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2018-12-11

La signora distratta

Categoria: La signora distratta

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La riqualificazione del titolo di studio con l’abilitazione alla professione di tecnico di radiologia medica, aveva ricondotto Anco Bolso, entro i confini del proprio territorio. La passeggiata non era stata indolore e seppure con l’età scarabocchiata, aveva recuperato  la strada di casa.

 Il villaggio di Anaggio ove risiedono i genitori, le sorelle e tre dei fratelli, dista  circa venticinque chilometri e gli basta mezz’ora per vederli e far quattro passi per le strade del villaggio e ridarsi il coraggio di continuare. La guerra chiama ogni giorno e Bolso non ha saputo mai mettersi da parte.

La libertà non arriva a cavallo ed ad ogni modo non è quella imparata sui banchi di scuola. La Signora è sempre distratta ed allora per non ritrovarsi col culo per terra bisogna stare all’erta.

Anco Bolso, quella mattina, svolto il servizio notturno, stava semisdraiato sul divano della cucina-soggiorno a leggere “ La Repubblica “ di Platone quando un corto, affannoso respirare, lo distrasse. Ascoltò qualche minuto con l’intento d’identificarne l’appartenenza ma la memoria s’arrovellò invano. Spinto dalla curiosità, posò il volume sulla sdraio a lato e si pose in posizione semieretta, girandosi e calzando le ciabatte ai piedi. Allungò la mano sinistra sul basso tavolino col  piano di vetro affumicato nell’angolo alla testa del divano ed estrasse dal pacchetto, una sigaretta. Tese ancora un attimo l’orecchio e si alzò con l’accendino in mano dirigendosi,  ponendo attenzione a non fare il pur che minimo rumore, alla finestra con la serranda alzata e le ante spalancate.e s’affacciò sul rettangolo di terreno avanzato dal progetto della costruzione. Lentamente,  volse lo sguardo a cercare la specie di cotanto affanno. Quando la vista gli presentò un gatto che con le zampe anteriori governava un topolino, però ne rimase deluso. Convinto, però che l’affanno non provenisse  da quel quadro, continuò a cercare scrutando l’erba, le tavole, l’incavo che sottostava a piè del muro di cinta dell’area scolastica sovrastante. Non riuscendo a scoprire la fonte che l’aveva indotto ad alzarsi, si lasciò attrarre dalle mosse del felino. Il gatto non dimostrava alcun intento famelico. Sorridendo sotto le vibrisse,  stuzzicava il topolino con la destra incitandolo ad andare e fermandolo con la sinistra appena accennava a muoversi. Il topolino squittiva di paura e di rabbia  cercando di sfuggire agli artigli del mostro che evidentemente ne aveva diletto. Il gatto, invero non attentava alla sua incolumità ma giuocava, si divertiva  del terrore che gli procurava. Il topolino, però ignaro del giuoco, temeva d’essere ammazzato e con furia tentava di sottrarsi alle sue grinfie. Ad un tratto il gatto lasciò la presa ed il topolino,  incredulo si ritrovò libero da quel cerchio infernale nel quale era caduto e cercò di mettersi in salvo,  saltando sull’alberello di pino malpiantato che stava a meno di un metro di distanza, sulla direzione di fuga che gli scappò dalle zampette. L’alberello non era cresciuto che quel tanto per non dichiararlo morto. La buca nella quale era stato interrato non gli aveva offerto la possibilità d’impiantare bene, le radici. Qualche rifiuto plastico od altro elemento non dissimile, abbandonato dai muratori nella terra, non aveva permesso alle radici di scendere in profondità e dargli la possibilità di svilupparsi, al pari degli altri che contornano il rettangolo. L’alberello, dunque lamentava una naturale instabilità e manteneva un debole equilibrio. La scelta del topolino, in sostanza, era stata incauta. Quel pino non era in grado di dargli la sicurezza necessaria. Ma l’offerta che gli si parò davanti, era quella  e l’afferrò al volo. L’urgenza non gli aveva  permesso  di  verificarne la stabilità, né l’altezza e vi schizzò sopra cercando la salvezza. La situazione precaria, quel barcamenarsi ridicolo,  istintivamente indusse Anco a sorridere, sopravanzando la tragicità dell’evento. Il gatto rimase sdraiato con le zampe anteriori e posteriori allungate, con la pancia adagiata sui granelli di sabbia con una indifferenza umiliante.  Il topolino, in concreto non aveva scampo ma il gatto, se ne stava stranamente acquattato per terra. “ Quel gatto è un felino addomesticato, privato dell’identità “ si disse Anco con un

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accorato fastidio “ ma ha la capacità, d’intimorire il topolino con la presenza.” concluse e si accese la sigaretta. Aspirò profondamente senza perdere di vista il predatore con l’istinto assopito, denigrandolo e mandandolo dagli estinti per la mollezza e l’inettitudine acquisita e ritornò a tentar di scoprire la fonte che l’aveva indotto ad alzarsi. L’affannoso respirare che l’aveva distratto dalla lettura,  apparteneva ad altra specie ed in ogni caso non si addiceva alla sopraffazione di una specie su un’altra ed allora si sporse con la testa un po’ oltre il davanzale della finestra. Guardò sopra il marciapiede che accompagnava le costruzioni e proseguiva oltre il cancelletto di legno che separava le proprietà. La ricerca, però rimase infruttuosa, non c’era un segno visibile e l’affanno sembrava estinto.  Quando all’improvviso il soffiare spaventoso del gatto lo richiamò sul campo di battaglia. Il gatto, con l’addome strisciante sulla sabbia e con la schiena ingobbita, avanzò di qualche passo, fermandosi ed avanzando lentamente. Ad un tratto, con un’elasticità, invero non eccessiva s’avventò sul pino. L’alberello oscillò paurosamente con l’inquilino che terrorizzato s’aggrappava ai rami con la coda, le zampe e perfino con le vibrisse per non ricadere nelle grinfie del gatto. Lo squittire del topolino era iracondo e tentava senza risparmiarsi, di raggiungere l’estremità più lontana dal gatto. L’alberello con la cima che oscillava fin quasi a toccare terra, era trattenuto con caparbietà dalle radici malpiantate ma sicuramente indomite. L’alberello di pino seppure avesse un travaglio difficoltoso, con alti e bassi e dunque inaffidabile, però non abbandonava il topolino nel tentativo di fuga. Ad un tratto il gatto, però sospese l’assalto e guardando l’alberello che oscillava alla ricerca della stabilità, andò a sedersi nell’identica porzione di terreno nel quale aveva iniziato il giuoco col topolino, lisciandosi con le zampe le vibrisse, gli orecchi, la testa,  intendendo probabilmente far credere al compagnetto di giuoco che potesse star tranquillo. Addirittura a rafforzare in lui questa decisione, iniziò a miagolare col destro d’esibirsi in un brano lirico col  risultato d’apparire stucchevole ma soprattutto di  dare al topo la possibilità di scandagliare senza paura,  la situazione ed approntare una fuga. Il topolino, approfittando di quel leggero frangente, fu indotto a pensare che dovesse  scendere da quell’alberello inadatto ed andarsi a cercare un rifugio più adeguato. Ma il gatto, forse colto da un rigurgito d’istinto di  razza,  si lanciò in un altro assalto inducendo il pino quasi al collasso. Il topolino sorpreso, perse l’equilibrio e si ritrovò penzolone, attaccato con una zampetta ad un rametto, alla mercè del gatto che però s’ingobbì di nuovo la schiena, saltellò sul posto e trotterellò sulle zampe muovendosi in cerchio con una lentezza inaudita seguendo una parata immaginaria.  L’alberello, dunque ritornò nella posizione eretta ed il topolino riebbe la sicurezza anche se precaria, d’averla scampata. Il gatto si divertiva a torturarlo. Il suo atteggiamento  era evidente ma la memoria del topo gridava “ nemico “ e squittiva cercando una via di scampo. Il gatto, però continuava a minacciarlo girando intorno all’alberello, smuovendo le vibrisse, graffiando con le zampe anteriori il tronco ma senza scelleratezza. Dunque si scostò dal pino e s’alzò sulle zampe posteriori cercando con le anteriori d’afferrare qualcosa che volava nell’aria sopra la testa. Spadacciò per qualche minuto,  con  la coda contro un avversario invisibile, poi  la posizionò in alto scalciando ed annusando, piegandosi fino a toccare terra con il muso. Piegò al  petto le zampe anteriori e vi nascose la faccia sbadigliando. Scivolò sul fianco sinistro e s’allungò sulla sabbia con l’intento di consumare un pisolino. Il topolino, meravigliato, rimase qualche secondo ad osservarlo cercando un ramo più robusto a trattenerlo, forse programmando di catapultarsi dal pino e lanciarsi in una  fuga risolutiva. Il gatto sembrava avesse perso ogni interesse al giuoco e si trastullava sulla sabbia a pancia in aria. Ad un tratto il topolino, con gli occhi puntati sul gatto, si armò di coraggio e squittendo rabbiosamente, saltò dall’alberello, a terra ed a gran velocità corse dirigendosi  verso il muro di cinta della scuola, scivolando su terra e ghiaia,  sulle pietre che Anco aveva raccolto sotto di esso “ zappuliando “quel terreno con l’intento di seminarvi dei fiori ed allietare la vista. Ma ripreso prontamente l’equilibrio, riuscì a districarsi dalle pietre, dalle piantine e dai vasi, dai fiori e riprese la fuga di gran carriera, cambiando direzione, orientandosi oltre l’appartamento della signora Gambizza, scomparendo nel roveto,  nelle canne e

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forse nascondendosi su uno degli alberi di fico che resistevano con la vecchia costruzione a piano terra, delle sorelle  Pintocina che si opponevano strenuamente  al rinnovamento ed al progresso avviato dagli amministratori della città. Quel residuo del vecchio in mezzo alle nuove,  alte, moderne  e colorate costruzioni condominiali, in effetti deturpava  la veduta dell’insieme e dunque le anziane  sorelle Labe e  Bela che vi abitavano, quotidianamente erano costrette a subire le minacce dei fagocitosi imprenditori e del  nipote che trascinandosi sul  piede maldestro  toglieva  loro, quella “ tanticchia “ di  pace che riuscivano ad afferrare. Invero a soffrire di questa situazione era Bela, la minore delle sorelle Pintocina. Labe eccezion fatta per qualche debole ed imprecisata  imprecazione, non dettava a Bela alcun ritmo particolare. La sua mente si nascondeva nell’immaturità al contrario del cammino dell’età e del corpo che si era appesantito oltremisura.  La mattina, Bela si alzava che ancora non era chiaro. Messo piede  sul pavimento  dava inizio alle faccende di casa. A metà mattina, oltre alla sorella era costretta a farsi carico del  nipote che si  esercitava nell’arte del procacciatore d’affari.  Bela s’attardava in cucina a preparare il pranzo ma non aveva scampo. Il nipote le stava alle calcagna,  pressandola perfino quando faceva alzare dal letto di spine,  la sorella e l’accompagnava in bagno, la spogliava , puliva, cambiava  e metteva  a sedere. Togro, indifferente alla fatica di zia Bela continuava ad esporre il piano,  costringendola ad

afferrare l’affare che le prospettava. Labe, seduta sulla sedia assegnatale, col mento reclinato sul petto,  giuocava con il mignolo della mano sinistra  in silenzio e sembrava contenta. Quando Bela le accarezzava la faccia per darsi conforto, lei le regalava perfino un sorriso a mezze labbra. Appena la casa si faceva un po’ d’ombra, Bela prendeva a braccetto la sorella e la induceva a  passeggiare. Andavano avanti ed indietro per quel che potevano,   lungo il muro perimetrale della casa, senza varcare il cancello scorrevole che chiudeva all’interno i palazzi condominiali. Quando Labe dava qualche segno di stanchezza, Bela prendeva una sedia, l’accostava alla porta e la metteva a sedere. Guardata a vista dal nipote, innaffiava le  spinesante, il cactus, le margherite e gli altri  fiori che coltivava nel rettangolo di terra lungo il muro, in tubi di cemento e latte di conserva. A tempo, entrava in casa ed andava in cucina ad osservare la cottura del pranzo. Quando il nipote girava la gamba ed usciva dal cancello, Bela , di corsa entrava in casa uscendone con un pugno di sale che lesta buttava alla volta del nipote con un lungo sospiro di liberazione. Allora prendeva per i fianchi la sorella e rientrava  in casa chiudendo la porta a doppia mandata.  Bela aveva svolto il  lavoro di raccoglitrice di gelsomino fino alla chiusura della fabbrica e la voltura dei campi in capannoni e ciminiere. La dipartita dei genitori le aveva procurato un collasso e lasciato in eredità la sorella. Aveva interrotto quasi del tutto di cucire e ricamare su ordinazione, rinunciando a quel che poteva essere. Adesso è costretta a sopportare le angherie di un nipote venuto in città ch’era adulto,  al seguito della bara della madre. Aleta, la sorella di Bela rimasta incinta di un uomo sposato e  padre di tre figlie, ripudiata dal padre si rifugiò all’estero. Aveva partorito  Togro e smarrita la strada maestra. Bela l’aiutò per quanto le fu possibile ma Togro non rientrava nella sua disponibilità. Adesso le era diventato uno strumento di tortura e non voleva vederlo neanche a salutarla.

