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2018-10-17

La storia di un villaggio di pescatori

Categoria: La storia di un villaggio di pescatori

  LA VOCE DI MILAZZO   -  SAN GIORGIO, il villaggio  perduto

Una storia intrisa di nostalgia, indignazione e rabbia, come quella del ragazzo della via Gluck. Solo che nel libro di Antonio Accordino, “ La storia di un villaggio di pescatori “, ilmiolibro.it -  lafeltrinelli.it, il protagonista, Lanaggioto, non rimpiange i prati  che non ci sono più, inghiottiti dal cemento della città sempre più  estesa, ma un villaggio di pescatori, San Giorgio, che negli stessi anni, i formidabili, ma anche infausti per la contaminazione del territorio, anni ’60, iniziò a smarrire l’identità inalterata da secoli e modellata sui ritmi della tonnara per sostituirla con una dimensione più adatta ai richiami del consumismo, delle villette dilaganti sul territorio, del perfido intreccio affari e politica, del modernismo becero che soffoca ogni impronta consolidata di appartenenza e dilania le anime più sensibili.

Qualcosa di già visto anche nella nostra città di Milazzo, pensiamo al Tono, dove Antonio Accordino opera in qualità di tecnico sanitario di radiologia medica presso il locale presidio ospedaliero. Un libro amaro, in cui filo autobiografico si scioglie in denuncia e diviene atto di accusa: “ Un potere amorale conduce all’illegalità, nuoce alla libertà ed alla democrazia, frantuma il tessuto sociale e rende l’uomo una merce di scambio”. Si, perché tutto quello che di generoso e solidale era stato era stato promosso a San Giorgio per rendere più agevole la dura vita dei pescatori sembra dissolversi:
il professore Ennio Salvo D’Andria, scrittore, poeta e pittore, socialdemocratico, che nella creazione della cooperativa aveva visto la garanzia della dignità e del riscatto sociale dei pescatori finisce sepolto “ in un loculo senza lapide e con il nome scritto di mano nel
cemento”. Tutto il mondo di Lanaggioto pare così sfarinarsi, lui che credeva che “ i diritti e i doveri appartengono a tutti, i privilegi a pochi … “ e che la ricompensa di ognuno “ è di avere lavorato nell’interesse di tutti”. Rimasto il Museo della Tonnara un sogni inappagato, Lanaggioto si sente un estraneo nel “suo” villaggio. Di questo libro colpisce il grido di dolore di un uomo e di uno scrittore che non si rassegna all’imperante volgarità del nostro tempo e rivendica le ragioni del retto pensare e del retto agire, nel rispetto dei valori della persona e della natura. ( .……..)

 

Prof. Filippo Russo

 


LA STORIA DI UN VILLAGGIO DI PESCATORI



(SAN GIORGIO MAGARO )
( MUSEO
DELLA TONNARA)
Di
Accordino Antonio
 

Il villaggio di San Giorgio, s’allunga sulla linea costiera Messina Palermo e cioè dalla valle del Saleck a pietra lunga, dunque al traforo di Capo Calavà.
La rocca che scende a strapiombo sul mare, mantiene territorialmente, la frazione di
San Giorgio, estranea al Comune di Gioiosa Marea, tanto che ha indotto Lanaggioto a credere che questa tutela fosse un’ingiustizia amministrativa.
La barriera naturale, infatti avrebbe indotto qualsiasi Istituto che opera nell’interesse generale dei cittadini, ad un accorpamento più idoneo.

Questa dipendenza, dunque non è altro che un’annessione ossequiosa ai dettami dei Signori della guerra. La prova concreta è il conseguente abbandono. Una punizione che l’amministrazione di Gioiosa Marea ha praticato disinteressandosi perfino dei bisogni più elementari della frazione.

I Rappresentanti locali, a loro volta, hanno brigato per il tornaconto personale eludendo il loro dovere, il rispetto del proprio territorio che è un principio inderogabile.

Lanaggioto, studente, ragazzo di belle speranze, si ribellò a questo comportamento indegno e lanciò l’idea che San Giorgio dovesse distaccarsi dal comune di Gioiosa Marea e gestirsi in autonomia. Le teste gloriose del borgo, ne risero con sarcasmo, soggiogati dalle promesse, scartarono la richiesta.
 

VICO BRINDISI
La guerra aveva condotto il soldato Carmelo Accordino, nella Sicilia governata dal Capo Boero. L’incontro con una ragazza del luogo di nome Francesca detta Gina, ammaliò il giovane Carmelo da convincerlo a prenderla con sé. La magia dell’amore l’aveva tanto colpito che sentiva il vuoto intorno farsi sempre più profondo ed allora decise di fuggire con la ragazza e condurla a San Giorgio.
I genitori Santa Canfora e Francesco, non avevano procreato femmine, dunque Gina fu considerata una figlia inaspettata.
Lanaggioto risultò il secondo della futura nidiata e la casa di Santa Canfora e Francesco Accordino che ospitava i genitori, fu la sua residenza. La vico Brindisi, odierna via Trieste che fu via Roma, spalle alla montagna, sottostà alla stazione ferroviaria con il blocco manovra e l’abitazione della Famiglia del Capo Napoli.

Le abitazioni schierate sulla sinistra della vico Brindisi, sono separate dal muro sul quale è collocata la ferrovia. La strada che li separa da esso, si distacca dalla viabilità che
sottopassa il ponte e sale verso la statale. La casa della Famiglia di Cola Lo Presti è preceduta da un orticello di qualche metro quadrato.
Il pescatore vi abitava con la moglie Giorgina, i figli Franco e Lucia ed in seguito Maria e Sarino.
I fabbricati si succedono l’uno all’altro senza spazio e proseguivano con la Famiglia di Pietro Salmeri, la moglie Marianna e le figlie Francesca e Tindara. Francesca, amoreggiava a segni, dal davanzale della finestra e dalla soglia della porta, con il figlio del Capo Napoli che le rispondeva dalla finestra dell’abitazione sopra l’ufficio della stazione ferroviaria.

Lanaggioto, incuriosito, soggiogato da quel parlare senza parole, chiese che gli fosse svelato il mistero e con gioiosa femminilità, fu introdotto nel giuoco.
La distanza d’età fra Francesca, la più grande e Tindara, la più piccola, le faceva sembrare l’una la madre dell’altra.
Pietro Salmeri, svolgeva l’attività di autista di Camion. Ogni mattina con il buio che andava diradandosi, accompagnava la moglie in campagna e poi si recava in ditta. Il trasporto di materiale per costruzioni era il lavoro preminente. La spiaggia nei pressi della foce del torrente del ponte di ferro, era costituita di un’alta percentuale di ghiaia e la raccolta effettuata,contribuì in modo rilevante, alla sua erosione.

Marianna, la moglie, accudiva gli animali domestici, liberava gli altri dalla notte e lavorava la terra, ritornando a sera con il marito.

L’abitazione successiva era quella della Famiglia di Francesco Accordino che precedeva quella della sorella Peppina, dunque la vico Brindisi era interrotta ed attraversata dalla via Zara che proviene dal torrente del ponte di ferro e sfocia in piazza Ravel.

La vico Brindisi, proseguiva oltre la via Zara, con il panificio, la civile abitazione e la bottega di generi alimentari con terrazzino sulla via Pola, di Ciccino Natoli, oggi Bar al Muretto.

L’ala destra di Vico Brindisi, a fronte della sinistra, comincia con il fabbricato di don Mico con la nomèa di ospitare gli spiriti e che fu sede del partito di Ennio salvo D’Andria. Il piano fuori terra, diviso dalla strada che costeggia il muro, confina con un terreno arido, polveroso, sul quale lanaggioto, il califfo, Buzzo ed altri eletti, eseguirono
riti e malefici, con rane e lucertole, in nome dei morti che avevano dimora oltre la porta dai contorni rosicati, di una vecchia abitazione abbandonata. La strada chiude ad angolo e s’allarga nel giardino di agrumi con deposito di pertinenza dell’abitazione in locazione, di Salvatore Pittari detto Balici, lasciando arrampicarsi per la scarpata della ferrovia, un viottolo scosceso che accoglie i passeggeri ritardatari, pericolosamente, ai binari ed alla stazione.
Il fabbricato di don Mico, è seguito da un terreno incolto, occupato da un albero di fico della specie catalogna ed un altro con piccoli frutti bianchi, dunque l’ala destra della vico Brindisi prosegue con una costruzione semidiroccata, senza tetto, con porta e finestra a tutt’oggi incompiute, quasi in faccia all’abitazione di Francesco Accordino.
Gli Squamani l’hanno usata a fienile e stalla per il cavallo che faceva da motore al loro calesse per correre ai Palazzi dei referenti che al rumore degli zoccoli, s’avvicinavano alle finestre protette con grate di ferro panciute, per ascoltare quanto spiato, dei comportamenti, dei movimenti dei pescatori, prendere ordini ed organizzare, provocazioni e sabotaggi.
La casa semidiroccata, ha accettato e preso a dimora, un albero di fico dai grossi frutti bianchi che occupa lo spazio con petulante padronanza. I rami che si alzano verso l’interno, accarezzano le finestre della casa oltre il confine, con il vento scorticano la
muratura e gli infissi, quelli affacciati sulla strada, mostrano con allegra esuberanza le loro leccornie.
Il muro divisorio che separa la casa dall’orto con l’arancio ed il nespolo, ospita amorevolmente gli alberelli di San Giuseppe in un tentativo di rassicurare la strada, e
lancia con ammiccante allegria un affettuoso saluto, oltre la via Zara, nell’orto con un albero di fico, in esso graziosamente allocato.

I passanti, attratti dai suoi piccoli e succosi frutti bianchi, con cupidigia s’alzano sulle punte dei piedi e provocatoriamente buttano il seno oltre il recinto, stuzzicando ed incitando l’invidia del fabbricato di un piano fuori terra che con afflato, rovescia sul
terreno di sotto, l’odierno Rivendita di Tabacchi con Enalotto di Giuseppe Cicirello, caldarelle di bile perché lo tiene abusivamente, fuori dalla strada maestra.
Lanaggioto, per oltre vent’anni, ha percorso la vico Brindisi, diretto al mare azzurro e sul quale, affascinato vi si affacciava a rincorrere le onde ed i gabbiani nel cielo, ad ascoltare le litanie dei tonnaroti all’acqua in attesa del passaggio dei tonni, a cercare un contatto con le isole eolie, a scrutare la penisola di Milazzo con la candela in mano ed osservare la rocca sulla quale sorge il santuario della Madonna nera del Tindari.

Lanaggioto, dunque ha la residenza anagrafica nel borgo marinaro di San Giorgio. Il villaggio di pescatori,è il suo approdo naturale, il porto sicuro e non esiste compromesso che possa minare la sua appartenenza.
Lanaggioto, ha un legame indissolubile col suo borgo ed è l’unico che resiste ad ogni tempesta, ad ogni male che la società gli ha riservato.
Lanaggioto, costretto a lasciare il suo borgo per lavoro è comunque presente sul territorio.
Lanaggioto, ha negli occhi ogni strada, orto, fabbricato, dunque ogni volta che vi ritorna e vede il suo territorio soffocare sotto la speculazione, l’incuria degli Amministratori e l’acquiescenza degli abitanti, l’anima gli si scora, ne è sconvolto e ne soffre in modo indicibile. La sofferenza gli fa scoppiare le carotidi, la giugulare ed un grido di bestia ferita gli prorompe dal petto e fra i denti bofonchia della necessità d’imbracciare un lanciafiamme e mettere a fuoco i responsabili.

