’orlo dell’impotenza, allora per darsi un contegno, per recuperare la dignità,   ordinò: “ voglio vedere la rotula, scopia, scopia, dov’è la rotula, dov’è la rotula? “

La manovra di messa a fuoco della rotula, era difficoltosa, richiedeva tempo e misura, il campo operatorio non era più lo stesso e poi, in sostanza, la richiesta, poteva assimilarsi ad un esercizio di scaricamento.

Il Dr. Santo Buffa, il sacco nero di rifiuti speciali, però aveva fretta, aveva bisogno di riposizionarsi agli occhi di colleghi e collaboratori, cancellare la magra figura che aveva dato di sé ed uscire dalla sala operatoria con le spalle un po’ sollevate, con il pieno di dignità rivalorizzando nella mente, la professionalità che in ultima analisi, si era giuocata, sbriciolata, e non era poi tanta, mandata  in aria in quella mattina con le nuvole rimaste sulle montagne a rifocillarsi d’umidità.

La faccia, zuppa di sudore, bagnata fino all’inverosimile, gli occhi stravolti dalla fatica, ad un tratto gridò a Giovanni Caruso: “ Vada a fare il pizzaiolo, il tecnico lo faccia fare a chi ne è capace. Mi ha irradiato, mi ha irradiato. “

Giovanni Caruso, stanco, senza fiato, rimane stralunato per l’attacco, comunque si trattiene con un’immensa fatica dal rispondergli, l’istinto di saltargli addosso, e calpestarlo a pugni e calci, con  qualsiasi altro strumento, ridurlo in una miriade di pezzetti e buttarlo in una porcilaia ad un nugolo di maiali affamati, è forte, tuttavia e sia per la debolezza del diabete che lo stava circuendo, per non mortificare la propria intelligenza, ha accettato di costruirsi una ragione e dargli il beneficio di avere superato quel brutto giorno.

Giovanni Caruso, è una persona educata e rispettosa degli altri, la sua dignità è integra e difficilmente si adegua, a subire questi comportamenti, onde evitare di soggiacere alla criminalità, riesce e reputa sia il caso di alzare a difesa, una barriera d’indifferenza, oltre, ha anche la capacità, nei casi critici, di scendere ai  livelli dell’avversario, è un modo per non morire.

Giovanni Caruso,  ha imparato ad esercitare la guerra e la pace, entrare ed uscire dalle situazioni a secondo del contendente, anche se qualche volta si è  dovuto piegare sotto il tiro delle armi, ma non ha mai perso il rispetto, dunque si obbligò a riflettere e cercare le parole per metterla sullo scherzo, di alleggerire le parole sforzandosi di sorridergli, gli disse che il suo intendere, è probabile, sia un  desiderio, un semplice lavorìo di trasformazione, un’invidiabile giuoco di parole e che non prevede una capacità.

Il dono della semplicità, l’umiltà nasce dal nostro profondo, non è concesso a tutti e poi ci vuole cura, istruzione mentale, culturale per amalgamarlo, affinarlo,  insomma è un marchio e la nobiltà dell’animo, non si compra.

Giovanni Caruso, seppure sotto sforzo, tuttavia cercava un confronto amichevole, però lo sentì ancora più arrogante, andava oltre la fatica e l’offesa, dunque si calò sulla faccia la maschera del Guerriero di città e gli rispose scendendo al suo livello, gli gridò sugli occhi ed il naso che l’avrebbe potuto raccomandare alla Macelleria dell’Ospedale della città di Balocetra, ancora in mano alla Confraternita del Meglio che ha urgente bisogno di uno scannatore, di manodopera per contrabbandare carne.

La forte richiesta non gli permette di ingaggiare un professionista, in ultima analisi, può condurlo dall’allevatore del Tempietto che  sotto traccia, cerca un lavorante della sua possanza, di polso e senz’anima.

La mia professionalità, cambiando tono,  gli gridò Giovanni Caruso, è indiscutibile e la svolgo con impegno e passione, dunque non permetto a nessuno di umiliarmi cercando di scaricare sulla mia persona le sue difficoltà operative.

Il Dr. Santo Buffa, il sacco nero per rifiuti speciali, suole chiamarlo Ettore Maniscalco, imperterrito, non ancora sazio non la smetteva, continuava a gridare “ mi ha irradiato, mi ha irradiato, “ strofinandosi le mani con il disinfettante, svestendosi del camice operatorio.

Giovanni Caruso, dice Ettore Maniscalco, non ha la capacità di offendere, il suo vocabolario è povero,  non trova le parole ed allora cerca nella memoria, dopotutto, ha combattuto,  ha appreso nel suo peregrinare in cerca di lavoro, ha attraversato le città ed ha svolto qualche lavoricchio nei ristoranti, supermercati, mercati rionali, nei campi nelle stagioni della raccolta, per sostenersi, dunque costretto, si vestì della grinta necessaria,  mafiosità ed adattò la voce all’uopo.

La sala operatoria, non è un luogo sul quale si possa consigliare di affacciarsi a vedere e soprattutto per ascoltare.

Lo scibile umano più osceno esce con una leggerezza che forse fa invidia anche alle farfalle, allora Giovanni Caruso, racconta  Ettore Maniscalco, scagliò l’ira che gli saliva a fiotti dalle viscere, si liberò di ogni orpello di civiltà ed educazione e si lanciò a peso morto contro il Dr. Buffa, non si trattenne, non riusciva più a controllarsi e lo tempestò degli epiteti più eterogenei e volgari che aveva appreso nella guerra di sopravvivenza, gonfiandolo, impedendogli di profferire altra parola, saltandogli addosso, sovrastandolo di una rabbia bestiale che a confronto con la sua altezza e robustezza, senza dubbio non esiste una misura che si possa paragonare ed ecco che la sala operatoria perse ogni velleità canora ed in silenzio fu vuotata e smantellata dell’attrezzatura occorsa per l’intervento, ritrovandosi con l’inserviente a pulire ed il mastodontico apparecchio radiologico da scollegare alla rete elettrica e rimetterlo a posto.

La stanza accanto era adibita oltre che a sala per la preparazione dei pazienti, anche a deposito di barelle ed altro, dunque Giovanni Caruso, cercò un minuto di silenzio, ed acquistatolo ritornò in sé, smise il modus operandi e pentito, con la vergogna sulla faccia, sorrise all’avversario in fuga e retrocedette dalla posizione di belligeranza, dunque raggomitolato su se stesso, con l’acidità che gli graffia il petto salendo  dall’alluce del piede destro fin sulla punta del naso pronta a riesplodere, resettò l’animale che gli era nato dentro e con enorme fatica spostò e riportò colà l’obsoleto e mastodontico apparecchio radiologico, si tolse il copri scarpe e capo, salutò con quel po’ di voce che gli era rimasta,  senza ricevere risposta, ed uscì nel corridoio avviandosi verso l’ascensore per ritornare in divisione.

Giovanni Caruso, ecco che subdolo,  sentì il diabete, impossessarsi dell’equilibrio, caricarsi sulle spalle, indebolirgli la vista, la forza delle gambe e cercò per quanto gli fosse possibile, di affrettarsi, sperando di giungere in tempo al suo armadietto, mangiare qualche biscotto, riequilibrare il tasso glicemico, dunque svestirsi del camice, prendere la borsa, timbrare il cartellino per l’uscita, raggiungere l’auto e con grande prudenza, ritornare a casa, ripromettendosi di fare rapporto dell’accaduto al Dr. Sebastiano Scannato, Direttore Sanitario del Nosocomio, che ebbe giusto in tempo d’ imbastire un richiamo e lasciare il campo per l’avvento del grande, famoso, Insuperabile Restauratore Dr. Garruso.

La climatizzazione del Nosocomio, evidentemente è stata costruita senza seguire le linee guida in materia. L’Ingegnere Filippo Rascone, fratello del Tecnico Erminio, amico fraterno di Ettore Maniscalco, con studio nella città di Nesaca della provincia di Megatta nella Regione Revita di Balsomera, specializzato nella materia, transitando per i locali del piano terra, in visita al padre ricoverato,  proprio durante la messa in opera, voltando lo sguardo in alto, ha fatto notare agli operai che il lavoro che stavano svolgendo, non era appropriato.

L’opera di climatizzazione non corretta, è un’opera volutamente costruita all’incontrario, non in linea con i canoni di un buon funzionamento o per meglio dire, non è funzionale all’ equilibrio ambientale, è un inevitabile spreco di energia, ed ha bisogno di continue ristrutturazioni, dunque non è che un appalto clientelare, perché sul demolire e ricostruire la tangente è più stabile ed il controllo più difficile.

L’apparecchio per la regolazione del clima nella struttura Ospedaliera, produce aria calda ed aria fredda, senza controllo e passa, dal freddo, al caldo, al troppo freddo, al troppo caldo, accumulando condensa sui pannelli di polistirolo che gonfi come bubboni, flaccidi, si lasciano cadere senza porre attenzione per chi transita sotto di esso, causando una sequela d’infortuni, il più non dichiarati, inondando il reparto dei neonati di tanto, tanto freddo che le mamme od i loro familiari sono costretti a vestirli, d’estate invernali, con un pesante copricapo in testa, e viceversa in inverno, le  stanze di degenza, di laboratorio, il  corridoio, a macchia di leopardo, un locale adiacente all’altro, hanno un clima diverso, insomma gli erogatori non sono stabilizzati, creando nocumento nei pazienti e nei visitatori oltre che nel personale.

Il sistema di climatizzazione, è ritenuto secondario all’ambiente dell’Ospedale, è evidente dice Giovanni Caruso, non rientra nei canoni del servizio,  vista l’indifferenza del Primario e dei Medici della Radiologia che hanno provveduto diversamente, con apparecchi al muro.

Il neo Tecnico, Salvatore Gallo, responsabile della rete elettrica e climatica, insomma della manutenzione, si è vestito dai piedi, pancia e fino al collo, dei vizi del suo predecessore, Francesco Melzo,  che in combutta con la Dssa Michela Calapetra, per anni, ha contrabbandato il vecchio con il più vecchio facendolo apparire nuovo.

Giovanni Caruso, indignato, si è preso la briga di farlo presente a responsabili ed osservatori, di chiamare in causa, perfino i visitatori.

La risposta della Dirigenza, è stata di rimandarlo  ad un altro, in un continuum di scarica responsabilità, senza soluzione, allo stesso modo per la candeggina dei pavimenti che lascia un odore nauseabondo, ed ogni altro servizio rientrante nei canoni di decenza e funzionalità richiesto.

Il sistema usato è identico, di esporre il reclamo all’impiegato dell’Ufficio Economato, Costantino Bruciato, e Giovanni Caruso, quasi gridando, ingiunge di provvedere, aggiungendo che non è l’impiegato che fa gli appalti della fornitura.

Il  cambio di temperatura è pernicioso, infastidisce le persone, i pazienti debilitati, e quest’anomalia, pensò Giovanni, potrebbe essere una probabile causa dell’accelerazione del calo glicemico, infatti il cambio repentino di temperatura, è potenzialmente dannoso alla salute, sia dei pazienti ricoverati che dei familiari e degli operatori, crea altra sofferenza all’ammalato, insomma anziché curarlo si peggiora la sua condizione.

Il Responsabile Dr. Rocco Russo, che ha il compito di sorvegliare ed operare in modo che sia tutelata la salute dei lavoratori sul posto di lavoro, che il luogo ove si svolge l’attività lavorativa, sia salubre, non risponde, non è reperibile, insomma sfugge alle sue funzioni,  ogni impiegato, interpellato, si sfila con cautela e rimanda ad altri. 

La televisione in questi giorni trasmette una pubblicità per conto del Ministero della Salute, invita le persone anziane, i bambini e chi non è in buone condizioni di salute ed anche chi lo è, ad evitare gli sbalzi climatici, dichiarando che sono dannosi alla salute.

L'Ospedale di Loguma, con l’aria condizionata irregolare, anormale, con stanze, diagnostiche o calde o fredde, così i corridoi che uscendo da un clima, ne incontri un altro, con un evidente e pernicioso disturbo che compromette la salute dei pazienti, dei familiari, non escludendo gli operatori, secondo questo proclama, dunque corre il rischio della chiusura, dice Ettore Maniscalco, illudendosi che alle parole seguano i fatti.

La denuncia di questo stato di insalubrità ricorrente nell'Ospedale di Loguma, non trova riscontro anche perché l’ufficio reclami, aperto è sempre, anche nei giorni di ricevimento, perennemente chiuso.

I Sindacati, coloro che sono  Responsabili, preposti alla Protezione ed alla Salvaguardia, alla tutela della Salute dei Pazienti, degli Operatori e dei Cittadini, non se ne curano, l'Ospedale di Loguma, ha il paradosso di considerare la Salute, un'opzione, un evento accidentale.

Il Dr Agugliaro Renato che è stato nominato, Commissario, Manager dell'AS di Madde nel cui Territorio insiste l'Ospedale di Loguma, è chiamato a risolvere l’inefficienza, e non a tamponare il disservizio, troppi soldi pubblici sono stati sprecati,  tante le incompatibilità da eliminare, dice Ettore Maniscalco, oltre alla scia di Ladroni che ha seminato il Dr. Giarruso.

Il risultato, comunque credo che sia un altro giro di Giuoco delle  Tre Carte, dice Giovanni Caruso.

Le elezioni sono prossime e dunque si creano i presupposti per non cambiare nulla, per tenere la Sanità' Pubblica, sotto il tallone della politica.