Anco distratto dal gatto giocoso, con la sigaretta spenta e l’accendino in mano, si ritrasse dalla finestra, nauseato. Il tempo di fare mezzo giro verso l’interno con l’intento d’accendersi la sigaretta, che il ritmo accelerato del respirare che l’aveva distolto dalla lettura si fece largo nell’aria della finestra. Anco ritornò ad allungare la vista a destra ed a sinistra trattenendo a sua volta il respiro. Il gatto si era addormentato ed ogni fruscio nel terreno non dava alcun risultato degno del l’attenzione desiderata. Le lucertole correvano nell’erba, si fermavano, alzavano la testa e dopo qualche istante riprendevano a correre. Le farfalle bianche con qualche farfallone variamente colorato, ondeggiavano nell’aria, si posavano sui fiori confondendosi con i garofani e le margherite ed andavano persino a gironzolare intorno ai cetriolini. Terminata la ricerca, assopita la curiosità, fluttuando leggere oltrepassavano il muro divisorio e sparivano nella terra incolta, attratte dalle strane voci  degli emigrati dell’appartamento accanto. Venuti per le vacanze si dilettavano a parlar

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male dei parenti, bisticciavano fra loro e raffrontavano quegli amici lasciati nelle nebbie a dimora con quelli locali, senza lesinare loro qualche sciabolata tirando in ballo figlie e nuore ma soprattutto degli altri,  in un linguaggio reso bastardo dall’ignoranza e dal tentativo d’assimilazione per nascondere l’emigrazione

“ Questa società non riesce mai ad evolversi. Continua a restare chiusa e “ curtiggiari “ per salvarsi la giornata. Questa gente, ha bisogno d’essere  scolarizzata. L’uomo, oltre alle  braccia ha bisogno della mente. La  cultura.è un indicatore dello stato di salute di un paese.  Il cittadino dev’essere in grado d’acquisire  la ragione degli altri. Il  lavoro di qualità è un marchio di speranza nel domani ma se non acquisiamo  la capacità d’accettare nella fratellanza i diversi, gli altri, il mondo cammina a piedi ” si disse Anco osservando l’edificio scolastico. La voce degli studenti e dei professori era un richiamo. Restava ad ascoltare lezioni intere ritrovando nella memoria i giorni di scuola, la fretta di crescere e d’impossessarsi del domani preparandosi a combattere  per raggiungere  la propria autonomia, per essere  libero da ogni condizionamento. 

Il villaggio di Anaggio, situato in faccia al mare, era stato decimato dall’emigrazione e messo, sotto la minaccia della speculazione. La spiaggia lunga e larga era un campo di battaglia per i ragazzi del villaggio che non avevano altro per occupare il proprio tempo,  libero dallo studio. I pescatori praticavano la pesca con la sciabica e dai villaggi rivieraschi venivano altre barche. A piedi scalzi, con la “ cunnana “ a tracollo, spalle alla montagna, tiravano risalendola fino a raggiungere il compagno-raccoglitore e scendevano per riagganciarsi alla rete e riprendere la fatica,  senza pausa.  Il ritorno li induceva a rubare  al respiro due boccate della cicca di sigaretta tenuta a dimora nell’incavo dell’orecchio di sinistra, per darsi un po’ di conforto e riprendere con più lena. Il

pescato, non riusciva mai a gratificare la fatica ma le poche volte che vi riusciva non superava, comunque mai  il livello della sopravvivenza. Invero non riusciva a sollevarli dalla posizione sacrificale nella quale si erano ritrovati nascendo a quella latitudine ed a quella longitudine.  Il mare è bello ma non serve a riempire  la pancia. adeguatamente mantenendo i  pescatori di Anaggio in ostaggio. La quantità di pescato non raggiunge mai la misura adeguata . Ogni giorno la famiglia ha bisogno di mangiare ma anche d’altro. Gli anni minano senza risparmio, l’esistenza dei pescatori. Questa condizione,  non di rado istigava alla  lite. La fatica e la frustrazione induceva a sfogarsi sulla barca del  vicino.  A volte, però qualche furbastro nascondeva la vigliaccheria e nasceva la guerra. Le marinerie, chiamate nella caserma dei Carabinieri, s’accordavano sul patto di non belligeranza La causa era la miseria, le parole gonfiavano la lingua ma nel petto non avevano nulla che bruciasse. Il maresciallo conosceva l’andazzo, era una vecchia volpastra  e non infieriva. Sapeva che “ il buon comportamento “ gli avrebbe  portato  il pesce migliore che un pescatore non  riesce a mangiare. Ha sulla faccia la dignità da fare rispettare..

 La salvezza dell’annata, però era la tonnara. La pesca del tonno era praticata fin dai tempi della diceria ed i pescatori di Anaggio e dei borghi marinari rivieraschi, l’attendevano alla stregua della festa del Santo patrono. Il Rais per conto del nobile padrone  reclutava i pescatori. La legge del Casato veniva applicata secondo  le condizioni del rispetto portato al Rais escludendo il pescatore considerato fortunato se veniva imbarcato. In effetti lo era e nessuno osava  presentare al Rais la richiesta di un trattamento migliore. Ogni pescatore era solito mugugnare con i compagni credendo di salvare il culo. Una proposta del genere era ritenuta lesiva della maestà ed il temerario scritto nel libro nero. I buoni avevano riservato l’imbarco senza mancare un anno, l’impudente perdeva il lavoro ed era costretto ad emigrare. Il  territorio d’appartenenza si trasformava in un deserto. Messo al bando dal lavoro in loco, s’arrabbattava per sopravvivere ma non c’era possibilità e lo spazio si restringeva senza scampo. La  proprietà del Casato si estendeva anche sulla terra ed ogni Santo giorno era una calunnia che induceva anche un timorato di Dio,  ad un furioso  bestemmiare.

Una sera che il cielo era senza luna  ed i pescatori avevano rassettato il mestiere nella barca, pronti per scendere in acqua ed andare a calare, un nuvolone nero al pari se non più della pece, pregno

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d’odore di liscìa, lentamente, con circospezione cominciò ad accumularsi sull’orizzonte. I pescatori lo videro scendere con indolenza perniciosa ed acquattarsi sul villaggio. La paura .rallentò il respiro perfino degli spiriti nella casa di Meto Minco. La sua bruttezza indusse  ognuno a coprirsi gli occhi ma l’immagine, comunque circolava nel globo oculare e parecchi furono costretti a vomitare il digiuno. La minaccia di una tempesta mai vista, indusse Gico Bolso a sentenziare “ faccia alla montagna “ e tirata  la barca a mezzacpsta ritornò a casa con la ciurma. La Signora  Sleva Patuco, consorte di Gico Bolso aprì lo sportello della porta per guardare il cielo e meravigliata vi scorse il marito. Aprì la porta e non ebbe la forza di toglierli dalle mani la roba. Senza pronunciare una  parola,  si scostò per farlo entrare. Aveva sentito nell’aria il volo morboso  del mostro e dallo spavento gridò: “ Mamma! U Santulibranti! “ ritirandosi a sedersi alla conca,  riprendendo a testa bassa  “ a ripizzari camici e causi pi mmari. “

“ U Signuri, è il padrone e comanda in ogni luogo ma che non faccia danno agli ammalati.  Meglio che colpisca, se deve assolutamente,  una vecchia gallina che un pollaio che fa uova.” disse Gico Bolso chiudendo la porta. “ Un pescatore è in balìa del cielo anche con la barca in secca “ continuò togliendosi il cappotto militare  ed appoggiandoselo sulle spalle. “ Studia, studia Bennu picciottu e che la fortuna ti assista “ disse ad Anco sedendoglisi accanto, uscendo la tabacchiera dalla tasca apprestandosi a confezionare una sigaretta.” Un branco di lupi ha scavalcato il recinto e s’aggira per mare e per terra. Hanno una gran fame.” disse  rivolto a Sleva senza guardarla. La moglie lo guardò con apprensione e scansandosi una ciocca di capelli dagli occhi, gli disse: “ A mala a ccu cci capita. Chi ddiu l’aiuta e a niu non ci abbannuna. “  Anco  con il libro di scuola in mano, seduto accanto, premeva per ripeterle la poesia a memoria. “ Leggila nautri cincu voti. Fozza Bennu picciottu “ e posando nella conchiglia  che teneva sulla sedia d’appoggio “ un cocciu di granuni “  gli diede il via. Anco ripeteva a voce alta la poesia senza leggere mancando qualche parole ma ritrovandola nel respiro. Quando la conchiglia raccolse il resto del granturco stabilito, Anco chiuse il libro, ripetè senza sbagliare la poesia ai nonni ed andò a letto, salutandoli e ricevendo la loro benedizione. La mattina dopo di buon’ora e grado, si sarebbe alzato e l’avrebbe ripassata. La  mente fresca  l’avrebbe acquisita  e stampata con inchiostro indelebile. Anco amava studiare ed  andava a scuola preparato ma a volte faceva cilecca, tradito dall’emozione. Quella notte fino all’alba, Anco inseguì il Santulibranti, con le coperte tirate fin sulla testa. Ad un certo punto della notte, ebbe la notte sensazione dei soldati che dal mare salpavano e correvano a concentrarsi sulla collina. Transitando sulla casa, dagli scarponi lasciavano cadere una gran quantità di sabbia che Anco ebbe il timore che potesse restare sepolto. Quando la  mattina la nonna lo chiamò per alzarsi, non gli parve vero d’essere in grado di muoversi e che il vento bestiale era scomparso. Invero, migliaia e migliaia di lupi mannari  e  della peggior risma, con il  primo turno di guardia che smontava, si misero in cammino e lasciarono sul mare l’inizio della notte, assiepandosi a gruppi di quattro ma non superiore a sei,  nelle chiome dei pini che incontravano, mettendosi in aspettativa di ordini.. Andando a scuola, Anco notando una lieve turbolenza sulla collina, per evitare che si raccogliesse e si gonfiasse di cattiveria o qualcosa di peggio,  estrasse dalla tasca, il coltellino con il manico di madreperla, che portava immancabilmente in tasca, e la tagliò. In effetti, gruppuscoli formati da giovani reclute, premevano per prendersi “ la rivincita. “ Avevano per le mani un contenzioso da saldare ed in un breve lasso di tempo, aggravarono la disposizione dei regolari, minando la resistenza dei pini,  piegando i loro rami, fino a toccare terra. I Veterani, pur  indotti  a lanciare un grido d’incontinenza, riducendo la missione ad un acquazzone di passaggio, riportarono nelle fila i riottosi ed a tappe forzate li condussero sulla montagna a smaltire la loro esuberanza, senza creare danno, riservando l’energia per i giorni indicati dal regolare svolgersi dei concordato.  Ma il male, casualmente andava a colpire, soprattutto i sofferenti, i disarmati, i figli di nessuno.