Lanaggioto, in fondo non è un violento e reclina ammonendoli che un giorno dovranno risponderne ai loro figli e che non abbiano a vergognarsene.
 

IL CORVO
Lanaggioto, ogni mattina con l’infanzia per mano, armato di mezzo filone di pane di grano duro imbottito d’acciughe salate, usciva di casa, oltrepassava la via Pola e si dirigeva verso la spiaggia a salutare il mare. Un rito propedeutico, propiziatorio, che ha mantenuto fin quando è rimasto al villaggio e l’ha trascinato ogni qualvolta vi faceva ritorno.
Lanaggioto, dunque avanza con la sabbia che gli tiene indietro il passo ed ad un tratto s’accorge che un corvo vola nell’aria leggera, tiepida che il sole concede in prestito al
giorno che esce dalla notte irrequieta, insonne, mareggiata e lo segue a tentoni con lo sguardo.
I corvi non erano frequentatori abituali della spiaggia, s’avvicinavano alla barche occasionalmente. Il villaggio coltivava vigneti, uliveti, agrumeti e manteneva nella valle
del Saleck, Cicero, Marotta, querce e varietà diverse di alberi. La campagna era coltivata ed i volatili, non avevano la necessità di cercare il cibo oltre la loro area perimetrale. I familiari dei pescatori, mogli, sorelle, figlie, a piedi raggiungevano le case coloniche della valle, barattavano il pesce e ritornavano a casa, cantando, con la faddetta, il quadrato di stoffa che tenevano davanti legata ai fianchi, gonfia dei prodotti della terra.
La distanza della valle con la spiaggia, dunque era irrisoria ed il corvo, con un volo a planare, conquistava il cielo di San Giorgio. Il corvo scendeva a valle ed a mano che giungeva sulla spiaggia, con cerchi sempre meno ampi, sorvolava le barche a cercare la più stanca. La barca bagnata, aveva lavorato la notte, dunque aveva un’alta probabilità che fosse fornita della preda che cercava.
Il corvo nero, andava in cerca di Siu, il panetto bianco di grasso animale che i pescatori usano spalmare per lubrificarli, negli strozzi dei remi e sulle falanghe, i legni sui quali tiravano le barche per farli scivolare meglio. Il panetto di grasso, faceva gola al corvo, è una prelibatezza, uno sfizio del quale il pennuto non sa farne a meno. I pescatori erano a conoscenza di questo vizio del corvo ed allora tentavano di sottrarlo alla sua voracità.
I pescatori, credevano che l’angolo del triangolo sotto la poppa fosse il punto più sicuro ove il corvo non avrebbe potuto mettere il becco o gli artigli. Il corvo, amava il panetto di grasso bianco ed intendeva consumare quel pasto così saporito che non si fermava di
fronte agli ostacoli che i pescatori gli frapponevano.
Le barche sulla spiaggia, immobili sotto il sole del mattino, sonnecchiavano in un tentativo di recuperare la fatica notturna.

Il mare, lentamente, con dolcezza si cullava nel suo moto, conversava con tono quasi fraterno con la battigia, con chiare frasi di pacificazione con i mestieri ammassati sulla sabbia. La nottata era stata dura ed il pescato fruttato non era stato gratificante.
Lanaggioto, camminava senza fretta e con i passi accompagnava alla bocca ed addentava con morsi voraci, il pane di frumento imbottito d’acciughe salate condite con olio delle olive di Marotta ed origano di Fetente. Il pane ben stretto in mano, raccoglieva Lanaggioto in un atteggiamento quasi sacerdotale.
I movimenti delle mani verso la bocca erano lenti e misurati quali i morsi e la masticazione esercitata per provare il massimo del gusto.


Il verso del corvo, il suo cracchiare ad un tratto lo distrasse inducendolo a fermare la masticazione, il passo ed obliquando la testa, volse lo sguardo verso l’alto a scrutare lo spazio azzurro attraversato da qualche nuvolaglia insignificante per individuarlo, seguirlo e
tenerlo sotto controllo. Il sole che sbiadiva l’azzurro e la miopia che l’affliggeva, gli confusero la vista, impedendogli di scorgere l’uccello. L’impegno nell’individuare il volatile gli toglieva il piacere del pane con le acciughe, la lingua con le sue papille irrequiete,
reclamava la specialità. Lanaggioto dunque riprese l’operazione, ritornando a mordere il pane imbottito, ritrovando nella bocca, un gusto ancora più pieno. La dolcezza che ne ricavava, invero gli aveva fatto dimenticare che il pane ed acciughe, gradualmente si era ridotto nelle mani e dunque fu costretto a dedicarvi più attenzione. Le dita che stringevano il resto del pane si erano avvicinate così tanto che nell’attacco e strappo, rischiavano di cadere vittime dei denti. La mozzatura delle dita non rientrava nel suo dialogo quotidiano, il suo programma era diverso e certo il trauma, non rientrava nel piano.
Un altro cracchiare, più vicino e più delicato, lo costrinse ad un morso incontrollato,dunque a strappare un grosso boccone e con la bocca pericolosamente gonfia, con il mento sollevato e l’arcata dentaria impegnata in movimenti impari, indagò i fili dell’aria sopra, di lato in avanti e non senza affanno, mise a fuoco l’intruso.
Lanaggioto, vide il corvo scendere di quota e dirigersi verso la poppa della barca in secca., cercò un contatto con l’uccello ma l’occhio sfuggente lo tenne in disparte. Un barriera di linguaggio e costume li divideva e rimasero estranei.
Lanaggioto, con il resto del pane che teneva con le punta delle dita della mano destra, si sentì a disagio, dunque scese ad un compromesso, si distaccò dall’uccello e lo addentò fino a confonderlo nella bocca col palatino, le guance, la lingua, gratificando le papille, evitando una inutile sofferenza, quindi pulendosi le labbra con il dorso della stessa mano, ritornò a guardare verso l’alto a cercare la presenza dell’uccello. Il corvo, resosi conto di non essere osservato, colse l’occasione della distrazione e con un colpo d’ali misurato, scese sul tavolato che fa da pavimento alla barca occultandosi alla sua vista.
Il profumo che emanava il panetto di grasso nascosto nella barca, era travolgente. Il corvo, ammaliato, con l’olfatto posseduto, oserei dire in modo vergognoso, con grande sprezzo
del pericolo, s’infilò sotto la prua.
Lanaggioto, distrattosi per eseguire l’operazione dell’ultimo boccone, ritornato a cercarlo, non lo trovò a solcare lo spazio nel quale navigava baldanzoso. L’impresa, insomma gli risultò dannatamente fuorviante. La lingua a leccarsi le labbra, rivolse gli occhi al cielo, raccolse la luce del sole e ritornò a terra con la visione confusa, pensando d’averlo perduto, dunque ritornò con lo sguardo alla barca, s’incuneò negli spazi non occupati,
circuendo i mestieri, sbirciando a destra ed a sinistra e non scorgendo neanche il pur minimo battito d’ala, pensò che l’uccello si fosse allontanato.
Le lampare, le barche sula spiaggia, schierate a breve distanza l’una dall’altra, non mostravano tracce della presenza del corvo. Le onde che giuocavano con la battigia, a mò di chiacchiericcio, offrirono al’lanaggioto, uno spunto, un motivo da raccattare ed anche se confuso, indicativo che piegò al suo scopo, insomma corruppe l’istinto ad assecondarlo obbligandolo a dirgli che il corvo stava operando sul luogo, si affannava a raggiungere quanto prefissatosi e cioè la conquista del panetto di grasso animale dei pescatori.
Lanaggioto, dunque si convinse che l’uccello fosse sulla barca della sciabica che accarezzata dai raggi del sole, cullata dal mormorio della risacca, china su se stessa riposava. La barca della sciabica invero sopportava nelle sue viscere, l’accanimento del corvo nero. Lanaggioto, dunque si ordinò di sabotare qualsiasi disegno dell’ospite indegno. Il corvo infatti, s’accaniva sulle tavole, le alzava dal loro alloggio e lascinadole fuori posto, con irruenza e pedanteria andava oltre ed introduceva il becco in ogni spazio, capovolgeva, beccava le murate, incurante dell’intimità della barca di legno. Il corvo, con l’olfatto saturo del profumo del panetto di grasso, nella foga di stanarlo, perse l’orientamento. Il panetto, avvolto nello straccio di juta, riposto nella sassola, nel cucchiaio di legno che serve a togliere l’acqua della lavatura delle opere morte, evaporò la
miscellanea di odori dei quali era impregnata, destabilizzando l’olfatto del corvo. L’uccello, dunque cercò di ritrovare il profumo del panetto. Il profumo lo accarezzava e gli sfuggiva, non riusciva ad individuare l’angolo nel quale si nascondeva. Il panetto, avvolto nella
juta, cullato dalla sassola, gli restava occulto, dunque s’accaniva a trovarlo e più cercava, più andava fuori dalle penne del collo e della coda. La ricerca si faceva sempre più spasmodica ed affondava il becco, gli artigli nei compartimenti che sottostanno al tavolato, negli elementi longitudinali, verticali, nelle lineee portanti che strutturano la barca, nei fori che da prua a poppa conducono al leggio, al buco di scarico. Il profumo gli volava intorno, si faceva sempre più struggente.
Il panetto, comunque gli restava lontano, la sua fragranza, la dolcezza lo stressava ed a causa dell’impotenza ad averlo, sbavava dalle graticole del naso. L’ossessione famelica gli
faceva tremare il becco in un modo incontrollabile, la rabbia lo soverchiava e l’olfatto era talmente arrossato che pareva ferito, quasi sanguinante ed ecco che ad un tratto, stremato, con il nero delle penne deturpato da macchioline bianche , specie inprossimità delle
estremità, rimase intrappolato negli attrezzi della barca. Il coppo, il cono con la bocca ricavata da un ramo d’ulivo o da un filo d’acciaio e la trappola di rete legata ad esso, nel tentativo di fermare la sua furia, gli catturò la zampa destra impigliandogliela nel sacco,
fermando la sua ricerca. Un’imboscata che imbestialì il corvo e lanciando epiteti irripetibili contro i pescatori, con la pazienza boccheggiante, quasi rasentando la pazzia, nella presunzione che bastasse un ultimo sforzo per impossessarsi del panetto di grasso
animale, con la forza della disperazione, con un furioso strattone della zampa sinistra, scanzò il coppo e senza crederci liberò la destra dalla trappola. Gli attrezzi della barca, ammucchiati sull’ancora ed alle corde di canapa, posti a protezione dell’ingresso del sottoprua ove era nascosto il panetto di grasso animale, facevano buona guardia.
L’arredo della barca è un ausilio indispensabile per la pesca. Il pescatore aggancia ed issa, cura e dispone il pesce per evitare che si deteriori, gli attrezzi puliti, dunque vengono sistemati nella barca. Il catu, il secchio di zinco, bbuccatu, coricato sul fianco, stava
agganciato al croccu, il gancio di ferro per issare i pesci in barca.