Il restauratore Dr. Giarruso, che la cittadinanza di Loguma, continua a decantare elemosinando, era un sacco pieno  di possanza e l’Apparenza gli mangiava i polsini, sono evidenti, quanti, tanti soldi pubblici sono andati a finire in solai fatiscenti e condizionatori d'aria inefficienti, ecco i risultati della sua rivoluzione.

Il Dr. Agugliaro Renato, neo Manager  o Commissario, con il retrobottega invaso da topi, blatte volanti e formiche zoppe, con le striminzite energie  a disposizione, impegnato a spenderle a saziare questi coinquilini, nulla potrà fare se non continuare a sperperare il denaro pubblico, in un giuoco perverso a ruota della politica.

L'Assessore Lino Modica, partito lancia in resta con la richiesta di revoca dei provvedimenti emanati dall’Assessore alla Sanità defenestrato, è stato remunerato con altro incarico ed è stato congedato, le allodole hanno lasciato il cornicione del palazzo, hanno derubricato il richiamo in epiteto ed ogni velleità è andata perduta.

La classe Dirigenziale del servizio pubblico, alla quale si è accodata quasi per intero, quella Tecnica ed Infermieristica ed il resto a scalare, con la speranza di ottenere un appannaggio, un  privilegio, dice Ettore Maniscalco, si è avviata verso la conquista del vello d’oro in una competizione irrazionale.

Il rapporto umano dei lavoratori, è stato condotto alla frantumazione,  il tessuto comunitario non migliora, anzi si deteriora sempre di più,  insomma il concetto di quantità a discapito della qualità, si è rafforzato creando attrito e scontri fisici oltre quelli verbali.

La ricerca di un equilibrio esistenziale, dice Ettore Maniscalco, richiede un  impegno non indifferente, è un dialogo annoso, quotidiano con la propria mente, e gli eventi di qualsiasi natura, lasciano qualcosa, comunque ferite, indipendentemente dalle capacità acquisite.

La mattina di Giovanni Caruso si è protratta nella solitudine, il lavoro ambulatoriale e di reparto, lo sfruttamento ha raggiunto il culmine, i colleghi sono a disposizione del Primario, hanno preso altre strade o sono rimasti in attesa della chiamata senza pensare che sarebbe stato utile dare una mano.

La lite non conduce a nulla di buono, allora Giovanni Caruso s’allontana, ha bisogno di mangiare qualcosa, forse è in calo glicemico ed entra nella stanza riservata al personale Tecnico, apre l’armadietto, tira fuori il pacco con le fette biscottate, ne offre alla collega e lo appoggia sul tavolo mettendolo a disposizione, dunque prende un altro pacchetto e si siede con le spalle poggiate alla filiera degli armadietti, osservando il cielo che si srotola, con le nuvole bianche, oltre le finestre, ascoltandolo in sottofondo, attenuando o per non ricevere, le sperequazioni filosofico-programmatiche del Primario.

La caffetteria è aperta, il Dr. Basile Bovotello con i collaboratori, i più attenti, a semicerchio, Neva Balana, Moleno Ivano, Parino Giuseppe, Tstanera Fabio ed Arlata Vera, evidentemente ecccitato dal caffettino che la D.ssa Balana, gli ha offerto con una sollecitudine che a dire interessata, è una quisquillìa,dunque incitato discetta, discetta e discetta senza interruzione, solo per sorbire un goccettino, circuendo l’intelligenza dei presenti che a dire il vero, assentono automaticamente.

Giovanni Caruso, intanto attende, con sofferenza trattiene l’urgenza, e con lungimiranza aspetta che la Scienza traslocasse nelle rispettive locazioni, chiudesse la pausa ed  andasse ad occupare il posto di lavoro od altro, insomma attese che la riunione fosse  terminata, dunque esaurito il giuoco del gratta e gratta, recuperata la quiete, si riversa sul divanetto con una residua fetta biscottata in mano.

La stanchezza fisica e nervosa, accumulata nella mattinata, ha l’effetto immediato di fargli abbassare le palpebre sugli occhi, in un sostanziale indebolimento, riuscendo a malapena a sentire, la voce di Silvana che lo chiama, riportandolo in sala, e quasi a giustificarsi, gli offre  un biscottino.

La città di Loguma, è un fortino ed in essa, ospita una variegata umanità che esegue in silenzio un protocollo di riservatezza, di neutralità, ricevuto in eredità dai predecessori.

Gli ospiti, hanno la capacità di acquisire a tempo di record la procedura e magari  hanno la temerarietà di aggiungerci qualcosa di vitalizzante, nessuno osa interrompere il movimento, anzi ogni mattina c’è qualcuno che si preoccupa d’annaffiare l’aiuola, la bagna ed a volte si alza anche la notte credendo che abbia dimenticato di compiere quanto affidatogli.  

Il Dipendente che crede di essere indispensabile, si riempie di furberia ed alita qualche briciolo di potere, dunque assume immediatamente nei confronti degli altri, le caratteristiche di un Padroncino.

Il ricatto è una risorsa idonea a sguinzagliare i collaboratori che si espandono in contenitori sempre più complessi tale da sfuggire, nella loro interezza, ai principi contemplati nella regola generale di Servizio verso i cittadini

La regola generale se non rispettata, è resa talmente evanescente che in pratica si fa  secondaria e chi ne richiede il rispetto e protesta, viene circuito, deviato e messo a dura prova.

La pazienza e l’intelligenza, dice Ettore Maniscalco, mortificate sono affidate ed aggiunte per ammorbidirle, ad un controllore che comandato, pilota il cittadino-aggressore, verso le stanze vuote, ad inseguire addetti inconsapevoli, che dirigono i lavori senza gli strumenti necessari a svolgere il compito.

La polvere ha acquisito potere e si erge a pilastro, insomma ha ritagliato la sua striscia di protezione.

Il Potere politico che lo ha nominato, esige il rispetto delle regole dettate dal sistema, gli ingranaggi hanno caratteristiche soprannumerarie che obbediscono a principi di accaparramento personale.

Il manager non ha finalità verso il bene comune e costantemente, viola la legge, nell’euforia dell’impunibilità, lucra sugli appalti, acquistando presidi di scarsa qualità ed ottenendo, la differenza sul fatturato.

Il fenomeno è in pieno svolgimento ed i lavoratori sono gli unici a pagarne le conseguenze.

L’intervento della Magistratura è lento ed il suo ingresso, il più delle volte è di un accomodamento che riesce a mortificare anche i meno dotati che a volere vedere pare che i neuroni siano muniti di traveggole, cosparsi di ritardanti si muovono con una tale lentezza da risultare, fuorvianti, inutili.

I vari elementi che compongono i collegi, spesso sono trasversalmente influenzati, la salute dei cittadini è contrapposta al diritto del lavoro, levitano la divisione dei problemi, diversificano il significato, sciogliendo così in una tale quantità di rivoli, la risoluzione che perde efficacia.

Lo svolgimento di un servizio nell’interesse pubblico, è secondario e gli  impiegati dell'amministrazione pubblica, personale sanitario, operai, tecnici, hanno un’influenza indiretta sui costi, però sono ritenuti carichi che gravano sul bilancio, dunque il peso numerico viene alleggerito ed arriva il momento che il personale ridotto, non è più in grado di sopperire alle esigenze, neanche a quelle quotidiane, il servizio scende sotto il livello della sussistenza, il sistema, dunque  si avvita su se stesso ed a soffrirne sono i cittadini ed i lavoratori.

L’operatore, mortificato nella sua professionalità, inevitabilmente crolla. Lo studio e l’esperienza sono buttati nel cestino e non è più utile agli altri. La quotidianità diventa fragile e basta un niente perché scoppi la lite.

Il giovane Medico, con l’euforia dell’età e qualche altro epiteto, ha accarezzato con la mano sinistra, l’ufficio accettazione ed ha varcato la soglia della porta d’ingresso che immette nel corridoio, ai lati del quale, a destra si allarga in una sala che accoglie oltre alle persone, letti, sedie e barelle, in attesa di eseguire l’esame, a seguire  le diagnostiche, T.A.C. con refertazione, dunque a sinistra la sala per gli esterni, ed il resto del reparto di Radiologia.

Una cassapanca di circa un metro e mezzo per sessanta centimetri, posta sulla sinistra, sotto la finestrella dell’Ufficio accettazione, accoglie due o tre contenitori per pellicole radiografiche, esaurite, usate a deposito delle richieste di esami di reparti, ambulatoriali e di pronto soccorso, trascritte nel computer e stampate, pronti per l’esecuzione.

L’accettazione, apre a sinistra con una vetrata  su un’ampia sala il suo contatto con il pubblico, ove con entrata propria, ospita i pazienti esterni, gli assistiti, con familiari ed accompagnatori, in attesa dell’esame ambulatoriale.

L’ufficio accettazione,  le impiegate, sono strette in una morsa spettacolare o meglio subacquea,  da una variegata umanità, a volte, secondo l’affluenza ed i giorni, in un abbraccio mortale.

La vetrata abilitata a separare e proteggere le impiegate da qualche male intenzionato, è fragile, si dimostra di una debolezza spaventosa, afferma Ettore Maniscalco, non è facile mantenere il controllo e le condizioni di clima e di salute non aiutano, e capita che qualche familiare salta sulle righe e non è presente l’autorità che possa calmare gli animi.

Il giovane Medico, dunque afferra la richiesta, e quasi s’avventa sul Tecnico, Giovanni Caruso  che tentava di resettare l’apparecchiatura digitale che non visualizzava l’esecuzione di un esame di Pronto Soccorso, residuo della notte od addirittura della sera, rimandato a quella mattina.

L’esame non comparendo sulla faccia del computer, non poteva essere sottoposto a controllo e tanto meno alla refertazione, dunque correva il rischio che andasse perduto, anche perché la rete presentava dei buchi che i tecnici intervenuti più volte, non erano riusciti a chiudere.

La non connessione, si era appalesata in diverse altre occasioni, evidentemente, il problema non era stato risolto, solo rattoppato.

La richiesta di una nuova, apparecchiatura  espressa più volte, non aveva sortito nulla di concreto, il Primario Dr. Basile Bovotello, restava in silenzio, inducendo chiunque ad un ragionevole dubbio, a pensare che fosse un omaggio dell’appalto, dunque non restava che proseguire a singhiozzi.

La mattina aveva lasciato il sole in strada ed il caldo emanato dai condizionatori instabili, non lasciavano ben sperare.

Il Medico, Dr Luigi Petrolla, con la sua esuberanza goliardica, aumentò la difficoltà, di Giovanni Caruso che ritenne quel comportamento poco  riguardoso, diciamo pure maleducato.

Lo stress accumulato di recuperare l’operatività dell’apparecchiatura, mise il Tecnico sul piede di guerra, e contrappose alla sua irruenza, un  tono di sofferenza, l’intervento del Primario a difesa del Medico, scatenò uno  scoppio d’ira bestiale, represso con una grande, contorta, mortificante fatica.

Il recupero dell’equilibrio, causò in Giovanni Caruso, un effetto glicemico parossistico che lo costrinse a raggiungere a tentoni la stanza riservata ai tecnici e stremato, cadde pesantemente sul divano, tirando fuori dalla tasca del camice, le sigarette e cominciò a fumare nel tentativo di sedare quel tremore che gli scuoteva le mani ed i piedi e lo copriva di sudore, nel tentativo di recuperare le forze ed il respiro che gli faceva fretta e non si calmava.

Il bisogno di rispetto, è uno scontro con gli altri, il diritto di esprimere la propria opinione è di una difficoltà enorme, il lavoro è stato trasformato in un atto di mortificazione, il lavoratore che reclama i diritti è considerato un destabilizzatore.

La richiesta di rispetto, è causa di dispute, e molte volte, conduce alla lite, insomma  è una guerra di religione, il sindacato si contrappone all’altro, in uno scontro che non porta benefici ai lavoratori e neanche ai pazienti.

Una visita, dice Ettore Maniscalco, all’amico, dirigente sindacale, Carlo Cappadona, alle persone  ricoverate, constaterebbe quanto è noto,  un disservizio mortificante, con l’intento non certo che possa risolvere il bisogno di pulizia e rispetto, almeno, con la speranza di richiamare i Dirigenti Sindacali a farsi carico del sopruso ed intervenire.

Il cibo distribuito, cucinato e confezionato dalla mensa aziendale concessa in appalto alla società Canestrino,  non è mangiabile, ed il problema purtroppo non riguarda, solo la gestione locale, le inefficienze hanno carattere generale e ricadono sulle spalle degli operatori e dei pazienti.

Il Nosocomio, era munito di una cucina appena rinnovata, con personale e maestranze di rara qualità che sfornavano pasti e contorni, succulenti, prelibati, l’esperienza è stata dispersa ed i macchinari resi inutili o spariti.  

Le segreterie Sindacali hanno il dovere d’intervenire, prendere posizione  e non starsene a guardare od al più scrivere comunicati che vengono cestinati.

La direttrice che al reclamo dice che è in programma un altro appalto, è un pericolo dietro la porta, l’operatore solitario, non ha la capacità di cavare un ragno dal buco.

Il cibo distribuito ai pazienti dell’Ospedale di Loguma, non lo mangerebbe neanche un extracomunitario, un migrante sbarcato da un barcone alla deriva, con gli occhi fuori dalle orbite, debilitato, dopo un lungo viaggio senza bere e non sappiamo, se  ha attraversato il deserto.