La villa Del Pede si estendeva sulla collina ad oriente di Anaggio e la marchesa Paoletta, vi risiedeva  con la leggerezza della specie ed ad ogni modo il sito gliene dava appannaggio. La

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sensazione di galleggiare sul mare, in mezzo al cielo, le riservava anche la prerogativa di maneggiare gli uomini a proprio consumo e diletto al pari di un oggetto. La nobildonna se ne stava in piedi,  con gli avambracci ed i seni che l’età le permetteva di lasciare liberi nella vestaglietta, appoggiati sull’apposito cuscino sul davanzale della finestra rivolta al mare. Le mani aperte sulle guance, le labbra appena socchiuse, assaporava la determinazione che l’amore le inculcava.

 Il Santulibrant, le aveva cullato il dormiveglia ansioso, “ abbaviannusi “ dai pini secolari che serpeggiano nel parco della villa, fino al mattino. Invero a prima sera aveva cavalcato forsennatamente la collina in ogni direzione,  salendo dalla statale. Resi alla sua mercè con una lotta alacre i Ficus dell’entrata, aveva sparso la sua follia ovunque,  bussando con vigore saraceno alle porte ed alle finestre, mettendo a dura prova le radici dell’edera e  degli altri rampicanti che imbottiscono ogni quadrato del muro di cinta. Avvicinandosi la mezzanotte, aveva svolazzato con qualche batter di coda e poi, all’improvviso si era accucciato nelle chiole degli alberi e si era ammollato in un piovigginare salutare  per l’arsura che in quel periodo, stava colpendo la terra. La Marchesa Paoletta Del Pede appena alzata, con gli occhi pieni, sognante accettò con entusiasmo, la bella disposizione della mattinata. Nel buon segno, dunque si dispose nell’attesa della partenza. Il Marchese non aveva voluto accettare il suo amore col Tenente Baracco ed allora avevano deciso di fuggire. Il suo dolce e delicato Lito aveva presentato la richiesta di ferie dicendo d’andare a trovare i genitori e lei si preparò ad incontrarlo. Il Tenente dei Carabinieri di stanza alla stazione di Pulasi l’aspettava sul ponte del Merlo e sarebbero andati alla stazione a prendere il treno delle undici.Il Tenente Lito Baracco l’aveva sorpresa indifesa ma colta la sua attenzione, aveva ottenuto un riposo della mente che leggera s’accompagnava in volo ai passeri ed ai cardelli, ai merli ed ai gabbiani e perfino alle pecorelle che s’aggiravano sopra l’orizzonte ad oriente. La Marchesa Paoletta sentiva che la madre morta con la sua venuta al mondo, la guidava. L’amore espresso nella sua pittura esposta alle pareti le aveva accompagnato la crescita ed ora rientrava  nei luoghi dell’arte dell’anima. La partecipazione involontaria del Tenente Lito Baracco all’inaugurazione della cantina vinicola Marchese Del Pede,fu l’occasione della loro conoscenza.  La produzione e l’imbottigliamento del vino delle campagne di Anaggio, invero risultò ai loro palati, forte e delicato da condurli a sognare al primo annusare.  Il Tenente Baracco era stato comandato a presenziare per conto del Comadamte della stazione, impedito per motivi familiari. La sua cultura enologica, non aveva alcuna attinenza anche se quello del padre era un marchio imponente. La Marchesa Paoletta, praticamente gli concesse, anche se sbadatamente di prenderla in braccio. Le scale ampie, sobrie, riposanti,  per evitare che perdesse quel momento fatale, le concesse la possibilità di burlassi per quel tanto che bastasse, del suo invidiabile, inattaccabile, equilibrio. Il cervelletto, però le comandò quel movimento che strano, non pericoloso per farla cadere nelle braccia del Tenentino che stava salendo. Il Tenente Lito Baracco, all’improvviso si ritrovò con nelle braccia il corpo della Marchesina Paoletta che lo guardava con gli occhi spaventati e giuocosi. Il Tenentino l’abbracciò e  s’indusse  a trattenerla appoggiandosi col gomito destro lentamente e delicatamente la schiena di lei,  al muro per stabilizzare il proprio equilibrio messo in forse. Il senno del poi, fece dir loro che una vibrazione magica avvolse i loro corpi, le menti ed i cuori che non aspettandosi un tale avvenimento, rimasero per alcuni minuti, inspiegabilmente stupiti. Una pausa che ebbe uno spazio infinitesimale, bastante ad insufflarli dello spirito dell’amore. La serata li accompagnò per ogni stanza e perfino alla torre dove il giovane Mico teneva e curava i suoi uccelli. Il Tenente Lito Baracco lasciò villa Del Pede con gli orecchi ronzanti e la testa vagamente sulle spalle. Attraversò il salone con l’aspetto di un sonnambulo che scende in giardino origliando la luce del mattino che avanza lungo le siepi, si tuffa quel tanto che basta per dar voce ai pesci della vasca a forma di pozzo cominciato e mai scavato e si tuffa nel quotidiano movimento e rumore dei residenti.  Ogni bottiglia, bicchiere, pasticcino od altro era andato a letto con la servitù. Il Marchese, con l’occhio sornione del fantasma dimenticato della torretta d’avvistaggio,  pensò che la figlia volesse tirare due calci nel giardino per sgranchirsi le ginocchia dopo una giornata  di dolce far nulla e si preparò ad

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uscire col Caporale che aveva già preparato il calesse ed agganciato il cavallo. Sul momento, non ritenne che il Tenente Baracco potesse considerarsi pericoloso e lasciò che andasse. La Marchesina Paoletta, da quella sera non perdeva  tempo nella vigna, negli ulivi e con Malina. Si rifugiava  in luoghi solitari e lontana da occhi indiscreti a covare il suo amore per Lito. Il Tenente non vedeva l’ora di smontare dal servizio e scompariva dalla caserma. I familiari che non lo sentivano preoccupati chiedevano notizie. Ogni giorno libero si sobbarcavano chilometri di calesse a visitare i resti di civiltà antiche, bellezze sconosciute perfino alla Marchesina  Del Pede, Il Caporale Geso comandato dal Marchese a sorvegliare la figlia che non commettesse qualche errore, aveva il suo ben da fare e molte volte ne rimase fuori. Le occasioni per sfogare il suo istinto bestiale non poteva e non voleva decapitarle e stare a guardare con le mani in mano i pruriti della Marchesina. Dovere e Fedeltà  era il suo motto ma non poteva offendersi fino a questo punto. Ad ogni modo non era lui a tradire il padrone. Quando il Marchese venne a conoscenza che la figlia era in stato interessante ed aveva organizzato la fuga col suo Tenentino, prese le misure adeguate. Invero la Marchesa Paoletta lo aveva informato che amava il Tenente Lito Baracco e che aveva interesse a sposarlo. Ma il marchese dicendole con fermezza che non era da pensarci, che era destinata ad altro del suo rango, non pensò a quell’incognita. La Marchesa Paoletta, inghiottì amaro alla risposta del padre ma abbassò la testa ed in silenzio si rifugiò nel silenzio coatto. La stanza della Candelora, l’accolse per molte ore al giorno ed a volte nel cuore della notte. Si rifiutò di scendere per pranzo e per cena ma non si nascondeva al suo amore. Ogni volta che si lasciavano ritornavano alle rispettive dimore con il timore di non rivedersi. La Marchesina Paoletta ritornò al padre sedendo a tavola, cercando un altro modo, meno diretto per riprendere l’argomento chiuso bruscamente tempo addietro. Ma non riuscì a cambiare il diniego del padre, neanche a piegarlo quel tanto per indurlo con le dovute maniere a carpirgli un momento di debolezza. L’una non era da meno dell’uno. L’uno e l’altra eran due gocce d’acqua. L’una perseguiva il suo amore e l’altro il suo scopo. Il Marchese confidava nell’occhio vigile del Caporale Geso. La Marchesa Paoletta, resasi conto che il padre non avrebbe ceduto e che allo stato delle cose non aveva altra scelta che quella della fuga, confidò il suo piano al compagno. L’amava in un modo che non riusciva a rendersene conto. Il pensiero di non poterlo averlo nelle sue braccia, di baciarlo, giuocare, ridere e fare l’amore le toglieva il fiato. Allora organizzarono la fuga. Quella mattina, respirata a pieni polmoni l’aria rinfrescata dell’acquazzone notturno, con gli artigli pronti a scattare ma con il coraggio e la forza dell’amore, preparò ogni cosa con Malina e l’aiuto di Sparino con l’ordine di non parlare ed a  bordo del calesse, senza fretta s’allontanò dalla villa. La Marchesa Paoletta arrivò  all’appuntamento al ponte del merlo in anticipo ed a marcia indietro tolse il calesse dalla strada, mettendolo col cavallo a mangiare nella stradina laterale. Non mancava, comunque molto all’ora dell’appuntamento e scese da cassetta ed all’impiedi osservò con l’occhio vigile la strada di probabile arrivo del Tenente. L’aria fraschetta, però ben presto la infastidì costringendola a risalire a cassetta e rimettersi in strada. A piccolo trotto, attraversò il ponte, imboccò la deviazione verso sinistra che conduceva alla Tenenza dei Carabinieri  e poi ritornò al punto di partenza. Voleva  evitare di stare ferma e di non dare troppo nell’occhio. Quando il tempo, però trascorse lasciandola a prender freddo, si preoccupò. Addirittura riuscì ad  incolparsi del mancato incontro per non essersi fatta trovare all’angolo stabilito. Il ponte, però non era lungo che circa venticinque metri e non c’era persona o calesse che potesse rendersi  invisibile. L’avrebbe scorta perfino chi non vede per via della fragranza che emanava il suo corpo. Allora saltò a cassetta e con la preoccupazione al massimo della misura, intonò l’inno di marcia e partì all’assalto del Comando della stazione. Il piantone non le permise l’ingresso. Aveva ordini tassativi, però alle sue domande molto e se non oltre alla nevrosi, si lasciò sfuggire che il Tenente Baracco era  partito in missione. Aveva lasciato la stazione quella notte. La Marchesa Paoletta Del Pede, per un momento perse la vista ma resistette al momento di sbandamento e riprese il controllo.La resistenza, però cominciava a vacillare e mettendo il piede sul predellino per salire a cassetta

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scivolò mettendo in apprensione il piantone che pur non potendo muoverso corse a sorreggerla. La corsa alla stazione ferroviaria fu impietosa. Il cavallo rischiò di scivolare ed il calesse deragliare contro il muro che delimitava gli orti e battere contro le case. Imboccava le curve in modo irruento,  pazzesco. La stazione ferroviaria di Pulasi era deserta ed entrò arrivando fino ai binari fermando il cavallo a stento, sfiancato che sbavava e nitriva spaventato. L’accorrere del Capo Stazione, manovali e manovratori non riuscì a calmare la sua ira. La Marchesa Paoletta Del Pede al pari di una forsennata gridava  il nome del Tenente, chiamava il suo amore scomparso, senza darsi pace. Ad un tratto,  però sentì pungersi la lingua e cadde perdendo la conoscenza. Un po’ d’acqua e zucchero la riportarono  al suo dolore. La Marchesina riprese  le forze, però ritornò a gridare il nome del Tenente Lito Baracco. Ad un tratto il cavallo, non sopportando più il peso del calesse, scivolò nei binari rantolando. La Marchesa si sentì perduta, allarmata guardò il cavallo  negli occhi e capì che aveva bisogno di ripos. Ordinò che qualcuno lo liberasse,  gli slacciasse  il calesse. Umo dopo alcuni minuti, riprese il respiro, riacquistò la freschezza e si mise sulle zampe nitrendo, andando a mangiar qualcosa nel prato sopra la stazione.