Il croccu con il manico di legno, per evitare che si sfili e vada perduto è stretto con molte giravolte nella caloma, tenera e malleabile, colorata di rosso con la cima, per sicurezza, legata alla murata. Il secchio di zinco, di media grandezza, si era appena appisolato, disturbato nel leggero sonnecchiare, balzò a sedere e capovolgendosi con la bocca in alto, insomma ritornando allo stato normale, involontariamente gli sferrò un colpo. Il corvo restò senza fiato ed a becco aperto, rantolando, intravedendo il proprio bottino, non esitò un momento e si buttò a capofitto nell’oscurità del triangolo della prua. Il corvo, scansò il dolore che gli causava l’unghia rotta del primo dito della zampa destra, la forte contusione al sottocollo e l’infrazione alla punta del becco inferiore e s’avventò sul panetto di grasso avvolto nella juta con la sassola a cullarlo. Il corvo, dunque sollevò con gli artigli, il succulento panetto di grasso animale avvolto nella juta e volò sulla palla della barca. Lo liberò dall’involucro e con il becco, sollevatolo in alto, lo elesse a simbolo del piacere.
Lanaggioto, lo vedeva gongolare e soffiare dalle nari sputando sangue nero nell’acqua del mare, creando chiazze bituminose, inquinando la riva, con un’arroganza spaventosa.Il pane di grano con acciughe, ad un tratto gli s’affacciò in gola con un conato di rigetto. Lanaggioto, indispettito, corrucciato, indignato raccolse lo stato dell’uccello in un’offesa personale, dunque chiamò in armi il guerriero che teneva in sonno e lancia in resta, partì ad affrontare la bestia nera.

Lanaggioto, giurò che il corvo avrebbe pagato per l’infamità commessa sotto i suoi occhi e per quelle commesse nella trurpitudine del silenzio. Il suo sacrificio sarebbe stato un omaggio alla festa del Santo. Il guerriero, dunque armato di tutto punto, perfino calzando l’
elemetto, con accorti movimenti, saltò sulla poppa della barca, sulla sciabica ammassata e scivolando sul cordolo di sinistra, usò a trampolino di lancio i banchi che sostengono le murate ed avvolto in una luce bianca e gialla raggiunse alle spalle la bestia.
Il corvo, ignaro di quanto stava avvenendo alle sue spalle, con gli artigli avvinghiati alla palla incastonata nella pala che sovrasta la prua della barca, si deliziava nella libidine bestiale e non percepì l’arrivo del guerriero che con un colpo di scimitarra bene assestato, dal basso verso l’alto, con metà collo, gli staccò la testa. Il guerriero, con un altro fendente, gli recise le zampe avvinghiate alla palla scagliando il corpo accanto alla testa che con il becco aperto e gli occhi stralunati, s’affannava sulla battigia alla ricerca del panetto
che gli era caduto sui granellini della spiaggia, dunque saltò dalla barca. Un attimo e lo afferò col becco, gli smise la livrea e lo adagiò vicino al panetto che pareva fosse entrato in un processo di fermentazione, di divisione e ricomposizione, avviandosi ad assumere una non chiara formazione fisica. Lanaggioto, attratto dal travaglio del panetto animale, aveva quasi dimenticato il corpo che alla cieca e sui monconi, allungava il resto del collo alla ricerca della metà attaccata alla testa, emettendo lievi richiami. Lanaggioto, dunque si
distrasse dal panetto, si girò verso la testa glaba del corvo e gli recise il becco compreso il naso, dunque abbattè il movimento claudicante e dissennato del corpo, lo spogliò delle penne e con estrema lentezza, oserei dire con grazia, li spezzettò, lo raccolse nella lama e lo scagliò nelle acque azzurre, ai pesci che passavano, sperando addirittura che ritornasse il piscisceccu che qualche settimana prima aveva fatto una capatina in spiaggia. Una barca
conzalora, appena tornata dalla pesca e tirata in secca, stava scaricando l’acqua della pulitura e Giurgittu stava scurciannu, privando della pelle rugosa, un pardu, un piccolo squalo che Pietro Russo gli aveva regalato a ringraziamento dei molteplici lavoretti di
cucitura nei mestieri. Giorgio, dunque eseguendo l’operazione piegato su se stesso per la cifosi patologica della colonna dorsale della quale era affatto dalla nascita, allungando leggermente lo sguardo sul mare nel pulirsi il naso con il polso della mano destra, s’accorse che una capra che casualmente pascolava sulla battigia, si dibatteva sbattendo zoccoli e coda nell’acqua, preda dello squalo definito dai pescatori locali, babbu, cioè innocuo. Lanaggioto, dunque restò per alcuni minuti ad osservare l’acqua azzurra, ove aveva lanciato il corvo con la macchia scura che si allargava sotto l’impeto di una caterva di
bollicine e ritornò verso il panetto.
Il Siu, il panetto di grasso animale, intanto pur con lentezza, e sofferenza, per la beccata del corvo fortunosamente attutita, pur se a fatica, cercava di rimarginare la ferita, addirittura a cancellarla. La ferita era scomparsa non senza lasciare segno. Il panetto, aveva affrontato l’attacco del pennuto, dunque limitando i danni. Il panetto di grasso, insomma si mostrava al lanaggioto, trasformato, raggomitolato, intrecciato a nerbo, aveva
ricreato l’anima animale che albergava in lui, preservando la sua integrità ed offrirla ai pescatori. Gli uomini, invero esaminando quanto hanno inscenato, non meritano questo rispetto. Hanno stabilito che le specie non a loro simili, sono un elemento da sfruttare,
ingrassare e consumare, ed a volte anche senza ritegno, in modo disordinato ed anche controproducente alla propria salute. Il panetto di grasso animale, con un lieve sorriso di compiacimento ed affetto, accarezzò la mano sinistra del guerriero e con la coda innalzata nel rito della specie, ritornò a farsi cullare dalla sassola, pronto ad alleviare la fatica dei pescatori. Il guerriero, commosso s’inchinò a lui che si ritirava sotto la poppa, smise l’armatura e lentamente rientrò nella società civile.


MAESTRA D’ARTE
La sorella di Francesco Accordino non si era sposata e fino a qualche tempo addietro, aveva avuto ospite in casa Rosa, la figlia della sorella Caterina, morta prematuramente. Le donne di casa Accordino, erano maestre nell’arte di filare la canapa e cucire reti da pesca. La luna, nelle serate calde, le accompagnava con il suo chiarore osservandole lavorare fino a notte fonda. Peppina Accordino, con i piedi appoggiati sullo scalino intermedio della sedia che ne constava di tre, costruiva le reti da pesca. Lanaggioto la osservava lavorare e si sentiva attratto da quel giuoco di mani e maglie che circondavano le canne. Le maglie uscite dalle canne s’allungavano nella rete che legata con giravolte alla spalliera della sedia ne misurava la lunghezza. Le maglie si susseguivano per grandezza secondo la posizione che assumevano nel mestiere. Lanaggioto, seduto al fianco seguiva il lavoro della zia
cercando d’imparare il gergo di quell’arte, La zia Peppina con esperienza e maestrìa cuciva le reti, maglie e maglie e lanaggioto incantato si perdeva nelle sue mani con le dita che con sapienza giravano il filo intorno alle canne chiudendole con un nodo ben stretto. La zia Peppina, insomma con quel prestigiare di dita, lo spingeva nella passione e Lanaggioto la inseguiva incantato. Il genio di famiglia, lo chiamava e probabilmente sarebbe riuscito ad acchiapparlo se non fosse stato distratto da un evento, possiamo dire,
miracoloso che un giorno di tramontana, lo prelevò sulla strada e lo condusse nella cattolica.
Lanaggioto era così tanto legato alla zia che l’accompagnava perfino nei borghi marinari di Gliaca, Brolo e Capudiranni, cioè Capodorlando per la consegna dell’opera ultimata, al
padrone di barca che gliel’aveva ordinata. Il mezzo di trasporto per raggiungere i borghi era il treno, però la scelta praticabile era di andare a piedi.
Le scarpe, erano un privilegio e non molti le possedevano e chi ne aveva un paio, cercava di risparmiarle, di usarle il meno possibile, nelle occasioni indispensabili che comprendevano matrimoni e morte. Il viaggio d’andata per lanaggioto, era quasi un giuoco. La famiglia del padrone di barca, li aspettava ed aveva in serbo una sorpresa, un dolce preparato in casa ed il giuoco con le figlie, lo entusiasmava. La loro semplicità, l’accoglienza affetuosa, gli ricompensavano il viaggio a piedi. Lanaggioto, in quella comunità di pescatori, si sentiva gratificato e se non avesse seguito la zia, non avrebbe avuto l’opportunità di fare la loro conoscenza e ne avrebbe sentito la mancanza.La fatica si svegliava nel ritorno e diventava pesante.
Lanaggioto, comunque seppure soverchiato dalla stanchezza, proseguiva superando il bisogno di prendere fiato, sedersi sul muretto che costeggia la strada.La zia Peppina, robusta e di bassa statura, esprimeva la forza di una montagna, senza le reti in spalla, andava a passo di marcia e lanaggioto non osava deluderla e le stava dietro.
Lanaggioto, affiancava la zia ed al minimo rumore, girava la testa a guardare, lei capiva e rallentava il passo. Lanaggioto, aspettava con ansia che passasse il ferrovecchio per dargli un passaggio sul carretto. Il raccoglitore di ferro vecchio, ritornando dal suo giro, trovandoli sulla strada, li prendeva a bordo e compensava, anche se in parte, la strada percorsa.
 