Ettore Maniscalco, a rafforzare quanto esprimeva, volle raccontargli un episodio di Vita militare.

Il  ragazzo di circa quarant'anni fa, chiamato a fare il servizio militare, interpretava quest’obbligo, alla stregua di un’interruzione forzata del percorso di gioventù, un’estrazione violenta dalla sua casa e dai suoi amici, per una buona percentuale era onorevole addestrarsi alle armi per difendere la patria, l’altra,  considerava la caserma dei carabinieri, un presidio di sopraffazione, aveva paura e fuggiva alla vista della divisa, per il resto era l’occasione per alleviare la fame, soprattutto per sopperire al cibo che in casa scarseggiava o gli mancava.

La vita militare, gli dava la speranza, la possibilità di mettere qualcosa sotto i denti, la povertà sopraffaceva il paese, ogni località specie nel sud,  non conosceva la qualità della cucina, il bisogno di riempire la pancia oltrepassava il gusto della pietanza ch’era bassissimo, lasciava molto a desiderare, dunque nessuno s'appellava, anzi molti raccoglievano quello che gli altri non riuscivano a portare alla bocca e si saziavano, racconta Ettore Maniscalco.

Un giorno, ch’era venuto in visita il colonnello Comandante, e chiese sulla qualità del rancio, Giovanni Caruso, ebbe, non so se chiamarlo coraggio od altro, di alzarsi dalla panca e dirgli, nel silenzio più totale dei commilitoni, che quel cibo non era buono ed anche insipido, che almeno dessero una quantità maggiore di condimento per alleviare la sofferenza.

Giovanni Caruso, sentì un brivido scivolargli sulla schiena, non ha vergogna a confessare, appena smise di dire quelle parole e si sedette.

L'indomani, però una lunga filiera di tazze con condimento correva in mezzo ai tavoli ed ognuno s'avventò su di esse con soddisfazione.

Il sindacato, dice Ettore Maniscalco, non è chiamato a servire la patria, se ha preso l’impegno, ha l’obbligo di assicurare il lavoratore, deve avere il coraggio di denunciare il malaffare.

La libertà, non cerca compromessi per salvare la propria pelle, la realtà della Sanità è dei pazienti e di chi vi lavora, le persone che vanno in Ospedale è perché stanno male, per mezzo delle tasse, hanno pagato il loro ricovero, dunque hanno il diritto di essere rispettati e curati.

La Radiologia, naviga nel caos gestionale più totale, aggiunge Giovanni Caruso, amico di Ettore Maniscalco.

Il Primario, Dr. Basile Bovatello, responsabile della divisione, crede di essere un Signorotto, s’affaccia nel corridoio per richiamare all’ordine.

Il Governatore dello Stato, disturbato, con la sigaretta in mano, cerca ed  interpella l’infermiera che non ha il tempo neanche di respirare e la invia sul luogo del delitto a sedare la rivolta.

La confusione, riempie il corridoio, le sale d’attesa, e chiede a chiunque gli passi davanti, cosa succede, non si cura della fatica degli operatori senza inserviente, che sono costretti a trasportare il paziente in sedia od allettato, introdurlo in diagnostica, metterlo sul tavolo della TAC, radiologico, per eseguire l'esame.

L'inserviente,  se c'è ed ha voglia di ascoltare, lascia le pulizie e s’avvicina,  altrimenti il Tecnico, è costretto a chiamare i familiari che di norma vanno rimandati indietro, che aiutano  a spostare l’ammalato, altri borbottano e si rifiutano.

Il personale, manca, è assente,  i ragazzi preparati all’uopo con la competenza e la manualità, con il corso di specializzazione espletato, rimangono in attesa di chiamata, ed è probabile, dice Ettore Maniscalco, che l’incarico venga dato per un servizio diverso da quello conseguito od a personale non specializzato con qualche amico nel palazzo.

Il Dirigente, insegue il  numero di esami, uno, cento, mille, più pezzi, più valore, più prestigio e la  qualità diminuisce, la probabilità di errore aumenta ed in medicina, con la salute delle persone,  il giuoco è pericoloso.

Il Padrone, è allergico alla confusione che gli corre alle spalle, non gli permette di scrivere il referto in silenzio.

Il corridoio che s’agita e si ribella al tempo che trascorre, è pernicioso, il paziente in sedia od allettato soffre ed allora i familiari alzano la voce e tentano di sopraffare il personale.

Il corpo umano, dice Ettore Maniscalco, oltre ai vari organi interni e le ossa, è composto di muscoli, articolazioni, tendini che lo sostengono e questi sottoposti a sovraccarico, a movimenti non idonei, rischia danni alla sua integrità, dunque costretti a spingere  sedie, letti per mancanza dell'inserviente che in pratica non è la persona idonea a spostare i malati, comunque, osserva Giovanni Caruso, si ricorre a questo personale non qualificato quando è presente, se a disposizione,  se è disponibile o non fa orecchio da mercante.

Le apparecchiature radiologiche appena comprate, relativamente da poco tempo, sono già obsolete, tanto che quasi ogni giorno e senza alcun preavviso, non ritardano mai,  vanno in blocco, hanno una protezione inadatta, non perfettamente adeguata, un’aggravante che usura, stressa il lavoratore ed ogni intervento verbale, non sortisce nulla, ed al Tecnico non resta che chiudere la porta ed incollargli sopra, l’adesivo all’uopo predisposto.

L’Apparecchio radiologico pensile, scivola per mezzo di binari agganciati al tetto, scorre verso destra, sinistra, ruota in verticale, in orizzontale, in obliquo, a seconda della necessità e viene usato per eseguire esami a pazienti allettati, o su barelle inviate dal pronto soccorso per evitare che le persone incidentate, comunque la persona traumatizzata, venga mossa il meno possibile, in linea di massima è questo il suo uso abituale e dunque ha bisogno di una manutenzione continua, è comunque il sollevatore, è lo strumento più utile, pone il paziente sul tavolo e l’esame verrà più definito.

Il personale specializzato, di competenza a società di servizio esterno, non è sollecito ed è inadeguato, e l’apparecchio non ottimizzato, altrimenti stabilizzato, si trasforma in un attrezzo incontrollabile, una bestia che scalcia, in lotta contro il Tecnico, prova a  stancarlo, debilitarlo, a fargli del male, e ci riesce, ha un’alta percentuale di sopraffazione.

Il Tecnico di Radiologia Giovanni Caruso,  in sevizio presso l'Ospedale della città di Loguma, racconta Ettore Maniscalco, verso la metà del mese di Luglio, prossimo ad andare in ferie per il recupero biologico, che è stato trasformato in malattia includendo le festività, dunque decurtandolo di due giorni, ed a nulla sono serviti i ricorsi legali, sicuramente concordati altrimenti non si spiega la vittoria ed i rimborsi, a livello nazionale, forse gli mancava qualche settimana di servizio, ecco che, supportando per mesi ed anni, apparecchiature mal funzionanti, mal sincronizzate, o peggio prive di un’adeguata manutenzione, con un’assistenza impreparata ed incapace, insomma in una gara quotidiana a supportare strumentazione e servizio al limite dell’impossibile, nel manovrare l’apparecchio  Radiologico pensile, che l’invalidità e l’inabilità di salute nelle condizioni normali di lavoro, non gli avrebbero permesso, è stato colpito alle spalle, all’improvviso, la manovra, gli è risultata pericolosa, causandogli un trauma alla  colonna vertebrale.

L’occasione della verifica del danno, gli è stata offerta dal collega di turno, al momento non impegnato, che in linea del tutto eccezionale, gli ha permesso, gli ha concesso di eseguire la Risonanza Magnetica, dunque di constatare cosa gli fosse accaduto.

La Risonanza Magnetica nel giro di circa ottanta  minuti, gli ha dato il responso, insomma Giovanni Caruso,  ha subito un trauma alla colonna lombare, gli è stata diagnostica un’ernia con fuoriuscita di materiale discale L5 - S1.

La mattina successiva, con il referto dell’esame eseguito, con  l’apertura della  pratica di Infortunio sul Lavoro della D.ssa Lina Peroletta, Medico del Pronto Soccorso, Giovanni Caruso,  è stato inviato a consulenza nel reparto di Ortopedia.

L’Ortopedico in servizio,  Dr. Gerlando Ornaco, visionata la R.M., lo visita e gli ha prescrive 15 giorni di riposo e terapia, salvo complicazioni.

Qualche giorno prima della scadenza dei quindici giorni di riposo e cura, Giovanni Caruso, secondo procedura, è ritornato a controllo specialistico all' Ospedale di Milazzo e l'Ortopedico di turno, Dr. Calogero Scalmo, oltre ad una nuova cura che la prima a base di cortisone gli era risultata piuttosto faticosa, gli ha causato un’impennata della  glicemia ad oltre 300, essendo sofferente della patologia diabetica, gli ha prescritto ulteriori tre settimane di riposo.

Il  giorno di scadenza della malattia per Infortunio sul lavoro, Giovanni Caruso, si è presentato al Centro Assistenza, munito del certificato di controllo del Medico Ortopedico e della documentazione relativa prodotta dal Pronto soccorso con il verbale, dichiarazione sottoscritta dal Primario, nel quale vi era descritto la dinamica, come si fosse verificato l'Infortunio.

Il Centro Assistenza, forse quel mattino era stato disabilitato, le indicazioni direzionali, sono inesistenti o si sono volatilizzate e  l’entrata è rimasta sguarnita, dunque Giovanni Caruso, cerca di capire, corre verso il chiacchiericcio delle persone in attesa, a quell’ora già piuttosto indisposto per non dire arrabbiato, che si sviluppa in fondo al corridoio.

Giovanni Caruso, dunque con la busta sotto braccio, entra in una specie di prefabbricato metallico, in un labirinto di pareti componibili, a disegnare corridoi e stanze, e finalmente s’imbatte in un corpulento impiegato con sulla punta del naso, un paio di occhiali colorati, azzurro, verde, giallo, rosso, di sicuro molto appariscenti, ed a dire vezzosi è una piaggeria insolente e che comunque hanno avuto il potere di sciogliere la tensione, una strana sensazione si è aperta la strada, forse l’impressione di riconoscerlo anche se la memoria non riportava altro, comunque è stata davvero  inclusiva a presentarsi.

L’invito perentorio di uscire ed aspettare in sala, allontanò la possibilità che gli era scaturita, di un buon rapporto che cercava di instaurare e docilmente, uscì dal labirinto e prese posto in una delle sedie disposte all’uopo, accettando la promessa che sarebbe stato chiamato al più presto, comunque confidando  nel tono amichevole.

L’Ufficio di accettazione del Centro, non è un salotto dove le persone conversano, a malapena qualcuno si alza, forse con l’intenzione di spolverare il tempo e ritornare a sedersi, con la scelta obbligata di sorbirsi un tremendo gorgogliare, proveniente dai servizi igienici.

Il salone è sopraffatto da un rumore di scarico o qualcosa di simile, sordo e continuo, a Giovanni Caruso incomprensibile, proveniente dai bagni situati nell’angolo di destra.

L’attesa, si consumava, diciamo silenziosa, il salotto, insomma teneva a bada gli istinti irrazionali, il peggio si muoveva dall’altra parte.

La sala, insomma non era salottiera, teneva il passo degli avventori, fermo, incollato al pavimento o meglio le spalle ed il posteriore, alla sedia plastificata, qualsiasi osservatore  o nuovo inquilino, era dichiarato clandestino, insomma non era accettato, o meglio accolto con sospetto, scrutato con interesse, infatti secondo l’amicizia che conservava, poteva risultare un temibile avversario.

La pazienza non è una virtù, è l’illusione che svanisce e si veste di una pratica di violenza, e quando la voce dell’impiegato esce da quel labirinto, a chiamarlo, è davvero una liberazione, comunque non è finita, la pratica è inserita nel computer e passa alla segreteria.

L’ingresso non è agevole, la fila o che sia altra cosa, non è dato capire, persone che  entrano ed escono, altre che aspettano, ha bisogno  di tempo ed il numerino, è una parola magica, una dose massiccia di adrenalina che aiuta a che la giornata prosegua senza tentennamenti e quando circa un'ora, e mezza, due, viene il turno d’entrata, la segretaria, nell’esuberanza di una moderna matriosca, nella poltroncina girevole, gli chiede le generalità, la documentazione dell’Infortunio, Giovanni Caruso,  allo scopo di compiacerla e non farle mancare nulla, per sollevarla, le acclude la carta d’identità ed invece è costretta ad alzarsi, ed è una sofferenza vederla obbligata a fare le fotocopie. 

Giovanni Caruso, pensa che non è onorevole, essere sforniti delle carte, della documentazione, non pensa che la causa sia una mancanza di organizzazione, quasi saltella sulla sedia e si commuove nell’osservare con attenzione quasi morbosa, il trasporto di quell’enorme corpo, rimane dispiaciuto vederla rimettersi a fatica dietro la scrivania, utilizzando un passaggio, non proprio adatto alla sua circonferenza.

L'Arroganza del Medico, Dr.ssa Letizia Lardona, preposta alla disamina della sua pratica, con ufficio che si apre sul corridoio verso l’uscita, è pesante, lo stanca più di quanto non l’abbia fatto, la mattinata nell’imminente visita.

L’ingresso nell’ufficio è ritardato dalla segretaria che accosta alla porta, non gli lascia lo spazio necessario per il passaggio e non voleva strusciarla.