Il treno con a bordo l’amore era scomparso quella notte. Aveva imboccato la lunga e tetra galleria della “ Scarfegna “ dileguandosi. I passeracei che avevano colonizzato i pini della stazione di Pulasi, piegati dal vento di ponente, in silenzio le corsero all’orecchio “ ciuciuliannuli “ che il suo amore era stato trasferito in località sconosciuta, nottetempo con un treno speciale. Il Marchese si era cautelato. La vela latina che la mattina aveva visto navigare sul mare allegra e birichina, era un’imitazione. Lo studente universitario Coda Maso beava le colleghe di facoltà con le canzoni dei cantanti di successo del momento al pari di uno scacciapensieri. La loro bellezza, femminilità muliebre gli riempiva gli occhi e lo lasciavano indifferente. La Marchesa Paoletta Del Pede, invero   non reputò fosse il caso di prenderla in considerazione quella notte e se ne dimenticò ma  quando sentì l’alito del Santulibranti farsi sempre più pesante, comprese ch’era stata leggera ed averlo preso a prenderlo sottogamba, un grave errore.  Aveva avuto la sensazione profonda che fosse entrato,  che “ ntrasatta “e si fosse  intrufolato nel suo letto.La Marchesa Del Pede, al’improvviso rientrò  nella sua stanza. S’accorse della  finestra e repentinamente si rese conto del male. Allora ’avvicinò al grande specchio a misura intera e mandò fuori fino alle radici, la lingua. La stanza da bagno le dava sicurezza e con scrupolosità, esaminò ogni papilla  e più volte cercò con le unghia di asportare qualcosa che non era identificabile e  lavò con l’acqua, abbondantemente e sputò l’umor acqueo del fiato, fin quasi a vomitarsi addosso.  Il Santulibranti, però era entrato, aveva occupato ogni angolo, ogni metro quadrato di pavimento, pareti,  tetto e perfino gli infissi di porte e finestre. A farla breve, le era saltata addosso ed  avvoltola  in una spirale sinuosa, ammaliante, l’aveva sconvolta  fin sotto i calcagni. La Marchesa Paoletta senza accorgersene, precipitò  nella grotta marina di Bofante, situata nell’estremo lembo del territorio di Anaggio, residenza e covo di murene giganti ed invero domicilio del plesso operativo dei sommozzatori del Carabinieri, sulla  spiaggetta a mezzaluna, di granelli di sabbia bianca, che l’accompagna. La mattina si era presentata sotto mentite spoglie ma la Marchesina Paoletta non volle dichiarare d’aver perso la speranza che il suo bel Tenentino potesse presentarsi. Allora perse ogni ritegno di se stessa e del Casato.La sensazione dolorosa della perdita, la sconvolse.  Apriva la bocca per scagliare per ogni dove maleparole, inudibili per un uomo, innominabili per una donna e per di più di nobile Casato, “ vastaserie “ che non erano ammesse neanche nelle case d’appuntamento. La stazione di “ Pulasi “ fu preda della Marchesa Paoletta che afferrata la paletta dalle mani del manovale – manovratore, intimò al Capostazione l’arresto ed il ritorno indietro di quel treno speciale, apparso e scomparso nella nottata. L’arrivo del Comandante della stazione dei Carabinieri nella quale era di stanza il Tenente Baracco, coadiuvato dal battaglione che si era portato al seguito, equipaggiato con armi,  addirittura antisommossa, alterò ancora di più, la mente della Marchesa Paoletta. L’arrembaggio tentato dai militari per ricondurre alla ragione la Marchesa Paoletta del Pede, sortì un effetto deleterio. anziché ricondurla  nei confini naturali, riuscì ad aggravare la sua condizione. “ Voglio  Lito, voglio Lito, restituitemi il mio

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amore.” gridava loro sputandogli in faccia otri di oscenità. “ Il Tenente Lito Baracco, non può essere scomparso. “ continuava alla stessa stregua, senza darsi pace. “ L’avete trasferito per farmi del male. Dovete riportarmelo indietro “ gridava loro,  appesantendo se possibile, il colorito delle parole. La Marchesa Paoletta del Pede, con la paletta in mano era instancabile, intrattabile e scagliandosi or contro l’uno or contro l’altro, senza badare alle armi spianate, gridava: “ Ladri, ladri: M’avete rubato Lito. Voglio Lito.  Ridatemi Lito. “ L’intervento di Padre Geloro, sacerdote-esorcista, accorso su pressante comando del Vescovo,  invero  riuscì a ricondurre alla calma la giovane Paoletta. Il suo carisma, la veste sacerdotale richiamarono l’attenzione della Marchesina, impedendole di vedere, l’avanzare alle sue spalle del plotone dei Carabinieri che a meno di un metro di distanza, sferrarono l’attacco ed arrestarono la sua forza. Il Medico di famiglia, con un sedativo la rese innocua ed a bordo della camionetta del Comandante dei Carabinieri la condussero in villa.  Il Medico di famiglia rimase ad assisterla ma nulla potette fare per fermare l’aborto al quale andò incontro la Marchesina. Le  settimane di degenza della Marchesa Paoletta Del Pede, erano cosparse di salti e tuffi, d’attorcigliamento e grida inconsulte. Il Marchese si era mantenuto lontano e continuava a restarsene nascosto dalla tenda. Malina le faceva da madre ed infermiera e non si staccava dal letto, tenendola sotto osservazione ventiquattro ore, notte e giorno senza interruzione. La ragazza pur con gli occhi chiusi vagava nella notte trasformando il letto in una piazza d’armi. Svuotava i materassi in una forsennata ricerca d’occupazione. A pugni chiusi lottava con l’aria e gridava con voce scura, dura, cavernosa e piangeva tanto che Malina quando arrivava il dottore Gnalino, andando a ridarsi un po’ di rassetto nella sua stanza, gli diceva: “ Ha rasentato la pazzia “ con un filo di voce che le pareva una bestemmia. Il  Dottore Gnalino aveva molta pazienza ma non riusciva più a continuare. Il Marchese era incancrenito nel suo potere e nell’indifferenza verso la figlia. Il desiderio del figlio maschio non avuto e sperato fino alla nascita di Paoletta, gli era rimasto nel gozzo al pari di una cancrena. Quella bambina non l’aveva accettata e la morte della moglie aveva aggravato il rifiuto. Il Dr. Gnalino voleva credere e tentava di toglierle i sedativi pe ridarle una possibilità di autosufficienza ma  non riusciva ad arrivare alla porta della stanza che la bestia famelica gli saltava sulle spalle. La Marchesina si  trasformava in un lupo mannaro e lui non aveva l’energia dei vent’anni. La fatica di rimetterla a letto e la paura di perdersi in un infarto, lo indusse a rimettere l’incarico. Impose al padre, invero d’assumersi le sue responsabilità. Gli  consigliò, però di renderla libera allentandole ogni vincolo, giorno dopo giorno. Quella ragazza aveva bisogno che il legame esistente le venisse allentato. “ La cura ha bisogno di tempo ed io non ce la faccio “ fisse al padre. “ Ha bisogno che le badi un uomo robusto, forte ed in caso estremo, di necessità, che le faccia bere, senza farsene accorgere,  “ 25 gocce di questo farmaco“  ed anche più, in un po’ d’acqua, “ concluse  e  consegnandogli una boccettina, scomparve Geso fu incaricato della guardia notturna  e Malina gli subentrava di giorno in un susseguirsi di mesi che oltrepassarono l’anno senza però raggiungere il secondo. Ogni mattina Geso usciva dalla stanza col sorriso sulle labbra. La Marchesa Paoletta, dormiva soddisfatta ma  quando lasciò la stanza, aveva accumulato negli occhi una luce malversa che riusciva perfino ad impaurire i cani di Geso.  La Marchesa Paoletta del Pede, dalla bambina innocente, timida e timorata, si era trasformata in una belva famelica.  Aveva ingaggiato una gara  col Padre. Il premio, invero eran pescatori e contadini. I contadini, stanziali sulle sue terre, erano considerati di proprietà, dunque non avevano scampo. I pescatori si consideravano più liberi, non sottomettibile alla volontà del pur “ nobile Casato “ ma comunque, anche se con qualche difficoltà mangiabili.  La Marchesina Paoletta, andò per campi e spiaggia nelle ore più impensate sollevando dal riposo i giovani maschi ed a volte anche qualche adulto stagionato, senza farsi alcuno scrupolo. Il “ Male “ non le dava scampo, le ardeva nel ventre e nella testa con tale urgenza che il tempo perdeva ogni spazio. La febbre della passione le saltava per ogni poro e le toglieva l’equilibrio. La bestia non le concedeva alcun ritegno e l’uomo che si era trovato casualmente sulla sua strada, aveva l’obbligo di saziarla anche con le mani e con i piedi. Le

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caviglie chiuse nei pantaloni spingeva coi calcagni scavando la terra anziché zapparla con la vanga. Quando l’aveva reso un mollusco lo abbandonava con uno schiaffo e gli mandava il caporale a richiamarlo perchè sfaticato, sbracato per terra.  La stagione della vendemmia e per la raccolta delle olive, il Marchese Filo Del Pede, dava disposizione al Caporale d’ingaggiare a giornata, anche giovani pescatori. Il posto in barca era una necessità ma i padroncini lavoravano in famiglia ed a volte mandano a giornata i figli. Il mare non guarda in faccia nessuno ed il più delle volte è cattivo. I pescatori dipendono dalla sua volontà, lo conoscono e gli portano rispetto. Il Marchese del Pede oltre ai coloni aveva delle donne fidate che all’occorrenza faceva chiamare. I giovani che avevano perso l’imbarco accompagnavano le madri nei campi e si affidavano alla bontà del Signore. Ogni sera prima d’uscire dalle terre, erano sottoposte all’ispezione del Caporale. Le mani  “ du Camperi “  indugiavano sui loro corpi. Il bastardo ne approfittava vergognosamente. Il cane armato, scostava e scrutava ogni piega della donna, celibe o sposata, umiliandole. La necessità di mantenersi il lavoro, costringeva ogni donna, a sopportare in silenzio. Allora per vendicarsi e darsi almeno un po’ di conforto, escogitarono di compensarsi. Secondo quello che i mariti facevano andando per mare, avevano stabilito dei segnali. La latitudine e la longitudine del luogo nel quale avevano scavato la loro buca. Il terzo palo della ferrovia, l’albero di noci, la fontana ed all’insaputa del Caporale, sottraevano una manciata del raccolto per casa. Nascosto nella  buca a loro riconoscibile, sfuggiva al controllo. Quel tanto o poco che riuscivano a sottrarre all’occhio torvo, al naso peloso del Caporale era un guadagno, il compenso ai suoi maneggiamenti. I ragazzi aspettavano il calar delle tenebre e sfidando con giocosità il Caporale, prelevavano il bottino dalla buca e lo portavano alle loro mamme. I ragazzi nella loro incoscienza trattavano la cosa al pari di un giuoco, ma non era una passeggiata. Il cane bastardo, aveva la capacità che all’improvviso, sbucava da un filare o dal tronco di un albero e  balzargli sulle spalle  con la brutalità che i cani stessi, non riuscivano ad estrarre. Il Caporale con il cane al piede ed il fucile in spalla con la cartuccia in canna, lasciava il covo e scivolava lungo i filari, sotto gli alberi. I ragazzi di guardia, accucciati per terra erano lesti ad avvertire del pericolo ma a volte per strafottenza o per goliardia, non facevano in tempo e la fuga si trasformava in una lotta all’ultimo passo. Quando stavano in guardia senza giuocare, al minimo rumore od allo scorgere  di lucciole in avvicinamento, col sospetto,  avvertivano i coetanei. La fuga verso il  sottopassaggio era più rischiosa ma vicina a casa. A volte qualcuno restava impigliato nei rovi sistemati ad arco ed il passaggio diventava tragico, restando preda delle fauci del cane. Ma senza sopraffare dalla paura, con lacci e pezze di juta, riuscivano ad immobilizzare ed ammutolire l’animale prima che arrivasse il Caporale, lasciandogli da  scaricare la cattiveria nei rovi e liberare il cane dal cunicolo nei rovi, nel quale era stato ingabbiato. I ragazzi oltrepassata la ferrovia, sacco in spalla ritornavano al villaggio. Sulla pista, alla luce della lampadina della strada, dividevano la refurtiva.. Le mamme con l’ansia nelle mani, li attendevano al buio,  dietro la porta socchiusa sobbalzando al passaggio del gatto, al colpo di vento, al minimo rumore che scoppiava nella notte silenziosa. Andavano a letto , col cuore che le sobbalzava nel petto dalla pura che potessero cadere  nelle mani “ scomunicate. “ Giuravano  a se stesse che avrebbero evitato di coinvolgere i figli ma  l’arroganza ed i sorprusi quotidiani non lasciavano loro altra scelta. Il Caporale Geso, protetto dall’arroganza del Casato,  chiuso nel vestito di fustagno e la coppola in testa, secerneva veleno ad ogni  passo. Vantava sulle donne un diritto padronale e se ne vantava provocando mariti e figli, credendosi intoccabile. Un pomeriggio, messa a riposo l’estate, con lo scirocco che circolava sulle strade e s’affacciava alle porte ed alle finestre con irruenza,  calpestando l’aria e  percuotendo il silenzio, il Caporale Geso, impegnato in una battuta di caccia,si era fermato nei pressi di una  sorgente d’acqua per mangiare e riposare quando all’improvviso, dall’alto della montagnola, scivolò alle sue spalle l’unica grossa pietra che vi sostava ed una gran quantità di sabbia. La villa Del Pede,attese il suo ritorno ma non perse il respiro. La grossa pietra e la cospicua quantità di sabbia gli avevano tolto il cappello di fustagno colpendolo alla testa. Il resto del vestito che lo