L’INCONTRO.
Lanaggioto, in su il masso d’arenaria nell’angolo del terrazzino del negozio di alimentari, emporio, di Ciccino Natoli, guardò il mare in burrasca, i gabbiani che s’affannavano a volare contro il vento di tramonatana, girò lo sguardo a destra ed a sinistra della via Pola, dal torrente del ponte di ferro a piazza Ravel. La strada deserta era spazzata dal vento ed allora scese e lentamente s’aincamminò verso il grande pino che svettava sul margine del prato lottando a trattenere i rami in ordine, osservando piazza Ravel, il palazzo delle poste con sulla sinstra la loggia ed il palazzo della tonnara, a centro il ponte della ferrovia ed a salire, la Santa Croce. Il palazzo sulla sinistra, era governato da Lucchese che stava in agguato dietro la vetrata del balcone, all’impiedi in pigiama, per richiamare con la sua abituale acidità, i ragazzi che stavano a giuocare nella piazza.
Lanaggioto, magro, di bassa staura, con maglietta e pantaloni corti, forse intimorito dal vento di tramontana che spazzava la strada e la spiaggia, si fermò sotto il pino. Un minuto
e decise di avviarsi verso la chiesa. La sabbia, le cartacce ed altri rifiuti minuscoli, spinti dalla forza del vento, volavano in aria a guisa di aeroplanini. La sabbia gli pizzicava le gambe punteggiandogliele di rosso e seppure sofferente, con il vento che lo spingeva indietro, non demordeva. Il pino di piazza Ravel, con i rami più lunghi, quasi abbracciava il piccolo al suo fianco che semipiegato sul sedile di cemento, pareva soccombesse, incoraggiandolo a resistere. Lanaggioto, arrancava sulle gambette deciso a non arretrare, seppure la difficoltà lo invitava a ritornare a casa, proseguì la sfida camminando sul margine più esposto della strada, nel rettangolo del campo di calcio. Le case nuove, la chiesa e la cattolica, gli sembravano irraggiungibili e per di più non c’era nulla che lo attendesse o che in coscienza, in quella zona potesse interessarlo se non quel senso
indecifrabile di un richiamo che non ha una voce od una spiegazione, è un segnale impalpabile, non plausibile che prende e avvia verso un luogo che non è conosciuto o sembra che sia ed appena è svelato, appare in una prodigiosa semplicità, ed ad un tratto, senza un cenno, avviso o parola, si sentì fisicamente sollevato. Una mano delicata, prese la sua e Calogera, la sposa del Signore, in un miracoloso viaggio, lo condusse con sé nell’edificio dell’Azione Cattolica ove era in preparazione la recita per la festa del compleanno di Padre Antonio Sferruzza, il Parroco del villaggio di San Giorgio.
La struttura del palco era stata terminata, per completare la sala, dunque mncavano le sedie che sarebbero state trasportate dalla chiesa. Le catechiste affratellarono lanaggioto e gli fu affidata una particina. Lanaggioto partecipò alle prove e recitò con serietà e misura. La recitazione gli era congeniale, s’immedesimava con naturalezza, nella parte. La comunità cattolica, lo incluse nell’organigramma e lo riempì di gioia. Il Seminarista Peppe
Alibrandi, in seguito lo impreziosì della sua amicizia e lo coinvolse in molte iniziative. Le veglie Pasquali, gli diedero l’occasione di leggere le parabole, i salmi del Vangelo. La voce suadente, appassionata si esaltava nel porgere le sacre scritture, il suo viso s’illuminava. L’effetto della spiritualità, veicolata con maestria dal parroco don Antonio Sferruzza, esprimeva la purezza del suo animo. Il sapere della croce, segnava il suo cammino a diventare un soldato di Dio. La ragione degli uomini, si conserva nei principi e lanaggioto,
gratificava la sua indole impegnadosi nell’osservanza quotidiana. La persona sana è rispettosa di se stessa ed assicura gli altri. L’esempio è il valore delle parole e nulla è sufficiente a spiegarle. Le strade alzavano una barriera e tentavano di farlo deviare. Lanaggioto, superava la timidezza e camminava con passo normale superando le persone sedute sulla porta a chiacchierare che gli intralciavano il cammino. non si sottraeva alla loro vista e si faceva coraggio con il saluto. Le persone adulte, lo incuriosivano e li osservava, restando ai margini. La compagnia dei coetanei, la partecipazione ai giuochi, lo attraeva. La litigiosità dei coetanei, l’arroganza degli adulti, lo infastidivano ed allora preferiva il mare e sognare i suoi abitanti.


IL MARE DI SAN GIORGIO
Lo specchio d’acqua che gli stava in faccia, era un’attrazione intrigante che non gli lasciava altro spazio. Le onde che si rincorrevano fino a riva con i riflessi del cielo, della luna, del
sole, veicolavano colori che lo esaltavano e con la fantasia, s’insinuava nella flora, giuocava con gli abitanti che appena lo vedevano, uscivano dai nascondigli dov’erano nascosti, e par che lo aspettassero, interrompevano ogni competizione e lo accompagnavano. Il
richiamo che esercitava sulla sua psiche era incontrollabile ed ogni giorno che la scuola lo metteva in libertà, con gli attrezzi da pesca che si costruiva, adattava ed a volte inventava, percorreva per ore la linea di costa, con pazienza e curiosità. Le onde lo accoglievano con
uno sciabordìo festoso ed affascinato, con la lenza in mano, gli ami con l’esca di lumache pescava in piedi sulla battigia fino a che la madre lo chiamava, gli gridava di andare a studiare.
Le lumachine, allungavano la testa e le antenne dai bordi della scatolina, lo guardavano e si ritiravano. Lanaggioto, le aveva raccolte la mattina nei cespugli di canne che affioravano con le pale di ficodindia lungo il reticolato della vigna della Baronia ove sorge l’odierno campeggio Cicero. A volte, con la scatolina con i bavalaggi intirizziti dal freddo del mattino, attraversava la strada e scendeva sulla spiaggia sotto il cancinnittu accanto alla colonia diurna che allungava i bracci dei bagni fino a mezza costa e l’alba vedeva i pescatori a tirare la sciabica con la cunnana e spalle alla montagna. Le corde calate erano tante ed andavano raccolte in tempo. La spiaggia era lunga ed alta ed i pescatori sudavano fatica sotto i mestieri. Le mareggiate, l’erosione causata dal malgoverno del territorio, ha cancellato il quadrato di cemento con le traverse di ferro erette agli angoli a tenere il tetto di latta nell’intento di proteggere dai raggi del sole che s’insinuavano nelle fessure a colpirtli, i bambini ospitati, con la cucina ed il deposito a fronte strada.

Il piccolo cancello di tavole di legno, deteneva la chiusura dell’imbocco del viottolo che sottopassa la ferrovia, conduce alla strada nazionale e dunque al palazzo Baronale. Il cancinnittu, divide la vigna dalla pineta nella quale è stato costruito l’omonimo ristorante con annesso spazio per suonare e ballare. Il cancinnittu, era il punto di riferimento dei pescatori in mare con i mestieri ed il sentiero riservato per gli arrembaggi del Camperi delle terre della Baronia.
Il Caporale del Barone Ruffo, con il fucile in spalla, i cani al seguito, dopo avere insidiato le ragazze, le donne a giornata nelle terre del padrone, scendeva nel villaggio a provocare i mariti, i pescatori che tentavano di circuire i bisogni naturali del vivere quotidiano, cercare di prendere fiato e non cadere sulle ossa degli ginocchi e dei piedi in attesa di varare la barca, calare i mestieri a pescare. I nodi, aggrovigliano il letto, creano intralcio nella lenza.
La distanza di cala e profondità non è sufficiente per una buona pesca e va raccolta. Il bisogno di sciogliere i nodi è primario, la lenza necessita che sia liberata.
I pescatori, conoscono la pazienza e l’arroganza del Caporale, si esaurì con la faccia nella sabbia, in un ciuffo di canne secche, sul margine esterno della strada verso il mare, a breve distanza del Cancinnittu. Le donne ripresero il loro naturale respiro e la pace ritornò silenziosa sul villaggio.
Lanaggioto, solleticato dal tocco dei pesci sottocosta, si eccitava e con la paura nella mano a tirare in secca il pesce, il braccio gli tremava fin nella scapola. La bellezza e la delicatezza dei colori lo stupivano ed emozionato stava a guardarli girare nell’acqua del secchio. Lo scarro, lo scavo nella sabbia attraverso il quale la barca veniva tirata in secca, era un posto di pesca. Lanaggioto, prendeva posizione a prua della Santarosa, la barca di nonno Francesco e pescava. La punta, la spiaggia in direzione della chiesa, ha una linea di costa più ampia. La corrente ha allungato la spiaggia e creato una virgola. L’incavo sottostante ove la corrente spezza il mare, le onde s’attorcigliano, accarezzano la battigia e si calmano, è la reggia più pescosa di jaule.
La petralonga era il suo posto ideale e si estraniava dal mondo.
Lanaggioto si metteva a sedere sul rettangolo di pietra che dalla spiaggia scende in mare e con le gambe penzoloni iniziava una battuta di pesca che l’acqua limpida gli mostrava in ogni suo attimo e non riusciva a venirne via che per mancanza d’esca. La petralonga, gli
dava l’illusione di stare su una barca all’ancora con la poppa semiaffossata nella sabbia. La sua grande aspirazione, era quella di salire su una barca di legno, navigare sulle onde e pescare.
Le alghe, si allungavano e si allargavano, ne disegnavano il fondo. Le pozze bianche si aprivano simili a specchi e la precchia, viriola, sparagghiuni, con lenti e sinuosi movimenti, morsicando le cime delle alghe, entravano ammirandosi e con non curanza, mostravano i colori stupendi della livrea insinuandosi dolcemente negli occhi e nell’anima del’lanaggioto che stupito li osservava senza riuscire a staccarne lo sguardo.. Lanaggioto, sotto il sole che sale ed i raggi si riscaldano e si fanno cocenti, entra in simbiosi con i pesci. L’atmosfera si fa sempre più bella, è una magia ed il tempo scivola travolgendo le ore. La scatolina vuota dell’esca, lo invitava all’uscita, non aveva scampo e con irosità, raccoglieva la lenza e scendeva nella piccola baia a lato, lungo il perimetro dello scoglio. La linea disegnata dall’acqua, nella trasparenza dell’ombra, coltivava le padelle. Lanaggioto, a
fatica ne staccava una, due e le mangiava con l’acqua rinfrescandosi la bocca secca dalla calura. La polpa del mollusco, misto all’acqua salata del mare, si esaltava in un sapore di freschezza e genuinità che dire insuperabile non è sbagliato e con i vestiti bagnati, percorrendo la battigia, ritornava a casa..
L’altro sistema che adoperava per la pesca, era quello con la tavola costituita da un trapezio isoscile con la base capovolta all’esterno per navigare e da una più piccola in
assetto naturale all’interno, unite l’una all’altra in parallelo con un asse di legno. Secondo il pecorso, la tavola si drigeva a destra od a sinistra allontanandosi verso il largo e distendendo la lenza.
Un altro sistema, era la pruppara. Il percorso, intercalato da soste, comprendeva un capo all’altro del villaggio. La linea di costa era lunga, ed il percorso era irto di ostracoli nascosti sul fondo marino.

L’informe triangolo di legno appesantito da un foglio di piombo con gli ami adagiati ed infissi alla base in parallelo, tirato verso la riva, sfilava sul fondo con lo strato di siu spalmato che con il suo biancore e profumo, attraeva ed affascinava il polpo che con cupidigia allungava i tentacoli e vi si sedeva a consumare lo spuntino, ignaro della trappola.
Lanaggioto, sentendo la pruppara appesantita si preparava appoggiandosi sul piede destro, allungandolo al pari in avanti la mano ad imprimere alla lenza un forte strappo agganciando così il polpo.
La pesantezza della pruppara, era il segnale che il mollusco era a bordo e continuava la raccolta della lenza. A volte la pesantezza s’allentava ed era il segno di un falso allarme o che la pesca era perduta. Se il grasso mostrava i segni dei tentacoli, la conclusione era che lo strappo era stato precipitoso altrimenti la causa era addebitata alle alghe od ad una grossa pietra che ne ostacolavano il transito sul fondo ed a volte addirittura a bloccarla.
Le paranze nella pesca con le reti a strascico, sradicavano, sconvolgevano il fondale, raccoglievano e trascinavano qualsiasi cosa incontrassero sul loro tragitto depositandolo fin sulla riva.
Lanaggioto, dunque per disincagliare l’attrezzo, era costretto a cercare un modo, il più idoneo per recuperarla e tirava e mollava andando a destra ed a sinistra ed a volte anche scendendo in acqua. Lanaggioto, ne aveva sempre scongiurato la perdita, averne un’altra era molto difficoltoso. Il rischio di perdere la pruppara non era trascurabile, comunque oggi con gli ancoraggi delle barche da diporto, dei manufatti di cemento messi in acqua nel tentativo di spezzare le correnti ed arginare l’erosione, hanno reso questo tipo di pesca, non più praticabile eliminando di fatto ogni rischio.
Gli ostacoli artificiali, i frangiflutti, sono degli espedienti per aggirare la causa delle erosioni che sono figli dell’abbandono e dello stupro del territorio.