La Dr.ssa Letizia Lardona, esordisce chiedendogli oltre l’età, dalla quale si evince,  è chiaro che non ha letto la pratica, come mai continuasse ancora  a lavorare.

La risposta di Giovanni Caruso, è un compromesso che il  tono tradisce scontrandosi con la verità.

La mancanza di contributi a fronte di 20 anni di lavoro che uno o forse più datori di lavoro privati, di certo lestofanti, fuori legge, autorizzati  dalla mancanza di controlli o che siano stati guidati altrove per interessi insospettabili, gli hanno apparecchiato, ritrovando alla bisogna, versamenti per soli 4 anni 2 mesi e 2 giorni, lasciandogli l’unica scelta, la pensione di anzianità  a 65 anni che l’intervento criminale, sconsiderato della legge Fornero, ha  vanificato, riprogrammandogli, allungandogli, per ancora un anno e mezzo, due o chissà quanto, insomma Giovanni Caruso con la barba che ormai gli è arrivata sul petto, non è più abile a far di conto, ha scordato i principi su cui si basa la contabilità pur avendo il diploma di Ragioniere e Perito Commerciale, è anche costretto a dare spiegazioni e subire il turpiloquio della D.ssa Letizia Lardona.  

La Dr.ssa Letizia Lardona, intanto, con il verbale d’infortunio in mano, sottoscritto dal Primario di Radiologia Dr. Basile Bovotello, la relazione del Medico di turno al Pronto soccorso ed il resto, prefigurava l’esito, facendo intendere che stesse leggendo, errando i termini e l’esposizione, certo volutamente, non si spiegherebbe altrimenti, contestando nelle righe, con  una confusione inspiegabile, delegittimando l’accaduto, facendogli credere, addirittura che quelle non fossero le sue carte.

Il certificato era già stampato, le caselle riempite,  pronto  sulla scrivania, per la firma e la consegna, insomma dichiarava la cessata infermità, l’idoneità a riprendere il lavoro, concedendogli, altri sette   giorni di riposo.

La protesta di Giovanni Caruso, dice Ettore Maniscalco, fu spontanea e dolorosa, pur tuttavia riuscì a trattenere la rabbia che gli sgorgava da ogni capillare, dicendo che in quelle condizioni, non era in grado, non avrebbe potuto, riprendere il lavoro.

La decisione era stata presa, l’offensiva di Giovanni, l'ha invitata, indotta a muovere con malagrazia, la corpulenta, robusta e mascherata figura di femmina, alzarsi dalla scrivania ed in modo del tutto superficiale e per nulla specialistico, a simulare una visita alla colonna lombare, senza sfiorarlo, asserendo che era davvero una brutta schiena, aggiungendo per non perdersi il momento,  che aveva il diritto di chiedere una mansione diversa da quella per la quale era stato abilitato a svolgere.

Giovanni Caruso,  sbalordito dal consiglio, dall’ardire della Dr.ssa Letizia Lardona, del Centro Assistenza dei lavoratori di Loguma, mortificato  dall’incontro dissacrante, con la busta dei documenti in mano, non avendo idea di cosa fare, forse di aggredirla, comunque di renderla umile, inutile, l’ha salutata e senza ricevere risposta, è uscito dall’Ufficio tenendosi la bocca ben stretta labbro su labbro e le mani legate al fondo schiena e si è allontanato lungo il corridoio verso il portone in vetro anodizzato, dirigendosi verso l’apertura dalla quale era entrato quella mattina, rimuginando che il C.A.L., non svolgeva la funzione statutaria, questo Medico, s’accaniva sulla persona colpito da infortunio, tradendo, perfino il giuramento che ha fatto al ricevimento della laurea.

Il passo incerto, Giovanni Caruso, cerca un solido equilibrio per camminare nella strada, ed ecco che la memoria  gli rammenta, in modo confuso a dire il vero, di  una distorsione alla caviglia sinistra e del trattamento che non era stato molto diverso, forse era un altro Medico, certo dello stesso sesso, di sicuro, più aggraziata nella Femminilità  e che aveva trattato la pratica, con lo stesso risultato, rimandandolo al lavoro zoppicante ed e ancora oggi, ne porta le conseguenze.

I casi d’infortunio che hanno subito un trattamento uguale o peggiore, dice Giovanni Caruso, sono tanti, e mi è stato riferito che è un uso frequente, un comportamento abituale,  nel C.A.L. di Loguma, ed i  ricorsi sono copiosi.

Il C.A.L., in caso di perdita, è notorio che subisce un aggravio di spese che naturalmente non vanno addebitate  a chi è Responsabile della non corretta valutazione, per dire meglio della sopraffazione, ed è questa la sicurezza, non perdono nulla di tasca propria, sono sempre e comunque i cittadini a pagare e questo li induce a perseverare, a chiudersi nel Fortino burocratico dell’impunibilità, dell’inamovibilità, ed adesso, per i maggiori costi che la nuova legiferazione ha apportato in materia, i ricorsi e sono davvero insopportabili, quasi vietati, e dunque  non è facile adire le vie legali. L'Arroganza del C.A.L. di Loguma è salita alle stelle, e si fregia pure, statistiche alla mano, dichiara una considerevole diminuzione degli infortuni sul lavoro, insomma il sistema messo in atto è utile, molto buono, serve a nascondere il numero degli Infortuni sul lavoro, la verità.

Giovanni Caruso, a fatica ha raggiunto la sua abitazione, entra e si siede sul divanetto in cucina, ha la bocca arsa, gli pare d’avere attraversato il deserto, avrebbe bisogno di bere un bicchiere, due di acqua, vorrebbe alzarsi, la bottiglia di plastica lo guarda imperterrita dal vassoio posto fra il televisore ed il lavapiatti, la sfida è tremenda, all’ultimo colpo, l’una resta inanimata, l’altro è senza forza, ed è lui che non è fornito di poteri magici, e comunque seppure esce sconfitto dal duello, ha conquistato il beneficio di sedare la sete.

Giovanni Caruso, dunque cerca conforto nel tempo e da una disamina più attenta delle carte, riscontra che la D.ssa Letizia Lardona, non ha accettato e messo agli atti la visita Ortopedica di Controllo eseguita nella struttura Pubblica, è inspiegabile ed allora, si chiede la motivazione per l’esclusione, ovvero dell’elusione di una simile, importante documentazione.

Il C.A.L., al pari della Polizia, Carabinieri, delle forze dell’ordine, espleta un servizio nell’interesse della collettività, dei lavoratori.

La continua morìa di persone sul lavoro, è addebitata alla mancanza di sicurezza, la causa accidentale ha una percentuale irrilevante.

L’ultima cosa che una persona si aspetta uscendo la mattina di casa, salutato la moglie ed i figli, è morire di lavoro.

I poliziotti che arrestano ragazzi per motivi, diciamo non penalmente rilevanti, e li ammazzano a manganellate, calci e pugni, per il gusto di dimostrare che sono i più forti, si divertono nel sentirsi impunibili, e considerano la vita degli altri senza alcun valore, è un esercizio criminale.

Ettore Maniscalco, è esacerbato, indignato dal comportamento abominevole di servitori dello stato ed inoltre, che i Funzionari possano nascondere e magari giustificare queste aberrazioni, addirittura stragi di giovani che stavano dormendo.

Mi chiedo, dice Ettore Maniscalco, con la voce strozzata dalla rabbia e dal dolore, su quale Carta, questi Uomini e queste Donne al servizio dei Cittadini, abbiano Giurato, e che forse è probabile, quasi certo che l’abbiano fatto sulla Pancia e sul Sesso.

Giovanni Caruso, avverte un profondo disagio, un martellare incessante  nella tempia di destra gli ingiunge di chiamare a raccolta i diritti delle persone, a tutelare la dignità dei più deboli.

L’informazione, è un potente richiamo, pensa che deve fare conoscere questa situazione alla comunità, coinvolgere gli amici, ha bisogno che gli altri sappiano, non ce la fa a tenere dentro, questa storia, gli scoppia il cuore, il cervello, ha la necessità di coinvolgere la cittadinanza e pensa che l’unica soluzione è il Social network.

Il  pomeriggio che la mattina svolge il suo servizio, Giovanni Caruso, cerca nel Computer la solidarietà degli amici, è un’autodidatta ed ad ogni pensiero si esalta, è contento che il problema è conosciuto, ed allora si dice, forse assieme si può ottenere una maggiore sicurezza  sul posto di lavoro, avere più rispetto dal C.A., si lascia trasportare ed aggiunge  che si può creare un’associazione per la salvaguardia dei lavoratori colpiti da infortunio.

Ogni giorno, dice Ettore Maniscalco, Giovanni Caruso, misura con gratitudine, l’amicizia e gli interventi di stima e di incoraggiamento, gli sono di grande conforto e lo spingono a proseguire.

Giovanni Caruso, scrive al cugino Rosario, che considera un fraterno amico,e gli racconta di quanto accade, del sistema che questi soldati vestiti da generali, applicano per evitare di dare le dovute risposte ai cittadini che contribuiscono a pagare il loro stipendio.

La dimostrazione dell’arroganza che i Medici del Centro di Assistenza della città di Loguma, usano per intimorire i lavoratori, è espressa nel primo intervento, da Oriti Alfonsina.

La dottoressa Lardona, dice, mi è ben nota, non per esperienza personale ma perché tutti i Miei assistiti mi hanno sempre riferito che va ben oltre l'arroganza, è presuntuosa e manca di rispetto verso di loro, senza tralasciare  l'incapacità ...

Ed ancora Albina Lontra che si dice d’accordo e si complimenta.

Alfonso Scarcella, dice che questa pseudo dottoressa deve ritenersi figlia a Dio ad aver incontrato sempre sulla sua strada persone Civili e perbene come Voi.

Elisa Gatto, racconta la sua disavventura e dice,  non sei il primo purtroppo anche a me ha mandato a lavorare con il dito ancora non guarito e ke devo operarmi.

Giovanni Caruso, le risponde raccontandole della distorsione alla caviglia sinistra e continua, sono anni e non riesco a trovare rimedio. Le ossa risultano  radiologicamente integre, volevo capire da cosa potesse derivare questo cupo, sordo dolore. La Risonanza Magnetica, dovrebbe, presumo, darmi una risposta, e così, dopo circa quattro anni che mi trascinavo, tamponando con fisioterapia, ed antinfiammatori,  aggravando la condizione della colonna lombare, ho fatto l’esame, scoprendo che la distorsione  si era cronicizzata. La caviglia mi fa un male tremendo, non ho mai trovato il verso giusto di mettere la gamba, anche se le ossa non presentano frattura, l’articolazione, i muscoli, i tendini che vi stanno attorno ne risentono e si sono ammalati, ho fatto alcune sedute per la cura antalgìca, ricorrendo perfino all’ago puntura. Nessun indice di miglioramento, cara amica Elisa.

Elisa Gatto, gli risponde con un mi dispiace purtroppo ci sono molte persone malvagge e senza cuore e la Lardona è una di queste.

Antonio Presti, Giovanni Volpe, Fabio Falco, Marianna Salerno, si uniscono alla discussione, apprezzano ed incoraggiano.

Anselmo Bombardi, dice, sei un fenomeno ed un vero rivoluzionario

Anna  Lanza, Boris Lenov, gli fanno i complimenti, e gli dicono coraggio.

Achille Lomari, si chiede fino a che punto questa gente possa spingersi... Ho letto tutto e venendo da 19 anni in vacanza a Losica, un villaggio di pescatori del circondario di Loguma, divenuto una fiorente località turistica, rabbrividisco a sentire certi fatti data la mia impotenza su certe situazioni non mi lascia credere bene per la mia giovane età e non  soltanto mi chiedo, dove andremo a finire,  non oso immaginare quello a cui andrò incontro. Un saluto ed un augurio.

Amelia Di Felice, è un’Infermiera Professionale e lavora nello stesso Nosocomio, si conoscono ed ambedue si sono infortunati nello stesso giorno, chiama Giovanni Caruso in chat….

Ciao Giovanni! Io,sono ancora in infortunio, fra qualche giorno devo andare a controllo, speriamo di non trovare questa dottoressa!!MAH!!!........Cmq molta gente si e' lamentata di sta tizia!........"Ci vulissi cacchidunu mi ci duna bastunati"! :))

Giovanni le dice, speriamo che il tuo risultato, smentisca, questa mia disavventura.

L’età e le condizioni, tengono l’umanità separata, considero però, che ogni incontro che Dio apparecchia, lancia ognuno in una corsa folle a bagnarci di gioia, ad illuminarci. Il sole s’alza in ogni angolo del mondo, e c’è un sogno che aspetta, un’isola sospesa nell’azzurro del cielo, con  il mare che accarezza la schiena e gli occhi che scandagliano la sabbia del fondo alla ricerca affannosa di una caterva di stelle marine.  Amelia, anche nella malattia, la solidarietà  raccoglie  l’uno nelle braccia dell’altra, chiamala forza o coraggio, chiamala per nome, non risponde, da domani sono costretto a mettermi in malattia, come avrai letto, la d.ssa Lardona, mi ha chiuso la pratica

Amelia, si,si ho letto e mi dispiace!.......

Ciao Amelia, le scrive Giovanni, il problema è che non posso muovermi più di tanto e non posso di certo andare a lavorare. A presto comunque e tanti auguri a te

Ciao Giovanni, aggiunge Amelia, mi preme dirti, ho saputo che quando ti chiudono l'infortunio, il tuo medico curante, te lo può riaprire con un apposito modulo....