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copriva era rimasto sano ed in attività. Il cane fidato, però si era sottratto alla sua autorità e tentando di  spolpargli la mano sinistra gli aveva ridato la cattiveria, svegliandolo e riportandolo sulla difensiva. Il cane Braco, con pazienza certosina,  aveva effettuato il processo di macellazione in loco, e comunque non era riuscito che a sottrargli,  soltanto il dito mignolo con l’anello che lo autorizzava ad avvalersi dei privilegi del Casato.  Il Caporale Geso, riuscì a guadagnare la strada del ritorno e continuò, comunque a nutrirsi della sua arroganza. La cattiveria lo guidava in ogni assalto. Ordiva  con scrupolosità e senza alcuna pietà, la sua vergognosa attività su spose e figlie  escludendo la capacità di girare il capo Il colpo infertogli, non gl’insegnò nulla. Non adoperò nemmeno una frazione di tempo, seppur infinitesimale,  d’esprimere  al cervello,  la volontà di voltarsi. L’avvertimento  che gli fu lanciato lo recepì all’incontrario. Una forza  più arcigna l’accompagnò, pur tuttavia togliendogli  la velocità necessaria a  ruotare la schiena al momento giusto. riuscendo, però a non cadere per  terra con la faccia in aria e le pupille stravolte, senza una briciola di vista. Messo a morte Braco dopo averlo evirato, lo diede in preda ai maiali neri che vi pascolavano in abbondanza in quelle terre. I cani al suo apparire nel Casato, dopo averlo annusato, impauriti, con la coda tra le gambe, si dispersero per la campagna annusando, cercando Braco ma a sera, stanchi e trafelati tornarono a spartirsi il pasto che il padrone concedeva loro. “ I cani debbono mangiare poco, altrimenti si mettono in pantofole ed a fare il guardiano rimango da solo “ soleva dire a “ Giasuzzu “ l’anziano colono di fondo “Camerru  “ che non condivideva quell’accanimento con gli animali ma soprattutto odiava il suo comportamento morale. Ogni volta che s’incontravano la vecchia ruggine faceva capolino ed il Caporale Geso pensava bene di darsela a gambe. Il colono era un gigante e non temeva in alcun modo le sue armi ed i suoi cani che seppure incattiviti sapevano riconoscere la differenza  del capo branco con le mani e di quello che ha bisogno delle armi  Giasuzzu aveva la forza di un gigante ma era buono d’animo e non riusciva,  pur costringendosi,  a far del male e ne aveva ogni diritto e ragione. Il Caporale Geso aveva creduto di potere approfittare dell’innocenza della figlia di Giasuzzu. La ragazzina febbricitante non era andata nei campi. Rimasta a casa era uscita per dare da mangiare alle galline quando all’improvviso, Geso,  le si parò davanti. Geso, aperto il cancello, ordinò ai cani di ritornare alla villa. Chiamando Giasuzzu percorse  il vialetto, girò intorno alla casa e quando scorse Gialìa, accelerò il passo sorridendo, pregustando l’incontro. Le chiese dei familiari ed un bicchiere di vino. “ Sono tutti al lavoro. Vado alla botte “ gli disse Gialìa con un lieve sorriso.  Il Caporale la seguì nella stanza delle botti e toltole il bicchiere di mano, lo mise “ sutta u cannolu “ per riempirlo. Gialìa si piegò sul bacino e gli aprì il rubinetto attenta a chiudere appena si fosse riempito. Geso notò il petto pieno della ragazzina ed alzò la mano sfiorandoglielo, accarezzandole il mento. Gialìa al tocco ebbe un lieve sussulto e gli lanciò in tralice, un’occhiata interrogativa, ritornando subito al bicchiere. Geso non ebbe scrupolo e  le allungò la mano sotto la veste. Gialìa tremando ebbe la forza di girare la chiave e chiudere il rubinetto della botte del vino e tentò di sottrarsi,  mortificata da  quella zampa schifosa. Geso bevve d’un fiato il bicchiere di vino trattenendola senza alcuna fatica. Buttato il bicchiere per terra le estrasse i seni liberi d’ogni orpello, tirandole al collo la maglietta ed attaccandovisi con la bocca. “ Gialìa. “ chiamò la voce di Giasuzzu. Geso si smarrì e Gialìa vi si sottrasse  dalle sue mani, correndo fuori, sbattendo contro i pantaloni del padre ch’era venuto a vedere e prendere una fiasca di vino. Giasuzzu, vide Gialìa sconvolta e pensò alla febbre ma appena scorse Geso non ebbe alcuna indecisione. Conosceva le gesta di Geso ma non avrebbe mai creduto che avesse attentato alla verginità di sua figlia e senza ascoltare neanche una parola, lo afferrò per il collo e lo buttò con tutta la forza che riuscì a trovare, oltre il cortile, nella scarpata sparandogli col suo fucile da caccia e tirandoglielo dietro. Geso, si meritava d’essere impiccato al “ ruvulu “ più grande e nessuno di sicuro,  ne avrebbe avuto rammarico. Il cane  Braco, gli era il più fidato, l’unico a dimostrargli attaccamento. L’aveva seguito nelle guardie  fino a giorno sopportando le sue angherie senza mai mostrargli il pur minimo dissenso. Devoto, gli esprimeva il suo amore

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leccandogli le mani e preso dall’euforia, finiva per pisciarsi. La Marchesa Paoletta Del Pede,della sua mancanza non se n’era neanche accorta ma con gli anni cercò il suo aiuto per darsi un contegno.  In effetti dopo la morte del padre, Geso era rimasto,  il solo a sovrintendere alle terre, al dare ed avere. La Marchesa Paoletta Del Pede, dunque lo volle accanto nella cura dei suoi interessi,  sperando di riuscire a riacquistare la serenità giudizio. Geso, invero non aveva rispetto di nulla. La dipartita del Marchese aveva lasciato un verme velenoso nelle mura di casa. Il male che aveva seminato veniva raccolto dalla figlia. Servire la  padrona  non comporta escludere un rapporto di piacere. La padrona è una donna, conosciuta, approfittata anche se incosciamente, alla stregua  di ragazze, madri delle quali se ne faceva una bandiera. La sopraffazione, gli abusi, lo affrancavano, gli rendevano, in silenzio l’onorabilità del Giudice. Geso esercitava la legge delle terre, praticava la filosofia del ricatto. La gente lavora per sopravvivere, Geso non che un bisogno e ne approfittava.

La Marchesa Paoletta Del Pede, ad ogni modo era molto lontana con la mente S’aggirava per campi e spiaggia, per la statale alla ricerca dei frutti afrodisiaci che l’ossessionavano senza lasciarle un secondo di libera, normale, sana consapevolezza della condizione umana. Il cane che l’accompagnava non le era da meno. La differenza con Geso era che lei potesse esserne inconsapevole e conscio di questo ne usò il destro arrivando  a mangiarne fino a scorticarle la  bocca ed anche la lingua, costringendola addirittura a  rintanarsi nel letto

Alla dipartita del genitore, rimasta sola, Crata, cugina di linea materna, la invitò a trasferirsi nella sua villa. Crata, figlia dell’unica sorella della madre, era andata in sposa ad un armatore e risiedeva a Punta Liba. Crata era rientrata nella casa paterna, per dare alla luce il secondo genito che nacque in concomitanza con il decesso del Marchese Del Pede. I rapporti con la cugina non erano stati idilliaci ma Crata sentì il dovere d’invitarla nella casa del Padre. La partenza avrebbe riportato le cose nella sua dimensione e la parentela non avrebbe avuto nulla da ridire. Punta Liba richiedeva l’attraversamento di terre e mari e nessuno ed a maggior ragione Paoletta,  l’avrebbe tediata con la sua presenza. La Marchesa Paoletta, ebbe un barlume di lucidità ed andò a trovarla facendo una sporadica apparizione in villa. Giusto il tempo di tenere in braccio quel coniglietto, per qualche istante e dare alla cugina la soddisfazione per la parentela e ritornò alle sue scorrerie. La presenza,  al battezzo del bambino,  era una pretesa che andava oltre la sua disponibilità ma non riuscì ad esimersi. La sorella Fesca,  rimasta per l’occasione, se ne fece carico senza lasciarsi traviare dalle testate sulle ginocchia della sorella.  Venuta dai mari orientali per la morte del padre, non poteva tradire l’aspettativa della cugina. La Marchesa  Paoletta , invero concordò con la sorella,  un tempo indispensabile ed acconsentì a presenziarvi.. Passata la festa, partita la sorella, però chiuse col parentado rimanendo con arroganza, rinchiusa nella villa. La morte del padre,  comunque  la costrinse ad uscire dal suo nascondiglio ed interessarsi dell’amministrazione delle proprietà. Il podere, si estendeva dalla collina fin quasi sulla spiaggia ed i coloni la reclamavano. Mese dopo mese, sembrava prendesse possesso del suo corpo e delle sue facoltà. A volte, quando il male la sopraffaceva, s’affacciava nei pantaloni di Geso e vi cadeva ma il suo odore la nauseava e vomitava. Quando sapeva di prurito, ch’era leggero si faceva scudo in un modo o nell’altro e riusciva a tenerlo a bada. Le rare volte che il male la soverchiava, correva nel campo, di spalla alla villa da Sparino. Il contadino di casa che coltivava le verdure per il consumo della villa e personale. La Marchesa Paoletta, invero l’aveva  eletto suo consulente privato, allenatore personale. Sparino,  senza parlare, con la fatica nelle braccia, lasciava la zappa ed entrava nel capanno mettendosi a sua disposizione. Sparino era giovane, vedeva quel tanto per non essere annoverato nella categoria dei ciechi e la Marchesa Paoletta gli risultava una medicina benedetta. Sparino lavorava la terra fin dalla nascita, col padre. La madre era morta mettendolo al mondo ed era cresciuto attaccato al lembo della giacca o della camicia o del pantalone del padre fino a che non si rese stabile sulle gambe. Imparò a lavorare la terra ma non a parlare pur se era in grado. Il suo nome, quello del padre e quello che  ascoltava lo ripeteva la sera in faccia al mare. Malina, la donna della villa,  lo sapeva

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conoscendolo fin danna nascita. Qualche volta gli aveva parlato della grande gebbia azzurra in fondo. Il tempo, però che il padre andasse a raccogliere le verdure. Malina temeva Gallono e cercava in ogni modo di stargli alla larga. Una mattina ch’era andata a ritirare la verdura, gli aveva fatto male fin nella pancia che quasi le spaccava le cosce e non contento, gli si addormentò di sopra, al pari di una montagna. Confusa, spaventata, con la vergogna in ogni piega, gridò, pianse, supplicò che si  togliesse ma restò inascoltata.L’accorrere di  Sparino la sollevò dal padre che il respiro le veniva meno. Gallono, qualche minuto dopo, però smise di respirare. Rimasto secco, comunque le aveva lasciato in grembo un  risultato, invero Varino. La Marchesa Paoletta, acquietatesi, gli metteva in mano una caramellino alla menta e con l’aria d’aver fatto una passeggiava si ritirava nelle sue stanze.