La spedilitica, l’associazione politico-speculativa, ha malgovernato il territorio, sfruttando e depauperando la natura con un interesse privato nella cosa pubblica. L’ingordigia è l’unica ragione che ossessiona l’uomo che cerca di nasconderla con operazioni inefficaci e soprattutto non è che un altro espediente per continuare la ruberia.

Le correnti del mare, nel loro moto continuo ed incessante, scavano e scavano, scovano nella fortezza costruita dalla scienza dell’uomo, un punto debole ed entrano, penetrano fino nell’entroterra e si riprendono quel che gli è stato tolto ed altro.

L’uomo ossessionato dal potere della ricchezza, ha perso la ragione acquisita e non riesce a fermarsi. La cura è ridare alla natura il rispetto che gli è stato tolto, lo stesso che pretendiamo per la nostra persona. La cessassione di questa violenza, potrebbe avere un esito positivo, altrimenti la terra ci seppellirà e la responsabilità ci appartine perché continuamo a concedere fiducia agli sciacalli della politica. Il mare è stato trasformato in un
deposito dove è naturale scaricare qualsiasi scoria ed è una grande gebbia nella quale i pesci sono allevati in gabbie.
La dismissione della tonnara, ha sconvolto il borgo marinaro ed ha interrotto il ciclo dei pesci ed i pochi esemplari rimasti non arrivano alla maturità che sono già nei menu dei ristoranti. La nuova metodologia di pesca, ha condotto al risultato che la sopravvivenza dei tonni è irrimediabilmente compromessa.
Gli esperti, giuocano con le parole credendosi intelligenze eccelse, all’incontrario non convincono e pare che abbiano perso l’intelletto. Il loro valore è oppresso dalla consulenza e cancellano principi e titoli di studio conseguiti.
La tonnara con le barche nere, riempiva l’orizzonte e la pesca dei tonni, regolava le stagioni dei pescatori del villaggio di San Giorgio. La tonnara praticava una pesca naturale ed ogni anno era una festa. La pesca del tonno con i suoi simboli ed i suoi riti, riempiva di gioia e rispetto del mare, i ragazzi ed il villaggio.
La sera, i pescatori scendevano dalle barche e ritornavano a casa, sostiuiti dai guardiani di terra qualificati gendarmi del Padrone. I guardiani di terra, erano addetti alla sicurezza notturna della tonnara all’acqua e perseguivano chiunque abusivamente pescasse nello specchio ove la tonnara aveva diritto di calare.
Il pescatotre che ritornava a casa, era accolto con gioia. La famiglia lo abbracciava con lo sguardo e lui li salutava estraendo dalla faccia bruciata dal sole e dalla salsedine, un sorriso
simile ad un bagliore di luna, e dalla borsa del pranzo, lasciava cadere nella vasca della cucina, un tonnetto, un pisantuni che la mamma, la nonna, pulivano ed affettavano e fritto in padella, spigionava un superbo sapore di mare. I figli seduti a tavola, in un silenzio religioso, aspettavano il genitore che terminasse di lavarsi, osservavano la madre che lasciava i fornelli, lo aiutava e gli dava la biancheria pulita.
I figli, senza d’istinzione d’età, aspettavano che il padre fosse pronto e si sedesse a tavola, dunque aveva inizio la cena.
Lanaggioto aveva mille cose da chiedergli e mangiando giuocava con le parole che gli saltavano sulla lingua. La curiosità di conoscere lo svolgimento dell’attività della tonnara, cozzava con la fatica del padre e si distraeva. Il timore d’infastidirlo, lo manteneva in silenzio ed alle poche parole del padre, raccoglieva sensazioni, emozioni che nella sua mente diventavano racconti.
Lanaggioto, dunque cercava d’imparare il mestiere di pescatore, ed andava a pesca per la
spiaggia. Lanaggioto, non camminava a piedi nudi, calzava le scarpe e questo non era usuale nel villaggio e per di più per la spiaggia con l’inconveniente che i granelli di sabbia, di soppiatto gli saltavano nelle scarpe pizzicandogli il plantare, costringendolo a fermarsi per mettere fuori, l’ospite fastidioso.
Il problema più grave, comunque era l’acqua del mare, la salsedine gli mangiava le scarpe che subivano un veloce deterioramento che lo mettevano in apprensione.
I tempi erano piuttosto grami. La famiglia numerosa, sopportava a fatica una spesa aggiuntiva, dunque era causa di grande precoccupazione.
Lanaggioto era conscio della situazione, vi poneva molta attenzione ma senza scarpe non riusciva a camminare. La precauzione di non bagnarle era inutile, la salsedine colpiva comunque ed era continua, veloce e silenziosa.

Lanaggioto, dunque si sedeva a sciogliere le scarpe e si puliva i piedi. La lenza calata tenuta in mano, osservava il mare. Un riflesso nell’acqua catturava la sua attenzione e con il cuore che gli saltava nel petto, aspettava il tocco del pesce e scrutava i colori cangianti del mare. le onde che si rincorrervano, nella sua immaginazione, nascondevano banchi di pesci che bisticciavano a chi dovesse mangiare l’esca della lenza.
Le ore si dileguavano, l’ombra del sole al tramonto oscurava la spiaggia ed il buio scendeva sul mare. La precoccupazione coglieva la madre che lasciava uno dei mille lavori che stava facendo dall’alba e correva a cercarlo, chiedeva ai fratelli dove fosse finito. Il ritorno del’lanaggioto verso casa era carico di minacce. I coetanei e qualche adulto, all’improvviso uscivano dall’ombra delle strade, degli orti, delle case e con sadismo, chiudendolo in un recinto invalicabile, lo accompagnavano nelle mani del genitore ed aspettavano con un sorriso beffardo che la cinghia si levasse a colpirlo sulle spalle, nelle gambe.
L’amore, la passione, comunque non lo distoglievano e restava con il desiderio di saltare a bordo di una barca.
Lanaggioto, con la lenza in mano, pescava ed osservava, stava in attesa che una barcuzza con la cartenna del conzo sulla poppa, uscisse a calare e vogasse verso Fetente, nella barra ove la tracina si era allocata graziosamante ed i pettini aveano trovato un habitat naturale nel Bastimento colato a picco nella guerra delle eolie. Il caso scelse la barcuzza di Stefano La Rosa che in età militare, s’arruolò nella polizia stradale. Una ciurma improvvisata di ragazzi senza lavoro che avevano deciso di andare a calare un conzo di un centinaio di ami.
Lanaggioto, alla vista saltò quasi nell’acqua gridando, richiamando la loro attenzione e la barca scese a riva. La sua richiesta fu accolta e fu preso a bordo. Lanaggioto, euforico si mise a disposizione di Stefano e dei ragazzi della ciurma. Le sarde negli ami, penzolavano dal bordo della cartenna. Lanaggioto, ospite della barcuzza, stava prono sulla poppa ed osservava le onde del mare infrangersi nello scafo.
Lanaggioto, a secondo della frequenza dei raggi del sole, raccoglieva negli occhi una miscellanea di colori, dipingendosi a volontà, un giorno fuori dall’ordinario, non uguale agli altri. L’azzurro si faceva argento e poi viola, bianco, rosso e verde, indaco, altri nascevano
spontanei, si assemblavano e si sviluppavano in uno spettro indefinito.
Lanaggioto, si lanciava in un volo rasente l’acqua, in un tuffo senza respiro fino a toccare il profondo solco del fondo marino, si rifugiava in una mano immensa, e raccoglieva recondite sensazioni, espressioni innaturali che gli occhi non riuscivano a trattenere. Le cale si susseguivano per racimolare una quantità di pesce sufficiente, in una gara contro il tempo. L’incontenibilità dell’emozione, a sera si avvitò su se stessa e condusse lanaggioto nella realtà di un allontanamento all’insaputa di genitori e fratelli, e dal dolore si piegò fino a terra.
Un conto era il campo di calcio, i luoghi abituali di pesca, sotto l’occhio dei fratelli, coetanei, degli abitanti del villaggio, a portata di voce della mamma, tiranneggiata dalla sua ansia. La mancata presenza dai luoghi conosciuti, all’incontrario era identificata ad una scomparsa e la famiglia, spinta da pensieri pesanti, andava in fibrillazione.
Lanaggioto, una mattina, dunque si armò di coraggio e con circospezione, non poca fatica, riuscì a varare la barcuzza del padre ed andò a pesca di seppie, nelle vicinanze dello scarro ed a pochi metri dalla linea di costa.
L’acqua azzurra, trasparente, era di una calmarìa che si offriva a berla.
Lanaggioto, dall’alto della barca, vedeva la ghiaia del fondo ed i pesci nuotare, giuocare, rincorrersi in libertà che il desiderio della pesca era oltrepassato dal godimento del paesaggio. Lanaggioto, dunque non aveva bisogno dello specchio che usano i pescatori per questo tipo di pesca. Le seppie erano ferme, adagiate sul fondo, erano belle, grasse e forse depositavano le uova ed allora calò l’ontru. Il cilindro di piombo con l’esca avvolta intorno, con alla base la crocchia di ami rivolta in alto, scese lentamente e si fermò nel mezzo del loro accampamento.
Una seppia, allungò la chela a tastare l’esca e lanaggioto pensò che fosse stanca ed aspettasse che fosse tirata in barca, dunque tirò l’ontru verso la barca con un colpo dosato
agganciandola alla ranfa. La chela infilzata, resistette e la issò in barca e ricalò l’ontru ripromettendosi di essere più accorto, di non essere precipitoso, di aspettare che la seppia potesse essere infilzata negli ami anche con le chele più corte, più robuste che quella lunga e più debole e ne pescò un’altra. La seppia tentò più volte di sganciarsi. Il pescatore aveva preso le giuste misure e gli risultò impossibile svincolarsi e pescò la terza.
La gioia della pesca si scontrò con la paura che il padre potesse sorpenderlo in acqua con la barca. La seconda ne uscì vittoriosa e lo riportò allo scarro.
Lanaggioto, dunque sistemata la barca in secca e nello stesso identico modo di come l’aveva presa, mise nel secchio le seppie, si tolse gli occhiali e scese sulla riva e con le mani a coppa e si bagnò la faccia. Il cato con le seppie in mano, dunque corse a casa e quasi gridando che dall’emozione la voce non gli usciva, le consegnò alla nonna che li raccolse con un gran sorriso.
Lanaggioto, ormai con il cipiglio del pescatore, alla richiesta di Quinto di fare una barchiata, una passeggiata con le amiche universitarie, sorpreso, insidiato, non ebbe la forza di dirgli di no, prese coraggio ed accettò superando la paura del padre.
L’escursione allo scoglio di Patti, fu per lanaggioto, un’impresa fantastica. La barcuzza si dondolava fascinosa ai piedi, quasi amoreggiasse con lo scoglio. Una barriera di micro molluschi,in un giuoco di bollicine, lo incorniciavano in una sorpresa continua. Le onde s’alzano, cadono aprendosi in una miriade di sorrisi, spinte da un grazioso venticello si sciolgono e scivolano con un tenero bacio ed è la primavera che fiorisce e spruzza di luce l’amore che sta per nascere dall’oscurità.
Lanaggioto, dunque con la barcuzza, carica all’inverosimile delle ragazze di San Piero Patti, trasporta la brigata verso riva. Lanaggioto alla voga e Quinto all’intrattenimento, la
compagnia godeva dell’allegria e della bellezza di un pomeriggio di mare calmo, dirigendosi verso l’aria profumata degli scogli della Gargana che si nascondono sotto la superficie dell’acqua.
Il passaggio di un motoscafo, trasformò il mare piatto in onde minacciose.
La barcuzza ondeggiò paurosamente e le ragazze che in buona parte non sapevano nuotare, si trasformarono in scomposte figure urlanti. Quinto che si era speso con successo nel canto e nelle imitazioni, vuoi per la stanchezza, per l’oscurità che scendeva sulla spiaggia, spaventato scoppiò in lacrime. La passeggiata stava per prendere una china pericolosa. La barcuzza aveva perso il suo ritmo e sotto la spinta delle onde navigava disordinatamente incutendo paura alle ragazze che tentavano di sfuggire al pericolo adottando un comportamento disordinato. Lanaggioto, tentava di governare la barcuzza, assecondando le onde, sorridendo e richiamando alla calma le ragazze nell’intento di
tranquillizzarle.
Quinto, con gli occhi fuori dalle orbite, incita Lanaggioto ai remi, ad essere forte, invita le amiche a non muoversi, a stare ferme ed in silenzio che le onde sarebbero ritornate alla
bonaccia, avrebbero ripreso il loro ritmo naturale, e la navigazione sarebbe ripresa senza altre turbolenze e sbarcati che la riva era vicina.
Quinto con le mani avvinghiate al banco, alla tavola che trasversalmente divide la poppa dalla prua, dunque scivola in ginocchio e con gli occhi inondati di lacrime, si rivolge alla Madonna del Tindari, invocando la sua protezione.