Si Amelia, lo so che si può riaprire l’Infortunio, bisogna fare ricorso e poi, l'altra, l’altro Medico Ortopedico, non mi risulta che sia migliore. La via Crucis è stata percorsa ed il calvario non mi piace, sono stanco, dunque mi ritiro.  Questo  appunto, te lo giuro, lo condurrei alla vittoria, non ho mai rinunciato alla guerra per una causa, non ricordo se si chiami, giusta od onorevole, comunque spero che a te vada meglio. Ciao

Ciao, Giovanni, debbo dirti che purtroppo anche oggi c'era la Dssa Lardona! Mi ha dato solo un altra settimana,secondo lei, dunque dovrei rientrare al lavoro. Sto male,devo ancora andare dal neurochirurgo,ho richiesto con lettera protocollata urgentemente la visita del medico competente....vedremo....
Vorrei vedere LEI andare a lavorare, alza, spostare persone ammalate, che gli manca anche il respiro, con un alito di vita agganciato a dei tubi di plastica a mangiare e bere farmaci, quanto è brava sulla pelle degli altri.

La dott.ssa Lardona, rientra in quella categoria di persone incapaci,  arroganti e malsane. Speriamo che non le capiti mai, nulla di grave e la salute la sorregga sempre. Caio Amelia. Auguri

Roberto Mendolìa che del sindacato degli Infermieri nel nosocomio di Locuma è un valido esponente, intervenendo nel dibattito, informa Giovanni che ha avuto a che fare diverse volte con il C.A.L. di Loguma e conferma che la Dr.ssa Lardona, è ben conosciuta dai poveri lavoratori infortunati: incute timore, è arrogante e sembra che il suo compito sia quello di "stanare falsi infortunati" invece di tutelarne la salute post evento traumatico e di garantire l'incolumità del lavoratore sul posto di lavoro.

Le querele non si contano e ci sono state persone che l'hanno presa a male parole e le hanno alzato le mani. Una volta mi ha rimandato a lavorare con un pollice sub lussato ancora gonfio, dolente nonostante avessi iniziato da un  giorno la fisioterapia al centro di Rebrante dell’Azienda di Madde.

Ho educatamente fatto le mie rimostranze sul fatto succitato e lei mi rispose che potevo lavorare anche mentre facevo fisioterapia!... Come se un infermiere potesse lavorare solo con una mano!... Allora che ho fatto?... Io conoscendola di nome e di fatto, mi sono morso la lingua per non risponderle indecentemente, ho ringraziato per la sua scioccante disamina, e me ne sono andato. La mattina dopo, sono andato dritto dal mio medico curante che mi ha riaperto subito la pratica per un'altra settimana. Ricordo che una pratica di infortunio si può riaprire quante volte si vuole e comunque entro 10 anni dall'evento se si manifestano sintomi e problematiche inerenti ad esse. Quando sono andato poi a visita al C.A.L., la d.ssa Gatto, presumo fosse specializzata in  Ortopedia, mi ha visitato e mi ha dato altri 15 giorni per completare la fisioterapia!... Ovviamente ha voluto che le portassi la certificazione che l'avevo effettivamente praticata. Morale: sono ritornato al lavoro guarito per come si deve! Alla faccia della Dr.ssa Lardona che voleva invece disastrarmi ancora di più il dito facendomi rientrare con esagerato e pericoloso anticipo rispetto al dovuto!.

Caro Roberto, debbo dire che ti è andata bene con la d.ssa Gatto – ecco adesso ricordo, il nome della D.ssa Ortopedico, è Lei che mi ha chiuso l’infortunio della distorsione alla caviglia sinistra, gli rispose Giovanni Caruso, aggiungendo, io non sono stato fortunato al tuo pari, sono stato costretto ad andare a lavorare zoppicando ed ancora oggi, porto i danni della sua scelleratezza.  

Carlo Benincasa. Ciao Giovanni, a te di certo le armi non mancano per mettere sotto la luce dei riflettori questa triste vicenda,comunque questi enti sono solo servi del potere e mai come ora stanno tutti con la lingua in culo del potente e come al solito a discapito dell'onesto lavoratore... !!! in bocca al lupo

Benissimo Carlo, gli risponde Giovanni, però c'è dell'altro, ognuno di noi dovrebbe compiere, capisco che è molto difficile, non dico tutto, ma un po’ del suo dovere, un po’ ciascuno e la battaglia dei diritti ci vedrebbe vincitori, invece ogni volta che ci viene sottratto un po’, di più,  di diritto, siamo costretti ad imbastire una battaglia.

Ettore Maniscalco, che lotta per suo conto con la bestia, esce dall’attesa, è pronto ad intervenire, e tenta d’azzannare il corpo  ferito che brucia e sanguina, chiama ogni cittadino, al dovere civico,  e risponde anche a  Carlo, e dice che i sogni di libertà, appartengono alla giovinezza, agli anziani resta la rabbia d’averli perduti, si sono rivoltati, hanno fatto il proprio dovere e cercano che qualcuno li difenda.

Ettore, continua e dice, conosco diversi sindacalisti oziosi, che mirano solo alla poltrona, ho militato in questa organizzazione ed appunto per questo comportamento lascivo di alcuni, mi sono dimesso. Non concepisco i compromessi sulle spalle dei lavoratori, non di meno ho la coscienza pulita. Ho lottato e non mi sono mai tirato indietro. Certo non ho ottenuto molto. Ho sperato che i diritti conquistati assieme ai doveri erano definitivi, il giuoco delle tre carte di Onorata civiltà Politica, ha smantellato quanto conquistato, conclude.

Mario Ainis, dice che la Dr.ssa Letizia Lardona, è famosa anke a Madde, pensa Giovanni che io con la RM in mano con cervicobracalgia causata da ernia esposta C5 C6 ed altre due ernie protuse oltre ad essersi spinta in modo poco professionale a commentare su avvenimenti che poco avessero a che fare con la patologia ed avendo sottolineato anke a me di non poter più svolgere la mia mansione mi liquidava concedendomi altri 5 giorni, giusto il tempo che passasse l'infiammazione, infatti è passata cosi bene che ho subito intervento alla cervicale ed al disco intervertebrale mi è stato apposto un cage. Alla faccia della professionalità

Caro Ingnere Mario, gli risponde Giovanni Caruso, intanto è un piacere sentirti e spero ti sia rimesso, comunque tanti auguri e per rispondere alla tua nota, man mano che leggo chi scrive in risposta alla mia e per quanto a me successo, mi sono fatto un'opinione piuttosto netta, e cioè che la Dott.ssa, e non so se merita il titolo, io non credo, anzi mi sorge il dubbio che la Laurea l'abbia potuta comprare, l'Università di Madde è alquanto conosciuta per queste nefandezze, e la Dr.ssa  Letizia Lardona, dunque è stata teleguidata e catapultata nella C.A.L. ed a questo punto mi sono convinto, che non abbia neanche la specializzazione in Ortopedia altrimenti comprenderebbe, anche in modo superficiale, la gravità delle sue azioni e si disponesse nei confronti delle persone Traumatizzate, con umanità.

Quinto Lattanzìo, scrive,  scusa Giovanni, hai chiesto x caso a quella specie di Dottssa se è specialista in Ortopedia o Neurologia o Medicina Legale ??????? Fai la prova e vedrai che sorpresa avrai ........ Cmq mi dispiace di quanto accadutoti , non sapevo nulla e tantomeno ho avuto informazione dai colleghi, telefono spesso, non mi hanno ragguagliato...... Ti faccio tanti auguri , di pronta guarigione ,,,,,,,,, Fammi sapere come finirà

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Caro Quinto, gli risponde Giovanni, vedi, la mia situazione è senza via d’uscita, non è delle più semplici e visto che la D.ssa Letizia Lardona,  mi ha chiuso la pratica, alla scadenza di questi altri sette giorni, sono costretto a mettermi in malattia  con la conseguente decurtazione degli emolumenti in Busta paga secondo quanto stabilisce la legge di Nello Ometto.

Una decurtazione che non è costituzionale, è al vaglio della Corte e dunque bisogna aspettare, mangiare di meno e pregare. La sentenza, se dovesse  arrivare, maturerà anni, il diritto alla salute ed al sostentamento, avrà le caviglie e le ginocchia non escludendo la colonna, inchiodate al muro, ed a quel punto, mi chiedo a che serve la Corte, oberata da altri ricorsi da dirimere, non può impegnarsi a ripristinare i diritti dei lavoratori messi a repentaglio, da una politica demolitrice.

Il Ministro Nello Ometto, del Partito del Ballocco, dice Bettino Quagliaro, ha intrapreso una guerra contro  i Figurini presenti nella pubblica amministrazione, non usa però, lo strumento predisposto all’uopo, necessario per scovare gli abusivi, i nullafacenti, i figli della politica affaristica, sparando nel mucchio, è più semplice, crede che sia più efficace, scoraggerà le finte malattie, decurterà lo stipendio a tutti, ai lavoratori che stanno male ed a quelli che fanno finta, insomma indiscriminatamente, infatti per ogni giorno di assenza, nei primi dieci giorni è corrisposto  il solo trattamento economico fondamentale, escluse indennità od emolumento, comunque denominati, aventi carattere fisso  e continuativo, nonché ogni trattamento accessorio.

Il Giudice del lavoro del Tribunale ordinario di Virello, Dr.ssa Mariarosa Giglio, ha sollevato con propria ordinanza una questione di legittimità costituzionale, ritenendo, che contrasti palesemente con i dettami della costituzione ma la risposta, si presume, non sarà a breve, il paziente deve attendere nel corridoio,  insomma  secondo la legge Ometto, per il lavoratore ammalarsi è diventato un lusso che viola la costituzione che sancisce il diritto ad una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del suo lavoro ed,  in ogni caso sufficiente ad assicurare a se ed alla sua famiglia una esistenza libera e dignitosa, in quanto crea una ingiustificabile situazione di disparità di trattamento tra i lavoratori del settore pubblico e quelli del settore privato.

La salute è un diritto fondamentale del cittadino sia come singolo che come appartenente alla collettività ed , infine garantisce al cittadino lavoratore in caso di inabilità i mezzi necessari al suo sostentamento ed a quello della sua famiglia.

Le Amministrazioni, dice Ettore Maniscalco, quando verrà il tempo, alla sentenza favorevole ai lavoratori, hanno l’obbligo di risarcire tutti quei dipendenti incorsi in questa sopraffazione, con gli interessi maturati ed il nocumento apportato, e provvedere ad esso con un rimborso automatico in busta paga.

Mi chiedo, insomma pavento un uso dilatatorio, la paura che possa finire a Bummula e Quartara, cu campau campau e cu muriu muriu, è insopportabile.

La richiesta scritta da parte del lavoratore, è un’ignominia. Uno Stato che toglie e ritarda le spettanze, che si dimostra inadempiente con i Lavoratori, ed all’incontrario delibera a brevi manu per i Dirigenti, sarebbe una scorrettezza, una mancanza di rispetto.

A ben risentirci, caro Bettino, dunque conclude Giovanni.

L' Arroganza del Ministro Nello Ometto, dice Ettore Maniscalco, è la dimostrazione di una profonda ignoranza della materia.

L'incompetenza, non sapendo dove nascondersi, lo induce all’uso della malafede.

La battaglia di Giovanni Caruso, naturalmente è coinvolgente, lo stimolo, per il raggiungimento della verità, lo incita a continuare e dispiega ogni risorsa per una più completa informazione.

Le testimonianze e gli attestati di stima, che giungono a Giovanni Caruso,  sono energia pulita per la battaglia al servizio della verità, dice Ettore Maniscalco.

La guerra per il raggiungimento della verità, per trarla dal buco nella quale è stata nascosta,  è molto difficoltosa, è frammentata, sfinita, quasi non la riconosci.

Lo spiraglio  aperto nel buio del Fortino è una debolezza momentanea che affiora lentamente dai meandri della burocrazia, sei portato a credere che nulla è perduto, che la verità può vincere, portarla al sole, però è ancora altra  sofferenza, fatica e sei indotto a pensare alla vendetta.

Il Fortino nel quale il sistema Burocratico è chiuso, è somigliante ad un riccio gigante che sta con gli aculei armati, le persone comuni non hanno difesa e dopo qualche tentativo sono costretti a ritirarsi, confessa Giovanni Caruso, sarebbe stato molto utile distribuire ai vari organi,  il resoconto di quanto accaduto confidando nella sintesi e nella scrittura delle competenze, riconosce  Ettore Maniscalco.

La Funzionaria del Lavoro, del Mandamento Centrale di Mota, rispondente al nome di Crotoga Rosanna, scrive a Giovanni Caruso e gli fa presente in via preliminare che l’Ufficio non ha poteri di accertamento in ordine agli eventi denunciati  ma svolge un’attività di esclusiva interpretazione e qualificazione giuridica al fine di una corretta applicazione della normativa di settore in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e dunque gli  consiglia di rivolgersi alla Direzione Generale per le politiche previdenziali per ricevere informazioni più puntuali snocciolando informazioni sulle norme di riferimento che regolano in generale la materia, con riferimento alla legge  e successive modifiche o integrazioni, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, insomma profonde una lectio Magistralis  e conclude che il lavoratore, ove possibile, può essere adibito a mansioni equivalenti o, in difetto, a mansioni inferiori garantendo il trattamento corrispondente alle mansioni di provenienza, ribadendo la relativa disponibilità per ogni eventuale e utile chiarimento con i saluti relativi.