L’ultimo inverno era stato pesante ed anche il cavallino a dondolo dell’nfanzia, situato nell’angolo accanto alla finestra, le si era rivoltanto contro, mettendo a soqquadro, la stanza e l’armadio. I campi erano un acquitrino ed i contadini rintanati nel magazzino o nella stalla, giocavano a carte e bevevano. Il Caporale Geso, col cane al piede ed il fucile in spalla, fumava, ascoltava e guardava la finestra con le ante aperte della Marchesina, al riparo del suo “ paracco “ sotto l’albero di noci. Quando la sigaretta diventava una cicca striminzita, da tenerla con le punte delle unghia, la tirava sul muso del cane che gli veniva a tiro. Il cane, contento della sua attenzione, gli saltava sulle gambe, spingendolo fin quasi a fargli cadere l’ombrello dalla spalla ma non gli pisciava sugli scarponi, alla stregua di Braco.  Geso per scrollarsi le scarpe dall’urina e ristabilire le distanze, gli mollava un calcio riuscendo solo,  a sfiorargli la coda e s’avviava al deposito. La Marchesina Paoletta era la sua ignominia. Quella femmina  era diventata la forbice della sua mascolinità e non aspettava che lo chiamasse a tagliarle le unghia. Geso, per quell’odore di orte che si portava dietro,  era escluso dalla sua tavola ma la teneva sotto controllo, la seguiva e la serviva speranzoso. La Marchesina Paoletta Del Pede, era andata sulla spiaggia. I pescatori si nascondono stando appoggiati alle murate delle barche. Qualche mese prima, andando per mare, un colpo di coda l’aveva, quasi atterrata.. Il suo richiamo fu talmente potente che incenerì il residuo ricordo del Tenente Baracco. La Marchesa Paoletta,  aveva scorto in mezzo a loro uno strano esemplare di pesce che vestito con  quadri sgargianti le disegnava una vela sulle acque calme del golfo. Sentì di poter recuperare la sua dignità di donna, riconoscendo l’amore perduto, scomparso nelle nebbie., col Tenente Baracco. La sigaretta stretta tra i denti correva da un pescatore all’altro, scherzando, saltando al pari di un saltimbanco. I suoi modi erano sciolti, allegri,  intraprendenti. Quel giovane uomo,  invero  era apparso per darle una speranza, un’altra possibilità di vestizione . Una dinamica soggiogante le affluiva nel sangue e le faceva scorgere un orizzonte che andava oltre il suo potere. Restò a guardarlo da lontano, lo studiava per avvicinarlo e quando lasciò le barche ed i compagni,  lo seguì ma non fece in tempo a fermarlo che inforcata la bicicletta lasciata a mezzacosta, quel pesce rosso, s’allontanò veloce confondendosi nelle case, per le strade del villaggio. Nei giorni successivi, lo cercò per mare ed anche per la statale, sostando al bivio di destra che a quello di sinistra del villaggio tentando d’intercettarlo, senza alcun esito. I pescatori l’avevano edotta sulle sue sembianze, la sua prestanza fisica concludendo che forse, poteva essere Calfio Sette ma non era un pescatore o meglio per meno di un quarto ed un po’ di più pescivendolo anche se non era possibile inquadrarlo in questa categoria per il fatto che ogni tanto, quando restava a corto di denaro, caricava sulla bicicletta un paio di cassette di sauri, sarduzza, anciovi ed andava a venderli per le campagne. La definizione di Calfio Sette, per non sbagliare ed inquadrarlo  con esatta dicitura, era “ giuocatore di carte “ Ma quale che fosse la sua occupazione, la Marchesa Paoletta Del Pede, non riusciva a pescarlo, le passava lontano e non riusciva ad avvicinarlo. Calfio Sette, dunque stava limitando le scorribande della Marchesa, nel territorio del villaggio. .Il sole era alto nel cielo e la Marchesa Paoletta Del Pede vagava lungo la statale quando da una curva spuntò Calfio Sette a bordo della sua bicicletta. Colpita dalla sua improvvisa comparsa, non trovò le gambe e lo vide

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sfilare sotto gli occhi, impotente Rimessasi dalla sorpresa, corse a perdifiato nella strada chiamandolo “ Sette, Sette, Calfio, Calfio “ intimandogli di fermarsi. Calfio Sette voltò il capo una, forse due volte ma continuò ad andare senza fermarsi. La Marchesa Paoletta Del Pede, interruppe la corsa e smise di chiamarlo pensando che doveva acchiapparlo.Se l’avesse preso, l’avrebbe legato senza tema, agli anelli del muro della lunetta d’ingresso della villa, frustato col suo scudiscio fino a renderlo mite al pari del Bove di Giasuzzu. Quel “ Cefalo “ aveva osato non ascoltarla e magari,  mandata a farsi benedire. Se l’avesse avuto fra le mani gli avrebbe insegnato a sapersi comportare. Ogni metodo è buono quando riesce a produrre frutti succosi e lei ne aveva bisogno una grande cesta per rifarsi la bocca. Aveva l’urgenza di attrarlo nella villa, farsi cedere il tempo e convincerlo che il suo amore era talmente potente da impedirle di sentire il più fievole richiamo delle amanti. Calfio Sette doveva saltare sulla sua bicicletta e condurla fin oltre la montagna.  Calfio Sette, a questo punto le era destinato e nel caso cercarse di rifiutarla, l’avrebbe tenuto appesa al merlo cantatore della torre, all’acqua ed al vento e senza cibo fino a quando non si fosse reso conto che la prescelta fosse lei, La Marchesa Paoletta Del Pede. Questa volta non voleva e non poteva perdere la luna. L’ora buona era ritornata e non poteva permettersi di smarrirsi ancora una volta. La notte si svegliava gridando “ fermati, fermati. “ Attaccata con le mani al portabagagli della bicicletta con l’odore del pesce nelle nari che non sopportava, gli correva dietro senza mollarlo pur scoppiando. Un mattino, incuriosito dall’accanimento persecutorio della Marchesa, Calfio Sette,  rallentò, mise il piede destro a terra e l’aspettò. Il carico era pesante e non poteva permettersi di sbandare. Cinque cassette d’acciughe non sono facile da trasportare ma aveva bisogno di denaro e si era imbarcato in quell’impresa. La fonte corrucciata, l’osservò dalla testa ai piedi rendendosi conto che ad ogni modo era una femmina, però non riuscì a fare a meno d’interrogarsi sul colpo di scudiscio che aveva sparato nell’aria. Lo scudiscio in mano la Marchesa Paoletta gli si avvicinava con l’intento della bocca d’aprirsi in un sorriso  per accattivarsi  un’attenzione. Ma purtroppo esprimeva l’effetto di un ghigno ed esponeva malamente, la sua presenza. Calfio, con ogni  muscolo teso, in stato di allerta per quello scudiscio al fianco, pronto a caricarsi sui pedali e districarsi dalle sue grinfie. con la testa semigirata la guardava arrivare. Quando la Marchesa Paoletta, con il mento in atteggiamento di sfida, gli fu a portata di gomito, alzò lo scudiscio in alto e sollevò con uno strappo prepotente, il sacco di juta umido che copriva i pesci, facendolo traballare con la bicicletta. Calfio non gradì per nulla quel comportamento aggressivo e piantando con forza i piedi per terra, le strappò lo scudiscio ed afferrandola rudemente per il petto con la mano destra, la sollevò in aria e con una violenza inusitata,  la scagliò nel muro che conteneva le sue terre e mentre scivolava alla stregua di uno straccio nella cunetta, affondò il piede destro e poi il sinistro, sui pedali e s’avviò man mano sempre più veloce e sicuro per la statale, scagliandole epiteti piuttosto osceni senza tralasciare i suoi saluti  all’intero Casato. La Marchesa Del Pede, ammaccata ed offesa  dalla brutalità di Calfio, cercò aiutandosi col muro a rimettersi in gareggiata. Alzandosi, non sentiva male fisico anche se era dolorante ma era interdetta e questa incomprensione le faceva un male diverso  che le toglieva il respiro. Uno spasma al ventre la indusse a piegarsi appoggiandosi con le mani al muro e piegarsi sulle ginocchia lasciandi cadere lo scudiscio appena raccolto.  Faticosamente alzò gli occhi a guardare la statale verso la direzione dove era scomparso Calfio ma un enorme calore le avvolse la testa scendendo fino ad interessarle il collo e le spalle e si lasciò giacere per terra in un bagno di sudore ed addirittura urinandosi nelle mutande. Quando riuscì a rimettersi in piedi, si avviò traballante verso la villa, cercando ma senza trovarla una spiegazione al comportamento di Calfio,  alla sua violenta reazione. Sotto gli alberi di Ficus benjamin, di guardia alla lunetta d’entrata alla villa, la Marchesa Paoletta,  ha creduto che fosse l’ora di mettersi nelle mani di Malina e senza una parola, spalancò la bocca, strabuzzò gli occhi e scivolò pesantemente per terra. Le foglie non ancora secche,  raccolte dal vento l’accolsero meravigliate, chiedendosi spaventate: “ chi fu, chi successi? “ rivoltandosi le une sulle altre, cercando di nascondere il corpo. Il Caporale Geso, verso l’imbrunire,