Lo sbarco sulla spiaggia, sciolse d’incanto ogni paura e la cordata superò a gambe in spalla la risacca, lasciandosi cadere esanime, sulla rena.
Lanaggioto, sollevato s’allontanò con la barcuzza verso lo scarro. Quinto e le ragazze, salirono a bordo del pulmino che l’aspettava posteggiato ai margini della strada e s’allontanarono lentamente.
Lanaggioto, comunque rimase impigliato in quel pomeriggio con Quinto e le ragazze e per molti anni, non riuscì a vincere la paura. La brutta esperienza, è una ferita che malvagiamente gli affiora imbrigliandogli i filamenti del cervello. Ha cercato di gestirla, credeva d’averla superata, girando l’angolo, l’ha incontrata, era in agguato ed allora ha preferito trascorrere i pomeriggi all’ombra del pino di Ciccio Spinella, sdraiarsi nell’erba
profumata ad osservare una miriade d’insetti,farfalline, volare da un fiore all’altro, correre nel campetto e coni coetanei, prendere a calci un pallone, evitando di andare in spiaggia ed a sera con il buio che nasconde la palla, ritornare a casa, sudato fino alle mutande.

Lanaggioto, ha raccolto in questo pomeriggio, ed ha accatastato negli anni, la paura che la società gli ha prodotto, tentando di mantenerla sotto controllo per non soccombere, comunque ha compreso che ogni evento è diverso ed ha bisogno di una lenta stagionatura.
Lanaggioto, in qualsiasi circostanza, ha avuto rispetto della propria esistenza. Ha sentito la sicurezza venirgli meno, ha saputo riprendere le redini in mano, non ha lasciato che la coscienza andasse in fuga ed ha vinto le minacce.
Lanaggioto non è un pescatore, andando dietro il nonno Francesco, il papà, ha imparato a manovrare i remi al ritmo delle onde.
Il mare è una distesa che non si può imbrigliare.
L’eco della tramontana è minaccioso, le onde s’infrangono sugli scogli, sbattono sulla battigia, oltrepassano la rocca, sradicano qualche cespuglio che esce a sorpresa riempiendo l’aria di schiaffi d’acqua. L’uomo è impotente, ha bisogno di assecondare la natura, godere della sua bellezza ed allora lanaggioto raggiunge la Funtanenna, infila la testa
nella nicchia scavata nella roccia e beve una buccata, un sorso d’acqua leggera, dal tubicino di latta ed estasiato, attraversa e raggiunge il pilastro della galleria artificiale ed osserva le onde che s’alzano e con violenza s’infrangono sugli scogli di Boi fino a Calavà e li rincorre nellabaia oltre il traforo e li vede ingobbite rumoreggiare e precipitare allargandosi sulla battigia in una immensa carezza e Lanaggioto, ha raccolto i brividi che gli corrono sulla pelle, le sensazioni spettacolari e ritrova il coraggio che la società gli toglie. Il maestrale che urla, l’inverno con il suo ritmo alterno, sono la memoria di un’infanzia in lotta, nella volontà di crescere con un domani carico di promesse e si addormenta con a fianco la speranza.

IL VILLAGGIO DI PESCATORI
I pescatori del villaggio di San giorgio, col secolo scampato alla diceria, sotto il sole, schiaffeggiati dal vento, bruciati dalla salsedine, praticavano la pesca del tonno cantando
litanie alla Madonna ed al Santo Patrono.Gli abitanti del villaggio di San Giorgio, appesantiti dal bisogno di sopravvivere, hanno persorso gli anni rincorrendo l’evoluzione delle stagioni, aspettando la tonnara.
La loro indole, consta di una leggera alterazione e si accompagnano l’uno all’altro in un legame perverso con la proprietà di avvicinarli ed allontanarli seza portarli a collidere. La loro caratteristica è la sonnolenza, e così percorrono strade e traverse, piazze e torrenti, in silenzio corteggiano le case, e sopravvivono al presente.
Il muro sul quale corre la strada ferrata, attraversa e divide a metà il villaggio tenendo a monte i contadini che coltivano le terre e badano alle besti, ed i pescatori a mare con le barche ed i mestieri.
La Baronia, dispensatrice di lavoro, con i loro palazzi distribuiti sul territorio secondo un disegno preordinato, mantiene sotto un pedissequo controllo, le terre e gli uomini con le bestie ed i mestieri.
La strada statale, costeggia i rilievi collinari allontanandosi ed avvicinandosi al mare.I pescatori, chiusi nello specchio d’acqua, in balia del clima e del mare, non hanno alcuna
sussistenza, una pur minima certezza nel domani.I contadini all’incontrario, a prescindere dall’andamento delle stagioni, hanno di che mangiare e dunque sono ritenuti dei privilegiati.
I pescatori, insomma in una rivalsa insensata, hanno dichiarato guerra ai contadini e
sfogano su di essi la loro miseria. L’avversione è tale che li hanno soprannominati Vinnani,denominando allo stesso modo, la strada sulla quale insistono le loro case e non soddisfatti, gli hanno interdetta la discesa a mare.
I pescatori, escono di casa con il passaggio del treno merci, alle quattro del mattino, con buumula e quartari, cati ed ogni altro tipo di recipiente che adagiano in fila da sinistra verso destra, intorno alla conca della fontana, per la raccolta dell’acqua, e vanno a pescare, arrabbattandosi con i conzi, le nasse, la sciabica, con la pesca costiera, in attesa della stagione della riproduzione dei tonni.

Palazzo della Baronia, situato nel centro del villaggio con a destra piazza Ravel ed a sinistra la chiesa, è la residenza stagionale per la pesca del tonno ed è accudito e mantenuto in ordine per ogni occasione, dalle fidate cameriere. I pescatori del borgo di San Giorgio, guardano il Palazzo con speranza, seguono con interesse i movimenti che in esso si sviluppano. La tonnara è la mamma di ogni pescatore e senza l’imbarco sono perduti.
I coloni, approviggionano la residenza con la raccolta dell’ortofrutta e con i cani a seguito, girano per la proprietà. La guardia è serrata, implacabile ma non sempre riescono ad impedire ai pescatori di alleggerire i morsi della fame ed ai contadini a giornata di non appropriarsi di qualche prodotto della terra.
I pescatori, con la camicia ed i pantaloni rattoppati, legati alla cinta con una cordicella che comunque non riusciva a mantenerli a debita distanza dalle ginocchia, con la cicca della sigaretta incuneata nell’orecchio destro, tiravano la cunnana, spalle alla muntagna.
Il principio di dividere che ha contraddistinto nei secoli il potere, ha reso gli abitanti di San Giorgio, figuranti della propria esistenza, e con la speranza di racimolare un privilegio, si spiano a vicenda, insomma le case di destra sono invise a quelle di sinistra, nella stessa traversa la dignità è diversa.
Il borgo, diviso per fazioni, convive con un equilibrio che sfugge alla ragione.
I pescivendoli, gli Squamani ed il Rais, sostenevano la proprietà dei mestieri, insomma erano un’unica corporazione che pesava sulla miseria dei pescatori.
I pescatori privati del diritto di uomini, camminano per la spiaggia, il prato, con il basco in mano e la coscienza appesa alle nuvole.
Il potere, usa contadini e pescatori a guisa d’attrezzi di lavoro. La mancanza di coraggio è una grave colpa, di dignità, il basco in mano, pronti al Voscenza Binidica.
Il Villaggio di San Giorgio, con il giogo della Baronia sulle spalle, non si è distratto neanche in un gesto naturale ed ha preso la forma di un grande sacco nel quale alla bisogna, il potere può pescare a piacimento.
La Baronia, con le redini in mano, detta le regole degli abitanti del villaggio, osserva col binocolo i pescatori sulla spiaggia, in barca sul mare ed ascolta il canto dei contadini che faticano sotto il sole, si riparano nella baracca degli attrezzi, nella stalla con le bestie, dai rigori dell’inverno.
La montagna, seguiva l’astro nel cielo che l’oltrepassava e non comprendeva che non era lui a proseguire ma lei ad andarsene, allontanarsi coinvolta nel moto rotatorio.
Il sole, osservando il sistema del pianeta che girava, scavalcava la ferrovia ed il giardino di alberi da frutta ornamentali e rivolto verso il mare, profondeva sul palazzo pennellate di luce di incomparabile bellezza, dipingendo di splendidi colori i vetri smerigliati della finestra a nicchia che si apriva sull’androne.
Le Nobildonne del Casato con il Cavaliere, il portone di legno ed il cancello di ferro, l’uno accostato verso l’interno e l’altro al muro portante, seduti in enormi sedie di legno impagliate di zammara verdognola, trascorrevano i pomeriggi, celiando, sorseggiando spremute d’arance raccolte nella villa, dolcemente accarezzati dai colori del tramonto, protetti dai guardiani di terra che simili a cani azzannavano chi s’avvicinava, perfino i ragazzi che sfuggita loro la palla dal campo di calcio che comprendeva anche la strada oltre i pini nani nel piazzale del Palazzo, cercavano di raccatarla per continuare il giuoco.
I pescatori del villaggio di San giorgio, schiavi della miseria e della sopraffazione, dalle provocazioni e dall’arroganza della corporazione degli Squamani, non riuscivano ad alzare la testa ed ogni tentativo di sollevarli aveva i giorni contati.
Il bene della comunità, il raggiungimento di un obiettivo comune, era inficiato dalla mancaza di coraggio e dalla cura del proprio orticello.