Giovanni Caruso, istintivamente è chiamato a rispondere  che il tema della richiesta non era di ottenere una mansione diversa, bensì di sollevare il problema della mancanza di controllo,  del rispetto dei luoghi di lavoro, e constatando l’indisponibilità a vestirsi della chiarezza necessaria, non gli rimane che ringraziarla che un organo di garanzia, che di solito non prende in considerazione la voce dei cittadini, abbia risposto anche se ha travisato il concetto, ripiegato a suo piacimento la domanda.

Il rimandare ad altri le problematiche di cui in legenda, e tante altre situazioni anomale, certo è tal quale lavarsi le mani.

Il servizio Internet, invero permette di trasmettere automaticamente a chiunque con un semplice clic, l'istanza.

La burocrazia che sovrasta ed affoga il cittadino è evitata,  dunque  il Dirigente Competente verifica e pone in essere gli atti dovuti.

Il cittadino ha diritto del servizio, non può subire il pellegrinaggio nei meandri degli uffici dell’organismo alla ricerca di quello utile, che stressa la persona allo scopo di indurlo a soprassedere e lasciare che questi Signorotti continuino a svolgere il lavoro con sempre più Arroganza.

La momentanea indisponibilità non può condannare il lavoratore a non svolgere la propria professione,  il cambio di Mansione lavorativa non è una soluzione, il sistema va ribaltato e consiste nel mettere a disposizione strumenti idonei al servizio, che non causino danno.

Il cambio di Mansione, va applicato a quegli Amministratori, Dirigenti  infedeli, a coloro  che non svolgono il loro lavoro nell’interesse della collettività, al servizio dei Cittadini, dei Lavoratori e dei Pazienti,  insomma bisogna evitare che l’interesse personale prevalga su quello generale.

Il Capo Mandamento della città di Madde, Dr. Aldo Vivadio, al quale è sottoposta la struttura della città di Loguma, a sua volta, su sollecito del Capo Mandamento del  Distretto di Garibbevo, interviene in merito a quanto lamentato da Giovanni Caruso, con una E. Mail,  per assicurare che la vicenda è stata oggetto di rigorosi e dovuti approfondimenti con il Dirigente Medico interessato ed aggiunge per darsi un certo contegno visto che è stato richiamato, che è dovere e stile del Mandamento, acquisire direttamente ogni possibile contributo utile a garantire il miglior servizio agli Utenti del territorio, assicurando altresì la disponibilità ad un prossimo incontro in loco, se lo riterrà opportuno, o concordare diversamente.

La ricezione dell’E. Mail, del Mandamento di Madde, in breve ha colto di sorpresa, Giovanni Caruso che non se l’aspettava e dunque l’ha accettata senza riflettere, o meglio l’ha interpretata in senso costruttivo, quale  dimostrazione di un Dirigente che ha bisogno di un rapporto diretto con un Servizio Pubblico.

La risposta del Dirigente, è interpretata da Giovanni Caruso, un intervento nell'interesse del traumatizzato e verso una più precisa e tempestiva prevenzione sui luoghi di lavoro, che forse a causa di dipendenti superficiali, che con controlli scarsi e non corretti, rendono molto difficoltoso ed  addirittura pericoloso il servizio.

Giovanni Caruso, dunque conclude dicendo al Dr. Aldo Vivadio, che non ha altro da aggiungere oltre a quanto esposto nella lettera, e declina l’eventuale incontro a causa del trauma di cui all'Infortunio, per  impossibilità nei movimenti. Grato per l’occasione, saluta cordialmente, e ringrazia per quanto andrà a fare per alleviare od eliminare gli infortuni che avvengono sul posto di lavoro.

Giovanni Caruso, nel momento preciso di cliccare l’invio dell’ E. Mail di risposta al Dr. Aldo Vivadio del Mandamento di Madde, territorialmente competente su Loguma, è colto da un dubbio, ha sentito uno scatto, un retrarsi il dito come trapunto da un grosso ago per materassi ed un vermetto scaturirgli dalla fronte e richiamarlo al ragionamento, inducendolo a tirare fuori, un  famoso detto  che la saggezza popolare ha coniato per coloro i quali mostrano di non vedere e non sentire nulla, di non accorgersi di quello che gli accade intorno.

La diceria, chiamiamola così, sono anni ormai, che corre sulla bocca dei comuni mortali, dunque in realtà, risulta alquanto faticoso che il Dr. Aldo Vivadio del mandamento di Madde non fosse a conoscenza del servizio, del comportamento arrogante della D.ssa  Letizia Lardona del mandamento di Loguma, nell’espletare le pratiche d’infortunio.

La diceria, è notorio che è un comune sentire, veglia sui Dirigenti di un’Associazione o di qualsiasi altra struttura indirizzata ad espletare un servizio pubblico, coloro che sono nominati, credendosi impunibili, non hanno nessun interesse a sentire, aspettano che si estingua spontaneamente, per stanchezza e se costretti a rispondere della causa, usano l’esercizio del pesce in barile, cioè mostrare di non vedere e non sentire nulla, di non accorgersi di quello che accade intorno.

 Il Dr. Aldo Vivadio, ha eluso le lamentele, dunque sollecitato sul non corretto comportamento della Funzione, anzichè provvedere a rimuovere il verme malefico, ha la presunzione di fare credere di non sapere e di fronte alla descrizione circostanziata dell’accaduto,  in possesso di una scrittura dettagliata, chiara, limpida, comunque più che esplicativa, elude la documentazione, insomma usa la tattica di rendersi disponibile ad un incontro per un approfondito chiarimento, di ulteriori spiegazioni facendo intendere di essere interessato a rimuovere il problema.

Un espediente, sicuramente per stressare ancora di più il soggetto traumatizzato latore della rimostranza, forse anche a scopo intimidatorio, nel segno di un affievolimento e dunque occultamento per stanchezza dell’istanza, insomma derubricare per non avere visto o sentito, del quale non si è accorto.

Il Vermicello scava ancora, pensa di averlo  deluso e Giovanni Caruso, accondiscende a quanto dice esplicitamente, che  tale discriminante nei confronti dei cittadini, è fatto con coscienza tradendo i principi fondanti dell’Associazione.

La risposta del Dr. Aldo Vivadio del Mandamento di Madde, è pedissequa, ripropone una visione sorda, dice che ad un puntuale e approfondito riscontro, eseguito con esame obiettivo del Dirigente Medico Responsabile del Centro Legale, è risultata confermata la valutazione in precedenza espressa e tuttavia  informa che resta ferma la possibilità di attivare, avverso il provvedimento che sarà formalizzato con gli ordinari mezzi di opposizione previsti dalle norme che regolano la nostra attività, e comunque conferma e rinnova quanto già espresso.

La risposta, espressa dal Presidente della Camera Onorevole Onofrio Carrreggio, attraverso la Segreteria ha un  tenore formale, comunque informa d’avere provveduto a chiedere informazioni, in merito alla questione esposta, al Capo Supremo dell’Associazione.

Le comunichiamo, infine, scrive il Segretario, che il Presidente ha disposto la trasmissione della Sua e-mail alla Commissione parlamentare competente, affinché i deputati che ne fanno parte possano prenderne visione e assumere le iniziative che ritengano opportune.
Ci riserviamo di fornirLe  ulteriori notizie non appena avremo ricevuto
comunicazioni dai suddetti Uffici.
Il Presidente della Camera dei deputati, Le invia cordiali saluti.

Giovanni Caruso, preferiva un interessamento diretto e non il solito e pernicioso rimettere le cose nelle mani degli altri e seppure contrariato, risponde ringraziando il Presidente per la dimostrazione d'interesse delle Istituzioni,  volte a tutelare i bisogni dei cittadini contro le supponenze di altri organi, e nel salutarlo cordialmente, per una maggiore visione del caso, le aggiunge gli ulteriori sviluppi che nel frattempo, si sono verificati.

Il C.A.L. di Loguma, quasi contemporaneamente alla lettera della Segreteria del Presidente della Camera, sarà stata una coincidenza o forse no, qualche dubbio è spontaneo, a non volere essere male lingue, pensa che qualcuno abbia rafforzato i dettami, ed invia a Giovanni Caruso, una lettera ordinaria che naturalmente con i Viaggiatori Alati, famosi per la celere e funzionale attività di distribuzione, gli  perviene circa un mese dopo.

La lettera, ha incluso un prospetto di  liquidazione di indennità e rimborso spese. Le varie voci  riportate sopra i relativi rettangoli, sono vuoti, bianchi, non hanno numeri, con riferimento, ai sensi e per gli effetti delle disposizioni di legge e successive modifiche, specificando  che il caso verrà segnalato all’Ufficio di competenza, inoltre recita che non esiste nesso causale tra l'evento denunciato e la lesione accertata, comunque contro il provvedimento può essere avanzata opposizione a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento ed alla stessa in allegato è  trasmessa la domanda da presentare all’Ufficio competente per ottenere l'accreditamento dei contributi figurativi di cui sopra.

La presente dichiarazione è rilasciata ai sensi e per gli effetti dell'art. numero in combinato disposto con l'art. del regolamento approvato con e dell'art. comma del D.P.R. ai fini del computo dei contributi figurativi da parte dell'Istituto competente.

Il bisogno di rispetto non è uno scontro con gli altri, è la ricerca di un equilibrio esistenziale ed onora l’intelligenza di ogni persona, Giovanni Caruso, scoraggiato ha interrotto l’epistolamento, rifugiandosi nella cultura.

La società si è talmente complicata che il dialogo non è semplice, la verità è talmente scomoda che nessuno intende pronunciarla.

Una ulteriore lettera, a firma  Maria Rita Laprana del C.A.L. di Loguma, la quale è responsabile del provvedimento emesso,  rafforza la valutazione espressa dalla D.ssa Letizia Lardona, e pedissequamente dal Dr. Aldo Vivadio, rientra nel sistema, non stupisce, dice Giovanni Caruso.

Leggendo la motivazione, un moto di vergogna sorprende Giovanni Caruso e nel contempo, una grande curiosità lo spinge a comprenderne il significato.  Mi viene il sospetto che la citata Maria Rita Laprana, responsabile del provvedimento, probabilmente non abbia cognizione di quel che afferma o per incapacità o che sia caduta in errore, infatti scrive che “ Il caso viene definito negativamente perché non esiste nesso causale tra l’evento denunciato e la lesione accertata. “

La responsabilità, evidentemente non  è merito e competenza, è un principio che consiste nel negare la realtà facendo finta di averla vagliata, ed informare che si può fare opposizione, per salvarsi la coscienza.

Il pensile, non è un apparecchio radiologico ed i binari che lo sorreggono e lo abilitano a muoversi, secondo la necessità, per esaminare le parti del corpo di pazienti traumatizzati,  in prevalenza, sono escursionisti, turisti che colpiti da noia si rifugiano nel pronto soccorso e giuocano con i Tecnici, si trastullano a misurare la loro resistenza, a mettere a dura prova, soprattutto  la colonna vertebrale dei meschinenni che l’apparecchiatura obsoleta, insomma cerca di curarli con esercizi estremi per mantenerli giovani ed attivi.

Il lavoro, non è un’idea aulica, è psicologicamente difficile, e sarebbe utile prima di scrivere fantasiose ricostruzioni, recarsi sul posto e verificarne le condizioni anche per prevenzione. Il lavoro è uno strano attrezzo, ha categorie diverse, e se non svolto nelle condizioni adeguate, molte volte, si trasforma in un elemento micidiale che conduce anche alla morte.                            

L'ernia del disco, scrive Ettore Maniscalco, è una affezione della colonna vertebrale e consiste in una rottura od uno sfiancamento dell'anello fibroso con conseguente dislocazione del nucleo polposo.

Ogni età può essere affetta da ernia del disco.

Le ernie più frequenti sono quelle lombari, seguite da quelle

cervicali e da quelle dorsali.

Sono frequentissimi i casi di ernie multiple e di ernie familiari.

L’Ernia lombare causa dolori,  lombo-sciatalgia o sciatica e

disturbi di sensibilità, motilità, trofismo e riflessi agli arti inferiori, difficoltà a stare fermi a lungo in piedi,  disturbi sessuali,  disturbi sfinterici.

Questi sintomi, sono legati al contatto dell'ernia con il nervo sciatico.

Il nervo sciatico, si distribuisce lungo la gamba, ha origine da terminazioni nervose che fuoriescono dalla colonna vertebrale in

corrispondenza dell'ultima vertebra lombare e di quelle sacrali.

Il passare degli anni, causa ai dischi intervertebrali una serie di danni, soprattutto a seguito di  forti o continui traumi alla schiena e possono essere dovuti ad un intenso contatto fisico, incidenti, lavori pesanti.

L'anello fibroso va soggetto a piccole lesioni che, favorendo la

fuoriuscita della porzione centrale del disco verso l'esterno, causano un'ernia che con la vicinanza alle terminazioni nervose, può toccare alcuni nervi e provocare disturbi, tra cui, appunto, il dolore.

La diagnosi si basa su un accurato esame clinico seguito da  indagini strumentali, risonanza magnetica in primo luogo.

Il Centro di Assistenza dei lavoratori, di Loguma, con la politica di repressione che adotta, non considera il danno che le persone possono subire, sarebbe opportuno se non obbligatorio, intervenire sul luogo di lavoro, invece cerca di ridurre od addirittura di cancellare l’evento denunciato e la lesione accertata.