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di ritorno da una delle sue ispezioni, inciampò nel corpo avvolto dalle foglie finendole sopra. L’avrebbe di sicuro mancata se avesse ascoltato Digri che l’aveva sentita nel naso ed abbaiando gli aveva afferrato il gambale del pantalone, tentando di trattenerlo. Geso, però aveva la testa nel capanno di Iedda e navigava a vista. Iedda non era più una ragazzina e lavorava la terra che i genitori le avevano lasciato sul cocuzzolo del monte Serco, a quasi un’ora di strada dal villaggio. Copo, il padre era emigrato nelle americhe e dopo qualche anno era scomparso nella lontananza. Copo, invero aveva tutelato il proprio nome e saldato il matrimonio con  Bica, la madre di Iedda inviandole la somma necessaria  per onorare il compromesso stipulato per quel terreno. Bica rimasta con la bambina da crescere e senza alcun sostentamento, ogni mattina, vento o pioggia, saliva al monte Serco e sudava sulla sua terra cercando di trarne quel tanto per campare. Bica era figlia di pescatori e non aveva mai lavorato la terra, ma non intendeva abbandonarsi nelle mani dei genitori ed alla misericordia dei fratelli e delle sorelle e tanto meno della famiglia di Copo.Ognuno aveva da trascinare il proprio fardello e dunque non intendeva addossar loro anche il suo. Copo, la sua vigliaccata, l’aveva diminuita con quella terra ed ora toccava che lei continuasse l’opera  e non facesse pagare la disfatta a quella creatura. Iedda crebbe con i nonni materni e quando fu in grado di contribuire ai lavori dei campi seguì la madre, imparando il mestiere di contadino, talmente bene che Bica la guardava e sorrideva sotto la penuria che le era cresciuta sotto il naso, con una soddisfazione da restarci secca. Bica non sapeva di tempi di semina e di cura, di concimi e di aratura, di riposo e di cambio di coltura e delle stagioni e per imparare andava dietro ai contadini a chiedere questo, quello e quell’altro e la trattavano in malomodo.  Iasco, il padre di Giasuzzu, invero era stato l’unico ad aiutarla senza palesarle alcuna pretesa. Bica gli era grata e sarebbe stata onorata se Giasuzzu avesse preso in moglie Iedda ma la figlia, ogni volta che lei apriva il discorso, si trincerava dietro quel doloroso  paravento:  “ Non mi sposerò mai .Non voglio fare la tua stessa fine “ fino a che Giasuzzu non prese moglie. Sotto quel diniego perentorio di Iedda, però circolava una motivazione che non riusciva ad incanalarsi e trasformarsi in una  decisione. La seconda sera della festa del Santo Patrono, invero era accaduto l’incontro che non avrebbe mai desiderato, avvenisse. Quell’incontro,  fu la maledizione della sera, alla quale non riuscì a sottrarsi. . Geso le era conosciuto per la nomèa che si portava dietro. Iedda non l’aveva mai visto di persona e quella sera, con la coppola, pantaloni e gilè di fustagno, con il fucile in spalla e l’aria spavalda da padrone del mondo, le possedette la mente, gli si ficcò nel cervello alla stregua di un punteruolo. Quando Geso le andò vicino e la prese per il braccio chiamandola per nome, Iedda rimase con il fiato sospeso, guardandolo di sbieco. Geso, in segno di possesso,  le allungò la mano tra le cosce e lei, vergognandosi,  gli si fece più vicino. Quando riuscì a contrastare la forza della sua attrazione, Iedda si divincolò con furia  e di corsa guardandosi le spalle e le mani incrociate sul pube, si disperse nella folla. Altri incontri casuali si susseguirono negli anni ma Iedda, pur lottando contro se stessa mantenne le distanze e mai accettò il suo saluto. Un giorno che si presentò a Bica chiedendole,  addirittura la sua mano, Iedda scaricò la sua frustrazione sulla madre che per educazione lo rimandò. “ Volevo informarti. Hai l’età per prendere le decisioni. Io gli avrei detto di no prima che aprisse bocca ma l’interessata sei tu e ti ho riferito. “ le replicò Bica sentendosi aggredita. “ Scusami mamma, non volevo mancarti di rispetto. Non era mia intenzione offenderti. Perdonami, non volevo. Sei tanto buona. “ le disse Iedda. Adesso, però aveva da evadere quella  richiesta di matrimonio. Geso, puntuale andò a casa a trovarle ed Iedda sulla porta, senza invitarlo ad entrare, gli  rispose che non aveva alcuna intenzione di sposarsi, anzi di togliersi dalla testa quel pensiero perché non credeva nel matrimonio. Stava bene e non aveva bisogno di nulla e lo salutò chiudendogli la porta sulla faccia. Ma Geso non demorse mai e dopo la morte della madre andava a trovarla fino a monte Serco. Geso sbavava ed Iedda avrebbe pure accettato dopo tanta insistenza ma la paura d’essere la moglie di un depravato, la convinceva a non farlo avvicinare. Lo teneva  ad una distanza non inferiore ad un metro. Geso si era invaghito di lei e non riusciva a controllarsi

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sfogando la sua rabbia con la prima che gli capitava sotto tiro. Appena la vedeva gli montava il sangue agli occhi, la chiamava ma lei scivolava leggera lontana. Questa volta, però a monte Serco s’era fatto accompagnare da Digri, uno dei figli legittimi di Braco. Digri, non aveva avuto bisogno d’essere addestrato, aveva un talento naturale. Messo piede su monte Serco, aveva annusato la presenza di Iedda e corse dietro la gebbia dell’acqua piovana. Iedda, piegata sul bacino stava abbeverando. Munita della zappa allargava i solchi per far scorrere l’acqua o deviarla. Digri si era fermato all’angolo della gebbia e l’aveva aspettato. Vedendola, Geso perse in un colpo la sua arroganza, trasformandosi in una timida pecorella. Avrebbe voluto chiamarla ma la paura che lo mandasse a fare in culo o fuggisse, lo indusse a non profferir parola. Il cacciatore sapeva muoversi e piano,  in silenzio le si avvicinò sorprendendola. Chiamandola “ Iedduzza, “ con una dolcezza, invero inusitata in lui, le posò la mano destra sulla schiena. Iedda istintivamente, mosse indietro la mano destra per scacciare la zampa che le si era posata sulla schiena fermandosi, però prima che toccasse la parte, sentendo l’odore di Geso. La decisione improvvisa di spingersi sul manico della zappa, e mettersi nella posizione eretta, girandosi  a guardarlo e gridargli d’allontanarsi, però le tolse ogni energia e gli  cadde in braccio. “ Iedduzza “ la chiamò Geso con dolcezza. Iedda era confusa e non seppe né parlargli né muoversi restando aggrappata alle sue spalle, e quando Geso le posò le labbra sulla bocca, non si sottrasse. Prese i suoi baci e ricambiò cancellando ogni pensiero avverso. Gli occhi le si pulirono dall’emozione e si rifugiò nelle sue braccia tale e quale una bambina. Il capanno li accolse con fierezza e li ospitò sul giaciglio di foglie scoppiettando fino al cielo, penetrando il tetto del capanno e riempiendo di  godimento gioioso, allegro, sfavillante, ogni elemento vegetale ed animale che sostasse entro e in un raggio indefinito dello spazio esterno. Ma ad un tratto, Iedda, con la sensazione che si stesse svegliando da un sogno,  aprì gli occhi, vide Geso e si sentì perduta. Inorridita, sbarrò gli occhi e si alzò cercando una via di fuga. Ma non riusciva a muovere un passo sentendosi braccata dagli utensili, dalla vergogna.  Iedda si sentì violata, si alzò dal godimento ed intimò a Geso d’uscire, d’andarsene, minacciandolo col suo stesso fucile. Geso, stupito, confuso, arrotolò i vestiti nelle mani e stringendoseli al petto, seguito da Digri s’allontanò. Iedda,  lo rincorse col suo fucile in mano fino al limitare della terra gridando: “ nenti successi, non è successo nulla “ A ridosso della scarpata si fermò saltando su se stessa e continuando a grida: “ nenti successi, nenti  mi capitò “  buttando il fucile nell’aria, oltre il confine. Liberatasi le mani dal  fucile, cominciò ad accarezzarsi la faccia, il seno, la pancia, le gambe piegandosi, svuotandosi e  rimanendo senza forze, continuando anche se ormai con un filo di voce, a ripetersi: “ Non successi nenti, nebti succidiu, non è successo nulla “ La volontà di resistere le ballava sulla lingua ma gli sfuggiva  dagli occhi. Chiamò la madre ed anche il padre, i parenti ed i conoscenti per nome dicendo, bisbigliando loro: “ paci, paci. nenti successi, nenti accadiu. paci, paci, nenti succidiu, paci, paci “ Cercò d’afferrare con le mani dentro l’aria una corda, una mano, di ritrovare qualcuno, qualcosa  che l’aiutasse ma le mani le ricadevano ogni volta sui fianchi, quasi di schianto, riportandole, però a cercare. “ Mamma, mamma “ chiamò ma  Bica era scomparsa. La inseguì nel sole del suo amore col cuore in gola, fin sull’orizzonte chiamandola, pregandola che tornasse per riportarla  nel campo a lavorare. La coscienza  venne a visitarla per un momento per darle un barlume di speranza. Allora, s’avvide ch’era nuda e scoppiò  in un pianto senza remissione. All’improvviso le saltò sul ventre e le salì al petto, affacciandosi nella gola, un vento velenoso che quasi la soffocava. Pervasa dalla vergogna e dal dolore,  corse  alla gebbia e vi si lasciò scivolare nell’acqua fredda.

Geso, raccolse il fucile e sedette a vestirsi. Indossando gli indumenti, a tratti, guardava in alto cercando di estrarre dal monte Serco una spiegazione. Ma non sentiva altro che  Iedda continuare a gridare: “ Nenti succidiu, nenti mi capitau, non  è successo nulla, nenti successi. “ Allacciati gli scarponi, mise il fucile in spalla e continuando a coprirsi, seguito da Digri, percorse un po’ della strabella verso il podere di Iedda, ridiscendendo quasi subito,  a valle. Ma ritornando sentiva che

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aveva perso  qualcosa che non aveva avuto mai.. La testa non riusciva a regolarsi e gli cadeva di lato.  Quel che aveva dato a Iedda l’aveva reso più libero. Il male, però che aveva seminato negli anni, aveva chiesto il conto. Gli si era caricato sulle spalle ed aveva assunto il peso di una montagna. Quel che era stato non poteva essere cancellato. Cercò di ritrovare l’amore del capanno, tentò d’entrarvi ma fu scacciato con violenza  da quel “ Nenti succidiu Non è successo nulla “ di Iedda che lo inseguiva col fucile in mano. Ad un tratto, senza quasi accorgersene, piombò con gli scarponi sulla statale che quasi cadeva. Inciampò in Digri  che gli correva di lato, davanti,  scodinzolando intorno e per farsi dire quel che voleva gli sferrò un calcio nel muscolo tricipite di sinistra,  facendolo stramazzare per terra. Digri, pur tuttavia  gli  comparve di fianco all’ultima curva prima della villa, ritirandosi subito a debita distanza. Digri, non si era lasciato fuorviare dal capanno e l’aveva preceduto nella lunetta, abbaiando, annusando, afferrandogli la gambala del pantalone ma l’ennesimo calcio lo levò di torno. Geso entrato nella lunetta d’ingresso della villa, inciampò in qualcosa che non doveva esserci e quasi cadeva. Ripreso l’equilibrio con l’aiuto del muro, ritornò a vedere cosa nascondessero le foglie. La sorpresa di un lieve, lievissimo lamento e lo scoramento furono immensi quando s’avvide che quel corpo arrotolato nelle foglie, era la Marchesa Paoletta Del Pede. Riaverla nelle braccia gli significava riacquisire il vantaggio che aveva perduto e senza chiedersi nulla,  la prese in braccio e chiamando Malina, la donna di casa, s’addentrò nel viale verso gli appartamenti residenziali. Malina, sentendo Geso chiamarla s’allarmò e scese trafelata le scale, rischiando di precipitare. Scorgendo Geso con la Marchesa in braccio, pensò che fosse morta e scoppiò in un pianto dirotto avvicinandosi, toccandola, accarezzandole la faccia. Geso, adagiata che l’ebbe sul letto, scese a preparare il calesse per andare a prendere il medico. Malina, con un panno bagnato,  le rinfrescò la faccia, il collo, il petto spogliandola. La teneva  in posizione semieretta,  appoggiata con la testa alla spalla sinistra per sganciarle il reggiseno dopo averle levato la camicia, quando la Marchesa ebbe un sussulto, un rigurgito  e vomitò fiele, tossendo, spingendo Malina e mettendosi all’impiedi,  ricadendo a sedere  sul letto trattenendosi con la mano sinistra alla spalla di Malina. “ Dammi da bere “ le disse alzando lentamente la gamba  destra dal pavimento. Malina le riempì il bicchiere di liquore e la Marchesa lo bevve senza prendere fiato, fino all’ultima goccia. Malina non sapeva che fare e Geso ritornato a vedere, le sollevò l’ansia. “ Marchesina, stavo uscendo col calesse a prendere il Dottore Gnalino. Cosa le è successo. Sta meglio, si è ripresa? “ La Marchesa Paoletta Del Pede, senza degnarlo di uno sguardo,  gli rispose: “ Lascia stare il dottore Gnalino. Non ne ho bisogno “ e fece per alzarsi. Un dolore lancinante, però la costrinse  a chiudere gli occhi e cercare con la mano, l’aiuto di Malina che accorse a sostenerla con le sue spalle, cingendole la vita col braccio sinistro. “ Accompagnami alla poltrona “ disse a Malina e si mossero allontanandosi dal letto. “ Geso, puoi andare. Non ho bisogno di te “ disse rivolto, senza guardarlo, al Caporale. Uscito Geso, la Marchesa si sbottonò i jeans ed abbassandoli, trattenendosi con Malina, si sedette nella poltrona, facendoselo sfilare, dicendole di fare molta attenzione alla caviglia destra. “ Calfio Sette, sei un maledetto. Vedrai quanto dovrai pentirti. Non avresti dovuto usarmi violenza. Io ti amo ma volgerò questo sentimento. Amare è la mia condanna ma questa volta a pagare la pena non sarà, solo e sempre la Marchesa Paoletta Del Pede. “ si disse massaggiandosi la caviglia dolente, un po’ arrossata e gonfia.  “ Prendimi dei panni e dell’acqua di gebbia “ disse a Malina che seppur sorpresa da quella richiesta a lei oscura, corse ad eseguire la volontà della padrona. La notte non le portò riposo e quando la mattina si era addormentata per stanchezza, sentì bussare alla porta.” Marchesina, aprite sono il Dr. Galino. “ La Marchesa con il piede penzolone andò ad aprirgli e quando lo vide restò interdetta quasi al punto di dimenticare il gonfiore alla caviglia. Invero era da parecchi che non lo vedeva ma non avrebbe mai pensato che potesse essersi ridotto, molto vicino alla figura di un accattone. Aveva i capelli lunghi, sporchi che mescolati all’unto dei vestiti lisi, lo rendeva non riconoscibile, non consono al suo lignaggio, alla sua professione. Ad ogni modo il Dr. Gnalino, dopo averle consegnato una pomata che aveva nella borsa ed ordinato di mantenere la