LA TONNARA DI SAN GIORGIO
L’anno 1100, il Conte Ruggero D’Altavilla, pose la Tonnara sotto la podestà del Monastero dei Monaci Benedettini di Patti.
L’Abate Ambrogio, uomo d’ingegno ed accorto politico, comunque non portò alcun sollievo ai tonnaroti che per questo dicevano di lui che aveva a vucca monna, la bocca molle, mancia a du ganasci, mangia doppio del normale e non s’affuca mai, cioè inghiottiva con facilità, sfruttando i pescatori, circuendoli con l’arte delle belle promesse senza mai condere nulla di concreto.
La tonnara di San Giorgio, nel 1375 non fu calata e barche, palischermi ed ogni altra attrezzatura, vennero messi a ricovero nei magazzini. La custodia dello specchio d’acqua nel quale calava la tonnara, fu demandata alle ancore di ghiaia e sabbia che dalla spiaggia, seguivano la rotta dei tonni, nella stagione della riproduzione.
Il Re Martino, al termine di molteplici beghe nobiliari, nel 1407, concede a Berengario Orioles, il mare nel quale la Tonnara, aveva diritto di calare.
Il Re Ferdinando, nel 1503 fregia Berengario Orioles del Titolo di Barone di San Giorgio.
Flavia Orioles, nel 1600, andata in sposa a Francesco Mastro Paolo, porta in dote Baronia e Tonnara.

Giovanni Mastro Paolo, nel 1720 lascia in eredità al Comventi di San Francesco di Chiavari in Palermo, Fondo e Tonnara che nel 1751, cede a Cesare Mariano D’Amico.
L’anno 1775, la tonnara torna a calare nell’antico sito ad Ovest della pietra Gargana.

La tonnara, constava della sola camera della morte ove si compiva la mattanza ed era legata alla terra ferma, da u n masso di sabbia e ghiaia, semiaffossato nella spiaggia.
La tonnara di San Giorgio, con l’inscatolamento di parte del tonno, ha caratterizzato per quasi un Millennio, il villaggio di pescatori, rendendolo uno dei siti più famosi.

La tonnara di San Giorgio, nel 1963, circa duecento anni dopo, cessa di calare ed è rimessa a dimora. Il Casato l’ha relegata dietro le immense porte di legno dei magazzini e si è spenta nel respiro lieve delle onde che da riva indietreggiano con la risacca consumando la sua storia nel mormorio gioioso dei granelli.
Il Santo Patrono, veniva portato in processione a fermare il mare in burrasca che aveva eroso la strada ed avanzato nel giardino di agrumi di Don Nunzio ed addirittura minacciato
la strada ferrata, raccoglieva qualche preghiera, tante imprecazioni colorate e ritornava sull’altare a sonnecchiare rischiando perfino di bruciare al fuoco delle tante candele votive messe sotto la pancia del drago.
Il Santo guerriero, esautorato del potere e con le vestigia affumicate, addirittura rese a diceria, insomma non era più in grado di offrire alcun miracolo ai pescatori del villaggio. La generazione che avanzava, chiedeva un domani diverso, un’aspettativa di vita più consona al progresso dei tempi, dunque spinse i genitori ad armarsi del coraggio che gli era mancato in gioventù e li costrinse ad emigrare.

La tonnara a dimora nei magazzini, nel 1973, circa dieci anni dopo, ha usufruito di un finanziamento pubblico, tirata fuori e calata.
La ciurma era raffazzonata, infarcita di qualche anziano pescatore e di molti ragazzi, Pippo Accordino, Pietro Providenti fra gli altri soprannominandosi “ I Fanatici del Bastardo “, dal nome della barca sulla quale erano stati imbarcati, che assolto il servizio militare, disoccupati, aspettavano il primo treno buono per seguire la rotta dell’emigrazione.
Lanaggioto, ha visto nella ripresa di questa attività, uno sfratto, il varo di un grande progretto speculativo.
La guida fu affidata al Rais Rosario Canduci, profugo della Libia, coadiuvato nelle vesti di sottorais da Giovannino Salmeri detto Custuleri.
Il Rais Rosario Canduci, insomma dal ponte di comando del Palischermo San Francesco, accompagnò la tonnara alla definitiva dismissione.
I Rampolli del Casato, in breve cedettero terre e palazzi e con il Capitale raccolto, navigarono verso mari più prosperosi. La pesca tradizionale del tonno, non era più proficua, altri metodi di pesca erano entrati nel mare e le rotte spezzate.
La politica, indossati i vestiti dell’impresa edile, avviò la speculazione stuprando il territorio del villaggio.
Gli immobili, caduti in mano alla Spedilitica che naturalmente, confidando nell’assenteismo degli Enti preposti alla tutela, si è disinteressata dei vincoli ai quali erano sottoposti, iniziò l’opera demolitrice, sventrandoli e saccheggiandoli.
La Spedilitica, insomma mise in scena la spoliazione della tonnara e del territorio del villaggio di San Giorgio.Le barche, i palischermi, i galleggianti e le ancore, sparsi ai margini del prato e la spiaggia, abbandonati nell’incuria più totale, assistettero impotenti all’abbattimento dei magazzini nei quali erano ricoverati nei mesi che non stavano in acqua. I turisti ed i passanti, scorgevano i relitti coperti di sabbia e di spine, e con negli occhi la misura del degrado del villaggio, continuavano nell’indifferenza il loro viaggio.
Gli abitanti di San Giorgio votati a rinnegare la storia marinara, godevano della speculazione che gli concedeva in cambio della propria casa o del terreno, qualche appartamento arredato e fornito dei nuovi ritrovati della tecnica.Il progresso avanzava e quel che rappresentava il vecchio, la storia era un intralcio e dunque cancellato.

La Spedilitica, entrata in possesso di ogni spazio, ha costruito liberamente, scavalcando le regole, demolendo la storia dei pescatori di San Giorgio. Lanaggioto, in visita al villaggio, andava a salutare le barche, i palischermi, abbandonati sul prato.
Lanaggioto, offeso mortificato, correva chiamandoli per nome e gridava, Cabanenna, Muciara, Burdunaru, Caiccu, Uzzittu, Santa Rita , San Franciscu, San Giorgio, Santa Flavia, Bastardu, Maria S.S. , incitandoli a resistere, non riuscendo a credere che una storia millenaria potesse perdersi nell’indifferenza, ed esausto, cadeva in ginocchio e rivolto alla rocca nella quale insisteva l’antica chiesa della Madonna del Tindari e sulla quale è stata costruita la cattedrale di marmo, con la voce rotta dal dolore le gridava: “ ridammi la mia infanzia. “

Il villaggio di San Giorgio, ospitava una gara a carattere regionale di Gokart, la prima organizzata nel borgo.
Il San Giorgio ed il Santa Flavia, adibiti a palcoscenico per gli eventi estivi, ad un tratto cominciarono a mandare da sotto la carena, un sottile fumo bianco. Le grida di Salvatore
Salmeri, il figlio di Maria Lo Presti e Pippo, impegnati a lavorare nella pizzeria Number One di Rocco, sfuggendo alla zia Lucia che l’aveva in consegna, che tentativa di allertare del pericolo gli adulti, non sortirono al cun effetto, anzi furono ritenute il capriccio di un
ragazzino irrequieto e Stefano La Rosa che aveva posizionato le balle di fieno lungo il circuito, chiuse l’allarme buttandovi alcune manciate di sabbia.
I Palischermi della tonnara, appaiati sotto la Cattolica, covavano un leggero, incompresnibile attentato.
Una mano invisibile, con accortezza e spregiudicatezza, nel disinteresse generale, sottacendo l’inquietitudine di Salvatore, stava mandando in fumo i resti di una storia millenaria.
Il San Giorgio ed il Santa Flavia, nello svolgere della competizione, svilupparono il fuoco. L’oscurità della sera, mostrò al cielo le lingue devastatrici, e la nottata fu illuminata da un enorme falò.L’alba accolse le autobotti dei Vigili del fuoco a spegnere gli ultimi bagliori che si levavano dai palischermi che per un tempo immemorabile avevano resistito alle più terribili intemperie.
La Spedilitica, la società di politica ed edilizia, aveva messo le mani sul villaggio di San Giorgio trasformamdo il borgo di pescatori, in un cantiere a cielo aperto, senza rispetto delle leggi che regolano lo sviluppo urbanistico e la tutela paesaggistica di ogni agglomerato civile. Il Santo Patrono del villaggio di pescatori, San giorgio, abbagliato dalle pietre colorate del mosaico che lo incorniciano, con la spada lanciata sulla testa del dragone ed il cavallo che recalcitra sulle ginocchia, non ha tentato neanche un abbozzo di sana reazione.
La battaglia era volta alla vittoria del drago, dunque incapacitato, rimase assopito, contenuto in un insano riposo sulla facciata del bianco agglomerato turistico.


Le ancore del 1600, andarono ad ornare le ville di politici ed affaristi.

Lanaggioto, inorridito di fronte al saccheggio, chiamò alle armi il guerriero e si scagliò contro l’Ente preposto alla tutela del paesaggio e dell’ambiente. L’indifferenza, è un animale potente e per vincerla, i pallettoni od i bazooka, non sono efficaci.
La speculazione politico affaristica, dunque sconvolse le linee architettoniche e paesaggistice del villaggio con la realizzazione di alloggi turistici, seppellendo sotto colate di cemento ogni riferimento dell’antico borgo.

Gli abitanti di San Giorgio, confusi ai nuovi residenti, hanno perso visibilità, ne è rimasta la nomèa e della cultura marinara se n’è persa la memoria.

 

LO SCRITTORE ENNIO SALVO D’ANDRIA

La guerra aveva appena sbiadito i bollori di sangue e la gente piangendo i propri morti, cercava di sollevarsi dal dolore e dalla fame.
Il 1948 aveva introdotto nel paese la democrazia. Il nuovo sistema raccolto nei principi della Carta costituzionale, era legato con nodi trasversali al regime assolutistico appena sconfitto, dunque faticava parecchio ad affermarsi.
Gli uomini nominati a governare erano ancora impigliati nel vecchio metodo, dunque l’attività e la vita delle persone non riusciva a svolgersi liberamente.
Ennio Salvo, nato a Patti, ha seguito gli studi classici a Firenze ove si è occupato di bibliografia ed antiquariato del libro.
Ennio Salvo D’Andria è scrittore, poeta e pittore. La sua pittura, è costruita con la penna Bich che ne delinea i tratti, riempie ed alleggerisce i colori.
Lanaggioto, non riesce a staccarne lo sguardo attraversa la realtà e viaggia sollevandosi dalla quotidianità del borgo, da quel mondo ristretto, uscendo dal presente e viaggia in territori e spazi surreali.
La libertà e la bellezza di quelle opere, raccontano storie misteriose che oltrepassano il potere sopraffattore che mantiene l’uomo asservito alla miseria.
Ennio Salvo ha la passione per la politica ed il Partito SocialistaDemocratico lo nomina segretario della sezione di San Giorgio.

L’impegno di Ennio Salvo è di trasformare il villaggio di pescatori e dare loro una visione del futuro meno disperata, più serena.
Ennio Salvo, intende sottrarre la bellezza del borgo marinaro, dalle mani di persone bieche
e saccenti, che amministrano con la mente obnubilata.
Il dispensatore di lavoro, usa contadini e pescatori, a guisa d’attrezzi. Il suo programma, dunque è una lotta contro l’inciviltà e la barbarie, è dare dignità ai lavoratori e lavora con lena al suo riscatto.
Ennio Salvo, per la sua barbetta bionda che gli incornicia il mento e per la sua cultura, è chiamato dagli abitanti di San Giorgio, Prufissuri Barbitta.