Il Centro Assistenza, dovrebbe dare sicurezza al lavoratore  e non tradire le sue funzioni, evidentemente non ha la insostenibilità del ragionamento, in  genere, è puerile, negare l’evidenza ed informare che è possibile opporsi nei termini e nei modi, che in definitiva significa, strozzare il cittadino traumatizzato e sotterrarlo sotto una montagna di carta per  fiaccarne la resistenza.

Il meccanismo dei rapporti, si è talmente complicato che capire non è semplice, bisognerebbe fornirsi di strumenti umani che sono mutati. L'uomo, si è alleggerito degli orpelli, si è fatto bello ed ha sostituito i bisogni naturali, con succedanei pregiati, coprenti, smarrendo i sapori..

Il fascino del potere, è una macchina infernale che svuota l’anima.

Il Dirigente di un Istituto Pubblico assume le caratteristiche di un proprietario, un Signorotto con bisogni che richiedono maggiori risorse ed allora ruba, in qualsiasi forma, e si espande in contenitori sempre più complessi tale da sfuggire, nella loro interezza, a qualsiasi ed eventuale controllo.

L’arroganza è insita nella società ed il sistema salvaguarda la classe  dirigente,  lasciando gli operatori in mano a sconsiderati, costringendoli in molti casi a doversi difendere dall’assalto inconsulto di persone poco raccomandabili che credono di avere il diritto di assumere un comportamento mafioso,  reclama diritti che il personale pur con il massimo impegno non riesce a dargli.

L’incapacità di comprendere le linee del Signore, di seguire la strada che porta nella valle quieta, induce l’utenza più spavalda a credere che gridare ed aggredire il personale, è un suo diritto per ottenere la prestazione nel più breve tempo possibile e causa all’operatore lesioni gravi che ne limitano la funzionalità, e corre il rischio, a causa di un sistema  di politica repressiva, che  l’assicurazione neghi il nesso di causa ed effetto

Il lavoro, insomma  è divenuto mortificante, l’organizzazione del lavoro non funziona.

Il disservizio, la mala organizzazione, le apparecchiature non in grado di svolgere il lavoro secondi i canoni della decenza, dichiarate nuove e si dimostrano Obsolete, la mancanza di personale idoneo e disponibile, sono canoni fondamentali del sistema, dice Giovanni Caruso, all’amico Ettore Maniscalco.

La connivenza con il malaffare, è il principio sul quale si regge la politica. Il Dirigente non  rispetta il lavoratore ed il paziente è un numero, il pensiero libero, ha una scarsa valutazione, insomma  la persona, il dipendente che denuncia questi uomini,  è definito un destabilizzatore, e nella valutazione, non raggiunge la fascia superiore e nel misero assegno pensionistico, l’ emolumento relativo non trova accesso.

La verità è perniciosa e non si deve dire mai, il cane dunque resta seduto ed aspetta che il padrone gli lasci cadere le briciole del  suo pranzo.

La notte è confezionata con stralci di una, due, tre ore, insomma non è passeggiare in un sogno e la sveglia, la mattina alle sei, a volte trova Giovanni Caruso ad attenderla, altre lo scuote, dice Ettore Maniscalco.

Gli anni si sono caricati di tante di quelle scorie che pare d’avere sulle spalle un macigno, continua Ettore, dunque si mette gli occhiali e con cautela, si alza dal letto, va in cucina, prepara il caffè, prende una Suguan, la pillola per il diabete, mangia con riluttanza, non essendo di suo gradimento, circa metà vasetto da 125 g. di yogurt magro e si precipita a spegnere il fornellino del gas che il borbottare della caffettiera si è fatto impetuoso.

La scatolina rossa dell’Adalat Crono di 20 mg., la pillola per il cuore e la pressione, richiama la sua attenzione e con sollecitudine ne mette una in bocca, accompagnandola con un sorso d’acqua per il tubo digerente a svolgere la sua azione terapeutica, quindi  versa il caffè, lava la caffettiera e si siede sul divano con la tazzina in mano a sorseggiarlo, cercando d’ingannare l’ansia che gli prende misurando il tempo che lo separa dal luogo di lavoro.

Una mattina, che il  giorno del compimento del sessantacinquesimo anno d’età, l’aveva riposto nel bagagliaio dell’auto, dice Ettore Maniscalco, Giovanni Caruso, ha sentito nell’encefalo, nella calotta cranica, nel  cervello intero, aggirarsi un  pensiero che chiamare primordiale, forse non è esagerato.

Giovanni Caruso, ha pensato ad un’eredità che si era svegliata ad annunciargli che il tempo sul pianeta terra, volgeva al termine.

L’esperienza che l’uomo ha accumulato nei secoli dei secoli, non termina nell’Amen,  il pensiero apre la cassa armonica e la voce si espande con ineluttabile ragionevolezza e s’aggira nei meandri più reconditi della terra, dice Ettore Maniscalco.

Il marciapiede di corso Umberto,  a circa un centinaio di metri da piazza Arcibaldo, la strada centrale della città di Loguma, sul lato sinistro che il destro è assolato, un uomo di colore nero, cammina con passo lento spingendo una carrozzina per neonati, allargata ed allungata con orpelli che gli danno una caratteristica fisica inconsueta, di una navicella allegorica e non era certo carnevale, conduce accatastati in ogni spazio ed anche pericolosamente, secoli, millenni di storia, potrebbe scaricarli lungo il tracciato che percorre, invece no, intona una lectio magistralis a quegli abitanti, alla nuova generazione che si affaccia per i vicoli e le piazze.

L’uomo, assomiglia ad un vecchio pescatore, ha il vezzo del  Professore, è vestito di un pantalone grigio, con le gambale arrotolate fino a metà polpaccio, quasi sotto il ginocchio, ha infilato nel braccio destro a pesare sulla spalla, una rete a maglie larghe sovrapposta ad una a maglie piccole, forse per la pesca costiera, che aveva smesso di cucire od aveva ritirato dalla maestranza specializzata, non era certo costruita a macchina come si usa fare oggi, le reti hanno bisogno di essere colorate e forse, era sbarcato ed intendeva dipingerla, continua a raccontare Ettore Maniscalco.

I suoi gesti, hanno un’intensa umanità, e con grande umiltà, offre alle persone che incontra o si affacciano dai negozi di abbigliamento, bar tavola calda, libreria, gioielleria, ottica, una maglietta che possedeva i colori dell’iride e li sfoggiava a secondo della posizione, mostrava stampato sul petto, una scritta ed un logo pubblicitario dedicato, probabilmente, verosimilmente, ad un uomo, una donna, un eroe, un personaggio entrato nella memoria dei popoli, amato e venerato per quanto aveva saputo esprimere, accolto, equiparato ad un familiare.

La memoria del Professore, dice Ettore Maniscalco, non è  imbastita solo d’ignoranza, ha con sé anche molta esperienza, una forza che non ha segni apparenti, la mano che s’allungava dal braccio di destra, aveva raccolto transitando per balconi e terrazze,  strappato dalle facciate delle case, dai muri di vecchie costruzioni, nell’azzurro limpido che abbracciava la città di Loguma, antiche e sbiadite scritture inneggianti alla guerra ed alla violenza.

L’anziano Professore, guidava con estrema cura e pazienza, un trabiccolo che pareva poco o per nulla adatto a quell’ambiente, usando con perizia le mani, ruotandole per un verso o per un altro, manipolava, apriva e chiudeva finestre, porte di loculi, costruzioni monolocali, lasciando volare una variegata specie di uccelli, di stazza e colori diversi

Il sistema organizzativo, forse ricordava un giuoco che si usava da bambini soprattutto nei villaggi di mare, insomma il vecchio Professore, aveva una fervida fantasia e si era inventato un mondo surreale nel quale camminava a salti, entrava ed usciva da  un numero non quantificabile di aperture, ne chiudeva alcune e ne disegnava altre, camminava su una linea che sembrava orizzontale ma in effetti era circolare, ovale a secondo del modo di guardare, insomma un sistema innovativo, speciale, avanzato, inventato, funzionante.

La struttura, era circondata a vari livelli, da protezioni incastonate con le porte,  con sistemi impossibili che parevano aleatori, che si legavano ai piani inferiori, proprio sopra dei bocchettoni che emettevano un soffio a circuito controllato, che usciva per la spinta propulsiva e rientrava attraverso un paravento circonflesso.

L’anziano Professore, abbigliato a pescatore, a piedi scalzi, evidentemente con il plantare assuefatto al’asfalto, ai Sanpietrini che a tratti lastricavano, disegnavano il marciapiede, così di punto in bianco, ad un tratto, saltellando, appunto come se andasse dietro ad un giuoco per bambini,  senza lasciare  una linea, una nuvola, sparì dal marciapiede.

Il pericoloso traballare della navicella, diede segno o pareva indicare, che fosse entrato colà e navigasse su onde limacciose.

La sua movimentazione,  il rumore che l’accompagnava, lasciavano pensare che rovistasse, nei ripostigli, negli scompartimenti costruiti nelle pareti, facendo presagire ad un tentativo di circuire, perfino i passaggi più periferici.

Lo scopo di tutto questo trambusto, azzardò Ettore Maniscalco, forse era quello di raggiungere le torri che riempivano gli angoli, la ricerca dei pilastri portanti, o si trattasse di missili camuffati, di stantuffi pronti per entrare in azione per un’eventuale, imminente partenza, per un’incombente minaccia, dovesse trasferirsi in un’altra zona che l’aria  del marciapiede si fosse appesantita a causa di ombre inquinanti.

Una squadra di personale in divisa, con molta probabilità addestrata ad operare senza parlare, con aggressività sproporzionata alla situazione, che  osa condurre assalti nei confronti di oggetti sconosciuti o di capannelli di persone che chiacchierano, discutono di democrazia e civiltà, di libertà e di servizi che mancano e non per ammazzare il tempo, e dunque sono intesi non conformi alla visione dei governanti in vigore, insomma esercitano un servizio distruttivo, direi omicida, di pulizia sociale, sono mascherati ma riconoscibili, sono presenti per strade e piazze, pronte all’assalto, dice Ettore Maniscalco.

La  navicella, nel suo cammino, nell’andare lento e goffo, raccoglieva suoni ed altro, l’azione  sembrava proseguire senza intoppi e chissà perché, improvvisamente, una delle finestre poste sull’angolo più alto,  nel lato sud di sinistra, ove si stagliava la torre della sartoria, così denominata, che a guardarla ad occhio nudo non dava segni di esistenza, ecco che salta in aria, lanciando per ogni dove, forbici e righelli, gessi e squadre, insomma ogni elemento del lavoro sartoriale, addirittura trattenendo in gabbia, nelle reti che impedivano qualsiasi approccio, anche se con intenti amichevoli, alle zanzare od altri insetti urticanti, strane piante elefantiache, strisce di vestiti a bande larghe che emettevano scoppiettii, scintillanti note musicali.

La scoperta di una banda composta  di trenta suonatori situati su tralicci di crocicchi eolici, attrezzati con navette teleferiche con copertura collare per crotali cordai, mise in subbuglio i sanpietrini del marciapiede che terrorizzati, o schifati dall’odore di catrame che emanavano, riempiva ogni elemento dell’aria, saltarono in ogni direzione a manifestare la loro costernazione. Irriconoscibili, nascosti in un’interminabile numero di strisce nelle quali si esprimevano l’esercizio quotidiano della rana, nuotavano, cercando, per dirla in breve, di dare una forza diversa alla carrozzella condotta  dal Professore Pescatore che esaminava, quasi con cupidigia,  le strisce, quelle strisce che costituivano l’involucro del suo trabiccolo, che ad occhio nudo, appaiono strane,  invece sono conosciute ed apprezzate, viaggiano nel tempo, fuori dalle orbite e sono condotte per mare e monti, senza tralasciare le stelle, avvolte in un lenzuolo azzurro trasparente, raccolte e conservate da mani preziose.

I millenni, dice Ettore Maniscalco, camminano nel segno del progresso, ma tengono alle spalle, una parete rocciosa con negli strati il pensiero  identificato e conquistato, le lastre filosofiche dell’uomo che la città di Loguma, non ha inteso accertare ed adesso, si ritrova nuovamente con un enorme, fantasmagorico cartellone pubblicitario raffigurante una faccia inespressiva, di una giovinezza eterna che fa spavento,  stampata sul frontespizio del Palazzo governativo.

Il Dott., Ingegnere Lillo Pino, alla fuga e morte del padrino, ha inteso proteggersi in prima persona, ha raccolto nelle sue stalle ogni risma di  orfanelli, indesiderati, abbandonati e gli ha dato un tetto, dunque ha riunito  le menti più fervide, ed ha ordinato loro, la creazione di un loco fantastico, uno specchio magico.

Gli Uomini della sua corte, maturato il sogno, si sono dispersi per le città ad erigere su ogni muro, piazzale ed a volte, addirittura  scalciando gli occupanti, il cartellone libero, che gli hanno inventato e costruito.