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gamba sollevata su un cuscino, andò via informandola che sarebbe ritornato a vedere. Le promise che  appena il gonfiore sarebbe scomparso gliel’avrebbe fasciata rendendola libera d’andare a curare i suoi interessi. La Marchesa, appena fu in grado, non perse un secondo e lo cercò per ogni luogo conosciuto e fuori mano.. Calfio, invero le aveva lasciato il segno. Il suo incedere claudicante è la prova lampante  Il “ Sauro, “ doveva inchinarsi ai suoi piedi e chiederla scusa. Sentiva la necessità d’ascoltare la sua voce. Voleva una spiegazione. Lo cercò per le campagne dove era solito andare a vendere il pesce ma non trovò  un’anima buona che l’avesse visto La gente del villaggio par che avesse perso la parola. La Marchesa Paoletta Del Pede, s’interrogava digrignando i denti, sperando di rivederlo. Camminando per le strade, per le campagne, aizzando il frustino in aria gridava a voce alta: “ Calfio perché l’hai fatto ? Calfio dove sei ? Vieni fuori dal tuo nascondiglio. Non avere paura, sarò disposta a perdonarti ” ma non ricevendo alcuna risposta, rivolgeva gli occhi al cielo gridando: “ Vedrai che ti ritroverò, dovessi rivoltare la terra. “  La notte si svegliava con le mani serrate alle coperte convinta d’averlo preso. Presa dallo sconforto, rabbia, delusione, gli diceva: “ Vai all’inferno “  e cercava di riaddormentarsi. “ Cafu, pattiu “ le disse un giorno un bambino che giocava con due arance “ sarbaggi “ seduto al margine della strada vicino casa. Calfio, abitava con la nonna, la porta accanto. “ Sai dov’è andato? “ gli chiese Paoletta chinandosi alla sua altezza. “ No sacciu, pattiu “ le disse il bambino. “ Cu cerca?  “ interrogò una voce. “ La Marchesa Paoletta Del Pede. “ rispose lei e quando la porta dell’abitazione di Calfio si aprì e comparve una vecchia Signora, si avvicinò e le disse: “ Ho bisogno di lui per dei lavori. “ L’anziana donna la guardò per qualche minuto senza parlare poi le disse: “ Sugnu a nonna. Calfio è andato a lavorare all’estero “ e dicendo al bambino: “ Picio, chi fai giochi? “ tenendosi alla porta, rientrò in casa. La Marchesa aveva avuto la risposta, invero ce l’aveva nella mente ma aveva bisogno di sentirla. La  tempesta d’odio e d’amore, di vendetta e di passione che tratteneva con ogni organo del suo corpo,  illudendosi e dicendosi che non poteva essere vero, si fece avanti, spingendo, chiedendo la ricompensa. Ogni sogno le scoppiava negli occhi, nulla  si concretizzava secondo il proprio desiderio, la propria aspirazione. “ Ho chiesto amore.  Ho avuto dolore “ si disse. “ Sono stanca di questo  sentimento. Quest’indole è deleteria. Allora m’inventerò qualcosa d’altro.” concluse liberando le corde dagli ormeggi. La Marchesa Paoletta, a questo punto, comprò un pupazzo di stoffa a misura d’uomo, un vestito di pescatore ed uno di Carabiniere con relative maschere e lo chiamò Baralfio, ospitandolo nella sua stanza, accanto al suo letto. Ogni notte o quando le scappa la vendetta, veste il pupazzo di Calfio e lo frusta a sangue, fremente lo spoglia, accarezza il suo corpo, riceve le sue mani in un vortice di sensazioni sublimi. Gli toglie la maglietta, i calzoni di tela e lo stuzzica, con la sua femminilità. Quando raggiunge l’apice del godimento, si ricompone e le veste di Baracco. Si sdraia sul letto e scopre  la capacità di scomporsi in una miriade di bollicine. Una notte che si era data una lucidata con una spruzzatina di brillantante e quasi dormiva ecco che le si abbatte la tragedia. Uno spiffero, sei spifferi d’aria fredda, quasi polare, scavano un buco nel muro, o chissà dove  e si sono introducono selvaggiamente nella stanza, gelandola. Un colpo possente di coda la butta a terra  frantumandola in mille schegge. I globi oculari, sottoposti ad un frullar d’immagini bestiali scaraventati nel lavabo della cucina  e sottoposti a vertiginosi getti d’acqua, lavati,  tagliuzzati e messi in padella a friggere con olio, aglio e peperoncino delle calabrie Il risveglio è indolore ma non riesce a muoversi. Il corpo non le risponde schiacciato da un  peso. Tenta di muovere i piedi e le gambe per farsi spazio e puntellarsi al materasso per sollevarsi sul fianco destro accompagnandosi con le mani e le braccia ma ogni sforzo è inutile. Qualcosa le dice che quel peso è Calfio. Gli manda mille baci e le sue mani possono accarezzarlo e ruota il suo corpo sotto il suo peso che lentamente si è fatto leggero, penetrante, fondente fino a trasformarsi in Lito, nella sua dolcezza, nell’ebrezza del suo amore.  Il risveglio non ha un orario programmato ed ogni volta che la finestra comincia a giuocare con le freccette di luce nella sua stanza, si ritrova aggrovigliata, arrotolata alle lenzuola in un bagno d’odori, di sudore.  Si alza nel letto ed è costretta

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a deglutire con forza. Ha la gola che le brucia e non riesce a prendere respiro. Tossisce fino a perdere l’equilibrio e quasi soffocare. Il suo Carabiniere, però è la e la sorregge ma dura poco la sua onestà d’uomo. A giro di tacco è Calfio a soppiantarlo e prende il suo posto, ma non ha serbo per lei nulla di buono.  Calfio Sette le  balla sulla faccia, sull’aria intorno scagliandole epiteti, frasi ingiuriose, ride e le sputa baci pizzicandole i capezzoli.  Lei gli tende le braccia e cerca di renderlo innamorato. Calfio, invero non vuole il suo amore e la respinge,  fugge e le strappa ogni organo del corpo. Quel pescatore in parte, pescivendolo per necessità ma in sostanza giuocatore di carte, bruciato dal sole e dal sale, le fa un male insopportabile.La nonna dice che è emigrato ma non se ne è andato. Ogni volta che vuole viene a torturarla, a vilipenderla, offenderla nell’anima  e  condurla alla morte. La Marchesa Paoletta ogni mattina, amorevolmente lo veste, lo chiama amore mio, gli chiede dov’è andato e lo invita a ritornare. La sera lo sveste e lo implora: “ Calfio sono nelle tue mani. Amami, ho bisogno di te “ gli dice.. Calfio, però continua a non risponderle ma beve il suo sangue, la sua linfa e la butta nell’immondizia. Ogni notte  la riduce ad un colabrodo ed il giorno in pozze sulfuree scoppiettanti. Abbracciata alla divisa del suo Carabiniere, cercava di confondere il pescatore. Ma quel fagotto non le tornava utile. “ Qualora non tornasse? “ si chiese  “ Sono la Marchesa Paoletta Del Pede e gli presenterò un conto salato. “ si disse  A vincere, invero era Calfio. Seduta nella vasca da bagno si trovava le mani che la lavavano con delicatezza, lentamente e lei chiudeva gli occhi e si metteva l’alluce in bocca. Si rotolava svuotando dell’acqua la vasca in un delirio ossessivo “Amore mio. Sto morendo. Ho bisogno.Vieni. Non te ne andare. La  tua mancanza. mi fa male “ continuava in un disperato rabberciare del desiderio. Qualche volta, però riusciva a mettere di lato ogni pensiero di Calfio,  quasi che fosse riuscita a vincerlo e diceva: “ Ma questo Calfio chi è? Giuggio,  chi è  un dio? La  Marchesa Paoletta Del Pede non può piegarsi al s volere di un pescatore, è inaudito. “ chiese e disse all’anziano Rais.  “ Ha lasciato il villaggio. E’ emigrato in un paese lontano “ le rispose Giuggio girando appena la testa. L’ultimo dei Rais della tonnara del villaggio prendeva il sole seduto nella poltroncina di vimini, sul ciottolato davanti casa, sotto il pergolato, con un pezzo di rete che intendeva “ sarciri “  prima d’andare a calare la tonnara. La Marchesa Paoletta Del Pede traballò sulla caviglia. “ Rasi Giuggiu. quello è Rasi Giuggiu. Avrà mille anni. Sordo e cieco. “ si ripeteva allontanandosi.  Salendo le scale della villa si ripeteva in una cantilena ossessiva: “ emigrato in un paese lontano. “ Entrò nella stanza e si guardò allo specchio che per intero le faceva da contr’altare assieme al pupazzo. La macchina del tempo l’aveva  disossata. Ogni osso del suo corpo era stato asportato e consegnato in un  sacco di juta. Avrebbe voluto chiamare Malina, Geso, Sparino per darle una mano a rimettersi in sesto, a ricomporre quel corpo ma non erano adatti all’uopo. La Marchesa Paoletta aveva perso ogni capacità e per giorni se ne stette distesa nel letto respingendo ogni nutrimento. Non parlava e quasi non respirava Guardava Baralfio vestito da pescatore e covava la vendetta. Doveva vendicare il disonore arrecatole da Calfio Sette, l’amore che le aveva negato. Doveva levarsi dalle spalle quella maledizione e non le restava che buttarla sugli altri. Quel  maleficio che le stava in collo doveva rivoltarlo, scagliarlo su quel maledetto e ricavarne se non felicità, almeno la soddisfazione del potere.  L’idea le balenò all’improvviso anche se le albergava nella stanza dell’anima. Ma la Marchesa era magnanina di cuore e volle conferire il merito alla luna saracena che s’affacciò alla finestra schiarendole, la notte, regalandole un bel sogno, uno di quei sogni che quando vengono lasciano ad occhi aperti dalla bellezza e dalla serenità che vorresti mantenere negli occhi e nella mente e non farlo cancellare da nessuno. “ Calfio Sette è andato all’estero. Calfio è emigrato. Ho i suoi compagni a portata di mano. Saranno loro a pagare il suo conto. Saranno loro le vittime sacrificali. I suoi compagni pagheranno per lui,  tanto le specie è quella. Avrò la mia vendetta su quel  “ Sauru fitusu “  anche se  altri pesci dovranno soffrire. Sarà un godimento mai provato. Avrò la mia rivincita. “ si disse crogiuolandosi  in quel  piacere. Man mano che metteva a punto il piano d’aggressione, gustava il risultato e s’eccitava, nitrendo e perfino schiumando. Quando ad un tratto, il pupazzo  “ Baralfio “ a destra