Il Professore Barbitta, ha assunto il nome d’arte, D’Andria con il quale nel 1939, ha dato alle stampe il romanzo I Picciotti di Gibilrossa, giudicato da Blasetti, la migliore opera di quegli anni ed ha vinto il Premio Nazionale per soggetti cinematografici.

Ha inoltre pubblicato il romanzo, Sicilia un giorno, edizione che è andata distrutta nell’alluvione dell’Arno.
Una ricerca del Professore Giuseppe Alibrandi, ne ha scoperto una copia nella disponibilità della Biblioteca di Livorno.

Ennio Salvo D’Andria, è stato Direttore e Redattore Capo di Pandemonio ed altri giornali, di Agenzie di stampa e di Premi Oscar per la moda, dunque sono seguiti articoli politici su
quotidiani Italiani e Stranieri, saggi e racconti.

Il Castello di Sammezzano in Toscana, è stata la sua residenza lavorativa. La terra natìa la cullava nel cuore ed ad Ella tendeva per darle l’onore che meritava.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, per la comunità dei pescatori di San Giorgio, semianalfabeti, attrezzi da lavoro, era la fonte politica e culturale.
Il suo carisma umano e culturale, attrae i giovani e ne raccoglie parecchi, e riesce a seminare nella coscienza di alcuni, il valore della dignità ed il principio della libertà.
Il fascismo aveva intimorito gli animi, privandoli della libertà, la Democrazia Cristiana aveva sbiancato la camicia nera e vi aveva attaccato la croce piegando la ragione nel confessionale.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, sotto il simbolo del Partito Socialista Democratico, con il suo insegnamento, seppure con indicibile fatica, era riuscito ad infondere nei pescatori, il necessario coraggio a lottare per i diritti ed il proprio benessere.
Le sue parole, il loro significato profondo, avevano penetrato la scorza dell’ignoranza.

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, era riuscito ad ottenere la Delegazione Comunale, la firma per la Costruzione del Cimitero e la costituzione della Cooperativa.



IL CIMITERO DI SAN GIORGIO
Gli abitanti del villaggio di San Giorgio, non avevano nel proprio territorio, un luogo consacrato per seppellire i loro morti e dunque erano costretti a trasportarli nel Comune di Gioiosa Marea al quale erano stati sottoposti che dista circa otto, dieci chilometri.
La distanza non creava nocumento, il pericolo era insito nel vento di tramontana che nel periodo invernale spazza con veemenza inusitata, la strada. Il traforo di Capo Calavà che divide la comunità di San giorgio dal comune di gioiosa Marea, si trasformava in un inferno ed impediva l’attraversamento. I pescatori di San Giorgio, a piedi e con la cassa in spalla, erano imnpediti a percorrerla, rischiavano che il vento li precipitasse sugli scogli sottostanti, dunque erano costretti a trattenere in casa, a volte anche oltre cinque giorni, il caro estinto.

La costruzione del Cimitero nel territorio del villaggio di San Giorgio, dunque era una necessità, un’urgenza non procrastinabile, all’incontrario gli Amministratori di Gioiosa Marea, non la ritenevano un’opera primaria.
I Signori Amministratori, incarogniti nel potere, respingevano qualsiasi approccio e rifiutavano perfino l’ascolto. I bisogni dei pescatori di San Giorgio, evidentemente non rientravano nei doveri dell’Amministrazione comunale ed erano scartati e mandati al
macero.

I pescatori di San Giorgio, riscontrata infruttuosa, inutile l’ennesima domanda, mortificati nella dignità di cittadini, costituirono un comitato di lotta.
L’anno 1948, i componenti del comitato, un gruppo di pescatori in maggioranza giovani, guidati dallo scrittore Ennio Salvo D’Andria, occuparono un fazzoletto di terra brulla, incolta, sulla ripida collina in contrada Cicero di proprietà del Barone Ruffo, con la determinazione di usarla per costruire il Cimitero di San Giorgio.
Il villaggio di San Giorgio, non avrebbe più trasportato i propri morti nel Cimitero di Gioiosa Marea. Gli abitanti del villaggio di pescatori, avrebbero dato degna sepoltura ai morti, nel proprio territorio.
La morte di Rosaria Bertuccelli, ne propiziò l’occupazione e la bara con la morta fu sepolta nella fossa scavata all’ombra di un castagno, prendendo concretamente possesso del terreno.
La Baronia, allertata dalla corporazione degli Squamani, sollecitò l’Amministrazione comunale di Gioiosa Marea. Le Autorità militari interessate, comandarono l’intervento della forza pubblica sulla proprietà.
L’Autorità Militare, accorsa immediatamente in loco, constatata la situazione, intimò ai rivoltosi di uscire dalla proprietà e trasportare la morta nel cimitero del comune di Gioiosa Marea.
L’occupazione della collina, significava porre in discussione la proprietà privata, inclinava l’equilibrio delle classi e l’effetto era ritenuto disastroso.
L’Autorità dello Stato, doveva ripristinare il principio della proprietà privata. La distanza che passa dal capo alle braccia, non poteva essere accorciata, insomma bisognava riporre le chiavi nella tasca del Padrone.
Un manipolo di pescatori, non poteva mettere in discussione, il potere costituito.
Il potere dello stato, con la fascia a lutto sul braccio sotto la camicia, era ancora munito
della necessaria spietatezza per usare la forza delle armi e riportare l’ordine.
I pescatori del borgo di San Giorgio, con le barche in acqua a remare, gli attrezzi a pescare, erano allerta, stavano con le orecchie rivolte alle correnti che scendevano dalla montagna.
Il Presidio sulla collina, era vigile giorno e notte, manteneva senza distrarsi, il territorio sotto controllo.
I Delatori, al soldo del potere, non lasciano nulla al caso, sono all’opera per dividere, iniettare timore e paura nelle famiglie e nella comunità.
La corporazione degli Squamani, è specialista, un professionista in questo tipo di servizio. La squadra bene addestrata, sa corrodere le componenti più deboli fino a renderli dei vigliacchi.
La faccia, una maschera incolore, tramano, lanciano mazzi di ortiche e camminano rasente i muri, origliano dietro le porte e le finestre, non lasciano traccia. Hanno l’odore nauseabondo di vomito e di fogna.

Tindaro Agati, posto a guardia lanciò l’allarme con la Brogna. Il suono diffuso dalla conchiglia marina, colse i pescatori sulla spiaggia a pescare con la sciabica. Le forze dell’ordine, armati fino ai denti, si dirigevano verso la collina. I ragazzi del comitato, lasciarono i mestieri ed accorsero a difendere la fossa con la morta nella cassa sotto il castagno. La popolazione, ha bisogno di coraggio per conquistare i propri diritti e la dignità non si compra al supermercato.
La sciabica in acqua a tirare viene lasciata in mano agli anziani ed i pescatori in lotta, corsero verso la collina.
I corpi bruciati dal sole e dal sale, affamati di rispetto, con determinazione, a piedi imboccarono il torrente del ponte di ferro. Il letto di ciotoli e pietre che costeggia il vigneto della Baronia a sinistra e le terre con l’uliveto a destra, accompagnò i pescatori dal mare fino alla collina, al suono di alcune spontanee, sporadiche bestemmie che la vallata confuse con i versi dei volatili stanziali e di qualche uccellaceo di passaggio che aveva trovato molto accattivante la località e si era ritagliato uno spazio.


L’arrivo sulla collina, dei Carabinieri della Tenenza di Patti, trovò i pescatori schierati a difesa della bara con in prima linea, Nunziatina Russo, la figlia della morta.
Gli uomini in divisa, comandati da uno Stato che seppure costretto a dismetterla, indossava sotto la pelle, la camicia nera, non riusciva ad accettare l’atteggiamento ribelle dei pescatori. La lotta per la costruzione del cimitero di San Giorgio, era un diritto sacrosanto. Lo stato alimentato da un moto di rivalsa per la sconfitta subita, non ammetteva cedimenti.
Gli abitanti del villaggio di San Giorgio che inizialmente si erano mobilitati a fianco dei pescatori del comitato, alla vista dei Carabinieri in armi, erano fuggiti a gambe levate.
Le forze dell’ordine, comandati a riprendere possesso della proprietà privata, erano determinati.
La lotta del comitato dei pescatori sulla collina brulla, accerchiati dai Carabinieri, con il moschetto puntato in faccia ed il colpo in canna, era impari.
I Carabinieri, minacciavano i pescatori di sparare se non avessero liberato la terra della loro presenza. I pescatori del comitato, non retrocedevano, la loro resistenza rasentava l’
incoscienza.
Il loro coraggio è un atto di nobiltà che la società coglie in un numero sempre più ristretto di uomini che sistematicamente sono definiti dei folli.
I pescatori del comitato, senza la richiesta di alcun profitto personale, s’immolarono per servire il bene comune.

I pescatori del comitato, in compagnia della figlia sulla cassa della madre morta, abbandonati a se stessi, incalzati dai continui assalti dei Carabinieri, non arretrarono di un passo, resistettero senza mostrare alcun tentennamento. Il giorno con la lingua penzolone e la testa in fiamme, dunque si allontanò, uscì dai confini in lotta e dallo spazio intorno e lasciò entrare il buio. La notte infarcita di tanta precarietà, si era llungata sulla collina nascondendo le facce arrossate, le labbra secche dei pescatori e l’indomani sarebbe venuto ancora più carico di preoccupazione. La prospettiva non era buona e dunque ognuno si preparava ad affrontare un altro giorno di guerra, senonchè la trattativa si offrì ad accogliere il diritto dei pescatori di San Giorgio per avere la facoltà di costruire su quel terreno il camposanto per i cari estinti del villaggio.
Gli uomini in divisa, dunque disabilitarono le armi e gli fu ordinato di mettersi a riposo.

Il comitato di pescatori, insomma aveva conquistato il diritto di costruire sulla collina, il cimitero di San Giorgio.
Il Cimitero del comune di Gioiosa Marea, non avrebbe più messo a dimora un abitante di
San Giorgio. L’ostracismo che colpiva i suoi abitanti a prendere posto per il riposo eterno fuori dal suo territorio era stato abrogato.
Il diritto però, doveva risarcire la legge del padrone e la vendetta prese posizione.
Il Comitato di pescatori, furono indagati e sottoposti al rigore della legge.
La costruzione del cimitero, richiese agli Amministratori comunali, una lunga vacatio. L’applicazione dell’accordo risultò di una travagliata metabolizzazione. La sua realizzazione impiegò circa dieci anni e qualche tempo dopo, l’ala sud di sinistra, franò nel torrente. La ricostruzione, influenzata dalla politica, poisizionò le bare in loculi diversi dagli originari e Francesco Accordino e Canfora Santa, ascesero miracolosamente ai piani alti
lasciando il loro posto a defunti con la parentela allocata nella parte del potere in vigore.
I componenti del comitato, indagati furono costretti a sostenere i vari gradi di giudizio con spese legali che per le scarse risorse dei pescatori, erano insostenibili. Il resto degli abitranti di San Giorgio, si rifugiò nel bisogno personale. L’indifferenza avrebbe raggiunto il colmo se non fossero intervenuti gli emigrati con un sostanzioso contributo.
Il processo, alla fine dei vari gradi di giudizio, condannò a pene variabili ed amministiati i componenti del comitato, dunque successivamente riabilitati.