L’Ingegnere, dunque è sceso in campo, acclamato a furore di popolo, con il  miracolo in mano, di lavoro e felicità, dice  Ettore Maniscalco, facendo subito eco a quanto detto, non per salvare la città come declama ed intende fare credere, ma per difendere dal fallimento le sue aziende, le proprietà che ha conquistato con evidente scelleratezza, dunque si è adoperato, profuso  a  screditare la politica, i pilastri legali della città, ed accumulare risorse, creando fondi neri, distraendo capitali, governando con il semplice calcolo degli interessi, non collettivi, bensì personali, evadendo e facendo evadere le tasse che ognuno, secondo i propri guadagni, è tenuto a versare per contribuire alle spese dello Stato per mantenerlo libero e democratico.  

Il Dott., Ingegnere Lillo Pino, eletto dal popolo, con una votazione guidata, osa dire Ettore Maniscalco, si fregia del titolo di  Capo Supremo del Mandamento di Revita, comunque non è un accompagnatore di animali, la loro difesa la lascia alla verve della sua pietosa mantellina rossa, è una mano affusolata, con le unghie bianco aceto e non si scompone neanche se le stringessero i polpacci delle gambe, le chiudessero le fontanelle del petto e la trascinassero per il prato e l’asfalto, con la folta chioma leonina.

Il portavoce, uno dei tanti cagnolini con pettorina pregiata che si è forgiato alle spalle del canuto interprete affamato, alternato negli anni,  con tono pacato e suadente a dimostrazione dell’inconsistenza di materia grigia, racconta di una campagna desolata, una piana deserta, arsa dal sole infuocato, coltivata a lenticchie e ceci, patate, in una piana circondata da cilindri sbuffanti lunghe colonne di fumo variopinto ed attraversata da una super e pericolosa strada ed anche da un’autostrada criminale.

I vari piani elevati a più strati fuori progetto, con ogni terrazza a diverso  colore, verde, giallo, rosso della sulla e di una fertilità inusitata, s’alternava negli anni e definiva la stagione che si protraeva in un crescendo cangiante che dipingeva una spettacolare radura ed assicurava una speranza futura, inestinguibile e di una bellezza insuperabile, una generazione di profumi, foriera di una natura fiorente ed incontaminabile.

Gli acquisti delle materie prime, dice Ettore Maniscalco, guidati a  transitare in enormi contenitori dal porto denominato Francobello, con base  in zona extraterritoriale e sono accompagnati dalle pattuglie della polizia di Stato, arrivano nel suo ufficio che è pubblico e gode della protezione ufficiale, riservata, dunque verificati, vengono trasferiti con foglio d’imbarco, sotto altro nome, con mentite spoglie, alle innumerevoli aziende nelle quali muove le mani e da che erano in perdita, stavano colando a picco, dichiarano un fatturato in considerevole crescita.

Il Dott., Ingegnere, ha un personale specializzato, scelto personalmente, non accetta accanto a sé persone oltre la sua statura fisica ed intellettiva, disprezza la dignità delle persone, crede che ogni persona è un oggetto, una cosa ed abbia un prezzo.

Gli occhi spalancati nel cielo, lo sguardo fisso, ad un tratto si alza sui tacchi riempiti di trucioli ed ovatta, sbatte le sopraciglia e pare che sia entrato un colibrì a succhiargli le lacrime nella sacca, insomma ha folgorato il popolo che brancola nel vuoto ed aspetta il miracolo.

I Manager che ha nominato a presiedere le torri dei vari palazzi,  i presidenti ed a scalare i sottoposti, hanno creato un  fortino e vi hanno chiuso, ingabbiato opinioni e servizi, leggi e regolamenti ed hanno elevato, a principio operativo, il  Metodo dell’Esercizio del pesce in barile, per nascondere l’inattendibilità delle loro parole e condurre i cittadini all’abbandono per stanchezza, sfinimento o morte.

Il Tecnico Giovanni Caruso, dunque si è ritrovato con una salute che dire precaria è un eufemismo, insomma ha perso l’energia che lo manteneva in autonomia e cerca un aiuto concreto alle autorità dei palazzi che detengono il potere decisionale, di erogazione, ed è diventato fastidioso perfino intollerante.

                 

Le autorità, i Presidenti del Fortilizio nel quale è stata ingabbiata la giustizia e la salute delle persone, la civiltà ed i diritti, ordinano esami, analisi e visite, perizie legali, e Giovanni Caruso, ormai passa più tempo da uno all’altro Ospedale che a casa, dice Ettore Maniscalco.

Giovanni Caruso, scrive a chi di competenza, a scalare, al Capo Mandamento di Madde e perfino al Patronato e chiede, cosa vuol dire poco collaborante, rispondendo che ha cercato, con la stessa cortesia adottata dai Medici che lo esaminavano, di esaudire le loro richieste.

Il dolore fisico gli impediva di eseguire i movimenti richiesti e l’impossibilità gli creava ansietà, dice Ettore Maniscalco.

Ha detto al Team di Medici che lo visitava rilevando il tonotrofismo agli arti inferiori nella norma, che sulle gambe aveva perso 4cm di tonalità muscolare e su tutto il corpo 20 kg circa di peso.

Ha una tonalità muscolare sulle gambe di meno 5 cm e la perdita di peso ammonta a 26 kg.

Gli hanno diagnosticato un Disturbo di personalità border line, schizoide, vorrei sapere dice Giovanni Caruso, quale potrebbe essere il comportamento se dall’oggi al domani, una persona si verrebbe a trovare impossibilitata nei movimenti più basilari e fosse costretta a dipendere dalla bontà di terze persone per espletare le fisiologiche necessità corporali.

La gravità riconosciuta comporta un’assistenza finanziaria, quanto  previsto dalla legge in vigore, in concreto è rimandato ad un’altra visita. Mi chiedo, dice Giovanni Caruso, se è un accanimento, non può essere una svista, avrò bisogno di uno spacciatore per mantenere sotto controllo i malanni con il cortisone o la morfina.

Il contribuente disonesto, lo si deve denunciare e recuperare quanto indebitamente acquisito ed altrettanto giusto sarebbe punire la commissione od il rappresentante che si è venduto per commettere l’atto illegale.

Lo schiamazzo in televisione non può esimersi dalle colpe della commissione che ha sancito l’assistenza, la mente schizoide, suggerisce che qualcuno ha fatto la segnalazione, l’imbeccata è stata fatta da  chi non è stato adeguatamente remunerato del favore, dice Ettore Maniscalco

La cardiologia, l’ortopedia con la  fisioterapia  e la neurologia, tentano di aiutarmi, dice Giovanni Caruso, a resistere.

La burocrazia dell’Ente, è votata al  tradimento del compito statutario, l’aiuto finanziario è un diritto che gli spetta.

La situazione è imbarazzante ed umiliante, dice Ettore Maniscalco, non è ragionevole che le persone in stato di necessità, siano costrette a subire altre sofferenze per ottenere quanto gli è dovuto per legge.

I cittadini di questa città, insomma sono stati spogliati di ogni diritto e sono usati alla stregua di numeri statistici, pacchi da sballottare da un servizio all’altro ed abbandonati a se stessi, in un angolo, assieme ai bicchieri di plastica, alle cicche delle sigarette ed altri rifiuti.

La notizia, che parecchi Tecnici di Radiologia, sono stati arrestati per esercizio abusivo della professione del Medico, dapprima ha esaltato Giovanni Caruso, dice Ettore Maniscalco, perché l’illegalità,  gli abusivi, vanno puniti, ma quando ha letto meglio, ha avuto una reazione parossistica, facendo temere il peggio.

I tecnici, hanno eseguito esami senza che preventivamente il Medico Radiologo abbia visitato i pazienti, escludendo dal servizio sanitario gli specialisti che l’hanno richiesti.

Uno dei tecnici al quale è stato recapitato l’avviso di reato, a casa, in “ busta verde” ha pensato ad una multa, che gli  annunciasse l’accusa di un “delitto previsto e punito, davvero è stata una sorpresa fuori dalla portata della mente di una persona normale, quindi l’indignazione è scoppiata ed è salita alle stelle.

Ho sempre creduto di fare il mio dovere contrattuale ancor prima che etico e morale, realizzando radiografie e tutte le altre indagini radiologiche e per immagini su prescrizione medica così come ci hanno insegnato nei Corsi di Studi per il conseguimento sia del titolo accademico che della Abilitazione di Stato all’esercizio di quella che abbiamo sempre creduto essere una Professione, dice Giovanni Caruso, ed ora mi accorgo che sono stato un abusivo, un fuorilegge.

I miei colleghi, continua Giovanni Caruso, sono soggetti all’accusa di trasgredire le Leggi della Repubblica ed allora mi risulta oltremodo oltraggioso, onorare le leggi, i suoi Amministratori legiferano per salvaguardare gli interessi di parte, ad personam, insomma non posso non osservare e scandalizzarmi, che la richiesta di indagine radiografica, per esempio di un segmento osseo o di un’articolazione richiesta da un medico specialista in ortopedia non ha alcuna validità.

La Professione del Medico Specialista Ortopedico è secondaria, la richiesta ha i crismi dovuti, se è firmata dal medico radiologo, insomma lo specialista in malattie dell’apparato respiratorio, del chirurgo toracopolmonare, non ha alcun valore.

Una radiografia del torace conta se richiesta del medico specialista in radiologia e lo stesso discorso è valido per gli internisti, i neurologi, neurochirurghi, geriatri, cardiologi, urologi.

Il Medico Radiologo è l’unico in campo sanitario, nominato scienziato ed autorizzato ad esercitare la specializzazione.

Una lettura oltraggiosa della dignità e della professionalità degli operatori sanitari. La Costituzione è stravolta, nel silenzio il morbo dell'ignoranza e dell'arroganza, avanza e distrugge quel che di buono esiste.

Il miglioramento tanto richiesto, non è considerato, anzichè procedere alla riqualificazione, alla ristrutturazione, alla specializzazione, la Sanità regredisce, nomina alla Dirigenza, persone incapaci. 

Il Ministro, il capo Mandamento della sanità, secondo i parametri, le regole della nostra intelligenza, dice Giovanni Caruso, è impazzito, e sarebbe utile che fosse ricoverato in psichiatria.

La denuncia va cancellata, è desueta ed inconfessabile, l’ urgenza è altra.

I morti che camminano, hanno bisogno di sperare ed il Ministro, fresca di parrucchiera, è uscita di casa, ha assunto le vesti di Dio ed ha elevato l’ignoranza a scienza, e non contenta, ha ordinato alle persone che la collaborano e raccoglie nel recinto della villa, di usare la barriera del silenzio.

La burocrazia è insuperabile, emerge e salta ad azzannare chi è sull’orlo dell’edificio di mille piani ed aspetta una goccia di pioggia benefica che venga a bagnarlo, che dia una nuvola fresca e lasci che la speranza, lentamente, gli circoli sugli occhi.

 

I Morti che camminano… in carrozzella

Il cancro, intanto continua la sua marcia silenziosa, ha invaso le isole ed il Palazzo, il Ministro ha  alzato l’ingegno ed ha emanato un decreto legge con il quale, consente a coloro che avevano già iniziato la cura, di poterla continuare, gli altri che l’hanno richiesta, se la sperimentazione, dimostrerà la sua efficacia, gli consentirà di poter usufruire del metodo, non prima del tempo  e di recarsi nell’unico ospedale dove si applica il metodo.

La spesa, se la  sperimentazione risulterà positiva,  sarà inserita nel Sistema Sanitario Nazionale, cioè a totale carico dello Stato.

Il piccolo Lorenzo, intanto è morto proprio ieri ed ha lasciato il posto vuoto nelle liste d’attesa.

La piccola Sofia, Marco, Sandro, Daniele, Angela, Palma, Elena, ed altre decine di persone e forse anche di più, insomma “i morti che camminano”, affette da malattie rare, si vedono negare le cure compassionevoli.

I guardiani delle leggi emanate in nome e per conto del benessere dei cittadini, intanto hanno avviato un’indagine per accertare l'uso della terapia,  al di fuori dei protocolli sperimentali però la metodica in regime non c'entra con questa tipologia utilizzata, con il prelievo, la manipolazione e la loro infusione.

 

 

I morti che camminano, protestano davanti al Palazzo del Governo, sono convinti del loro diritto anche se è gente destinata a morte sicura, Sandro, Marco, e le loro sorelle, Elena e Palma, affette dalla stessa malattia ereditaria che  sono rimaste a casa, sarebbero volute essere con loro, Elena ha bisogno del respiratore e Palma si sente peggiorare di giorno in giorno.

La madre Provvidenza che Palma chiama Mamma coraggio,  ha visto morire il marito ed il cognato per la stessa malattia ereditaria e pur sapendo che presto perderà tutti i suoi figli, non gli è permesso, neanche per un momento, di abbandonarsi alla disperazione o di strapparsi i capelli, un giorno sta male Elena, un altro sta male Palma, un altro Sandro o Marco, hanno bisogno di lei ed il Ministro della Sanità che  può aiutarle, scompare nelle cale, con i capelli sciolti al vento.

                

      

    

 

 

 

   

 

                     

Le immagini e le informazioni inserite in questo Racconto, sono tratte da Internet

ACCORDINO Antonio nato a San Giorgio di Gioiosa Marea – residente a Milazzo ove lavoro quale Tecnico Sanitario di Radiologia Medica presso il locale Presidio Ospedaliero.

Ha pubblicato: POESIE : DIETRO IL MURO – IL SANTO GUERRIERO  - IL RAGAZZO DI ANAGGIO –

IL RE DI DENARI –

 RACCONTI : LA STORIA DI UN VILLAGGIO DI PESCATORI – LA CITTA’ DI LOGUMA

 

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MILAZZO, 12 – SETTEMBRE – 2013